FOOTNOTES:

[1] Le rarissime [], che s’incontrano nel testo della Vita di Dante, colmano omissioni del ms. A p. 9 la parola «tratto» doveva essere intromessa, com’è suggerito dalla corrispondenza col Compendio (p. 70); invece l’aggiunta «ordinar», mantenuta dalle precedenti edizioni a p. 36, senza corrispondenza con p. 85, è forse arbitraria.

[2] Si vedano la prefazione del Rostagno all’edizione sopra citata e lo studio di M. Barbi, Qual’è la seconda redazione del«Trattatello» in laude di Dante (1913). Cfr. G. L. Passerini, nella prefazione a Le vite di Dante, Firenze, Sansoni, 1917, alcune mie pagine di recensione nella Rassegna bibliografica, a. XXV (1917), n. 3, e altre di G. Vandelli, in Bollettino della Societá dantesca italiana, N. S., vol. XXIV, fasc. 4 (dec. 1917).

[3] In questo codice sono rimaste in bianco parte della seconda col. di c. 81 r e le cc. 82-83. La lacuna va dalle parole «I cittadin, cioè i fiorentini, della cittá partita, peroché in que’ tempi Firenze», alle parole «Vuolsi questa lettera intendere interrogative e con questo ordine: Ahi giustizia di Dio, chi stipa», cioè da p. 171 a p. 203 del II vol. di questa edizione; inoltre il detto codice si tronca alle parole «la cittá giá se ne dolea in quanto molti scandali e molti mali e uccisioni», in corrispondenza di p. 23, vol. III.

[4] Da questo codice è stata asportata la c. 172, sicché esso presenta una lacuna tra le parole «È il Quarnaro un seno di mare il qual nasce del mare Adriano e va verso tramontana e quivi divide Italia dalla Schiavonia e chiamasi», in corrispondenza di p. 21, vol. III, e le parole «e quinci viene arcano, la cosa segreta», in corrispondenza di p. 24, vol. III.

[5] Questo bel codice incomincia con le parole: «Galeotto fu il libro e chi lo scrisse. Scrivesi ne’ predetti romanzi che un prencipe» in corrispondenza di p. 145, vol. II. Probabilmente era diviso in due parti, delle quali la prima è andata perduta.

[6] R, a c. 20 v., alle parole «e ’l Mosca, perché fu scismatico, nel... canto» (pres. ediz., II, 180), omette fra «nel» e «canto» il numero che dovrebbe leggervisi, riempiendo lo spazio con un «nol dice», della medesima mano, in piú minuta scrittura; in S la stessa lacuna non è colmata; ed essa doveva trovarsi «nell’originale» di M1, perché in quest’ultimo codice, a p. 235, il numero del canto apparisce scritto posteriormente alla riga e costretto a stento nello spazio lasciato prima in bianco. M2 in questo caso non offre riscontri, perché il passo cade nella lunga lacuna segnalata di sopra.

[7] Segnalo le seguenti, delle quali ho voluto lasciar traccia in questa edizione: I, 126-7 «Questo soluto, ne resta venire, ecc., ut supra.—Resta a venire all’ordine della lettura...»; ib., p. 159 «si possono due ragioni dimostrare...», cui pur s’aggiunge una terza ragione a p. 161.

[8] È giusto ch’io rammenti che, pur non avendo affacciato neanche io alcun sospetto sulla genuinitá del Comento in ciascuna sua parte, ebbi però giá, dal solo esame stilistico, a rilevare che piú e piú tratti di quest’opera, e in sé e al confronto delle pagine o proprie o altrui, dalle quali il B. li avrebbe derivati, appariscono indegni del grande scrittore. Cfr. pp. 7, 9, 25-6 con la n. 2, del mio scritto Caratteri e forma del Comento di G B. sopra la Commedia di D. (Barga, 1913). Allora era il disagio dello studioso in cerca dei veri dati del suo problema: la prima stesura, la fretta, «la vecchiaia, che, se pur lascia valido il tronco, ne sfronda il verde» (ib., p. 10), erano un’impostazione provvisoria. I veri dati e la risoluzione si son presentati dopo a mano a mano, attraverso l’esame dei codici e la susseguente ripresa in esame del testo. Allo scritto cit., p. 4, n. 2, rimando per la bibliografia sul Comento: aggiungasi O. Bacci, Il B. lettore di Dante, Firenze, Sansoni, 1913.

[9] Il fatto che il Buti avesse saccheggiato il proemio del Boccaccio, trasportandone nel suo tanta parte, non poteva non essere rilevato con meraviglia. Silvestro Centofanti, nella introduzione alla diligente edizione di Crescentino Giannini, s’ingegnò di scagionare il buon frate, ricorrendo per extrema ratio all’«uso dei tempi». Ma la veritá è che l’uso dei tempi, per certo piú accondiscendente dell’uso nostro, non basta a spiegare un plagio che sviluppa tutto un sistema di idee, e che non ha riscontro nel séguito dell’opera, ove e il Boccaccio e Guido da Pisa e altri, quando accade che sian fonte dell’idea, non porgono insieme con essa l’espressione, e inoltre vengon citati, proprio come è citato il Boccaccio per il nome di Commedia, ch’è pagina sua (e cfr., nel séguito del testo, gli altri pochi rimandi che il Buti fa al certaldese). S’aggiunga che un’introduzione scolastica sviluppata su di uno schema che, ognuno che ne sappia, può riconoscere tradizionale, s’addice bene al Buti, maestro di grammatica, lettore nello Studio di Pisa, qualificato a ragione «il grammatico» tra gli antichi commentatori di Dante (C. Hegel, Ueber den historischen Werth der älteren Dante-Commentare, p. 54); al Boccaccio, scrittore grande e originale, no.

[10] Cfr. «poliseno» (è però lezione che ha riscontro nelle stampe del De Genealogiis); cfr. «iustitia praemiandi et puniendi».

[11] La rubrica è di altra mamo, ed è posteriore, ma del sec. XV.

[12] M1 e S leggono «non era» (M1 è stato poi corretto da mano piú recente); R legge «non c’era»; in M2 il passo cade nella lacuna segnalata di sopra.

[13] In corrispondenza del passo sopra citato (singolarmente notevole per la questione di cronologia boccaccesca che vi è stata riconnessa), i codd. R (c. 19 r.) e M1 (p. 232), oltre a riportare a margine alcuni versi del IV della Georgica (219-227), recano, pure a margine, questo appunto o traccia, che nel testo non ha avuto sviluppo conforme: «Estimò Platone essere in ciascuna anima di qualunque animale alcuna parte di divina mente, il che appare nell’api—nelle formiche—nel cavallo d’Alessandro—ne’ leofanti—ne’ leoni—negli uomini». Il materiale delle pagine di cui fa parte il tratto sulla peste di Firenze è desunto dal De casibus (§ De Astiage, § Pauca de somniis).

[14] Un altro ricordo personale del frate par quello del vol. III, 226 sg., circa il monastero di San Benedetto dell’Alpe. La medesima spiegazione, obbiettivamente esposta, si legge in Benvenuto da Imola.

[15] Una annotazione di A. M. Salvini nel cod. R, in corrispondenza all’anno della peste, dice: «questo commentatore fiorí dopo la peste del 1348».

[16] Citato dal De Batines.

[17] Quali queste rubriche fossero originalmente, non è perspicuo. M1 scrive: «Capitolo primo della prima cantica della Commedia di Dante Alinghieri» (ma è d’altra mano che il testo); «Allegorie del cap.o primo dello ’nferno (corretto «della prima cantica») della Commedia di Dante Alinghieri»; «Cap.o IIo della prima cantica della Commedia di Dante» (d’altra mano), e a margine «Canto IIo» (della mano del testo); «Allegorie del IIo cap.o della Commedia di Dante (d’altra mano); «Cap. IIIo» (sulla linea e a margine); «Allegorie del IIIo cap.o»; e cosí di séguito, generalmente in quest’ultima forma.

S’ha per ogni capitolo una di queste intestazioni: «Capitolo» (o «Canto»), «senso litterale», «senso allegorico», «senso morale», «secondo la lettera», «allegorico», «litterale»; una volta sola, e questa a margine: «Primo cap.o secundum litteram».

R scrive «Canto VI», «Canto VII» ecc., d’ordinario ripetendo quando incomincia il commento allegorico.

[18] Ho tuttavia riprodotta a margine la numerazione delle lezioni giá adottata dal Milanesi per agevolare i riscontri.

[19] In complesso io penso di avere espunto dal Comento meno di quel che si debba; ma ciò non toglie che qualche tratto da me espunto non sia negato a torto al Boccaccio, specialmente negli inizi delle singole trattazioni. Giudichi caso per caso lo studioso; al quale, in mancanza della dimostrazione analitica a corredo del testo (il tipo della edizione non la ammetteva, ma potrá essere eseguita a parte), non dispiacerá ch’io gli tracci una guida sommaria per altre poche pagine oltre il proemio. Le prime, a mio giudizio, sono anch’esse contaminate con i commenti che il rifacitore si trovava fra mano per la compilazione del proemio. Poi le chiare pagine parafrastiche del Boccaccio finalmente compariscono, con poche intromesse piú o men bene riconoscibili (quella, ad es., su Virgilio mago, sproporzionata, se non estranea, al proposito, e affatto nuova nella concezione boccaccesca di Virgilio altrimenti nota), finché la parola «poeta» offre al rifacitore il destro di interpolare, raffazzonandole, piú pagine, della Vita e del De Genealogiis. Quindi ripigliano le pagine autentiche, con altre varie intromesse, sino alla seconda parte del commento di questo I canto, dov’è spiegato il senso allegorico; nella qual parte io credo che non si possa dubitare che la impostazione del discorso è del Boccaccio; ma si potrá dubitare se fosse meglio rescindere dall’inizio dello svolgimento delle idee generali sull’allegoria («In risponsione della qual cosa si possono due ragioni dimostrare..», I, 159) sino all’inizio della spiegazione del canto (I, 164), o tagliar via soltanto quella «terza ragione», che i codici provano non essere stata in una prima stesura, insieme con quel tratto sui quattro sensi, che l’analisi interna e il confronto col Boccaccio autentico (De Genealogiis, l. I, cap. IV) non consentono di giudicar genuino. E cosí di séguito.

[20] Cfr G. Vandelli e L. Casali, Per le nozze di Teresa Bertoldi con Umberto Monico, Firenze, 1913, p. 17. In questo opuscolo è pubblicato di sul codice Toledano il capitolo relativo alla prima cantica.

[21] La piú recente ristampa dei tre capitoli è stata quella curata da Giuseppe Gigli, in Antologia delle opere minori di G. B., Firenze, Sansoni, 1907, pp. 301-320.

[22] Rubriche della Commedia di Dante Alighieri scritte in prosa, e breve raccoglimento in terzine di quanto si contiene nella stessa Commedia. Edite da G. Comello con introduzione di E. Cicogna e note di G. Veludo, Venezia, tip. Cecchini e C., 1843, 8o, pp. 72 (per nozze Milan Massari-Comello).—L’opuscolo, sotto il titolo Rubriche e breve raccoglimento della Commedia di Dante: scritture attribuite a G. B., fu ristampato a cura di L. Pizzo con prefazioni di E. Cicogna e osservazioni di G. Veludo (Venezia, tip. Merlo, 1859, 16o, pp. 80).

[23] G. Vandelli, Rubriche dantesche pubblicate di su l’autografo chigiano, Firenze, Landi, 1908, 8o, pp. 31 (Nozze Corsini Ricasoli Firidolfi). Vedasi quivi per l’autografia del cod. Chigiano.

[24] Index of authors quoted by Boccaccio in his «Comento sopra la Commedia»: a contribution to the study of the sources of the Commentary, in Miscellanea storica della Valdelsa, a. XXI, fasc. 2-3, n. 60-61 (settembre 1913).