XVII.
Egli prediligeva il soggiorno di Firenze per la compagnia dei fratelli della Misericordia, la cui instituzione egli da un pezzo considerava come un capitale, che avesse nello scrigno, in mancanza del capitale assistenza materna.
Ma, per fare maggiore economia, abbandonò Firenze e andò a stabilirsi in una piccolissima città di provincia, dove era affatto sconosciuto. Quivi si diede addirittura alla dieta dei grandi uomini in erba: pane, acqua e formaggio; e cominciò un nuovo romanzo, rifusione più netta e più grandiosa del primo. Così viveva assai strettamente, ma serenamente, quando un giorno egli cascò ammalato.
Era una grave malattia di peccati vecchi, penitenza nuova; per cui fu portato allo Spedale; e poco mancò non gli si dovesse amputare una gamba. Tre dottori stavano per l’operazione; uno solo contro e vinse. L’averlo potuto guarire, salvandogli quell’estremità combattuta, fu una vera gloria per il medico, che glie l’aveva difesa a viso aperto; onde la storia clinica del caso interessante venne narrata distesamente nel Morgagni, rinomata Rivista di Medicina e Chirurgia, adoperandosi mancomale le sole iniziali dell’ammalato.
In questo frattempo Pinotto, avendo fatto scrivere dal medico, suo Farinata ed istoriografo, avendo fatto scrivere a casa, che egli era all’Ospedale, si teneva sicuro che sua madre e sua sorella sarebbero venute a trovarlo; anzi si rammaricava acerbamente per aver potuto un sol giorno preferire nel proprio cuore la Misericordia di Firenze alla sua famiglia. Invece esse si fecero vive, ma non già rispondendo al dottore; bensì fecero scrivere dal Teologo al cappellano dell’Ospedale, raccomandandogli vivamente Pinotto, però esclusivamente per le cose dell’anima. Del resto esse accusavano un raffreddore; per il quale non potevano muoversi. Nè mandarono verun soccorso.
È facile il capire, come questa razza di sollecitudine per parte della madre e della sorella, facesse digrignare a Pinotto non solo i denti, ma l’anima.
Egli uscì dall’Ospedale con un appetito da convalescente, ed entrò in un caffè. Ora, per combinazione, la prima cosa che lo colpì, fu, a farlo apposta, la vista di una vecchia signora, rassomigliante un po’ a sua madre, che dava a leccare sucidamente lo scodellino alla sua cagnetta. Ciò fini per rovinargli completamente ogni programma di economia e di buona condotta, se aveva bisogno ancora che questo gli fosse rovinato.
— Dio santo! — egli esclamò: — Ci sono tanti e poi tanti poveri cristiani, che non prendono mai e poi mai il caffè.... Ci sono degli ammalati che ne mancano.... Io stesso, prima di andare all’Ospedale, sono stato cinque mesi senza assaggiare più il caffè, io.... io.... chè pure mi piace tanto; e credo di avere maggiori diritti di un Glafir qualsiasi, ai godimenti del mondo.
Ebbene! allora gli parve di avere il diritto preciso, sovrano, fulmineo, incontrastabile, e imperscrittibile di esigere dalla Società ogni giorno una costoletta pepata, una caciuolata con i tartufi, e una bottiglietta di barolo per colazione, con l’intiera bottiglia per il pranzo oltre al caffè e sopracaffè a semplice richiesta. Quindi, forte del suo diritto, si mise a spedire lettere circolari, che domandavano cento lire in prestito ai membri, che per lui rappresentavano la società sua debitrice, cioè ai suoi parenti ricchi e ai suoi compagni d’ozio, di crapula o di letteratura edita ed inedita. Non gli passò nemmanco per la mente di rivolgersi a sua madre, perchè la riteneva cosa inutile dopo il contegno da lei tenuto in occasione della sua malattia all’Ospedale.