XIII.
Che cosa faccia un giovinotto di ingegno cervellotico, mezzo artista, a ventidue anni, libero di sè, avendo a sua disposizione qualche decina di migliaja di lire, senza un affetto e senza un impegno di famiglia, è presto detto.
Compera intiere biblioteche di libri nuovi: tutta la raccolta del Le Monnier, quelle della Tipografia Editrice Lombarda, tutti i Barbera e la cassetta dei Barberini, tutte le fodere rosse del Silvestri, tutti i classici latini pubblicati dal Boucheron, tutti gli Economisti di Pomba e tutta l’edizione definitiva delle opere di Balzac. Gli sembra di dovere nello spazio di due minuti secondi sprofondarsi in tutti gli abissi della scienza e poi sbadiglia, tagliando i fogli a qualche fascicolo.
Si diverte a far correre una rozza da nolo, come fosse un cavallo da corsa conquistatore di bandiere; gongola dei suoi affanni e delle sue spossatezze come di cose artistiche; e la finisce con una pistolettata per fare un’opera di misericordia, e per godere i tratti scultorii di una morte equestre.
Compera uno struzzo e una bestia feroce per ispaventare gli amici e per imitare Alfonso Karr; e poi vende le sue rarità zoologiche ad un macellajo.
Viaggia di qua e di là senza costrutto.
Affitta al piano nobile un alloggio mobigliato elegantissimamente, da prima ballerina; e poi affitta magari contemporaneamente uno stabbio ad un quinto piano.
Piglia una sedia chiusa al teatro nelle sere preziosissime, in cui c’è la prima rappresentazione di un capolavoro sospetto o in cui recita un artista celebre di passaggio, come Rossi o la Ristori; ed egli, appena sentita la musica di introduzione, che nei teatri di commedia è quasi sempre orribile, esce fuori e lascia il suo seggiolone vuoto, che sembra aspetti qualche principe di Carignano; e non si degna nemmanco di sentire un’acca della nuova produzione o di vedere il naso celebre, che tutti gli altri pigiati, con la lingua fuori dei denti e lo stomaco rotto, anelano d’applaudire.
Egli disprezza tutti: i moscardini come asini e gli studiosi come pezzenti.
Veste come marchesini i figliuoli del portinajo, che prima andavano strappati e scalzi.
È ricevuto, come uno dei primi nel gran mondo, perchè porta le migliaja di lire in palma di mano e le spende con una prodezza e una freddezza da disgradarne Rodschild; ed è ricevuto come uno dei primi nel mondo letterario, perchè egli ha sempre un capolavoro inedito, che nessuno non ha ancora potuto criticare, perchè nessuno non ne ha ancora letto una riga.
Pare che gli passino rasenti le cariche di ministro e di ambasciatore e ch’egli sbadigli loro dietro.
Egli commisera cordialmente i suoi compagni che mettono su studio o accettano un impiego e dice con sicurezza, che nei nostri tempi un giovane d’ingegno non ha più bisogno d’inebetirsi per non morire di fame, perchè ci sono tanti concorsi di cattedre, premi, ecc.
Intanto egli, vedendosi assottigliare velocemente il proprio peculio, pensa vagamente a qualche rinfranco straordinario. Veramente egli non ha ancora tutti i comodi per degnarsi di diventare un grand’uomo; ma pure deve spicciarsi per quella materialità del mangiare bene e del vestire meglio. Il bisogno epicureo di fare il signore vieppiù gli si avvicina; e i grandi posti vieppiù si allontanano da lui, si allontanano....
Ma, neppure vedendosi crescere la marea delle necessità, egli non sa adattarsi a disegni modesti.