II

Senso allegorico

[Lez. XXIX]

Papé Satan, papé Satan aleppe», ecc. Dimostrò lʼautore nel precedente canto come la ragione gli dimostrò qual fosse la colpa della gola, e che supplicio fosse dalla divina giustizia posto aʼ gulosi, li quali in quel peccato morivano; e, continuandosi alle cose precedenti, discrive come, seguendo la ragione, gli fosse da lei dimostrato che cosa fosse il peccato dellʼavarizia e similmente quello della prodigalitá, e similmente qual pena ne fosse data a coloro che in esse erano vivuti e morti peccatori, e sotto il cui imperio puniti fossero: procedendo appresso in questo medesimo canto, come, veduti questi, seguendo la ragione, gli fossero dalla detta ragione mostrate altre due spezie di peccatori, cioè glʼiracundi e gli accidiosi, e il loro tormento. E però primieramente vedremo, come di sopra si promise, quello che lʼautore intenda per Plutone prencipe di questo cerchio; e appresso che cosa sia avarizia, e in che pecchi lʼavaro; e poi che cosa sia prodigalitá, e in che pecchi il prodigo; e quinci qual sia la pena lor data per lo peccato commesso, e come la pena si confaccia al peccato. E, questo veduto, procederemo a vedere che peccato sia quello dellʼira, e poi quello dellʼaccidia, e qual pena agli accidiosi e agli iracundi data sia, e come essa si conformi alla colpa.]

[Truovansi adunque, secondo che esponendo la lettera è detto, essere stati due Plutoni, deʼ quali per avventura ciascuno potrebbe assai attamente servire a questo luogo, quantunque lʼuno molto meglio che lʼaltro, sí come apparirá appresso. Diceva adunque Leon Pilato che uno, il quale fu chiamato Iasonio, aveva amata Cerere, dea delle biade, e con lei sʼera congiunto, e di lei avea ricevuto un figliuolo, il quale avea nominato Pluto. Sotto il qual fabuloso parlare è questa istoria nascosa, cioè che, al tempo del diluvio il quale fu in Tessaglia aʼ tempi del re Ogigio, si trovò in Creti un mercatante, il quale ebbe nome Iasonio; e questi essendo molto ricco, e avendo, per la fertilitá stata il precedente anno, trovata grandissima copia di grano, e quella comperata a quel pregio che esso medesimo aveva voluto; udendo il diluvio stato in Tessaglia, e come egli aveva non solamente guasti i campi e le semente del paese, ma ancora corrotta ogni biada, la quale per i tempi passati ricolta vi si trovò, e i circustanti popoli esserne mal forniti a dover potere sovvenirne quegli delle contrade dove stato era il diluvio; caricati piú legni di questo suo grano, lá navicò, e di quello ebbe daʼ paesani ciò che egli addomandò; e in questa guisa, ispacciatol tutto, fece tanti denari, che a lui medesimo pareva uno stupore: e in questa maniera di Cerere, cioè del suo grano, generò Plutone, cioè una smisurata ricchezza. E in questo luogo si pone Plutone, per lo quale sʼintendono le ricchezze mondane, a tormentare coloro che quelle seppero male usare, sí come appresso apparirá; e perciò assai convenientemente qui si potrebbe di questo Plutone intendere.]

[Ma, come di sopra dissi, molto meglio si conformerá al bisogno questo altro, del quale si legge che Plutone, il quale in latino è chiamato Dispiter, fu figliuolo di Saturno e della moglie, il cui nome fu Opis, e come altra volta giá è detto, nacque ad un medesimo parto con Glauca, sua sorella, e occultamente, senza saperlo Saturno, fu nutricato e allevato. Costui finsero gli antichi essere re dello ʼnferno, e dissero la sua real cittá esser chiamata Dite, della quale assai cose scrive Virgilio nel sesto dellʼEneida quivi:

Respicit Aeneas subito et sub rupe sinistra
moenia lata videt, ecc.

E appresso a Virgilio, discrive la sua corte e la sua maestá Stazio nel suo Thebaidos, dicendo:

Forte sedens media regni infelicis in arce
dux Herebi populos poscebat crimina vitae,
nil hominum miserans iratus et omnibus umbris:
stant furiae circum variaeque ex ordine mortes,
saevaque multisonas exercet poena catenas:
fata ferunt animas,
ecc.

E, oltre a questo, gli attribuirono un carro, sí come al sole; ma, dove quello del sole ha quattro ruote, disson questo averne pur tre, e chiamarsi «triga»; e quello dissero esser tirato da tre cavalli, i nomi deʼ quali dissono esser questi: Meteo, Abastro e Novio. E, oltre a ciò, accioché senza moglie non fosse, dice Ovidio esso aversela trovata in cosí fatta maniera, che, essendosi un dí Tifeo con maravigliose forze ingegnato di gittarsi da dosso Trinacria, alla quale egli è sottoposto, parve a Plutone che, se questo avvenisse, esser possibile a dover poter trapassare infino in inferno la luce del giorno; e perciò, venuto a procurare come fondata e ferma fosse Trinacria e a quella andando dʼintorno, ed essendo pervenuto non lontano a Siragusa, gli venne veduta in un prato una vergine chiamata Proserpina, la quale con altre vergini andava cogliendo fiori; e percioché essa sprezzava le fiamme di Venere e recusava i suoi amori, avvenne che, come Plutone veduta lʼebbe, subitamente sʼinnamorò della sua bellezza: e perciò, piegato il carro suo, nʼandò in quella parte, e, presa Proserpina, la quale di ciò non suspicava, seco ne la portò in inferno, e quivi la prese per moglie. E, oltre a questo, dicono lui avere avuto un cane, il quale aveva tre teste ed era ferocissimo, e quello avere posto a guardia del suo regno. Del quale cane dice cosí Seneca tragedo nella tragedia dʼErcole furente:

Post haec avari Ditis apparet domus.
Hic saevus umbras territat Stygius canis,
qui terna vasto capita concutiens sono
regnum tuetur: sordidum tabo caput
lambunt colubrae: viperis horrent iubae
longusque torta sibilat cauda draco.
Par ira formae,
ecc.]

[Le quali molte fizioni al nostro proposito io intendo cosí: Plutone voglion molti, come altra volta è stato detto, vegna tanto a dire quanto «terra»: come che, secondo Fulgenzio, «Plutone» in latino suona tanto quanto «ricchezza»; e perciò è chiamato daʼ latini «Dispiter», quasi «padre delle ricchezze»: e che le periture ricchezze consistano in terra, o di sotterra si cavino, questo è chiarissimo; ed «Opis» è chiamata la terra, e perciò meritamente Plutone è detto non solamente «terra», ma ancora «figliuolo della terra». Ma, percioché le prime ricchezze, non essendo ancora trovato lʼoro, apparvero in parte pervenire dal lavorio della terra, e Saturno fu colui il quale primieramente insegnò lavorare la terra, è per questo meritamente chiamato padre di Plutone.]

[Alle ricchezze, le quali per Plutone intendiamo, è meritamente data una cittá, la quale ha le mura di ferro, e per guardia Tesifone; accioché per questo noi intendiamo le menti degli avari, aʼ quali le ricchezze commesse sono, esser di ferro, e conosciamo la crudeltá loro intorno alla guardia e tenacitá di quelle; e in questa cittá dice Virgilio non esser licito ad alcun giusto dʼentrare:

Nulli fas casto sceleratum insistere limen;

accioché egli appaia che il cercare o il servare le ricchezze senza ingiustizia non potersi fare.]

[Per la real corte e per li circustanti a questo Plutone si deono intendere lʼangosce e lʼansietá delle sollicitudini infinite, e ancora le fatiche dannevoli, le quali hanno gli avari nel ragunar le ricchezze, e ancora le paure di perderle, dalle quali sono infestati coloro li quali con aperta gola intendono sempre a ragunarle; e per lo carro dobbiamo considerare le circuizioni e i ravvolgimenti per lo mondo, ora in questo e ora in quel paese discorrendo, che fanno coloro li quali e tirati e sospinti sono dal disiderio di divenir ricchi; e lʼessere il detto carro sopra tre ruote tirato, nulla altra cosa credo significhi se non la fatica, il pericolo e la incertitudine delle cose future, nelle quali coloro, che vanno dattorno, continuamente sono; e cosí i cavalli tiranti questo carro dicono esser tre, a dimostrarne di tre accidenti, li quali in questi cotali attornianti il mondo per arricchire par che sieno.]

[Chiamasi adunque il cavallo primo Meteo, il quale è interpetrato «oscuro», per lo quale sʼintende lʼoscura, cioè stolta, diliberazione dʼacquistare quello che non è di bisogno, dalla quale il cupido, senza riguardare il fine, si lascia tirare. Il secondo cavallo è chiamato Abaster, il quale tanto viene a dire quanto «nero», accioché per questo si conosca il dolore e la tristizia deʼ discorrenti, li quali spessissime volte si truovano in cose ambigue e in evidenti pericoli e in paure grandissime. Il caval terzo è nominato Novio, il qual tanto vuol dire quanto «cosa tiepida», accioché per lui cognosciamo che per la paura deʼ pericoli, e ancora peʼ casi sopravvegnenti, cade la speranza di coloro che ferventissimamente disiderano dʼacquistare, e cosí intiepidisce lʼardore il quale a ciò stoltamente gli confortava.]

[Il maritaggio di Proserpina, la quale alcuna volta significa «abbondanza», e massimamente qui, ad alcuno non è dubbio che con altrui che coʼ ricchi non si fa, e spezialmente secondo il giudicio del vulgo ragguardante, la cui estimazione spessissimamente è falsa; percioché esso quasi sempre crede che lá dove vede i granai pieni, come appo i ricchi si veggono, che quivi sia abbondanza grandissima; dove in contrario, essendo le menti vòte, sí come lʼavarizia procura, vʼè fame e gran penuria dʼogni bene, e però di questo maritaggio niuna cosa si genera che laudevole o degna di memoria sia.]

[Cerbero, cane di Plutone, estimano alcuni essere stato vero cane, e perciò essere detto lui aver tre teste, per tre singulari proprietá, le quali erano in lui: egli era nel latrato dʼalta voce e di sonora, ed era mordacissimo, e, oltre a ciò, era, in tenere quello che egli prendeva, fortissimo. Nondimeno, sotto la veritá di questo cane, sentirono i poeti essere altri sensi riposti, in quanto è detto «guardiano di Dite»; e però, conciosiacosaché per Dite si debbano intender le ricchezze, sí come davanti è mostrato, non potremo piú dirittamente dire alcuno esser guardiano di quelle se non lʼavaro; e cosí per Cerbero sará da intendere lʼavaro, al quale perciò sono tre teste discritte, a dinotare tre spezie dʼavari. Percioché alcuni sono li quali sí ardentemente disiderano lʼoro, che essi cupidamente in ogni disonesto guadagno, per averne, si lascian correre, accioché quello, che acquistato avranno, pazzamente spendano, donino e gittin via; i quali, avvegnaché guardiani delle ricchezze dir non si possano, nondimeno sono pessimi e dannosi uomini. La seconda spezie è quella di coloro li quali con grandissimo suo pericolo e fatica ragunano dʼogni parte e in qualunque maniera, accioché tengano e servino e guardino, e né a sé né ad altri dellʼacquistato fanno pro o utile alcuno. La terza spezie è quella di coloro li quali non per alcuna sua opera, o ingegno o fatica, ma per opera deʼ suoi passati, ricchi divengono, e di queste ricchezze sono sí vigilanti e studiosi guardiani, che essi, non altramenti che se da altrui loro fossero state diposte, le servano, né alcuno ardire hanno di toccarle: e questi cotali sono da dire tristissimi e miseri guardiani di Dite.]

[I serpenti, i quali sono a Cerbero aggiunti alle chiome, sono da intendere per le tacite e mordaci cure, le quali hanno questi cotali intorno allʼacquistare e al guardare lʼacquistato.]

[Oltre a questo, gli antichi chiamarono questo Plutone «Orco», sí come appare nelle Verrine di Tullio, quando dice: «Ut alter Orcus venisse Aetnam, et non Proserpinam, sed ipsam Cererem rapuisse videbatur», ecc. Il qual dice Rabano cosí essere chiamato, percioché egli è ricettatore delle morti; conciosiacosaché egli riceva ogni uomo di che che morte si muoia, e cosí lʼavaro ogni guadagno riceve di che che qualitá egli si sia. E questo basti ad aver detto intorno a quello che per Plutone si debba intendere in questo luogo. Il che raccogliendo, sono le ricchezze e i malvagi guardatori e spenditori di quelle: e cosí significherá questo dimonio il peccato e la cagion del peccato, il quale in questo quarto cerchio miseramente si punisce.]

[Son certo che ci ha di quegli che si maraviglieranno, percioché lʼallegoria, la quale io ho al presente dato a questo cane infernale, cioè a Cerbero, non è conforme a quella la quale gli diedi nella esposizione allegorica del precedente canto; dove mostrai lui significare il vizio della gola, e qui dimostro io per lui significare tre spezie dʼavarizia. Ma io non voglio che di questo alcuno prenda ammirazione, percioché la divina Scrittura è tutta piena di simili cose, cioè che una medesima cosa ha non solamente uno, ma due e tre e quattro sentimenti, secondo che la varietá del luogo, dove si truova, richiede: la qual cosa accioché voi per manifesto esempio veggiate, mi piace per alcuna figura, e per la varietá deʼ sensi di quella mostrarvelo.]

[Leggesi nel Genesi che il serpente venne ad Eva, e confortolla che assaggiasse del cibo il quale lʼera stato comandato che ella non assaggiasse: perciò questo serpente doversi intendere il nemico della umana generazione, tutti i santi uomini e dottori della Chiesa sʼaccordano. Similmente scrive san Giovanni nellʼApocalissi che fu fatta una battaglia in cielo, come nellʼesposizione litterale fu detto, nella quale san Michele arcangiolo uccise il serpente: e per questo serpente similmente sʼintende, per tutti, il nemico nostro antico. Per che potete vedere per gli esempli posti, per lo serpente intendersi il diavolo. Ma in altra parte si legge nella Scrittura che, essendo il popolo dʼIsrael venuto, dietro alla guida di Moisé, in parte del diserto piena di serpenti, e che questi serpenti trafiggevano e molestavano forte il popolo, e non solamente gli offendevano dʼinfermitá, ma egli ve ne morivano per le trafitte velenose: la qual cosa come Moisé sentí, per comandamento di Dio fece un serpente di rame, e, dirizzata nel mezzo del popolo una colonna, vel pose suso, e comandò che qualunque del popolo trafitto fosse, incontanente che trafitto fosse, mostrasse quella puntura o quella piaga, che dal serpente avesse ricevuta, a questo serpente da lui elevato, ed egli sarebbe guerito; e cosí avveniva. Intendesi in questa parte questo serpente elevato esser Cristo, il quale, nel mezzo del popolo ebraico elevato in su la colonna della croce, sanò e sana tutte le piaghe delle colpe nostre, per li conforti e per le tentazioni deʼ serpenti, cioè deʼ nemici nostri, fatte nelle nostre anime: le quali come noi le mostriamo a questo serpente elevato, cioè a Cristo, per la contrizione e per la satisfazione, incontanente siamo per la sua passion liberati e guariti dalle piaghe, le quali a morte perpetua ci traevano, E fu questo serpente, cioè Cristo, di rame, secondo due proprietá del rame, il quale è di colore rosso ed è sonoro: percioché Cristo nella sua passione divenne tutto rosso del suo prezioso sangue, versato per le punture della corona delle spine, per le battiture delle verghe del ferro, per le piaghe fattegli nelle mani e neʼ piedi daʼ chiovi coʼ quali fu confitto in su la croce, e per lo costato, quando gli fu aperto con la lancia. Fu ancora questo serpente sonoro, in quanto la sua dottrina inflno agli estremi del mondo fu predicata e udita, e ancora si predica e predicherá mentre il mondo durerá. E cosí in una medesima figura avete il serpente significar Cristo e ʼl dimonio: Cristo in quanto libera, il dimonio in quanto offende.]

[Leggesi ancora per la pietra essere assai spesso nelle sacre lettere significato Cristo, c talora lʼostinazion del dimonio. Dice il salmista: «Lapidem, quem reprobaverunt aedificantes, hic factus est in caput anguli»: e vogliono i dottori per questa pietra significarsi Cristo. Fu nella edificazion del tempio di Salomone piú volte daʼ maestri che ʼl muravano provato di mettere, tra lʼaltre molte pietre che vʼerano, una pietra in lavorio, né mai si poterono abbattere a porla in parte dove paresse loro che ella ben risedesse; ultimamente, provandola ad un canto, il quale congiugneva due diverse pareti del tempio, trovarono questa pietra ottimamente farsi in quel canto, e nella congiunzion deʼ due pareti. Vogliono adunque i dottori questi due pareti avere a significare due popoli deʼ quali Cristo compuose il tempio suo, deʼ quali lʼuno fu di parte deʼ giudei e lʼaltro fu deʼ gentili, deʼ quali Cristo, come che due pareti fossero, fece una chiesa. Significano ancora le due pareti i due Testamenti, il Nuovo e ʼl Vecchio, alla congiunzion deʼ quali solo Cristo fu sofficiente, in quanto il suo nascimento, la sua predicazione e la sua passione furon quelle che apersero i segreti misteri del Vecchio Testamento, velati da dura corteccia sotto la lettera, e cosí quegli per opera congiunse con la sua dottrina, la qual noi leggiamo nel Nuovo Testamento; e cosí potete veder qui per la pietra significarsi Cristo. Oltre a questo, si legge nellʼApocalissi: «Substulit angelus lapidem quasi molarem et misit in mare», per la qual pietra vogliono i dottori, sʼintendano i pessimi e malvagi uomini. Ed Ezechiel dice: «Auferam eis cor lapideum», per la quale intendono i dottori la durezza della infedelitá. E il salmista dice: «Descenderunt in profundum, quasi lapides», intendendo per questa pietra il peso e la gravezza del peccato.]

[E però, senza por piú esempli, potete vedere, comʼè detto, una medesima cosa avere diversi sensi e diverse esposizioni: il che, come delle figure del Vecchio Testamento addiviene, cosí similmente addiviene delle fizioni poetiche, le quali significano quando una cosa e quando unʼaltra.]

[Ora si suole intorno a queste esposizioni spesse volte dire per li laici la Scrittura avere il naso di cera, e perciò i predicatori e i dottori, secondo che lor pare, torcerlo ora in questa parte e ora in altra. La qual cosa non è vera: percioché la Scrittura di Dio non ha il naso di cera, anzi lʼha di diamante, del quale non si può levare, né vi si può appiccare alcuna cosa, né si può rintuzzare, sí come quella la quale è fondata e ferma sopra pietra viva, e questa pietra è Cristo: ma puossi piú tosto dire questi cotali avere il cuore, lo ʼntelletto e lo ʼngegno di cera, e perciò vedere con gli occhi incerati, e come son fatti eglino pieghevoli ad ogni dimostrazione vera e non vera, cosí par loro sia fatta la Scrittura; non conoscendo che la varietá deʼ sensi è quella che nʼapre la veritá nascosa sotto il velo delle cose sacre, la quale noi aver non possiamo, né potremmo, se sempre volessimo ad una medesima cosa dare un medesimo significato. Non si dovranno alcuni maravigliare, se in altra parte Cerbero significò il vizio della gola, e in questa gli sʼattribuisce la guardia delle ricchezze.]

[Lez. XXX]

Ma, accioché noi alle spezie deʼ due peccati ci deduciamo, dico che, secondo che i poeti scrivono, neʼ tempi che Saturno regnò, fu una etá tanto laudevole, tanto piacevole e tanto, a coloro che allora vivevano, graziosa e innocente, che essi la chiamarono, come altra volta è detto, lʼ«etá dellʼoro». E, quantunque essi vogliano quella in ciascuno atto umano essere stata virtuosa, intorno allʼappetito delle ricchezze del tutto la discrivono innocua. Percioché essi dicono, regnante Saturno predetto, tutti i beni temporali, avvegnaché pochi e rozzi fossero, essere stati comuni a ciascheduno, e perciò non essersi allora trovato alcuno che servo fosse, o che in ispezialitá alcun mercennaio servigio facesse; ciascuno era e signore e servo di sé parimente, né era campo alcuno che da alcun termine o fossa o siepe segnato fosse; alcuno armento non era, che dʼesser piú dʼuno che dʼun altro si conoscesse; di niuna pecunia era notizia, sí come di quella che ancora non era stata da alcuna stampa segnata; né mercatante, né navilio o alcuna altra cosa, per la quale apparer potesse alcuno in singularitá avere appetito di possedere quello che agli altri non fosse comune, si conoscea. E per questo vogliono, e meritamente, in queʼ secoli il mondo avere avuta lieta pace e consolata, né alcun vizio ancora esser potuto entrare nelle menti deʼ mortali. La quale benignitá e di Dio e della natura delle cose, se continuata fosse stata da noi, come mostrata ne fu neʼ primi tempi per doverla seguire e continuare, non è dubbio alcuno [che dove avendola lasciata, e preso altro cammino, e per quello i vizi ne trasviano allo ʼnferno] che noi, dopo riposata vita mortale, non fossimo similmente saliti allʼeterna. Ma, poi che, tra tanta simplicitá, tra tanta innocenzia nella vita piena di tranquillitá, [essendone operatore il nemico dellʼumana generazione,] furon questi due pronomi, «mio» e «tuo», seminati, tanto il santo ordine si turbò, che grandissima parte di quegli, li quali a dovere riempiere in paradiso le sedie degli angioli ribelli creati furono e sono, rovinano ad accrescere il loro numero in inferno.

Entrato adunque coʼ due pronomi il veleno pestifero, del voler ciascuno piú che per bisogno non gli era, nelle menti degli uomini, si cominciarono i campi a partire con le fosse, a raccogliere nelle proprie chiusure le greggi e gli armenti, a separare lʼabitazioni e a prezzolar le fatiche; e, cacciata la pace e la tranquillitá dellʼanimo, entrarono in lor luogo le sollecitudini, gli affanni superflui, le servitudini, le maggioranze, le violenze e le guerre: e, quantunque con onesta povertá alcuni vincessero e scalpitassero un tempo lʼardente desiderio dʼavere oltre al natural bisogno, non poté però lungamente la vertú deʼ pochi adoperare, che il vizio deʼ molti non lʼavanzasse. E, non bastando allʼinsaziabile appetito le cose poste dinanzi agli occhi nostri e nelle nostre mani dalla natura, trovò lo ʼngegno umano nuove ed esquisite vie a recare in publico i nascosi pericoli: e, pertugiati i monti e viscerata la terra, del ventre suo lʼoro, lʼariento e gli altri metalli recarono suso in alto; e similmente, pescando, delle profonditá deʼ fiumi e del mare tirarono a vedere il cielo le pietre preziose e le margherite; e non so da quale esperienza ammaestrati, col sangue di pesci e coi sughi dellʼerbe trasformarono il color della lana e della seta; e, brevemente, ogni altra cosa mostrarono, la qual potesse non saziare, ma crescere il misero appetito deʼ mortali. Di che Boezio nel secondo libro Della consolazione, fortemente dolendosi, dice:

Heu! primus qui fuit ille
auri qui pondera tecti
gemmasque latere volentes
pretiosa pericula fodit?

Ma, poiché lo splendor dellʼoro, la chiaritá delle pietre orientali e la bellezza delle porpore fu veduta, in tanto sʼacceser gli animi ad averne, che, con abbandonate redine, per qualunque via, per qualunque sentiero a quel crediam pervenire, tutti corriamo; e in questo inconveniente, non solamente neʼ nostri giorni, ma giá sono migliaia di secoli, si trascorse; e cosí la prima semplicitá e lʼonesta povertá e i temperati disidèri scherniti, vituperati e scacciati, ad ogni illicito acquisto siam divenuti. Per la qual cosa lʼumana caritá, la comune fede e gli esercizi laudevoli, non solamente diminuiti, ma quasi del tutto esinaniti sono; e, che è ancora molto piú dannevole, con ogni astuzia e con ogni sottigliezza sʼè cercato e cerca continovo lʼodio di Dio: pensando che dove noi dobbiam lui sopra ogni altra cosa amare, onorare e reverire, noi lʼoro e lʼariento, i campi e lʼumane sustanze in luogo di lui amiamo, onoriamo e adoriamo. Laonde segue che, per lo non saper por modo allʼappetito, e non sapere o non volere con ragione spendere lʼacquistato, morendo ci convien qui lasciare quello che noi ne vorremmo portare, e portarne quello che noi vorremmo poter lasciare; e col doloroso incarico delle nostre colpe, in eterna perdizione, dalla divina giustizia a voltare i faticosi pesi, come lʼautore ne dimostra, mandati siamo.

E, accioché meglio si comprenda la gravitá di questa colpa, e quello che lʼautore intende in questa parte di dimostrare; e che lʼuomo ancora si sappia con piú avvedimento dalla meglio conosciuta colpa guardare: piú distintamente mi pare che sia da dire che cosa sia e in che, brievemente, consista questo vizio.

È adunque lʼavarizia, secondo che alcuni dicono, «auri cupiditas», cioè disiderio dʼoro. San Paolo dice (Ad Ephæsios, v): «Avaritia est idolorum servitus». E, secondo la sentenza dʼAristotile, nel quarto dellʼEtica, lʼavarizia è difetto di dare ove si conviene, e soperchio volere quello che non si conviene. Che lʼavarizia sia cupiditá dʼoro, in parte è giá dimostrato, e piú ancora si dimostrerá appresso; che ella sia un servire aglʼidoli, seguendo la sentenza dellʼapostolo, assai bene il dimostra san Geronimo in una sua pistola a Rustico monaco, dove dice: «Æstimato malo pondere peccatorum, levius alicui videtur peccare avarus quam idolatra; sed non mediocriter errat. Non enim gravius peccat qui duo grana thuris proiicit super altare Mercurii, quam qui pecuniam avare, cupide et inutiliter congregat: ridiculum videtur quod aliquis iudicetur idolatra, qui duo grana thuris offert creaturæ, quæ Deo debuit offerre, et ille non iudicetur idolatra, qui totum servitium vitæ suæ, quod Deo debuit offerre, offert creaturæ». Che ella sia difetto di non dare ove si conviene, e soperchio volere quello che non si conviene, dimostrerá il seguente trattato.

Sono adunque alcuni, li quali, non essendo loro necessitá, in tanto disiderio sʼaccendono di divenir ricchi, che il trapassar lʼAlpi e le montagne eʼ fiumi, e navigando divenire alle nazioni strane, tirati dalla speranza e sospinti dal disiderio, par loro leggerissima cosa; avendo del tutto in dispregio ciò che Seneca intorno a queste fatiche scrive a Lucillo, dove dice: «Magnae divitiae sunt, lege naturae, composita paupertas. Lex autem illa naturae scis quos terminos nobis statuat: non exurire, non sitire, non algere; ut famem sitimque depellas, non est necesse superbis assidere liminibus, nec supercilium grave et contumeliosam etiam humilitatem pati; non est necesse maria tentare, nec sequi castra; parabile est quod natura desiderat et appositam. Ad supervacua sudatur: illa sunt quae togam conterunt, quae nos senescere sub tentorio cogunt, quae in aliena litora impingunt. Ad manum est, quod sal est: qui cum paupertate bene convenit, dives est». E se questi cotali fossono contenti quando ad alcun convenevole termine pervenuti sono, o fossero contenti di pervenire a questo termine con onesta fatica e laudevole guadagno, forse qualche scusa il naturale appetito, il quale abbiamo infisso, dʼavere, gli troverebbe; ma, percioché, a questo, modo non si sa porre, tutti nel miserabile vizio trapassiamo, cioè in soperchio volere piú che non si conviene. È il vero che il trapassar per questa via il convenevole par tollerabile, quando a quelle che molti altri tengono si riguarda.

Sono i piú sí offuscati dallʼappetito concupiscibile, che ogni onestá, ogni ragione, ogni dovere cacciano da sé, in dover per qualunque via ragunare, non solamente piú che non bisogna ad uno, ma ancora piú che non bisognerebbe a molti: e, per pervenire a questo, altri si dánno senza alcuna coscienza a prestare ad usura, altri a rubare e occupare con violenza lʼaltrui, altri ad ingannare e fraudolentemente acquistare, e con altri esercizi simili, non piú dʼinfamia che di fama curando, si sforzano le lor fortune ampliare. Contro a questi cotali dice Tullio nel libro terzo Degli offici: «Detrahere igitur alteri aliquid, et hominem hominis incommodo suum commodum augere, magis est contra naturam, quam mors, quam paupertas, quam dolor, quam caetera, quae possunt aut corpori accidere, aut rebus aeternis», ecc.

Sono nondimeno alcuni altri, li quali pare che prima facie vogliano e ingegninsi dʼavere piú che il bisogno non richiede, li quali sono a distinguere da questi, percioché, dove i predetti sono pessima spezie dʼavari, quelli, dei quali intendo di dire, non si posson con ragione dire avari, né sono. Son di quegli li quali, in nulla parte passato il dovere, con diligenzia sʼingegneranno di fare che i lor campi loro abbondevolmente rispondano: questo è giusto disiderio e giusta operazione, quantunque ella trapassi il bisogno, percioché quel piú in assai cose commendabili si può poi a luogo e a tempo adoperare. Alcuni altri, per non stare oziosi, con ogni lealtá faranno una loro arte, alcuna mercatanzia, li quali, quantunque piú che lor non bisogna avanzin di questa, non sono perciò da reputare avari. Altri sʼingegnano di riscuotere e di racquistare quello o che hanno creduto o che hanno prestato del loro ad altrui: né questo è da dire avarizia, quantunque sia piú che quel che bisogna a chi il raddomanda. E similmente sono alcuni altri, li quali col sudore e con la fatica loro, o per prezzo o per provvisione si fien messi al servigio dʼalcun altro e con fede lʼavranno servito: il domandar questo, e il volerlo, niuna ragion vuole che sia reputata avarizia.

È, oltre alla predetta, la seconda spezie dʼavarizia, la quale consiste in difetto di dare dove e quanto si conviene; e in questa quasi tutta lʼuniversitá degli uomini pecca. Sonne alcuni, che, poi che per loro opera o per lʼaltrui sono divenuti ricchi, sono sí fieramente tenaci, che, non che pietá o misericordia gli muova a sovvenire eziandio dʼuna piccola quantitá un bisognoso, ma aʼ figliuoli, alle mogli e a se medesimi son sí scarsi, che, non che in altro si ristringano, ma essi né beono né mangiano quanto il naturale uso disidera; e dellʼaltrui prenderebbono, se loro dato ne fosse. Alcuni altri ne sono, li quali né onore né dono voglion ricevere da alcuni, per non avere a dare o ad onorare.

Alcuni altri ne sono, li quali non solamente alle loro vigilie o aʼ cassoni ferrati li loro tesori fidano, ma, fatte profondissime fosse neʼ luoghi men sospetti, gli sotterrano: di che segue assai sovente, come essi vivendo non ne hanno avuto bene, cosí dopo la morte loro non ne puote avere alcun altro. E pallian questi cotali la lor miseria col dire: noi siamo solenni guardatori del nostro, accioché alcuno bisogno non ne costringa a dimandar lʼaltrui, o a fare altra cosa che piú disonesta fosse che lʼavere ben guardato il suo. E di questi cotali sono alcuni piú da riprendere che alcuni altri; sí come noi veggiamo spesse volte avvenire che alcuno per ereditá diverrá abbondante, senza avere in ciò alcuna fatica durata, e nondimeno sará piú tenace che se per sua industria o procaccio ricco divenuto fosse: il che, oltre al vizio, pare una cosa mirabile, percioché in loro non dovrebbe avvenir quello che in coloro avviene, li quali con suo grandissimo affanno hanno ragunato quello che essi poi con sollecitudine guardano; e ciascuno naturalmente, secondo che dice Aristotile, ama le sue opere piú che lʼaltrui, come i padri i figliuoli e i poeti i versi loro. E di questi medesimi si posson dire essere i cherici, neʼ quali è questo peccato tanto piú vituperevole, quanto con men difficultá lʼampissime entrate posseggono, non di loro patrimonio, non di loro acquisto pervenute loro; e, oltre a ciò, con men ragione le ritengono, percioché i loro esercizi deono essere intorno alle cose divine, allʼopere della misericordia e di ciascuna altra pietosa cosa: deono stare in orazione, digiunare, sobriamente vivere, e dar di sé buono esemplo agli altri in disprezzare le cose temporali e ʼl mondo, e seguire con povertá le vestigie di Cristo, accioché, bene adoperando, appaiano le loro opere esser conformi alla dottrina. Le quali cose come essi le fanno, Iddio il vede.

È, appresso, questo vizio meno abbominevole in una etá che in unʼaltra, percioché lʼessere un giovane avaro, senza dubbio non riceve scusa alcuna, percioché lʼetá del giovane è di sua natura liberale, sí come quella che si vede forte e atante neʼ bisogni sopravvegnenti, ed è piena di mille speranze e dʼaltrettanti aiuti, e molte vie o vede o le par vedere da potere risarcire quello che speso fosse, o dʼacquistar di nuovo; il che neʼ vecchi non puote avvenire, percioché essi, li quali il piú sono astuti e avveduti, non si veggono, procedendo avanti nel tempo, rimanere alcuno aiuto né amico, se non le sustanze temporali; e in contrario si veggono ogni dí pieni di bisogni nuovi e inopinati, e similmente sʼaccorgono che, essendo essi delle dette sustanze abbondevoli, non mancar loro lʼessere serviti e aiutati e avuti cari, da coloro spezialmente li quali sperano, secondo il loro adoperare verso loro, doversi nella fine dettare il testamento; dove spesso, se essi senza denari, senza derrate sono, non che daʼ piú lontani, ma dalle mogli, daʼ figliuoli, daʼ fratelli sono scacciati, ributtati e avviliti e avuti in dispregio. La qual paura se considerata fia, non sará alcuno che si maravigli se essi son tenaci e ancora cupidi dʼavanzare, se il come vedessero.

Contro a costoro gridano la dottrina evangelica, i santi, i filosofi eʼ poeti. Leggesi nellʼEvangelio di Luca, capitolo quinto: «Vae vobis, divitibus!»; e nella Canonica di san Iacopo, capitolo quinto: «Agite nunc, divites, plorate ululantes in miseriis, quae evenient vobis»; e nello Evangelio: «Mortuus est dives, et sepultus est in inferno». Ed Abacuc, capitolo secondo, dice: «Vae qui congregat non sua!»; ed esso medesimo, capitolo decimo: «Vae qui congregat avaritiam malam domui suae!»; e lʼEcclesiastico, decimo: «Avaro nihil est scelestius». E santo Agostino dice: «Vae illis, qui vivunt ut augeant res perituras, unde aeternas amittunt!»; ed esso medesimo: «Maledictus dispensator avarus, cui largus est Dominus». E Seneca a Lucillo, epistola diciassettesima, scrive: «Multis parasse divitias, non finis miseriarum fuit, sed mutatio». E Tullio in primo Officiorum: «Nihil est tam angusti animi parvique, quam amare divitias; nihil honestius magnificentiusque, quam pecuniam contemnere, si non habeas; si habeas, ad beneficentiam liberalitatemque conferre». E Virgilio, nel terzo dellʼEneida:

...quid non mortalia pectora cogis,
auri sacra fames?

E Persio scrive:

Discite, o miseri, et causas cognoscite rerum:
quis modus argento, quid fas optare, quid asper
utile nummus habet?
ecc.

E Giovenale ancora dice:

Sed quo divitias haec per tormenta coactas?
Cum furor haud dubius, cum sit manifesta phrenesis,
ut locuples moriaris, egenti vivere fato,
ecc.

Mostrato che cosa sia avarizia e in che pecchi lʼavaro, percioché in quel medesimo luogo e tormento sono i prodighi tormentati, è sotto brevitá da vedere che cosa sia prodigalitá e in che il prodigo pecchi. È prodigalitá, secondo che Aristotile vuole nel quarto dellʼEtica, lʼuno degli estremi della liberalitá, opposito allʼavarizia; e, cosí come lʼavarizia consiste in tenere dove e come e quando non si conviene, e disiderare e adoperare dʼavere piú che non si conviene, e donde e da cui non si conviene; cosí la prodigalitá consiste in donare e spendere quanto e come e dove non si conviene, e sta questo nel trapassare ogni termine di debita spesa intorno a quella cosa, la quale alcun far vuole o che si conviene: come neʼ vestimenti e negli ornamenti veggiamo spesse volte alcuni trasandare, senza considerare la qualitá, la nazione o lo stato suo, e lʼentrate eʼ frutti delle sue possessioni; come ancora veggiamo nel convitare, nel quale senza considerare a cui, o quando o dove il convito sʼapparecchi, quella spesa si fa per privati uomini, e di bassa condizione o di vile, che se per alcun prencipe o venerabile uomo si facesse (come si legge faceva il figliuolo dʼIsopo filosafo, il quale, rimaso del padre ricchissimo, per dar mangiare aʼ suoi pari, comperava gli usignuoli, i montanelli, i calderugi, i pappagalli, li quali gli uomini hanno carissimi per lo lor ben cantare, e, quando grassi gli trovava, non gli lasciava per danaio, e quegli arrostiti poi poneva innanzi aʼ suoi convitati: per che talvolta avveniva essere per avventura costato il boccone dieci fiorini dʼoro), o come ancora si può fare in cose assai. Il come consiste negli apparati: coroneranno alcuni le sale, ornerannole di drappi ad oro, metteranno le mense splendide, faranno venire i trombatori, i saltatori, i cantatori, i trastullatori, i servidori pettinati, azzimati e leggiadri, non come se scellerati e scostumati uomini vi dovesser mangiare, come le piú volte fanno, ma re o imperadori; useranno ancora maravigliosa sollecitudine, non dico nelle sale o nelle camere, ma nelle stalle e neʼ cellieri, in far le mangiatoie intarsiate, i sedili iscorniciati, e gli altri vasi a questi luoghi opportuni cosí esquisiti, come se negli occhi sempre aver gli dovessero e al lor proprio uso adoperargli. Peccasi ancora nel dove i doni e le spese smisuratamente si fanno, cioè in cui e in quanto: le piú delle volte a ghiottoni, a lusinghieri, a ruffiani, a buffoni, a femminette di disonesta vita e di vilissima condizione si faranno doni magnifichi, li quali sarebbono ad eccellentissimi uomini accettevoli; apparecchierannosi loro cavalcature, farannosi letti e scalderannosi i bagni non altramenti che se nobili e segnalati uomini dovessero pervenirvi: e, se per avventura un valente uomo capitasse alle case di questi cotali gittatori, con tristo viso, con leggieri spese malvolentieri ricevuto vi fia. Ora in queste e in simili cose consiste il vizio della prodigalitá e il prodigo gitta via il suo.

[Lez. XXXI]

È, oltre a questo, il prodigo in parte simile allʼavaro, in quanto esso disidera, e con ardente sollecitudine, dʼacquistare; e in ciò posta giuso ogni coscienza, ogni onestá e dovere, non cura come né donde si venga lʼacquisto: per che talvolta commette baratterie, frodi e inganni e violenze; ma nol fa al fine che lʼavaro, cioè per adunare, ma per aver piú che gittar via. E se alcuni sono in questo vizio oltre ad ogni misura peccatori, sono i cherici, cioè i gran prelati, percioché essi il piú, senza avere alcun riguardo a Dio, né al popolo loro commesso, o alla qualitá di colui in cui conferiscono, concedono, anzi gittano gli arcivescovadi, i vescovadi, le badie e lʼaltre prelature e benefici di santa Chiesa ad idioti, ebriachi, manicatori, furiosi, dʼogni scelleratezza viziosi e cattivi uomini: di che il popolo cristiano non solamente non è allʼopportunitá sovvenuto, ma dalle miserie e cattivitá di cosí fatti pastori son trasviati allo ʼnferno, dietro al malo esempio.

Piace, oltre alle dette cose, ad Aristotile, questo vizio della prodigalitá essere assai men dannevole che quello dellʼavarizia, percioché, non ostante che dellʼavarizia né lʼavaro né alcun altro abbia alcun bene, dove della prodigalitá pur nʼhanno bene alcuni, quantunque mal degni, pare la prodigalitá non debba potersi accrescere né divenir maggiore, percioché il prodigo continuamente diminuisce le sustanze sue, senza le quali la prodigalitá non si può mandare ad esecuzione, e, diminuendosi, pare di necessitá si debba diminuire il vizio: il che dellʼavarizia non avviene, percioché lʼavaro continuamente accresce il suo, e, accrescendolo, accresce la cupidigia dellʼaver piú. Appresso, il vizio il quale si può in alcuna maniera curare pare essere minore che quello che curar non si può; e la prodigalitá si può curare, il che non si può lʼavarizia: e però pare la prodigalitá esser minor vizio che lʼavarizia. Il che, quantunque per una ragione di sopra mostrato sia, si può ancora mostrar con due altre, cioè che la prodigalitá si possa curare. Delle quali ragioni è lʼuna questa: curasi la prodigalitá dal tempo, percioché, quanto lʼuomo piú sʼavvicina alla vecchiezza, tanto diventa piú inchinevole a ritenere, per la ragione di sopra mostrata, dove si disse perché i vecchi eran piú avari che i giovani: e non è alcun dubbio le ricchezze naturalmente disiderarsi, accioché lʼuom possa per quelle sovvenire aʼ difetti umani; e perciò convenevole pare, quanto alcuno sente i difetti maggiori, tanto piú inchinevole sia a quelle cose, per le quali si puote o rimediare o sovvenire a quegli. La seconda ragione è, percioché la povertá è ottima medica a cotale infermitá, e in essa si perviene assai agevolmente da chi gitta e scialacqua senza modo e senza misura il suo, sí come i prodighi fanno; e chi in essa diviene, non può donar né spendere, e cosí si truova guerito di questo vizio; il che dellʼavarizia non avviene, come mostrato è.

Pare adunque, per le ragioni dette, la prodigalitá essere minor vizio che lʼavarizia. E se cosí è, sará chi moverá qui una question cosí fatta: se la prodigalitá è minor vizio che lʼavarizia, perché dimostra qui lʼautore essere in igual tormento puniti i prodighi e gli avari, conciosiacosaché il minor vizio meriti minor pena? Puossi a questa cosí rispondere: che il vizio della prodigalitá non è in sé minore che lʼavarizia, percioché, dove lʼavarizia procede da naturale appetito, pare che la prodigalitá abbia origine da stoltizia, chʼè spezie di bestialitá. Laonde, se alcuna cosa di questo vizio pare che diminuisca lʼessere curabile, questa bestialitá della stoltizia pare che il supplisca; e, oltre a ciò, quantunque curabile paia questo vizio, egli non si cura né per volontá né per opera laudevole del vizioso, e cosí per questo il vizioso non merita; e similmente, quantunque cessata sia la cagione, e per conseguente lʼeffetto, per le sopradette ragioni, nel prodigo, dove il disiderio non cessi di quel medesimo adoperare, avendo di che, non pare, non che curato sia, ma diminuito il vizio. E nelle nostre colpe riguarda la divina giustizia non solamente lʼopere, ma ancora la volontá: e non pecca in assai cose meno chi vuole e non puote che chi vuole e puote; e perciò, non diminuendosi lʼabito preso del vizio, non diminuisce il vizio nello abituato. Laonde convenientemente segue in igual supplicio punirsi il prodigo e lʼavaro. E percioché questi due peccati sono radice e principio di molti mali, agramente insieme puniti sono, accioché in eterno si pianga lʼavere per loro non solamente dimenticato Iddio, e in luogo di lui avere adorati e onorati i denari, ma ancora vendutolo come fece Giuda, e come molti altri fanno, che, giurando e spergiurando, simoneggiando e ingannando, tutto il giorno il vendono; e lʼaver venduta la giustizia, corrotto le leggi, falsificati i testamenti, i metalli e le monete, assediate le strade, commessi i tradimenti, i furti, gli omicidii; lʼesser lusinghiere divenuto e ad ogni malvagio guadagno inchinevole; lʼaver la loro verginitá, la pudicizia, lʼonestá e ogni vergogna posta giú, e lʼesser divenute menandare, maliose, venefiche e indovine.

La pena adunque attribuita a questi peccatori è da vedere come sia conforme al peccato. Come detto è, tutta la sollecitudine dellʼavaro è in ragunare e in tenere il ragunato e in guardarlo piú che si conviene; e quella del prodigo è in procurare con ogni studio dʼavere e di male spender quello che aver puote: e però assai convenevolmente pare che dalla divina giustizia puniti sieno nel continuo volgere gravissimi pesi col petto, e con quegli lʼavaro e ʼl prodigo amaramente urtarsi e percuotersi insieme. Per lo quale atto è da intendere che, come in questa vita, senza darsi alcun riposo, a diversi e contrari fini faticarono, satisfacendo allʼappetito loro e in quello sentendo dannosa dilettazione; cosí in inferno perduti, per grande afflizion di loro, son posti in continuo esercizio di volger col petto pesi che sien loro faticosi e noiosi: e con quegli, come a diversi fini, vivendo, affannarono, diverse opinioni seguitando, cosí, lʼuno incontro allʼaltro facendosi, si percuotano e molestino, in lor maggior dolore la loro viziosa vita con ontoso verso si rimproverino. E accioché nel tormento loro si dimostri essi mai nella presente vita alcuna quiete non avere avuta, né doverla in quella sperare, vuole la giustizia che il loro discorrimento a tanta noia sia circulare.

Appresso, lʼesser queste due spezie di vizio poste sotto la giurisdizione di Plutone si dee credere non esser fatto senza ragione. [Io vi mostrai di sopra questo Plutone essere disegnato per lo padre delle ricchezze, e quello che la sua cittá, la corte, i circustanti, il carro, lo sterile matrimonio e il can tricerbero era da intendere: le quali son tutte cose spettanti ed allʼun vizio ed allʼaltro, se sanamente si riguarderá.] E perciò, comeché lʼautor non scriva questo dimonio alcuna cosa adoperare in costoro, che sotto la sua giurisdizion son dannati, nondimeno si può comprendere lui, cioè il suo significato (oltre allʼontoso verso che lʼuna parte contro allʼaltra dice), sempre con la sua presenzia raccendere nella memoria degli avari i tesori, tanto amati da loro e per molte vie acquistati e con vigilante cura guardati, essere stati da loro lasciati e, in un punto, tutti i lor pensieri, tutte le loro speranze, tutte le lor fatiche non solamente essere evacuate e vane, ma essi ancora esserne venuti a perdizione. Per che creder si dee loro con vana compunzione piangere e dolersi che, poiché pur da loro partir si doveano, non li aveano con liberale animo aʼ bisognosi participati: della qual cosa loro sarebbe seguita eterna salute, dove essi, per lo non farlo, ne san caduti in perpetua perdizione. E cosí similmente i prodighi, per lʼaspetto di Plutone si ricordano, se per caso alcuno loro uscisse di mente, deʼ loro tesori e delle loro ricchezze disutilmente, anzi dannosamente spese, donate e gittate; e dove, bene e debitamente spendendole, potevano acquistar quella gloria che mai fine aver non dee, dove per lo contrario si veggiono in tormento e in miseria sempiterna: la quale assidua ricordazione si dee credere esser loro afflizion continua e incomparabile dolore, il quale con inestinguibile fiamma sempre di nuovo accende le coscienze loro.

«Or discendiamo omai a maggior pièta», ecc. Questa è la seconda parte principale di questo settimo canto, nella quale, sí come nella esposizion testuale appare, lʼautore del cerchio quarto discende nel quinto. E avendogli la ragion dimostrato che colpa sia quella del vizio dellʼavarizia e della prodigalitá, e che tormento per quella ricevano i dannati; in questo quinto cerchio gli dimostra punirsi la colpa dellʼira e quella dellʼaccidia. Le quali accioché alquanto meglio si comprendano, e piú piena notizia sʼabbia della intenzion dellʼautore, è alquanto da dichiarare in che questi due vizi consistano, e quindi verremo a dimostrare come con la pena si confaccia la colpa.

Se noi adunque vogliam sanamente guardare, assai leggermente potrem vedere che alcuno deʼ quattro elementi non è, il quale sia tanto stimolato, tanto infestato, né tanto percosso e rivolto dal cielo, dallʼacqua e dagli uomini, quanto è la terra. Questa nelle sue parti intrinseche è con vari strumenti cavata e ricercata, accioché di quelle i metalli nascosi si traggano, evellansi i candidi marmi, i durissimi porfidi e lʼaltre pietre di qualunque ragione, facciansi cadere le fortezze sopra gli alti monti fermate, e facciansi pervie quelle parti, le quali da sé non prestavano leggermente lʼandare; questa nella sua superficie ora daʼ marroni, ora daʼ bómeri e ora dalle vanghe è rivolta, cavata e rotta e dʼuna parte in unʼaltra gittata; questa daʼ templi mirabili, dagli edifici eccelsi delle cittá grandissime è oppressa, caricata e premuta; questa dagli animali, daʼ carri, e da ponderosissimi strascinii è attrita e scalpitata; questa dal mare, daʼ fiumi e daʼ torrenti è rosa, estenuata e trasportata; questa dalle selve, dallʼerbe e dalle semente continue è poppata, sugata e munta; questa è dagli incendi evaporanti arsa, dalle folgori celestiali percossa e daʼ tremuoti sotterranei dicrollata; questa è dai diluvi dilavata, daʼ raggi solari esusta e daʼ ghiacci ristretta. Chi potrebbe assai pienamente raccontare le molestie, dalle quali ella è senza alcuna intermissione offesa e malmenata? Né per tutte le raccontate ingiurie, né per molte altre, leggiamo o veggiamo che essa alcuna volta rammaricata si sia, o si rammarichi; tanta è la sua umiltá costante e paziente. Per la qual cosa forse creder si potrebbe esser piú tosto piaciuto al nostro Creatore dʼaver di quella il corpo dellʼuom composto che dʼaltro elemento o dʼaltra materia, accioché la natura di questa, della qual fu composto, seguitando, fosse paziente, e con tolleranzia fermissima sostenesse i casi per qualunque cagione emergenti.

Le quali cose mal considerate da noi, non come térrei, ma quasi come se di fuoco fossimo stati formati, chi per nobiltá di sangue, chi per eccellenzia di dignitá, chi per altezza di stato, chi per sublimitá di scienza, chi per abbondanza di ricchezze, chi per corporal forza, chi per bellezza, chi per destrezza di membri, tanto fastidiosi divenuti siamo, teneri e déscoli e impazienti, che per ogni leggerissima cosa ci accendiamo; e, non potendo lʼun dellʼaltro sofferire i costumi, non solamente per ogni piccola ingiuria ci adiriamo, ma come fiere salvatiche daʼ cacciatori e daʼ cani irritate, in pazzo e bestial furore trascorriamo, tumultando, gridando e arrabbiando. E cosí nelle tenebre dellʼignoranza offuscati, spesse volte e noi e altrui in miseria quasi incomportabile sospignamo. Di che, provocata sopra noi la divina ira, avviene che la sua giustizia ne manda in parte, dove gli splendor mondani e le ricchezze e le dignitá avute son per niente, e noi non altramenti che porci siamo avviluppati, convolti e trascinati in puzzolente e fastidioso loto, dove con misera ricordazione e continua, senza pro, cognosciamo che noi eravam térrei, quando, adirati, di percuotere il cielo non che altro ci sforzavamo. Alla dimostrazione della qual cosa accioché deducendoci pervegnamo, prima mi par di dimostrare in che questo vizio consista, che di procedere ad altro; accioché per questa dichiarazione sia meglio conosciuto, e, per conseguente, dal meglio conosciuto meglio guardar ci possiamo, e, oltre a ciò, con men difficultá veggiamo come attamente lʼautor disegni dalla giustizia di Dio essere alla colpa dato conveniente supplicio.

Dico adunque che, secondo che ad Aristotile pare nel quarto dellʼEtica, che lʼira, la quale meritamente si dee reputar vizio, è un disordinato appetito di vendetta; e perciò pare questa esser causata da tristizia nata nellʼadirato, per alcuna ingiuria ricevuta in sé o in altrui di cui gli caglia o nelle sue cose, o falsa o vera che quella ingiuria sia. E in tanto è questo appetito vizioso, in quanto questi cotali iracundi si turbano verso coloro, verso li quali non è di bisogno turbarsi, e per quelle cose per le quali turbar non si deono, e quando turbar non si deono, e ancora piú velocemente che non deono, e piú tempo perseverano in stare adirati che essi non deono.

E di questi cotali adirati o iracundi, secondo che Aristotile medesimo dimostra, son tre maniere. La prima delle quali è quella dʼalcuni, che, per ogni menoma cosa che avviene, non che per le maggiori, solamente che loro non sodisfaccia, subitamente sʼadirano e gridano e prorompono in furore; ma in essa non lungamente perseverano, quasi lor sia bastevole dʼaversi mostrati adirati, o perché subitamente vien lor fatto di prender vendetta della cosa per la quale adirati si sono; e cosí esalata lʼira, ritornano nella quiete prima. La qual cosa in questi cotali è commendabile, quantunque non sia perciò stata la colpa dellʼadirarsi minore. Eʼ pare che in questa spezie dʼira sieno fieramente inchinevoli coloro, li quali sono di complession collerica, dalla velocitá o sottigliezza della quale par che venga questa subitezza.

La seconda maniera è quella di coloro li quali non troppo correntemente per ogni piccola cagion sʼadirano, ma pure in quella, dopo alquanto aver sofferto, pervengono: lʼira deʼ quali è sí pertinace e ferma, che non senza difficultá si dissolve. E questi stanno lungamente adirati, servando dentro a se medesimi lʼira loro, né quasi mai quella risolvono, se della ingiuria, la quale par loro aver ricevuta, alcuna vendetta non prendono. Né questa tengono ascosa senza lor gravissima noia, percioché, quanto il fuoco piú si ristrigne in poco luogo, piú cuoce; e perciò, mentre penano a sodisfare a questo loro disordinato appetito, tanto servano lʼira e se medesimi affliggono e molestano. Ed è questa ira men curabile in quanto è nascosa, percioché né amico né altri può a questi cotali persuadere alcuna cosa, per la quale questa ira nascosa si diminuisca o si lasci; per che segue esser di necessitá o che per vendetta, o che per lunghezza di tempo, nella quale ogni cosa diminuisce, ella intiepidisca e ismaltiscasi e ritorni in niente. E son questi cotali non solamente a se medesimi molesti, ma ancora alle lor famiglie, aʼ compagni e agli amici, coʼ quali essi, stimolati dalla turbazione intrinseca, vivere con alcuna consolazione non possono. [E da questa spezie dʼira sono infestati maravigliosamente quegli che son di complessione malinconica, percioché in essi, per la grossezza dellʼumor terreo, la impression ricevuta persevera lungamente.]

La terza maniera di questi iracundi sono alcuni, li quali, adirati, in alcuna maniera non lasciano lʼira, né per consiglio dʼalcuno, né per lusinga, né ancora per lunghezza di tempo, senza aver prima presa vendetta dellʼoffesa, la quale par loro avere ricevuta: e questi sono pessimi adirati, percioché, come assai chiaramente veder si può, essi hanno lʼira convertita in odio. [Della qual maladizione fieramente son maculati i toscani, e tra loro in singularitá i fiorentini, li quali per alcuno ammaestramento datoci non ci sappiamo recare a perdonare; e, che ancora è molto peggio, mandandoci Domeneddio per questo il giudicio suo sopra, tanto impazientemente il comportiamo, che di questo male in molti altri strabocchevolmente trapassiamo, bestemmiandolo, rinnegandolo e chiamandolo ingiusto; non volendoci per alcuna maniera ricordare delle sue parole nello Evangelio, nel quale egli, per farci al perdonare inchinevoli, per figura dimostra di quel signore, il quale volle rivedere la ragione dellʼamministrazione che un deʼ suoi servi aveva fatta deʼ fatti suoi. Trovò che ʼl servo gli doveva dare cento talenti, e però comandò che esso, ogni sua cosa venduta, fosse messo in prigione, infino a tanto che egli avesse interamente pagato: ma, pregandolo con umiltá il servo gli perdonasse, impetrò rimessione del debito; e poi liberato, fece, senza voler perdonare, prendere un suo conservo, per dieci talenti che dar gli dovea, e metterlo in prigione. Il che udendo il signore, che cento nʼavea perdonati a lui, il fece prendere e dʼogni suo bene spogliare e gittare nelle tenebre esteriori, percioché verso il prossimo suo era stato ingrato, non volendosi ricordare di ciò che esso avea dal suo signor ricevuto. Alle quali cose se noi riguardassimo, cognosceremmo questo signore essere Iddio Padre, e il servo che dar dovea i cento talenti esser ciascheduno uomo: e perché possibile non ci era pagare il debito, mandò di cielo in terra il Figliuolo, il quale con la sua passione e morte ne liberò da cosí ponderoso debito. E noi poi, mal grati di tanta grazia, non ci possiamo, né ci lasciamo recare aʼ conforti di coloro che saviamente ne consigliano, a perdonare alcuna ingiuria, quantunque menoma, lʼuno allʼaltro: di che, privati dʼogni nostro bene, siamo per giudicio di Dio gittati in casa il diavolo.]

Ma, quantunque lʼuno pecchi meno che lʼaltro di queste tre maniere dʼiracundi, nondimeno tutte offendono gravemente Iddio, sí nel non aver saputo porre il freno della temperanza agli émpiti loro, e sí per la ragione detta di sopra, e sí ancora per avere avuto in dispregio il comandamento di Dio, dove nello Evangelio dice: «Mihi vindictam et ego retribuam». E per questo nellʼira sua divenuti e in quella morti, quello ne segue, che poco davanti si disse, cioè che, dannati, siam mandati al supplicio, il quale lʼautore ne discrive.

È nondimeno questo vizio spesse volte non solamente per lo futuro supplicio dannoso molto allʼiracundo, ma ancora nella vita presente. Ercule, adirato e in furor divenuto, uccise Megara, sua moglie, e due suoi figliuoli; e Medea, adirata, similmente due suoi figliuoli, di Giasone acquistati, uccise. Eteocle, re di Tebe, in singular battaglia contro a Polinice, suo fratello, discese; Atreo diede tre suoi nepoti mangiare a Tieste, suo fratello; Aiace telamonio, il quale non avevan potuto vincere lʼarmi troiane, vinto dallʼira, se medesimo uccise; Amata, moglie del re Latino, veduta Lavina, sua figliuola, divenuta moglie dʼEnea troiano, turbata si mise il laccio nella gola, e divenne misero peso delle travi del real suo palagio. Annibale cartaginese, chiaro per molte vittorie, per non poter sofferire di venire alle mani deʼ romani raddomandantilo al re Prusia, incontro a sé adiratosi, preso volontariamente veleno, sí morí. Che bisogna raccontarne molti? conciosiacosaché manifesto sia, lʼira, poi che il consiglio della ragione ha tolto dellʼuomo, col furor suo molti nʼabbia giá in miseria e detestabile ruina condotti; li quali come che in questa vita e seco medesimi e con altrui crudelmente si trattino, ne mostra lʼautor nellʼaltra non esser meglio dalla giustizia trattati, mostrandone loro essere nella palude di Stige, torbida di fetido fango e orribile per lo suo fervore e per lo fummo continuo, il quale da essa continuamente esala, tuffati e pieni dʼabominevole fastidio; e in quella non solamente con le mani lacerarsi, ma ancora con la testa e con ciascuno altro membro fieramente percuotersi, e coʼ denti mordersi e troncarsi le persone e stracciarsi tutti.

Sotto la corteccia delle quali parole, mescolando il moral senso, spettante a noi che vivi siamo, con lo spirituale, il quale aʼ dannati appartiene, si può vedere il dannoso costume degli iracundi in questa vita, e la gravosa pena deʼ dannati nellʼaltra. Il percuotersi con la testa, col petto e coʼ piedi niuna altra cosa è che un disegnare glʼimpeti furiosi degli iracundi, quando dal focoso accendimento dellʼira sono incitati. Possiamo nondimeno intendere per la testa dellʼiracundo i pensieri, glʼintendimenti, le diliberazioni dellʼiracundo, tutti posti e dirizzati dietro al disiderio della vendetta: e questo, percioché nella testa consistono tutte le virtú sensitive interiori e ancora le ʼntellettive, dalle quali sono formate le predette cose. E percioché nel petto consistono le virtú vitali e le nutritive, dobbiam sentire coʼ petti offendersi glʼiracundi, non lʼun lʼaltro, ma se medesimi; in quanto, quando molto si pon lʼanimo intorno allʼeffetto dʼalcun disiderio, non si prende da colui, che cosí è occupato, né la quantitá del cibo usata, né ancora con lʼordine consueto, per che conviene che la virtú nutritiva sia intorno al suo uficio talvolta molto impedita; dal quale impedimento séguita la debolezza e il diminuimento delle virtú vitali: e cosí, mentre che lʼiracundo con tutto il suo disiderio sta inteso a doversi dellʼingiuria ricevuta vendicare, offende piú se medesimo che ʼl nemico. E cosí ancora per li piedi dobbiamo intender le affezioni di qualunque persona; percioché, sí come i piedi portano il corpo, cosí lʼaffezioni menano lʼanimo e son guida di quello: e percioché tutte le affezioni dellʼiracundo sono pronte e inchinevoli a dover nuocere a colui o a coloro contro aʼ quali è adirato, dice qui lʼautore glʼiracundi coʼ piedi offendersi.

Il troncarsi coi denti le carni e levarsele con essi a pezzo a pezzo è efficacissima dimostrazione di quanta potenzia sia lʼimpeto di questo vizio, poiché non solamente offusca lʼintelletto e la ragione nellʼadirato, ma ancora il priva del senso corporale. Il che se non fosse, basterebbe allʼadirato lʼaversi morso una sol volta; percioché il dolore ricevuto di quella il farebbe rimanere di piú volte mordersi; dove noi possiamo avere udito e veduto essere stati alcuni di tanta e sí furiosa ira accesi, che in se medesimi, non potendo quel che disiderano, come cani rabbiosi rivoltisi, coʼ denti troncarsi le proprie carni delle mani e delle braccia, e poi sputarle. E questo medesimo ancora sono stati di quegli che, avendone il destro, hanno adoperato nelle persone state odiate da loro: sí come ne scrive Stazio, nel suo Thebaidos, di Tideo, amico di Polinice, il quale, sentendosi essere stato fedito a morte da uno chiamato Menalippo, con furia domandò dʼaverlo, e ultimamente, non senza gran zuffa e morte di molti, essendo stato Menalippo nel mezzo della battaglia preso e menato dinanzi da lui, al quale poca vita restava, come un cane rabbiosamente coʼ denti gli si gittò addosso, e in questo bestiale atto, piú che umano, morí egli e uccise il nemico.

Lʼessere in quella padule fitti, la qual dice calda, nera e nebulosa e piena di loto, assai ben si può comprendere la tristizia esser causativa dellʼira; percioché, se quelle cose che avvengono, delle quali lʼuomo sʼadira, se esse non ci contristassono, senza dubbio noi non ci adireremmo, e cosí per lʼesser contristati ci adiriamo: e perciò, accioché i miseri iracundi sieno nel vizio loro medesimo puniti e afflitti, e per quello senza pro riconoscano sé dovere avere con pazienza schifata la tristizia, donde la loro ira nacque; in questa padule di Stige, la quale è interpretata «tristizia», demersi bollono, e in continua ira, in danno di se medesimi, come dimostrato è, sʼaccendono.

Lʼessere la padule calda e nera e nebulosa ne può assai ben dimostrare le tre qualitá deglʼiracundi, delle quali di sopra è detto: intendendo per la caldezza del pantano la qualitá deglʼiracundi, la qual dissi subitamente accendersi, e ciò procedere dallʼomor collerico, il quale è caldo e secco. Per la nebula del padule possiamo intendere lʼaltra qualitá deglʼiracundi, la qual dissi lungamente servare lʼira accolta, ma poi per lunghezza di tempo a poco a poco risolversi, sí come veggiamo che le nebule deʼ pantani, state quasi salde e intere per buona parte del dí, pure alla fine si risolvono e tornano in niente. La terza qualitá deglʼiracundi, li quali dissi non solamente non lasciar mai lʼira presa, ma quella convertita in odio mai non dimettere, senza aver presa vendetta dellʼoffesa, la quale gli parve aver ricevuto, e ciò procedere da complession malinconica, cioè terrea, si può intender per la nerezza del pantano, in quanto la terra di sua natura è nera, e la interpetrazion del nome della malinconia si dice da «melan», graece, il quale in latino suona «nero». E questi cotali malinconici son sempre nellʼaspetto chiusi, bulbi e oscuri, per che assai paion conformarsi al colore del padule. O vogliam dire queste tre proprietá, le quali lʼautor discrive esser di questa padule, dover significare tre proprietá deglʼiracundi, cioè: per la nerezza, la tristizia; per la nebula, la caligine dellʼignoranza, la quale lʼira para dinanzi agli occhi dello ʼntelletto, e cosí non può, offuscato, vedere quello che sia da fare; e per lo caldo, il furor dellʼiracundo nel qual sʼaccende.

Per lo loto, nel qual sono imbrodolati e brutti tutti, possiamo intendere la sozza e fetida macula, la quale lʼira mette nelle menti di qualunque da essa vincere si lascia, e ancora per gli effetti di quella, li quali macolano e bruttano ogni onesta fama.

[Lez. XXXII]

Resta a vedere del vizio opposito allʼiracundia, il quale in questa medesima padule di Stige si punisce con glʼiracundi, cioè lʼaccidia. Alla quale rimuovere delle menti umane, assai cose ne sono dalla natura delle cose mostrate, oltre agli ammaestramenti datine dalla filosofia e dagli uomini virtuosi: ma, se ogni altra cosa dinanzi dagli occhi del nostro intelletto e deʼ corporali levata ne fosse, assai forza dovrebbe avere, al sospignerci ad esser neʼ tempi debiti in continuo esercizio, il riguardare la bruna schiera delle formiche, piccolissimi animali, nel tempo estivo, le quali, se noi ogni cosa vorremo attendere, senza aver né astrolago o altro maestro, senza vedere albero o prato fiorito, senza salire in alcun luogo rilevato a considerare se incerate son le biade neʼ campi, o altra qualitá di tempo, come talvolta fanno i naviganti; dentro dalla sua cava standosi, cognoscono quando la state ne viene, e quando sono le semente mature, e in quali contrade si ricolgano; e allora, purgata la via e aperta lʼuscita della sua cava, la qual per ventura le piove del verno e i piedi degli animali aveano riturata, a piena schiera tutte escon fuori, e senza guida alcuna, tutte si dirizzano allʼaie, dove i lavoratori le biade segate ragunano e battono e mondano, e aʼ granai neʼ quali quelle ripongono, e a qualunque altro luogo per li campi fosser per ventura ristrette. E quivi ottimamente dalla lor natura ammaestrate, discernendo dalla paglia le granella, quello che possono prendono; e, vòlti i passi loro, sollecitamente, senza aver chi le stimoli o solleciti altri che se medesime, con quel che preso hanno, ritornano alla lor tana; e quello salvamente riposto, senza alcuna intermissione, quanto il sole sta sopra la terra, ritornano al cominciato uficio. Né son contente dʼun sol dí essersi faticate, ma, mentre il caldo dura, ciascuna mattina col sole levandosi, ritornano al loro esercizio; mostrando assai bene, in quello, essere a loro manifesto quello nel verno non potere operarsi, sí per le piove continue, e sí perché quello che la state truovano in molte parti e presto è aperto loro, quello il verno troverebbono in poche e serrato; avvedendosi ancora che, se cosí nellʼabbondanza della state fatto non avessono o non facessono, convenirle di verno perir di fame.

La qual cosa sanamente riguardata, non dubito che a ciascuno non prestasse utile dimostrazione contro allʼoziositá, e contro al porre indugio alle cose opportune e a dovere, quanto è per lo corpo, sí adoperare nella nostra fervida etá, cioè nella giovinezza, che poi, vegnendo nella fredda e impotente vecchiezza, si potesse senza vergogna e senza stento aspettar lʼultimo giorno, quando a Dio piacesse mandarlo: e, oltre a ciò, per la futura vita, mentre prestato nʼè nella presente vita, adoperare che, vegnendo il freddo della morte, noi possiamo avere lieto e glorioso luogo intraʼ beati, e non esser gittati nella morte perpetua dello ʼnferno, dove sará pianto e stridor di denti. Ma, percioché lʼaddormentato intelletto di molti, né per disciplina, né per sollecitudine, né per utili esempli non si può destare né inducere da alcuni stimoli a volere la fatica, la solerzia, il discreto esempio del piccolo animale, non che imitare ma pur riguardare; avviene spesso che questi cotali in questa vita vengono in estrema miseria, e nellʼaltra tuffati bollono nella palude di Stige, come nel presente canto ne discrive lʼautore.

E accioché piú chiaramente si comprenda che vizio questo sia, e per conseguente meglio ce ne sappiamo guardare, ed, oltre a ciò, piú leggermente vedere quello che voglia lʼautor sentire per la pena loro attribuita dalla divina giustizia; dico [che lʼaccidia], secondo che nel quarto dellʼEtica mostra ad Aristotile di piacere, colui essere accidioso, il quale dove bisogna non sʼadira, dicendo essere atto di stolto il non adirarsi, dove e quanto e in quel che bisogna; percioché pare che questo cotale non abbia sentimento dʼuomo, e però di nulla cosa sʼattristi, e cosí non essere vendicativo: e aggiugne che sostenere lo ʼngiuriante e il non aver gli amici in prezzo sia atto servile. Della qual sentenza considerata bene la cagione, credo nʼapparirá ogni altra cosa che allʼaccidioso sʼattribuisce dover nascere e venire. Che dobbiam noi credere altro di questa rimession dʼanimo dellʼaccidioso, se non quella procedere da un torpore, da una viltá, da una oziositá di mente, per le quali esso senza turbarsi sostiene le ʼngiurie? Se ciò avvenisse per umiltá, o per essere obbediente aʼ comandamenti di Dio, come molti santi uomini hanno giá fatto, non potrebbe però senza alcuna perturbazion dʼanimo essere avvenuto; percioché non può vittoria seguire, dove il nemico non è comparito, e dove battaglia non è stata; e noi diciamo i santi uomini essere stati vittoriosi nelle passioni. Turbasi adunque il santo e savio uomo, quante volte vede o ode in sé o in altrui dire o operare quello, che né dire né operare si convenga; ma prima chʼegli lasci tanto avanti la perturbazion procedere, che ad atto di peccato potesse pervenire, con umiltá e con buona pazienza vince la turbazione, e di questa vittoria merita. Ma lʼaccidioso non è cosí; percioché non per virtú, ma per cattivitá è paziente, e tutto dimessosi per la viltá dellʼanimo suo allʼozio, in tutti i suoi pensieri, in tutte le sue meditazioni sʼattrista, ognora divenendo piú vile, intanto che la sua vita, quasi non fosse vivo, trapassa; e in essa dolorosa non è cosa alcuna, quantunque menoma, la quale esso sʼattenti di cominciare; e, se pur tanto lo ʼnfesta la necessitá che egli alcuna ne cominci, nel cominciamento medesimo invilisce, sí che, le piú volte intralasciatala, non la conduce alla fine. Il tempo freddo il rattrappa, il caldo il dissolve, il giorno gli è noioso e la notte grave; ciascheduna ora, e in qualunque stagione, ha in sé, al giudicio del pigro, alcuno impedimento intorno alle cose che occorrono da fare, e cosí il tempo nuvolo e ʼl sereno. La cura familiare sempre gli peggiora tra le mani; non visita, non sollecita le possession sue, non i lavorator di quelle, non i servi, e lʼessergli di quelle i frutti diminuiti non se ne cura per tracutanza. Alle publiche cose non ardirebbe di salire, alle quali se pur sospinto fosse per li meriti dʼalcun suo, come uno addormentato si starebbe in quelle; il letto, le notti lunghissime e i sonni, non piú corti che quelle, gli sono graziosissimo e disiderabile bene; la solitudine, le tenebre e il silenzio prepone ad ogni dilettevole compagnia.

[Ma, posponendo gli atti morali e alquanto parlando degli spirituali, non visita glʼinfermi, non visita glʼincarcerati, non sovviene di consiglio aʼ bisognosi, non visita la chiesa, non onora il corpo di Cristo per non trarsi il cappuccio, allʼusanza di Fiandra, non si confessa aʼ tempi, non prende i sacramenti, non dispone né i fatti dellʼanima né quegli del corpo.]

Ma a che molte parole? Lʼuomo si potrebbe stendere assai, volendo pienamente raccontare ogni parte di questa miseria; ma, percioché disutile è la materia, in poche conchiudendo le molte parole, dico che la vita dellʼaccidioso è, quanto piú può, simigliante alla morte.

È nondimeno questo vizio origine e cagione di molti mali: di costui nasce non solamente povertá, ma indigenzia e miseria, nella quale rognoso, scabbioso, bolso, malinconico e pannoso si diviene; nasce ancor da costui afflizion dʼanimo, odio di se medesimo e rincrescimento di vita; nascene ignoranza di Dio, vilipension di virtú, perdimento di fama e moltitudine di pensier vani; tiepidezza di spirito, prolungazion dʼopere e fastidio general dʼogni bene; e ultimamente, dopo la trista vita, eterna perdizion dellʼanima.

E percioché tutti gli atti di coloro, li quali sono da questo vizio occupati, sono freddi, torpenti e rimessi, e, in quanto possono, nascosi e occulti, gli fa assai convenientemente lʼautore stare nascosi e riposti, senza potere esser veduti, nel fangoso fondo della misera palude bogliente, nera e nebolosa; e in quella gorgogliare con la gola piena del fastidio di quella, e piagnere e senza pro dolersi della vita trista e nigligente, la qual menarono. Volendo per questo sʼintenda primieramente, per lo calor della padule, il calor della divina ira, il quale, sí come contrario alla freddezza del lor peccato, gli tormenta e punisce in gravissimo e intollerabile dolore. E per lʼessere la palude nera, vuol sʼintenda la tenebrosa lor vita, e la oscuritá delle loro opere, delle quali mai luce alcuna non apparve. E per questo ancora vuole loro stare tuffati, sotterrati e occulti sotto lʼonde, accioché si comprenda loro nella presente vita non essere per alcuna loro operazione stati conosciuti. Lʼessere la padule nebulosa, o fumosa che vogliam dire, è a dimostrare la caligine della ignoranza, della quale furono offuscati gli occhi dello ʼntelletto loro, li quali mai riguardar non vollono sé essere uomini nati ad esercizio laudevole e non a detestabile ozio. Lʼavere la strozza piena di fango, e gorgogliare, in quali cose il lor misero adoperare si faticasse, il quale in alcuna altra cosa non si distese, se non in pensieri e in meditazion malinconiche, le quali son di natura terree, e, sí come grosse e fastidiose, hanno ad oppilare i meati della chiarezza del suono della laudevole fama, della quale niente curano gli accidiosi.