IL COMBATTIMENTO delli tredici Italiani, e tredici Francesi fatto in Puglia tra Andria, e Quarata.

E la vittoria ottenuta per gl’Italiani nell’anno 1503 à 13 di Febraio.

Essendosi deliberato dal Cattolico Ferrando di Aragona Re di Spagna, e dal Cristianissimo Luigi Re di Francia per alcune loro raggioni privar del Regno il Serenissimo Federico d’Aragona Re di Napoli, per conseguir lor intento, de commun consenso destinorno dui eserciti alla volta di tal Regno, l’uno di Spagnuoli per la parte di Puglia sotto il governo di Consalvo Ferrando; l’altro di Francesi per la parte di Terra di Lavoro, sotto Monsignor d’Obegni Generali Capitani, i quali havendo la fortuna propitia, con poco, anzi nullo fastidio, s’insignorirono dell’una, e l’altra parte, e volendosi dopoi dividere il Regno tra loro, non essendo concordi, furon necessitati venire a rottura di guerra: Donde trovandosi le cose della fortuna in tal modo, et il Regno da tal guerra molto vessato, la maggior parte de’ Baroni del Regno, e de’ Cavalieri Italiani aderirono, e s’accostarono alla parte Spagnola, e mentre che le agitationi della guerra andassero pari, ne la fortuna havesse ancora cominciato ad inclinare ne dall’una, ne dall’altra parte; standosi l’esercito de Spagnuoli in Barletta, e quel de’ Francesi in Ruvo, et altre terre di Puglia, avvenne che un giorno trovandosi Carles de Togues titolato Monsignor de la Motta, Francese in Barletta, in casa di D. Diego di Mendozza Capitan nell’esercito Spagnuolo, in presenza di quello, e di D. Pietro di Crigno Prior di Messina, e d’Indico Lopez Hiala, e d’alcuni altri gentilhuomini Spagnuoli, havendosi cenato, com’è solito de’ Cavalieri, il detto Carles la Motta proruppe ad alcuni raggionamenti di guerra con l’Indico Lopez, e tra gli altri loro discorsi devennero a raggionamento del valore delle genti d’armi Italiane, e domandando lo Indico Lopez alla Motta, come tra Francesi esistimavano l’Italiani. Rispose la Motta, che loro non tenevano l’Italiani in alcuna esistimatione, e detto Indico Lopez disse, che havevano in Barletta buona compagnia di gente Italiana; donde la Motta rispose, che lo credeva bene, però che di gente Italiana essi non facevano conto niuno, perchè l’haveano abbattuti più volte, e che essi Francesi, quando fusse accaduto venire a giornata di battaglia, haveriano fatto stare l’Italiani, ch’erano in loro compagnia da banda a vedere; e così confortava li Spagnuoli circostanti, che si havesse a venire a giornata di combattere con Francesi, nell’ordine dell’esercito dovessero ponere l’Italiani avanti, perchè se l’Italiani havessero fatto il dovere, sariano stati ammazzati da Francesi, e si havessero rivoltati a fuggire, si dovessero ammazzare da Spagnuoli. Al che rispose l’Indico, che essi tenevano l’Italiani in buona riputazione, et in quelli confidavano, come alla propria natione Spagnuola, certificando, che l’Italiani, ch’erano in Barletta tenevano assai gana, e desiderio d’affrontarsi, et intropparsi con Francesi; e che confirmava, che haveriano fatto lo dovere, e che per uno Italiano a sodisfation dell’honor d’Italia era stato scritto a Francesi di combattere, e quelli non haveano risposto. Replicò la Motta, e disse che non lo credeva, ma pure se fusse scritto a Ruvo, che s’haveriano trovati non solamente uno, ma dieci Francesi, che haveriano combattuto con Italiani. E così lo Indico rispose, che certificava la Motta, et ogn’altro Francese, che sempre, che fossero trovati dieci huomini d’armi Francesi, che havessero voluto combattere con Italiani, che esso Indico Lopez prometteva trovare dieci huomini d’armi Italiani che haveriano combattuto con altrettanti Francesi. Alche rispose la Motta che esso prometteva sua fè, che gionto ch’era in Ruvo, trovaria diece huomini d’armi Francesi, che combatteriano con tanti altri Italiani. Replicò medesimamente Indico Lopez ch’esso prometteva sua fè, di trovare dieci huomini d’armi Italiani, che haverian combattuto con tanti altri Francesi, e quando la Motta havesse trovati detti combattenti Francesi, l’havesse avvisato, alche s’offerse la Motta assai volentieri, perchè dubitava, che dicendo tal cosa in Ruvo, se burlarian de’ fatti suoi. Ma perchè tali parole erano state dopo cena, determinarono, che la matina seguente di ciò si parlasse; e pervenuti alla matina seguente, la Motta essendo in procinto di partire da Barletta per tornar in Ruvo, disse ad Indico Lopez, se stava nel medesimo proposito del raggionamento della sera passata, al qual rispose Indico Lopez, che ben si trovava in tal proposito, e quel replicò, che non saria mancato alla promessa, e così la Motta si partì da Barletta, e si condusse in Ruvo, e dopoi scrisse lettere ad Indico Lopez del tenor seguente.

»Signor Indico Lopez, a vostra buona gratia mi racomando. Mi ricordo ben, che V. S. mi disse, e promise sua fè, di trovare dieci huomini d’armi Italiani, che combattessero con dieci huomini Francesi, e così io promisi mia fè a V. S. di trovar l’huomini d’armi Francesi per il medesimo effetto, quai molto facilmente hò trovati, e se il numero de dieci vi paresse poco, ne troverò più, si quella mi scriva quattro, o cinque giorni avanti, et il luogo, et il dì destinato, tutto risolutamente, e con effetto senza che si ponga il fatto in lungo. E se loro dimandassero querele, noi non volemo combattere, se non sotto justa querela; e si a loro piacerà, ciascuno porterà cento corone, e chi guadagnarà la vittoria, riporterà in premio le cento corone, e le spoglie, cioè l’armi, et i cavalli: e questa serà la querela, a fine che chi perde, se ne vada alla leggera. Altro non scrivo, son sempre al piacer di V. S. Da Ruvo a 28 di Gennajo 1503. Di V. S. Servitor con mio honor — La Motta«.

Le sopradette lettere della Motta, fur consegnate per lo Trombetta Francese ad Indico Lopez, al quale parve far intendere ad alcuni Italiani, quanto per la Motta con parole, e con scritto gli era stato esposto, e consultandosi com’era debito, le predette occorrenze con Prospero Colonna, e quel considerando in tal causa doversi procedere con i convenienti modi, fece aggregation de Cavalieri, esponendo ogni particolarità delle cose predette, quali furono disputate, e discusse con ogni oportuna diligenza, tanto circa le parole prolate per la Motta, quanto anco circa la continentia della sua lettera. E benchè per le parole usate per la Motta, s’havesse potuto fondare giustissima querela per gl’Italiani, pure per estinguere ogni alteratione, ch’era per succedere con Spagnuoli, donde haveriano potuto emergere pernitiose dissentioni, et ancora perchè la Motta escludeva espressamente non voler combattere, se non sub justa quærela, proponendo quella delle cento corone, e le spoglie: e non ostante che si conoscesse apertamente detta querela non esser degna, ne conveniente a Cavalieri; pure ad evitare ogni imputatione di subterfugio, si concluse, che destramente, e con attitudine s’attendesse a pigliar la difensione, tenendosi ferma speranza, se ne dovesse ottenere gloriosa vittoria, secondo infinite volte havevano conseguito altri Italiani provocati da Francesi, per lo che molti Italiani supplicaro, e fero instanza per intrar a tal impresa; Ma perchè Hettorre Fieramosca li giorni passati havea pigliato la querela contra Monsignor Frumet Luogotenente del Vicerè Francese, confutando la particola delle sue lettere, nelle quali diceva non doversi più fidar, nè d’Italiani, nè de Spagnuoli, e riprobandolo, come mendace, havendo prorotto così nel suo scrivere, e lo Monsignor di Frumet non havea risposto al detto Hettorre, et attento che nel progresso del parlare de la Motta con Indico Lopez era fatta mentione di tal materia, per le antedette cause, et altri degni respetti, fu determinato si concedesse la predetta defensione al detto Hettorre Fieramosca, e suoi compagni, e che si rispondesse a la Motta per lo Indico Lopez come ad esso apparteneva, e per lo prenominato Ettorre nel modo che segue.

Lettera d’Indico Lopez a la Motta.

»La Motta. Ho ricevuto vostre lettere date in Ruvo a 28 del presente mese di Gennajo, per le quali scrivete del combattere di dieci Francesi contra diece Italiani. Rispondo che quanto contiene in dette vostre lettere, l’ho fatto intendere ad alcuni Italiani, e perchè quelli per loro lettere scrivono a voi sopra tal materia pienamente, però non mi estendo in altro, persuadendomi fermamente, che troverete, come ho detto, l’Italiani ferventissimi a sodisfare al loro honore. — Da Barletta a 29 di Gennaro 1503 — Di V. S. — Indico Lopez«.

Lettera di Hettorre Fieramosca a la Motta.

»La Motta. Lo Signor Indico Lopez ha fatto intendere ad alcuni Italiani haver ricevute lettere vostre de’ 28 del presente mese di Gennaro, per le quali dicete haver trovati dieci huomini d’armi Francesi per combattere con diece huomini d’armi Italiani, cento corone, e le spoglie, cioè l’armi, e cavalli. Vi dico, che quantunque questa non sia querela conveniente à Cavalieri; per farvi conoscere come gl’Italiani son huomini, che amano la conservation dell’honor loro; Io, e diece altri huomini d’armi Italiani, che faranno il numero d’undeci, semo per difendere dette cento corone, armi, e cavalli, e sodisfare alla requisition vostra. Declarate dunque luogo comune con uguale segurtà, e la giornata, avisando tre dì prima, a tale possiamo comparire a tempo — Da Barletta a’ 29 Gennaro 1503. — Hettorre Fieramosca«.

Lettera de la Motta ad Hettorre Fieramosca.

»Hettorre Fieramosca. Ho ricevuto vostre lettere scritte a 29 di Gennajo, per le quale mi scrive che il Signor Indico Lopez ha fatto intendere ad alcuni Italiani haver ricevuto lettere mie alli 28 del presente mese, nelle quali io scriveva, haver trovati diece huomini d’armi Francesi per combattere con dieci huomini d’armi Italiani, cento corone, e le spoglie: Io ho scritto le lettere al Signor Indico Lopez, perchè sua Signoria, trovandomi loco in Barletta, mi parlò che haveano de huomini da bene Italiani, gli risposi che lo credeva bene, e così mi disse che haveano disfidato Monsignor di Frumet con dieci huomini d’armi Francesi, gli risposi che se havessero mandato qua in Ruvo, io li haveria trovati, e mi disse se io mi confidava trovare diece Francesi che sua Signoria si confidava trovarne diece huomini da bene Italiani. Io li promisi trovar diece huomini da bene Francesi, come ho fatto: e toccando alle cento corone, cavalli, et armi che mi scrivete non sia sufficiente querela à Cavalieri: Io scrissi al Signor Indico Lopez, che noi non volevamo combattere, se non sotto iusta querela, e così per non havere altra querela al presente, scrissi a sua Signoria che piacendo a loro, combatteriamo cento corone, e le spoglie per ciascuno: In quanto mi scrivete, che Italiani amano la conservatione del loro honore, e che voi, e dieci huomini d’armi che faranno undici, siete per difendere le dette cento corone, armi, e cavalli, credo siate huomini da bene, e che le difenderete bene, e che accettiate il combattere, piace assai a me, et a miei compagni; e così noi da nostra banda siamo per difender l’honor nostro, le cento corone, armi, e cavalli. Quanto mi scrivete, lo luogo sia comune, e di ugual sicuritate: Lo luogo sarà fra Andri, e Corato. Lo dì sarà da hoggi a dodici dì, che saranno li undici di Febraro. Et aviserò tre dì avanti che sarà all’otto del detto, e vi manderò li nomi delli gentilhuomini, che combatteranno, e così mi mandarete voi, e venuti li nomi, mandaremo nostri ostaggi in Andri, e li vostri manderete in Corato per ugual securità di tutte due le bande. Da Ruvo all’ultimo di Gennaio 1503. E perchè sono stato pregato da due altri Gentilhuomini, che voleriano essere del combattere, vi sforzerete trovarne due altri, che saranno tredici per banda — La Motta«.

Sopra le particole delle premisse precedenti lettere, fu tra li Cavalieri Italiani disputato, si incumbeva doversi reprovare Carles la Motta, considerando che le parole da quello dette in vilipendio d’Italiani nel raggionamento fatto con lo Signor Indico Lopez, dissentivano dal tenor delle sopradette particole, e dimostravano disditta: E benchè per tal contradittione la Motta s’havesse potuto reprovare, pure per haversi accettata la querela per esso proposta, e per le cause allegate nella prima discussione, e per molti altri rispetti, fu pretermisso estendersi in questo altrimenti: E similmente fu ventilata l’altra particola delle predette lettere de la Motta, in la querela pretendeva voler difendere l’honor loro, cento corone, armi, e cavalli, perchè alcuni Cavalieri esperti rivocavano in dubio, se la Motta in aumento di sue raggioni potria subintrare alla difensione, e trahere quella a loro parte: Et essendo detti, e replicati molti argomenti sovra tal materia, finalmente fu concluso, che la difensione per nissun modo competeva a la Motta, havendo esso proposto la querela, e dimostrava nelle sue agitationi tener luogo di Procuratore.

Lettere d’Hettorre Fieramosca responsive a la Motta.

»La Motta. Ho inteso quanto scrivete per vostre lettere dell’ultimo del prossimo passato mese di Gennajo, per le quali tra le altre parti d’esse lettere replicate sovra il combattere de’ vostri compagni Francesi, contra altrettanti Italiani, che per non aver altra querela, havete scritto al Signor Indico Lopez, che combatterete cento corone, e le spoglie per ciascuno, e che avete piacer assai, che io, e miei compagni habbiamo accettato il combattere, e che lo luogo commune serà per lo campo infra Andri, e Corato, e che lo dì serà all’undici di Febraro, e che avisarete all’otto di detto mese, che serà tre dì avanti, e manderete i nomi delli Gentilhuomini che combatteranno, e così io habbia a mandare i nomi de’ miei compagni a voi, e che havuti li nomi, manderete li ostaggi vostri in Andri, e che noi habbiamo a mandare li nostri in Corato per ugual sigurtà di tutte le due bande. Rispondo; Io e miei compagni havemo accettato di buona volontà la querela che voi proposta avete, quantunque non sia querela conveniente à Cavalieri, per farvi solo conoscere come gl’Italiani amano la conservation del loro honore, e così stamo parati di sostentare di buon animo, e difendere le cento corone per ciascuno, armi, e cavalli: E quando haverete mandati i nomi delli huomini, che pretendono combattere, io manderò a voi i nomi de’ miei compagni, e delli ostaggi che mandarete in Andri, similmente corrisponderemo in mandar li nostri in Ruvo, e non in Corato per esservi la peste; avvertendovi, che bisogna specificatamente nominare il luogo comune infra Andri, e Corato: e se oltra la securtà dell’ostaggi vi parerà che lo campo si assicuri per li superiori, declaratelo, e provedete dal canto vostro, che noi provederemo dal nostro. Quanto alla parte che scrivete, esser stato pregato da due altri Gentilhuomini, che vorriano essere del combattere, e che io ne debbia trovar due altri, che saranno al numero di tredici per banda. Rispondo che siamo al numero di tredici, secondo scrivete, e pronti ad ogni vostra requisitione — Da Barletta a 2 di Febraro 1503 — Hettorre Fieramosca«.

Replicatione de la Motta ad Hettorre Fieramosca.

»Hettorre Fieramosca. Ho inteso quanto per vostre lettere delli 2 di Febraro ne scrivete, replicando, che voi, e vostri compagni di buona volontà avete accettata la querela per me proposta; replicando ancora, non essere stata conveniente a Cavalieri; ma per farne conoscere, che gl’Italiani son huomini, che amano la conservatione del loro honore, che state parati a sostentar di buon animo le cento corone per ciascuno, le armi, e cavalli: Vi rispondo, senza più replicar, che io, e miei compagni siamo similmente paratissimi a difendere le nostre cento corone, arme, e cavalli per ciascuno da nostra banda, così bene come voi. In quanto a quello che mi scrivete, che quando io haverò mandato i nomi de’ Gentilhuomini, che pretendono combattere con voi, che manderete i nomi de’ vostri, io vi manderò li nomi Lunedì prossimo futuro, e li ostaggi li manderò Domenica, che serà oggi ad otto in Barletta, e voi li manderete in Ruvo, per ugual suspitione della peste, secondo in vostre lettere scrivete. Del specificare, e nominare il luogo proprio, serà come ho scritto fra Andri, e Corato, la dove combatterono Baiardo, e D. Alonso. Quanto mi scrivete, se oltre la securtà degli ostaggi mi paresse che ’l campo si assecurasse per i Superiori, che lo declari, e proveda da mia banda, che voi provederestivo dalla vostra. Noi manderemo li ostaggi, e manderemo l’assecuramento de Monsignor de la Palizza nostro Superiore in questa banda, e promettemo la fè nostra, che da nostra banda non ci serà inganno, ne soverchiaria alcuna, ne da questa gente d’armi che sono da qua sotto lo governo di Monsignor de la Palizza, ne di tutti gli altri che sono al servizio del Christianissimo Re in questo Regno: E similmente ne manderete voi l’assecuramento de’ vostri Superiori, e prometterete la fè vostra, non c’esser inganno, ne soverchiaria alcuna delle genti che servono li Cattolici Re, e Regina in questo Regno. Del numero delli tredici, ne scrivete, ne piace. Del dì del combattere, che vi havemo scritto, che saria stato alli undici del presente, non pensavo fosse stato il Sabbato, nel qual giorno alcuni di nostri hanno divotione, e desiderano guardarlo, e così la Domenica communemente la guardaremo tutti; si che non dispiacendovi, serà Lunedì, che seranno li tredici del presente mese di Febraro. Ne declararete quanti Giudici volete siano per banda, per vedere, e come volete che vengano armati, o disarmati, il tutto ne darete per aviso — Da Ruvo a 5 di Febraro 1503 — la Motta.

Lettere de la Motta ad Hettorre Fieramosca.

»Hettorre Fieramosca. Perchè, come vi ho scritto, hoggi che è Lunedì, mandarvi li nomi de’ Gentilhuomini, che seranno del nostro combattere, ve li mando, e sono questi — Marco de Frange — Giraut de Forzes — Gran Jan de Aste — Martellin de Sambris — Pier de Ligie — Jacobo della Fuontiena — Eliot de Baraut — Giovan de Landes — Saccet de Saccet — Francisco de Pisa — Jacopo de Guigne — Nanti de la Frasce — Carles de Togues, detto Monsignor de la Motta — Et avisarete per vostre lettere, e mandarete i nomi de’ vostri, e de quanti ostaggi volete che mandiamo da vostra banda, e ne manderete al presente la sicurtà dell’ostaggi, acciò possano venire sicuramente, e per quello ne porterà sicurtà de’ nostri, ve manderemo la sicurtà de’ vostri ostaggi, e per loro la sicurtà de vostra banda, e senza altro scrivere, lunedì che saranno li tredici del presente, ne troverete nello loco nominato nelle mie lettere — Da Ruvo a 6 di Febraro 1503 — la Motta.

Lettere di Hettorre Fieramosca di Capua.

»La Motta. Ho ricevuto due vostre lettere date in Ruvo a cinque, et a sei del presente, nelle quali havete mandato li nomi delli huomini pretendono combattere, e scrivete la prorogatione della giornata alli tredici del detto mese, e che manderete i vostri ostaggi domenica prima che verrà, per quelli manderete la sicurtà di tutta vostra banda, e che io, e miei compagni habbiamo a mandare i nostri ostaggi in Ruvo, per evitare la suspition della peste, e con loro la securtà de nostra parte, e specificate lo proprio loco infra Andri, e Corato, dove combatterono Don Alonso, e Baiardo, e che oltre li ostaggi, manderete lo assecuramento di Monsignor della Palizza vostro superiore, e promettete la fè vostra, che da vostra banda non serà inganno, ne soverchiaria alcuna, ne da questa gente d’armi che sono quà sotto lo governo di Monsignor della Palizza, ne da tutte le altre genti, che sono al servitio del Cristianissimo in questo Regno: E che similmente noi debbiamo mandare lo assecuramento, e nostra fè, che non ci sia inganno, ne soverchiaria alcuna de tutte le genti d’armi delle Cattoliche Maestà Re, e Regina in questo Regno. Et oltre di ciò dicete, che s’habbia a declarare quanti Giudici si hanno da eligere per banda, e che per quelli porteranno la sicurtà de’ vostri ostaggi manderete la sicurtà de’ nostri. E finalmente concludete, che senz’altro scrivere, lunedì che saranno i tredici del presente, vi troverete nel luogo nominato in vostre lettere; et io volendo corrispondere a vostre requisitioni, vi mando particolarmente i nomi de’ miei compagni che siamo al numero di tredici, e son questi — Guglielmo d’Albamonte — Mariano d’Abignenti da Sarno — Francisco Salamone — Giovanni Capoccio da Roma — Marco de Napoli — Giovan de Roma — Lodovico d’Abenavole de Capua — Hettorre Romano — Bartolomeo Fanfullo — Romanello — Riczio de Parma — Moele de Paliano — Fieramosca di Capua — Et anco mandamo guidatico, et assecuramento per li ostaggi vostri, che possano venire in Barletta, e per lo presente (come havete offerto) mandarete simil guidatico, et assecuramento per li ostaggi nostri, che si possano condurre in Ruvo: Et in lo modo, et ordine, che manderete li ostaggi vostri in Barletta con la sicurtà di Monsignor de la Palizza, e de tutta vostra banda, mandaremo nostri ostaggi in Ruvo, con lo assecuramento del Signore Don Diego de Mendozza, e de tutta nostra banda: e promettemo nostra fè, che da nostra banda non sarà inganno, ne soverchiaria alcuna da questa gente d’armi, nè da tutte altre che sono al servizio delle Cattoliche Maestà in questo Regno. Dell’elettione delli Giudici, sapete che bisogna, siano huomini per tal officio, di conditione, prattichi, et esperti, però quando avisarete distintamente la elettione da voi fatta, io, e miei compagni provederemo a tale effetto oportunamente, e vi avisaremo de nostra elettione, et avertite che gli huomini, che han da venire a vedere, siano di ugual numero così dalla parte vostra come dalla nostra, e se deve declarar, et determinar per li Superiori, che assecurano il campo. Potrete dunque far opera, che Monsignor de la Palizza habbia a significarlo al Signor D. Diego de Mendozza, e per commune loro disposizione s’habbia a declarare quanti han da venire dall’una, e l’altra parte. Che finalmente concludeti, che senz’altro scrivere, Lunedì che saranno li tredici dell’instante mese, vi trovarete al luogo destinato dalle vostre lettere: Vi rispondo, che in la medema forma, io, e miei compagni, compareremo con li cavalli copertati, e con le persone nostre armate de tutt’armi, con lanze, spade, stocchi, et altre armi manuperabili, a sostentar, e difendere, secondo ho scritto per altre mie lettere — Da Barletta a dì 7 di Febraro 1503 — Hettorre Fieramosca«.

E ’l tenor dell’assecuramento del Signor D. Diego de Mendozza siegue in tal modo.

»Don Diecus de Mendozza Serenissimarum, et Catholicarum Majestatum armorum Capitaneus etc.

»Perchè Hettorre Fieramosca, e suoi compagni al numero di tredici Italiani ne haveno fatto intendere doverno comparere in la giornata deputata per la Motta, et altrettanti suoi compagni Francesi, quai pretendono combatter contro essi Italiani in lo campo intra loro specificato, fra Andri, e Corato, e per segurtà dell’una, e l’altra parte se haveno da mandare ostaggi reciprocamente, et acciò quelli seran mandati per la Motta, e suoi compagni Francesi, non abbiano a dubitare di pater molestia, pericolo, ne detrimento alcuno. Per tenor della presente, sub verbo, et fide nobilium, guidamo, ed assecuramo li Gentilhuomini, che per li predetti la Motta, e suoi compagni seranno destinati per ostaggi, che possano venir liberi, e securamente in Barletta, e commorar in detta Terra, secondo la forma de loro obbligationi, e conventioni; e dopoi detti ostaggi possano ritornare in Ruvo senza impedimento, ne danno alcuno in loro persone, ne in robbe, declarando a tutti, e singoli Capitanei, stipendiarii, soldati, pedoni, et altre genti d’armi suddite delle Cattoliche Maestà, et imponendoli da parte di quelle, che debbiano osservare alli predetti ostaggi la presente forma di guidatico, e salvocondotto, juxta sua serie, e tenore, e così nello venire di detti ostaggi in Barletta, e commorar in detta Terra, come ancora nel ritornare in Ruvo. Non facendo il contrario per quanto ciascuno desidera evitare l’ira, et indignatione di dette Cattoliche Maestà, et evitare la pena della vita. E per declaratione della verità, cautela, e securtà di tutti ostaggi havemo spedite le presenti subscritte di nostra propria mano, e con la impressione del nostro solito sigillo — Di Barletta a 7 di Febraro 1503 — Don Diecus de Mendozza.

Lettere de la Motta responsive ad Hettorre.

»Hettorre Fieramosca. Ho ricevuto vostre lettere, e quelle intese, e rispondo hoggi, che sono li undici del presente mese di Febraro risolutamente, come per voler effettuar, e mandar lo negotio a porto, vi mando li presenti Gentilhuomini per ostaggi da nostra banda, quai sono Monsignor de Musnai, e Monsignor Dummoble, a tal che con securtà possiate venire. Perloche voi manderete i vostri ostaggi per nostra securtà, acciò con gratia di nostro Signore Iddio lunedì primo che saran li tredici del presente mese, ambe le parti si possano condurre in lo loco appontato, dove combattero Monsignor Baiardo, e D. Afonso fra Andri, e Corato. E perchè in dette lettere ci dimandate l’assecuramento dell’Illustre Monsignor della Palizza nostro Superiore, a sua Illustre Signoria non have parso di farlo; Però vi dicemo, che senza dubio alcuno vogliate liberamente venire, che vi promettemo la fè nostra, possate securamente venire, che ne da noi, ne da nostra banda, ne da gente, sono in questo Regno al servitio della Cristianissima Maestà, vi sarà usata soverchiaria alcuna, dovendovi donar il campo sicuro; E quando dubitassivo dell’opposito, e si facesse soverchiarla, da mò ci donamo per vostri prigioni: E dovendosi far questo medesimo per voi, ne prometterete, per voi, e vostre bande, e tutte genti sono in questo Regno per servizio delle Cattoliche Maestà Re, e Regina d’Ispagna. E volendo dar effetto al sopradetto, non ci accade altra securtà, ne dilation di tempo, per havermo una con miei compagni in detto tempo deliberato in detto luogo comparere con li cavalli copertati, e nostre persone armate de tutte arme necessarie, dovendovi trovar in detto luoco, e dì alle dieceotto hore, o vero avante, acciò s’habbia tempo di posser eseguire i nostri desiderii, fandovi intendere, che noi condurremo là quattro Giudici eletti da nostra banda, e tredici altri huomini ne condurranno li cavalli, e sedici Gentilhuomini verranno à vedere, per li quali tutti prenominati non vi sarà altro che porti armi, eccetto noi deputati al combattere, e li quattro Giudici, e li altri Gentilhuomini verranno a vedere, e li ventisei che meneranno li cavalli, e condurranno l’elmetti, veneranno disarmati; Però vi dicemo, se volete, tutti li sopradetti vengono in nostra compagnia à detto numero, se hanno da comprendere nel medesimo assecuramento, come noi altri: E volendo voi condurre altrettanti in simil modo dal canto, e banda vostra, declaramo se intendano nel medesimo assecuramento per noi, e nostra banda, venendono in vostra compagnia. Ancora vi mandamo li nomi delli Giudici, secondo qui da basso vederete notati — Da Ruvo à gli 11 di Febraro 1503 — La Motta — Li nomi delli Giudici sono questi — Monsignor de Bruglie — Monsignor de Murabrat — Monsignor de Bruet — Etum Sutte.

El tenor dell’assecuration de Monsignor della Palizza siegue in tal modo.

»Jacobus de Cabannes Dominus Politico Christianissimi Regis Zamburlanus, ac Provinciarum Terræ Bari, et Aprutii Gubernator. Perche la Motta, e suoi compagni al numero di tredici, ne han fatto intendere doverno comparere in la giornata deputata per essi, et altrettanti Italiani, à causa che pretendono combattere in lo campo specificato fra Andri, e Corato, e per securtà dell’una, e dell’altra parte si devono mandar l’ostaggi reciprocamente, et acciò quelli seranno mandati da Hettorre Fieramosca, e suoi compagni, non abbiano a dubitar di patir molestia, pericolo, ne detrimento alcuno. Per tenor della presente sub verbo, et fide nobilium, guidamo, et assecuramo due Gentilhuomini, e tre famegli per uno, che per li predetti Hettorre, e suoi compagni seranno destinati per ostaggi, che possano venire liberi, e sicuri in Ruvo, e commorar in detta terra, secondo la forma de loro obligatione, e conventioni; E dopoi detti due ostaggi, e famegli ritornar in Barletta senza impedimento alcuno, o danno in loro persone, e robbe, declarando a tutti, e singuli Capitanei, stipendiarii, e soldati della Cristianissima Maestà, et imponendoli da parte di essa, che debbiano osservar alli predetti ostaggi la presente forma di guidatico, e salvocondotto juxta la sua serie, e tenore, così nello venir di detti ostaggi in Ruvo, e commorar in detta terra, come ancora nel ritornar in Barletta, non fando lo contrario, per quanto ciascuno desidera evitar l’ira, et indignatione di detta Maestà, e fuggir la pena della vita. E per declaration della verità, cautela, e securtà di detti ostaggi, havemo espedita la presente securtà di nostra propria mano, e con la impression del nostro solito sigillo — Da Ruvo alli 11 di Febraro 1503 — Cabannes — Dominus Gubernator mandavit mihi Joanni Nicolao Mandatario.

Lettere d’Hettorre responsive à la Motta.

»La Motta. Per vostre lettere dell’undeci del presente mese di Febraro, qual ho ricevute nel medesimo dì ad hora tarda, hò visto che scrivete, che per voler effettuar la causa a porto, mandate li Gentilhuomini per ostaggi da vostra banda, cioè Monsignor de Musnai, e Monsignor Dummoble; e che noi habbiamo a mandar nostri ostaggi per securtà vostra; et havete mandati li nomi delli Giudici, per voi eletti, cioè Monsignor de Bruglie, e Monsignor Murabrat, e Monsignor de Bruet, Etum Sutte; e che à Monsignor della Palizza vostro Superiore non ha parso voler far lo assecuramento, significandone, che in vostra compagnia verranno tredici persone, che ve porteranno li elmetti, e tredici altri, che vi porteranno li cavalli, e che oltre li predetti verranno sedici Gentilhuomini a vedere. Respondemo che mandamo li nostri ostaggi, e sono Angelo Galeoto Gentilhuomo Napolitano, et Albernatio Gentilhuomo Spagnuolo, e per vostra cautela con loro la securtà dell’Illustrissimo Gran Capitano per lo campo per voi, e vostri compagni, per tredici persone vi porteranno l’elmetti, e tredici altri vi condurranno vostri cavalli, e per li quattro Giudici da voi eletti, e nominati in vostre lettere de cinque dell’instante. E perchè sapete apparer per vostre lettere, per le quali dichiarastivo, che manderestivo l’assecuramento del campo di Monsignor de la Palizza vostro Superiore, et anco per vostre lettere de sei del presente scrivete che Domenica prima futura manderestivo li ostaggi, e per loro la securtà de tutta nostra banda, e che noi similmente dovessimo mandar nostri ostaggi, e per loro la securtà de nostra banda. Però stamo in gran admiratione, che non abbiate adempito il tenor de vostre lettere, massime circa il mandar dell’assecuramento predetto del campo, e di tutta vostra banda, insieme con li vostri ostaggi. E che al presente allegate non parer à Monsignor de la Palizza far detto assecuramento del campo, essendo cosa tanto debita, e necessaria, e per voi offerta, e declarata, ne date causa d’admiratione, e suspitione; et ancora havete lasciato di mandar l’assecuramento delli Giudici per noi eletti, quai sono Messer Francesco Zurlo, Messer Diego de Vela, Messer Francesco Spinola, e Messer Alonso Lopes. E perche non dovete ignorare, che li assicuramenti del campo, e delli Giudici sono delli principali, e più necessarii provedimenti, che si richiedono in tal causa. Per tanto replicamo per le presenti che vogliate mandare el predetto assecuramento del campo de Monsignor de la Palizza, come per vostre lettere havete scritto, et ordinato, e con l’assecuramento delli Giudici, nello modo, e forma, che insieme con lo presente noi mandamo a voi dell’Illustrissimo Signor Gran Capitano per maggior vostra cautela, declarandove, che siamo contenti dell’assecuramento de Monsignor de la Palizza per evitar ogni calunnia, et à tal effetto questa sera ne conduremo in Andri. Quanto alla parte, che scrivete, che verranno con voi sedici altri Gentilhuomini a vedere. Rispondemo che lo Illustrissimo Signore Gran Capitano hà prohibito, et espressamente comandato, che non debbiamo condurre, ne admettere in nostra compagnia, eccetto tredici persone, che porteranno li elmetti, tredici altre, che conduranno li cavalli, e quattro Giudici disarmati, come spetta à loro officio, secondo la continentia dell’assecuramento fatto dal Illustrissimo Signor Gran Capitano, qual ve mandamo, e non possemo in alcun modo presumere altramente — Da Barletta à 12 di Febr. 1503 — Hettorre Fieramosca.

El tenor dell’assecuramento dell’Illustrissimo Signor Gran Capitano segue in tal modo

»Consalvus Fernandus Dux terræ novæ Serenissimarum, et Catholicarum Majestatum Regis, et Reginæ Hispaniæ, Siciliæ citra, et ultra Farum, Hierusalem etc. in hoc Regno Locumtenens, et Capitaneus etc. Perchè Hettorre Fieramosca, e suoi compagni al numero di tredici, alla giornata deputata da la Motta, et altrettanti suoi compagni Francesi pretendono combattere tra loro nello campo specificato fra Andri, e Corato, nello luoco, dove combatterono D. Alonso, e Baiardo; Et oltre la cautela dell’ostaggi reciprocamente prestiti, e guidati per l’Illustrissimo D. Diego de Mendozza, bisogna l’assecuramento del campo; Donde noi per maggior efficacia per tenor della presente declaramo per quanto spetta alla banda del prenominato Hettorre, e suoi compagni Italiani, authoritate qua fungimur delle Cattoliche, e Serenissime Maestà assecuramo detto luogo fra Andri, e Corato, dove combatterono detti Don Alonso, e Baiardo per tutta la predetta giornata, che seran li tredici dell’instante mese di Febraro, statuita per detti Francesi, che da nullo stipendiario, Capitano, armigero, pedone, gente d’armi, et altri sudditi delle Cattoliche Maestà di qualunque conditione, e stato, per alcun modo serà dato impedimento, molestia, ne perturbatione alli predetti la Motta, e suoi compagni Francesi, et à tredici persone, che porteranno loro elmetti, e tredici altri che condurranno loro cavalli: e similmente guidamo, et assecuramo Monsignor de Bruglie, Monsignor de Murabrat, Monsignor de Bruet, et Etum Sutte Giudici eletti per li prefati la Motta, e suoi compagni Francesi, acciocche con Messer Francesco Zurlo, Messer Diego de Vela, Messer Francesco Spinola, et Alonso Lopes Giudici eletti per li prenominati Hettorre, e suoi compagni con nostra volontà, consenso, et autorità, possano giudicare, e pienamente esercitare loro officio. Comandando, ordinando, et imponendo da parte delle Cattoliche Maestà, e nostra, a tutti, e singoli Capitanei, armigeri, stipendiarii, soldati, pedoni, gente d’armi, et altri sudditi delle Cattoliche Maestà, di qualsivoglia condition, e grado che niun debbia per alcun modo directe, vel indirecte, tacite, vel expresse, dare impedimento, molestia, e peturbatione, ne usare alcuna perturbatione, o soverchiarla al detto combattere, ne infringere, o vero contravenire al presente assecuramento, immo quello inviolabilmente osservare, secondo la sua serie, e tenore, non fando lo contrario, per quanto ciascuno desidera evitar l’ira, et indignatione delle Cattoliche Maestà, e fuggire la pena della vita. In cujus rei testimonium, ac securitatem, et cautelam, quorum interest, havemo fatto le presenti lettere suscritte di nostra propria mano, con la impression del nostro solito sigillo — Datum in Barletta alli 11 di Febraro 1503 — Consalvus Ferrandus«.

Radunati insieme li tredici Cavalieri Italiani in Andri, et ivi con loro, Prospero Colonna, e ’l Duca di Termoli, et altri Cavalieri Italiani, e Spagnuoli la domenica di sera alli dodeci del mese, fu conchiuso, che senz’altro lo lunedì seguente, ch’era la giornata deputata con lo nome del Signor Iddio si dovessero presentar al campo: Ma perche mai si può far cosa alcuna per l’huomini senza il favor del Signor, che ’l tutto vede, et opera, lo lunedì matino li tredici Cavalieri accompagnati da gli prenominati andarono alla messa devotissimamente, volendo procedere in una cosa di tanta importanza, e fama christianamente, e con sollennità di religione, sperando non per questo haverseli aggiungere più animo di quel che haveano, ma da un tal debito, et honor restar confirmatissimi in quello haveano deliberato. E così communicato il Prete, al fin della messa, lo Hettor Fieramosca andò da Prospero Colonna, e lo pregò li concedesse, posser richiedere li suoi compagni d’un sollenne giuramento, lo che piacque al Prospero Colonna: e così Hettor se voltò a suoi compagni, humanissimamente pregandoli gli piacesse giurare quel medesimo, che lui giurava, al che risposero quei Cavalieri, ch’eran contentissimi seguirlo in ogni fortuna. Lui se inginocchiò avanti l’altare, dove il Prete ancor diceva la messa, e poste le mani gionte sopra l’Evangelio giurò ad alta voce, voler prima morire, che uscir dal campo per sua volontà, altro che vincitore, e prima eligersi la morte, che mai rendersi per vinto con sua bocca; e poi vedendo alcuni de’ suoi compagni haver bisogno d’ajuto, far in tal caso, come desiderasse, fosse fatto in persona sua, per ricuperation de’ suoi compagni, ancorchè sapesse di perder la vita. Fatto tal giuramento diede luogo a gli altri, quai di buona voglia fero il simile giuramento, et anco di stare ad un volere, ad un’eseguire, per quanto la buona sorte, e forza di ciascuno bastasse. Partiti dalla messa, se n’andaro alla stanza di Prospero Colonna, dove fero giontamente colatione, e poi se n’andorno allegramente ad armare, et armati montorno à cavallo, havendo aspettato lo salvo condotto che doveva mandar la Motta, e così s’avviaro nell’ordine che segue; ma perchè l’assecuramento promesso da Monsignor de la Motta non era venuto, for tutti di parere che se ne dovessero protestare, e fu fatta la protestation infrascritta.

Protestation fatta per Hettorre Fieramosca, e suoi compagni.

»In Dei nomine amen. Anno a nativitate Redemptoris nostri Jesu Christi millesimo quingentesimo tertio. Pontificatus vero Beatissimi in Christo Patris, et Domini nostri Domini Alexandri divina providentia Papæ Sexti Anno XI. die vero 13 mensis Februarii in civitate Andri. In presentia di me Antonio de Musco Apostolica authoritate publico Notario, e dell’infrascritti testimonii. Per lo presente pubblico documento facemo noto, e manifesto come essendo comparso avante di noi lo magnifico Hettorre Fieramosca, tanto per suo proprio nome, quanto per l’infrascritti suoi compagni circostanti, e consentienti che sono Guglielmo Albamonte Siciliano, Francesco Salamone Siciliano, Gioan Capocci da Roma, Marco Corallaro da Napoli, Giovanni Braccalone da Roma, Lodovico d’Abenavole da Capua, Hettor Giovenale Romano, Bartolomeo Fanfulla da Parma, Romanello da Forli, Pietro Riczio da Parma, Mariano d’Abignenti da Sarno, e Moele da Paliano, e dice che Carles de Togues titolato la Motta Francese per sue lettere dirette ad esso Hettorre have declarato, che mandaria lo assecuramento del campo spedito per Monsignor de la Palizza suo superiore, e che dopoi el prefato Carles la Motta per altre sue lettere have scritto ad esso Hettorre, per le quali allegava non haver parso à Monsignor della Palizza far detto assecuramento, nondimeno per esso Hettorre essere stato replicato a la Motta, per lettere, che quello sapea apparere per due sue lettere de cinque, e de sei del detto mese, haver promesso l’assecuratione del campo, e de tutta sua banda, e che al presente allegasse non parer à Monsignor de la Palizza far detto assecuramento del campo, essendo cosa tanto debita, e necessaria, e per esso la Motta offerta, e declarata, dava causa admiratione, e suspitione ad esso Hettorre, e suoi compagni. E considerando, che l’assecuration del campo, e delli Giudici sia uno delli principali, e più necessarii, et oportuni provedimenti, che se richiede in lor causa: Però de nuovo fa istanza al prefato Carles, che debbia mandar l’assecuramento predetto del campo, e delli Giudici eletti per esso Hettorre, e compagni, secondo la forma dell’assecuration qual essi mandavano al prefato Carles la Motta e suoi compagni, espedita per l’Illustrissimo Sig. Gran Capitano Luogotenente Generale delle Cattoliche Maestà per assecuramento di detto campo, e delli Giudici eletti per lo detto Carles, e suoi compagni: Declarando ancora, che se contentavano esso Hettorre, e suoi compagni del detto assecuramento, se dovesse far da Monsignor de la Palizza, per quietar ogni calunnia, notificandoli, che per abbreviar il camino, la sera se conduccano in Andri, aspettando lo assecuramento, aviso, e requisition d’esso Carles la Motta; Essendo esso Hettorre, e suoi compagni in tal espedition armati, ad ordine, e pronti, si protestano, che non sia attribuita à loro negligentia, o mora, ne ad alcuna tergiversazione; ma solo si debbia imputare à detto Carles. E standosi in tal protestatione, essendo circa diecesette hore, sopragiunse il Trombetta destinato da la Motta, e consegnò al detto Hettorre, e compagni l’assecuramento de Monsignor de la Palizza; Dopo della recettion del quale, subito detto Hettorre, e compagni, senza perdere alcun momento di tempo si posero in camino a comparer al campo, richiedendo me sopradetto Notario, che delle cose predette, hora, tempo, e recettion di detto assecuramento, e della celerità del partir loro al comparir in detto campo, et altri gesti, ne dovesse far publico documento, in testimonio della verità. Donde io predetto Notario, volendo sodisfar alla predetta richiesta, come giusta, e ragionevole, de tutte le prenarrate cose, ho fatto lo presente publico documento, à chiarezza della verità scritto de mia propria mano, e roborato del mio solito segno, essendo presente nel medesimo luogo l’Illustrissimo Marco Antonio Colonna, Giovanne Carrafa Conte di Policastro, li Magnifici Indico Lopes Hiala, Gismundo de Sanguine, e Martin Lopes, Testimonii rogati alle cose predette«.

El tenor dell’assecuration di Monsignor de la Palizza siegue in tal modo

»Jacobus de Cabannes Dominus Palitiæ Christianissimi Regis Zamburlanus, ac Provinciarum terræ Bari, et Aprutii Gubernator etc. Perchè la Motta, e suoi compagni al numero di tredici Francesi, han da comparire alli tredici del presente mese di Febraro alla giornata deputata per Hettor Fieramosca, e tanti altri suoi compagni Italiani, pretendenti combattere contro esso la Motta, e compagni in lo campo fra loro specificato fra Andri, e Corato, in lo luoco, dove combattero D. Alonso, e Baiardo, et oltre la cautela delli ostaggi reciprocamente prestiti, e guidati per noi, e lo Signor D. Diego de Mendozza, bisogna l’assecuramento del campo: Onde noi per maggior efficacia, per tenor della presente declaramo, per quanto spetta alla banda del prenominato la Motta e compagni Francesi, authoritate qua fungimur del Christianissimo Rè, assecuramo detto luogo fra Andri, e Corato, dove combattero D. Alonso, e Baiardo per tutta la giornata delli tredici dell’instante mese di Febraro, statuta per detti Italiani, che da nullo Capitanio, armigero, stipendiario, pedone, gente d’armi, e sudditi della Cristianissima Maestà, de qualunque condition, e stato, in alcun modo non serà dato impaccio, impedimento, molestia, ne perturbation alcuna alli predetti Hettorre Fieramosca, e compagni Italiani, et alle tredici persone, che porteranno loro elmetti, et a tredici altri che conduran loro cavalli, e similmente guidamo, et assicuramo Messer Francesco Zurlo, Diego de Vela, Messer Francesco Spinola, et Alonso Lopes, Giudici eletti per li prenominati Hettorre e compagni, acciocchè insieme con Monsignor de Bruglie, Monsignor de Murabrat, Monsignor de Bruet, et Etum Sutte, Giudici eletti per li predetti la Motta, e suoi compagni, con nostra volontà, consenso, et autorità possano giudicare, et esercitare pienamente lor officio; Comandando, imponendo, et ordinando da parte della Christianissima Maestà, e nostra, à tutti, e singoli Capitanei, armigeri, stipendiarii, pedoni, gente d’armi, e sudditi della Christianissima Maestà di qualunque conditione, e grado, che nessuno debbia per alcun modo directe, vel indirecte dar impedimento, o molestia, perturbatione, o nocumento alcuno, ò vero usare soverchiaria alcuna al detto combattere, ne infringere, e contravenire al presente assecuramento, immo osservar quello, secondo la sua serie, e tenore, non fando il contrario, per quanto ciascuno desidera evitare l’ira, e la indignatione della Christianissima Maestà, e fuggire la pena della vita. In cujus rei fidem, et testimonium, ac securitatem, et cautelam quorum interest, havemo fatte le presenti lettere suscritte di nostra propria mano, e con la impression del nostro solito sigillo — Da Ruvo à 12 Febraro 1503 — Cabannes — Dominus Gubernator mandavit mihi Joanni Nicolao Mandatario«.

Ordine del procedere che fè nell’andar al campo Hettorre Fieramosca, e compagni Italiani, e del combattimento, e vittoria conseguita.

Partendo da Andri Hettorre Fieramosca, e compagni per comparer al campo, procedevano nel modo che segue. Primo andavano tutti li tredici cavalli delle persone, portati da tredici Capitani de’ fanti, l’uno appò l’altro, con debito intervallo, copertati, et armati secondo il bisogno richiedea. Dopoi col medesimo ordine seguitavano li combattitori a cavallo, armati di tutte armi da gli elmetti in fuora. Seguivano appresso loro tredici Gentilhuomini, che portavano gli elmetti, e le lanze delli prenominati combattitori, e continuavano il camino verso detto campo; et essendo vicino a quello un miglio, trovaro quattro Giudici Italiani, quali fero intendere ch’erano stati insieme con quattro Giudici Francesi, e che haveano segnato il campo, et ordinati li patti del combattere, ma che li combattitori Francesi insino a quell’hora non erano gionti, onde parve ad Hettorre, e compagni procedere avanti, e condotti vicino al campo ad un mezzo tiro di balestra, Hettorre, e compagni smontaro da cavallo, e fatta oratione al Motor di sù, dopoi Hettorre parlò a suoi compagni nel modo, che segue.

Oratione d’Hettorre à suoi compagni.

»Compagni, e Fratelli miei: Se io pensassi che queste mie poche parole vi dovesser aggiunger più animo che quel che dalla natura vi è concesso, certo m’ingannarei, havendo visto voi per insino a qui allegramente esser condotti à questa sì magnanima impresa, e demostrato chiaramente quell’animo, che da qualsivoglia coraggioso Cavaliero si mostrerebbe in simil caso: Ond’io, conoscendo il valor vostro esser sì grande, e fermo in questo nobile esercitio, per esser sol di voi stata fatta honorabile elettione, son in tutto sodisfatto, e contento, ma perchè gl’inimici insino a quì non son comparsi al campo, in questo spatio di tempo, che ne avanza, m’è parso manifestarvi el presaggio dell’animo mio, il quale vi rende certi de indubitata vittoria in questa impresa, vedendovi sì ardenti, e volonterosi a conquistar quell’honore, che Iddio, e la benigna fortuna ne promette. Altri ne tempi passati han combattuto per natural, et inveterata inimicitia, altri per iracondia, alcun altri per ingiuria ricevuta, alcun altri per cupidità di robba, tesori, e stati, e beni di fortuna, altri per amor di donne, e chi per un’occorrenza, e chi per un’altra, secondo che l’occasione se gli porgeva. Voi hoggi combatterete con la buon’hora principalmente per la gloria, ch’è lo più pretioso, et honorato preggio, che dalla fortuna si potesse proponere à gli valenti huomini: Questa vi infiamma, questa vi accompagna all’immortalità, liberandovi da ogni caso di vil morte, fandovi famosi esempi, e perpetue materie de gloriosi raggionamenti appresso li nostri posteri. Oltra di ciò dovete sapere, che non solo portate hoggi questo sì vostro particolar honore in su le vostre braccia, ma insieme con voi, l’honor, e la gloria di tutta la nation Italiana, e nome Latino, e perciò non si manchi per voi ridurla in quell’altezza di fama, che fu al tempo, che diede legge al mondo, e tanto più contra tali, e sì insolenti nemici, da i quali dall’antico tempo siamo stati spesse volte non senza lor gran danno danneggiati, e provocati: Però hoggi gli mostreremo, che sopravive anco in noi quel seme de nostri progenitori, che tante volte gli assuefer à portar il giogo Italiano. E serà questa nostra indubitata vittoria con precedente mal segno della lor futura, e vicina calamità: si che horsù Cavalieri strenuissimi, e fratelli miei, con prospero, e felice augurio avvicinamoci al luogo, dove tal impresa se die seguire; perchè son certo, che saran molto maggiori gli effetti e portamenti vostri, che le mie parole, e la mia gran speranza«. E finito tal raggionamento, e fatta la debita oratione a Dio, montaro à cavallo à detti cavalli copertati, ponendosi ciascuno l’elmetto in su la testa, e le lanze alla coscia, e se avviaro verso il campo.

Dall’altra parte la Motta, e compagni, avendo già inviato l’assecuramento del campo, e de’ Giudici ad Hettorre, dovendo comparire a sì generoso spettacolo, non li parve fuor di proposito intercedere la gratia di nostro Signore, come persone Christianissime, e per tanto accompagnati da Monsignor de la Palizza, et altri Cavalieri Francesi, si conferiro alla Chiesa, e lui ordinò, si dicesse sollennemente la messa, quale fu ascoltata con attenta divotione da tutti; Finita la messa Monsignor de la Palizza, portò la Motta, e suoi compagni, et altri Cavalieri Francesi a sua posada, et ivi con allegrezza si ristororno tutti di conveniente cibo. Dopoi ciascuno de combattenti s’andò ad armare de tutte armi, come el bisogno richiedeva, et armati si radunaro tutti giontamente avanti Monsignor de la Palizza, ove la Motta voltosi a Monsignor detto de la Palizza, e lo supplicò li volesse concedere, che potesse dire alcune poche parole à que’ suoi compagni, lo che volentieri essendoli concesso, cominciò a parlar in tal modo.

Oration de la Motta à suoi compagni.

»Se dall’esperienza, la qual’è maestra di tutte le cose, si può pigliar giuditio, Cavalieri, compagni, e fratelli miei, certo io non dubito, che di questa impresa, della qual hoggi per noi s’ha da far prova, ne riportaremo quell’honore, quella vittoria, che dalle altre insino a questo tempo la nostra nation Francesa ha riportato, e vi dovete ramentar, che gli nostri progenitori più volte han fatto gustar à Romani, che signoreggiorno l’universo, et a tutta la nation Italiana, quanto l’armi Francese in ogni tempo se siano prevalute, e come le armi Francese habbiano difensata la nostra santa fè Christiana, et havuto honor in tutte le battaglie, e giornate insino à questo tempo occorse. Hora non credo, che queste mie parole siano necessarie a farvi acquistar più valore di quel che in voi veggio, e mi rendo certo, che discendete dal medesimo seme di quei nostri antepassati, li quali han lasciata di loro certa fama al mondo. Pur mi è parso ridurvi à memoria tutto questo, acciò ciascun di voi debbia considerare che hoggi sostentaremo con le nostre lanze l’honor di tutta la nostra nation Francesa, e dovemo tutti considerare, che restando noi vincitori di questa impresa come son certo, che con l’ajuto di nostro Signore così sarà, restaremo appresso de tutti nostri posteri sempre vivi, et in tutta questa nostra Provintia d’Europa si raggionerà per tutte l’età della nostra gloria. Horsù, poichè tanto condegno premio se ci promette di questa impresa, vogliamo con lo nostro animo invitto far tutto lo nostro potere d’acquistar tanto premio. E benchè tal vittoria non sia cosa nuova alla nation nostra, havendomo noi havuta di prossimo simil vittoria contra la nation Spagnuola, questa serà più gloriosa, perchè la nation Italiana s’è vantata sempre in questo generoso esercitio d’armi, valer, e posser star a fronte alla nostra nation Francesa. Di modo, che vincendo questa, ne trovaremo vincitori di tutti. Non mi occorre dir altro, perchè son certissimo, che non può mancar, che ciascun de voi farà più che quel ch’in ciò io spero, e desidero«. E qui pose fine al suo ragionamento. E levatosi ciascuno in piedi, s’abbracciorno, e baciorno tutti. E tolto combiato da Monsignor de la Palizza, e da altri Cavalieri Francesi, che ivi se ritrovorno, ciascuno montò à cavallo, e se ordinorno nel proceder in questo modo.

Primo andava un Gentilhuomo Francese, qual portava l’elmetto, e la lanza de Monsignor de la Motta, dopoi seguivano altri dodeci Gentilhuomini, che ciascun de loro portava similmente la lanza, e l’elmetto di ciascun de combattenti, à doi à doi, con debito intervallo, seguivano poi li dodici combattenti armati di tutte armi senza elmetti, similmente de doi in doi, con lo medesimo ordine, et appresso seguiva la Motta solo, dietro a lui gli veniva il cavallo di sua persona, et appresso seguitavano tutti gli altri dodeci cavalli de la persona de gli altri combattitori, de doi in doi, con intervallo debito, portati tutti da Gentilhuomini Francesi, e con tal ordine presero il camino verso il designato campo, et avvicinatisi a quello per un breve spatio, havendo visti gli altri Cavalieri Italiani, ch’erano gionti, e provedevano, e circuivano il campo, smontati da gli cavalli, che portavano, s’inginocchiorno tutti, e fatta con le man gionte verso il cielo la debita oratione, ciascuno si fè allacciar l’elmetto, e montò a cavallo al suo cavallo, e postasi la lancia al debito luogo, con grandissima letitia similmente andorno loro à torno il campo provedendo quello. Dopoi fatto questo si fermorno in un luogo all’opposto, dove stavano gli Cavalieri Italiani. Donde lo Hettorre gli fè intendere, che dovessero entrar loro prima nel campo, perchè così era di raggione: e così la Motta, e suoi compagni Francesi con loro cavalli copertati, et armati, secondo il bisogno, entrorno nel campo, e lo simil fu fatto per li Cavalieri Italiani; e mossi li Francesi da circa quattro passi verso gli Italiani, quelli fer’ il simile verso loro; e non parendo ad Hettorre, e suoi compagni doversi più tardare, se aviaro con lento passo à trovar gli Francesi, e quelli si cominciorno a vicinar in simil modo verso gl’Italiani, et essendo l’una, e l’altra parte lontana da cinquanta passi, cominciorno ad andar di galoppo, et avvicinatisi per spatio di vinti passi li Cavalieri Francesi si partirono in due parti, da una banda sette, e dall’altra sei, e con impeto à tutta briglia andavano verso gl’Italiani, li quai vedendo questo, cinque de loro diero sopra li sei Francesi, e gli altri otto sovra li sette, e postesi le lanze alla resta, s’incontrorno, e per essere stato il spatio pigliato, invalido, spezzorno alcune lanze con poco, o nullo effetto. Pure gl’Italiani furono uniti, e li Francesi in disordine, e postosi per ciascuno mano à gli stocchi, et accette, che portavano, si cominciò la battaglia alla stretta, e combattendosi per l’una, e l’altra parte valorosamente, gli Francesi trovandosi disordinati, for costretti ridursi in un cantone del campo, e con alquanto spatio ripigliare il fiato, con grandissimo impeto andaro verso gl’Italiani tutti gionti, e combattendosi per un quarto d’hora, per la parte Italiana fu posto a terra un Francese nominato Gran Jan d’Aste, il quale havendo ricevute alcune ferite, fu soccorso da gli altri Francesi, sovra il quale restorno tre Italiani, e gli altri valorosamente combattevano contro gli altri Francesi, e stringendosi la battaglia aspramente dall’una, e l’altra banda, for messi a terra due altri Francesi, de’ quali l’uno si nominava Martellin de Sambris, e l’altro Francesco de Pisa, quali si renderono prigioni alli combattitori Italiani. In quel mezzo che la battaglia andava stretta, non mancava Hettorre con parole, e con fatti soccorrere sua banda, e dove vedeva il bisogno, e lo medesimo si faceva per la Motta, ciascun di loro dando animo a soi compagni, come si conveniva, e durando la battaglia in tal guisa, fur feriti dui cavalli a dui Italiani, l’uno nominato Moele da Paliano, e l’altro Giovanni Capoccio da Roma, i quali dismontorno a piè, e l’un de loro pigliata una lanza, che trovò ivi nel suolo del campo, l’altro uno scheltro[296] che lui aveva, si defensavano molto bene dall’impeto Francese, essendo già soccorsi da gli altri Italiani, quai con loro cavalli havendoli attorniati, non comportavano che quei fossero punto danneggiati da la Cavalleria Francesa. Gran Jan d’Aste, il quale prima era stato posto a terra, trovandosi ferito, ne potendosi più difendere, come havea fatto, e bene, similmente si rendio prigione alla parte Italiana: Donde Hettorre vedendo, che la parte Francesa era cominciata ad inclinare per la perdita de gli tre compagni, con coraggioso animo fatto un corpo con gli altri compagni, di novo assaliro li detti Francesi remanenti, nel qual impeto abbattero a terra un altro Francese nominato Nantì de la Frasce, et un altro per nome Giraut de Forzes uscì dal campo, e foro ambidui prigioni: Di modo che gli Italiani vedendosi la fortuna fautrice di nuovo ristretti insieme, e fatto impeto si avventaro adosso alli otto Francesi, quai valorosamente combattendo, fu buttato a terra la Motta, il quale rizzatosi in piedi con l’ajuto de’ rimanenti cavalli Francesi, si difendeva molto bene: E combattendosi fu pigliato prigione Saccet de Saccet similmente Francese. Successe che uno de gli Italiani seguitando un Francese, il cavallo uscì fuora del campo; gli altri Italiani fra poco spatio cacciaro un altro Francese, et uno di quei Italiani, ch’erano a piè fù ferito d’una stoccata in faccia, et un altro Italiano combattendo fu trasportato per alquanto spatio dal cavallo fuora del campo. E combattendosi più fervidamente, fu da Hettorre per forza gagliardamente cacciato dal campo la Motta, qual si trovava à piè, et un altro Francese combattendo, e trovandosi astretto da gli cavalli Italiani, fu necessitata per suo scampo smontar, e combattere a piè, e mentre che la battaglia andava in tal modo, un altro Italiano fu ferito d’una stoccata nella coscia che ce la passò dall’una all’altra banda. Gli altri Italiani, vedendo che si trovavano di gran lunga superiori, con maggior animo combattendo, cacciaro del campo un altro Francese, rimanendone solamente tre, de li quali doi se ne trovavano a cavallo, et uno a piè, benchè valentemente se defensassero, pure li doi a cavallo, non potendo resistere à tanto numero di combattenti Italiani, et al lor vigore, l’uno si rendio prigione, e l’altro fu per forza cacciato dal campo, restandovi solo quell’a piè, il quale fuggendo per il campo, hebbe tante ponte di stocchi, e colpi d’accette, che non potendo resistere, gli fu forza rendersi prigione, e fu cavato fuori del campo.

Restando la vittoria di tal impresa à gli Italiani, i quai una con Hettorre ritrovandosi nel colmo di tanta gloria lieti, per spatio di mezz’hora andaro correndo per il campo con giubilo di suono di tante trombe, et altri istromenti di guerra, che humana lingua no ’l potria esprimere, e così con la medesima letizia s’accinsero al camino verso Barletta, gloriosi di una tanta vittoria, et Hettorre ordinò che nel caminare si dovesse procedere in tal modo. Volse che li prigioni Francesi fussero posti a cavallo, e menati da tante persone particolari a piedi con la briglia in mano. Dopoi seguiva lui con lo elmetto in testa, et armato tutto, et appresso ad esso seguivano tutti gli altri vincitori l’uno poi l’altro con debita distantia, similmente armati, e con l’elmetto in testa, e con la solita gravità Italiana, e modesta allegrezza, caminando alla volta del Gran Capitanio Consalvo Fernando, il qual venia ad Andri ad incontrarli, havendo havuta la nuova di tanta vittoria. Appresso loro venivano i Giudici Italiani da doi in doi, e poi da tre in tre gli altri Capitani, e Gentilhuomini che havean condotti li cavalli, e l’elmetti, e le lanze à detti vincitori. E così caminando s’incontrorno con Prospero Colonna prima, e co ’l Duca di Termole, che venivano per honorar li vincitori, dove gionti insieme, et alzate le visiere degli elmi, strettamente si abbracciorno, e baciorno tutti, et à pena si poteva satiare di tanta commune allegrezza, e con tal gratulatione, e sommo piacere passando più oltre se li fè incontro D. Diego de Mendozza, e molti altri Cavalieri Spagnuoli, et Italiani tutti allegrandosi di tanta honorata vittoria. In ultimo gli venne incontro il Gran Capitanio à cavallo ben in ordine con tutta la gente d’armi da una banda, e la fanteria dall’altra, il quale affrontandosi con Hettorre, con allegrezza inestimabile gli disse queste parole. Hettorre hoggi avete vinto li Francesi, e noi altri Spagnuoli, volendogli significare che per Hettorre, e compagni in quella giornata era stata ricuperata, e confirmata la riputation Italiana, e tolta la gloria di mano all’una, et all’altra natione: E così abbracciati un per uno tutti gli altri vincitori con maravigliosa letitia, sparò subito un concento di trombe, tamburri, artabelli, et altri bellicosi instromenti con gridi mirabili, ciascuno dicendo, Italia Italia, Spagna Spagna, e così tutti quelli altri Cavalieri, e Gentilhuomini di stima, che si trovorno ivi presenti si fer inanti à gli vincitori, fandoli honore, e dimostrandoli segno d’infinita allegrezza. Dopoi il Gran Capitanio con Hettorre alla sua destra, seguendo gli altri vincitori con debito ordine accompagnati da tutti quei Cavalieri Italiani, e Spagnuoli, e tutto il rimanente dell’esercito, honorevolmente voltò alla volta di Barletta, et essendo sopravenuta la notte, se ne introrno in Barletta, dove fu fatta tanta dimostratone di letitia, e festa, che non vi rimase campana, che non fusse toccata à segno d’allegrezza, ne pezzo d’artigliaria vi fu, che non fusse stato più d’una volta tirato, di modo che per li tanti suoni, e bombi d’artiglieria, e per li gridi Italia Italia, Spagna Spagna, pareva che quella terra volesse rovinarsi. Li fuochi per le strade, li lumi per ciascuna finestra, le musiche di variati suoni, e canti, che per quella notte fur esercitati, non se potrian per umana lingua narrare a compimento, et in questo modo caminando, giunsero alla maggior Chiesa, essendoli prima venuto il Clero incontro ben in ordine con una pomposa processione, e con una divotissima figura della Madonna, ove smontorno tutti, e fer la debita oratione, rendendo gratie infinite all’immortal Iddio, et alla gloriosa sua Madre della felice vittoria acquistata. Dopoi rimontati à cavallo, e voltati per altre strade della terra con grandissima festa, ciascuno se n’andò a disarmar, glorioso d’un tanto honore, non senza immortal fama dell’honore, e vigor Italiano.

IL FINE.