XX.

Sconfitto da tutte le parti, non conoscendo più altro rifugio, egli finalmente accondiscese alle istanze di Edoardo, che da più mesi lo sollecitava a presentarsi da sua madre. Bisogna dire che egli salì gli scalini materni, più per togliersi ogni appicco di biasimo davanti all’amico, che per fondata speranza di riuscire nell’intento.

Fu breve e secco il colloquio fra madre e figlio. La signora Placida diede un piccolo soprassalto, quando si vide dinanzi il suo Pinotto, ma poi si rattenne e assunse il contegno più dignitoso, che possa assumere una madama borghese, quando voglia dare una lezione di civiltà a una odiata amica.

Lo condusse nella sala di ricevimento, e senza accennargli che si sedesse, gli domandò: — Ebbene, che cosa si vuole da me? —

In quel punto fecero per entrare Carolina e i cani, ma la signora Placida ordinò loro di ritornare premurosamente indietro, quasi essi non dovessero onorare di loro presenza quel discolo. Quindi ripigliò: — Ebbene che cosa si vuole da me?

— Signora madre.... Scusi del disturbo.... È una specie di ritorno del figliuol prodigo. Ho già consumato le mie ottantamila lire, ed ora vivo a spese degli amici, e cerco un impiego con il loro aiuto. Sono venuto a vedere, se mia mamma alle volte avesse dispiacere che gli amici prendessero il suo posto....

— No, no, no.... Io non voglio saperne di niente. Sta pure con gli amici, facciano pure loro quello che vogliono, essi che ti avranno aiutato a disperdere e divorare le sostanze guadagnate da tuo padre.... Io non ci entro per niente.... Ah, gli amici, gli amici!

— Allora.... — E fece a sua mamma un inchino. Questa gli rispose con un cenno di testa pieno di dignità borghese.

Discendendo le scale, mentre gli si spezzava il cuore, il povero giovane diceva: — E pure mia mamma non è cattiva! Non mi capisce, ma non è cattiva.... —

Girando per la città, con la testa bassa, inciampò in quel rospo di Aurelio Auricola.

— Ecco lì, — disse fra sè, — ecco lì sotto quell’untume da cappellano e sotto quella fronte da cretino, ecco lì dove ci sono dei pozzi di ricchezza mobile. E gli passò per il cervello la voglia di strangolarlo e depredarlo; ma fu una voglia semplicemente ridicola; tanto è vero, che lo fece ridere di cuore.

— Che cosa hai, Giuseppe, che ridi come un maniaco?

— Ho.... ho, che non ho nemmanco un soldo da far cantare un cieco.... E non so proprio più dove battere la testa. Guarda tu, che sei procuratore, non potresti regalarmi un’azione di qualche compagnia di ladri.... oppure indicarmi qualche posto vacante da assassino? Lo accetterei e comincierei dallo svaligiare te.

— Grazie tante.... Hai voglia di scherzare?... — rispose Aurelio un po’ livido per un quissimile di paura. — Aspetta....

Ed accese il suo perpetuo mozzicone di sigaro.

— Aspetta.... Tu devi ancora avere la proprietà di ciò che tua madre gode in usufrutto sulla eredità di tuo padre.... Vendi la quarta uxoria di tua madre.

— Sei un’aquila. —

Secondo il solito, il sostituito procuratore si incaricò egli stesso di trovare lo strozzino e il notajo dello strozzino.

Alle cinque di un pomeriggio invernale, nello studio del commendatore notajo Raffa, mentre la luce grigio-scura del giorno morente si allontanava, e la raggiera gialla di una lucerna si allargava nello spazio, dentro una mutezza strangolatrice, si sentiva saltellare ed intaccare lo scricchiolío di una penna. Si rogava il contratto, per cui Giuseppe Panezio vendeva il suo restante patrimonio usufruito dalla madre, del valore approssimativo di lire trentamila al signor Abraam Isacco X del fu Giacobbe, il quale, dopo essersi accertato della età legale del venditore, mediante la produzione della costui fede di nascita, gli concedeva in corrispettivo lire millecinquecento, di cui cinquecento in contanti, cinquecento che si dichiaravano ricevute prima del rogito e le altre cinquecento valutate in altrettanti effetti di merce, fra cui alcuni elmi di cavalleria di antico modello e la scrittura di un basso profondo, protestato da un teatro di provincia.

Mentre scricchiolava la penna del notajo, una ragazza bionda come una stella attraversò lo studio sulla punta dei piedi.