XLI.

Il cane non abbandonava mai il nuovo padrone: si recava con lui alle Ipoteche, dove era tollerato in un canto.

Quando si avvicinava l’ora di uscire dall’Ufficio, Fido lo annunziava a tutti, raspando contro alle porte e ai banchi, e andando ad avvertire specialmente Pinotto con mille squittii d’impazienza; quindi precedendolo voleva mostrargli la strada d’uscita.

Quando poi egli usciva davvero, allora esso scavallava nella via sfolgorando, come divenisse sua la Città Eterna, e scorrazzava intorno al padroni con cerchi fulminei come un cavallo da corsa flagellato dal fantino.

Andavano insieme dal minestraro, dal cioccolattiere, all’osteria di cucina; si facevano mille complimenti. Il cane non voleva quasi mai mangiare ciò che gli offriva Pinotto, temendo che questi soffrisse qualche privazione per cagion sua; voleva provvedere esso stesso ai proprii bisogni, e se avesse potuto, avrebbe provvisto abbondantemente anche a quelli del compagno.

Portava sempre nella cameretta ossa abbondanti e ancora ricche di polpa. Una volta portò addirittura un intiero prosciutto, che avrebbe tentato l’appetito di chicchessia, non che dello stomaco vuoto di Pinotto. Ma questi per delicatezza non osava mai defraudare il cane del frutto delle sue fatiche.

Era un vero idillio di pace e d’amore, tutto circondato da attenzioni di un galateo diplomatico.

Alla sera, nei caffè da due soldi, sopportavano insieme tutti e due per lunghe ore le occhiate dei fattorini, che volevano cacciarli via; così risparmiavano l’illuminazione a casa.

Era sì grande in Pinotto la soggezione del cane e la relativa inspirazione del bene, che un giorno essendogli comparsa nella cameretta la quaglia, per cui l’usciere quella volta non aveva potuto farsi da lui ricevere, la congedò per sempre.