XV.
Anzi, egli potè riuscire presto il carattere più spiccato di quella baraonda letteraria, che fu poi scherzosamente chiamata la Giovane letteratura torinese.
Egli però non disse mai una parola nelle sedute pubbliche della Società e ciò per la sua ripugnanza superbissima verso il pubblico; ma, per così dire, lavorò molto negli uffici; e di niun altro era tenuto di conto il giudizio quanto di lui; tanto erano lucidi, taglienti, diamantini i suoi concetti. Parecchi principianti d’allora, di cui adesso si comprano i romanzi come il pane e si applaudiscono le commedie, come trionfi, partivano dalle parti più discoste della città per recarsi a leggergli i loro lavori.
La sua cameretta soprastante al giardino del Valentino, divenne un vero nido di astore letterario. Era piena di aria, di luce, di frescura, di paesaggio. Aveva tutti gli emblemi della scapigliatura artistica; batterie di bottiglie dal collo inargentato o dorato, che mandavano nimbi e fosforescenze; sfilate di volumi eleganti sul camino, sul davanzale della finestra, per terra.
Il banco del giovane posava le sue quattro gambe sui quattro volumi dei satirici italiani. Egli intronizzato nella sua seggiola, sembrava Heine, sembrava Lucifero.
Abbatteva un uomo, un lavoro con una stretta di mano, con un elogio o con un’arguzia.
Un giorno Edoardo, il quale studiava di proposito i codici e frequentava assiduamente uno studio celebre di avvocato, facendo tutti i giorni una difesa gratuita al Tribunale Militare o a quello Correzionale, gli lesse un suo lavoro letterario sopra Ugo Foscolo.
Pinotto, dopo averlo sentito attentamente, pur fabbricando delle spagnolette, — gli disse sul serio: — Bravo! Mi rallegro.... Tu cominci a diventar asino. Ciò mi fa piacere, perchè ti farà del bene per la tua carriera e pei tuoi figli, quando ne avrai.... —
Al solito suo genio della beffa egli aveva unito un nuovissimo entusiasmo artistico; pareva si movesse alla conquista dell’arte con un lusso asiatico.
Per riuscire artista, egli soleva ripetere: bisogna anzitutto conoscere la vita reale; — e la società egli seguitava a conoscerla largamente, intensamente, lui sempre piacente, bizzarro, spiritoso, spenditore, — che danzava e cavalcava benissimo, lui, quando lo voleva, attillato, cesellato, irreprensibile in guanti, speroni e frustino.
Poi soggiungeva: bisogna conoscere la vita ideale. Ed egli conobbe singolarmente le letterature classiche, e si fece presentare a quelle forestiere e alla scienza; tanto che si trovavano mescolati ed aperti sul suo tavolo Bastiat, Anton Francesco Grazzini detto il Lasca, Shakespeare, Thiers, Aristofane, Mazzini, D’Azeglio, Augier, Giusti, Moleschott, Plauto, Darwin e Schiller.
Dopo essersi arroventato con Vittor Hugo, egli era capacissimo di pigliare una doccia ghiacciata nelle commedie di Gian Maria Cecchi.
Studiava giorno e notte in letture faticosissime. Le sue occhiaje nere e le sue palpebre orlate di rosso accusavano veglie straordinarie. Per rinvigorirsi fisicamente e intellettualmente, mise due assicelle sul materasso del letto.
Volle anche combinare l’eroismo con l’arte. Fece la campagna dei Vosgi, battendosi molto bene. Partì per la guerra, senza dir niente a nessuno, e ritornato non sofferse mai che glie ne parlassero. Solo un giorno discorrendo di soldati mobilotti in un pantano, li descrisse come si fosse trattato di anitre selvatiche o di beccaccini.
Oltre a ciò prese a dilettarsi di musica, ricavando nervosamente armonie sul pianoforte, e si sbizzarrì in nuovi viaggi scomparendo dalla tribù degli amici, senza lasciar loro il proprio ricapito.
Le sue elemosine divennero sempre più da cardinal Borromeo.
Così rinfrancandosi d’ingegno, di lavoro, di buona volontà, di studi, di vedute e di salute fisica e morale, egli lavorò secretamente intorno a un suo romanzo, di cui gli amici odoravano meraviglie.
Un fratello ne parlò alla sorella, la sorella a tutte le amiche del collegio; queste al direttore spirituale; il direttore spirituale all’economo, l’economo al negoziante, gli altri parenti agli amici, gli altri amici ai parenti, ecc., ecc. Fatto sta ed è, che poco per volta si diffuse per Torino, quasi direi, una irradiazione del nome di Giuseppe Panezio, e una calorosa aspettazione del suo capolavoro.
Edoardo, che più degli altri era dentro alle secrete cose di Pinotto, ebbe la singolare ventura di adocchiare l’epigrafe tolta a Coppée, che stava sul manoscritto del celebre romanzo in erba:
Pauvre mère! Pardonne-moi
Et d’être malade et d’écrire.
Ne fu commosso, e non si potè rattenere dal correre dalla signora Placida e dirle affannosamente, che richiamasse tosto suo figlio per dargli un bacio, perchè Pinotto si faceva onore nella Dante Alighieri, si faceva onore presso tutti gli amici letterati, si sarebbe fatto onore nel mondo e sarebbe divenuto sicuramente un grand’uomo per tutti e un grande figliuolo per lei.
La Madre dei cani a tutta quella lirica di amicizia rispose molto prosaicamente: — Ah! la Dante Alighieri! la Dante Alighieri! Ecco quella che rovina i figli di famiglia.... la Dante non da.... del pane (in musica). —
Il bisticcio materno della Dante che non dava, riferito da Edoardo a qualche amico, e da costui ad un’altro pervenne eziandio alle orecchie di Pinotto, che partì incontanente da Torino.
Si diceva che egli era ritornato in Toscana per rinforzarsi vieppiù nell’uso del linguaggio schietto e vivo di quella gente benedetta.
Invece, altro che Toscana! — Di lì a poco tempo si sparse la voce dapprima vaga e poi certa che quel giovane, il quale sembrava marciare verso un avvenire di una saldezza adamantina, avea per lo contrario liquefatte quasi intieramente le sue sostanze nella sua preparazione artistica, si era tuffato nel commercio a Genova e poi era partito per l’America.