III.
Il secondo periodo delle poesie del Foscolo è dalla venuta in Milano nel novembre del 1797 dopo la cessione di Venezia alla partenza pe 'l campo di Boulogne nel giugno del 1804: è la gioventú vera dell'animo e dell'ingegno non che della vita d'Ugo, travagliantesi fra le armi e i pericoli e le passioni nella repubblica cisalpina e nell'italiana. Ora, dopo le ricerche e le fatiche del nuovo editore, che, seguendo anno per anno, mese per mese, a passo a passo, i viaggi gli amori e gli studi del poeta, ha nei capitoli terzo e quarto della prefazione assegnato con quasi certezza o dato altrui gli argomenti per assegnare il tempo della composizione di ciascun sonetto e ode, sarebbe un piacere discorrere di quella gioventú del lirico greco-italiano e riconstituire la storia dello svolgimento passionato ed artistico di quella poesia. Ma io non posso che accennare.
Le poesie di questo secondo periodo, cioè dodici sonetti e due odi (nella parte prima della edizione chiariniana) si può anzi si deve, chi le voglia intendere bene, dividere in due serie, che rispondono a due fasi o momenti diversi o meglio a due diverse condizioni e parvenze dell'animo e dell'ingegno del poeta. La prima, se mi sia lecito usurpare ad appropriazione individuale la denominazione d'un periodo della letteratura tedesca, è dello Sturm und Drang: ha il motivo e la ragione nella perdita della patria e nell'amore senza speranza per l'Isabella Roncioni, ha per termine e sfogo Le ultime lettere di Iacopo Ortis pubblicate nell'ottobre del 1802. La seconda, movendo dalla trasmutazione del sentimento a una piú larga se non piú chiara comprensione dell'essere, è della calma nel dolore e dell'amore per la plastica: è il regno delle forme dell'Antonietta Arese, e ha per contorno il commento alla Chioma di Berenice, pubblicato nell'agosto del 1803.
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Come aveva chiuso la poetica adolescenza con l'imitazione della tragedia alfieriana nel Tieste e delle canzoni alfieriane nell'ode al Bonaparte, cosí Ugo cominciò alfiereggiando anche nei sonetti. Il primo, per la sentenza capitale contro la lingua latina proposta nel gran Consiglio Cisalpino l'anno 1798, ha solo il valore di documento storico, e del resto è inferiore a quello dell'Alfieri su la soppressione dell'Accademia della Crusca; anzi, a esser franchi, procede fra grandi avvolpacchiamenti di parole un po' slombato. Alfieriano sempre, ma già con un tic d'originalità, il secondo Non son chi fui. Ma di lí a pochi mesi, forse a pochi giorni, ecco i tre, E tu ne'carmi, Perché taccia il rumor, Meritamente, mirabili di novità, di purità, di movimento, vera lirica, alfine, dell'affetto superiore ed intenso trasformato ed idealizzato nel fantasma. Sono tutti e tre per la Roncioni, e scritti, come il Chiarini ha dimostrato, parmi, sicuramente, i primi due nel marzo o nell'aprile del '99 quando i Francesi occuparono la prima volta Firenze, il terzo nella Liguria, lo stess'anno, probabilmente d'autunno. Sono i tre momenti dell'amore: l'ammirazione, il tremore, il dolore. Ma chi gli aveva dopo il Petrarca cantati mai cosí? E chi all'estasi e al gemito del Petrarca aveva mai saputo mescolare quel profumo e quel fremito di ionia primavera? chi nella toscana eleganza della forma petrarchesca aveva mai saputo condurre la purità della linea attica e la mollezza della voluta corintia con tanto pacata sveltezza? E quel zantiotto che era stato a scuola a Spalatro, italianizzatosi, diceva il suo ammiratore Samueli nel '97, da quattro anni, fra i ciaccoloni cesarottiani veneti, digrignante sotto il suo soprabito verde versi apocalittici, come cosí d'un tratto era arrivato a tanta proprietà, eleganza ed efficacia di lingua, a tanta squisitezza, morbidezza, pastosità d'elocuzione, a tanta musica e volo di verso? Miracoli! Che un primo e vero amore, che l'apparizione soave d'una giovine bella e pura possa con un sentimento nuovo promuovere una nuova espansione della forza fantastica, s'intende. Ma la materia per esprimere ed imprimere i fantasmi, la parola, e l'istrumento e l'arte, chi glie li diede?
Al sonetto di lontananza (Meritamente) che tócca l'ultimo limite della passione ( ... Amor fra l'ombre inferne Seguirammi immortale onnipotente), succede, quasi intermezzo di riposo, l'ode, composta nel marzo 1800, per la Pallavicini caduta da cavallo. Procede questa, come anche notò il Chiarini, dalle odi pariniane, da quelle specialmente per donne; anzi il paragone di Pallade (Tal nel lavacro immersa) par suggerito da un simile nel Pericolo:
Parve a mirar nel volto
E ne le membra Pallade,
Quando, l'elmo a sé tolto,
Fin sopra il fianco scorrere
Si lascia il lungo crin.
Anche la combinazione dei versi, la strofe, è un misto di quelle del Pericolo e dell'Educazione. Quel tronco finale del Pericolo martellava un po' troppo: piana troppo in vece, e quasi discorsiva, la strofe dell'Educazione. E questa fu rialzata con gli sdruccioli al fin d'ogni coppia, e quella del Pericolo ammollita con tôr via il tronco. È un metro che il Foscolo deve al Bertòla. Per l'invenzione fu già notato che move dall'ode I Cocchi di Luigi Lamberti. Ma nell'eccellenza, almeno per gran parte, dell'esecuzione il giovine lirico si lascia addietro d'assai, non che il Lamberti, il Parini.
Liberata, come si diceva, l'Italia, e restaurata la repubblica, il Foscolo da Milano fu sul finire del 1800 a Firenze, e cantò il chiudersi dell'anno e del secolo con un sonetto novellamente alfieriano (Che stai?), di magnanima conchiusione. E chiuse la storia del giovanile e infelice amore col bellissimo Cosí gl'interi giorni.
Questi sette sonetti, con un ottavo Il ritratto e con l'ode alla Pallavicini, pubblicati la prima volta nel Nuovo giornale dei letterati in Pisa del 1802, sono come i bassorilievi piú puramente artistici che circondano e adornano la base della piramide funebre o del cono tronco, un tantino rococò, di Iacopo Ortis. Ma il ritratto non è mica gran cosa, che che ne pensino i facitori d'antologie e i maestri di scuola. Prima di tutto, la enumerazione, chiunque la faccia, non sarà mai poesia; e poi questa enumerazione foscoliana in quattordici versi non ha né meno il merito dell'originalità; è una scimiottata di quella dell'Alfieri, alla quale per concettosità e concisione rimane di molto inferiore. Già, a proposito di autoritratti mi torna sempre a mente quella mossa del Montesquieu: Je vais faire une assez sotte chose, c'est mon portrait. E mi dispiace che uomini come l'Alfieri e il Foscolo dandosi cosí in pascolo agli sciocchi abbiano lusingato le inclinazioni istrioniche del volgo dei lettori, abbiano pòrto esempio o pretesto o scusa a tante grullerie d'una letteratura vanesia. Un uomo come l'Alfieri fare la propria presentazione con simili versi, Giusto naso, bel labro e denti eletti! e il Foscolo, Capo chino, bel collo largo petto! e fino il Manzoni, Naso non grande e non soverchio umíle! Oh, i connotati per il passaporto in metafore e in rime!
Notammo la derivazione dell'ode alla Pallavicini dal Parini e dal Lamberti. Né qui finiscono le derivazioni o le imitazioni o le rimembranze foscoliane. Luce degli occhi miei, chi mi t'asconde? chiude il sonetto Cosí gl'interi giorni: ma questo verso, e un pochetto anche la principal situazione di tutto il sonetto, è del Lamberti nel Lamento di Dafni:
Ecco già il mondo in preda al sonno giace,
Ecco tacciono i venti e taccion l'onde,
Sol nel mio petto il mio dolor non tace:
Quindi i poggi e le valli ime e profonde
Fo egualmente sonar d'un mesto grido
—Luce degli occhi miei, chi mi t'asconde?
Proprio del Lamberti, di cui il Foscolo undici anni dopo dimandava: Chi legge i versi del Priscian Lamberto? e pare non ricordasse piú che poteva rispondergli, Voi.—Un altro sonetto comincia con un'imitazione, che dico? con una traduzione di due versi del falso Cornelio Gallo o vero di Massimiano etrusco elegiografo del tempo di Teodorico, e finisce con altre imitazioni o traduzioni da Ovidio e da Seneca. Ma chi, anche erudito, ripeterebbe il distico di Massimiano,
Non sum qui fueram, perit pars maxima nostri;
Hoc quoque quod superest languor et horror habet,
di faccia alla giovine bellezza di questi versi qui,
Non son chi fui; perí di noi gran parte:
Questo che avanza è sol languore e pianto;
È secco il mirto, e son le foglie sparte
Del lauro, speme al giovanil mio canto?
L'altro principio,
Meritamente, però ch'io potei
Abbandonarti, or grido alle frementi
Onde che batton l'alpi, e i pianti miei
Sperdono sordi del Tirreno i venti,
ricorda il principio d'un'elegia dell'Ariosto,
Meritamente ora punir mi veggio
Del grave error ch'a dipartirmi feci
Da la mia donna, e degno son di peggio;
e ambedue ricordano il properziano,
Et merito, quoniam potui fugisse puellam,
Nunc ego desertas adloquor alcyonas.
Ma, col dovuto rispetto al Callimaco umbro, i gabbiani a cui si presenta allocutore fanno, a dir vero, una gran magra figura dinanzi alle frementi onde che batton l'alpi.
I piú grandi poeti del rinascimento, e in ciò i moderni neoclassicisti li seguitarono, si recavano a pregio d'ingegno e d'arte derivar nel volgare certe bellezze d'imagini e di figure dagli antichi; prendere poi dagli stranieri reputavano conquista; e togliendo a' mediocri o a' minimi qualche diamantuzzo non credevano di rubare ai poveri, ma di renderlo alla grazia delle Muse incastonato in monili d'eterno lavoro. Gente invidiosa e superba confonde oggi le imitazioni utili e le inevitabili reminiscenze co' plagi, e fruga e accusa plagi per tutto; mentre essa copia e lucida e prende tutto dagli stranieri, fino il modo di pensare e di dire; e alla disperata copia sé stessa, cioè quello che di piú brutto, di piú abietto e di piú ebete possa sopportare la terra. Torniamo al Foscolo. Le imitazioni degli elegiaci latini rivelano almeno uno degli studi nel cui strofinamento il levantino giunse a deporre l'antica scorza. E forse che l'eleganza allucignolata del Lamberti, buon traduttore, del resto, dal greco, e che sapea le veneri latine lavare nelle chiare fresche e dolci acque del toscanesimo classico, forse che, dico, la eleganza del Lamberti gli fu guida traverso i cinquecentisti (il Foscolo mostrò tener conto del Tarsia e del Della Casa, quasi autori d'uno stil nuovo) fino al Petrarca.
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Alla seconda serie poetica della gioventú del Foscolo appartengono l'ode all'amica risanata e quattro sonetti. Queste poche liriche, pubblicate la prima volta nelle prime due edizioni milanesi delle Poesie dell'autore che uscirono a poca distanza di mesi nel 1803, sono piú che probabilmente composte tutte nel 1802: il sonetto che incomincia Un dí s'io non andrò sempre fuggendo, necessariamente dopo la morte del fratello Giovanni che fu nel dicembre del 1801: quello a Zacinto io lo suppongo scritto dopo l'ode all'amica, la quale è senza dubbio dell'aprile 1802, per questo; che l'ode finisce con quel passionato accenno alle isole ionie, accenno, perché l'economia lirica non voleva di piú; ma quel ricordo non bastava all'animo del poeta, che si sfogò nel sonetto, Né piú mai rivedrò le sacre sponde. Per quale o in quale occasione precisamente fossero composti gli altri due, Forse perché della fatal quïete e Pur tu copia versavi alma di canto, non si può indovinare: a ogni modo innanzi o ne' primi del 1803. Di cotesti sonetti, tre—in morte del fratello—a Zacinto—alla sera—sono di certo i piú belli del Foscolo, e, dopo quelli di Dante e del Petrarca e qualcuno forse del Tasso, sono dei piú perfetti della poesia italiana. Se non che dire perfetti non mi pare lode giusta: la perfezione può essere anche fredda; e questi sonetti pur cosí grondanti di lacrime e frementi di disperazione, sono caldi, caldi, caldi della divina passione giovanile: sono, senza piú, una meraviglia. E se qualcuno non lo capisce o non lo vuol capire, non importa proprio nulla. Ciò che il De Sanctis riconobbe nell'ultima terzina del sonetto a Zacinto, il presentimento di Giacomo Leopardi, a me par di trovarlo in tutti tre: ma lascerei da parte il Leopardi, e direi, che, mentre nei primi sonetti si divincolava lo spasimo individuale, in questi sentesi nella sua fatalità quasi serena la doglia mondiale.
Fra essi, come statua greca del quarto periodo dell'arte, sorge l'ode all'amica risanata, una stupenda perfezione marmorea. Di questa ode giudica molto bene il Chiarini—«Le ultime sette strofe sono di una purezza antica, quale fino allora non s'era veduta nella nostra poesia. Chi legga le lettere che il poeta scriveva in quei giorni all'amica e le paragoni con l'ode, non potrà non restare meravigliato del contrasto singolarissimo. In quelle le espressioni di un amore esaltato, in questa neppure un accento di passione. Non si direbbe davvero che questa ode è la poesia di un innamorato. Il Foscolo, che sapeva mettere nella prosa tutta la poesia della passione (le sue lettere d'amore sono delle piú belle che io abbia lette), in questi versi, come nella maggior parte di quelli delle Grazie, coi quali celebra altre donne amate da lui, è d'una freddezza glaciale; è un artista che tutto assorto nella serena contemplazione della bellezza della sua donna si dimentica affatto che cotesta donna è pur quella che gli fa battere il cuore violentemente; si direbbe che, mentre egli la canta, se la vede dinanzi come una Venere, come una delle Grazie, bella e perfetta si, ma di marmo; anzi piú gelida ancora, poiché il marmo della Venere di Canova lo facea sospirare, con mille desiderii e con mille rimembranze nell'anima.» Aggiungo, quasi temperamento, un passo del De Sanctis: «A quei sonetti lapidarli, dove la vita è come raccolta e stagnata al di dentro, succede la classica ode ne' suoi ampi e flessuosi giri, dove l'anima si espande nella varietà della vita. In questo suo classicismo a colori nuovi e vivi senti la freschezza di una vita giovane guarita da quel sentimentalismo snervante, e risorta all'entusiasmo, incalorita dagli occhi negri e dal caro viso e dall'agile corpo e da' molli contorni della beltà femminile, tra balli e canti e suoni d'arpa. In questo mondo musicale e voluttuoso l'anima si fa liquida, si raddolcisce, e spunta la grazia; le corde eolie si maritano all'itala grave cetra.»[110]
Di mio faccio un po'di commento. Evidente nella prima strofe è a tutti la comparazione omerica e virgiliana, e qua e là qualche rimembranza d'Orazio e d'altri poeti latini. Non so per altro se in quei bei versi della terza
tornano
I grandi occhi al sorriso
Insidïando, e vegliano
Per te in novelli pianti
Trepide madri e sospettose amanti,
qualcuno abbia riconosciuto questi d'Orazio
Te suis matres metuunt iuvencis,
te senes parci miseraeque nuper
virgines nuptae, tua ne retardet
aura maritos:
che è realismo nella eleganza efficacissimo; ma, perché divenisse complimento passando da una etaira a una contessa, bisognava rammodernarlo o rammorbidirlo, come il Foscolo seppe. Chi poi non ricorda?
Ebbi in quel mar la culla:
Ivi erra, ignudo spirito,
Di Faon la fanciulla;
E se il notturno zeffiro
Blando sui frutti spira,
Suonano i liti un lamentar di lira.
E da vero nei canti popolari delle isole ionie
spirat adhuc amor
Vivuntque commissi calores
Aeoliae fidibus puellae.
Eccone alcuni:
Amore, perché mi svegliasti, ché dolce i' dormivo?
E mi mettesti pensieri ch'i' non nutrivo?
Questo non è affanno ch'i' ho nel cuore.
Ma è amor vero che mangia le viscere mie.
Come i fiori del mandorlo biancheggia il tuo viso:
Chi ti vede vien meno e languisce dinanzi a te.
Ahi come lo soffersi io tanto? Quando ti veggo, tremo,
Le mani e i pie' e la parola che parlo.
Come tremolano le stelle del cielo infin ch'aggiorni,
Trema e a me il cuor mio finché ti rincontri.
Di contro a me venisti e sedesti, come sole, come luna;
E succiasti il sangue mio come l'arida spugna.
Di contro, di fronte a me siede la mia desiderata;
E freddo freddo sudore corre dal corpo mio.
Quand'odo 'l tuo nome, non so perché,
Palpitano le viscere mie, il mio corpo vien meno.[111]
Non cito per isfoggio d'erudizione, ma per trasfondere, potendo, nei lettori la persuasione mia, che gli elementi e le forze della rinnovazione fatta dal Foscolo nella lirica italiana provengono in gran parte dal sangue e dal sentimento greco.
Difficile, dopo cotesta ode, far meglio in quel genere. E nei sonetti a Zacinto e alla sera è raggiunta la suprema perfezione nella corrispondenza del motivo al metro e alla forma. Meglio smettere, cosí pare l'intendesse il Foscolo, forse anche ammonito dalla inferiorità del sonetto finale, Pur tu copia versavi alma di canto. Né piú fece sonetti, salvo uno che tentò non felicemente pe 'l ritratto dipintogli dal Fabre nel 1813 e che non pubblicò egli. E si volse agli sciolti.
Quello degli sciolti è il terzo periodo dell'arte foscoliana; dove specialmente per le Grazie la industria critica del Chiarini fu piú faticosa ed è piú benemerita. Ne discorreremo altra volta.[112]
FINE