VI.
Sí, valentemente. Credo poterlo ripetere oggi, dopo cinque anni che le pagine qui a dietro furono stampate in prefazione al volumetto dell'edizione Zanichelli.
Certi parrucchieri della poesia, certi commessi viaggiatori della critica, quando scappa loro parlare di verseggiatura e di stile poetico, dovrebbero starsene contenti ai libretti d'opera. Essi non sanno, per esempio, che sia, o che ci sia al mondo, la strofe trocaica tedesca; essi non sanno che sia, o che ci sia al mondo, il semplice e monotono ottonario dei romanzi spagnoli (romanzi, badino, che non sono come quelli del Zola), che sia, o che ci sia al mondo, l'ottonario spezzato delle commedie di Calderon; due maniere metriche queste, che Heine imitò nella strofe trocaica del suo poema comico romantico, d'argomento e di scena spagnolo: ora, non sapendo tutto cotesto, non possono intendere che il Chiarini non poteva e non doveva tradurre l'Atta Troll in istrofette, come,
Mira, Norma, a'tuoi ginocchi
Questi cari pargoletti ecc.
Essi signori parrucchieri e commessi viaggiatori non sanno che c'è una poesia italiana del secolo decimoquarto e decimoquinto, e che fu molto piú naturale e piú vera e piú varia della poesia degli arcadi classici, non che dei romantici lombardo-veneti, i quali spinsero il furore della originalità sino a rifare o contraffare in versetti metastasiani o in versoni cesarotto-foscolo-montiani i romantici francesi e tedeschi: non sanno che in quella vecchia poesia abondano le ballate vere a strofe ottonarie d'un andamento rotto franco e famigliare, che poi non si rivede piú se non forse in qualche parte obliata della poesia drammatica e popolare del secolo decimosettimo. Se dunque il Chiarini nel tradurre l'Atta Troll, e prima di lui il Berchet nel tradurre le vecchie romanze spagnole, risalirono a cotesti esempi; chi cotesti esempi conosce e conosce un pochetto della poesia straniera onde il Berchet e il Chiarini tradussero, sa, o crede, che facessero bene; perché con le strofe ottonarie del Metastasio o del Romani che stanno benissimo nei melodrammi, e con quelle del Parini o del Monti o del Prati che sono ai lor luoghi bellissime, il Romancero e l'Atta Troll non si traducono da vero, e tradotti in altro metro non sono piú il Romancero e l'Atta Troll.
Che se, dove in questo poema prevale l'elemento discorsivo e satirico la traduzione del Chiarini è alle volte ineguale né senza durezze o contorsioni, bisogna anche avere un po' di riguardo alla incredibile difficoltà del rendere in rime italiane quella poesia indiavolata; bisogna un po' vedere se l'originale in certi luoghi sia facile andante eguale, o non si contorca e sperda in giravolte d'allusioni e d'arguzie troppo misteriose e lontane e faticosamente cacciate. Ma dove l'epos romantico si devolve con abondanza di cuore e di vena, la traduzione del Chiarini, fedelissima, ha pienezza d'intonazione, semplicità di mezzi, rispondenza di movimenti e di suoni tale, che non lascia desiderar, credo, molto.
Leggiamo, o rileggiamo, a prova, la Caccia selvaggia, che per l'invenzione e la rappresentazione larvale fantastica appassionata, ove il languor dei delirii a un latteo lume di luna pare ardenza di entusiasmi sotto il rosso splendore del sole, è, per me, il punto culminante, il punto che mi vince, dello strano poema (cap. XVIII-XX). Nella Caccia selvaggia, si sa, il poeta, rimaneggiando all'uopo suo un'antichissima tradizione odinica incristianita nel medio evo, figura il corteo degli spiriti nemici al cristianesimo o che non ebbero inspirazione o sentimento di cristiani, i quali la notte di San Giovanni vanno a caccia per i greppi de'Pirenei.
Era appunto il plenilunio
E la notte e l'ora quando
Pe 'l burrone degli spiriti
Vanno i morti cavalcando...
Risa, gridi e suon di corni,
E di fruste scoppiettare,
E nitriti lietamente
Fean la valle risonare.
Venían primi insiem correndo
E cinghiali e cervi strani,
E altre fiere, che inseguite
Dalla muta eran dei cani.
Differenti i cacciatori
E di tempo e di paese:
Cavalcava con Nembrotte
Carlo decimo, francese.
Sovra bianchi palafreni
S'avanzavano: i bracchieri,
Dietro, a piede, coi guinzagli,
E con faci gli staffieri.
Io piú d'uno riconobbi
Nella gran turba. Non fu
Quel coperto tutto d'oro
Forse un giorno il re Artú?
Dopo i re e i guerrieri, i poeti:
Vidi ancor piú d'un eroe
Del pensier fra quella gente;
Riconobbi il nostro Goethe
Al sereno occhio lucente...
Della bocca al dolce riso
Shakspeare anche ravvisai,
Che gl'inglesi Puritani
Condannaro....
Con Shakspeare il suo pietista commentatore tedesco sur un asino:
Va cogli altri a caccia, e monta
Un caval di nero pelo.
Al suo lato, sopra un asino,
Trotta un uomo.... O Dio del cielo!
Quella faccia di devoto,
Quella orribile paura,
Quel berretto di cotone....
Quella d'Horn è la figura.
Quando van tutti al galoppo,
Il gran vate sorridendo
Guarda il suo commentatore,
Che a fatica il vien seguendo,
E spossato in su la sella
Del somier s'aggrappa forte,
Fedel sempre al suo poeta
Come in vita così in morte.
Seguitano le baccanti dell'antichità:
Anche vidi molte dame
Ne la folle processione,
Belle ninfe da le snelle
Leggiadrissime persone.
Inforcavano i polledri
Tutte nude, ma i capelli
Giú per gli omeri scendevano
Come d'oro ampi mantelli.
Coronate eran di fiori
E agitavano i virenti
Tirsi bacchici, riverse
In procaci atteggiamenti.
le schive del medio evo,
Vidi appresso in veste lunga
Molte caste damigelle,
Con in pugno il falco e assise
Di traverso su le selle.
le fatturate del tempo nostro,
Dietro, quasi parodía,
Sopra magri rossinanti
Venían donne che al vestire
Somigliavan commedianti.
Grazïose eran nel volto,
Ma sfrontate anche un pochetto;
E gridavan come pazze,
Tutte rosse di belletto.
Come ciò gioiosamente
Fea la valle risonare!
Risa, gridi e suon di corni,
E di fruste scoppiettare.
E tra le donne, tre figure, tre simboli, tre età, tre poesie.
Diana, la poesia classica:
Da la mezza luna in capo
L'una si riconoscea:
Fiera e bella come statua
S'avanzava la gran dea.
Da la tunica succinta
L'anche e il petto uscivan fuore:
Le baciava della luna
Delle fiaccole il chiarore.
Bianco e gelido qual marmo
Era il viso. La severa
Rigidezza di quei tratti
E il pallor terribil era.
Ma ne' vividi occhi neri
Fieramente divampava
Un maligno e dolce fuoco,
Che accecava, divorava.
Abonda, la poesia romantica del medio evo
Vienle al fianco un'altra bella,
Che ben poco a lei somiglia;
Ma il candore ha pinto in volto
Della celtica famiglia.
Al dolcissimo sorriso
Ed al suon de la gioconda
Pazza voce io riconobbi
Di leggier la fata Abonda.
Avea faccia un po' pienotta,
Di rossor sempre soffusa;
E la bocca a cuor, che i bianchi
Denti mostra ognor socchiusa.
La leggera azzurra veste
Che portava apríasi al vento:
Spalle uguali neanche in sogno
D'aver visto mi rammento.
Erodiade, la poesia orientale:
Il suo bianco ardente viso
Rammentava le contrade
D'Orïente, le sue vesti
La sultana Scheherezade.
Era il naso un bianco giglio,
E le labbra melagrane;
Come palme in mezzo a un'oasi,
Le sue membra svelte e sane.
Sedea sopra una chinèa
Bianca, e a'lati uno ed un moro
Le trottava a piè, reggendo
Con la man la briglia d'oro.
Essa, Erodiade, volle la testa di San Giovanni Battista, perché ne era innamorata; e ora
Porta sempre nelle mani
Il vassoio con la testa
Di Giovanni; e di guardarla,
Di baciarla mai non resta.
Ne la notte s'alza, ed esce
Alla caccia, e porta in mano,
Com'è detto, il capo tronco:
Che talor (capriccio strano
Femminil!) con grandi risa
Fanciullesche in aria getta,
Come palla, e su 'l vassoio
Ricader quindi l'aspetta.
La regina degli ebrei sente e distingue nel poeta un suo nazionale:
Quando a me passò dinanzi,
Riguardommi, e m'accennò
Cosí languida col capo,
Che 'l mio cor forte tremò.
Ben tre volte andò la turba,
Galoppando, innanzi e indietro;
E tre volte, nel passare,
Salutommi il caro spetro.
Già sparía la processione,
Il tumulto già cessava;
E l'amabile saluto
Pe'l mio capo ancor trottava.
Tutto il giorno di poi il poeta fantastica della processione e specialmente delle tre donne:
E mi prese un fier desío
Di sognar, di delirare,
Un desío di quelle Amazzoni
Che aveo visto cavalcare.
O notturne visïoni,
Dall'aurora spaventate,
Dite, dite, ove fuggiste?
Ove al dí ricoverate?
Ricovero a Diana sono le rovine del paese che fu romano, onde ella in forma tra di dea e di strega conturba ancora gli spiriti:
Sotto i ruderi d'un tempio
Di Romagna, per timore
De' cristiani, ritirata
Sta Dïana il giorno. L'ore
De la nera mezzanotte
Per uscir fuori ella aspetta;
Ed allor con le compagne
A la caccia si diletta.
Piú lontano, piú fantastico, piú misterioso il refugio della romantica Abonda:
Essa pur la bella Abonda
De' cristiani ha gran paura,
Ed il giorno sta nascosta
D'Avalun ne la sicura
Isoletta. Ne l'oceano
De' romantici, assai lunge,
È quest'isola: l'alato
Pegaseo solo vi giunge.
Mai la Cura non v'approda,
Né vapor su quelle ripe
Mai depone i curïosi
Filistei da le gran pipe.
Non si sente là de'doppi
Il suon tristo, fastidioso,
Quel din don din do continuo
Alle fate tanto odioso.
Là, fiorente di perpetua
Gioventú, sempre gioconda,
Vive in mezzo a la letizia
La gentile e bella Abonda.
Fra l'odor di strani fiori,
Là ridendo ella passeggia.
Fra una turba di ciarlieri
Paladin che la corteggia.
Ma Erodiade, la povera esecrata ebrea, sta sotterra nei vecchi sepolcreti di Gerusalemme:
Nel sepolcro fredda salma
Stai dormendo tutto il giorno,
Fin che poi a mezzanotte
Ti risveglia il suon del corno,
E tu segui con Dïana,
Con Abonda, la feroce
Cavalcata, e con gli allegri
Cacciator ch'odian la croce.
L'attrazione della caccia selvaggia e la fatal simpatia d'Erodiade rapisce il poeta:
Qual gioconda compagnia!
Potess'io cacciar con voi
Per i boschi ne la notte!
Starei sempre a' fianchi tuoi:
Poi ch'io t'amo sopra tutte!
Né la greca altera dea,
Né la fata amo del norde,
Quanto te, morta giudea...
Ogni notte nella caccia
Al tuo lato cavalcando
Verrò teco; rideremo,
Anderemo insiem ciarlando.
....e il dí piangendo
Sul tuo tumul sederò.
Sí, nel giorno, su gli avanzi
De' regali mausolei,
Su la tomba dell'amata
Mi vedranno i vecchi ebrei
Star piangente, e crederanno
Ch'io lamenti sconsolato
La città santa distrutta
E 'l gran tempio ruinato.
È uno strano pezzo di romanticismo classico ed ebreo; tradotto poi, che non si poteva meglio. A cui la traduzione non garba, si conforti coi Salmi adattati al gusto della poesia italiana dall'abate e avvocato Saverio Mattei, che del resto avea ne'suoi tempi sufficienza di dottrina; mentre i commessi viaggiatori d'oggigiorno per giudicare della musicalità in poesia hanno soltanto la capacità delle orecchie.