SCENA I.

VIGNAROLO, ARMELLINA serva.

VIGNAROLO. (Sia maladetto Amore e quella puttana che l'ha cacato! Prima non conosceva altro pensiero che star alla villa; e doppo che mi sono innamorato bestialmente, mi par che in villa sia sempre inverno, e la primavera fuggirsi alla cittá per starsi con la mia Armellina. Son risoluto narrarle l'amor mio e richiederla, ché alle donne bisogna dir qualche parola, poi lasciar fare al diavolo che sempre lavora. Ma eccola su l'uscio: vorrei parlarle, ma mi vien l'animo meno: vo' far buon core e salutarla). Vi saluto centomila migliaia di volte, Vostra Signoria illustrissima, Vostra Altezza, Vostra Maestá.

ARMELLINA. Oh, quanti titoli! vignarolo.

VIGNAROLO. Non sète voi la mia signora, la mia regina e la mia imperadora?

ARMELLINA. Che cosa mi porti, vignarolo?

VIGNAROLO. Rispondi al saluto prima, poi mi chiedi che porto.

ARMELLINA. Rispondi tu prima a me: se dici che son la tua imperadora, ti posso comandare.

VIGNAROLO. Porto il presente, mezzo al patrone e mezzo a te; e se ti piace tutto, piglialo tutto.

ARMELLINA. Mi raccomando.

VIGNAROLO. Fermati un poco, ché son venuto a posta dalla villa per vederti…

ARMELLINA. E mò non m'hai veduta?

VIGNAROLO. … e parlarti ancora.

ARMELLINA. E mò non m'hai parlato?

VIGNAROLO. Lasciami parlare.

ARMELLINA. E mò che fai?

VIGNAROLO. Ragiono pur, ma vorrei….

ARMELLINA. Che vorresti?

VIGNAROLO. Sí sí, sai che vorrei? che mi volessi bene.

ARMELLINA. Io per me non ti vo' male.

VIGNAROLO. So ben che non mi vuoi male: pur non mi vuoi bene.

ARMELLINA. Che vorresti dunque che facessi?

VIGNAROLO. Tôrmi per marito.

ARMELLINA. Son poverella, non ho dote da darti.

VIGNAROLO. Mi basta la grandezza de' tuoi costumi e della tua natura.

ARMELLINA. Non vo' che alcuno mi pigli: vuo' stare come sto.

VIGNAROLO. Se vuoi stare come stai, diventarai salvatica.

ARMELLINA. Come?

VIGNAROLO. La vite come sta sola cade in terra e s'insalvatichisce: la donna è la vite, l'uomo è il palo; se non ha il palo dove s'appoggia, sta male.

ARMELLINA. Impalato possi esser tu da' turchi!

VIGNAROLO. Ah, traditora, perché mi maledici?

ARMELLINA. Burlo cosí con te.

VIGNAROLO. Ed io me lo prendo da dovero. Io non amo al mondo altri che te. Tutto il giorno piango e mi tormento, e per chi, ah? per te, lupa, cagna che ti mangi il mio cuore; e tanto potrei star senza amarti quanto far volar un asino. Se tu vuoi essere mia moglie, dal primo giorno ti fo donna e madonna di tutte le mie robbe, te le porrò in mano ché le maneggi a tuo modo. Beata te, se tu farai a mio modo!

ARMELLINA. Io vo' che tu facci a mio modo.

VIGNAROLO. Facciasi, se non al mio, al tuo modo: tutto torna in uno, purché non resti di fuora. Ma io vorrei una grazia da' cieli.

ARMELLINA. Ed io un'altra.

VIGNAROLO. Che vorresti?

ARMELLINA. E tu che vorresti?

VIGNAROLO. Il direi, ma temo che ti corrucci.

ARMELLINA. Non me corruccio: dillo.

VIGNAROLO. Dammi la fede.

ARMELLINA. Eccola.

VIGNAROLO. Oh che mano pienotta e grassotta!

ARMELLINA. Dimmi, che vorresti?

VIGNAROLO. Vorrei esser quel piston che pista nel tuo mortaio.

ARMELLINA. Ed io vorrei che, quando ho fatta la salsa, mi leccassi il mortaio. Ma vo' partirmi.

VIGNAROLO. S'è partita, la vitellaccia.