LA STREGA
DIALOGO
INTERLOCUTORI
APISTIO, FRONIMO, STREGA e DICASTE.
APISTIO. Fronimo, dove corrono là tante persone per la piazza dell'erbe?
FRONIMO. Accostiamoci un poco, che intendiamo la cagione di tanto concorso; poca può essere la perdita di sì pochi passi.
AP. Non saranno pochi se andiamo insino alla chiesa che si è cominciata alla Vergine madre di Dio, a cui si è dato il nome di santa Maria de' miracoli; però che ci si fa più d'un miglio. Parmi di vedere alcuni di quella compagnia che si hanno eletto la stanza a detta chiesa; però m'imagino che tutti quelli che noi veggiamo vadano colà.
FR. Credo che tu dichi il vero, perchè, s'io non m'inganno, ho visto fra la moltitudine de' fanciulli, i famigli che servono al vicario del vescovo; ma che danno ce ne può egli mai avvenire d'andare in fin colà? anzi più tosto credo io ci sarà utile, se non grande, almanco tanto che, quando torneremo, aremo voglia di mangiare; ma forse che porterà la spesa, che saria facil cosa intendessimo qualche novità, perchè io penso che sia presa una strega, e che tanto popolo insieme con i fanciulli corra a vederla.
AP. Oh, abitano streghe in questi luoghi? certo che per vederla non mi sarebbe grave l'andar dieci miglia.
FR. Se dunque tu non n'hai mai viste, ora potresti vederne.
AP. O s'egli avvenisse che io potessi trovare uno uccello che già con tanta diligenza ho cerco, nè mai ritrovato?
FR. Che uccel di' tu?
AP. La strega.
FR. Burli, Apistio?
AP. Credimi ch'io dico da vero e non burlo, che il vedere una volta quello che non videro mai gli antichi, debbe esser caro ad ognuno, e massimamente a chi è curioso.
FR. Adunque tu non sai quello che sa tutto uomo?
AP. Credi ch'io voglia attribuirmi d'aver notizia di quello che tanti grandi uomini e dotti affermarono non aver mai potuto nè pigliare, nè sapere quel ch'egli si fusse, se alcuni però mai ne presono?
FR. Che cosa?
AP. L'uccello Strega, perchè ancora che io abbia letto:
L'infami con la carne ali di Strega; [De lib. de trasf.]
Che il timido assiuol, che la notturna
Strega si lagna, e suona in mesti lai. [Da Lucano.]
e quell'altro:
E 'l tristo augurio d'infelice Strega
E 'l cor de l'assiuol mesto e doglioso. [Dalle tragedie di Seneca.]
e ancora:
Gl'interior cavati a viva Strega.
Avvenga ch'io sappia ancora solersi mandare anticamente per maledizioni, nondimeno quel che sia, e che natura ell'abbia, non lo so: e Plinio si pensa che sia favoloso quel che si trova scritto delle streghe, che mettino le lor poppe in bocca a' bambini, e dice invero non sapersi che uccello sia la strega.
FR. Maravigliomi, vedendoti pratico ne' poeti, che tu non abbi letto come anticamente le streghe si solevano cacciare dagli usci con una mazza di spina bianca, e che sono uccelli ingordi col corpo grosso e gli occhi fissi, incavati, il becco torto, le penne macchiate di bianco, e l'ugne adunche, e che si chiamano streghe dall'orribile stridire che fanno di notte: vedi adunque che pur si trova scritto come ella si chiami, e perchè, e qual natura, e qual forma sia la sua.
AP. Tutto intendo, ma queste streghe son forse d'un'altra sorte, e di natura diversa, perchè si dice che queste bevono il sangue de' bambini, e non che gli munghino le lor poppe in bocca; onde disse colui, [Ovidio]
Volan' di notte, e i pargoletti figli
Guastano in culla a le nutrici assenti,
Gli ingordi petti empiendo e i crudi menti
Del sangue nostro tinti, e i fieri artigli.
E che queste cose siano state osservate in fino al tempo degli eroi, mi muovono a crederlo quei versi:
Venner di Proca drento a l'ampio tetto,
Di poco nato il figlio ivi trovaro
Lasciato loro in preda, e 'l miser petto
Votar di sangue, empiendo il ventre avaro.
Gridando aiuto l'infelice astretto
Tra crude man, là corse al grido amaro
La nutrice smarrita, e 'l figlio vede
Guasto che tardi omai soccorso chiede. [Ovidio]
Non ti pare egli che quei versi, tanto diversi in fra di loro, dimostrino ancora la natura diversa e contraria delle streghe? Quelli si poteva giudicare che fussino uccelli amorevoli, facendo l'uffizio della balia, e questi altri si può dire che siano molto nocevoli, che, bevuto il sangue de' fanciulli, gli facciano morire.
FR. A me più tosto pare che sia fabuloso l'uno e l'altro, ovveramente se alcuna verità è nascosta sotto la favola, credo che non manchino tal sorta d'uccelli, nè mai sieno stati trovati, ma canzona, e baia che
Trasfigura in uccel la sciocca vecchia.
Penso ben più tosto, che quelli stessi uccelli per opera di demonj maligni apparischino in forma di balia che cerchi d'ingannare, e tanto più che quel demonio falsamente creduto Iano insegnò il rimedio del fascino, tre volte toccando gli usci, e altrettante segnando i sogli con foglie d'arbatro, spargendo l'acqua su l'entrata, e l'altre cose macchinando che non erano sacre, ma portenti esecrabili, avvenga che anco i medici ne parlino, onde si legge quello:
In oltre se la Strega a notte oscura
Preme in bocca il veleno al picciol figlio
Mungendo l'empia a sè la mamma impura; [Da Quinto Sereno.]
e così usano di fare le streghe del nostro tempo; quando si dice che son portate al giuoco di Diana, guastano i fanciullini nati di poco che piangono nelle culle, di poi gli soccorrono col rimedio; le quali cose mi pare che abbiano avuto origine da queste, e che eziandio il nome loro sia derivato da quelle, conciossiachè le donne che fanno tal eccesso, appresso di noi, e per tutto abbiano avuto il nome di strega.
AP. Parmi adunque, Fronimo, che tu sia ingannato dal medesimo errore che sono aggirati la maggior parte de' nostri, credendo tu per vere le cose che sono dette dal volgo: io non so che donnicciuole si siano queste che volano a' conviti, e agli abbracciamenti delle fantasime nella notte più oscura, dalle quali sian guasti i bambini.
FR. Non dir così, perocchè quello che hanno per cosa certa molti uomini dotti, esperti e dotati di buoni costumi, e che apertamente lo confessano, non debbe credersi che sia errore.
AP. Certo che io non sono mai stato fatto capace a credere queste cose.
FR. Per che ragione?
AP. Perchè mi par cosa da ridere, che fatto un circolo, e untosi il corpo con esso uno unguento, non so in che modo, e dette mormorando non so che parole, si mescolino coi demonj e che quelle ribalde cavalchino la notte sopra quel legno, col quale si concia il lino e la canapa, sopra capre, sopra becchi, o sopra montoni, e che altre siano portate per l'aria più veloci che il vento. E che si trovino nelle congreghe di Diana e delle Erodiadi a scherzare, mangiare, bere, e a pigliare disonesti piaceri. Ma avvertisci che come io ho inteso, non vi vanno tutte ad un medesimo modo; imperocchè dicono alcune esser portate per la più alta regione dell'aria, altre più presso a terra, e altre affermano andarvi con l'animo e non col corpo, e essere posate sopra il lago Benaco in monti altissimi: meravigliomi che non abbino detto sopra il monte Micala a star con Talete, o sopra Mimante con Anassagora. Alcune altre dicono esser portate all'arbore di Benevento, oggi detta (se io non mi inganno) la noce di Benevento. [Da Cice. de. le. de. le. II.] Ma quale è la causa che non son poste più tosto nell'Arpinate, essendoci pur più vicino alla quercia di Mario? e se non grava loro l'andar più lontano, perchè non vanno elleno alla quercia d'Alessandro nel Cheronesso? In oltre si dice che abbiano a fare coi demonj, li quali essendo (pur come io credo) senza corpo, come possono esser tocchi? Che libidine, e in che modo possono le donne di carne con una certa loro imagine vana pigliare diletto? Le fantasime so io che sogliono scherzar coi morti, ma non già con vivi.
FR. Credo che se io manderò a terra i tuoi argomenti, che tu cederai.
AP. Certo sì.
FR. È cosa d'uomo ragionevole lasciarsi persuadere e fermarsi, per le ragioni, per gli esempj, per l'autorità de' maggiori, confermata dal comune parere. E questo tanto più si appartiene a chi ha ingegno, e che ha dato opera alle lettere: se io adunque per i tuoi medesimi fondamenti ti farò credere quello di che ti fai beffe, che dirai?
AP. Arrenderommi, e porgerotti le mani.
FR. Credo che mi doverai porgere anco i piedi.
AP. Non nelle pastoie.
FR. Cotesto non desidero già io, ma sì bene che tu venga nel parere mio (come si suol dire) e con le mani e coi piedi. Questo arei caro che facilmente mi succedesse.
AP. Ogni cosa potrebbe essere, se mi attenderai quello che ti presumi.
FR. Parmi vedere per i ragionamenti passati, che tu abbia molto bene per le mani i poeti, e similmente la filosofia.
AP. Cotesto non mi attribuisco io d'avere i poeti su per le dita; perciò che è tanto il fare professione di tal cosa, che chi non sa niente non debba attribuirsela; perchè principalmente bisognerebbe avere la lingua greca e la latina, dipoi sapere i profondi sensi della più nascosta filosofia, delle quali cose è pieno il poeta, e massimamente Omero, il quale intendo essere stato dichiarato con gran comenti da Aristotile, e da alcuni altri filosofi stoici. Intendo ancora Plutarco essersi sforzato di mostrare in un libro assai ben grande, che quel cieco ebbe ogni scienza, ogni arte, e finalmente che seppe tutte le cose umane e divine; per la qual cosa, così come io nego d'aver quella tal cognizione, così ancora confesso che alle volte, quando ho avuto tempo, mi sono esercitato fra loro, ma solo per aver notizia delle lingue, per cavarne (sendo pur anco occupato in altro) alcuni ammaestramenti accomodati a' costumi, per non parere dipoi nel cerchio degli amici ignorante delle lettere, quando vien occasione di parlare. Se io non ho avuta quella filosofia che è nascosta in loro, l'ho almanco tocca, e (come si suol dire) l'ho gustata con la sommità delle labbra.
FR. Non stimo che tu dica questo nè per arroganza, nè per ironia, ma per la verità, la quale è posta da Aristotile nel mezzo di quei duoi vizj: però che tu non fingi di non sapere nulla, nè anco ti vanti di saper ogni cosa, e quel che dici della cognizione de' poeti non repugna al vero; perchè Platone stesso, e Aristotile son pieni d'autorità d'Omero, d'Esiodo, di Simonide, di Pindaro, d'Euripide, e d'altri poeti; però dubito che tu finga non avere quella filosofia che hai abbracciata: laonde io giudico che tu abbia molte più cose riposte, che non mostri in apparenza.
AP. Abbiamo alle volte da natura, senza studio nissuno, o le virtù, o le cose simiglianti a quelle.
FR. Per questa risposta mi hai dato maggior sospetto.
AP. Che sospetto?
FR. Che io dubito parlare con un filosofo; pur nondimeno io lo lascerò da banda, dando principio al nostro ragionamento; se vuoi però promettermi di rispondere a quello che ti domanderò circa la prima disputa.
AP. Prometto risponderti.
FR. Hai tu mai letto appresso d'Omero, quando Ulisse andò a' popoli cimmeri?
AP. Certo sì, a quella gente che abita nell'aria caliginosa e nera, dove il sole mai non arriva coi raggi.
FR. Che vi fece?
AP. Molte cose.
FR. Non sono eglino questi i versi, a dirli nella nostra lingua?
Io dal fianco la spada trassi allora,
E una fossa cavar mi presi cura
Ivi sotterra un gomito a misura,
Spargendo i sacrifizj a l'ombre fuora. [Dell'xi dell'Odissea.]
Tu hai detto benissimo e 'l senso, e le parole.
FR. I giuochi, e i balli di Diana con le Ninfe sue compagne, credo che tu gli abbia trovati scritti più d'una volta.
AP. Credi bene.
FR. Così anco che tu abbia letto l'abboccamento di Venere e di Anchise; e come in quei tempi antichi dicevano molti eroi esser nati dai lor bugiardi Dei.
AP. E cotesto anco ho visto più volte.
FR. Quelli che al tempo degli eroi, si dicevano essere stati in pregio, ingannavano in vari modi gli uomini dati alla vita rustica, e pastorale, come erano la maggior parte di loro;, in questa guisa parimente avea quel demonio in forma di Tetide (creduta da quelle genti dea marina) ingannato Peleo pastore, il quale come cantò quel Poeta. [Ovidio.]
Poco lontan dalla cittade intento
Sol dietro a quella in una ombrosa valle
Lasciò il bel gregge suo, lasciò l'armento.
E acciocchè manco s'accorgesse dell'inganno gli fu insegnato da un altro demonio che pigliava diverse effigie, chiamato Proteo, in che modo avessi a fare a pigliare Tetide, che
Cento abiti mutava, e cento forme; [Ovidio.]
ma nota questa altra fraude, che lo ingannò anco maggiormente: non volse usare seco sotto nome di stupro, o d'adulterio, ma finse di fare matrimonio. La qual cosa da Esiodo fu scritta in versi, come si legge nelle memorie greche, e di qui facciamo noi buona coniettura che lo Epitalamio di Catullo, sia cavato da Esiodo; il che ci mostra anco la qualità del verso, avendo in sè quella antica facilità. Mostralo parimente lo studio di Catullo nell'imitare i Greci, di sorte che abbia fatte latine l'elegie intere di Callimaco, ora pigliandone il senso, ed ora le parole. Così facilmente ancora il demonio ingannò Paride pastore sotto la forma delle tre dee, che come disse Coluto Tebano nel libro della rapina d'Elena:
Non sol pascea le pecore, ma i tori,
e andava vestito che pareva rozzo guardiano di pecore e di buoi, [Da Platone] come egli scrive a dilungo. Così l'anello rivoltato verso la palma della mano fece invisibile quel pastor di Lidia che commise l'adulterio con la regina: onde è manifesto che i demonj pigliavano varie forme, ora di quelle che chiamavano Dee, ora di Ninfe terrestri, ora di marittime [Da Catullo], le quali, perchè eran credute star per lor natura ascose sotto l'acque, uscivano talora fuori dell'onda biancheggiante infino alle poppe per essere vedute: e per più infiammare altrui apparivano anco in forma di nuvola, come dicono le favole che fece Giunone a Issione. Donde finsero essere uscito il Centauro. Alcune altre apparecchiavano illusioni ed incanti per ingannar con essi le genti, e per schernirle a doppio gli insegnavano così a' dotti come agli ignoranti; nè si trovava alcuna imagine falsamente stimata divina, che con le sue lascivie non accecasse quel secolo rozzo, conciossiacosachè noi sappiamo che Diana stessa (il giuoco della quale or noi scopriamo a onta e dispregio del demonio) fu liberale della virginità che fingeva d'amare, forse per incitar quelli ch'abborrivano la lussuria. Così anco sotto nome della luna, che senza dubbio alcuno era Diana diceano Endimione essersi ghiaciuto seco. Similmente accenna Firmico, Ippolito avere avuto a far seco sotto nome di Diana, chè pensava aversi a referire a questo, così anco il nome di Virbio. Il luogo dov'era stato sepolto, cercato con tanta diligenza, e la cura di Esculapio con tutte quelle simili altre cose, tutto crede doversi attribuire alla vanità del demonio, se però ne fu mai cosa nessuna, ogni cosa si debbe riferire alla favola, e questo Esculapio ben fu rimeritato secondo il premio che si dà a' magi, cioè d'una morte orrenda; imperocchè tutti gli autori si accordano che fusse percosso dal fulmine, ma son bene in contesa per quale errore commesso contro agli dei ciò gli avvenisse.
AP. Virgilio disse per avere ritornato in vita Ippolito, e Plinio, i figliuoli di Tindaro.
FR. Stesicoro, Paniasi, Polionto, Flilarco, Telisarco, e gli altri dissero altrimenti, e che per altra cagione Esculapio fusse fulminato.
AP. Dillo per tua fè se l'hai a mente.
FR. Sono alcuni che vogliono che Esculapio fusse percosso per aver reso la vita a Tindaro, non a' figliuoli. Stafilio disse che non ritornò in vita nissuno, ma che sanò Ippolito che fuggiva da Trezene, e per quello fu morto. Polianto volse che ciò gli avvenisse per avere guarite della pazzia le figliuole di Preto; Filarco, per avere dato aiuto a' figliuol di Fineo. Quelli che volseno lui avere atteso a rendere la vita, la maggior parte di loro disse, per averla resa a quelli che morirono nella guerra di Troia: altri a quella di Tebe. Volse Telesarco, che ei fusse fulminato per essersi ingegnato di risuscitare Orione, ma non però essergli successo. Ci è ancora l'opinione di Pindaro replicata da Tertulliano, che diceva Esculapio essere stato saettato dal cielo, perchè egli esercitava la medicina per nuocere, e così troviamo la morte di costui essere più varia che quella di Romulo; nondimeno l'uno e l'altro di loro fu fatto Dio dai Gentili, quantunque l'uno fusse ladro, e l'altro mago. Laonde molto mi maraviglio che quell'uomo eccellente (del qual si ricordan gli avoli nostri, non si sapesse guardare da tal cosa) che con tante spese di non so che principe, a cui aveva promisso di rappresentare tutta la guerra Troiana, con l'assedio d'Ilio, mentre che disegnava il circolo per mostrare dove alloggiava Achille, e dove Ulisse, fu rapito da' demonj, nè mai più comparse. [Dell'xi. de l'Odissea.]
AP. Tu mi dici cose maravigliose.
FR. Sì, ma vere. Perciocchè quel principe mandò a cercare del detto uomo in vari luoghi d'Italia, di Germania; e dove non mandò egli? E poi che il maestro andò in malora, un suo scolare capitò in questa terra, che ci lasciò il seme de' suoi malefizj, che infino al tempo mio si sono mantenuti. Imperocchè chi fusse ito a lui per ritrovare un furto, dipingeva l'imagine del ladro, e dette certe parole sacre sopra una guastara d'acqua, vi mostrava drento la figura, il vestire di colui, e tutto il modo che aveva tenuto nel rubare. Se noi andassimo dieci giorni a dilungo insieme, non crederei che mi bastasseno a raccontarti tutte le cose che io avvertii; e le insidie del demonio in diversi modi; non senza giustissima cagione chiamato Satan, che sempre vada macchinando contra l'umana generazione, così in tutte l'altre cose, come ne' piaceri di Venere, dei quali dicevamo di sopra. Che chi gli nega come ostinato, è contrario a tanti uomini, che dicono non avergli già provati essi, ma bene fanno fede d'averlo inteso da chi n'ha fatto l'esperienza, è chiamato sfacciato da Agustino (testimonio famoso) al quindicesimo libro della città di Dio, dicendo che i Silvani ed i Fauni (volgarmente detti Incubi) di molte volte sono stati maligni verso le donne, e che le hanno desiderate, e finalmente sono giaciuti con loro; e che alcuni demonj (chiamati da Franzesi Dusi) del continuo vanno cercando tal disonestà, e mettonla ad effetto.
AP. Seguita di grazia.
FR. Circa il volare per l'aria, credo che tu abbia ancora udito, e forse letto, Abari sopra una saetta essere venuto in Italia, a Pittagora dal tempio Iperboreo di Febo. [Da Iamblico. De lib. de la setta Pittagorica.]
AP. E questo anco so che scrisse un certo filosofo platonico.
FR. Se ti ricordi così bene di queste cose, facilmente concederai il resto, perciocchè dobbiamo credere tutta quella negromanzia d'Ulisse avere avuto origine dal circolo; di modo che tu intenderai queste finzioni di formare il circolo non essere cosa nuova, ma antiche apparenze, o favole che vogliam dire, le quali cose cercano d'imitare ancora i poeti latini, imperocchè Scipione similmente è introdotto a cavare la terra mossa con la spada, e tutto quel che segue ad imitazione di Ulisse [Da Silio Italico]. Ma chi ha visto i versi d'Orfeo, dove parla de' ragionamenti dell'ombre, conosce benissimo quella non essere stata invenzione d'Omero [Dall'xi dell'Odissea], ma d'Orfeo molto più antico, il quale è certissimo che fu imitato da Omero non solamente nel far venire Tiresia, ma ancora ne' versi stessi con gran diligenza e con grande osservazione. Scrive Giustino martire che il primo verso della Iliade fu fatto a similitudine del primo d'Orfeo, che invocava Cerere; e benchè usassino varie cerimonie, nondimeno tutti desideravano ragionare coi morti, acciocchè si dicesse che fusseno discesi all'inferno, come dicevano essere avvenuto a Pittagora un tempo dopo ad Orfeo, e ad Omero, ed avere viste l'anime d'Esiodo e d'Omero, essere punite gravemente per le cose che avevano dette degli Dei: onde egli era auto in gran venerazione appresso de' Crotenesi, e massimamente dicendo che avea visto nell'inferno esser martorizzati quelli che non volevano usare con le donne loro. Ora io non so circa a che tu dubiti del volare per l'aria; non essendo egli differenza nessuna, o vadasi sopra una saetta, o sopra un desco, o veramente sopra una capra, pure che si vada come il vento; perciocchè non si trova scritto in che modo e come fusseno portati Pittagora ed Empedocle, o se dal carro di duoi cavalli, o di quattro, o dal cavallo pegaseo, o da dragoni, o da cigni per imitare o Venere, o Medea, o piuttosto Circe sopra il carro tirato da duoi serpenti, o a guisa di Cibele condotta da leoni, o a simiglianza di Bacco tirato dai lupi cerveri; o veramente piuttosto come Trittolemo volando or sopra l'Europa, or sopra l'Asia seminare quegli la filosofia come questi le biade, ognuno di loro ingannato da Pallade, cioè dalla astuzia del demonio.
AP. Parmi ancora (se io non m'inganno) di ricordare di Simon Mago, che con suo danno tentò l'andare per l'aria.
FR. Hai forse ancora inteso di non so che Etiopi, che solevano frenare dragoni, e sopra di quelli a cavallo venire in Europa. E questo si dice averlo detto Roggiero Bacone, ma il crederlo sia rimesso nell'arbitrio di chi legge, acciocchè non pensassi che io ti voglia porre innanzi il volare di Dedalo, il quale, se non è cosa finta, si può riferire pure agli inganni del demonio, per non dirti come Appollonio detto Tianeo sparisse dalla presenza di Domiziano. Ma se tu concedi essere stati appresso degli antichi gli spiriti succubi, ed incubi, perchè non vuoi tu concedere che siano anco a tempi nostri? provandosi con tante autorità e tanti testimonj, che se vuoi gli racconterò. Dell'unguento ancora penso che tu sappia, quello che ne scrisseno sì Luciano Siro, come anco Apuleio Africano, questi in lingua latina e quelli in greca. Onde ei disse, e la cassetta, e molti bossoli, e l'olio.
AP. A che adoperava quella donna la cassetta, tanti bossoli, e l'olio, rivoltandosi di quà, e di là?
FR. Dichiarilo lo stesso autore, il quale dice queste parole: avendo tolto di questi, tutta si unse, essendosi cominciata dall'ugne de' piedi: e subito le nacque l'ali. Dice adunque che, unta dal capo al piede, subito si trasformò in uccello volatile: ed aggiugne poco di sotto che non era altro che corvo notturno. Così a tutti quelli che lo guardavano, o che mostravano di guardarlo, pareva che fusse un corvo notturno; perciocchè io non credo che con unguenti nè con incanti, cosa nessuna si possa dalla sua forma trasformare in un'altra. Ma quelle streghe s'ungevano con certe unzioni per parere o a loro medesime o ad altri essersi tramutate, nè avere più la forma che avevano prima. E benchè questo retorico falso ed astuto fingesse d'essere mutato, nondimeno non disse essere trasmutato in uccello, ma in asino, ancor che egli avesse usato il medesimo unguento: onde quella donna si doleva d'aver mutato in asino il suo Lucio: per aver preso errore nel cambiare la bossola, per la qual cosa dimostrò variarsi l'imagine, e non lo essere, della cosa. Confermollo ancora più chiaramente dicendo d'aver ritenuto sotto la forma d'asino la mente, e lo ingegno di Lucio: e non è da credere che gli fusse venuto per la fantasia una tale imaginazione di trasmutare la forma, se non fusse stato publichissimo grido tal cosa essere propria delle donne di Tessaglia. Affermò dipoi questo medesimo ancora quel Platonico che imitò Luciano, dicendo essere andato in Tessaglia, dove che innanzi che lassasse la prima forma finse averne presa un'altra, tolto (s'io mi ricordo bene delle sue parole) un poco più unto che non dovea, e fatto molte altre cose. Delle quali fa menzione, tal che dimostra d'avere voluto seguitare Luciano nelle parole ed in ogni cosa, avendo egli fatto menzione del mormore di Tessaglia, dell'olio magico che trasforma, e del rimedio delle rose che rende la prima forma.
AP. Perchè credi tu che abbiano detto le rose essere buon rimedio?
FR. Se fondamento nissuno ci è, penso che sia stato cavato dal grande Aristotile, appresso del quale io ho letto essere fra le cose grandi e maravigliose, che l'asino facilmente soglia morire per lo odore delle rose. Il che sapendo e Luciano e Lucio, l'asino in cui si erano trasfigurati sparì per le rose, o veramente che pure sotto questo velamento ci è ancora nascosto qualche altro secreto diabolico, ovvero magico. Perchè in verità comunemente le donne di Tessaglia e di Tracia anticamente avevano nome d'usare gli incanti, coi quali favolosamente dicevano fare discendere la luna e le stelle fisse dal cielo, il che (come ancor disse colui) avevano insegnato ancora alle Sabine. In oltre dicevano essere spirate da Bacco, ed indi si chiamarono Mimallone ed Edonide. Correvano velocissimamente infuriate con serpi ravvolti attorno a bastoni, chiamati poi Tirsi, dicendo certe parole magiche e furno aute in tanto grandissima venerazione, che Olimpiade, madre del grande Alessandro, magno imperadore, volse sacrificare con le loro medesime cerimonie; onde quelle cose che paiono bugie, credo che sia più ragionevole che le favole abbino avuto origine e principio e augumento da questi prodigi de' demonj (non senza qualche poco di adombramento di vero mescolatovi insieme di molte vanità) piuttosto che da' sogni (come dicea Sinesio); perciocchè a colui che gli fusse parso di vedere qualche cosa maravigliosa in sogno, non sarebbe corso così tosto a divolgarla, come se l'avesse vista fuora non dormendo. Crediamo noi che tanti incanti, che sono celebrati dai Greci e dai Latini siano stati fondati in su niente? e tante sorti di malie, di che è pieno ogni libro e ogni autore, fascinazioni, dare mal d'occhio, incantesimi, fatture, e inganni del nostro antico avversario. Di qui viene quella sacerdotessa della gente Massilia che prometteva con gli incantesimi cavare altrui di mente:
Fermar le acque, e mutar corso alle stelle,
Chiamare l'ombre notturne.
Di qui sono le bevande di Circe, di Medea e di Canidia, tutte quelle cose amatorie di Simeta, narrate da Teocrito Siculo, seguitato da Marone. Io mi ricordo d'aver letto appresso di Plutarco la favola d'incantare la luna essere stata trovata con astuzia da Aganice Tessala, la quale sapendo che l'eclisse della luna procedeva dall'interposizione dell'ombra della terra, dette ad intendere all'altre donne di Tessalia, che non lo sapevano, che quando la luna si scurava era fatta venire in terra da lei. Si può ancora raccontare delle altre favole, che hanno avuto cominciamento da qualche cosa fatta, o da qualche astuzia. Fu appresso de' Greci uno (se io mi ricordo bene) chiamato Palefato il quale giudicò essere cosa degna e di grandissimo pregio mostrare in che modo la maggior parte delle favole avesseno principio e fondamento in sul saldo di qualche storia: tirata poi dalla opinione e falsa credenza del volgo a cose più grandi e maravigliose, come sempre suol fare, il che come io penso accennò Virgilio, dicendo:
Mostralo il dotto Palefato in carte.
Ecci ancora quello che è notissimo ad ognuno, solere farsi per incanti che gli uomini o siano diversi da lor medesimi, come cicalavano alcuni, o che paresseno: che ragionevolmente non pare che alcuno possa negarlo, perchè senza vergogna potevano dire che almanco gli paresse che fusse così. Non ti ricordi essere stato scritto:
Le figliuole di Preto il piano e 'l monte
Di falsi mugghi aver ripieno e 'l giogo,
Temuto, e corni in van cercati in fronte.
Le quali (di poi dicono diverse storie) che sì come quelli con la rosa, così queste furno sanate da Melampo col purgarle il cervello, o (come volleno alcuni altri) da Esculapio con l'arte della medicina. Ma o fusseno infuriate per sdegni di demonj, ovvero per qualche infermità, gli antichi le dettero diversi rimedj: perocchè i demonj in quel tempo, che avevano l'imperio del mondo, tennero continuamente diversi e vari modi d'ingannare, non solo per mezzo de' sacerdoti de' tempj, e per gli oracoli, ma ancora per via delle donnicciuole infuriate dalla spirazione d'Apollo; imperocchè facendo maravigliare gli uomini di loro, gli aggiravano sotto specie di religione, precipitandogli nelle scelleranze, e per indurli a questo, pigliarono i demonj varie forme, come si può vedere di Proteo appresso di tutti i poeti, il quale si mostrava con diverse apparenze; e di quelli eroi che morirono a Troia, i quali Filostrato dette a credere (ne' Dialogi dedicati a' posteri) che fusseno stati visti dal vignaiuolo. Così anco si dice essere apparsa l'imagine di Empusa Lammia (che è una fantasima con un piè solo, e di rame) ad Apollonio Tianeo, mutandosi in diverse foggie, e talora in un subito togliendosigli di vista: e il medesimo avvenne a Menippo cinico (non quello che imitò Varrone nelle satire, imperocchè quello, a comparazione di questo Menippo Licio, è tenuto antichissimo) tenendosi una fantasima, ovvero una Lammia, come che gli fusse moglie. Paionti elleno queste cose simili a quelle che si dicono delle streghe a tempi nostri?
AP. Sì bene, perchè pure ora mi sovvengono quelle parole: Laura,
Lammia, Incubo, favole antiche; e quel verso:
A culle di fanciulli, strega nota,
Scelleranza del sesso feminile.
FR. Orsù andiamo al resto, acciocchè possiamo farne giudizio simigliante. Delle malie ne sono state scritte infinite cose, beveraggi, incantesimi, mesture, voci fabulose, e lusinghe di Marsi, perchè quantunque i naviganti d'Ulisse si dicesseno per metafora grugnire con i porci, trattenuti dalle lascivie delle donne, Ercole avere amato fuor di misura, bagnato dal sangue di Nesso Centauro, e gli amori indotti per i veleni di Colco, e che si sappia che per queste cose si mostrano le sfrenate voglie della brutta libidine, nondimeno le lusinghe non son bastanti per loro stesse, ma insieme con gli incanti, da' quali non è preso se non chi vuole; e però, dice Omero, che Ulisse andò incontro a Circe, non col bacio, ma con la spada, il quale siccome non era preso dall'amore, così anco non fu ritenuto dagli incanti, i quali non nuocono senza la maligna industria de' demonj. E così tiene quelli che vogliono essere tenuti, e usa grande arte per indurgli a volere, piglia i volgari con le lascivie, con le ricchezze quelli che son dati alla vita civile, e con la gloria quei pochi che si danno agli studj della filosofia. Così anco, se noi diremo quei conviti parte essere veri, e parte imaginari, non ci discosteremo dagli scrittori antichi; però che una simil cosa era quella mensa del sole descritta da Erodoto, stimata da Solino più divina, nella vita di Tianeo [Filostrato nel iiii. lib. al cap. viii.], il convito di quella sposa, la quale era una della compagnia, o delle Lammie, o delle Larve, ovvero de' Lemuri; dove si dice che le tazze e i vasi, che parevano d'argento e d'oro, sparirono.
I demonj adunque sotto varie forme si accompagnano con gli uomini, e Filostrato li chiama apparizioni e Lammie terribili, e appresso di Esaia profeta, dove si fa menzione delle apparizioni de' demonj, e di vari modi d'ingannare, dicendo, abbiamo visto il letto della Lammia, alcuni interpretano che voglia intendere de' demonj incubi, e credono che le Lammie dal mezzo in su abbino effigie umana, dal mezzo in già di bestia. Alcuni ebrei vogliono intendere per le Lammie le furie infernali: ancor che ne' treni di Ieremia si faccia menzione delle poppe della Lammia, e pensino qualcheduni quel nome derivarsi da laniare, cioè lacerare. Altri vogliono che si derivi da Lamma, che vuol dire voragine e precipizio. E per questo pensano che Orazio dicesse:
Nel fanciul divorato traggia vivo
A la Lammia del ventre.
Scrisse ancora Probo Cesare, che molte Lammie furno spettacolo al popolo. In che modo fusse quella che schernì Menippo non si può di leggiero sapere da altri che da Filostrato, il qual mostra in che modo il detto cinico fu ingannato, mentre che ella fingeva con matrimonio volersi congiungere seco. Io stimo che Apollonio ancora fusse ingannato, quando lo pregava che non volesse tormentarla, già ingannato in questo, credendo che le Lammie fusseno inclinate all'amore lascivo, e che si pascesseno di carne umana. Però che i demonj son mossi non da lascivo desiderio, ma da invidia, per disperdere l'umana generazione; nè appetiscono il sangue e le carni per bersele, o divorarle, ma per condurre l'anima e 'l corpo in perpetui tormenti. Pigliano i demonj con occulta fiamma, ma non son già presi da quella. Il che ben seppe quello eccellente poeta quando disse:
Spiragli occulto fuoco.
Ricordandomi io che disse già una strega, che quando si le mostrava il demonio sotto varie forme, soleva conoscerlo, che si sentiva un certo calore intorno al petto, e parimente affermava, che quando coceva la carne l'era all'improvviso porto non so che d'aiuto. Il che penso più chiaramente intenderai quando udirai Dicaste, che mi pare già vederlo alle mani con la strega, se l'occhio non m'inganna per la distanza.
AP. Io m'imaginavo per la veste civile e per la spada che hai accanto di parlare con un soldato; ma ora veggo che tu hai per le mani, non pur gli storici e i poeti famosi, ma ancora i filosofi e i segreti della nostra religione. Il perchè voglio che quella via, che ci resta, la consumiamo nel ragionamento cominciato, toccando brevemente quel che vi rimane, e che più particolarmente mi dica quelle cose, di che leggiermente passando m'hai accennate: se nessune però ce ne sono, acciocchè io possa raccorre il tutto di quelle che noi disputiamo, quasi come se io avessi mangiate le cose ben digerite.
FR. A questo bisognerebbe un uomo più dotto che non sono io, e richiederebbesi non un breve andare a spasso, ma un lungo sedere; nondimeno in qualunque modo io potrò non ti son per mancare; perciocchè, come sarebbe egli mai possibile che io non ubbidissi ad uno che di già per il suo ragionare ho conosciuto essere curioso di ritrovare la verità? Seguiterò adunque la disputa cominciata, e narrerotti, per quanto ne concederà il poco viaggio, quello che mi parrà al proposito nostro.
E in quanto che le streghe non si trovino in un dire, quando parlano del giuoco di Diana, questo può accascare o dal timore, o dalla poca memoria, perchè tutte le più sono donne inesperte e rozze. Si può dire ancora che nasca dall'inganno del demonio, il quale non tutte le beffa ad un medesimo modo, e questo si può vedere negli incanti antichi: imperocchè quelli che s'usavano nell'Eusino, nella regione Taurica, e nella Italia, tutti erano diversi in fra di loro. Nè la Farmaceutria di Virgilio è simile in tutto a quella di Teocrito. Il medesimo si può vedere negli oracoli, che alcuni ne avevano dalle donne spirate, alcuni dall'apertura della terra, e alcuni altri da' sogni fatti da uomini ne' tempj, e per questo dormivano nel tempio di Pasife. Abbiamo letto ancora, che i medici calavresi e dauri, soleano dormire intorno al sepolcro di Podalirio. E così molti ancora solevano giacere nel tempio di Esculapio, il che non solo si fece al tempo degli eroi, ma seguitò tale usanza infino al tempo d'Antonino, il quale, come dice Erodiano, per questo solo andò a Pergamo. Leggiamo similmente che gli oracoli si solevano dare per statue intere, dimezzate, e parimente per colombe, o uccelli, o donne che le fusseno, che per quella via desseno risposte: e per alberi e piante, e nella selva Dodona, e nell'India, erano alcuni presi da un subito furore, e altre cose tali così varie come si fussino anco gli augurj e 'l modo di sacrificare de' sacerdoti; imperocchè s'usavano appresso degli antichi diversi modi di cerimonie nefande, e di sacrifizj abominevoli, e diverse incantazioni, così anco a' tempi nostri quelle cose ch'hanno avuta origine dalle cose profane, si fanno con altre cerimonie che non usavano i Romani. Catone, il più vecchio, narra certe cose ne' libri della villa, tanto sciocche che appena si trova chi possa leggerle senza riso: e pur son dette da uomo che fu senatore e censore, e che trionfò. Circa il movimento e dove siano portate dal demonio, e circa il luogo dove elle siano posate, non dovea parerti cosa maravigliosa, però che quel che per sua natura suole ingannare, è doppio, è vario, e quello ch'è verace si fonda in sulla simplicità, e questo si può vedere nelle finzioni de' poeti, varie e ripugnanti tra loro, e bene spesso nelle storie: quando dicono la cosa in più modi: e parimente nell'opinioni de' filosofi, e nelle risposte de' iureconsulti; ma non avviene già così nelle scritture de' teologi, perchè nelle cose lor proprie non hanno discrepanza nessuna, cioè in quei precetti ch'appartengon alla fede, e al viver necessario per la salute, sono in tutto e per tutto consonanti, e concordi in fra di loro; e però il demonio maligno e fallace, bugiardo, e amico della discordia, così vario, e muta mantelli, per dir così, che è un vocabulo tratto dagli studiosi della lingua latina, da quelle favole di che abbiamo già parlato: le quali scherzando dicevano, che gli uomini si trasformavano in lupi: di poi così, come il demonio ingannava quegli antichi filosofi sotto specie di dottrina, cioè Pittagora, Empedocle, Apollonio e altri simili (usando lacci a quelli che facilmente gli parea di potere ritenere) così tirava già le donnicciuole con lascivia, e con lo sbevazzare, e similmente oggidì tira gli uomini, dalle qual cose molti filosofi abborrirono. Il demonio adunque in più modi gl'indusse a farsi adorare sotto ombra di sapienza, e sotto velame di falsa religione; conciossiacosachè eglino andasseno per gradi di dottrina alle preghiere, agli inni, agli oracoli, dove parea lor d'acquistarne il pronosticare le cose future, e l'essere portate per aria a diversi luoghi, e facevasi quello per opera di demonj che essi attribuivano alla divinità degli uomini. Imperocchè, come arebbono gli scolari di Pittagora, vedutolo disputare ora nel Taurominio di Sicilia, e ora poco di poi nel Metaponto? In che modo sarebbe egli andato Empedocle per aria, e come vi sarebbe ito Abari, donde fu chiamato cavalcatore di pertiche? Chi crede che Apollonio prevedesse molte cose, e che comandasse insieme a' demonj, grandemente si inganna. Fingeva il demonio maligno essere astretto da lui, acciocchè avendolo allettato sotto specie di falsa divinità, per suo mezzo potesse più gagliardamente ingannare gli altri, il che puoi conoscere per il fine. Prima volle fare perire Pittagora con il tumulto del popolo, di poi col fuoco, e finalmente s'ingegnò di farlo morire col ferro. Disperse Empedocle con una morte infame, avendolo condotto a tale che si credeva d'essere fatto divino, e usava di cantare: State di buona voglia, che io per lo avvenire vi farò Dio immortale, non più mortale; per mostrare a' compagni di rallegrarsi non essere più uomo mortale, ma divino. Del qual così disse colui:
Mentre ch'esser gli pare immortal Dio,
Empedocle saltò nel fuoco d'Etna.
Ma, o se egli uscisse di vita con questa morte, o con quella che scrisse Democrito Trevenio, cioè che s'era appiccato ad un corniuolo, s'ha da tenere che il demonio l'inducesse ad ammazzarsi da sè, nè gli bastò d'averlo schernito ch'ei credesse l'anima sua essere passata in diversi corpi: onde disse in quel suo verso:
Di già fanciullo e fanciulla fu io,
ma ancora con voci diaboliche, e con splendori di fiaccole l'allettò a morire. Rapì forse ancora Apollonio insieme con l'anima, conducendolo a dannazione eterna, la qual morte pare indegna de' Magici, perocchè è dubbio dove egli morisse. Alcuni dicono essere morto in Efeso, alcuni in Creta, e altri in Rodi. Il sepolcro, ovvero il deposito, insino al tempo di Filostrato non si trovava, avvenga che da certi sciocchi fusse adorato per Dio: il qual culto mancò in poco tempo, come fanno anco gli altri inganni del demonio, e così cessorono gli oracoli dopo l'avvenimento di Cristo, de' quali quasi tutto l'universo era infettato, pure con i medesimi inganni. Ma quello che già palesemente spargeva gli oracoli, ora si rode in oscuri laberinti, appetendo i lascivi congiungimenti, oggi tenuti vituperosi dalle genti, dove già erano orrevoli, donde è quel verso:
Degnando Anchise al suo coniugio altero
Venere Dea,
e questo non pure al tempo degli eroi, ma al tempo d'Alessandro e di Scipione, a' quali accrebbe la gloria l'essere tenuti figliuoli di Giove, sendo così noto per l'istorie che non faccia mestiero il raccontarlo, che Giove demone, il qual credevano essere Dio, si ghiacesse con la madre di Scipione in forma di serpente, e con Olimpia moglie di Filippo. Così il Demonio induceva a fare male quelli che erano pieni di lussuria mescolandoci anco il veleno della superstizione. E di sorte invescava color che erano cupidi della gloria, che avendo pronosticato, mentre che viveano, le cose future per mezzo della sua pratica, dopo morte ancora predicevano ciò che avea da essere. In questo modo dicevano, Orfeo il quale fu tenuto profeta mentre che visse, aver date le risposte e gli oracoli; dopo morte, e 'l suo capo tagliato dalle donne di Tracia, essersene andato in Lesbo ad abitare in una spelonca, e che prendeva i vaticini, per l'aperture della terra. Portavano ancora i demonj in volta gli oracoli d'Anfiarao e d'Anfiloco indovini, e mentre che visseno e poi che furono morti, il che forse desiderò Empedocle quando volse essere tenuto Dio. E parimente fingevano che i re dopo morte esercitasseno l'arte militare, come favoleggiavano di Reso, il quale dicevano armeggiare nel monte Rodope, e attendere alle caccie ed al cavalcare: in oltre dicevano che l'anime di questi apparivano, non pure per mezzo di quei circoli e di quei sacrifizj di Omero, ma che si mostravano ancora spontaneamente, e per certe convenzioni che facevano (come dice Filostrato, che si mostrava Achille ad Apollonio, e Protesilao con gli altri capitani, che avevan fatta guerra a Priamo, al vignaiuolo) ma per essere i visi, i costumi, e le cose fatte da costoro diverse da quelle che scrive Omero, nè punto consonanti a quelle che disseno o Darete Frigio, ovvero Dizio Creteo istorico, puoi conoscere quante bugie siano aggiunte alla felicità de' demonj ed alla cognizione delle cose, e quanti aggiramenti siano posti sopra i modi del vivere. Laonde se il demonio si pose già con quelli che si reputavano savi, e schernivagli di sorte che desse loro a credere cose contrarie, repugnanti e lontane in tutto dal vero, quale è la cagione che tu con tanta istanzia ti maravigli che nelle streghe del nostro tempo si trovino molti aggiramenti, e la più parte contrari fra di loro? Maravigliati piuttosto della potenza e sapienza di Cristo, che quello che innanzi al suo avvenimento, il demonio maligno persuadeva ai re, agli oratori, ed a' filosofi, come cosa grande, maravigliosa e degna d'ogni sapienza, ora a pena lo può persuadere agli uomiciatti ed alle donnicciuole, cioè che adorino lui, e che faccino quello che egli comanda, e che quello che già palesemente si faceva in tutto l'universo, per tutte le nazioni, come cosa onorevole e degna di lode, ora si faccia appresso di pochi, di nascosto, ed in luoghi remoti e solitari, come cosa brutta e piena di vituperio. E considera (quello sopra tutto degno della gloria divina) il fondamento della fede Cristiana esser tanto fermo e saldo, che il demonio maligno non vuole che le streghe abbino affare seco, se prima non rineghino la fede nostra, non sprezzino i sacramenti, e non calpestino l'Ostia salutifera. In questa guisa il nimico di Dio e degli uomini vuole che quelli che lassano la nostra religione piglino i principj de' suoi sacrilegj. E questo perchè non possono stare insieme il vero e 'l falso, la luce e le tenebre, e la religione e la superstizione. Ma parmi che ora mai ti potrai chiarire di quello che abbiamo ragionato per la via. Eccoti la Strega alle scale della chiesa, che parla con Dicaste.
AP. Dio vi salvi.
DIC. Che c'è di nuovo Apistio?
AP. Noi desideriamo d'intendere le nuove da te, conciossiachè Fronimo qui ed io siamo venuti qua per udire insieme con esso teco la Strega delle cose che si fanno nell'altro mondo, se te ne contenti però.
STREGA. Ohimè!
DIC. Sta di buono animo, parla senza paura, e non dubitare ch'io ti manterrò che non ti sarà fatto mal nissuno, come t'ho promesso, se tu dirai liberamente tutte le tue ribalderie, che ad ogni modo non le puoi celare perchè ho testimonj, e principalmente te delinquente, la quale massimamente ho desiderata.
STR. Io ho detto; perchè mi tormentate più?
DIC. Bisogna replicare, non pure in presenza di due o tre testimonj, ma di molti: e poi anco di tutto il popolo, se tu vuoi scampare il martoro, a che ti condannano le leggi. M'hai promesso di fare tutto quello che io ti comanderò, ed io per questo t'ho promesso non ti mettere nelle mani del Potestà, che ti faccia abbruciare secondo il costume antico. Ora io non ti comando altro se non che tu racconti le cose che facevi con i demonj quando eri in corso, o vero nel giuoco di Diana.
STR. O giuoco per me amarissimo! O infelice donna che io sono!
DIC. Non c'è bisogno di piangere, nè di ugnolare.
STR. Di grazia non mi tormentate più: vi prego mi diate tanto tempo ch'io ritorni in me, e di poi vi dirò tutto quello che ho fatto.
DIC. Se piace così a voi, io la contenterò, però che se noi indugiamo a domane, ella dirà ogni cosa con animo più pronto e con miglior voce, al che io arò molto caro (se non vi increscerà la via) che vi troviate presenti.
AP. Non increbbe la via a quelli che andorno da Gnoso alla Spelonca, ed al tempio di Giove, per udire le vane leggi di Minos e di Ligurgo; ed a me doverà increscere d'andare un miglio per intendere più da presso e più minutamente quelle cose che, se non sono vere, almeno per i discorsi di Fronimo, mi paiono verisimili?
FR. Mi rallegro che tu ceda non a me, ma alla mera verità; o pur se tu non sei anco chiaro alle cose che le son simili, ed a me certamente non sarà grave per fare esercizio ritornare in fin qui dalla città.
DIC. Domattina adunque ne verrete da noi aspettati con desiderio.