IV.

Dopo ciò, a discorrere, di fuga, del romanticismo mescolato alla politica, toccherà a me.

Da principio romanticismo e patriotismo furono in Germania una cosa. Le memorie del medio evo cristiano-tedesco risvegliate con poetica sentimentalità nel romanticismo durante la signoria francese infiammarono i combattenti del 1813: l'orgoglio delle vittorie del '13 e del '15 alla sua volta rese quasi nazionale la riazione, e inebriò e licenziò a' piú furiosi eccessi mistici e feudali il romanticismo. Ci fu tempo, breve per verità, che la Germania, e non solo la Germania, parve avere perduto il senso del vero, la conscienza del moderno, la superbia della eredità del secolo decimottavo. Fu un terror bianco di medio evo, uno stravizio d'idealismo, un carnevale di spiritualismo. E il carnevale era la quaresima; e il digiuno delle idee durava tutto l'anno; e mille Braghettoni morali mettevano gran foglie di fico su le nudità della primavera, su l'oscenità dell'estate. Intanto i principi invitavano per mezzo degli usseri i patrioti e i combattenti del '13 e del '15 a maturare nelle fortezze la loro educazione per l'avvenire; e uno, fattisi saldare da' sudditi i debiti suoi e del figliolo, che non erano pochi, profferiva una carta costituzionale al prezzo di quattro milioni di talleri, e poi si sarebbe contentato anche d'un ribasso di due milioni; un altro concedeva la costituzione, ma solamente per i nobili e gl'impiegati, e con la discussione segreta; un terzo la rimandava a quando avesse ultimato un suo spartito o a quando fosse finito il domo di Colonia. Cosí non poteva durare. Il romanticismo intanto, come poesia, languiva tisico, per quel suo peccato originale di aver voluto sequestrarsi dal vero e vivere di profumi inebrianti fra i vapori e l'azzurro di un mondo fantastico, dalle cui cime riguardava con mesto disprezzo le bassure coltivate e abitate, che pur producono il buon pane, il buon vino, il buon manzo, e i dolori e le gioie di tutti i giorni. Esalata, per estenuazione e rifinimento, l'anima; le forme rimasero ciò che senza anima sono le forme. E mentre i corvi seguitavano a gracchiare intorno ai campanili, e i falchi roteavano intorno alle torri, e nelle torricelle tubavano le tortori, e i paperi diguazzavano nella probatica piscina della estetica, i cigni emigravano; e dalle uova deposte nella terra dell'odiata rivoluzione sgusciava, al sole delle giornate di luglio, la Giovine Alemagna.

La Giovine Alemagna usciva dagli scritti del Heine e del Börne, due ebrei già convertiti, se non proprio al cristianesimo, certo il primo alla poesia, il secondo alla repubblica. Heine assai prima delle giornate di luglio aveva gittato alle ortiche la tonaca del romanticismo; e ne'Reise-Bilder si era dichiarato per Napoleone, per la borghesia, per la libertà filosofica politica e letteraria; tutte parole e idee che allora andavano insieme a braccetto all'avventura: fuoruscito in Parigi dopo il '30, sonò a doppio contro il romanticismo e la vecchia Germania. Ma i purissimi in patria erano rimasti fedeli alle tradizioni cristiane e germaniche del medio evo; e da una parte Menzel, il mangiator di francesi, che inorridiva al paganesimo del Goethe, denunziava (la espressione è del Heine) alla polizia della Confederazione i libri de'fuorusciti; dall'altra il Mayer il Pfizer e gli altri poetini della scuola sveva scomunicavano in nome della moralità e dell'idealismo la nuova poesia. Heine dal suo lato rimaneva anch'egli costante nella fede alla poesia, nella religione del bello, nella politica dell'arte: fede, religione e politica, che egli sentí professò e trattò sempre con devozione immutata ed integra. Perdurava egli del pari in quell'ardenza rivoluzionaria, che ai 6 e 10 agosto del 1830 gli fece scrivere dei pezzi lirici in prosa come questi? «Lafayette, la bandiera tricolore, la marsigliese! Io sono come inebriato. Audaci speranze si slanciano appassionate su dal mio cuore, come alberi con frutti d'oro e con rami di selvaggio rigoglio che distendono il loro fogliame fino alle nuvole. Ma le nuvole ruinanti in fuga diradicano quegli alberi giganteschi, e con essi si spazzan la strada davanti ... Nell'azzurra letizia del cielo erra una melodia di violini; e dalle onde smeraldine del mare risuona come un allegro riso di fanciulle. Ma sotto terra qualche cosa scricchiola e bussa; il suolo si fende, i vecchi dèi sporgon fuori le teste, e con frettolosa meraviglia domandano—Che cosa vuol dire questo giubilo che percuote fin nel midollo della terra? Che c'è di nuovo? Dobbiamo tornar su?—No, rimanete nella regione caliginosa, ove ben presto un nuovo compagno di morte scenderà a raggiungervi.—Come si chiama?—Oh lo conoscete bene, è quello che un tempo sprofondò voi nella notte eterna ... Pane è morto ...»-«Lafayette, la bandiera tricolore, la marsigliese! Via ogni desiderio di riposo! Adesso io so di nuovo quello che voglio, quello che debbo ... Io sono il figlio della Rivoluzione, e afferro le armi benedette su le quali la madre mia ha pronunziato il suo scongiuro ... Fiori! fiori! voglio incoronarmene la testa per la battaglia. E anche la lira, datemi la lira, ch'io canti la canzone della battaglia ... Parole simili a stelle fiammeggianti, che scoppino dall'alto e incendano i palazzi illuminando le capanne ... Parole simili a dardi lampeggianti, che volino fino al settimo cielo e colpiscano la impostura che vi si è appiattata nel santo dei santi.... Io sono tutto gioia e canto, tutto spada e fiamme.»[8]

Sapete voi la storia del cane Medoro, del cane leggendario delle tre giornate? La racconta brevemente lo stesso Heine, nella stessa lettera onde riferii le ardenti parole. «Oh potessi vedere soltanto il cane Medoro! Egli mi preme assai piú degli altri cani i quali con rapidi salti han portato la corona a Filippo d'Orléans. Egli il cane Medoro portava al suo padrone il fucile e le cartucce, e quando il suo padrone cadde e fu con gli altri eroi sotterrato nella corte del Louvre, il povero cane restò giorno e notte su la tomba, immobile come una statua della fedeltà.» Giunto il Heine a Parigi volle andar a vedere questo Medoro, il quale fu cantato anche dal Delavigne ed era mantenuto a spese comuni della Guardia Nazionale nel Louvre; ed ecco che glie ne parve: «Non rispose affatto alla mia aspettazione. Non vidi che un brutto animale, nel cui sguardo nessun entusiasmo, anzi vi spuntava qualcosa di losco e di falso, qualcosa d'interessato e di furbacchiotto: direi anzi che v'era dell'industriale. Un giovine, uno studente, in cui m'incontrai, mi disse che quello non era il vero Medoro, ma un cagnaccio intrigante, un cane della dimani, che si faceva empiere il ventre e lisciare il pelo a spese della gloria del vero Medoro, mentre questo, dopo la morte del padrone, s'era modestamente ritirato, come il popolo che avea fatto la rivoluzione. Adesso il povero Medoro, aggiunse lo studente, erra forse per Parigi, senza un tozzo e senza un giaciglio, come molti eroi di luglio; perché il proverbio, che buon cane non trova mai un osso buono, qui in Francia è piú orribilmente vero che altrove: qui si mantengono nei canili caldi e si pascono della carne migliore mute di mastini, di cani da caccia e di altri quadrupedi aristocratici: qui voi vedete riposare su cuscini di seta, ben pettinati e profumati e rimpinzati di biscottini, lo spagnolo e la piccola levriera, che abbaiano contro ogni onest'uomo, ma che sanno adulare la padrona di casa e sono qualche volta iniziati nei vizi umani. Ahimè, tali bestie vili e immorali prosperano nella nostra società, mentre ogni cane virtuoso, ogni cane della verità e della natura, che resta fedele a'suoi convincimenti, crepa miserabile e tignoso sur un letamaio.—Cosí mi parlò lo studente; e molto mi contentò quella sua altezza di giudizi politici».[9]

Cosí Arrigo Heine trovò ben presto in Parigi il disinganno; e non meno presto cercò e trovò la lotta, anche, pur troppo, co'suoi compagni d'esilio. Il Börne giudicava l'Heine, dopo il libro che fu pubblicato anche in francese col titolo De la France, cosí: «Io posso essere indulgente con un fanciullo che giuoca, con un giovane innamorato; ma quando in un giorno di sanguinosa battaglia, il fanciullo va a caccia di farfalle pe'l campo della strage e mi si mette fra le gambe, quando, in un'ora di suprema angoscia, che noi preghiamo Dio con ardore, il giovane sguaiato, fra noi, non vede né guarda altro in chiesa che le belle ragazze, e fa l'occhietto e dice le paroline dolci; allora, con tutto il rispetto alla filosofia e all'umanità, v'è ben ragione di andare in collera. Heine è un artista, un poeta; e ad essere riconosciuto tale da tutti, non gli manca che il suo voto. Ma egli spesso vuol essere qualche altra cosa che poeta, e spesso si perde. Chi, come lui, non vede nulla piú su della forma, deve tenersi alla forma; altrimenti, passato a pena quell'orlo, ei cade nell'illimitato e vi s'inabissa e dispare. Chi adora per suo dio l'arte, e solamente per capriccio fa orazione di quando in quando alla natura, quegli oltraggia insieme la natura e l'arte. Heine accatta dalla natura il nettare e il polline dei fiori, e poi con la duttile cera costruisce l'alveare dell'arte; ma l'alveare non lo fa perché conservi il miele, raccoglie il miele per empierne il suo alveare. Però egli non commove quando piange, perché si sa che colle lacrime innaffia l'aiuola dei suoi garofani. Però egli non persuade quand'anche parla il vero, perché si sa che nel vero ama soltanto il bello. Ma la verità non sempre è bella, né resta bella sempre. Ci vuole del tempo perché ella venga in fiore, e i fiori bisogna che caschino prima ch'ella porti i frutti. Heine adorerebbe la libertà tedesca, s'ella fosse nel suo pieno fiore; ma in questi rigori d'inverno è ancora sotto il concime, ed egli non la riconosce e la sdegna. Con qual bello entusiasmo non ha egli parlato del combattimento e dell'eroica morte dei repubblicani nella chiesa di San Mery! Felicissimo combattimento, nel quale essi ebbero la sorte di gittare la piú nobile delle sfide alla tirannide e morire di bellissima morte per la libertà. Se il combattimento fosse stato meno bello (a ciò bastava fosse avvenuto in altro luogo, ove si fosse potuto disperdere i repubblicani o prenderli alla spicciolata), Heine ci avrebbe scherzato su. Heine celebrerebbe il fatto di Bruto come nessuno meglio: ma sia un sarto che levando il coltello sanguinoso dal cuore di una cucitrice oltraggiata, la quale si chiami soltanto Barberina, conciti i cittadini a libertà; Heine ci ride su. Trasportate Heine nella sala del giuoco della palla, a quell'ora memorabile in cui la Francia si svegliò dal sonno millenario e giurò di non voler piú sognare, egli diventerà il piú furioso giacobino, il piú arrabbiato nemico degli aristocratici, e farà con delizia scannare in un giorno tutti i nobili e tutti i principi. Ma date il caso ch'ei vegga scappar fuori dalla tasca di Mirabeau tonante alla tribuna una pipa al modo degli studenti tedeschi col fiocco rosso nero e oro, allora addio libertà! egli se la batte a fare di bei versi su'begli occhi di Maria Antonietta[10]».

È vero: Heine era troppo squisitamente poeta, troppo feminilmente nervoso, troppo liricamente mobile: la rigidità e la durezza, il giacobinismo del Börne, del forte e nobile Börne, non gli si affaceva. Ma la imagine della libertà sotto il concime è, me lo perdoni il Börne, un po' brutale. Heine aveva adorato la libertà, ma in visione, come una dama del medio evo, a cavallo, col falcone in pugno, col velo verde ai venti; l'aveva adorata come un'etaira di Atene, passeggiante in tunica succinta, fra i mirti, sotto i platani, in mezzo alle statue bianche dei numi; come, in somma, una Isotta o un'Aspasia, la quale avrebbe gittato a lui fiori e sorrisi ed egli a lei i suoi canti. Quando la vide in sembianza di vivandiera mescer vino e anche rhum per accendere i soldati al combattimento; quando la previde massaia onesta e laboriosa attesa a distribuire a ciascuno la sua parte di lavoro e di pane e anche di companatico, ma senza i crostini dell'ideale impastati di miele e di burro e spalmati d'azzurro, o solamente per le ragazze e i bambini; allora l'apostata romantico rivolse la testa a riguardare le bianche alture onde era sceso la mattina; non le rivide piú; e una lacrima gli tremolò negli occhi, e una irrequietudine nervosa lo possedé poi sempre. Ma in un modo o nell'altro la libertà egli l'amò, amò la patria tedesca; e pur tra le sue infedeltà di artista quell'amore brilla su la fronte sua di poeta come una stella. Ora in Germania è di rigore e di moda giudicare severamente il Heine, della cui poesia non si vuol vedere che la parte negativa. Noi italiani possiamo essere piú giusti: è giusto a ogni modo che ascoltiamo anche lui. Nel suo scritto commemorativo su 'l Börne, che era meglio del resto non avesse scritto, vi sono pagine che bisogna rileggere prima di aprire l'Atta Troll. Eccone alcune:

«... Mi pesano su l'anima, come ombre umide, tutte quelle tristezze senza consolazione ... Mi pioviggina per entro i sensi roventi come un'acqua ghiacciata, e il mio vivere altro non è che intirizzimento doloroso. O freddo inferno invernale dove viviamo dibattendo i denti! O morte, bianca fantasima di neve in mezzo a una nebbia infinita, che ne accenni tu con quello schernevole crollar della testa?

«Felici coloro che imputridiscono in pace nelle carceri della patria! perocché quelle carceri sono pure una patria con spranghe di ferro, e vi spira a traverso l'aria tedesca, e il custode, quando non è mutolo affatto, parla la lingua tedesca. Sono oggimai piú che sei lune da che niun suono tedesco mi ha percosso l'orecchio, e tutto ciò ch'io imagino e sogno si riveste faticosamente delle forme d'una lingua straniera. Dell'esilio del corpo voi avete per avventura un concetto, ma l'esilio dell'anima solo può rappresentarselo un poeta tedesco, il quale si trovi costretto a parlare a scriver francese tutto il giorno ed anche a sospirar francese la notte sul cuore della donna amata. Fino i miei pensieri sono esiliati, esiliati in una lingua straniera.

«Felici coloro che all'estero han da combattere soltanto con la povertà, con la fame e col freddo, mali non piú che della natura. A traverso i buchi della soffitta sorride loro il cielo con tutte le sue stelle. O miseria dorata in guanti lustri, quanto piú infinitamente tormentosa! Doversi far acconciare, se non pur profumare, la testa disperata; e le labbra gonfie di sdegno, piene di maledizioni al cielo e alla terra, dover sorridere, sorridere sempre!

«Felici coloro che sotto il soverchio del dolore hanno perduto alla fine l'ultimo bocconcel di ragione e han ritrovato un ricovero sicuro a Charenton o a Bicêtre, come il povero F ... come il povero B ... come il povero L ... e tanti altri che io conosceva meno. Nella loro follía la cella pare ad essi la patria diletta; essi nella camicia di forza si credono vincitori di ogni dispotismo, si credono superbi cittadini d'un libero stato. Ma tutto ciò lo avrebber potuto avere anche a casa.

«Solo il passaggio dalla ragione alla follía è un momento increscevole e orribile. Rabbrividisco quando ripenso all'ultima volta che il F ... mi venne a trovare, per dirmi sul serio che si doveva accogliere nella gran federazione dei popoli anche gli uomini della luna e gli abitatori delle stelle piú lontane. Ma come notificar loro la nostra proposta? Questo il punto difficile! Un altro patriota in simili disposizioni aveva immaginato una specie di specchio colossale, col quale rifletter nell'aria proclami in lettere gigantesche, tanto che tutto il genere umano potesse leggerli allo stesso tempo, senza timori d'impedimenti dai censori e dalle polizie. Disegno gravido di pericoli per lo stato! E pure non ne fu fatto menzione nei rapporti della Dieta germanica su la propaganda rivoluzionaria!

«Ma felicissimi poi i morti, che giacciono nella loro fossa al Père-Lachaise, come tu povero Börne.

«Sí, felici quei che sono nelle carceri della patria, felici quelli nelle soffitte della miseria corporale, felici i forsennati nella casa di forza, e felicissimi i morti! Per quel che tócca a me, io credo in ultimo di non avermi a lamentar troppo, perocché io in certa guisa partecipo la felicità di tutta questa gente, per quella meravigliosa suscettività, per quella simpatia involontaria, per quella malattia dell'anima che è nei poeti e non si sa propriamente denominare. Se anche, il giorno, io mi aggiro fresco e ridente per le vie splendide di Babilonia: credetemelo, non a pena cade la sera, le arpe melanconiche mi risonano in cuore, e tutta notte tutti i tromboni e i cembali del dolore, tutta la musica giannizzera dei patimenti umani vi rintrona dentro; e ne sale su fuori una orribile e stridente processione di maschere.

«Oh che sogni! sogni di carcere, di miseria, di follía, di morte! mescuglio stridente d'insania e di saviezza! zuppa avvelenata che puzza di sauerkraut e odora di fiori d'arancio! Orribile sensazione, quando i sogni dileggiano la realtà del giorno, e ironiche larve metton fuori il capo dai rossi papaveri ammiccando e facendovi lima lima, e i superbi allori si convertono in ispidi cardi e gli usignoli fanno un sogghigno di scherno!

«Per il solito ne'miei sogni io mi siedo sul pilastro angolare al canto di via Laffitte in un'umida sera di autunno, quando la luna gitta lunghe strisce di luce su 'l sudicio lastrico, sí che la mota sembra dorata se non pur seminata qua e là di diamanti che scintillano. Gli uomini che passano sono della stessa guisa, mota che risplende: sensali di fondi pubblici, giocatori al rialzo, monetari falsi del pensiero, scribi a buon mercato, e ragazze anche a miglior mercato, le quali per verità devono mentire soltanto col corpo, pance oziose che si rimpinzano nel caffè di Parigi e poi si precipitano all'Accademia di musica, alla cattedrale del vizio, ove Fanny Essler danza e sorride ... In mezzo, un trepestío di carrozze, un saltar di lacchè screziati come tulipani e volgari come i loro nobili padroni. E, se non erro, in uno di que'cocchi sfacciatamente dorati siede il già mercante di sigari Aguado, e i suoi cavalli che passano pestando superbamente la mota inzaccherano dall'alto al basso il mio abito di maglia rosso ròsa ... Già, con mia gran meraviglia, io mi veggo vestito da capo a piè di maglia rosso ròsa, d'una veste color carne; poiché la stagione inoltrata e anche il clima non concedono una intiera nudità, come in Grecia, alle Termopili, dove re Leonida co'suoi trecento spartani la vigilia della battaglia danzò tutto nudo, tutto nudo, coronato il capo di fiori. Io vesto alla foggia del Leonida dipinto dal David, quando ne'miei sogni mi siedo su 'l canto di via Laffitte, ove il maledetto cocchiere dell'Aguado m'inzacchera i miei calzoni di maglia. Mascalzone, egli m'impillacchera anche la mia corona di fiori, la bella corona di fiori che porto in capo, ma che, detto fra noi, è già mezza secca e non manda piú odore ... Ahi, ahi! egli erano freschi e allegri fiori il giorno che me ne adornai, nel pensiero che la dimani si anderebbe alla battaglia, alla santa e vittoriosa morte per la patria ... È oramai un bel pezzo, ed io me ne seggo qui tristo e sfaccendato in via Laffitte, e aspetto la battaglia; e intanto i fiori mi appassiscono su 'l capo, e anche i capelli m'imbiancano, e il cuore mi si ammala nel petto. Dio santo! com'è lungo il tempo di questo attendere oziosi! alla fine mi muore anche il coraggio ... Io veggo la gente che passa guardarmi pietosamente, e susurrar l'uno all'altro: Povero pazzo!»[11]

E intanto nel sacro suolo della patria, nella Germania tutta nera di querce e d'idee, il movimento incalzava; e in pochi anni alla Giovine Alemagna, specie di repubblica girondina che la dittatura contro il passato esercitava nelle poesie nei romanzi e nei drammi, succedeva la sinistra hegeliana, specie di montagnardi che tutte le idee del passato cominciando da Dio decapitavano sotto la ghigliottina filosofica; succedevano i poeti politici, specie di volontari del '93, che stanchi di combattere per parole e di decapitare idee volevano romperla con qualche cosa, ma non sapevano che. A questo punto Heine si smarrí.

E pure il giacobinismo del Börne era, con un piú ardente amore alla patria tedesca, quello stesso giacobinismo delle lettere da Helgoland. E pure la sinistra hegeliana non avea fatto altro che confinare nello stretto ragionamento le divinazioni e le volate del libro su l'Alemagna. E quei della poesia delle tendenze erano pure figlioli, piú o meno legittimi e rassomiglianti, che Heine aveva generati ne'suoi amori di luglio e di agosto con la rivoluzione del '89 e del '93. Ma che! L'estate e la passione erano ite, e la rivoluzione non parea piú cosí bella. E quel Börne con quella sua corona di ebrei e di puritani e di disperati era cosí poco estetico! E poi quella dura sinistra hegeliana, che deportava gli eleganti e poetici ingegni ai lavori forzati del romanzo di genere o della liricuzza nell'arcipelago del nulla! E poi quella politische Tendenzpoesie (orribile scontro di parole, di idee e di ringhi) cosí arruffata, per lui artista correttissimo nella linea! quel Hoffmann di Fallersleben con tutti i bicchieri che beveva per la rima, quel Dingelstedt con la lanterna, quel Prutz con la mazza, quel Herwegh strappatore di croci, quel Freiligrath, il quale dagli amori alle giraffe, che non avea mai vedute, di Guinea, era passato a recitare il confiteor fra i socialisti, apparivano cosí iperbolici, cosí enfatici, cosí monotoni, cosí vaporosi, a lui adoratore del Goethe e ora quasi naturalizzato francese!

Tali odii e amori, tali rimembranze e rimpianti, tali eccitazioni e antipatie, parte umane e patriotiche, parte artistiche e liberali, parte personali ed egoistiche, conspirarono tutte insieme a informare e formare l'Atta Troll. L'orso del Heine, come il veltro di Dante, muta parvenze e attitudini secondo spira il vento della fantasia e della passione: è il combattitore mangiafrancesi del '13, è il costituzionale del '18 col suo buon vecchio diritto, è il girondino della Giovine Allemagna, il giacobino della scuola di Börne, l'ammazzasette della sinistra hegeliana, il socialista poeta-tendenza, ma sempre sentimentale, sempre idealista, sempre germanico, sempre romantico, sempre orso. Heine nell'Atta Troll sembra aver fatta sua l'impresa di quel vecchio cavaliere spagnolo, Yo contra todos y todos contra yo: non mai fu piú in disaccordo con tutti e piú d'accordo col suo genio. E la caricatura riuscí tanto piú meravigliosa, non so qual meglio fra comica e fantastica, per questo, che fu condotta col piú serio artifizio della scuola romantica e con un appassionato sentimento della romantica poesia.

Lo afferma esso il poeta nelle Confessioni: «Dopo aver dati de'colpi a morte alla poesia romantica in Germania, a un tratto fui ripreso io stesso da un infinito amore del fiore azzurro nel paese de'sogni del romanticismo; e tolsi in mano la lira incantata, e cantai un canto nel quale mi abbandonai a tutte le meravigliose esagerazioni, a tutta l'ebbrezza del lume di luna, a tutta la strana magía di quella folle musa che io aveva un dí tanto amata. Io so che quello fu l'ultimo libero canto del vero romanticismo e che io sono l'ultimo suo poeta.»[12] E piú liberamente confessandosi al Varnhagen d'Ense (in una lettera del 3 gennaio'46): «Questa nuova generazione vuol godere e farsi il suo posto nel visibile: noi, i vecchi, c'inchinavamo umilmente dinnanzi l'invisibile, ma godevamo in soppiatto d'ombre, di baci, di profumi di fiori azzurri; noi rinunziavamo e piagnucolavamo, e non per tanto eravamo piú felici di questi duri gladiatori che vanno incontro con tanto orgoglio a un combattimento mortale. Il millennio del romanticismo è sul finire; ed io, io stesso, sono stato l'ultimo suo re favoloso, disceso volontario dal trono. Se non avessi gittato la corona e vestito la blouse, mi avrebbero a punto a punto decapitato. Quattr'anni or sono, prima di divenire apostata di me stesso, volli ancora diguazzarmi un poco al lume di luna co'vecchi compagni de'miei sogni; e scrissi Atta Troll, il canto del cigno d'un'età che declina; e l'ho dedicato a voi. Ed è proprio vostro; perché voi eravate il compagno d'armi che piú mi rassomigliava, sí nel serio sí nello scherzo. Come me vi adoperaste a seppellire il vecchio tempo e avete servito di levatrice al nuovo: sí, noi l'abbiamo messo al mondo, e ora ce ne spaventiamo: siamo come la povera gallina che ha covato le uova di anitra, e vede tutta sgomenta la sua covata gittarsi deliziosamente nell'acqua.[13]»

Il poeta si è veramente confessato. Dunque si adoperò anch'egli a seppellire il vecchio tempo! Dunque serví da levatrice al nuovo! Egli sa ciò che ha fatto, e in fondo crede che è bene; ma ha dentro di sé la tenia romantica che gli dà il mal umore.

Non voglio esser io a rappresentare Heine per rivoluzionario e radicale, e però lascio parlare un suo biografo tedesco, lo Strodtmann. «Questa spettrale e corusca apparizione del romanticismo per entro la fredda e arida vita del presente dà al poema un'attrattiva tutta sua e originale; ma noi ci accorgiamo súbito che quelle sono ombre morte, le quali ci volteggiano intorno stranamente gesticolando su la frontiera che separa il paesaggio del mondo antico dal paesaggio del mondo moderno. Noi, non del tutto liberati ancora dai loro influssi, sospiriamo riguardando indietro alla regione dei sogni del buon tempo antico; ma la ragione ci mostra l'ignoto avvenire. Per quanto il poeta metta in ridicolo senza un riguardo al mondo la poesia politica delle tendenze pavoneggiantesi nella sua ampollosità e la orsina goffaggine della propaganda socialistica, era ben lontano dal pensiero di mettere in dubbio co'suoi scherzi il contenuto delle dottrine rivoluzionarie e sociali. Non sarà per contrario sfuggito agli accorti e spregiudicati lettori come spesso il furbo Heine simpatizzi con le distruttive teoriche del radicalismo; e la teologia in specie può restare mezzanamente contenta agli ammonimenti di Atta Troll a'suoi figli che si guardino da Feuerbach e da Bauer, se gli raffronti alla rappresentazione del creatore sedente, su l'aureo trono del cielo, sotto il padiglione stellato, in forma d'un colossale orso del polo con pelle tutta di neve immacolata.[14]»

In tale contrasto fra il presentire Enrico Heine nella chiaroveggenza del suo pensiero il trionfo di quelle idee di trasformazione politica e sociale per le quali egli stesso aveva combattuto, e il suo disgusto di artista per le forme con le quali elleno erano almeno per allora bandite, e le voluttuose aspirazioni della sua sensualità di poeta a uno stato di segregato riposo ove la fantasia potesse abbandonarsi a tutti i voli di scoperta e l'arte a tutti i capricci di lavoro; in tale contrasto è la novità originale dell'Atta Troll. In mezzo al regno attuale degli orsi e prima dell'avvenimento delli gnomi l'autore del Canzoniere vuole abbandonarsi a un saturnale di fantasia, vuol prendere (perdonatemi, per amore della verità, la metafora) una romantica ubriacatura di poesia pretta, a onta e dispetto della scuola delle tendenze; se non che non può uscire dalla corrente, e con quel suo continuo ribattere a cotesta sciagurata poesia delle tendenze cade nella tendenza egli stesso.