XXV

SPIEGAZIONE DEL SOGNO DELLA MADRE DI DANTE

Mostrato è sommariamente qual fosser l'origine, gli studi e la vita e' costumi, e quali sieno l'opere state dello splendido uomo Dante Alighieri, poeta chiarissimo, e con esse alcuna altra cosa, facendo transgressione, secondo che conceduto m'ha Colui che d'ogni grazia è donatore. Ma la mia fatica non è ancora al suo fine venuta, rammemorandomi una particella nel processo promessa, cioè il sogno della madre del nostro poeta, quando gravida era in lui, e il significato di quello: nel quale se un pochetto mi stendessi, priego pazientemente il sófferino i lettori.

Dico adunque che la madre del nostro poeta, essendo gravida di quella gravidezza, della quale esso poi a debito tempo nacque, dormendo, le parve nel sonno vedere sé essere al piè d'uno altissimo alloro, allato a una chiara fontana, e quivi partorire un figliuolo, il quale le pareva il piú pascersi delle bache che dello alloro cadevano, e bere disiderosamente dell'acqua di quella fontana; e da questo cibo nudrito, le parea che in piccol tempo crescesse e divenisse pastore, e nella vista grandissima vaghezza mostrasse d'aver delle frondi di quello alloro, le cui bache l'avean nutricato; e, sforzandosi d'aver di quelle, avanti che ad esse giunto fosse, le pareva che egli cadesse; e, aspettando ella di vederlo levare, non lui, ma in luogo di lui le pareva vedere un bellissimo paone esser levato. Dalla qual maraviglia la gentil donna commossa, senza piú avanti vedere, ruppe il dolce sonno. Né tenne quello, che veduto aveva, nascoso, comeché, recitatolo a molti, neuno ne fosse, che quello per quel comprendesse che seguir ne dovea. Il che, poi che avvenuto è, piú leggiermente conoscer si puote, sí come io appresso mi credo mostrare[a].

[Footnote a: Opinione è degli astrolagi e di molti filosofi naturali, per la virtú e influenzia de' corpi superiori, gl'inferiori, quali che essi si sieno, e producersi e nutricarsi, e ciascheduno, secondo la qualitá della virtú infusa, essere piú utile ad alcuna o alcune cose che al rimanente dell'altre: il che assai appare negli uomini, se le loro attitudini guarderemo. Percioché noi tra molti ne vedremo alcuno, che senza dottrina, senza maestro, senza alcuna dimostrazione, sospinto solamente da uno istinto naturale, divenire ottimo cantatore; e, se quanti fabbri furono mai gli fussono d'intorno, non gli potrebbono insegnare tenere un martello in mano, non che formare una spada; e, se pure, constretto, o per molta consuetudine dell'arte fabbrile alcuna cosa imparasse o facesse, come in suo arbitrio sará, al naturale suo intento, cioè al canto, si tornerá, se da sé giá per forza della sua libertá non lasciasse il canto, e al martello s'attenesse. Cosí alcuno altro nascerá a disegnare e a intagliare sí disposto, che ogni piccola dimostrazione il fará in ciò in brevissimo tempo sommo maestro, dove in qualunque altra leggiera arte fia durissima cosa ad introdurlo. Che andrò io della varietá delle singolari disposizioni degli uomini dicendo, se non quello che il nostro poeta medesimo ne dice:

Un ci nasce Solone, ed altro Xerse, altri Melchisedech, ed altri quello che, volando per l'aere, il figlio perse?

Appare adunque varie constellazioni a varie cose disporre gli ingegni degli uomini; e però, considerato chi fu Dante e quale la sua principale affezione, assai bene si conoscerá il cielo nella sua nativitá essere disposto a dover producere un poeta. E, perché l'alloro, come davanti avemo mostrato, è quello albero, le cui frondi testimoniano nella coronazione la facoltá del poeta, meritamente possiamo dire, l'alloro dalla donna veduto significare e la disposizione del cielo nella nativitá futura di Dante, e la precipua affezione e studio di colui che nascere dovea, sí come chiaramente n'ha dimostrato quello che appresso la nativitá di Dante è seguito. L'essersi colui, ecc.]

Possiamo adunque, riguardando, come di sopra è detto, l'alloro esser de' poeti ornamento, per quello dalla donna veduto intendere la disposizion celeste esser stata atta, nella concezion di Dante, a dover producere un poeta.

L'essersi colui, che nato era, delle bache che dello alloro cadevano nudrito, assai chiaramente dimostra quali dovevano essere gli studi di Dante; percioché, sí come il corpo si nutrica e cresce del cibo, cosí gl'ingegni degli uomini si nutricano e aumentano degli studi. E le bache, che frutto son dell'alloro, non vogliono altro significare che i frutti della poesia nati, li quali sono i libri da' poeti composti, e da' quali Dante senza dubbio e nutricò e aumentò il suo ingegno.

Il chiarissimo fonte, del quale pareva alla donna che bevesse il suo figliuolo, niuna altra cosa credo che voglia significare se non il copioso e abbondantissimo seno della filosofia, del quale, ciò che compor si vuole, è di necessitá che si prenda; e, sí come il poto è ordinatore e disponitor nello stomaco del cibo preso, cosí la filosofia, d'ogni cosa buona maestra verissima, con la sua dottrina è ottima componitrice d'ogni cosa a debito fine. Nelle cui scuole, come di sopra mostrammo, accioché sé e le sue invenzioni ordinare sapesse, e intender compiutamente l'altrui, il nostro poeta bevve piú tempo digestivo e salutevole beveraggio.

Appresso il parere pastor divenuto, la sublimitá del suo ingegno ne mostra, per la quale in brieve tempo divenne tanto e tale, che non solamente bastevole fu a governar sé, ma eziandio a mostrare agli altri ingegni la sua dottrina. Sono, al mio giudicio, di pastori due maniere: corporali e spirituali [a]. I corporali sono i pastor silvani, li re e' padri delle famiglie; li spirituali

[Footnote a: Li corporali similmente sono di due qualitá, l'una delle quali sono quegli che, per le selve e per gli prati, le pecore, gli buoi e gli altri armenti pascendo menano; l'altra sono gl'imperadori, i re, i padri delle famiglie, i quali con giustizia e in pace hanno a conservare i popoli loro commessi, e a trovare onde vengano a' tempi opportuni i cibi a' sudditi e a' figliuoli. Li spirituali pastori similmente dire si possono di due maniere: delle quali è l'una quella di coloro che pascono l'anime de' viventi di cibo spirituale, cioè della parola di Dio, e questi sono i prelati, i predicatori e i sacerdoti, nella cui custodia sono commesse l'anime labili di qualunque sotto il governo a ciascuno ordinato dimora; l'altra è quella di coloro, li quali in alcuna scienzia ammaestrati prima, poi ammaestrano altrui leggendo o componendo. E di questa maniera di pastori vide la madre il suo figliuolo divenuto. Lo sforzarsi ad aver delle frondi assai manifesto ne mostra essere il desiderio della laureazione, peroché ogni fatica aspetta premio, e il premio dello avere alcuna cosa poetica composta, è l'onore che per la corona dello alloro si riceve. Ma séguita che cadere il vide, quando piú a ciò si sforzava; il quale cadere niuna altra cosa fu se non quel cadimento che tutti facciamo senza levarci, cioè il morire: il che a lui avvenne quando giá avea finito quello per che meritamente la laureazione gli seguiva. Seguentemente dicea che in luogo di lui vide levarsi un paone; ove intender si dee che, dopo alla morte di ciascuno, a servare il nome suo appo i futuri surgono l'opere sue. E perciò in luogo d'Alessandro macedonico, di Iuda Maccabeo, di Scipione Affricano, abbiamo le loro vittorie e l'altre magnifiche opere; in luogo d'Aristotile, di Solone e di Virgilio, abbiamo i loro libri, le loro composizioni, eterne conservatrici de' nomi e della presenzia loro nel cospetto di que' che vivono; e cosí in luogo di Dante ecc.] sono i prelati e' sacerdoti e similmente i dottori, in qualunque facultá de' quali il nostro Dante fu uno.

Lo sforzarsi ad aver delle frondi assai manifestamente ne mostra essere stato il disiderio della laureazione, nel quale mentre si faticava cadde, cioè morí.

E vide la madre in luogo di lui levarsi un paone: per che intender si dee che, dopo alla morte di ciascuno, a servare il nome suo appo i futuri surgono l'opere sue. Laonde in luogo di Dante abbiamo la sua Comedia, la quale ottimamente si può conformare ad un paone. Il paone, secondo che comprendere si può, ha queste proprietá: che la sua carne è odorifera e incorruttibile; la sua penna è angelica, e in quella ha cento occhi; li suoi piedi sono sozzi, e tacita l'andatura; e, oltre a ciò, ha sonora e orribile voce: le quali cose con la Comedia del nostro poeta ottimamente si convengono.

Dico adunque primieramente che, cercando in assai parti lo intrinseco senso della Comedia, e in assai lo intrinseco e lo estrinseco, si troverá essere semplice e immutabile veritá, non di gentilizio puzzo spiacevole, ma odorifera di cristiana soavitá, e in niuna cosa dalla religione di quella scordante.

Dissi, appresso, il paone avere angelica penna, e in quella cento occhi. Certo io non vidi mai alcuno angelo; ma, udendo che voli, estimo che penne aver debba; e, non sappiendone alcuna fra questi nostri uccelli piú bella né cosí peregrina, considerata la nobiltá di loro, imagino che cosí la debbiano aver fatta, e però non da queste le loro, ma queste da quelle dinomino; e intendo per quelle, delle quali questo paon si cuopre, la bellezza della peregrina istoria che appare nella lettera della Comedia; e il cambiare del color di quella, secondo i vari mutamenti di questo uccello, niuna altra cosa esser sento, se non la varietá de' sensi che a quella in una maniera e in altra, leggendola, si posson dare. E i cento occhi, chi non intenderá i cento canti di quella, ne' quali ella cosí è ordinata e distinta e ornata, come ne' lor luoghi distinti mirabilmente gli occhi si veggono nel paone?

Sono e al paone i piè sozzi e l'andatura queta: le quali cose ottimamente alla Comedia del nostro autor si confanno; percioché, sí come sopra i piedi pare che tutto il corpo si sostenga, cosí prima facie pare che sopra il modo del parlare ogni opera in iscrittura composta si sostenga; e il parlare volgare, nel quale e sopra il quale ogni giuntura della Comedia si sostiene, a rispetto dell'alto e maestrevole stilo letterale che usa ciascuno altro poeta, è senza dubbio sozzo. L'andar quieto e tacito significa l'umiltá dello stilo, il quale nelle comedie di necessitá si richiede, come color sanno che intendon che vuol dir «comedia».

Ultimamente dico che la voce del paone è sonora e orribile; la quale, comeché la soavitá delle parole del nostro poeta paia e sia molta, nondimeno chi bene in alcune parti riguarderá, ottimamente conoscerá confarsi con la voce della Comedia, e massimamente dove con acerbissime invezioni grida ne' vizi d'alcuni, oppur, distesamente procedendo, d'alcuni altri morde le colpe o gastiga i miseri peccatori. E niuna è piú orrida voce di quella del gastigante, e massimamente a colui che ha commesso o a colui che, a mandare i suoi appetiti ad effetto, schifa l'ostacolo del riprensore. Per la qual cosa e per l'altre di sopra mostrate assai appare, colui che fu, vivendo, pastore, dopo la morte esser divenuto paone, sí come creder si puote essere stato per divina spirazione nel sonno mostrato alla cara madre[a].

[Footnote a: Questa esposizione del sogno della madre del nostro poeta conosco essere assai superficialmente per me fatta; e questo per piú cagioni. Primieramente, perché per avventura la sufficienzia, che a tanta cosa si richiederebbe, non c'era; appresso, posto che stata ci fosse, piú tosto altro luogo per sé richiedeva che questo, ad altra materia congiunta; ultimamente, quando la sufficienzia ci fosse stata, e la materia l'avesse patito, era ben fatto, piú che detto sia, non essere detto da me, accioché ad altrui piú di me sufficiente e piú vago di ciò alcun luogo si lasciasse di dire. La mia picciola barca, ecc.]