ATTO II.

SCENA I.

LAMPRIDIO innamorato, PROTODIDASCALO suo precettore.

LAMPRIDIO. Ecco pur veggio quell'ora, che per troppo desiderarla mai non parea che venisse. Quanto pensi, o Protodidascalo precettore, mi sia dolce Napoli?

PROTODIDASCALO. Pol, aedepol, mehercle, quidem, Lampridio, che al fin ti será molto amarulenta. Nota «aedepol» col diftongo.

LAMPRIDIO. Pur la buona sorte ha voluto che ci venissi.

PROTODIDASCALO. «O terque quaterque beatus» se non ci fosti venuto mai!

LAMPRIDIO. E come desiosa farfalla corre intorno l'amato lume, cosí vo io ratto a pascermi gli occhi dell'amata luce del mio sole!…

PROTODIDASCALO. La fiamma ti comburerá l'ali, caderai deplumato e ustulato come il Dedalide—patronimice loquendo: Icaro figliuolo di Dedalo.

LAMPRIDIO…. da cui per esser stato cosí lontano, non so come le tenebre non m'abbino accecato e spento in tutto.

PROTODIDASCALO. O quam melius non stuzzicassi i carboni semivivi, semisopiti sotto la cenere, che ogni favillula dandole fiato cresce in gran fiamma. Però smorzalo.

LAMPRIDIO. Oimè come vuoi ch'io lo smorzi se tutto ardo? e Amor sí fattamente soffia nelle faci che m'ave accese nell'alma, che sono avampato di sorte che son tutto di fuoco.

PROTODIDASCALO. Rivolvendo le tue cure altrove, Amor insufflando ne' tuoi igniculi non fará altro che fumo. Ma se tu non volessi ignescere piú di quello che sei, non saresti venuto Neapolim versus. Non sai quel famulo terenziano:

Accede ad ignem hunc, iam calesces plus satis;

che il fuoco arde piú vicino che lungi?

LAMPRIDIO. Anzi l'incendio d'amore arde e si fa sentir di lontano piú che da presso. Ma io vo' palesarti il mio pensiero: le cose vietate sogliono piacere e le possedute rincrescere; io con l'esser venuto qui in Napoli, veggendola di continuo, per la troppa abondanza mi verrá in fastidio e mi levarò da questo amore.

PROTODIDASCALO. Falsum, idest falsa imaginatio est che la vista d'una cosa amata voglia rincrescer giamai; anzi non è cosa piú melliflua e piena di dolcedine ch'un polcrissimo aspetto, e quanto gli oculari radii piú reciprocano meno si saziano. Concludo ergo che questo tuo venir a Napoli non è altro che addere ignem igni.

LAMPRIDIO. Questa será veramente l'acqua ch'estinguerá il mio foco.

PROTODIDASCALO. Será come l'acqua che spruzza il fabro ferrario su' carboni per fargli piú flagranti ed escandescenti.

LAMPRIDIO. Non fará il tuo dire ch'io perda la sua grazia, poiché l'ho acquistata.

PROTODIDASCALO. Oh miserrimo e deperdito te, che chiami acquisizion d'altri la iattura di te medesimo! Rememora che quando pervenesti a Salerno non v'era giovine d'intelletto piú terso né di indole piú elegante di te. Sempre col Cantalicio e con lo Spicilegio alle mani; appena diceva: «arrige aures», che subito ti ponevi in ordine e aprivi le orecchie; non ti dava dettato cosí grande che non l'avessi capito e posto ben bene entro i meati dell'intelletto. Ed io vice versa tutto mi congratulava di tanta obedienza. Or piú non prezzi i fatti miei, «cepit te oblivio» d'ogni buon costume, e ti sei posto ad amplectere l'amor d'una donna. Odi Marone: «Varium et mutabile semper femina»; dove l'Ascensiano interprete enucleando quelle parole dice: «Femina nulla bona». Ella si ricorderá di te appunto come se non t'avesse conosciuto mai. Ma stimi che s'alcun formoso la chieda in copula matrimoniale, per amor tuo voglia giacer frigida nel lecto?

LAMPRIDIO. Protodidascalo, non far questa ingiuria al bello animo suo, ch'io nol comporterò.

PROTODIDASCALO. Ma penso fin ora ne sará fatto cerziore tuo padre Filastorgo—che è nome greco, «apò tû philin, apò tû astorgin», «ab amando filium», «che ti ama molto»;—onde o ti richiamerá a Roma overo un giorno tel vedrai: «Quem quaeritis? adsum»; ché non solo verrá qua equester o pedester ma navester ancora.

LAMPRIDIO. Il fuoco d'amore si consuma piuttosto da se stesso col tempo che con ricordi o solleciti avedimenti: però andiamo a Capovana a trovar Giulio studente che conoscemmo in Salerno, ché quel certo mi rallegrará con alcuna buona novella di Olimpia mia.

PROTODIDASCALO. Non ti ha scritto Giulio che Olimpia non voleva che tu fussi venuto a Napoli? e non ci fu detto nel diversorio che Olimpia si maritava con un certo capitano famigerato?

LAMPRIDIO. È bugia, nol credere.

PROTODIDASCALO. Niuno crede a quel che gli dispiace. Ma io mi dimentichi tutti i modi di dire ciceroniani e non possa finire il sesto di Virgilio che ho cominciato, se non ti succederá quel che ti dico; «obtestor deûm—pro 'deorum'—atque hominum fidem»!

LAMPRIDIO. Questi che viene in qua non è Giulio quel nostro amico?

SCENA II.

GIULIO studente, LAMPRIDIO, PROTODIDASCALO.

GIULIO. Se mal non veggio, questi mi par Lampridio; egli è desso. O
Lampridio dolcissimo!

LAMPRIDIO. O Giulio fratello, ché persona piú desiderata non arei potuto incontrar oggi!

GIULIO. Dio vi salvi e vi dia mille buon giorni!

LAMPRIDIO. Un solo basteria a farmi felice.

GIULIO. Se soverchiano a voi siano per i vostri compagni; a voi,
Protodidascalo.

PROTODIDASCALO. Oh come optatissimo ti obietti agli occhi nostri!

LAMPRIDIO. Che sai d'Olimpia mia?

GIULIO. Rispondete al saluto prima e dite:—Dio vi aiuti e salvi!—e poi mi dimandate d'Olimpia.

LAMPRIDIO. Come può mandarvi salute chi è privo d'ogni salute?

GIULIO. Or dite come stiate.

LAMPRIDIO. Dillomi tu, fratello, com'io stia, che lo sai meglio di me.

GIULIO. Come?

LAMPRIDIO. S'Olimpia m'ama io sto benissimo, se non m'ama io sto assai peggio che morto: non sai tu ch'ella è l'anima mia? non amandomi come potrei viver senz'anima? sarei un che vivesse morendo sempre.

PROTODIDASCALO. Larva d'uomo.

LAMPRIDIO. Lasciam questo: che sai d'Olimpia mia?

GIULIO. Nulla di nuovo se non che venne a casa Mastica e mi pregò caldamente che vi scrivessi che per quanto amor portate ad Olimpia e se avete a caro il suo piacere, non foste venuto a Napoli per una cosa importantissima.

LAMPRIDIO. Che cosa importantissima è questa?

GIULIO. Non saprei.

LAMPRIDIO. Che imaginate?

GIULIO. Non saprei che imaginarmi. Parmi che sii contristato: sei tutto mutato di colore.

PROTODIDASCALO. A questo nunzio oltre ogni suo cogitato dispiacevole, il freddo pavore di zelotipia ave invaso la fiamma comburenteli i precordi e l'ha fatto essangue e pieno di pallore. Segno di amore: «Palleat omnis amans», disse Nasone.

LAMPRIDIO. Per dirti la veritá, non avendomi detto la cagione m'hai posto l'animo non so come in suspetto.

GIULIO. Vuoi tu attristarti del male prima che sia?

LAMPRIDIO. Par che l'animo se l'indovini.

GIULIO. Forse è per ritornarne a Salerno di corto e vorrá ella istessa darti la nuova della sua venuta e risparmiarti questa fatica.

LAMPRIDIO. Non mi quadra, mi batte l'occhio dritto; e mi fu referito nel viaggio che si maritava con non so chi capitano suo vicino.

GIULIO. Io non so nulla di ciò: questa è la casa del capitano che dite, e questi che viene è suo servidore; volete che gli ne dimandi? Non rispondete? volgete l'animo a me.

LAMPRIDIO. Non l'ho meco.

GIULIO. Richiamalo a te.

LAMPRIDIO. Non posso, sta in gran tempesta, ondeggia. Ridillo, che non t'ho inteso.

GIULIO. Vuoi ch'io ne dimandi questo servo?

LAMPRIDIO. Me ne faresti piacere.

GIULIO. E vedrai quanto t'è stato detto tutto esser bugia.

PROTODIDASCALO. Festina i celeri passi, vien alacre, baiula un simposio sive un convivio intiero, ch'è infausto augurio per voi. Vi son colombe, animal di Venere: dinota coniugio. Lampridi Lampridi, timeo actum esse de te.

SCENA III.

SQUADRA, PROTODIDASCALO, GIULIO, LAMPRIDIO.

SQUADRA. Sia benedetto Idio che siamo usciti di tanti «voglio e non voglio» e «che si facevano e che non si facevano»; ché al fin s'è voluto e si fanno queste nozze.

PROTODIDASCALO. Rumina un certo quid de nupzie e ringrazia l'altitono
Giove che sian pur fatte.

GIULIO. Fermati, Squadra.

SQUADRA. Chi spensierato trattien un carico e che ha che fare?

GIULIO. Un che ti spedirá tosto. Volgiti.

SQUADRA. Non posso volgermi: ho la schiena troppo dura adesso. Paga un che ti ubedisca.

GIULIO. Dimmi, Squadra, donde vieni, dove vai e che robbe son queste?

SQUADRA. Vengo da comprare, vo a casa per apparecchiare il banchetto, ché il capitano s'ammoglia questa sera. Ecco t'ho detto donde vengo, dove vado e che robbe son queste.

GIULIO. Se tu m'avessi detto con chi, a me aresti tolto fatica di dimandare e a te di rispondere.

SQUADRA. Con Olimpia figliuola di Sennia, questa nostra vicina.

GIULIO. Questo è vero?

SQUADRA. Piú vero del vero.

LAMPRIDIO. (Mi par che da buon senno si mariti Olimpia, e di quanto ho sospetto, che sia vero).

PROTODIDASCALO. (Etiam ti pare? non bisogna che piú ti paia perché è maritata; se ben hai ruminate le recensite parole, non hai piú diverticolo d'allucinar te stesso. È maritata, plus quam maritata).

LAMPRIDIO. (Taci col tuo malanno!).

SQUADRA. Non mi date piú fastidio, di grazia.

GIULIO. Te ne darò mentre non mi dici quanto desidero.

SQUADRA. Non vedete che sto carrico, ho fretta, ho da far molte cose e ho poco tempo?

GIULIO. Mentre hai detto cotesto, aresti risposto a quanto voleva.
Mastica sa queste cose?

SQUADRA. Come non le sa, s'egli ha portato e riferito l'ambasciate e ogni giorno mangia col capitano?

GIULIO. Mi sapresti dir dove fusse?

SQUADRA. Ove si mangia o si tratta di mangiare.

GIULIO. Tutto questo sapevo io.

SQUADRA. Perché dunque ne me dimandi?

GIULIO. Va' in buon'ora carico e c'hai faccende; eccoti spedito.

SQUADRA. A dio, trattenitor degli affacendati.

SCENA IV.

GIULIO, LAMPRIDIO, PROTODIDASCALO.

GIULIO. Lampridio caro, oggi troveremo Mastica e c'informeremo meglio del negozio: forse non será cosí.

LAMPRIDIO. Questo «forse» non mi rileva nulla.

GIULIO. Intanto andiamo a pranso.

LAMPRIDIO. Andate a pranso voi, ch'io non pranserò né cenerò piú mai.

PROTODIDASCALO. Vuoi tu per questo appeter la morte?

LAMPRIDIO. Assai meglio che mal vivere. Sendo mancata la mia fé nel cuor di quella di cui l'imagine è piú viva nel mio che non v'è l'anima istessa, ed essendo morta per me chi era cagione che a me fusse cara la vita, non mi curo piú d'anima né di vita.

GIULIO. Sei tu disperato?

LAMPRIDIO. Eh, Olimpia Olimpia, non son queste le parole che mi dicesti partendoti da me: che piuttosto il sole sarebbe mancato di luce che tu giamai di fede, o che il tempo bastasse ad intepidirti l'ardore che mostravi tener acceso nel petto per amor mio! Ed è possibile che nel cuore, donde sono uscite queste parole, or vi sia entrata tanta oblivione? Sia maladetto tal core e sia maladetta, Amor, la tua potenza, che in quel core ove piú regnar dovresti ti lasci come vil servo vincere e dispreggiare….

PROTODIDASCALO. Lasciategli essalar gl'ignicoli accensi nell'intimo del suo core, che exarso dalla concupiscenza abbi l'egresso per questi respiracoli.

LAMPRIDIO…. Capelli, questo mio braccio non è piú vostro luogo! Verde seta, quanto mal fosti intrecciata con essi: mi promettesti speranza ma è giá morta ogni speranza per me. Voi m'avete ingannato; ma chi non areste ingannato se ci foste avolti da quella con tante belle maniere e tanti baci? Io calpesto cosí voi come ella ha sprezzata e calpestata la mia fede. Anello, tu non starai piú in questo dito: mi mostravi due fedi gionte, che se ben la lontananza o la morte ne parte i corpi non partirá l'alme in eterno che sieno legate d'amore….

PROTODIDASCALO. Oh, utinam, che concomitante il celeste favore questo fusse proficuo rimedio che lo vedessimo sospite di queste intricabili erumne!

LAMPRIDIO…. Ahi donne perfide e infideli—delle ingrate parlo io,—tutte sète macchiate d'una pece, tutte sète ad un modo! Non perché vi si mostri piagato il core in mille parti, non perché si spenda la vita mille volte per onor vostro, si può acquistar tanto merito appresso voi che in un punto non vi si dilegui dalla memoria. L'instabilitá è ogetto del vostro cuore, la leggerezza è nata nel mondo dalla vostra condizione….

PROTODIDASCALO. Oh che tu cernessi con gli occhi miei queste donne petulche Pasife, queste trisulche vipere!

GIULIO. Lampridio caro, non avete ragione biasmar tutte per una che vi dia cagion di dolervi: ci sono delle cortesi e delle gentili sí. Ben si conosce che vi sopravince la còlera.

LAMPRIDIO…. Ah Mastica Mastica, non senza cagione volevi che non fossi venuto a Napoli, accioché non vedessi che mi tradivi; della tua infedeltá non devo punto maravegliarmi, perché hai fatto da quel che sei! Ma io mi masticherò questo tuo core.

PROTODIDASCALO. Non t'ho io da gl'incunabuli animadvertito con mille ciceroniane auree sentenze, che in questo abietto hominum genere v'è sempre carenzia di fede? e hai sempre floccipeso le mie parole. Che vuol dir Mastica se non «mastix», «verbero», vulgari vocabolo «sacco di bastonate» e «truffatore»?

GIULIO. Orsú, date fine a tanta còlera.

LAMPRIDIO. Amico, se mai mi facessi piacere, vattene, lasciami qui solo, lasciami sfogare e dolere a modo mio.

GIULIO. Non è vergogna qui nella strada publica dolersi come figliuolo? Andiamo a casa, serratevi in una camera e qui a vostra posta doletivi quanto vi piace.

LAMPRIDIO. Né in casa vostra né in Napoli starò un sol punto; andrò a farmi monaco per disperato in un eremo. Anzi fammi una grazia, fratello: menami al Molo grande, ch'io voglio or ora buttarmi in mare.

PROTODIDASCALO. Oh miserrimo chi segue questo giovenecida Amore! Germanule, andiamgli dietro, ché non incida in qualche discrimine della vita.

SCENA V.

TRASILOGO, SQUADRA.

TRASILOGO. Dunque un romano ará tanto ardimento da farmi un simile inganno?

SQUADRA. Chi v'ha rivelato questa cosa, padrone?

TRASILOGO. Anasira, quella mia conoscente; e vogliono con questo inganno tormi Olimpia mia sposa. Son uscito per incontrarlo e ammazzarlo.

SQUADRA. Per dirlovi, padrone, a me parea impossibile che Olimpia v'amasse mai, perché alla vista conosceva che ne stava molto aliena.

TRASILOGO. O Dio, che queste feminacce del diavolo fanno sí poco conto d'un cor tremendo e foribondo! Mirami un poco in viso: è faccia questa da sprezzarsi da Olimpia? Io mi ho inteso lodar di bellezza e ho fatto morir le migliaia delle donne d'amore a dí miei; e chi m'avea a dormir seco lo riputava a molto favore, per aver razza d'un par mio per uomini da guerra.

SQUADRA. Olimpia è come l'altre: s'attacca sempre al peggio.

TRASILOGO. S'ella mi vedesse in mezzo un essercito di nemici, dove non si vede altro che spronar cavalli, abbassar lancie, sonar tamburri e trombe, scaricar archibuggi, bombarde e artegliarie, e io con questa mia Balisarda aprir elmi, forar corazze, romper teste, tagliar colli e infilar cuori; s'ella mi vedesse con una lancia in resta e prima che si pieghi buttar in terra almen sette persone, mi giudicarebbe un fulmine di guerra; ed ella e tutto il mondo impararebbe a far altro conto di me che non ne fanno.

SQUADRA. Or questo sí che desiderarebbe veder Olimpia prima che si pieghi: di buttar sette persone in terra.

TRASILOGO. Ma oimè, che la gelosia m'ha posto un verme nel core che mi rode tutto e mi scompiglia: che verme, che verme! Io sento Amore che con cento cannoni mi dá la battaria all'anima. Giá sono abbattute le cortine e occecati i belovardi, ecco mi dan l'assalto; ahi spada, che mi consigli? ahi Durindana, tu non mi servi a nulla!

SQUADRA. Padrone, veggio non so chi in finestra.

TRASILOGO. Mira se mi guarda.

SQUADRA. Non vi move gli occhi da dosso.

TRASILOGO. Deh, che m'attaccassi ora alla scaramuccia con mille persone, ché in tre colpi ne vorrei far cento pezzi di tutti; che non vorrei mai tirar colpo che non andasse a pieno, né volger sguardo che non mi facessi fuggir dinanzi una compagnia. Vien qua che ti vo' mostrar certi colpi di spada. Al primo sfodrar della spada fatti innanzi con questo mandritto sul capo, con questo roverscio alle tempie, poi caricagli sopra con un piede inanzi, che passaresti una torre da un canto all'altro.

SQUADRA. Padrone, riponete la spada or che siete in furore, che non m'ammazzate.

TRASILOGO. Orsú, poni effetto a questo falso filo, ché saresti per sbarattar la scrima.

SQUADRA. Avertite che non vi scappi da mano. Diavolo! che Olimpia ha serrato la fenestra.

TRASILOGO. Ahi, capitan Trasilogo, rovina degli esserciti, distruggitor delle cittadi, eversor degl'imperi, tu devi esser stimato cosí poco! Vien qua, spezza la porta, entra, sali e di' ad Olimpia che ho preso piú cittá e castelli e che ho piú ferite nella persona ch'ella non ha posto punti d'ago su la tela in sua vita, e che ho cento gentildonne che spasimano per amor mio; e se non fusse che è una vil feminella, non la scamparia il cielo che non avesse a partirsi una cappa meco e ucciderci dentro un steccato. Che tardi?

SQUADRA. Non saria meglio, padrone, sfogar questa còlera sopra Mastica o sopra quel romano, e lasciar questa casa? chi può saper che vi sia dentro!

TRASILOGO. Dici bene, mi vo' appigliare al tuo consiglio; potrebbe esser qualche stratagemma, che ci fusse qualche imboscata dentro. Será bisogno venirci ben provisto e tôr prima le difese. Andiamo, ché vo' spianar questa casa da' fondamenti.

SQUADRA. Fermatevi, padrone, ché vien Mastica e un giovanetto, qual stimo il romano. Ascoltiamo un poco: forse ragionano su questo fatto.

SCENA VI.

MASTICA, LAMPRIDIO, PROTODIDASCALO, SQUADRA, TRASILOGO.

MASTICA. Anzi or veniva insino a Salerno a recarti la piú lieta novella che tu avessi avuta giamai.

LAMPRIDIO. Perdonami se a torto mi sono adirato teco.

MASTICA. Conosci tu questa lettera?

LAMPRIDIO. Oimè, d'Olimpia mia!

MASTICA. Ti porto cosa miglior di questa.

LAMPRIDIO. Che cosa mi potrá esser piú cara e miglior di questa? Parla presto: che nuova m'apporti d'Olimpia?

MASTICA. Nulla, ma lei tutta insieme.

PROTODIDASCALO. (Me miserum, io arbitrava che fusse paulo minus che evaso da questa egritudine: or questa speranza sará un suscitabulo, ché di nuovo la fiamma si pascerá delle sue midolle!). Lampridio, perpendi gl'inganni, non credere, son tutte nughe.

LAMPRIDIO. Dimmi, Mastica, dove mi porti Olimpia?

PROTODIDASCALO. Se non la porta dentro quel suo tumido ventre, ignoriamo dove la porti.

MASTICA. Questo ventre è che te la porta.

PROTODIDASCALO. Dunque bisogna invocar: «Iuno Lucina fer opem», che tu partorisca, o chiamar un lanista che ti squarti per cavarnela fuori?

MASTICA. Anzi mantenermelo grasso e grosso, onto e bisonto.

LAMPRIDIO. Mira che gran ventre che ha fatto!

PROTODIDASCALO. Come può esser gracilescente se dentro vi sono i
Bartoli e Baldi, i testi, l'arche e la supellectile ch'avevi in casa?

MASTICA. Che testi, che archi, che tele?

PROTODIDASCALO. Quei che saepicule abbiam pignorati e venduti per pabulare con munificentissima largitade la tua hiante bocca ed empir di vino cotesta tua absorbula gola.

LAMPRIDIO. Lasciam questo: mostrami Olimpia mia.

MASTICA. Scostiamci di qui, che non siam visti ragionare insieme.

LAMPRIDIO. Eccomi.

TRASILOGO. (Ascolta, Squadra).

SQUADRA. (E voi stiate ancora intento).

MASTICA. Sappi che quando la vecchia mandò a chiamare Olimpia da
Salerno, la voleva maritare con un certo capitano sciagurato….

TRASILOGO. (A dispetto di…, potta del…!).

SQUADRA. (Fermatevi, ché ci sará tempo a questo).

MASTICA…. Ella negando sempre non volse mai consentirvi; pur volendo la madre che vi consentisse per forza, si serrò in una camera, si stracciò i capelli, si batté il petto, né fece altro che piangere e sospirare….

LAMPRIDIO. Questa è la lieta novella che m'apportavi? Mi hai mezzo morto!

MASTICA. Ascolta se vuoi.

LAMPRIDIO. O cielo, come consenti che gli occhi, sole d'ogni tuo sole, or sparghino tante lacrime? o Amore, come tu soffri che si straccino quelle trecce dorate con che tu suoli legare ogni persona? o cuor mio, anzi non cuore ma pietra, come non scoppi di doglia in sentir questo?

MASTICA. Tu piangi? e che faresti vedendo rotta una pignatta in mezzo il foco vicino l'ora di mangiare?

PROTODIDASCALO. Sempre sta l'animo in saziar l'inexplebile aviditate del suo elefantino corpo e pascer l'ingluvie di quella vorace proboscide.

LAMPRIDIO. Presto, finisci d'uccidermi.

MASTICA…. Ella sempre che mi vedeva in presenza della madre, mi volgeva gli occhi con certo atto pietoso che parea che mi dicesse:—Mastica, abbi pietá di me….

LAMPRIDIO. Beato te!

MASTICA. Per che cosa? perché ho fatto forse collazione?

LAMPRIDIO. Che collazione? Perché puoi trattare e ragionar con Olimpia e vederla quanto ti piace.

MASTICA. Dieci di queste beatitudini le venderei per un bicchier di vino.—… Poi quando alla sfuggita mi potea parlare, diceva:—Mastica, sai tu novella di Lampridio mio?—e finiva le parole che le portavano l'anima in sino a' denti….

LAMPRIDIO. O vita dell'anima mia, o somma allegrezza di questo cuore, ben serbi l'animo tuo generoso in ricordarti di chi promettesti d'amare! oh come uccidendomi m'hai risanato!

MASTICA. Tu ridi adesso? o cervellaggine d'innamorati!

PROTODIDASCALO. Ecco ristorate le prosternate passioni.

LAMPRIDIO. Segui.

MASTICA…. Al fin per tôrsi da questo intrico, ha inventato il piú bello e colorito inganno che si possa imaginare, facile a fare e piú facile a riuscire….

LAMPRIDIO. Dillomi di grazia.

MASTICA. Leggi questa lettera e rispondi da te stesso alla tua dimanda e raccontati la trama ordinata.

LAMPRIDIO. Perché non me la dái? Non la stringer cosí forte, ahi come la tratti male! Dammela ché me la pongo nel petto, anzi nel core anzi nell'anima.

PROTODIDASCALO. Eh! Lampridio Lampridio, tu dispreggi le mie parole, eh? non ti lasciar deludere.

MASTICA. Adaggio, ché abbiamo a far un patto tra noi. Subito che serai entrato in casa, vo' che si bandisca la guerra mortale a sangue e a foco al pollaio, che si dia la rotta a tutt'i fiaschi, pignatte, bicchieri e piatti piccioli che sono in casa; vo' che mi sieno consignate le chiavi della cantina, dispensa, casce e d'ogni cosa: vo' essere il compratore, il cuoco e il maggiordomo; vo' la parte di tutto quello che si pone in tavola, che non vogli vedere il conto di quel che spendo né che mi facci levar mattino, ma che mangi e dorma quanto mi piace; e sopra tutto che questo pedantaccio non accosti in casa.

PROTODIDASCALO. Menti, lurcone, nugigerolo, sicofanta!

MASTICA. Menti tu, che sia tuo fante.

PROTODIDASCALO. Heu, heu, heu!

MASTICA. Guai ti dia Dio, che hai?

PROTODIDASCALO. Mi doglio all'antica. Da dolentis? heu, ah et cetera.
Ma «o tempora, o mores», o aurea etá, dove sei transacta, ove sei! o
Cicerone che increpavi i tuoi tempi! Siamo in questo esecrando secolo,
in questa etá ferrea a garrir con questo petulante.

MASTICA. Vuoi disputar meco? e se vincerai vo' star un giorno senza mangiare, e se perdi vo' farti un cavallo, ché non sai accordare il geno mascolino col feminino.

PROTODIDASCALO. Va' e disputa con i tuoi pari dell'arte tua, de re culinaria.

MASTICA. Anzi questa è l'arte tua.

PROTODIDASCALO. Dico «culinaria» seu «coquinaria», cioè di cocina; questo è un sinonimo.

LAMPRIDIO. Maestro, di grazia pártiti di qui, ché non può esser ben di me se mi stai d'intorno.

PROTODIDASCALO. Leggi un poco questi endecasillabi che t'insegnano a non farti deludere.

LAMPRIDIO. Va' col nome del diavolo tu e tuoi versi: che seccaggine è questa!

PROTODIDASCALO. Heu misera, negletta e profligata virtude!

MASTICA. Orsú, mi prometterai tu quanto ti ho detto?

LAMPRIDIO. Eh, Mastica, conoscerai in altro modo la mia liberalitá.

MASTICA. Eccoti la lettera, leggi piano che non sii inteso.

LAMPRIDIO.—«Sola speranza d'ogni mio bene,…». Oh dolcissimo principio! Beata carta, quanto tu devi tenerti piú felice dell'altre, poiché ella s'è degnata appoggiarci le belle mani! Mentre bacio questi caratteri parmi che baci quelle mani che l'han formati, quella bocca che gli ha dettati e quell'animo che gli ha concetti.

MASTICA. Non tanti baci sopra baci; e che faresti a lei se cosí baci l'ombra delle sue mani?

LAMPRIDIO. Oh, che parole dolcissime! O bello inganno, ben veramente mostra esser uscito dal suo ingegno divino!

MASTICA. Non piú, basta: non l'hai letta, vuoi tu leggerla un'altra volta?

LAMPRIDIO. Deh, lasciami leggere tutto oggi, ché mentre leggo questa parmi che ragioni seco!

MASTICA. Fermati, dove vai?

LAMPRIDIO. Vo a casa di Giulio a trovar le vesti per vestirmi da turco e venir or ora a casa vostra.

MASTICA. Ascolta, aspetta.

LAMPRIDIO. Presto, ché l'allegrezza mi scorre per tutte le vene di trovarmi con lei e disturbar il matrimonio tra lei e questo capitano furfante.

SCENA VII.

TRASILOGO, LAMPRIDIO, MASTICA, SQUADRA.

TRASILOGO. Oimè, non posso piú tenermi che con un pugno non gli rompa la testa e non li schiacci quell'ossa.

LAMPRIDIO. Mastica, chi è questo rompiosse e schiacciateste?

MASTICA. È quel capitano che vuol prender Olimpia tua per moglie.

LAMPRIDIO. Poiché questi cerca privarmi d'ogni mio bene, cercherò prima privar lui della vita.

TRASILOGO. Io darò tal calcio dietro a questo furbetto che lo farò andar tanto alto che, se ben portasse seco un fardello di pane, gli sará piú periglio di morirsi di fame per la via che morirsi della caduta. E quest'altro vo' che assaggi un pugno delle mie mani, ché so che non è duro il suo osso come la mia carne, e li farò tanto minuta la carne e l'ossa che non será buona per pasto delle formiche….

SQUADRA. Non con tanto impeto, padrone.

TRASILOGO…. Io lo spaventerò con la guardatura, che non será altrimente bisogno di por mano alla spada….

LAMPRIDIO. Mira che passeggiar altiero, mira che bravura!

SQUADRA. Lasciatelo andar, padrone, ché alla ciera mi par di buono stomaco.

TRASILOGO…. Io gli darò a ber un poco d'acqua di legno, che gli lo sconcierá di sorte che per parecchi giorni non gli verrá voglia di mangiare. Ma será meglio che gli parli prima.—Dimmi un poco, conoscimi tu?

LAMPRIDIO. Io non ti conosco né mi curo di conoscerti. Ma tu conosci me?

TRASILOGO. Non io.

LAMPRIDIO. Orsú, vo' che mi conoschi, perché vogliam fare questione insieme.

TRASILOGO. Poiché io non conosco te né tu me, non accade far questione altrimente.

LAMPRIDIO. Su, poni mano alla spada.

TRASILOGO. Non la vo' ponere se non dove piace a me: vuoimene forzar tu? sei tu padrone delle mie mani? sto io con te che mi comandi?

LAMPRIDIO. Sí, perché ci vogliamo romper la testa insieme.

TRASILOGO. La testa mia io la vo' sana; se la vuoi rotta tu, battila in quel muro.

LAMPRIDIO. Per parlarti piú chiaro, dico che ferendoci tra noi ci vogliamo cavare un poco di sangue.

TRASILOGO. Sangue ah? ne ho poco e buono; se soverchia a te, vattene ad un barbiero che con poca spesa te ne caverá quanto vuoi.

MASTICA. (Uomini che abondano assai di parole mancano assai di fatti).

LAMPRIDIO. Hai paura di me?

TRASILOGO. Ho paura di me, non di te.

LAMPRIDIO. Pecora, asinaccio!

SQUADRA. Rispondetegli, padrone.

TRASILOGO. Il malanno che Dio ti dia, non mi chiamo cosí io!

LAMPRIDIO. Tu fuggi, eh?

TRASILOGO. Io camino presto.

MASTICA. (In cambio di menar le mani mena piedi).

TRASILOGO. Oimè, oimè!

SQUADRA. Ancor non vi ha tócco e voi gridate.

TRASILOGO. Se gridassi dopo, a che mi giovarebbe?

LAMPRIDIO. Mastica, mira se è sciocco: non ha voluto venir all'esperienza dell'armi con me.

MASTICA. Anzi è savio, ché ha voluto prima credere che provare.

LAMPRIDIO. Andiam per i fatti nostri.

MASTICA. Andiamo. Ecco mi vedrò le vene gonfie, i nervi distesi, allisciarsi la pelle della mia pancia che pareva la faccia della bisavola mia.

TRASILOGO. Son partiti, Squadra.

SQUADRA. Sí, sono.

TRASILOGO. Mira bene.

SQUADRA. Non vi è persona, dico.

TRASILOGO. Io non ho voluto porre a rischio un par mio con lui, ché a me ogni minima ferita m'ucciderebbe perché son tutto cuore; ma egli è tutto polmone. Né gli ho voluto rispondere perché non aveva còlera.

SQUADRA. Perché non vi serbate la còlera per lo bisogno?

TRASILOGO. Ma or che la còlera m'è salita al naso e mi fuma il cervello, ti farò conoscere chi son io.—Pecora, asinaccio sei tu. Menti per la gola: questa è mentita data a tempo, non te la torrai da dosso come pensi. Mondo traverso, perché non vieni qua ora? ché ti romperei la testa e ti cavarei col sangue l'anima: tif, taf. Hai paura di me? Fuggi dovunque tu vuoi, ch'io ti troverò e cavarò gli occhi e farò che tu stesso li veggia nelle tue mani.

ATTO III.

SCENA I.

MASTICA, LAMPRIDIO, PROTODIDASCALO.

MASTICA. Camina sicuramente, ché non è uomo che vedendoti con questo ferro al collo, col turbante in testa e con queste vesti, non ti giudichi or ora scampato di man di turchi, ritratto dal naturale.

LAMPRIDIO. Amor, favoriscimi a questo inganno, ché non si può far cosa buona senza l'aiuto tuo.

MASTICA. Hai la catena ne' piedi?

LAMPRIDIO. Vorrei che ti potessero rispondere le mie gambe che appena la ponno trassinare.

MASTICA. Io vado: or vedrai la tua Olimpia desiderata.

LAMPRIDIO. O braccia mie aventurose, dunque voi cingerete il collo della terrena mia dea? o bocca mia, tu bascierai le guancie delicate e gli occhi del mio sole? O Amore, se ti piace ch'io ottenga cosí desiderata felicitá, donami tanta forza che la possa soffrire: ché dubito che vedendomi Olimpia in queste braccia, non mi muoia di contentezza.

MASTICA. Lampridio, tieni le parole a mente. Subito che serai intrato in casa, comanda che si tiri il collo a quante galline ci sono e che mi siano dati dinari per comprar robbe.

LAMPRIDIO. Eccoti dinari, spendi ciò che tu vuoi, non me ne render conto.

PROTODIDASCALO. È stato supervacuo admonircelo, egli lo fa indesinenter; non è oggi il primo giorno che cognovisti eum.

MASTICA. Ricordati dimandar quello che ti ho detto, per mostrar che sei figlio a Teodosio.

LAMPRIDIO. Non me lo dir piú, ché lo so cosí bene che ricordandomelo piú, me lo faresti smenticare.

MASTICA. Tu sei tutto mutato di colore.

LAMPRIDIO. Questa insperata speranza d'allegrezza m'ha tolto fuor di me stesso. Non so che m'abbi: cuor mio, sta' fermo; tu par che non mi capi nel petto, tu dibatti cosí forte come se ne volessi saltar fuori.

MASTICA. Con questo colore tu saresti piuttosto per sconsolarle che rallegrarle con la tua venuta.

LAMPRIDIO. Farò migliore viso se posso. Va' tu presto e recami da vestire.

MASTICA. Lo farò. Io entro prima, darò la buona nuova e le farò uscir fuora a riceverti.—O di casa, allegrezza allegrezza, mancia, buona nuova!

SCENA II.

LAMPRIDIO, PROTODIDASCALO.

LAMPRIDIO. Protodidascalo, tu stai di mala voglia.

PROTODIDASCALO. Taedet me et misereor del caso dove sei per incidere.

LAMPRIDIO. Se tu avesti pietá di me, me lo mostraresti in altro.

PROTODIDASCALO. Che magior granditudine di cosa si può autumare, che per un tantulo di oblectamento ti poni in pericolo che discoprendosi è per apportarti il maggior dedecore che mai s'ascolti?

LAMPRIDIO. Non si può scoprire se non lo scopriamo noi stessi, ché non ci è altro al mondo che lo sappi.

PROTODIDASCALO. Lo sa Mastica, or l'ará detto a cento: non passará una ebdomada che lo saprá tutto Napoli. Ascolta Virgilio:

Fama, malum quo non aliud velocius ullum, mobilitate viget viresque acquirit eundo.

LAMPRIDIO. Mastica, non lo dirá, perché li terremo la bocca otturata con migliacci e maccheroni che gl'ingozzeranno, né potrá parlar se ben volesse.

PROTODIDASCALO. Un altro li dará da ingurgitar vino, manderá giú quelle polente mileacee suffrixe che tu dici e vomiterá con quella ingluvie quanto saprá di voi. Ma come diresti latinamente i maccheroni? Ascolta: è una certa radicula detta «macheronium», che anticamente si commendava ne' panefici; però quelli pastilli farinacei si direbbono eleganter «macheronei».

LAMPRIDIO. E quando si scoprisse, non saremo uomini da fugir di
Napoli, di Roma e tutto il mondo?

PROTODIDASCALO. Il medesimo dicono i malefici e facinorosi, e senza avedersene si trovano il carnefice sugli umeri, alle tergora.

LAMPRIDIO. Se tutti avessimo il gastigo de' peccati che facciamo, non si trovarebbono tante fune per far tanti capestri.

PROTODIDASCALO. Forse a coloro favorisce la sorte. Ma ascolta questo duodecasticon che consta di anapesti, coriambi e proceleusmatici in favor della sorte:

O sors mala….

LAMPRIDIO. Non, no di grazia, non è tempo adesso di queste baie. Non mi turbar la presente allegrezza con questi tuoi amari ricordi, ché l'animo determinato non ave orecchie.

PROTODIDASCALO. Voi gioveni, eccitati dall'illice d'amore, d'ogni cosa volete scapricciarvi, e la voglia v'impiomba cosí l'orecchie che non vi fa animadvertere cosa alcuna. Questa frode che usi per fruir la clavigera del cuor tuo, non è altro che seminar il canape per tesserne un laccio con che il prelibato carnefice ti chiuda la vita. Sai quanto in Napoli s'osserva la giustizia, e tu sei forastiero.

LAMPRIDIO. Taci, vattene vattene; ecco Olimpia mia.

SCENA III.

SENNIA vecchia, OLIMPIA, LAMPRIDIO.

SENNIA. O Eugenio pianto e sospirato sí lungo tempo!

LAMPRIDIO. O Sennia madre, ché l'odor del sangue mi ti fa conoscere per madre!

SENNIA. Olimpia, abbraccia il tuo fratello: come stai cosí vergognosa?

LAMPRIDIO. O sorella, dolcissima anima mia!

OLIMPIA. O amato piú che fratello, non conosciuto ancora!

SENNIA. Io tutta ringiovenisco e in avervi cosí subito acquistato, figliuol mio, parmi che t'abbia or partorito. Mira, Olimpia, come nel fronte e negli occhi ti rassomiglia tutto.

OLIMPIA. Il resto dovea assomigliare a suo padre.

SENNIA. Non pigliar a tristo augurio, figliuol mio, ch'io pianga, ché l'allegrezza ch'io sento di tua venuta, tanto piú cara quanto men la sperava, mi fa cader le lacrime dagli occhi.

LAMPRIDIO. O madre, io ancora non posso tenermi: sento il cuor liquefarsi di tenerezza. Raguagliami: è viva Beatrice mia zia di che molto si ricordava Teodosio mio padre?

SENNIA. Vive e si sta maritata in Salerno molto ricca.

LAMPRIDIO. Eunèmone suo fratello come vive?

SENNIA. Son dieci anni che si morio.

LAMPRIDIO. Duolmi di non poterlo veder vivo. Ditemi, mia sorella
Olimpia è maritata?

SENNIA. L'abbiamo giá per maritata e questa sera abbiamo destinata alle sue nozze: aremo doppia allegrezza.

LAMPRIDIO. Poiché non è maritata fin adesso, lasciate che ancor io ne abbi la parte della fatica: me ne informerò di costui, poi informerò bene mia sorella del tutto.

OLIMPIA. Mi contento che mio fratello facci di me ciò che gli piace.

SENNIA. Prima che entriate in altro ragionamento, parmi venghiati a riposarvi, ché per la fatica grande ch'avete sopportata la notte e il giorno stimo che non possiate regervi in piedi.

OLIMPIA. Andiamo, fratel mio.

SENNIA. (Quante carezze ti fa, Olimpia, il tuo fratello).

OLIMPIA. (Oh come è amorevole! deve essere usato in quelle parti della Turchia dove i fratelli e sorelle devono conversare con questa domestichezza).

SENNIA. Vo innanzi, Eugenio figliuol mio.

LAMPRIDIO. Ecco il vostro schiavo in catene che ave esseguito quanto dalla sua divina padrona gli è stato imposto, acciò conosca l'ardentissimo desiderio c'ho di servirla e mostri il simolacro del cor suo qual stia avinto intorno di catene.

OLIMPIA. D'oggi innanzi cominciarò ad avervi in piú stima e gloriarmi di questa mia bellezza, poiché è piaciuta a persona tale che è posta in tanto pericolo per amor mio.

LAMPRIDIO. La contentezza che ho di mirarvi a mio modo e di servirvi, seria stato ben poco se l'avessi comprata con pericoli di mille vite.

OLIMPIA. In me non conosco tal merito, ma ringrazio di ciò il cortese animo vostro.

LAMPRIDIO. Ringraziatene pur colui che vi creò di tal pregio che sforza ognun che vi vede a servirvi e onorarvi.

OLIMPIA. Desidero non essere intesa da' vicini o da quei di casa, e sopra tutto bramo vedervi sciolto da queste catene che temo non v'offendano, ché a questo collo delicato e a questi fianchi ci convengono le braccia di chi vi ama a par dell'anima e della sua vita.

LAMPRIDIO. L'offesa me la fate ben voi, anima mia, con dir che queste m'offendano: che mentre mi stringono appo voi mi fanno piú libero dell'istessa libertade; e che sia vero, ecco che da me stesso son venuto a farmevi prigione. Ma quelle che mi stringono nell'amor vostro, sempre ch'io pensassi disciorle m'allacciarebbono in duri ceppi e in amarissima prigione.

OLIMPIA. Ho tanta speranza ne' meriti dell'amor mio che con mille catene piú dure di queste ci legheremo con nodi d'inseparabil compagnia, né basterá alcun accidente schiodarle se non la morte.

LAMPRIDIO. O Dio, non è questa Olimpia mia? non è questa la sua figura angelica? non la tengo abbracciata io o forse sogno come ho soluto sognarmi altre volte?

OLIMPIA. Sento gente venir di su. Caminate, fratello.

LAMPRIDIO. Andatemi innanzi, sorella.

OLIMPIA. Io vo, fratello carissimo.

LAMPRIDIO. Vi seguo, sorella. O dolcissima conversazione!

SCENA IV.

MASTICA solo.

MASTICA. Non dubitate, fratelli e sorelle: giá da ora cominciate a far entrare in suspetto Sennia dell'amor vostro. Lo stomaco di Lampridio è come la pignata che bolle: Olimpia standogli intorno gli stuzzica il fuoco; poco potrá tardare che non bolla e non mandi la schiuma fuori. Iddio voglia che perseveri d'andar bene e la cosa resti qui. Io, poiché l'arte del ruffiano m'è riuscita, non dubito morirmi piú di fame. Oh che mercanzia muta, oh che alchimia non conosciuta, dove con poche parole si fanno molti scudi! E poiché son consapevole de' fatti d'Olimpia, la terrò sempre soggetta e la farò fare a voglia mia; e come Lampridio pone la botte a mano, ne faremo bere qualche voltarella da alcuno di tanti assassinati dall'amor suo. A che se ne accorgerá Lampridio? che quanto piú se ne beve piú ce ne resta: è forse la nostra botte della cantina che bevendo vien meno? E se ben si scopre, che potrá farmi Sennia? potrá altro che spogliarmi questi panni che m'ha fatto ella e cacciarmi fuora? Almeno se ho da mostrar le carni nude, le mostrerò grasse e liscie. Fratanto attenderò ad empirmi la pancia ben bene e massime questa sera che, per esser sposi novelli e la prima volta che mangiano insieme, staranno vergognosetti, appena assaggiaranno le vivande con la punta delle dita che le manderanno via. O Dio, potessi allargarmi questo ventre altro tanto per verso, spalancarmi questa bocca, accrescermi un altro filaro di denti, allongarmi questo collo, che se mai fui Mastica ci serò questa sera, che non cessarò di masticar mai finché non toccherò con le dita che son pieno fin alla gola. Lascierò le parole, ché non cenino senza me.

SCENA V.

ANASIRA sola.

ANASIRA. Troppo è misera la condizion delle donne, poiché ne bisogna tòr marito a voglia di parenti, col quale abbiamo a vivere fin alla morte. Sia benedetta l'anima di mia madre, che per aver tolto un marito per forza a voglia di suo padre, se ne tolse cinquanta a voglia sua, e a me ne fe' provare prima dieci e poi mi diede l'elezion di tormi qual piú mi piacesse! Lo dico ad effetto, ché se mai mi son rallegrata del ben d'altri, or me ne son rallegrata piú che mai, che uscendo poco fa di casa d'una amica, intesi dir per la strada ch'erano gionti doi cristiani scampati di man di turchi: me ne rallegrai vedendo che le genti lo tengono per vero e Olimpia ottenghi il suo desiderio. Caminando piú avanti, trovai una calca di persone raccolte insieme: dimandai e mi fu risposto che stavano mirando certi che erano stati schiavi di turchi. Desiosa veder questo Lampridio, ché non mi scappi il manto, me lo piglio a due mani, e spingo innanzi finché vedo due persone, una di venti e l'altra di sessanta anni, vestite da turchi con le mani piene di calli e ne' piedi si conosceva il segno del cerchio della catena: niuno di loro mi avea ciera d'innamorato, e mi meraviglio come vogli Lampridio comparir in quel modo innanzi la sua innamorata. Me ne andrò a riposare, ché ho tanto menato le gambe per compir presto il viaggio che par che abbia una fontana di sotto.

SCENA VI.

TRASILOGO, SQUADRA.

TRASILOGO. Che il capitan Trasilogo, sgombrator di campagne, destruttor di belovardi, ruina di muraglie e desolator de cittadi patirá che gli sia fatta cotanta ingiuria?…

SQUADRA. Veramente lo merita questo gastigo.

TRASILOGO…. e che un romano abbia a tormi la sposa promessami?…

SQUADRA. E il peggior è che Olimpia non vi può sentir nominare.

TRASILOGO…. Tagliarò Sennia per mezo; Olimpia la prenderò per lo collo e senza toccar terra la porterò prigione in casa mia; a Mastica ficcherò un spiedo per sotto che gli lo farò uscir per la bocca; a questo romano spezzarò su la schena dieci fasci di bastoni, né lo difenderan dalle mie mani cento muraglie o bastioni….

SQUADRA. Bene!

TRASILOGO…. Se non spianarò questa casa dal basso suolo, non vo' portar piú spada a lato. Onde spero per tale essempio agli occhi di ciascheduno che non aran piú ardimento d'offendermi….

SQUADRA. Benissimo!

TRASILOGO…. Orsú, fatevi inanzi, soldati! olá, Pelabarba,
Cacciadiavoli, Rompicollo, Spezzacatene….

SQUADRA. Tutti siam qui apparecchiati.

TRASILOGO…. ponetevi tutti in ordine, perché ne vo' far la rassegna. Fermati tu, dove vai tu? Sta' dritto tu! Che arme è questa? or non avevi altre arme in casa, che venir fuori con una scopa? che mi pari piuttosto un spazzacamino che soldato….

SQUADRA. Buon pensiero, padrone, per nettar il sangue e le cervelle, le braccia, le mani e l'altre membra, che si troncheranno per la scaramuccia.

TRASILOGO…. Tu perché con questo spiedo?

SQUADRA. Per infilzar Mastica, come avete detto, accioché non ingoi piú fegatelli.

TRASILOGO. E Olimpia e Sennia insieme con lui.

SQUADRA. Non tanto male a' poveretti: è troppo gran vendetta.

TRASILOGO. Io per minor cosa di questa rovinai la Capestraria, l'Arcifanfana e la Cuticulindonia.

SQUADRA. Dove sono queste cittá, padrone?

TRASILOGO. Nell'India del Mondo nuovo. Suona il tamburo, Squadra.

SQUADRA. Io non ho né naccheri né tamburi.

TRASILOGO. Suona con la bocca mentre costoro caminano in ordinanza.

SQUADRA. Tup, tup, tup.

TRASILOGO. O bestia incantata, non vedi che guasti l'ordine? Tu, porta queste mani a' fianchi; tu, alza la testa, che mi pari un bufalo o barbagianni; tu, con questa fionda sta' in questo luogo, e se alcuno cavasse la testa fuor dalla finestra o tetto, ferisci con essa e togli le difese; tu, Squadra, fermati innanzi la porta, che hai questo cuoio di dante.

SQUADRA. E questa spada di Petrarca.

TRASILOGO. Con questa spada poniti in portafalcone.

SQUADRA. Io non so se non portagallina.

TRASILOGO. Sai maneggiar questa spada a due mani?

SQUADRA. Meglio assai quella a duo piedi; però seria bene che mi locaste nella retroguarda.

TRASILOGO. Quel loco è del capitano acciò possa soccorrere dove è il bisogno, e dietro questo cantone sosterrò l'impeto della battaglia.

SQUADRA. E voi, savio, vi ponete al sicuro.

TRASILOGO. Questa non è paura ma avertenza di guerra per poter provedere in ogni luoco. Dammi tu questo scudo. Orsú, state in cervello, ch'io vo' dare l'assalto. Alla prima botta col piede farò andar la porta per terra, con le smosse le mura e la casa.

SQUADRA. Tanta avete forza, padrone! TRASILOGO. Io farei scotendo cader la torre di Babilonia: farò piú io solo che gli arieti, le catapulte, bombarde e l'artiglierie.

SQUADRA. Sento genti, signor capitano…. Non è nulla, non è nulla.

TRASILOGO. Taci, codardo! ché avilisci costoro. Su, mano all'armi, calate i ferri, ah capitan Trasilogo, innanzi innanzi!

SQUADRA. Oh come fate bene! dite:—Innanzi innanzi!—e vi fate indietro indietro!

TRASILOGO. Sciagurato, fo come il castrone che si fa indietro per ferir con maggior impeto dinanzi. Ah capitano, innanzi innanzi!

SQUADRA. Padrone, sento piú di mille uomini che calano con arme…. No no, è stata una gatta.

TRASILOGO. Facciamo una bella ritirata, che non è men bella che un forte assalto. Fermatevi!… con ordine, con ordine. O ciel traverso!

SCENA VII.

LAMPRIDIO, MASTICA.

LAMPRIDIO. Dove mi cacci? ho il bene in casa e mi meni altrove; se ben mi meni fuori, l'anima resta in casa. Ben è misero colui a cui la troppa abondanza gli è di carestia. A questo modo sarebbe stato assai meglio non avermici fatto entrare.

MASTICA. Ben si dice che le cose simulate poco tempo ponno durare; ché questa mattina per i tuoi poco onesti portamenti se ne sarebbono accorte le pietre, non che le persone che hanno cervello, di questo tuo amore.

LAMPRIDIO. A torto ti duoli di me che in tutti gli atti mi sono mostrato la modestia stessa.

MASTICA. A te pare cosí. Perché sei cieco tu, pensi che tutti gli altri sian ciechi. Tu non stai appresso Olimpia un momento che non ti trasmuti di cento colori; non mai te le distacchi da lato. In tavola stavi sempre come stupido a contemplarla, non mangiavi se non delle cose che mangiava ella, non bevevi se non da quella parte dove ella poneva le sue labra, né ti nettavi la bocca se non col salvietto con che si aveva nettato la sua; poi facevi un menar di piedi sotto la tavola che l'hai fatto scappar la pianella dieci volte; e usavi certe zifoli che li intendevano i cani che rodevano l'osso sotto la tavola. Tu devi avertire che Sennia è vecchia prattica delle cose del mondo, e queste cose le devono esser passate piú volte per le mani: so che non passerá una settimana che se n'accorgeranno le fanti, la famiglia e tutta la casa.

LAMPRIDIO. Che sará dunque bisogno di fare?

MASTICA. O che ella fusse cieca per non veder ciò che fai, o tu stropiato e mutolo per non toccarla e parlar tanto.

LAMPRIDIO. Come non si può volere quel che si vuole? pure se non si può come si vuole, faccisi come si può.

MASTICA. Queste parole mi danno ad intendere che il tuo amore será per scoprirsi tosto; però prima che ciò avenga será bene avisar Sennia che proveda a' fatti suoi.

LAMPRIDIO. Eh Mastica, tu sei troppo crudele.

MASTICA. A te è una pietá esser crudele. Togliti il tuo Lampridio, tornaci il nostro Eugenio e vattene a studiare a Salerno come prima.

LAMPRIDIO. Orsú, il mio caro Mastica, eccoti questi danari per comprar robbe per la cena, e t'impegno la mia fede esser storpiato e mutolo come dici e star proprio in casa come un santo.

MASTICA. Cosí, me ne dái la fede…

LAMPRIDIO. Eccola.

MASTICA…. di non star in casa tutto il giorno?…

LAMPRIDIO. Come vuoi.

MASTICA…. di non parlarle dentro l'orecchie?…

LAMPRIDIO. Sí.

MASTICA…. di non mirarla dalla strada?…

LAMPRIDIO. Bene.

MASTICA…. né mostrar atti onde stimar si possa che tu l'ami? E questo lo dico per tuo bene, accioché per troppo goder del bene nol perdi, over come mosca tanto ti tuffi nel latte che ti anneghi. Quanto piú dura a scoprirsi questo tuo amore tanto piú goderai.—Dove ti volgi? parli meco e non m'ascolti, tu miri alla fenestra sua, non sei ancor sazio di mirarla? Su su, partiamoci.

LAMPRIDIO. Or ora.

MASTICA. Togliti i tuoi danari, che vo' far quanto ho detto.

LAMPRIDIO. Lasciami salutarla; non la vedi per i buchi della gelosia?

MASTICA. Come puoi tu veder tanto?

LAMPRIDIO. Che stella è in cielo che splenda a par degli occhi suoi?

MASTICA. Oh che dura battaglia è contrastar col piacere!

LAMPRIDIO. Ti ubedisco.

MASTICA. Vien Trasilogo e Squadra e parlano in secreto: qualche cosa hanno inteso di questo fatto. Starò se posso ascoltar qualche cosa.

SCENA VIII.

TRASILOGO, SQUADRA, MASTICA.

TRASILOGO. Son risoluto i matrimoni non doverli trattar con arme ma con inganni come altri. Squadra, tu pur sei nato tra marioli e truffatori e hai fatto star piú tristi uomini che non son questi: perché manchi a te stesso? Hai dormito fin ora, risvegliati, piglia il tuo ingegno usato: squadra, pensa, fingi, machina qualche cosa.

SQUADRA. Questo qualche cosa non será intento. Io non so che squadrar, che pensar e che fingere, perché l'inganno che han fatto è tanto verisimile che par piú vero della veritá; e una verisimil bugia è piú creduta d'una semplice veritá.

TRASILOGO. Non sconfidarti per questo, ché non è dritto che non abbi il suo riverscio. Chiama in consiglio le tue astuzie, fa' la rassegna delle tue forfanterie. Di cosa nasce cosa, e da un pensiero ne nasce un altro migliore, ché non è inganno che non si vinca con inganno.

SQUADRA. A me duole che quel romano col suo Mastica abbino tanto ben saputo tessere questa trama che gli sia riuscita meglio che desiavano, e voi siate scorto per buffalo; e la metá di questa vergogna è mia che non sappi in questo bisogno aiutarvi. Io son stato gran pezza fantasticando con alcuna trapola scomodar essi e accomodar voi; e non mi soviene cosa a proposito. Giá me ne va una per la fantasia che è la vera contracava del loro inganno, che col medesimo laccio che han preso altri, restino lor presi per la gola.

TRASILOGO. Dimmi l'inganno che hai tu pensato e s'è difficile ad esseguire.

SQUADRA. Ogni cosa è difficile a chi fugge fatica, è bisogno porsi a pericolo chi vuole. Voi vorreste che Olimpia vi fusse portata in camera e vi fusse spogliata e posta in letto, e che un altro vi ponesse…,

MASTICA. (Un capestro alla gola e l'appiccasse!).

SQUADRA…. quasi mel facesti dire.

TRASILOGO. Lascia parlar a me dove bisogna.

SQUADRA. Bisogna por mano a fatti, non a parole, ché i fatti son maschi e le parole femine.

TRASILOGO. Però lascia tante parole: comincia.

SQUADRA. Cominciarò.

TRASILOGO. Se avessi cominciato non aresti tolto questa fatica a dirlo.

SQUADRA. Dammi l'orecchio.

TRASILOGO. Eccoti l'uno e l'altro.

SQUADRA. Poiché questo romano si è finto Eugenio e sotto nome di fratello di Olimpia è intrato in casa di Sennia con dir che Teodosio sia morto dieci anni sono,…

TRASILOGO. Vorresti avisar Sennia di questa trama e scoprire i secreti d'Olimpia.

SQUADRA. I secreti d'Olimpia l'ará scoperti Lampridio.

TRASILOGO. Tu burli.

SQUADRA. E voi non mi lasciate parlare.

TRASILOGO. Pòi.

SQUADRA…. a questo colpo useremo questo rimedio. Troveremo due persone disconosciute, l'una vecchia di sessanta anni e l'altra giovane di venti, conforme all'etá che potrebbe esser stimato Teodosio ed Eugenio; i quali informeremo del fatto benissimo: come a dir che sappino ben fingere di piangere, abbracciare e mostrar tutti quegli atti e passioni che sieno verisimili; in somma siano tali che, dicendoseli il principio, sappino da loro quanto s'abbi a fare. Poi li vestiremo da turchi e li faremo sbarcar in casa di Sennia con dire che sia suo figlio e marito….

TRASILOGO. Questo a che effetto?

SQUADRA…. Voi sapete che un che ha rubbato o fatto qualche mal'opra sta sempre in suspetto, e d'ogni cosa che si ragiona pensa che si dica di lui e pargli d'ora in ora vedersi il boia sopra le spalle….

TRASILOGO. (Buon ladro deve esser costui! lo deve sapere per esperienza).

SQUADRA…. Il romano che ha la coscienza lesa dell'inganno usato, in veder comparir questi, col suo Mastica pensaran subito che sieno i veri, né stimeranno che altri abbino saputo quanto loro o che abbino pensato a quello che essi pensaro prima; per non esser còlti in frode lascieranno l'impresa e fugiranno di Napoli per téma di qualche malanno….

MASTICA. (Che Dio ti dia!).

TRASILOGO. Ben: che n'avverrá per questo?

SQUADRA…. Prima impediremo che la cosa non passi piú inanzi di quello che è adesso; poi i nostri, estimati da Sennia verdadieri, potranno senza altro concedervi Olimpia per moglie; all'ultimo poco importa che si scopra l'inganno che ha sortito buon fine, ché será bisogno Sennia contentarsi di quello che, non contentandosi, non per questo non sará fatto….

TRASILOGO. Questa mi pare una ingegnosa trama, né se ne potrebbe imaginar altra migliore; e piacemi sovra tutto che moiano con le loro armi, che sará doppio morire: cosí chi pensava guadagnare perderá e chi perdere guadagnará.

MASTICA. (Cosí a ponto intravenerá a voi, che pensate guadagnare e perderete).

SQUADRA…. E se non fusse per altro ti vendicherai di Mastica, quel furfante….

MASTICA. (Menti per la gola!).

TRASILOGO. Ben li farò conoscere chi son io! Ma chi seranno costoro che ti potranno servire a questo?

SQUADRA…. Troveremo il Simia vecchio o il Trappola giovine o il Truffa: o che eglino ne serviranno o ne troveranno uomini al proposito.

TRASILOGO. Andiamo a ritrovargli, ché è ben tentare ogni cosa prima che si venghi a por mano alla spada.

SQUADRA. Ecco Mastica.

SCENA IX.

MASTICA, TRASILOGO, SQUADRA.

MASTICA. Ecco questo che mangia pan di ferro, insalate di chiodi, minestre di corazze, beve piombi e li caca acciaio.

TRASILOGO. Mastica, Mastica!

MASTICA. Padron mio, padron mio!

TRASILOGO. Sai che ti dico?…

MASTICA. Non, se nol dite prima.

TRASILOGO…. il meglio che tu possi fare,…

MASTICA. Che cosa?

TRASILOGO…. che compri un capestro…

MASTICA. A che effetto?

TRASILOGO…. e che t'appicchi,…

MASTICA. Se vuoi esser mio compagno lo farò, ché ambiduo ne abbiam ciera.

TRASILOGO…. ché non altrimenti potrai scappare!

MASTICA. Che?

TRASILOGO. Un canchero…

MASTICA. Che Dio non mi dia!

TRASILOGO…. che ti possa venire,…

MASTICA. Per che cagione?

TRASILOGO…. acciò ti spolpe insino all'osse!

MASTICA. Io non v'intendo.

TRASILOGO. Un giorno ti taglierò il capo, ti straparò il naso dalla faccia, con un pugno poi ti farò spuntar denti fuor della bocca; haimi tu inteso o vuoi che te lo dica piú chiaro?

MASTICA. Io v'ho inteso benissimo. Ma un capo meno o piú non importa: lo lascierò in casa quando esco fuori per amor vostro. Ah ah, io so che volete scherzar meco.

TRASILOGO. Pezzo d'asino!

MASTICA. Voi mi lodate, ché sempre mi ho conosciuto asino intiero.

TRASILOGO. Tanto è.

MASTICA. Non è tanto, no: misurate bene che senza cagione volete rompere l'amicizia meco.

TRASILOGO. Dio voglia che non ti rompa la schena insieme con acqua di legno come infranciosato.

MASTICA. Io ti voglio esser servo o che ti piaccia o no: se ben m'uccideste, per l'affezion che vi porto non potrei stare di non venire a casa vostra e mangiarmi in tavola vostra un pasticcio caldo caldo.

TRASILOGO. Un malanno arai tu caldo caldo!

SQUADRA. A te dice, Mastica.

MASTICA. A tutti dui rispondo io, che ve lo cedo.

TRASILOGO. Fa' che non venghi piú a mangiar con me.

MASTICA. Perché?

TRASILOGO. Perché sei come la mosca: mangi con noi e poi ne cavi gli occhi.

MASTICA. Non posso piú soffrire. Venghi il canchero a tanta superbia! Che mi puoi far tu giamai? Stimi da senno ch'io creda queste tue bravarie, o dubito che non mi mandi quei popoli arcinfanfari o uomini maritimi ad uccidermi? Assai fo stima di queste tue minacce!

TRASILOGO. La farai dell'opre, e ben tosto te ne pagherò.

MASTICA. Ho tempo, ché non sète cosí presto pagatore a chi dovete.

TRASILOGO. Fa' che la tavola mia ti paia foco.

MASTICA. Pensi da vero che non possa vivere se non mangio in casa tua? Tu bevi ad un bicchiero cosí picciolo che bevendo par che pigli il siroppo. Due fette di prisciutto; due di formaggio tanto sottili che traspaiono come lanterne, che te ne potresti servir per occhiali; due oncie di carne tanto minutata sottile come se volessi dar a beccarla a losignuoli; pan duro di dieci giorni che ci bisogna la fame di tre settimane per divorarlo. E appena si comincia a mangiare che ti senti dare in capo il «buon pro ti faccia», «abbi pazienza», «fu all'improviso», «l'acconciaremo un'altra volta».

SQUADRA. Non dir questo, Mastica, ché in tavola sua mai ti mancaro né galline né polli.

MASTICA. Si, certi polli che appena aveano la pelle come se avessero avuti tutti i pensieri del mondo o fussero ettici o avessero avuto la quartana dieci anni; o qualche cornacchia vecchia che fattala bollir tutto un giorno non si potea masticare.

TRASILOGO. Taci, ruffianello macro, morto di fame.

MASTICA. Io morto di fame? se mi porrò mano in gola, vomiterò tanta robba che potrò dar a magnare a dieci di pari tuoi.

TRASILOGO. Squadra, porta qua dieci some di bastoni, ché non posso sopportar piú. Poltron, non parlare se non quanto le tue spalle ponno sopportar bastonate.

MASTICA. Non ti mette conto che m'uccidi.

TRASILOGO. Perché?

MASTICA. Perché morto che serò io, tu serai il piú gran poltron del mondo.

SQUADRA. Taci, Mastica. Vuoi tu ucciderti con lui?

MASTICA. Non ci uccideremo, no: poltron con poltrone non si fa male, «corvo con corvo non si cava gli occhi».

TRASILOGO. Partiamci, Squadra, ché non è ben che un par mio stia a contender con lui, né io uso armi con la canaglia: lascio che gli ospedali e i pidocchi faccino la vendetta per me.

MASTICA. E io che la fame la facci per me e che ti strangoli la gola, poiché sempre in casa tua si fa dieta come gli ammalati. Si pensava questo asino che se non mangiava in casa sua che mi morissi di fame: vo' che mi preghi. Será piú quello che butterò questa sera, che quanto egli ha mangiato un anno in casa sua. Avisarò Lampridio e Sennia di questo inganno che voglion fare, acciò quando verranno gli diamo la baia.