Capo X. GLORIE ED USI DI MILANO

Ma prima di narrare ciò che accadde durante il soggiorno del Re in Pavia, piacemi un istante tener dietro al bravo Filippo Comines che con stupore osservava la Lombardia, sclamando che essa era il più bello e più ricco paese del mondo; e considerava attentamente lo stato materiale e morale della nostra città.

Egli trovò nel Castello di Pavia Bernardino Corio, storico anch’esso, e che era cameriere ducale: in breve l’uno imparò a stimar l’altro; e Corio volle essere guida al Comines, non solamente in Pavia, ma eziandio in Milano ove si propose di condurlo egli stesso. Pavia a que’ tempi era città assai più florida che poi non fu; perocchè molte volte venne in appresso saccheggiata nelle guerre che seguirono al principio del successivo secolo XVI. Un’iscrizione, più antica di un secolo e mezzo del tempo di cui parliamo, le dava il titolo di seconda Roma. Corio fece osservare al Comines il bel ponte di pietra su cui si passa il Ticino, fabbricato nel 1351-52; e posteriormente abbellito, fortificato, e coperto, da Galeazzo II Visconti che a torto il Morigia dice fondatore di quello. Nel mezzo, avea una torre con ponte levatojo. I più antichi templi della città pure furono dal Corio additati al Comines, varj de’ quali ricordano la dominazione de’ Longobardi: in uno di questi, chiamato S. Pietro in cielo d’oro, gli mostrò l’arca marmorea di s. Agostino scolpita vagamente da uno scolare del Balducci, come si crede, nel secolo XIV; mostrogli la torre rotonda ove gran tempo stette imprigionato Boezio, e che da lui avea preso il nome; torre che allora veniva creduta dal volgo abitata dagli spiriti, perchè all’intorno era fregiata da alcune immagini di terra cotta le quali, essendo vote internamente, al soffiar del vento producevano un sibilante mormorio, sia per caso sia per invenzione dell’artista che le costruì. Mostrogli pure il Palazzo del comune; la statua di bronzo di Antonino Pio, che i Pavesi tolsero ai Ravennati, e collocarono sopra una colonna nella piazza davanti alla cattedrale; nè lasciò di far notare al distinto straniero l’università, fondata essa pure da Galeazzo II Visconti, principe che per crudeltà e tirannide si segnalò, non meno che per la protezione che impartì alle lettere. Lodovico il Moro stava allora facendo erigere il magnifico edifizio che egli destinò ad essa università, famosa e allora frequentatissima (edifizio che tuttora si ammira); come poi più tardi, cioè nel 1496, con un suo editto, dopo aver lodati quegli studj, volle che i collegi de’ giureconsulti, degli artisti, de’ medici e de’ filosofi, fossero esenti da ogni gravezza. Per ultimo il Corio mostrò al proprio ospite il famoso castello o palazzo alzato da Galeazzo II Visconti, col magnifico parco unitovi, allora celebratissimi per tutta l’Italia.

Di quel Castello famoso, di cui gran parte tuttavia si conserva, noi daremo piena notizia al lettore, avido di confrontare gli oggetti del lusso antico con quelli del presente. L’edifizio è di forma quadrata: e nel mezzo ha una gran corte, che comodissima riusciva per eseguirvi giostre, torneamenti, ed altri giochi, allora assai amati da’ principi; intorno alla quale sorgono bei porticati, tanto di sopra quanto di sotto, colle loro colonne di marmo, e con scale fatte in maniera che vi si potesse salire a cavallo fino alla cima. Le sale e camere, tanto superiori che a terreno, erano tutte in vôlte, e quasi tutte dipinte a varie vaghe istorie e lavori, coi cieli colorati di finissimo azzurro, e ne’ quali campeggiavano diverse sorta d’animali fatti d’oro, come leoni, leopardi, tigri, levrieri, bracchi, cervi, cignali, ed altri: di queste camere, le più vagamente ornate erano quelle della parte del castello che guardava verso il parco; ed era colà che trovavasi un gran salone, lungo circa sessanta braccia e largo venti, tutto istoriato con bellissime figure rappresentanti cacce, pescagioni e giostre, con varj altri trattenimenti de’ duchi e duchesse milanesi. Di tutte queste pitture, una gran parte era stata fatta eseguire da Galeazzo Maria Sforza, padre del duca vivente, il quale si era servito del valente pennello di Bonifazio Bembo, pittore cremonese; e gli avea fatte rappresentare soprattutto molte circostanze solenni della propria vita, le quali erano appunto cacce, ambascerie ricevute, solenni entrate, e cose simili. Nel mezzo della sala ora descritta poi, v’era un gran finestrone, largo dieci braccia ed alto dodici, con un gran balcone davanti, munito di cancelli di ferro, e sporgente sei braccia sopra la fossa, che larga e piena d’acqua gira intorno al castello; balcone sul quale usavano i duchi, nella state, cenare per prendervi il fresco, al suono di tromboni, cornetti, flauti, e d’altri stromenti. Il Castello poi avea quattro torri assai belle, a’ suoi angoli; delle quali quelle volte verso il parco furono dalle artiglierie francesi abbattute nel 1527. Sopra quella che era alla mano destra della porta maggiore per cui entravasi nel castello, era un orologio di maraviglioso meccanismo, già fatto costruire da Gian-Galeazzo Visconti, e che non solamente colla freccia e col suono della campana indicava le ore, ma mostrava ancora il corso de’ pianeti e segni celesti. Nella sala che stava nell’altro torrione, v’era la copiosa libreria che Galeazzo Visconti avea pel primo raccolto e poi era stata ampliata da’ suoi successori, e soprattutto da Galeazzo Maria Sforza, padre del giovinetto Gian-Galeazzo. Tal libreria era allora fra le più belle che si potessero vedere nell’Italia: i suoi libri eran tutti di pergamena scritti a mano, con bellissimi caratteri e iniziali; e ve ne era di ogni qualità, trattando altri di teologia, altri di filosofia, astrologia, medicina, musica, geometria, rettorica, istorie, ed altre scienze: in tutto però erano solo 951 volumi[3]; ma erano coperti, quale di velluto, quale di damasco o di raso, qual di broccato d’oro o d’argento, con le loro chiavette e catenelle d’argento colle quali stavano fermati ai banchi, che erano foggiati come quelli delle pubbliche scuole, ma più belli. Colà conservavasi pure un corno di liocorno quasi lungo un braccio, oggetto prezioso e singolare. Il pavimento era fatto a quadretti di diversi colori, con una vernice vitrea che ne accresceva la bellezza. Nel torrione che restava a mano sinistra verso la porta della sala, era, dabbasso, una sala larga quanto capiva il quadrato del torrione, e che si chiamava la camera degli specchi; perchè tutto il vôlto era coperto di vetri quadrati larghi quanto il palmo della mano, tutti variati di colori e dipinti con figure d’uomini o animali o piante o fiori, fatte d’oro, onde percossi dal sole sul mattino splendevano in modo maraviglioso e la vista abbagliavano: il pavimento di questa camera era a mosaico con varie storie e antiche poesie: in giro erano archibanchi per sedere, tutti intarsiati e con spalliere alte più d’un uomo. Il quarto torrione a destra verso il parco finalmente, con altre stanze vicine serviva di armeria; e vi erano aste, archi, balestre, ed una sterminata quantità di saette, frecce, verettoni e dardi, con molta copia di targhe, targoni, altri scudi che chiamavansi lunghi, rotelle, ed altri strumenti da guerra antichi. Altre curiosità di diverso genere poi il Corio ci fa conoscere come esistenti in questo castello, forse nella cappella; ed erano una testimonianza di più della grossolana credulità di quel tempo: tali supposti preziosi oggetti erano, fra altre cose, una ciocca di capegli della Beata Vergine, alcun poco del sangue e del manto di Gesù Cristo, il corpo intero di un innocente, un braccio della Maddalena, un dente di San Cristoforo, un pezzo della verga di Mosè con cui fe’ scaturire dal macigno il fonte miracoloso.

Al di là della fossa del castello, estendevasi da un lato una cittadella: uscendo da questa poi, trovavasi bella e lunga piazza ove tenevasi una grande fiera franca due volte l’anno; alla quale concorrevano da lontane parti mercanti, con varie sorta di mercanzie preziose, come d’oro, di gioie, sete, lane, ec.: era verso il mezzo di tal piazza che sorgeva allora la torre di Boezio. Nella cittadella poi ammiravasi un gran salone, lungo 120 passi, largo 24, e altrettanto alto; stato fabbricato per potervi i duchi giocare al pallone e ad altri giochi, ne’ giorni piovosi.

Quanto poi al parco e giardino uniti al Castello, essi erano veramente regali. Il giardino era composto di 448 pertiche; ed era tutto ripieno di quante sorta di frutti si potessero immaginare, con bell’ordine disposti. Esso era tutto cinto da muri, con fosse, e porte con ponti levatoi. Intorno a queste mura vedevansi bellissimi pergolati con ogni qualità di uve che si conoscessero, ed i muri erano coperti di spalliere di noccioli. Nel mezzo del giardino, era una grande peschiera, lunga forse trecento passi e larga venticinque, la cui acqua era sì limpida che anche il più piccolo pesce vi si scorgeva; e piccol tratto lontano da questa, era una bella vasca quadrata, di diciotto passi in quadro, tutta lastricata di marmo bianco, e che dicevasi il bagno, servendo nella state per bagnarsi ai duchi e alle duchesse: essa riceveva l’acqua dalla peschiera; ed era cinta da un edificio di legno coperto di latta raffigurante un padiglione, e riceveva la luce da quattro grandi finestre con vetri colorati. Nel parco poi erano rinchiusi molti animali, come cervi, daini, caprioli, che si facevano ascendere a meglio che cinque mila capi. Al tempo della state, perchè questi animali non distruggessero i seminati, erano chiusi entro alcuni steccati; e v’era un luogo particolare pei conigli, un altro per li struzzi, e va dicendo: v’era anche un serraglio per alcuni orsi, detto orsería; era cinto da un alto muro. Il circuito di tal parco, veramente magnifico, era di quindici miglia; e giungeva fino alla famosa chiesa con monastero della Certosa: in esso erano varie abitazioni, e, al dire del Morigia, eziandio dei palazzi.

Il Corio mostrando Pavia al Comines non lasciò di informarlo, che essa allora era, senza dubbio, una delle prime città d’Italia; che era sufficientemente fortificata; che quattro erano i suoi borghi; che avea diversi ospitali, per gli infermi, gli esposti e i pellegrini; e che veniva retta da dieci deputati, e due dottori col nome di abati, ma che ne’ casi gravi si radunava il consiglio generale composto di tutti i cittadini più ragguardevoli; che v’erano poi anche molti monasteri di ambo i sessi.

Il signor Filippo Comines avrebbe veduto volentieri il giovine Duca, che gli aveano rappresentato come un uomo debole il quale tutto fidante nello zio d’ogni cosa lo facea partecipe, e mal sapeva secondare la moglie, avida al contrario di impero. Il buon principe, gli diceva il Corio, giace a letto gravemente ammalato. Il Corio lodava la dolcezza di questo giovane; che Comines, dalle cose sopra dettegli, stimò invece dappoco, e quasi scemo di cervello: e il bravo storico milanese vagamente fe’ sentire all’oltramontano, che Lodovico potesse aver propinato il veleno a quel suo nipote. «È crudel cosa, egli diceva, che questo dabben duca, non avendo ancora compiuti i 25 anni, come immaculato agnello senza alcuna cagione sia spinto dai numero de’ viventi: tutti ne sono addolorati!»

Da Pavia venendo a Milano, il Corio non tralasciò di far ammirare a Comines la Certosa insigne alzata a cinque miglia da quella città da Gian-Galeazzo Visconti primo duca di Milano, per soddisfare alla pia volontà di Caterina sua moglie; e che fu cominciata nel 1396; mentre tre anni dopo, essendo la fabbrica della chiesa ben avanzata e terminato il monastero aggiuntovi, furono chiamati 25 monaci certosini ad uffiziarla; loro assegnando delle possessioni vicine, sì pel loro mantenimento, come pel compimento di quel ricco edifizio, che al tempo in cui Comines lo vide era tutt’altro che compito. Quel tempio assai bello facea presentire i progressi della moderna architettura. Esso era allora tenuto in conto di fabbrica sontuosa, che forse non avea pari al mondo.

Comines col suo distinto amico ed i suoi servi cavalcando, e seguíto da muli che portavano i suoi effetti; dopo varie ore di viaggio per un paese fertilissimo ed ameno, tutto da canali intersecato, con praterie grandissime ove pascolavano pingui armenti che danno il miglior formaggio del mondo; giugneva a Milano, città che non poco, per la fama di che godeva, destava la sua curiosità. Il circuito di questa città era allora minore del presente; giacchè le nuove mura sono opera posteriore degli Spagnoli. Allora sussisteva ancora il giro di mura stabilito dopo la distruzione che di Milano nel secolo XII fatto avea l’imperatore Federico I detto il Barbarossa; il quale circuito è appunto là dove ora sono i così detti terraggi, come il nome stesso lo indica, e come lo mostra eziandio il corso del naviglio che ne formava la fossa. Le mura che allora vedevansi, con oltre cento torri, erano state fabbricate da Azzone Visconti, che compì sì bell’opera nel 1338. Bensì v’erano fuori delle porte i borghi, assai popolati; e che poi vennero aggregati alla città mediante il nuovo recinto.

Il Corio invitò Filippo Comines ad albergare con sè nel Castello Giovio; ma questi ne lo ringraziò, osservandogli, che per uno straniero avido di conoscere le costumanze dei paesi per cui passa, egli stimava più opportuno il porsi su d’un albergo: e d’altro canto i servi che erano col Comines non avrebbero potuto trovar alloggio seco nel ristretto appartamento del nostro Bernardino. Comines, al contrario, tanto insistette perchè il Corio seco si fermasse a desinar all’albergo ove scavalcò, che il nostro storico milanese non giudicò ben fatto di dover ricusare.

Allora in Milano, oltre le taverne ove solo vendeasi il vino al minuto alla popolazione, v’erano ancora de’ comodi alberghi per alloggiarvi i forestieri; a un dipresso come ora accade in ogni parte d’Europa: perocchè la nostra città, allora ricchissima per i suoi traffichi, le sue manifatture, la floridezza della sua agricoltura, già avea fatti notevoli progressi verso un vivere colto e gentile. Non eravamo più in que’ tempi rozzi in cui sovente il forestiere dovea mendicare presso i privati un’ospitalità che egli non lasciava d’ordinario di pagare anche senza risparmio; mentre solo pei poveri servivano gli spedali aperti a ricovero de’ pellegrini. L’albergo a cui smontò il Comines era uno dei più belli che la città potesse vantare, ed era nella porta Ticinese, quartiere allora abitato in particolare dai nobili, e precisamente trovavasi vicino alla Palla. Il suo fabbricato era un ricco palazzo, se abbiasi riguardo ai tempi: le sue finestre serbavano ancora l’arco acuto; ma erano ornate di bassirilievi in terra cotta: un porticato abbelliva la corte interna: la porta era adorna di colonne e bassirilievi; e la facciata era dipinta con qualche gusto. A quel tempo, molte case in Milano appartenenti ai più ricchi e nobili cittadini a questa somigliavano: e l’uso del dipingerle al di fuori appunto allora introducevasi.

Comines ebbe diverse stanze per sè e i suoi famigli; e i suoi muli trovarono ottima stalla. Ma il nostro storico, poichè col Corio ebbe pranzato trattenendosi in discorsi di vario soggetto, volle con questo passare nella sala comune a terreno, per godervi de’ piaceri della milanese società. Era allora omai caduto il giorno; e la sala ove il distinto nostro straniero recossi trovavasi piena di varj gruppi di persone, che stavano sedute a diversi deschi, quali già cominciando e quali aspettanti il pasto della sera.

La ragione per cui sì di buon ora tutta questa gente attendeva al cenare, era semplice: in primo luogo, allora l’uso generale era di pranzare a mezzodì o circa; in secondo luogo, innoltrata di alcune ore la notte, al terzo tocco della campana di palazzo, tutte le osterie e taverne doveano chiudersi, nè più era permesso vendere cosa alcuna, se non ai forestieri che nelle prime alloggiavano. Così portavano gli statuti; i quali provvedevano a mantener i costumi de’ cittadini semplici e frugali. Corio, che osservò ciò al signor d’Argentone (che tale era lo storico francese), gli disse anche, come per non indurre ne’ cittadini il vizio dell’ubbriachezza, i tavernai doveano vendere il loro vino, bene misurato, alle porte delle loro botteghe, e non altrimenti; e che solo nelle osterie, ossia ove albergavansi i forestieri e davasi eziandio a mangiare, era permesso di fare diversamente.

Il Comines si assise col Corio ad un desco; e mentre che fra loro in varj discorsi trattenevansi, non lasciavano di quando in quando di osservare quello che intorno ad essi accadeva. V’erano nell’albergo allora varie qualità di persone; semplici cittadini, cavalieri, uomini di toga. Corio ne fece osservare al dotto suo compagno la varietà costante nelle vesti. Questa, gli disse, proviene dalle prescrizioni severe de’ nostri statuti; tendenti ad eliminare più che sia possibile il lusso, sempre rovinoso per la maggior parte delle famiglie. «I nostri statuti, proseguiva, proibiscono alle donne, eccettuate le mogli de’ militi, di portar perle sulle vesti, o in monili attorno al collo, o nell’acconciatura del capo: e lo stesso è vietato agli uomini, tranne i militi. Così è proibito portare sui cappucci, o in altra parte degli abiti, fregi d’oro o d’argento, ad eccezione dei bottoni alle maniche, i quali ponno essere o di questi metalli composti o anche più ricchi ed ornati di pietre preziose e di perle. Si può portare però il vescapo d’argento: e ai dottori di legge ed altri giurisperiti non sono vietati que’ fregi che ai militi, ossia cavalieri, si concedono, come anche gli abiti ricchi di raso od armellino, o le vesti di porpora o tessute d’oro o d’argento, che alla generalità non sono concesse. Il maggior sfoggio permesso ai semplici cittadini ed alle loro mogli consiste in fodere listate d’oro o d’argento, che loro sono accordate. Multe assai gravose colpiscono i contravventori di tali statuti. La legge poi, che pone un freno alla vaghezza di brillare con abiti sfarzosi, comanda anche la decenza nella foggia delle vesti; nè una donna potrebbe mostrarsi con un abito scollato, senza pagar una multa, essa e il suo sartore.

Allora si accorse il signor d’Argentone che dagli abiti egli avrebbe potuto distinguere benissimo la qualità delle persone. Egli chiese al Corio, se in altri modi questi statuti milanesi, solleciti nel mantener semplici i costumi regolassero le pompe de’ cittadini; e Corio così gli disse. Gli statuti della nostra città reputansi molto savj in ciò, che per ogni verso frenano la mania che nasce naturalmente negli uomini di voler distinguersi nelle occasioni solenni. Così, dalla legge viene limitato il corredo che lo sposo fa alla sposa, e viceversa; e tutto deve stare nei limiti di una stretta modestia: è regolato il lutto; che non può assumersi che dalla moglie del defunto e dai figli o figli de’ figli: sono regolate le pompe de’ funerali; ove solo ai militi e alle persone qualificate è permesso un qualche sfoggio. In quest’occasione poi, solo i primarj cittadini ponno ornar la bara di bandiere, di un dato numero di torcie, e farla seguire dal cavallo dell’estinto; portar anche il cadavere scoperto e vestito riccamente; mandargli dietro un grosso codazzo di gente; usar ricchi drappi, pagar donne per fare romoroso pianto innanzi la casa, e dare ricco banchetto a tutti gli amici del trapassato: i semplici cittadini non ponno che onorare con esequie modeste i loro morti, e banchettare quel giorno coi più stretti parenti.

— E quali sono le persone che si considerano come qualificate in Italia? domandò il signor d’Argentone.

— Queste sono, rispose il Corio, i militi, i giuristi, i rettori delle città; e, dopo questi, i fisici: le prime tre classi specialmente godono della maggior considerazione. Il collegio de’ giurisperiti di Milano fruisce di varj privilegi: oltre ciò che già vi dissi intorno alle pompe di cui è loro permesso cingersi, essi non sono obbligati a marciare all’esercito se non sieno serviti di carrozza, ed anche in tal caso ponno farsi supplire da altre persone: lo stesso è pei notari, e pei governatori degli statuti del comune di Milano. Così, nessun giudice del collegio è tenuto a far la guardia di notte, se non quando si convochi l’esercito generale; nel qual caso è loro permesso ancora mandare un supplente: nè può egli essere fidejussore nel comune. I fisici, come anche i maestri di grammatica, essi pure devono in carrozza esser condotti all’esercito, e ponno mandar chi li supplisca; nè ponno aver il carico di esercitar le funzioni di anziano o di auditori. Privilegi simili hanno i medici che aggiustano ossa infrante e slogature. I chirurgi che compongono il collegio de’ chirurgi, non sono tenuti che a mandar quattro di loro all’esercito: nè alcuno può esercitar chirurgia se non è, dopo opportuno esame, ammesso a formar parte di quel collegio. Bensì medici, fisici, chirurgi, sono obbligati tutti a visitare i poveri gratuitamente. — E anche gli scolari sono esenti da alcune incombenze, e dall’andare all’esercito; sia che imparino la legge, sia che attendano alle scienze filosofiche ed alla medicina.

Non aveva il Corio terminato di dar queste notizie intorno ai nostri usi al suo amico, quando una nuova brigata assisasi lor vicino, e servita di cena, cominciò ad attrarre la loro attenzione, e finì quasi a congiungersi con loro: erano quelli quattro cittadini che nulla aveano di notabile negli abiti, sebbene uno d’essi poi non poco distinguesse la giusta posterità: quest’era Bramante, pittore ed architetto; il quale, malgrado il suo merito, però, amando la buona compagnia e l’allegria, era spesso ridotto al secco; nel qual caso il sollazzevole compagnone diventava poeta, e con sonetti si raccomandava a’ suoi protettori per averne danaro, che poi sciupava di nuovo così presto come il primo. Il Bramante salutò il Corio, da lui conosciuto nel Castello ove avea spesso lavorato; e così pel di lui mezzo quella lieta brigata coi due nostri storici non fece quasi che una sola società.

Si discorse di molte cose; e soprattutto della prossima venuta de’ Francesi a Pavia, ove si stavano facendo magnifici preparativi per onorare il Re cristianissimo. Alcuno si proponeva di recarsi in quella città per vedere l’ingresso di sua maestà, di cui il Comines descrisse l’aspetto e il carattere. Uno di quel piccolo crocchio si fe’ notare particolarmente col suo cicaleggio: era costui un omicciattolo che nulla avea di veramente distinto, se non se una faccia che ben osservata nulla prometteva di buono, e due occhietti piccoli e furbi che faceano presentire in lui tal persona con cui non era bene di troppo confidarsi. Costui magnificava, senza serbar modo alcuno, la saviezza di Lodovico il Moro; il quale si era meritato non pure, diceva egli, l’affezione de’ popoli, ma anche la piena confidenza del Re di Francia: la venuta del Re avrebbe di non poco accresciuto il lustro degli Sforza; poichè l’alleanza di questa casa col Cristianissimo dovea aumentarne, in modo incalcolabile, l’importanza. Il Re avrebbe trovato nel Moro un uomo saggissimo, che assai gli avrebbe giovato co’ suoi consigli e co’ suoi danari. Il Moro, già, era splendido: egli sapea, all’uopo, sussidiare gli amici!...

— E pagar scarsamente gli operai, l’interruppe il Bramante.

— Eh via, so bene che scherzi, amico, soggiungeva l’adulatore: egli è che voi altri artisti non siete mai sazj, e sempre vi lamentate; ma quando mai vi fu per voi miglior tempo di questo! Egli è che tu butti il tuo; ma del resto il Moro anche a te lascia forse mancar lavoro? E chi potrebbe mettere in dubbio la sua inclinazione a beneficar tutti, e particolarmente i bei talenti!...

— Come sei tu, l’interruppe di nuovo il Bramante: i talenti tuoi oratorj intorno alla bontà del governo del Moro sono certamente ben pagati: tutti almeno lo credono.

— Eh, datti pace, che io parlo per pura giustizia: che del resto, se il Moro mi fa del bene a chi non ne fa? Il signor d’Argentone vedrà, se vorrà darsene la briga, in quanti modi, il Duca di Bari benefica la città nostra ch’egli regge: e più farebbe se fosse egli il padrone....

— Il duca Gian-Galeazzo però gli dà poca briga! soggiunse l’incorreggibile Bramante.

— Il Duca, da saggio giovane come è, lascia governare allo zio; perchè ne conosce la virtù....

— Sì, forse come Bernabò conobbe quella di Gian-Galeazzo Visconti suo nipote! — E questa arditissima replica di Bramante, che alludeva al sospetto che il Duca fosse stato dallo zio tradito e avvelenato, fece seguire un istante di silenzio; disapprovando ognuno di tal modo l’imprudenza del mordace artista.

— Amici, disse il Corio, cambiam discorsi! non è bene parlar di cose di cui ci si potrebbe domandar conto un giorno! Tutti sanno che Bramante è assai pungente ne’ suoi detti, e nessuno vorrà far caso della sua leggerezza, e di ciò che dice per puro spirito di contraddizione! Del resto, chi non ammira i veramente sommi talenti e meriti del signor Lodovico!

— Che il nostro amico qui, soggiunse Bramante, è pagato per far conoscere a tutto il mondo; togliendo a te, caro Bernardino, il mestiere di stendere le storie! — Ma, via, se dobbiam tacere, si taccia: chè in buon punto ecco entrano due suonatori colla viola e il flauto.

Così era infatti: i due discepoli d’Apollo cominciarono quindi a far ammirare la loro abilità: varie sonate vennero spacciando al loro lieto uditorio; e raccolsero un premio abbondante della loro fatica. In fine la notte era già alquanto innoltrata; e si udì l’ultimo tocco della campana che invitava ogni uomo a ritirarsi: immediatamente tutte le pratiche dell’albergo sgombrarono la sala; i suonatori divennero muti, nè più udironsi partendo, essendo a quell’ora proibito far alcuna serenata: più non restarono nell’albergo se non se le persone che vi doveano passare la notte. Il Corio, poco dopo, si licenziò dall’amico, promettendogli di tornare a lui il dì seguente di buon mattino.

Il Comines si trovò assai comodamente alloggiato nell’osteria che scelta gli avea lo storico milanese. Il lusso delle camere allora, è vero, non era grande; ma tutto ciò che que’ nostri antichi padri in generale usavano pei loro comodi, non mancò allo scrittor francese che fra noi facea soggiorno. Un buon letto, sedie, tavole, alcuni vasi per lavarsi, casse e cofani per riporre le vesti e la biancheria, scrigni per mettervi oggetti meno voluminosi, ecco i mobili ordinarii di un appartamento di que’ tempi; se vi aggiungi qualche bello specchio di Venezia, per colmo di ornamento: or tutto questo comodo arredamento aveano le camere destinate al Comines. Solo ne’ palazzi de’ grandi vedevansi, oltre a queste cose, ricche tappezzerie, ed altri oggetti di un lusso maggiore e ognor crescente.

La notte fu dal nostro straniero passata assai tranquillamente, poichè la legge allora proibiva ogni strepito importuno, persino, come dicemmo, i dolci suoni degli amanti sotto le finestre delle loro belle. In breve la romorosa città di Milano fu sopita tutta in un profondo sonno; e il silenzio era sì alto, che i leggeri movimenti de’ cavalli che eran nelle stalle dell’albergo solo interrompevano quella quiete generale e solenne. Il signor di Comines, per tal modo, potè ottimamente riposare dalle sostenute fatiche; e non svegliossi il giorno appresso se non se quando il dì era già alquanto avanzato. Poco dopo, a lui fu annunziato che il Corio abbasso lo attendeva: e molto non stette a raggiungerlo, a fine di far una corsa con esso per la città, scinti però entrambi delle loro armi, così essendo rigorosa prescrizione degli statuti di quel tempo.

Capo XI.[4] SEGUE LO STESSO ARGOMENTO

Comines poco potea trattenersi in Milano; onde non osservò allora di fretta se non la cose più notevoli. Egli ammirò l’antico tempio di Sant’Ambrogio, ove erano pel passato coronati i Re d’Italia; ammirò il Duomo cominciato da Gian-Galeazzo Visconti, probabilmente per espiare l’avvelenamento dello zio; come forse poi per consimile motivo Lodovico il Moro alzò il tempio della Vergine presso S. Celso. Ma la città, sebbene abbellita qua e là da moderne fabbriche alzate dai ricchi milanesi e dai principali feudatarj dello stato, desiderosi, come accade, di brillare alla corte elegante de’ loro principi; malgrado ciò, dico, era in gran parte composta di case antiche abitate da artigiani numerosi, e con vie anguste e irregolari; come in generale erano quasi tutte le città a que’ tempi. Tra i palazzi più cospicui di allora se un avanzo il mio lettore desidera di conoscerne, osservi la casa de’ Borromei, e il Broletto che era stato l’abitazione del famoso Carmagnola, condottiero notevole pel suo valore, per la sua infedeltà, e pe’ suoi delitti. Varie case poi non erano state rifabbricate, ma solo abbellite col dipingerne la facciata e ornandola anche di bassirilievi. In generale però si era fatto molto; e il Lazzaroni ebbe a dire, che Milano di rugosa vecchia era diventata un’avvenente donzella, per merito di Lodovico. I Visconti aveano poi qua e là alzati alcuni palazzi, ma più notevoli per vastità che per bellezza; e tali erano quelli dell’Arengo o Broletto vecchio ove ora è il palazzo vicereale, quello di S. Giorgio, quello di S. Giovanni in Conca; come anche quello, più antico di tutti, sulla piazza de’ Mercanti, detto il Broletto nuovo, che era il palazzo del comune. Nel Broletto vecchio risedeva allora il Consiglio di Giustizia. Il Lazzaretto, fuori della città a qualche distanza, pure fu dal Comines osservato e lodato; e visitò anche la Certosa di Carignano, alzata dall’arcivescovo Giovanni Visconti: del resto per que’ tempi era cosa sontuosa non meno che nuova il portico de’ Figini, eretto da Pietro Figini in occasione delle nozze di Galeazzo Sforza, ed a decoro, come una lapide ricorda, della sua florida patria. Il tempio di S. Maria delle Grazie coll’unitovi chiostro non era ancora (se vogliamo credere al Morigia) stato alzato da Lodovico; come pure una parte di quelli altri edifizi di questi tempi di cui già tenemmo discorso al nostro lettore.

Finalmente egli osservò il bellissimo castello della città che passava per il più sontuoso dell’Italia. Rialzato da Francesco Sforza, ei non l’abitò; ma tosto vi si ricoverò il suo successore, Galeazzo, che molto ampliò la ducale abitazione di esso, e moltissimo la abbellì di opere di pittura, arte della quale assai si compiaceva. Ricchissima era la stalla degli Sforza: la loro cappella vantava musici eccellenti; poichè non poco se ne dilettarono que’ principi, come anche Lodovico il Moro. E sempre nuovi abbellimenti andava poi ricevendo quella magione ducale; ed anche al tempo in che la visitava il Comines vi lavorava il celebre Leonardo da Vinci, pittore, scultore ed architettore eccellente, e celeberrimo meccanico. In quel giorno stesso Vinci si era recato a Pavia, per dar ordine alle feste che far colà si doveano per la venuta del Re; e Corio, dolente di non poter far conoscere al francese istorico quell’uomo già celebre, gliene narrò la vita, e gli mostrò le sue opere. Noi faremo lo stesso col nostro lettore; ma servendoci ancora di materiali estranei alla narrazione del Corio.

Leonardo da Vinci nacque in un piccolo castello posto in Valdarno da non legittima alleanza nel 1452: ma allora in Italia, come lasciocci scritto il Comines e come i fatti mostravano, poca differenza facevasi, noi il dicemmo, fra il figlio legittimo ed il naturale. Ser Piero suo padre, vedendone l’ingegno perspicacissimo, per cui a molti studj attendendo in tutti assai riusciva, e tali erano l’aritmetica, la musica, la poesia, il disegno; ma accorgendosi che nel disegno poi facea progressi maravigliosi; lo pose a studiar quest’arte bella presso Andrea Verocchio, valente pittore, scultore ed architettore; e ben presto il maestro fu dal discepolo superato. E già era celebre e come artista e come meccanico, quando il Duca di Bari lo prese al suo soldo, circa al 1483, incaricandolo fra le altre cose di formare una statua colossale equestre di bronzo rappresentante il glorioso suo padre Francesco Sforza; al cui modello in creta subito ei pose mano. Uomo ingegnoso oltre modo, fu a lui, credesi, che nel 1489 venne commesso di dirigere la pompa delle nozze del duca Gian-Galeazzo; e nel 1490 poi regolò gli spettacoli che si diedero per quelle del Moro. Ma l’incarico principale che il Duca di Bari affidò al Vinci, fu la direzione dell’accademia di arti, da lui stabilita col pretesto di dare al nipote un’educazione quale a gran sovrano conveniva. Lodovico infatti, non contento di aver ornata Milano di pace, dovizia, templi, e magnifici edifizj, volle ancora arricchirla di mirabili e singolari ingegni, i quali a lui da ogni parte allora concorsero; onde Bellincioni poeta fiorentino, da Lodovico pure a sè chiamato, in un suo sonetto in lode di questo principe disse, che Milano per scienza era una novella Atene.

Vinci, oltre all’occuparsi intorno al modello per la detta statua equestre, e dirigere all’uopo gli spettacoli che davansi ora dal sovrano ora dai gentiluomini, lavorava anche come pittore; ed egli fece i ritratti di due donzelle amate dal Duca di Bari, cioè Cecilia Galleriani e Lucrezia Crivelli, dalla seconda delle quali Lodovico ebbe certamente uno de’ suoi figli naturali, che fu Gian-Paolo; il quale poi si distinse nel 1513 nella difesa di Novara contro i Francesi, ed ebbe nome di prode guerriero. I costumi di Lodovico non erano men rilassati che quelli di tanti altri del suo tempo; e i ritratti delle sue belle furono lodati senza mistero, in versi, dai poeti corrotti di quei dì.

Le altre opere insigni che Vinci fece in Milano sono posteriori all’epoca di cui parliamo. Egli era un vero genio; esperto non solo in tutte le belle arti, ma ancora in molte scienze: e precedè il Galileo nell’attenersi all’osservazione della natura ed inculcarla come norma sicura a’ suoi seguaci. La pittura, la scultura, l’architettura, la geometria, l’idrostatica, la meccanica, la musica, la poesia, furono quasi ad un tempo oggetto de’ suoi studj, ed in tutte riuscì eccellente. E a penetrante ingegno congiungevansi in lui bellezza di volto, grazia di favellare, e soavità dì tratto; sicchè era l’oggetto della maraviglia e dell’amore di tutti. Egli percepiva da Lodovico l’annuo stipendio di 500 scudi d’oro. — Le opere più insigni che fece in Milano furono, oltre il modello della statua colossale di Francesco Sforza (il quale fu poi dai soldati francesi vandalicamente atterrato nel 1499), il Cenacolo stupendo dipinto nel refettorio nel convento di S. Maria delle Grazie; e l’unione dei due navigli, dell’Adda e del Ticino, col mezzo di un canale di comunicazione introdotto in Milano, superando mediante sei conche o sostegni la differenza assai notabile di livello che a ciò si opponeva.

Corio ragionò altresì al Comines d’altri uomini sommi che il principe proteggeva: fra’ quali v’era il Bellincioni, dal Moro amato singolarmente, e di doni ed onori colmato, ed anzi di alloro solennemente ancora, se è vero ciò che si dice, incoronato: egli morì nel 1491; e stimate furono a’ tempi suoi le sue poesie burlesche.

Altro poeta era quel Bramante cui Comines visto già avea, e delle cui opere di architettura già altrove alcuna cosa toccammo: egli era stretto in grande amicizia con Gaspare Visconti, poeta allora celebre, come si disse: e, al pari del Vinci, era abilissimo nel dir versi all’improvviso al suono di cetra. Aveva da Lodovico un modico stipendio; onde, sempre in bisogno, mostravasi mal contento della propria sorte, ed era costretto a ricorrere agli amici; e sì che anche di pittura sapeva lavorare! Più tardi, ei da Milano passò a Roma; ove fu il primo a disegnare quella gran basilica Vaticana; cominciata nel 1506.

Franchino Gaffurio, nativo di Lodi, a ragione tenevasi pure per un distinto ingegno. Insegnò musica in Verona, in Genova, in Napoli, nella sua patria; e nel 1482 venne eletto dal Moro capo de’ cantori di Milano, ove insegnò l’arte sua, componendo a un tempo opere che gli acquistarono molta fama.

E d’altri personaggi ancora, allora famosi, il Corio parlò al sig. d’Argentone; ma noi non ne terremo parola; perchè ora la troppa età sparse largo obblio su la loro rinomanza e le loro opere; e frate Luca Pacciolo, famoso nelle matematiche, e Demetrio Colcondila greco versato nella letteratura sua patria e nella latina, entrambi da non confondersi con altri nomi minori, vennero più tardi ad onorare la corte del Moro, cioè nel 1496 il primo, e nel 1492 il secondo. Noi piuttosto non passeremo sotto silenzio due benemeriti ministri del principe che sì splendida protezione prestava alle lettere, e sono Bartolommeo Calchi e Jacopo Antiquario.

Bartolommeo Calchi di antica e nobile famiglia di Milano, avendo fatti negli studj notabili progressi, fu dal duca Galeazzo Maria, poi da Lodovico, dichiarato primo segretario, e adoperato a consiglio ne’ più rilevanti affari. Molti dotti gli dedicarono le loro opere, celebrandolo come cultore degli studj e loro mecenate. Egli a proprie spese, come in parte si disse, fabbricò in Milano due scuole che minacciavano rovina, e le provvide di buoni maestri. Sopravvisse alle sventure del Moro; e morì di 74 anni nel 1508, — Jacopo Antiquario venne pure lodato assai dai letterati de’ suoi tempi che dedicarongli loro opere; uomo probo e liberale, era generalmente amato ed onorato. Perugino di patria, servì come segretario Galeazzo Maria Sforza, il figlio di lui, e Lodovico il Moro: amava convitare i dotti suoi amici; ma egli era sobrio oltre ogni dire, e di semplici costumi. Scriveva con eleganza, ed era anche buon verseggiatore.

Il Comines non mancò eziandio di interrogar il Corio intorno alle cose del governo e dell’amministrazione dello stato; e Corio gli fu assai largo di particolari su questo proposito.

Un Consiglio di Stato ajuta il Duca nell’esercizio del potere legislativo e negli affari concernenti propriamente lo stato: in questo consiglio, oltre i consiglieri dello stato, entrano il castellano della rôcca Giovia, il primo segretario, il maestro generale di casa, il camerlengo, i commissarj generali della gente d’arme, e qualch’altro dal principe a ciò autorizzato. Tale consiglio non è mai composto di meno di venti membri: e radunasi nel Castello, avanti al principe. — Un Consiglio di Giustizia, assai meno numeroso, ha sede nella corte ducale dell’Arengo a canto al Duomo, e delibera intorno alle cause civili e criminali.

I Maestri delle entrate hanno la cura delle entrate; e pongono all’incanto i dazj dì Milano, facendo incantar quelli di fuori dai referendarj: fanno riscuotere le entrate, e le mandano al tesoro: sono sorvegliati dal principe e dal Consiglio di Stato. Un magistrato straordinario si stabilisce per le entrate straordinarie. Durante le guerre, Lodovico creò i deputati del danaro, a fine di trovar danaro e far le spese straordinarie. I commissari del sale hanno cura delle saline di Bobbio, ec.; prodotto il sale essendo per lo stato assai rilevante. Il tesoro resta nella rôcca di Porta Giovia sotto la custodia di tre chiavi. I referendarj della città attendono all’esazione delle entrate.

Sonovi quattro vicarj generali per fare i sindacati; tre di questi son forestieri, affinchè riescano più imparziali; uno è milanese, per dare quest’onore alla città primaria dello stato. Il capitano di giustizia, il podestà di Milano, e il vicario di provvisione di questa città sono pure cariche eminenti. Alle podesterie delle città minori si eleggono uomini di grado onorevole; ed essi tengono giudici e vicarj sotto di sè secondo il bisogno, e famiglia per eseguire i loro ordini. Le terre minori hanno anch’esse i loro ufficiali. Cinque conservatori degli ordini attendono a fare che le cose camminino rettamente e secondo il giusto ordine. Minori ufficiali sono i cancellieri, i ragionati, ed altri. Vi sono, un ufficio delle vettovaglie, che invigila che lo stato non manchi di biade; uno di sanità, che sorveglia al mantenimento della salute pubblica. Il papa nomina ai beneficii vacanti; ma il principe propone il candidato.

Un maestro generale della corte osserva gli ordini del palazzo e li fa osservare dai senescalchi. Al servizio della corte v’è un numero grande di persone, fra i quali i camerieri di camera.

L’Inquisizione attende a purgar lo stato dagli ebrei e dai marrani; qualche volta essa fa ardere stregoni: e così mantiene pura la fede. — Le pene sono spesso ridotte a multe: la tortura giova ad ottenere le confessioni de’ rei: sonovi confische; ma ad esse procedesi lentamente: talora la pena di morte è esacerbata da tormenti: così gli uccisori di Galeazzo Maria Sforza, fra cui l’Olgiati, furono tanagliati e squartati vivi, per porsene le membra sulle porte della città, a terrore di chi fosse tentato di imitarli.

Infatti gli statuti sono abbastanza saggi per rispetto al tutelare la roba; ma troppo crudeli nel togliere per motivi poco gravi la vita. Eccone un’idea. Nessuno deve porsi alla tortura se non quando, imputato di grave delitto, abbia contro di sè forte indizio: gravi delitti consideransi quelli di eresia, sodomia, di aver turbata la quiete pubblica; aver commesso assassinio, stupro, veneficio; aver sostenuto alcuno in privato carcere; aver commesso falso, saccheggio, furto, incendio, ed alcuni altri misfatti pei quali corre pena di sangue. Il testimonio poi non può torturarsi, se non vacilli o dica il falso. Una sentenza criminale è inappellabile; ma il reo entro un mese dopo che fu preso deve essere dal podestà o condannato o rilasciato: e le sentenze devono emettersi in un luogo pubblico, cioè o nel Consiglio pubblico, o nel Broletto nuovo, o nella Corte dell’Arengo. Trattandosi di pene pecuniarie, se ne perdona la metà a chi prontamente confessa il proprio delitto.

L’omicida è decapitato; e se fugge gli si confiscano i beni, tranne una parte concessa a’ suoi eredi, che è la metà circa. Di morte è punito chi rapì una donna onesta colla forza e la violò: se non concorse la forza, paga grave multa. Uccisa è pure l’adultera; ma non può esser accusata che dai più stretti parenti: la donna non maritata che spontaneamente si abbandona ad un amante è gravemente multata, ma non può pure accusarsi che da stretti parenti: e vanno eccettuate le pubbliche meretrici. Il reo di sodomia è abbruciato. Chi tiene privato carcere, è punito di morte: rigorosamente è punita ogni violenza: il ladro è impiccato: uccisi sono venefici e incantatori; il ladro famoso è appeso alle forche per la gola: per furti piccoli, foransi al reo le orecchie con un ferro rovente, ed è frustato per le strade; ma se è recidivo, è impiccato, o per grazia multato: per un terzo furto, è impiccato irremissibilmente. Ma un furto di pochi soldi non viene però come furto punito. L’assassino è tratto alle forche a coda di cavallo, e quivi appiccato per la gola: e come assassino è considerato tanto colui che per prezzo uccise alcuno, quanto quegli che pagò per farlo uccidere. — Per ferite, ingiurie, ec, corre multa a favor del comune: le multe sono più o meno gravi a norma della gravità della ferita; p. e., per aver cavati gli occhi ad uno pagavansi cinquecento lire di terzuoli. — Chi ricovera un reo di gravi delitti, è considerato come esso reo. — Il fabbricatore di moneta falsa viene abbruciato: chi falsa carte importanti, paga il quadruplo ed è esposto in pubblico per tre dì: se è recidivo, gli vien troncata una mano; la terza volta è abbruciato. — I comuni devono risarcire i danni fatti in essi. — Chi tiene giuochi proibiti, è multato gravemente. — Di notte dopo il terzo segno, nessuno può andar con armi col lume, o senza armi e senza lume. Nessuno poi può portar armi proibite per la città, se non uscendone o entrandovi.

Anche le leggi civili sono convalidate spesso da gravose multe. Non sempre è permesso appellarsi a un giudice maggiore nelle cause civili; nè mai poi più d’una volta. Nelle successioni, i maschi sono assai vantaggiati in confronto delle femmine: le donne, dotate che sieno, altro non ponno pretendere. La moglie non può dal marito ereditare più del quarto de’ suoi beni: ha poi diritto sempre agli alimenti se non abbia del suo, morendo il marito; come pure lo hanno gli ascendenti.

Nè noi lasceremo di qui accennare, che le professioni erano libere; tranne alcune poche per le quali viene dagli statuti stabilito ciò che far devesi in proposito. Era proibito esportar grano senza licenza; e v’erano regolamenti concernenti i mulinai, i venditori di farina, i prestinai, gli osti, i macellai, gli speziali, i rivenditori, i pescatori; affinchè tutti non pregiudicassero i loro avventori nell’esercizio della loro professione. Così v’eran regolamenti opportuni intorno ai pesi e alle misure. Anche altre professioni aveano le loro prescrizioni; come ve ne erano per regolare i prezzi di varie merci, ec., i dazi che esse doveano pagare, e cose simili.

Gli ecclesiastici avevano i loro giudici ecclesiastici, ossia il loro foro separato: giudici proprj v’erano altresì pei mercanti; la cui società proteggeva i proprj membri, e concorreva alla difesa della città. I mercanti eleggevano 12 loro consoli annui; due de’ quali aveano titolo di Abati, che duravano due mesi: tali consoli giudicavano secondo la legge e la consuetudine, e vegliavano sulle cose relative al commercio. — I mercanti di lana aveano particolari statuti: eleggevano quattro consoli con giurisdizione intorno alle cose spettanti alla loro arte, e ciò senz’altro appello fino alla somma di lire 10 terzuole: e tale società avea altri regolamenti concernenti i suoi particolari interessi: nessuno poi potea lavorar lana se ad essa società non apparteneva; nella quale non entravasi se non presentando idonea cauzione. — Gli usurai, saviamente non erano considerati come mercanti. — Il mercante che fuggisse per non pagare, era perseguitato, lui e della sua famiglia i membri che con lui convivevano.

Eranvi poi, oltre le leggi suntuarie, altri regolamenti, rispetto alla caccia; alle meretrici, a cui non era permesso abitare che in un luogo solo della città, nè mostrarsi in pubblico se non sotto alcune condizioni; e contro i bestemmiatori che venivano condannati ad una multa.

Però se varie delle pene erano gravi, quella età concedeva talvolta ad esse alcun temperamento; poichè v’aveano gli asili de’ templi, ove ricoverando spesso il reo dovea trovare salvezza. Tuttavia pare, che l’abuso degli asili fosse maggiore ne’ tempi successivi che in quello di cui parliamo: come che pure allora sussistente, era meno esteso.

Infine, fuori della città ogni comunità del milanese era obbligata ad aver campari, i quali custodissero le proprietà de’ loro abitanti; ed erano poi tenute le varie terre a reintegrare i danni che in esse venissero a chi che si fosse recati.

Ma tornando agli ordini del governo, il Duca, osservava Corio, ha quattro segretarj; il Calchi, è alla testa degli affari di stato ed ha sotto di sè varj cancellieri, uno per la Germania, un altro per Venezia, ec.; il secondo segretario, Jacopo Antiquario, è per le cose ecclesiastiche; un terzo, per gli affari di giustizia, e singolarmente criminali; l’ultimo è incaricato degli affari della Camera, e fissa la lista delle spese de’ salariati, ed altre, spedendole ai maestri delle entrate perchè ne facciano seguire i pagamenti: e questi segretarj abitano nel Castello ove risiede il principe.

Ora è cosa rara che si aduni il Consiglio Generale della città; ma questo si convoca però ancora nelle circostanze più gravi: per altro i Duchi hanno ormai paralizzate le facoltà di tal consiglio.

Il duca sceglie i castellani a cui sono date in consegna le fortezze dello stato; esse sono ottantotto. Quanto alle milizie, queste si compongono di uomini d’arme, cavalli leggeri, e provvisionati; ed hanno i loro capitani e capi. Le guardie del principe chiamansi lance spezzate. In tempo di pace si tengono 1200 uomini d’arme, cioè 200 della famiglia, 300 lance spezzate, ed il resto camerieri e gentiluomini di casa del Duca, e capitani, condottieri, ed altri capi; 500 cavalli leggeri, e 600 provisionati. In tempo di guerra queste truppe si aumentano, giusta il bisogno. La paga è data alla famiglia d’arme e lance spezzate dai deputati a quest’ufficio: mentre gli uomini d’arme e cavalli leggeri de’ capitani e condottieri vengono pagati dai loro padroni, secondo che è specificato nelle condotte loro; i quali ponno anche cassarli e rimetterli; avendo però obbligo di tenere compagnie buone, fedeli, e ben in ordine. — Alle genti d’arme tutte sono deputati due commissarj generali, i quali ne abbiano cura. — La custodia della rôcca di Porta Giovia è raccomandata al suo castellano.

Finalmente il Corio diede al signor di Comines varie notizie sulla condizione de’ cittadini. Il commercio gli arricchisce grandemente, egli diceva; le manifatture sono floride, e consistono particolarmente nella fabbricazione famosa delle armi, e in quella de’ panni, e de’ drappi serici. Ma il traffico non si limita a questi soli oggetti: grande è il numero dei banchieri e mercanti: grande è la varietà dei mestieri, e la copia degli artigiani. Coll’agiatezza de’ cittadini, cresce la gentilezza de’ costumi: e il lusso della corte di Lodovico ne è fomite ed esempio; qui infatti spettacoli, qui giostre, qui tornei, qui teatro, qui musica, ec. Lo sfoggio, in generale, è nelle vesti; ma talora si grandeggia anche nei pranzi, negli addobbi, e in mille altri modi: se non che ora comincia a introdursi del manierato ne’ nostri modi del conversare. — E veramente allora Milano, per testimonianza anche del Guicciardini presentava un aspetto invidiabile. «Pienissima di abitatori, dic’egli, mostravasi; e per la ricchezza dei cittadini e per il numero infinito delle botteghe ed esercizj, per l’abbondanza e dilicatezza di tutte le cose appartenenti al vitto umano, per le superbe pompe e sontuosissimi ornamenti così delle donne come degli uomini, e per la natura degli abitanti inclinati alle feste ed ai piaceri, non solo piena di gaudio e di letizia, ma floridissima e felicissima sopra tutte le altre città d’Italia.»

Da altri particolari che al Comines erano dati dal Corio però rilevavasi, che un velo di superstizione ancora in generale ingombrava le menti: e lo stesso Lodovico il Moro prestava fede all’astrologia giudiziaria che universalmente era in voga. Si credeva ne’ presagi, negli auguri; e ad ogni tratto si stimava di vederne: e la plebe era in mille altri modi ancora superstiziosa. Già si disse della credenza nelle stregherie; prestavasi fede nella magia; e gli impostori poteano ciurmare i popoli quanto loro piaceva. Il clero, sì regolare che secolare, generalmente, era ignorante e corrotto. Molti erano i monasteri; ma non tanti però come furono ne’ tempi seguenti. Se non che la cultura, che ora si promoveva, era sperabile avrebbe prodotti favorevoli cambiamenti. Virtù non rara però era allora la beneficenza: l’ospitale maggiore ne aveva varj altri sotto la sua direzione; e ne esistevano ancora per l’alloggio de’ pellegrini poveri; ed uno per ricoverarvi un dato numero di vecchi.

Il Comines fu soddisfattissimo di tutte le notizie importanti dategli dal Corio; tanto più che da sè male avrebbe saputo procurarsele, poco potendo trattenersi in Milano, come già dicemmo: egli, partendo, strinse cordialmente la mano all’amico, che pure dovea recarsi a Pavia; e gli disse: Noi ci rivedremo, probabilmente; ma in ogni caso io mi ricorderò mai sempre con piacere del saper vostro e della vostra cortesia; e ringrazio il cielo che mi abbia mandato un uomo tanto in ogni cosa versato, per farmisi interprete di ciò che v’ha di meglio in questa veramente splendida città! — Corio sorrise; e disse, che egli pure ringraziava la fortuna che gli avesse fatto conoscere un uomo di rara penetrazione, e tanto erudito delle cose de’ suoi tempi; come era il signore di Argentone. — Quando l’amicizia sorge dalla stima, in poco d’ora si fa grande e rimane poi durevole.