SCENA V.
GIACOMINO, GIACOCO, CAPPIO.
GIACOMINO. Chi batte, olá? è questa l'ora da interrompere i studi?
GIACOCO. O Iacoviello mio, ca singhi benedetto dallo Celo e da me, ca studi commo no cane! come mo me ne preo.
CAPPIO. E se ci affatica con tanto gusto che non lo lascia mai, se non va tutto in sudore; e se voi non l'aveste interrotto, non avrebbe fatto altro tutta la notte.
GIACOMINO. Chi è lá, dico?
CAPPIO. Calate giú, che vostro padre è tornato da Posilipo.
GIACOMINO. Vuoi burlarmi?
CAPPIO. Venete e vedete.
GIACOMINO. Ora chissi so figli che non vanno dereto alle femine guaguine, squaltrine, chiarchiolle, zandragliose; né de chissi nnamorati che fanno taverne, ma stanno ammolati a rasulo sopra libri fin che se ci arreieno.
CAPPIO. Avertite che lo troppo studio non li disecchi il cervello.
GIACOCO. Batti, dico.
CAPPIO. Sento i pantofoli per li gradi, che vien giú.
GIACOMINO. Ben trovato, mio padre! sète venuto molto desiderato.
CAPPIO. (Anzi lo mal venuto, ché non ha potuto venire a peggior tempo).
GIACOMINO. Come a quest'ora?
GIACOCO. Te lo diraggio suso, ca mò sto allancato de fatica.
SCENA VI.
SPAGNOLO, GIACOMINO, GIACOCO, CAPPIO.
SPAGNOLO. Padron, dame mis alforjas, que he dejado en esta venta.
GIACOCO. Che grassa de suvaro è chesta? ca vole sso messer catruoppolo, barva d'annecchia, dalla casa mia?
SPAGNOLO. Está tarde, llegué á esta venta y dejé aquí mis alforjas.
GIACOCO. Dice ca lassai cca le forge dello naso e che la casa mia è viento: chesta è cosa da me fare desperare.
CAPPIO. Certo, che deve stare imbriaco.
GIACOCO. E tu cacciale ssa mbriachezza da capo.
SPAGNOLO. Digo que ayer llegué á esta venta, á esta taberna.
GIACOCO. Ed io te dico ca la casa mia non è né vinti né trenta né quaranta, e ca no è taverna. Chiappino, ca buole sto spagnuolo dalla casa mia?
CAPPIO. Deve esser qualche ladro, e sará qui nascosto per arrobbare.
GIACOCO. E chesta è la guardia ca se fa alla casa mia?
CAPPIO. Vien qui tu: come ti chiami?
SPAGNOLO. Don Cardon de Cardona.
CAPPIO. L'avete inteso con l'orecchie vostre che si chiama don Ladron de Ladroni.
SPAGNOLO. Vos mentís, que yo soy caballero, capitan aventajado y tan bien nacido como el rey.
GIACOCO. Chisso va cercanno piettene de tridece, e se me fa nzorfare… .
SPAGNOLO. Ayer tarde he comido en esta taberna con esto caballero y con mujer muy hermosa, y hicimos muchos bríndis juntos.
CAPPIO. Se non ti parti di qua, arai molte bastonate avantaggiate.
GIACOCO. Se deve pensare ca a Napole se mpastorano li asini co le saucicce e vorria arrobbare; e se non me sparafonda denanze, sarrá buono zollato.
SPAGNOLO. Si no me dais mis alforjas, os daré muchos palos en la cabeza.
GIACOCO. Dice ca ce vole dare pale e muzzone di capezze d'asino.
SPAGNOLO. Calla, que soys borrachos.
GIACOCO. Chessa è n'autra chiú bella: dice ca simmo vorraccie; pensa ca vindimu nsalate.
SPAGNOLO. Quiero mis alforjas.
GIACOCO. Pe parte de fuorfece, te darrimmo no poco de mela iacciole e grisommole.
SPAGNOLO. No alojan en esta taberna sino putas y alcahuetos.
GIACOMINO. Cappio, chiudili la bocca con un pugno, ché piú non parli.
GIACOCO. Me pare ca no la vuoi ntennere e me esci dello semmenato. Che ci vuoi le ciarammelle e lo colascione?
SPAGNOLO. Á vos digo, bodeguero, gente malvada, que me dais mis ropas.
GIACOCO. Dice ca simmo potecari de marva. Nui simmo potecari de vernecocche e de nespole e le vendimmo a buon mercato. Ha la capo tosta, ha pigliato la zirria de non se partire.
GIACOMINO. Cappio, con un pugno fagli cadere un dente.
GIACOCO. E da parte mia, dui scervecchie e dui seguzzuni.
CAPPIO. Questo a don Ladron, quest'altro al capitan avantaggiato, e questo al nato come il re.
SPAGNOLO. Yo iré á tomar mi espada y en dos golpes, chis chas, os haré mil pedazos.
GIACOCO. N'arai reppoliata na bona remmenata de mazze, mò va' e torna per l'autra: va' e vienici a fare no nudeco alla coda.
SCENA VII.
PEDANTE, GIACOCO, GIACOMINO, CAPPIO, LARDONE.
PEDANTE. Tabernario!
GIACOCO. Ora chesta è autro che crepantiglia. A me tavernaro? tu ne menti e arcimenti pe le canne della gola!
PEDANTE. Avemo baiulato li suppellettili…
GIACOCO. Che sopraletti e sottoletti?
PEDANTE. … et alia muliebria indumenta.
GIACOCO. Io non veo né muli né iommente. Va', frate mio, e fatte fare na cura co li mutilli, ca te purga ssi mali ammuri.
GIACOMINO. Costui se non è imbriaco da dovero, farnetica da buon senno.
GIACOCO. Dimmi, si' ommo o lombardo, si' iudío o cristiano, ca no te ntenno ca dici.
PEDANTE. Sum vir probus et circumspectus procul dubio.
GIACOCO. Ha nommenato ser Pruocolo da Puzzuolo: m'ave cèra de cristiano.
GIACOMINO. Sará qualche pedante.
GIACOCO. Ca bole da me sto sfecato sfritto varvaianne, co sta faccia gialliccia nzolarcata, co ss'uocchi scarcagnati ntorzati, co sso naso mbrognolato fatto a pallone, co ssi labruni da labriare co no zuoccolo? Mira ca vestiti scialacquati, ca a vedello me fa ridere senza che n'aggia voglia. Se stai mbriaco, va' vommeca e non me rompere la capo.
PEDANTE. O mi Deus, ha rotta una spalla a Prisciano. Dic, quaeso, diceremus bene: «la capo»? «La» est articulus foeminini generis, «capo», mascolini; discordat in genere; bisogna dire: o «lo capo» o «la capa».
GIACOCO. Giá chisso sbaría; manche se fosse no piccirillo della zizza, parla allo sproposito.
PEDANTE. Io non parlo allo sproposito, se de miei detti ne farai congrua collazione.
GIACOCO. Siente, ca vo fare collazione. Vorrisse doie ióiole o doi scioscelle?
PEDANTE. O che parlare absurdo e mal composto!
GIACOCO. Mò vole no poco de composta de cetruli.
PEDANTE. O che supina ignoranza, che intelletto rude e agreste!
GIACOCO. Non te l'aggio ditto ca vole composta d'agresta?
PEDANTE. Dii immortales, ubique sunt angustiae!
GIACOCO. È lo vero ca a Vico so ragoste.
PEDANTE. Dov'è quel teutonico che mi ricevè prima in questo ospizio?
GIACOCO. O che arraggie, che tante tente tonte! Tu sbarii, poveriello.
PEDANTE. Dico «teutonico», cioè germano, idest todesco. Germani sunt
Germaniae populi, e sono detti «teutonici» dal lor dio detto
Teviscone.
GIACOCO. Che ne volimmo fare nui de ssi chiáiti? chi t'addomanna chesse cincorane?
PEDANTE. Se non mi trovate la mia figliuola e la balia, tanto vociferarò che i miei stridi giungeranno ad astra coeli.
GIACOCO. In casa mia non c'è astraco né astraciello.
PEDANTE. Io lasciai qui mia figlia per arrabone.
GIACOCO. Mienti pe la gola, ca nui non arrobbammo. O povero Iacoco, dove si' arreddutto! Tu mi faressi venire li parasisimi.
PEDANTE. Ecco mi trovo afflitto da tante contumelie; sed «patienter ferre memento». O l'aria di Napoli è tanto ottusa che ottunde gli anfratti auriculari che non vogliono intendere, overo hanno qualche cacademone nel capo.
GIACOCO. È lo vero che tu hai no demonio che te caca nduosso; e se me ntrattengo troppo con tico, che quarcuno non cache ncuollo a mene. Se si' spiritato, fatte nciarmare.
PEDANTE. Me Dius fidius, che io dubito non avere scambiato la casa. Ecco quella domuncula che minitava ruina, ecco il caprifico nel muro: veramente che questo è il diversorio.
GIACOCO. Lo guae che te attocca, qua non ci è diverso olio né diverso aceto, né manco c'è alluorgio che suoni diverse ore; non me buoglio scelevrar chiú con tico.
PEDANTE. Questo era il Cerriglio; e qualche diavolo l'averá fatto trasmutare in casa.
LARDONE. Andiancene, padrone, ché quello medesimo negromante queste parole non le facci diventare tante bastonate, come ha fatto diventare pur quei fegadelli e salsicce. (Oimè, che tutta questa negromanzia caderá sopra di me! Giacomino s'ará goduta Altilia, Cappio Lima, e s'averanno divorato tutto l'apparecchio, che io, che son stato il mezano del tutto, resto senza mangiare e senza dormire. O salsicce, come mi sète fuggite da bocca; o vini, dove sète abissati! Son diventato un Tantalo, che il mangiar gli sta sopra il naso e il vino sotto le labbra, e quando vuole, il mangiare fugge e cosí il bere).
GIACOCO. Olá, casa mia è deventata Cerriglio, o lo Cerriglio è deventato la casa mia; o io so diventato lo tavernaro dello Cerriglio, o lo tavernaro dello Cerriglio è deventato me. Chesta è cosa proprio da crepare e ridere; mai m'è accaduto cosa ntutto lo tiempo della vita mia commo chesta d'oie.
PEDANTE. Lardone, che mastichi in bocca?
LARDONE. Mastico quelli fegadelli, salsicce e pastoni che mi son fuggiti dalla bocca.
PEDANTE. Perder le robbe non saria molto, ma perder la figlia! L'ira mi rode i precordi. Questa non è taberna, ma postribulo e lupanare.
GIACOCO. La casa mia non è taverna chiú, ma centimmolo e panara; da cca a n'autro poco deventará no fiasco. O Celo, ca zeccafreca è chisto?
PEDANTE. Di cosí nefando atto vuo' che ne resti memoria ne' secoli futuri.
GIACOCO. Chiappino, fa' sta caretate, porta chisto all'osteria dello Cerriglio, perché averá scagnata la taverna. Guai e maccaruni se voleno mangiare caudi caudi; e se non se ne vuole ire, dalle quarche manomerza.
CAPPIO. Andiamo, ch'io vi condurrò al Cerriglio.
LARDONE. (Io l'attaccarei al calendario; lui ha mangiato e bevuto, e a me toccará lavar le scudelle, succhiar il brodo e vôtar i fondi de' fiaschi. Prego il Cielo che i maccheroni diventino strangulatori, e il vino foco. Ahi, ch'io pensavo burlar altri, e io resto burlato!).
PEDANTE. Non vidi hominem di maggior pasto né di minor fatica di te.
CAPPIO. Ecco il Cerriglio; battete e vi sará aperto.
LARDONE. Tic, toc, tic.
SCENA VIII.
TEDESCO, PEDANTE, LARDONE.
TEDESCO. Chi battere le porte delle nostre ostellerie?
PEDANTE. Tito Melio Strozzi gimnasiarca!
TEDESCO. Non capire tante gente le nostre ostellerie.
PEDANTE. Sono solo e un famulo.
TEDESCO. Se avere fame, ire in altra parte; qua avemo poche robbe.
PEDANTE. Aprite, dico, le ianue a Tito Melio Strozza gimnasiarca.
TEDESCO. Mi non aprire le porte a Tutto Merda Stronze de patriarche.
PEDANTE. Aprite al gazofilazio delle dottrine.
TEDESCO. Andare alle forche, parlare oneste!
PEDANTE. Aprite le valve ad un grand'uomo.
TEDESCO. Nostre ostelerie non capire la barba d'un grande omme.
PEDANTE. Ho una rabbia exardescente che mi bolle nell'arterie.
TEDESCO. Volere aprire mie porte con l'artellerie?
PEDANTE. Infringerò i cardini e farò patefacere le valve.
LARDONE. Non battete piú. Non udite che cala per le scale?
TEDESCO. Ecco aperte. Dove stare quel grande omme?
PEDANTE. Io son quel grande uomo.
TEDESCO. Tu stare picciolette. Tu stare quel Tutto Merda Stronze de patriarche?
PEDANTE. Ti ho detto il prenome, nome, cognome e officio. «Tito» è il prenome, «Melio» il nome, «Strozzi» il cognome, «gimnasiarca» l'officio; e se non son grande di corpo, son grande nella dottrina e la rettorica.
TEDESCO. Non stare bene, non avere bisogne de' rottori.
PEDANTE. Datemi la mia sobole…
TEDESCO. Qua non avere né sorbole né nespole, …
PEDANTE. … insieme con la balia.
TEDESCO. … né ci stare bálice né stivale.
PEDANTE. Nil aliud volo.
TEDESCO. Dicere che volo e tu stare fermo.
LARDONE. Tacete se volete, e lasciate parlare a me, corpo del mondo! parlate con gli osti come se parlaste con i scolari. Diteci, oste, avete in questa vostra osteria una donzella con una vecchia, che abbiamo lasciato qui, quando siamo tornati a dietro a portar l'altre robbe?
TEDESCO. Nelle ostelerie non stare putte, vecchie, né merdate. Andate a fare i fatti vostri.
LARDONE. Almeno dateci alloggiamento, ché a quest'ora non abbiamo dove a dar di capo.
TEDESCO. Alla fé, non capere altre gente: tutto star pieno de passaggieri.
LARDONE. Dateci almen da mangiar, per amor de Dio.
TEDESCO. Né per amor delle diable.
LARDONE. Respondete almeno.
PEDANTE. L'uscio che ci ha serrato nel volto risponde per lui.
SCENA IX.
PEDANTE, LARDONE.
PEDANTE. Questo incontro m'ave acceso una face arsibile intorno al core, perché per mio solo dedecore m'ha serrato l'uscio sul volto. Sarò propalato per infame per tutto il mondo.
LARDONE. Anzi per mio, perché mi publica per un affamato.
PEDANTE. A te pare cosí?
LARDONE. Anzi è cosí, e non mi pare; perché io son quello che resto morto di fame e di sonno.
PEDANTE. Anzi, a tutti due; e tutti due restiamo affrontati e di affronto grande: a me per le donne e a te per la fame.
LARDONE. A me non dá pena l'affronto della donna, ma perché mi muoio di fame.
PEDANTE. Il carico fatto a me è fatto al piú famoso uomo del mondo.
LARDONE. S'il carico è fatto al piú famoso, dunque è fatto a me che sono ora il piú famoso uomo del mondo e di quanti affamati fur mai.
PEDANTE. Mai dal mio nemico sidere m'accadde cosa come questa.
LARDONE. Né a me mai verrá questa notte in fantasia, che il mio stommaco non si risenta.
PEDANTE. Si dirá per tutto il mondo che Tito Melio Strozza gimnasiarca ha perduto la figlia con la balia, si scriverá per le gazzette, e i scrittori de nostri tempi lo scriveranno per l'istorie; né io potrò piú comparir fra letterati.
LARDONE. Il manco pensiero che hanno i letterati di questi tempi è di scrivere i fatti tuoi.
PEDANTE. Il tuo male con una ricetta si guarirá.
LARDONE. E quale?
PEDANTE. «Recipe due capponi, l'uno arrosto e l'altro boglito, cento ova dure, due rotuli di carne di vitella, un piatto di maccheroni; pongasi in una pignatta e boglia a sufficienza; quattro fiaschi di vino: et fiat cibus et potus».
LARDONE. Con manco di questo si guarirá il tuo male. «Recipe colla di carniccio, bianco d'un uovo, un poco di litargirio; faccisi impiastro con stoppa di cánnevo; pongasi sopra la rottura e subito consolidarassi».
PEDANTE. Da questa massima ne segue: ho perduto la figlia, ergo, igitur, è stata violata; e io ne resto disperato.
LARDONE. Disperati son quelli che l'han trovata; ché subito gli verrá in fastidio, che doppo il fatto, se avessero il pozzo appresso, ce la buttarebbono dentro, ché non è peggio mercanzia che di femine.
PEDANTE. Ti par poco essermi tolta una figlia?
LARDONE. Ti par poco esser restato io senza mangiare e senza dormire, che non sarebbe altro che sotterrarmi vivo?
PEDANTE. Perché sei un forfante che ad altro non pensi che mangiare.
LARDONE. Come si parla di mangiare e di bere, sono un forfante; come non darmi da mangiare e bere, son piú che fratello carissimo.
PEDANTE. Ti vorrei attaccar la bocca con una cannella piena di vino e lasciarti bere fin che crepassi; e dire:—Vinum sitisti, vinum bibe.
LARDONE. O che crepar dolce!
PEDANTE. Il furto della figlia a chi «habet acetum in corde» importa l'onore.
LARDONE. Lo star senza mangiare importa la vita, che è piú dell'onore: si può vivere senza l'onore, ma non senza mangiare. Da questo mondo non se ne ave altro se non quanto ne tiri con i denti.
PEDANTE. Ergo, igitur, absque dubio, poco importa l'onore.
LARDONE. Le leggi dell'onore son fatte per i cavalieri e prencepi, re e imperatori, e appena se ne curano; perché vuoi curartene tu?
PEDANTE. Chi son questi reggi e imperadori?
LARDONE. La regina Didone, come ho inteso da voi leggere a' scolari.
PEDANTE. Mente per la gola Virgilio, mente e rimente per guttur quante volte lo vuol dire overo l'è passato per la fantasia: ché Didone fu una regina onorata, né mai si ritrovò a solo a solo con Enea in quella spelonca; e io lo vuo' mantenere con lo filo e la punta della penna contro qualsivoglia letterato che lo voglia dire.
LARDONE. Poco importa questa disfida alla mia fame, e ad ogni parola fare una disputa.
PEDANTE. Il parlar teco troppo familiare causa il minuspretio: omnis familiaritas parit contemptum; ma sempre che parlerai meco senza licenza, vuo' cavarti un dente.
LARDONE. Vorrei piú presto perdere un diamante che un dente. Ma io merito questo e peggio. Venir da Salerno a piedi a preparare l'alloggiamento, e restar con una bocca secca come avesse mangiato presciutto!
PEDANTE. Te hai bevuto un semisestante di vino e mangiato tanto. Ti par poco onore mandarti al «senatus populusque romanus» a fargli intendere che viene il primo letterato di questo secolo a far reviviscere e repullular le ossa giá incenerite e far sorgere dalle tombe i Varroni, i Ciceroni, i Salusti e i Cantalici e gli altri grandi nella greca e latina lingua; e aprir un luculentissimo gimnasio? …
LARDONE. E che sapete ben correre alla quintana.
PEDANTE. … Sederai meco a tavola, beverai al mio bicchiero e del vino che bevo io, e seraimi compagno nello Studio: questo onor ti fará glorioso fin alla fin del mondo. …
LARDONE. Io non ho bisogno ingrammaticarmi; e questi onori dálli ad altri che li desiderano; ché io vuo' piú tosto mangiarmi una cipolla, una radice e ber vin che senta di muffa, quando ho appetito, e a mio modo, e dormir solo in terra e trar corregge a mio modo; starei piú tosto in galea che nel tuo Studio.
PEDANTE. … Sedendomi appresso, questa mia venerabil toga ti onorerá e ridonderá in tua gloria, che mai dall'edace tempo ti fia consumpta.
LARDONE. O Cielo, che mirabil nuovo genere di pazzia ave occupato il cervello di costui! Non è piú dolce boccone che beccarsi il suo cervello.
PEDANTE. Parli da quel che sei, cioè una bestia; e io sono una bestia, che d'un asino vogli farlo diventar cavallo. Il dedecore m'ha transverberato il core. Ma ricogliamoci in qualche luogo e dormiamo insino a giorno.
LARDONE. Or questo no.
PEDANTE. Lasciami dire.
LARDONE. Non voglio ascoltare.
PEDANTE. Nil melius sobrietate.
LARDONE. Nil peius affamatione.
PEDANTE. Io non intendo questa tua grammatica.
LARDONE. Né io la tua.
PEDANTE. Dimmelo in volgare.
LARDONE. Non si trovano parole per dichiararlo.
PEDANTE. Se vuoi rispondere ad ogni cosa, non finiremo questa notte.
Ma sta' di buona voglia.
LARDONE. Come posso, morendo di fame, star di buona voglia?
SCENA X.
LIMOFORO, LARDONE, PEDANTE, ANTIFILO.
LIMOFORO. Sento lamenti.
LARDONE. È segno ch'hai orecchie.
LIMOFORO. È segno d'uomo sconsolato. O uomo da bene!
LARDONE. Questo nome di uomo da bene non fu mai in casa mia, e io sono il primo di questo nome.
LIMOFORO. Consòlati.
LARDONE. Come può consolarsi chi non ha niuna speranza di consòli?
LIMOFORO. È troppo gran miseria viver senza speranza di consòlo.
LARDONE. Però son discontento e ne disgrazio tutti i consòli.
LIMOFORO. Non pianger dunque.
LARDONE. Piango per sfogar la mia disgrazia e per morire.
LIMOFORO. Meglio è che ti consoli da te stesso che esser consolato da altri: abbi pazienza.
LARDONE. La pazienza non è rimedio da far passar la fame.
ANTIFILO. (La fame? non sará altri che Lardone). O Lardone!
LARDONE. Mai fui manco Lardone che ora: è scolato il grasso e ci è rimasta a pena la cotica.
ANTIFILO. Se non sei Lardone, sarai lo spirito suo.
LARDONE. E il spirito è quello che ti risponde, ché il corpo è giá morto.
ANTIFILO. Che cosa è del maestro?
LARDONE. Eccolo qui in carne e ossa.
ANTIFILO. Sète qui voi, o mio caro maestro?
PEDANTE. Ille ego, qui quondam… .
ANTIFILO. E voi sète il mio maestro?
PEDANTE. Ipse ego, ipsissimus sum: io son quello che voi volete, absumpto nel pelago delle miserie.
ANTIFILO. Oh quanto ho desiderato di servirvi! Come a questa ora di notte vi veggio in questa disgrazia?
PEDANTE. Anzi per mia grazia disgraziato, o optatissimo Antifilo.
LIMOFORO. Non vi disperate; ché mai viene disgrazia che non trovi la porta aperta per la grazia che segue.
PEDANTE. Mi son partito da Salerno con sinisterrimo auspicio Romam versus, per far quivi stupir il mondo della prestanza della latina e greca lingua. …
LARDONE. Val piú un bicchiero di vin latino o greco che tutta la tua dottrina.
PEDANTE. … E da Cicerone in qua non è stato maggior uomo che sono io. Oh quanto perde Roma e l'Italia tutta, se si perde un par mio.
ANTIFILO. Maestro, potete venir a dormir e cenar meco.
PEDANTE. Obsecro te dalla base del cuore venerabondo, e revoluto a' tuoi piedi, accetto la grazia che la necessitá me la fa accettare, e me ne congratulo.
LARDONE. Io per dubito di non aver a restar senza cena e senza sonno, ero quasi morto.
PEDANTE. Tu non hai mangiato e bevuto tanto questa mattina?
LARDONE. Quello è giá digesto.
LIMOFORO. Perché andar disperso a quest'ora?
PEDANTE. Lo saprete a bell'aggio in casa, ch'or sto «in cimbalis male sonantibus», che per disperazione volea buttarmi in un sarcofago.
LIMOFORO. Entriamo, ché la porta è aperta.
LARDONE. Questo incontro a un par mio? Quando io sperava questa notte empirmi lo stomaco a scorpacciate da taverna e scacciarmi la sete a salassate de bótti, mi trovo martorizzato dalla fame e abbrugiato dalla sete. Ah, Giacomino e Cappio, cosí m'avete tradito? M'avete talmente guasto lo stomaco che non basteranno quanti impiastri e medicine ha una speziaria a ristorarmelo; ma io non sarò tanto goffo che mi lasci morir di fame dentro un forno di pane né di sete in un magazzino di vino. Scoprirò il fatto ad Antifilo; e la gelosia l'infiammerá talmente alla vendetta che vedrò fulminar le spade su gli occhi e i pugnali su le gole fra loro. Scommodando gli amori di Giacomino, accommodarò il mio stomaco. Devo io osservar fede a chi mi manca di fede? Io intanto apparecchiarò le scuse e le gambe per sfrattar la campagna, e al peggio le spalle alle bastonate. Vuo' piú tosto morir satollo e da forfante che morirmi di fame e da uomo da bene.