SCENA VII.
GUGLIELMO, VIGNAROLO.
GUGLIELMO. (Misero me, che debbo fare, ché, venuto nella mia patria con tante fatiche, non posso entrare in casa mia? Ma veggio uno che cerca entrarvi: sará qualche amico; mi raccomandarò a lui).
VIGNAROLO. Tic, toc, toc.
GUGLIELMO. Gentiluomo, sète voi di casa?
VIGNAROLO. (Mi chiama «gentiluomo», mi onora: poiché paro ben vestito si pensa che sia gentiluomo. Bella cosa è l'essere ricco: ogniuno ti onora, ti saluta, ti tocca la mano, si ferma a ragionare con te, ti compagna sino a casa e ti dimanda come stai. Mi chiama «gentiluomo», che né a me né a niuno della mia schiatta conviene tal nome).
GUGLIELMO. Gentiluomo, chi sei che batti a cotesta porta?
VIGNAROLO. Rispondi a me tu prima: chi sei che me ne dimandi?
GUGLIELMO. Padron mio caro, non entrate in còlera: di grazia dite voi, chi sète?
VIGNAROLO. Non ho da render conto ad un uomo vile come tu sei; ma tu che vuoi saper chi sia, tu chi sei?
GUGLIELMO. Il padron di questa casa!
VIGNAROLO. Tu menti che ne sii padrone, ché il padrone ne son io.
GUGLIELMO. (Forse mio figlio l'avrá venduta a costui). Quanto è che ne sète padrone?
VIGNAROLO. Io ne son padrone da quel tempo che ne fu padrone
Guglielmo.
GUGLIELMO. Chi Guglielmo?
VIGNAROLO. Degli Anastasi.
GUGLIELMO. Guglielmo Anastasio? quello che andò in Barbaria per saldar la ragione con quel suo compagno e si sommerse nel golfo?
VIGNAROLO. Quello che tu dici.
GUGLIELMO. Or se Guglielmo si sommerse in quel golfo, come or si trova vivo nella cittade?
VIGNAROLO. Goffo! perché mi salvai nuotando.
GUGLIELMO. (Che dice costui?).
VIGNAROLO. Ed io avea promesso Artemisia a Pandolfo per moglie, ed egli a me Sulpizia sua figlia.
GUGLIELMO. (Cancaro! questo è ancor me: e dice tutto quello che son io e sa tutti i miei secreti, sí come avesse la mia persona e lo mio spirito). Ma avèrti, giovane, che io son Guglielmo, e son colui che andai in Barbaria per saldar le ragioni con quel mio compagno, ed io promisi la mia figlia a Pandolfo; ma se io non sono né posso essere altro che io, e tu non sei né puoi essere altro che Guglielmo, tutti duo saremo Guglielmo e tutti duo saremo uno.
VIGNAROLO. Se tu dici piú simili parole, ti batterò con una pertica come si battono le noci. Che asinitá! se siamo duo, io e tu, come siamo un solo?
GUGLIELMO. Almeno dimmi se io sia diventato te e tu me.
VIGNAROLO. E pur lá! taci e fai meglio per te.
GUGLIELMO. Puoi far tu che non sia quel che sono? e non sia Guglielmo?
VIGNAROLO. Orsú, togli, Guglielmo; ricevi, Guglielmo!
GUGLIELMO. Oh oh! dispiacemi che per li travagli del viaggio io sia sí fievole e cagionevole della persona che non possa difendermi.
VIGNAROLO. Or dimmi se sei Guglielmo! poiché non posso con le buone parole far che tu non sia, lo farò con i legni.
GUGLIELMO. Volessero i cieli che non fossi Guglielmo o che non fossi mai stato, e che io fossi te e tu me, che io dessi e tu ricevessi le pugna!
VIGNAROLO. Dimmi or, chi sei?
GUGLIELMO. Son quello che tu vuoi che sia: Pietro, Giovanni, Martino.
VIGNAROLO. E perché dicevi poco dianzi che tu eri Guglielmo?
GUGLIELMO. Avea bevuto in un'osteria e stava ubriaco.
VIGNAROLO. Poiché non sei piú Guglielmo, chi sei?
GUGLIELMO. Tuo schiavo, tuo servitore.
VIGNAROLO. Io non ti vidi né conobbi mai, né sei mio schiavo né mio servitore.
GUGLIELMO. Ma di grazia parliamo a ragione: se non son Guglielmo, chi sono?
VIGNAROLO. Se non lo sai tu chi sei, manco lo so io: sei un cavallo, un bue, un asino.
GUGLIELMO. Messer sí, se fussimo nel tempo di Pitagora, direi che quando mi sommersi morii e l'anima mia entrò in un altro corpo e son un altro. Vorrei saper chi sono.
VIGNAROLO. Sei un tartufo!
GUGLIELMO. Sto fresco: questa veramente è una gran cosa; a me par essere pur quel Guglielmo di prima. Io non son morto: vedo, parlo, mi muovo; o forsi quando mi sommersi, per la gran paura che ebbi quando mi vidi la morte cosí vicina, fossi divenuto un altro, e mi bisogna trovar un'altra persona per essere alcuno?
VIGNAROLO. Non piú parole: o va' via o fa' meco questione!
GUGLIELMO. Non farò questione io teco.
VIGNAROLO. Partiti e non dir piú che sei Guglielmo.
GUGLIELMO. Oh disgrazia grande e non mai piú intesa, che un uomo abbia perduto se stesso e non sappia chi sia! E mi par questa disgrazia maggior della prima; e accioché il tempo non possa dar fine alla mia miseria, fa che sia scacciato da casa mia con dire che sia un altro, e poi trovar un altro che dica esser me. O voi tutti miseri e disgraziati che sète al mondo, correte a vedere la mia disgrazia, ché tutte le vostre vi pareranno nulle! O catene, o prigioni, o sferzate ricevute da' mori, quanto veramente mi eravate piú dolci; o perigli di mare, quanto mi eravate piú soavi; o mare, mio nemico capitale, perché mi lasciasti vivo, mi hai posto in questi travagli! Andai in Barbaria per acquistare danari, e perdei me stesso; per far conti col mio compagno, vi lasciai la persona. Meglio era perdere la robba e salvar me medesimo: da me solo mi difendei dal mare e non seppi difendermi da chi mi rubbò da me stesso!