XLIII.

Chi finiva poi per consolarlo completamente era sempre Fido. Con lo sfregacciolare il proprio muso e le tempia contro gli stinchi di lui, col fargli sentire sulle mani l’incrinatura dei suoi baffi, col rizzarsi sulle gambe posteriori a far la manovra dell’orso e della scimmia o gli esercizi del soldato, e con lo stare attento per pigliare al volo ogni battito delle palpebre di lui; col pedinarlo da per tutto, esso gli diceva continuamente: — Pinotto, tu non sei solo; tu hai in me un fedele amico, servitore e protettore. —

E Pinotto ciò ben intendeva, ed amava veracemente quel cane; lo amava e lo trovava bello nelle sue mattie e nella sua gravità; — quando si riversava poco decentemente per terra e quando si acciambellava pulitamente sopra una seggiola, tutta riempiendola; — quando incedeva glorioso con un osso in bocca e quando camminava a randa dei suoi piedi, il muso dimesso e la coda in mezzo alle gambe; — quando ringhiava contra qualche canucciaccio maleducato, che gli si avvicinava, e quando fremitava, scalpitava e brillava di luce amorosa rizzando le orecchie in piegature metalliche davanti a qualche leggiadra e indulgente cagnolina; — quando si discostava quasi per fargli la celia di tradirlo e poi ritornava a lui fragorosamente, quasi per portargli la buona novella, — e quando, da lui minacciato di esser chiuso in casa, protestava graffiando, zufolando, mugulando e sputava via persino i grummoli di zucchero, con cui si cercava di abbonirlo. Pinotto lo amava Fido, lo amava appassionatamente e liricamente.

Allorchè egli pensava a Glafir, origine della sua prima maledizione materna, e guardava Fido, di cui si sentiva ogni giorno più innamorato;

— Ah! la vita — diceva — è proprio piena di compensazioni! Sì, Fido, tu cane, mio unico consorte, sei pure il mio riparatore. —