NOTE:
[1]. Mazochii Commentarium ad tabulas Heracleenses Diatriba I cap. V. §. 2.
[2]. Ptolomæus lib. 4 cap. I.
[3]. Strabo lib. VI pag. 282.
[4]. Vi è quì un errore manifesto. Trecento sessanta stadj formano quarantacinque miglia. Si può dire che sia questa la distanza tra Roma e Brindisi? È chiaro che si deve quì leggere CCCLX M. Pass.
[5]. Cellarii Geograph. antiqua lib. II cap. IX sect. IV §. 580.
[6]. Mazochii Commentar. in Tabulas Heracleæ pag. 522 n. 58.
[7]. Marci Veseri Opera Historica, et Philosophica sacra, et profana pag. 709 ad 715.
[8]. James Millingen Considerations sur la Numismatique de l’ancienne Italie = Azetium in Peucetia pag. 147 et 148.
[9]. Cellarius Geographia antiqua lib. II cap. IX sect. IV §. 590.
[10]. Il P. Arduino ha ripartiti i capitoli della Storia Naturale di Plinio in un modo diverso da quello in cui si trovano questi ripartiti in tutte le altre edizioni della stessa opera. Quindi li capi citati dai Scrittori secondo le antiche edizioni non battono con quelli che si trovano segnati nella edizione suddetta del P. Arduino. Ad evitare l’inconveniente che da ciò ne deriva, al margine di ciascuno de’ capi della sua nuova numerazione ha segnato il numero antico. Avrebbe potuto in vero risparmiarsi questo fastidio, il quale serve solo ad imbarazzare chi legge senza veruna utilità, e lasciare la numerazione de’ capi come si trova ripartita in tutte le altre edizioni.
[11]. In altre edizioni vi è quì anche la parola Aquini.
[12]. In altre edizioni si legge Deculani, non Æculani.
[13]. In altre edizioni si legge Etinates, non Meritanes.
[14]. In tutte le altre edizioni si legge quì Neritini, e non già Netini, vocabolo alterato e mutilato di proposito dal P. Arduino, come saremo or ora a vederlo. Nelle altre edizioni dopo la parola Neritini, vi è anche la parola Matini che quì manca.
[15]. Non vi può esser dubbio che colla parola Rubustini sono indicati gli abitanti della nostra città di Ruvo. Ne convengono tutti i Comentatori di Plinio, e con essi anche il P. Arduino.
[16]. Convengono essi del pari che sotto il nome di Butuntinenses sono indicati gli abitanti della città di Bitonto, antica città della Peucezia. Il Vesselingio anzi nelle sue note all’Itinerario di Antonino, di cui si parlerà in seguito, dice di aver veduta anche una moneta Bitontina. Il chiarissimo Canonico Mazocchi nel suo Commentario sulle Tavole di Eraclea alla pag. 37 dice che ne aveva una bellissima inedita. Io ne ho due. Il Signor Millingen nel suo libro innanzi citato alla pagina 149 e 150 reca anche le monete Bitontine. Non si comprende però come Plinio abbia situato Bitonto tra le città della Calabria, mentre non è distante da Ruvo più di nove miglia, e tanto negl’Itinerarj, de’ quali si parlerà in seguito, quanto nella Tavola Peutingeriana Bitonto e Ruvo sono segnate l’una dopo l’altra.
[17]. In altre edizioni manca la parola Paltonenses.
[18]. Non già Nerentini, ma bensì Neritini si legge nelle altre edizioni. Tal lettura poi la presentano, non già libri quidam, come dice quì l’Arduino; ma bensì tutte le altre edizioni di Plinio, non esclusa la bellissima edizione anche di Parigi dell’anno 1545, che l’ho pure nel mio Studio.
[19]. Non si capisce come il Cellario abbia creduta tanto astrusa la investigazione del sito dell’antica Celia che Luca Olstenio l’ha così bene situata a poche miglia al di là di Bari. Quest’antica città è oggi uno de’ così detti Casali di Bari che ritiene tuttavia il nome di Ceglia che viene da Celia. È questa città segnata anche nella Tavola Peutingeriana. Il chiarissimo Canonico Mazocchi nel Commentario sulle tavole di Eraclea alla pag. 35 nota 51, ed alla pag. 38 parla di Celia, e ne reca una moneta con Greca leggenda. Reca le sue monete con tipi diversi anche il Signor Millingen nel precitato suo libro pag. 149. Io ne ho quattro. Ma la migliore testimonianza che Ceglia sia l’antica Celia sono gli eccellenti e magnifici vasi fittili Italo-Greci, ed altri monumenti di antichità che si sono ivi disotterrati ai tempi nostri.
[20]. Ha voluto quì alludere alla emendazione della parola Νήτιον proposta anche da Luca Olstenio. Opinò egli da principio che dovesse alla stessa sostituirsi la città che nella Tavola Peutingeriana è chiamata Natiolum quasi come un diminutivo di Netium. Ma l’Olstenio che fu un accurato investigatore de’ luoghi ricedè ei medesimo da questo suo primo avviso, poichè riflettè che il Natiolum della Tavola Peutingeriana è messo sul litorale dell’Adriatico tra Bari, e Trani nel sito dell’attuale città di Giovinazzo, e non già dentro terra tra Celia e Canosa. Al che aggiungo che cotesta novella città della Tavola Peutingeriana al tempo di Strabone non esisteva ancora.
[21]. Questa posizione proposta anche dal Palmerio si è confutata innanzi.
[22]. Cellarius lib. II cap. IX sect. IV §. 575.
[23]. Ferrarius Novum Lexicon Geographicum verbo Netium, et verbo Andria.
[24]. Baudrand Geographia verbo Netium.
[25]. Horat. Sermonum lib. I Sat. V v. 95.
[26]. La città di Bitonto non altrimenti ha potuto essere indicata nell’Itinerario di Antonino che come un luogo di passaggio, e di riposo, e non già di fermata, giacchè da Ruvo a Bitonto segna undici miglia di cammino, e da Bitonto a Bari altre dodici miglia. Ventitre miglia sono il cammino regolare di una sola giornata, non di due giornate.
[27]. Pratilli Della Via Appia lib. IV cap. XIII.
[28]. L’antica strada della Guardiola che da Canosa mena a Ruvo si è resa troppo malagevole ed è rimasta oggi perfettamente abbandonata. La novella bellissima strada aperta fra Canosa ed Andria, Corato, Ruvo, Terlizzi, Bitonto etc. molto al di sopra dell’antica via Trajana, oltre di essere più gaja, offre un comodo che nulla fa desiderare. È quindi quella la strada che da tutti oggi è battuta.
[29]. Guilelmus Appulus Poema Normannum lib. II vers. 27 et sequ.
[30]. Giannone Storia Civile etc. lib. IX cap. II.
[31]. Summonte Storia di Napoli tom. II cap. II pag. 186.
[32]. Troyli Storia Napolitana tom. I part. II cap. IX della Provincia di Bari.
[33]. Muratori Rerum Italicarum Scriptores Tom. V pag. 251.
[34]. Muratori Rerum Italicarum Scriptores tom. X pag. 297.
[35]. Pontanus De Bello Neapolitano lib. IV.
[36]. Frontinus de Coloniis capi XIII.
[37]. Robertus Stephanus Thesaur. Linguæ Latinæ tom. IV verbo Rubi.
[38]. Cellarii Geographia lib. II cap. IX sect. IV §. 483.
[39]. Idem dicto lib. II cap. IX sect. IV §. 533.
[40]. Cicero Oratio pro Archita cap. X.
[41]. Strabo lib. VI pag. 281 in fine.
[42]. Pomponius Mela De situ Orbis lib. II.
[43]. Silius Italicus lib. XII vers. 397.
[44]. Magnan Miscellanea Numism. Tom. III Tav. 39.
[45]. Dionys. Halicarnass. Antiquit. Roman. lib. I.
[46]. Plinii II. Natur. Histor. lib. III cap. V.
[47]. Dionys. Halicarnass. lib. X. Ab U. C. anno 300.
[48]. Jamblico nel capo XXIX dice così: Per hæc utique studia tota Italia Philosophis repleta fuit, quæque antea obscura erat Pythagoræ causa Magna Græcia cognominata est, plurimis in ea Philosophis, Poetis, et Legislatoribus clarescentibus.
Porfirio ha detto al n. 20 che Pitagora aveva un gran seguito, ed i suoi discepoli erano tanto allettati, ed incantati dalle sue lezioni, ut non amplius in suas domos discedere sustinerent; sed una cum liberis, et conjugibus ingenti Homacoio ædificato condiderint illam, quae ab omnibus Magna Græcia vocata est in Italia: leges quoque, ac statuta ab ipso, tanquam divina præcepta acceperint, præter quæ quidquam facere illicitum sibi duxerunt.
[49]. Cicero Tusculan. lib. I cap. 16.
[50]. Idem Tusculan. lib. II. cap. 17.
[51]. Gellius N. A. lib. III cap. 17.
[52]. Secondo questa opinione otto sarebbero state le Regioni che componevano la Magna Grecia, cioè la Locrese, la Cauloniate, la Scillatica, la Sibaritica, la Eracleese, la Metapontina e la Tarantina, alle quali aggiungono taluni anche la Petelina dalla città denominata Petelia che Virgilio la crede una picciola città fondata da Filottete, la quale si rese dappoi grande ed illustre.
[53]. È una gran disgrazia che questi libri, e specialmente quello di Porcio Catone non sia giunto fino a noi. Ci avrebbe date lo stesso le notizie opportune di tante città della Italia, la origine delle quali pe’l soverchio Laconismo degli antichi Geografi è rimasta in una perfetta oscurità.
[54]. Cristofaro Cellario nella sua Geografia antica lib. II cap. IX sez. IV §. 566 crede favolose le diciassette età, o siano generazioni prima della Guerra di Troja quì mentovate. Conviene però nel fatto riportato da Dionigi di Alicarnasso, cioè nella venuta nell’Italia di Oenotro e Peucezio, e non si potrebbe in ciò non convenire venendo lo stesso fatto contestato anche dagli altri antichi Scrittori Greci e Latini, i quali ne sapevano più di noi come anderemo or ora a vederlo.
[55]. Dionys. Halicarnassi lib. I.
[56]. Pausaniæ Arcadica, sive lib. VIII cap. III.
[57]. Idem loco supra citato cap. XLIII.
[58]. Strabo lib. VI pag. 277 ad 282.
[59]. Plinius lib. III cap. XI.
[60]. Eclogæ seu excerpta ex libro XXI Diodori Siculi Cap. IV.
[61]. Strabo dicto lib. VI pag. 283.
[62]. Ptolomæi Geographia lib. I cap. I.
[63]. Diodorus Siculus Bibliotheca Histor. lib. XX. cap. 80 pag. 714.
[64]. Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. X pag. 297.
[65]. Cellarius Geograph. antiqua lib. II cap. IX sect. IV §. 570.
[66]. Pratilli Via Appia lib. IV cap. 6.
[67]. Convengo nell’antichità della città di Altamura, poichè anche ivi si trovano buoni vasi fittili ed altri oggetti di antichità. Ma non sono persuaso appieno che sia questa l’antica città chiamata Sub Lupatia nell’Itinerario di Antonino, poichè non corrispondono le distanze in esso indicate.
[68]. Dominici de Gravina Chronicon De rebus in Apulia gestis. Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. XII pag. 604.
[69]. Regest. Serenissimi Regis Caroli II ann. 1309 lit. B. fol. 148 a t.
[70]. Cedularium Reginæ Joannæ II ann. 1415 fol. 128.
[71]. Regest. Caroli I anni 1772 lit. B. fol. 205.
[72]. Si noti che il Garagnone è chiamato Castrum, vocabolo il quale corrisponde all’antico castello che ivi vi è, innanzi mentovato.
[73]. Regest. Reg. Roberti anni 1324 lit. B. fol. 94.
[74]. Fasciculus 86 fol. 55.
[75]. Li tre Registri Angioini quì riportati corrispondono perfettamente a ciò che dice Domenico di Gravina che il Casale di Garagnone era governato dal Nobile Fra Rengaldo Ordinis Sacræ Domus Hospitalis.
[76]. Ptolomæus lib. III cap. I.
[77]. Plinius lib. III cap. XI.
[78]. Horat. Sermonum lib. II sat. I vers. 34 et sequ.
[79]. Risulta da ciò che il primo tratto del fiume Ofanto, ove sbocca nel mare tre miglia lungi dalla città di Barletta, era ai tempi di Strabone navigabile, e che la città di Canosa vi aveva un porto sei stadj o siano tre quarti di un miglio lungi dalla sua foce.
[80]. Le isole Diomedee quì indicate sono oggi chiamate Isole di Tremiti e da Cornelio Tacito Trimetum lib. IV Annalium cap. 7. Tolomeo alla fine del capo I del libro III della sua Geografia dice che siano cinque; ma Strabone n’enumera due.
[81]. Strabo lib. VI pag. 284.
[82]. Questa favola l’ha elegantemente esposta Ovidio nel libro XIV delle Metamorfosi favola 10. Dice che un Legato di Turno di nome Venulo essendosi presentato a Diomede per dimandargli soccorso nella guerra in cui si trovava impegnato col Trojano Enea, Diomede si scusò mettendogli in veduta tutte le traversie che aveva sofferte per l’ira di Venere madre di Enea. Ma uno de’ suoi compagni di nome Acmene di carattere ardito, ed irritato inoltre da tante sofferenze, proruppe in invettive contro la Dea e disse, che altro ci può far ella di peggio? Il di lei odio contro tutti li seguaci di Diomede lo sprezziamo. Sotto un gran Duce grande anche è la nostra forza. Li suoi detti dal minor numero furono applauditi e dal maggior numero de’ suoi compagni furono ripresi. Mentre si accingeva a rispondere gli mancò la voce, gli crebbero le piume e rimase convertito in un uccello. La stessa sorte toccò a tutti gli altri che avevano a lui aderito. Virgilio nel libro XI dell’Eneide al verso 242, e seguenti reca la richiesta del soccorso fatta da Venulo ambasciatore di Turno a Diomede, e la di costui prudente risposta. Fa menzione anche della stessa favola; ma cenna che i di lui compagni erano stati già cangiati in uccelli prima dell’arrivo di Venulo, poichè Diomede nell’esporre a costui le traversie da lui sofferte s’incaricò anche della perdita già fatta de’ suoi compagni nel modo predetto.
Nunc etiam horribili visu portenta sequuntur,
Et socii amissi petierunt æthera pennis,
Fluminibusque vagantur aves (heu dira meorum
Supplicia!), et scopulos lacrymosis vocibus implent.
[83]. Livii Histor. lib. XXV cap. 12.
[84]. Arnobius lib. IV pag. 119.
[85]. Silius Italicus lib. VIII vers. 242.
[86]. Idem lib. IX vers. 60 et sequent.
[87]. Plinius lib. III cap. XI.
[88]. Ptolomæus lib. III cap. I.
[89]. Li soli cittadini di Ruvo che si sono dimostrati amanti di conservare le antichità patrie sono stati i seguenti. Il fu Arcidiacono D. Giuseppe Caputi ha conservati tutti i vasi che si trovarono ne’ suoi fondi suburbani in occasione di essersi scavato il terreno per piantarsi una vigna. Sono questi molti, ma non scelti. Vi sono pero tra essi de’ vasi pregevoli. Altri, benchè in minor quantità, ne hanno riuniti D. Salvatore Fenicia, l’attuale Arcidiacono D. Vincenzo Ursi, e ’l fu mio cugino D. Pietro Cotugno, uomini colti, ed istruiti, ed amanti dell’onore della nostra Patria. Non posso che lodare sommamente questo loro sentimento che lo avrei desiderato anche in altri che hanno preferito l’interesse, benchè non fossero stati bisognosi.
[90]. Anacreon De amatoribus Odarium.
[91]. Apulej asinus aureus lib. II.
[92]. Mazochii Commentarium ad Tabulas Heracleæ Diatriba III cap. 4 Sect. I Nota 10 pag. 121 et 122.
[93]. Virgil. Georg. 1 vers. 262.
[94]. Idem Georg. III vers. 157.
[95]. Tacitus Annalium lib. III.
[96]. Raul-Rochette Peintures antiques inedites etc. pag. 434 a 442 Planche XV.
[97]. Q. Smyrnæi Derelictorum etc. lib. I.
[98]. Di cotesta zona ne ha parlato Omero nel libro XIV della Iliade v. 214, e seguenti. Dice che Giunone si rivolse a Venere per conoscere il modo in cui avesse potuto piacere più a Giove, ed ispirargli un amore più caldo. Venere rispose che veniva volentieri a prestarsi alla di lei richiesta.
Dixit, et a pectoribus solvit acu pictum cingulum
Varium: in eo autem ei illecebres omnes factæ sunt:
Ibi inest quidem amor, inest desiderium, inest colloquium,
Blandiloquentia, quæ decipit mentem valde etiam prudentum.
Hoc ei imposuit manibus, verbisque dixit, et compellavit
Accipe nunc hoc cingulum, tuoque impone sinui
Contextum varie, in quo omnia facta sunt: neque te puto
Irritam redituram in eo quodcumque manibus tuis cupis.
[99]. Raul-Rochette Monumens inédites d’antiquité figurée Grecque, Etrusque, et Romaine. Odisséide §. 2 pag. 259 à 262.
[100]. Ibidem Planche XLIX L. A.
[101]. Stat Briseis, Diomedes supra ipsam, et apud eos Iphis Helenæ formam admirantibus simillimi. Sedet ipsa Helena. Et prope eam Eurybates. Ulyssis esse hunc præconem coniicimus; est tamen adhuc imberbis. Ancillæ ibidem sunt duæ, e quibus Panthalis Helenæ adsistit. Electra heræ calceum subligat. Diversa ab his nominibus sunt quæ Homerus in Iliade usurpat, quo loco Helenam, et cum ea ancillas ad muros euntes facit. Sedet supra Helenam vir purpureo velatus amiculo, mæstus ut qui maxime: Helenum esse Priami filium fucile intelligas, vel prius quam inscriptionem legas. Pausaniæ Phocica, sive lib X. cap. 25.
[102]. Pausaniæ Boeotica sive lib. IV cap. 35.
[103]. Idem Eliacorum posterior sive lib. VI cap. 24.
[104]. Plinii Histor. Nat. lib. XXXV cap. XL n. 26.
[105]. Declaustre Dictionnaire Mythologique mot Graces.
[106]. Millingen Considerations sur la Numismatique d’Italie pag. 151.
[107]. Virgil. Buccol. Ecloga X. vers 26.
[108]. Idem Georg. III vers. 392.
[109]. Pausanias in Arcadicis, sive lib. VIII cap. 30.
[110]. Natalis Comitis Mithologia lib. V Cap. 6.
[111]. Diodorus Siculus Bibliotheca Histor. lib. IV cap. 37 pag. 168, et 169.
[112]. Dionys Halicarnass. lib. VII circa finem.
[113]. Non ometto che i vasi di Ruvo non sono deturpati da quelle stomachevoli oscenità che sono troppo familiari ne’ vasi di Corneto, di Vulci, e di Canino. Le pitture oscene le condanna giustamente Aristotile Polit. VII 15 (vulg. 17), le ripruova con indignazione Properzio eleg. II 5 vers. 19 et sequ. Il gusto di Tiberio per queste pitture fu vituperato da tutti gli Scrittori. Inveisce acremente contro le stesse S. Clemente Alessandrino in Protrept. pag. 52, e 53. La continenza, e moderazione de’ vasi di Ruvo in questa parte onora molto la morale tanto degli antichi abitanti della nostra città che de’ Pittori.
[114]. Ne’ Registri Normanni, Angioini ed Aragonesi che recherò in seguito è questa città chiamata Terlitium, e non Turricium. Nelle carte della Geografia antica pubblicate da diversi Scrittori manca questo nome estraneo alla stessa. Ma ne’ registri Pubblici, e nelle carte Geografiche recenti è chiamata Terlizzi. Non si cangiano i nomi delle città riconosciuti dalla Pubblica Autorità per potergli adattare ai voli della propria fantasia, come ha fatto quì il Sig. Martorelli.
[115]. Tra le tavole di Eraclea, ed un vasellino vi è quel divario che passa tra un Elefante, ed una formica. Malgrado ciò il dottissimo Canonico Mazocchi non sognò mai di ripetere l’antichità di quella città dalle sole tavole ivi rinvenute, ma anche dalla Storia, dalla Geografia antica, e dalle monete: anzi questo nostro illustre, e sodo Scrittore fu molto cauto nello sbilanciare il suo avviso sia sull’antichità, sia sulla origine Greca delle nostre città, e no ’l fece altrimenti che sull’appoggio di sicuri monumenti, e specialmente delle antiche monete, le quali non possono fallire. Non si è inteso ancora che su di un vasellino trovato per azzardo in un sepolcro, siasi elevata una Torre, e creata una supposta antica città sconosciuta del tutto agli antichi Scrittori e Geografi, senza essersi riflettuto che quel sepolcro ha potuto appartenere ad altra convicina città sicuramente antica, e che un sepolcro antico si può trovare anche nel territorio di una città recente. Per ragionarsi a questo modo bisogna aver la testa molto riscaldata.
[116]. Giacchè siam passati alle frivolezze sta bene che quì si osservi che nell’Italiano si dice Terlizzi, e non Terlizzo, e che i Popolari dicono Terrizz, e non Turrizzo. Il linguaggio popolare del luogo io lo conosco assai meglio di Martorelli.
[117]. Avrebbe dovuto quì far conoscere il Sig. Martorelli i nomi degli uomini dottissimi che gli fecero pervenire la copia di cotesta lapide, e ’l luogo ove possa la stessa essere osservata da chi ne sia curioso. Non si comprende poi come nella parola mutilata Turri... abbia egli letta con tanta chiarezza, e felicità il nome della città chiamata Turricium creata solo dalla forza della sua immaginazione! Molto meno ci ha fatto sapere come il suo Turricium possa combinarsi colla parola FIL. che la precede. Le due parole unite insieme darebbero il seguente risultamento Filius Turricii. Corrisponde lo stesso a meraviglia al concetto del Signor Martorelli!!! In fine non è cosa meno lepida il vedersi che da una pretesa lapide che segna l’anno DCCCVI ne abbia egli inferito che il suo Turricium già esisteva inter Apuliæ urbes felicioribus sæculis! Belle visioni!
[118]. È cosa veramente mirabile che ciò che non vide Plinio che visse ai tempi di Trajano lo abbia veduto Martorelli tanti secoli dopo! Il primo nel luogo riportato innanzi al Capo III ci fece conoscere un per uno i nomi delle antiche città della Peucezia, tra le quali Ruvo e Bitonto. E ’l Turricium di Martorelli dov’è? È ben curioso anche l’essersi quì detto che la nobile città denominata Turricium era edificata prope viam Trajanam! La via Trajana però, di cui si vedono ancora gli avanzi, menava direttamente da Ruvo a Bitonto allo stesso modo che si vede riportata anche nell’Itinerario di Antonino, e nell’Itinerario Gerosolimitano. La città di Terlizzi è a due miglia di distanza dalla via Trajana al lato sinistro di essa. Come si è potuto portare tant’oltre il travedimento anche su i fatti che cadono sotto i sensi?
[119]. Martorellius De Regia Theca Calamaria Prolegomena.
[120]. Si noti che nella Tavola Peutingeriana cotesto Rudas non si vede riportato col solito segno che distingue le città. Si vede bensì tal nome scritto vicino ad una laguna che sembra un lago, il quale comunica col mare Adriatico per mezzo di un canale segnato nella Tavola suddetta nel sito intermedio tra Barletta e Trani. Quindi cotesto antico corso di acqua che un tempo partiva da un lago ora scomparso pare che non possa esser altro che quella vasta, e profonda lama, o sia vallone che vi è a mezza via tra Barletta e Trani, sul quale ora passa la bella strada consolare della marina per mezzo di un ponte ben lungo e magnifico ch’è convenuto ivi formarsi con una spesa non lieve.
[121]. Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. X pag. 297.
[122]. Regest. Caroli I anni 1274 lit. B. fol. 322 a t.
[123]. Non manco quì di avvertire che lo Stemma della nostra città adoperato ne’ tempi a noi più vicini (giacchè quale fosse stato lo Stemma antico non si conosce), è una pianta di Rovo fiorito messo in una testa. È chiaro che i nostri colti Antenati adottarono nel ciò fare l’errore di Roberto Stefano e di altri. Ora però che si è venuto a conoscere la sua illustre origine per lo innanzi ignota, bisogna che cotesto errore sia corretto, ed il vero Stemma della nostra città si prenda dalle antiche monete che ci fanno conoscere la vera etimologia del suo nome, come saremo or ora a vederlo.
[124]. Dionys. Halicarnass. lib. I.
[125]. Pausaniæ Arcadica, seu liber VIII cap. 43.
[126]. Virgil. Æneid. lib. XI vers. 246.
[127]. Servius ad Virgil. Æneid. lib. VIII vers. 9.
[128]. Strabo lib. VIII p. 360. Pausaniæ Messenica, sive lib. IV Cap. 31. Stephanus Bizantinus de Urbibus in verbo Thurii.
[129]. Strabo lib. VIII pag. 386.
[130]. Herodot. Histor. lib. 1 Cap. 145.
[131]. Pausaniæ Arcadica, sive lib. VIII Cap. 15 in fine.
[132]. Strabo lib. VIII pag. 387.
[133]. Idem pag. 388.
[134]. Pausaniæ Arcadica, sive lib. VIII cap. 25.
[135]. Pausaniæ Achaica, sive lib VII cap. 6.
[136]. Herodotus lib. I cap. 145.
[137]. Millingen Considerations sur la numismatique de l’ancienne Italie. Rubi in Peucetia pag. 150.
[138]. Pratilli Via Appia Cap. XIV pag. 528.
[139]. Dionys Halicarnass. lib. I.
[140]. Virgilius Eclog. X. vers. 31.
[141]. Frontinus De coloniis cap. XIII.
[142]. Pratilli Via Appia lib. IV cap. XIV.
[143]. Tacitus Annalium I cap. 54.
[144]. Svetonius in vita Tiberii Claudii Cæsaris cap. VI.
[145]. Idem in vita Serv. Sulpic. Galbæ cap. VIII.
[146]. Brissonius de Verbor. significat. verbo Augustalis.
[147]. Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. IV pag. 47.
[148]. Idem Tom. V pag. 77.
[149]. Lupi Protospatæ Rerum in Regno Neapolitano gestarum ab anno 850 usque ad annum 1102 Breve Chronicon apud Muratorium dicto Tom. V pag. 45.
[150]. Non si comprende in primo luogo con quali facoltà abbia potuto il Vescovo di Ruvo donare al Priore di Montepeloso una parte de’ beni della sua Chiesa. Molto meno s’intende il perchè volle esigere la scorta di un uomo a cavallo tutte le volte che si recava non solo a Bari, ma anche a Canosa. Per Bari essendo stato il Vescovo di Ruvo sempre suffraganeo dell’Arcivescovo di Bari, si può intendere il perchè esser poteva obbligato a fare questo viaggio. Ma per Canosa bisogna dire che vi siano stati allora tra le due città altri rapporti Ecclesiastici a noi ignoti.
[151]. Alexandri Telesini Cœnobii Abbatis Historia lib. I cap. X et sequent. et signanter cap. XVIII et XIX apud Muratorium dicto Tom. V pag. 618 et 619.
[152]. Virgilius Georg. lib. I vers. 266.
[153]. Faber Basilius Thesaurus linguæ latinæ verbo Rubeus.
[154]. Cotesto Alessandro fratello di Tancredi dev’essere quegli che l’Abate Telesino nel luogo innanzi trascritto, e nel capo XXXIII e seguenti del libro II della sua Storia lo chiama Alexander Comes.
[155]. Romualdi Salernitani Chronicon apud Muratorium Rer. Ital. Scriptor. Tom. VII pag. 186.
[156]. Falconis Beneventani Chronicon apud Muratorium dicto Tom. V pag. 109 et 115.
[157]. Abbas Telesinus loco supra citato cap. XLI ad XLVI. Falco Beneventanus loco supra citato pag. 115.
[158]. Romualdi Salernitani Chronicon loco supra citato pag. 196 lit. E.
[159]. Hugonis Falcandi Historia Sicilia apud Muratorium dicto Tom. V pag. 262 et sequent.
[160]. Romualdus Salernitanus loco supra citato pag. 209 lit. B.
[161]. Richardi de S. Germano Chronicon apud Muratorium Rerum Ital. Script. Tom. VII pag. 977 lit. D.
[162]. Ughellius Italia sacra Tom. VII Episcopus Rubensis.
[163]. Constitutio Regni Magnæ Curiæ lib. I tit. 48, et Constitutio Post mortem Baronis lib. III tit. 25.
[164]. Vi dev’essere quì un errore di nome in cui cadde l’amanuense che copiò e registrò l’originale Privilegio, giacchè il concessionario che quì è chiamato Rodulfus de Colna ne’ Registri posteriori che saranno più giù riportati è chiamato Arnulfus de Colant. Anzi è notabile che in una Lettera Regia scritta al Giustiziere della Terra di Bari nello stesso anno 1269 per taluni danni recati dagli uomini di Molfetta nel territorio di Ruvo si legge così. Ranulfi de Colant Domini Terræ Rubi. Regest. Caroli I anni 1269 lit. B fol. 187 a t.
[165]. Regest. Caroli I anni 1269 Lit. J fol. I.
[166]. La rimota antichità della Chiesa di Calentano la pruova anche una lapide che ivi vi è. Si vede ora questa incastrata in uno delle mura della Sacrestia; ma sono stato assicurato che stava prima nella scala dell’abitazione del Cappellano. Che non molti anni indietro uno de’ passati Cappellani la fece torre con poco accorgimento da quel sito, e situare nella detta Sacrestia, la di cui costruzione si mostra molto più antica dell’epoca segnata nella lapide suddetta nel modo che siegue
MCCCCXXXIII
HOC OPVS DEVOVIT FIERI
FRATER ANDREAS DE CVRNIMO
AD HONOREM
B. M. V. MATRIS DE CALENTANO
MAGISTER PALMIRI
FECIT
[167]. Regest. Caroli I anni 1268 lit. A fol. 155 a t.
[168]. Regest. Caroli I anni 1277 lit. F fol. 24 108, et 233 a t. Anni 1278 lit. B fol. 67 a t. Et anni 1279 lit. B fol. 42.
[169]. Regestum Caroli I anni 1272 lit. A fol. 108 a t.
[170]. Dicto Regest. fol. 21 a t.
[171]. Regest. Caroli I anni 1276 et 1277 lit. A fol. 82.
[172]. Regest. Caroli I anni 1274 lit. B fol. 320 a t.
[173]. Vi dev’essere quì nel Registro per necessità o un errore di data nella Lettera del Re, o un errore nella indicazione del tempo assegnato alla esecuzione degli ordini da lui dati. Come mai i feudatarj chiamati al servizio militare avrebbero potuto trovarsi a S. Germano undici giorni prima del dì 25 Gennajo, data della lettera, colla quale veniva loro ciò ordinato?
[174]. Regest. Caroli II ann. 1291 lit. A fol. 79 a t. et fol. 113.
[175]. Fasciculus 86 fol. 55.
[176]. Dal confronto di cotesti Registri viene a conoscersi l’epoca di quella informazione senza data de’ feudatarj e suffeudatarj della Terra di Bari di cui innanzi ho parlato. Costando dai Registri di Carlo II testè riportati che la città di Ruvo nell’anno 1291 era tuttavia posseduta dalla famiglia de Colant, e da quelli del Re Roberto che nell’anno 1310 Galeraimo de Juriaco aveva perduta quella città per contumacia, è conseguenza che la predetta informazione nella quale è riportato come Feudatario di Ruvo Roberto de Juriaco è dell’epoca del Re Carlo II. Cotesto Roberto nell’anno 1291 non era ancora Feudatario di Ruvo, e nell’anno 1310 aveva cessato di vivere, posto che il feudo di Ruvo era passato a Galeraimo che lo perde per la sua contumacia. Un registro dunque che parla del detto Roberto è del tempo intermedio, quando regnava ancora Carlo II.
[177]. Non è nella lettera nominalmente indicato il feudatario di Ruvo a cui era stata diretta. Ma dalla data di essa dell’anno 1307 e dalle cose dette innanzi risulta che non poteva questi esser altri che Roberto, o Galeraimo de Juriaco.
[178]. Il Capitolo del Re Carlo I quì trascritto è registrato con migliore ortografia al num. 83 de’ suoi Capitoli riportati nel Codice delle nostre antiche leggi. Pruova lo stesso gli abusi della prepotenza Baronale a cui fu nella necessità di apporre un freno.
[179]. Regest. Caroli II anni 1306 et 1307 lit. B fol. 227.
[180]. Ambrogio Calepino nel suo Vocabolario dice cosa è la giumella di cui quì si parla. Giumella sorta di misura, ed è tanto quanto cape nel concavo di ambe le mani per lo lungo accostate insieme quantum cavis manibus continetur.
[181]. Ciò pruova che in ogni tempo si è continuato a mantenere in Ruvo quelle officine di vasi fittili che ci hanno dati tanti capi-lavori antichi di belle e capricciose forme.
[182]. Vi è quì sicuramente un errore nel Registro perchè queste parole non s’intendono.
[183]. Regest. Caroli II anni 1307 lit. B fol. 115.
[184]. Fin dal tempo del Re Carlo I il Feudatario di Ruvo si querelò di quello di Terlizzi perchè contro ogni dritto stendeva le mani sul territorio di Ruvo e cercava usurparlo a danno suo e degli abitanti della città di Ruvo. Quindi scrisse il Re nel dì 14 dicembre 1269 una lettera molto energica al Giustiziere della Terra di Bari perchè si fosse conferito di persona sul luogo e con tutta diligenza e fedeltà avesse verificato l’esposto, e trovandolo vero, avesse imposto al Feudatario di Terlizzi sub certa pœna, e nel suo nome che non avesse più osato di stendere le mani sul territorio di Ruvo. Regest. Caroli I anni 1269 lit. D fol. 109 a t.
[185]. Regest. Regis Roberti anni 1309 lit. H fol. 304 a t.
[186]. Regest. Regis Roberti anni 1314 lit. C fol. 129.
[187]. Tristano Caracciolo, Costanzo e Summonte citati da Giannone nel principio del libro XXIII della sua Storia Civile.
[188]. Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. XII pag. 547.
[189]. È facile il comprendere che nel Registro di cui sto parlando si volle minutamente riportare la storia delle discussioni seguite sulla dimanda di Margherita Pipina attese le circostanze delicatissime nelle quali la Regina si trovava in faccia al Pubblico. Si fece ciò per allontanare il sospetto che la Regina avesse voluto favorire la vedova di uno de’ rei principali della morte del Re Andrea, e per far vedere che si era resa alla stessa strettamente la giustizia dopo matura discussione.
[190]. Regest. Joannæ I anni 1346 lit. C fol. 10.
[191]. Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. XII pag. 610.
[192]. Idem Tomo supra citato pag. 636 et 637.
[193]. Giannone Storia civile etc. lib. XXIII cap. I con tutti gli altri Scrittori da lui citati.
[194]. Polybii Histor. lib. V.
[195]. Muratorius loco supra citato pag. 585.
[196]. Muratorius ibidem pag. 680.
[197]. Il Capitolo di Ruvo ha portata sempre la massima diligenza nella conservazione di quel pregevole edificio, e specialmente nel buono mantenimento de’ vasti tetti che lo cuoprono. Le ultime volte però che sono stato in Ruvo ho veduto non senza un positivo rancore che le riparazioni e gl’indispensabili nettamenti de’ tetti erano stati per più anni trascurati. Quindi le acque piovane avevano cominciato a penetrare nella Chiesa. Non potei contenermi dal mostrarne il mio malcontento. Sono stato però dopo assicurato dal Signor Primicerio D. Domenico Chieco di essersi già dato l’opportuno riparo a questo grave inconveniente che avrebbe potuto trarsi dietro conseguenze assai fastidiose. Debbo quindi augurarmi che il Capitolo suddetto nel tratto successivo saprà su questo articolo interessantissimo meritarsi quella stessa laude che gli sarà da me resa per le altre cose che in seguito anderò a dire.
[198]. Muratorius loco supra citato pag. 652.
[199]. Matteo Villani lib. I cap. 93. Lib. II cap. 24 41 e 65 e lib. III cap. 41. Costanzo lib. VI. Giannone Storia civile lib. XXIII cap. I.
[200]. Fasciculus XI fol. 176 et 177.
[201]. Regest. Regis Ladislai anni 1404 lit. B fol. 151.
[202]. Scipione Mazzella Descrizione del Regno di Napoli lib. II sulla Famiglia Orsini.
[203]. I privilegj quì enunciati non si trovano registrati ne’ Quinternioni. È chiaro però che la città di Ruvo con altri feudi di sopra riportati pervenne a Gabriele del Balzo Orsini dal Principato di Taranto, qual figliuolo secondogenito del Principe di Taranto a cui apparteneva come lasciò scritto Scipione Mazzella nel luogo innanzi citato alla pag. 158.
[204]. Repertorio Primo de’ Regj Quinternioni di Terra di Lavoro, e Contado di Molise fol. 1. Repertorio Primo de’ Regj Quinternioni delle Provincie di Capitanata e Bari fol. 172.
[205]. Quinternione III fol. 127 e 193 a t. Vedi anche i Repertorj innanzi citati.
[206]. Detto Repertorio Primo de’ Quinternioni delle Provincie di Capitanata e Bari fol. 172.
[207]. Literarum Partium XVIII anni 1478 ad 1479 Camera IX lit. A Scanzia I Num. 37 fol. 208 a t. ad 209.
[208]. Tacitus Annalium lib. IV.
[209]. Guicciardini Storia d’Italia lib. V. Cantalicii Consalvia lib. II. Pauli Jovii vita Consalvi lib. II. Giannone Storia Civile del Regno di Napoli lib. XXIX cap. IV.
[210]. Non è forse ciò improbabile. Ne’ giornali pubblicati al tempo dell’Impero Francese mi ricordo di aver letto che dopo la famosa battaglia di Jena guadagnata da Napolione Buonaparte contro i Prussiani, i Francesi abbatterono la colonna di Rosbacch, trofeo della insigne vittoria ivi riportata da Federico il Grande Re di Prussia. Ma coll’aver tolta quella colonna fecero sì che non abbiano essi perduta quella giornata? Oscurarono forse con ciò la gloria militare di Federico che seppe guadagnarla?
[211]. La città di Castellaneta non è vicina a Barletta; ma bensì alla distanza di ottanta miglia e più. È questa una circostanza da valutarsi nel fatto di cui si parla non bene riportato dal Guicciardini come più giù saremo a vederlo.
[212]. Ruvo, non Rubos, non è stata mai una Terra; ma in tutti i tempi è stata sempre considerata come una città distante da Barletta sedici miglia e non già dodici.
[213]. Guicciardini Storia d’Italia lib. V.
[214]. Non è improbabile che quella parte della muraglia che Paolo Giovio dice di esser crollata sotto i colpi dell’artiglieria di Consalvo, sia stata quella che tredici anni dopo nell’anno 1516 fu dai Ruvestini riedificata dalle fondamenta e di miglior costruzione, come più giù saremo a vederlo.
[215]. Pauli Jovii Vitæ Illustrium Virorum Vita Consalvi lib. II.
[216]. Cantalicii Consalvia Lib. II. Raccolta de’ Scrittori Napolitani di Gravier Tom. VI.
[217]. Tomo XIX della detta Raccolta di Gravier pag. 104 e 105.
[218]. Tacitus Histor. lib. I.
[219]. Mentre questo foglio stava per passare al torchio, il nostro giornale delle due Sicilie del dì 14 Febbrajo 1844 n. 34 sotto la rubrica di Spagna ha recato il seguente articolo dell’Heraldo (foglio Ministeriale). Si dice in esso che Consalvo di Cordova fece edificare il magnifico Monastero di S. Girolamo nella città di Granata, ove volle esser sepolto, con aver legato allo stesso la sua spada, il suo ritratto in tela e ’l suo busto. Si seguita a dire che cotesto Monastero rispettato dai Francesi nella invasione dell’anno 1810 per i tanti pregevoli monumenti di belle arti che vi erano, è rimasto ora devastato dalla guerra civile, e si soggiugne: Ma ciò ancora più imperdonabile è il furto della spada dell’Eroe ch’era nella Cappella principale con un quadro rappresentante il Gran Capitano che offre la sua spada al Papa e ne aspetta la benedizione. Se ne veggono ancora i modiglioni. Dopo tante profanazioni ne mancava una ultima. La tomba dell’eroe venne aperta ed i suoi avanzi derubati e sparsi qua e là; una delle sue mandibole con tre denti è per caso rimasta con qualche altro frammento. — Per aggiugnere un ultimo tratto a tale racconto, diremo che durante l’insurrezione che scoppiò nell’anno 1835, la spada di Consalvo di Cordova fu venduta per tre franchi. Dio mi guardi dal compiacermi di sì fatte vandaliche e detestabili profanazioni. Ma un avvenimento di tal fatta seguìto in un Paese che ben lo conosco, ed ove anzi si pecca di soverchio orgoglio nel vanto degli uomini di guerra prodi e famosi che ha prodotti, non può non farmi una forte impressione! Desidero intanto di tutto cuore che la Misericordia di Dio gli abbia perdonata la enorme ingiustizia, ed iniquità commessa a danno della nostra povera città.
[220]. Quinternione VIII segnato col num. 19 fol. 140 a 143.
[221]. Quinternione XXI fol. 212.
[222]. Nello strumento di permuta tra il Vescovo e Clero di Ruvo e Giovanni de Mapono dell’anno 1392 riportato innanzi nel Capo VIII pag. 130 si dice che la casa data dal Vescovo e dal Clero era sita in loco Porte de Noha. Quale sia stata la Porta che portava questo nome lo spiega un pubblico strumento di proccura fatta dalla Università di Ruvo nel dì ultimo Novembre 1608 per gli atti del Notajo Decio Pincerna di Ruvo ove si legge così: Accessimus ad domos ipsius Universitatis a Porta de Noja juxta suos fines, ubi congregari solet dicta Universitas pro actis publicis peragendis. La casa della Università quì indicata stava appunto nel sito di questa porta come saremo or ora a vederlo. Cotesta proccura sta al foglio 121 del Protocollo di quell’anno del detto Notajo Pincerna. Conservatore della sua scheda quando io lo lessi era il fu Notajo D. Giuseppe Girasoli di Ruvo. Ignoro il di lui successore. Dai precitati due strumenti si può conchiudere che l’antico nome della porta suddetta era Porta di Noja.
[223]. Pare che siasi con ciò ritenuta nelle forme Cristiane una costumanza delle antiche città Greche, le quali mettevano sulle loro porte la statua di Minerva. Dal che prese cotesta Dea anche il nome di Πολιάς o Πολιοχος urbis custos.
[224]. L. 1 et L. 87 ff. De verbor. signif.
[225]. L. ff. Ne quid in loco sacro.
[226]. Tra i vasi fittili antichi trovati in Ruvo ve ne sono stati parecchi con figure a rilievo. Ne ha di essi acquistati il Real Museo. Io ne ho tre, e D. Salvatore Fenicia uno. So con sicurezza di esserne passati altri anche all’Estero. A cotesti vasi allude la parola sculpta.
[227]. Rileva ciò la circostanza che molti convalescenti delle convicine città vanno a Ruvo di proposito per ristabilirsi attesa la somma bontà dell’aere che ivi si respira, e la ridente situazione della nostra città.
[228]. Partium XXXIX Ann. 1522 a 1523, ora col num. 110 fol. 24 a t.
[229]. Comune XLII 3. Anno 1523 lit. H n. 103.
[230]. Fa veramente meraviglia come i Vicerè soffrivano e permettevano ai Baroni un linguaggio tanto orgoglioso che offendeva i dritti della Sovranità. Non erano i Baroni Signori degli uomini de’ loro feudi, ma erano anch’essi sudditi del Re come tutti gli altri. Cotesto titolo quindi di Signori peccava di soverchia baldanza.
[231]. Registro delle Consulte della Regia Camera della Sommaria per gli anni 1600 e 1601 N. 101 fol. 54 a 63.
[232]. Stefano de Stefano Ragion Pastorale Tom. I cap. II pag. 42.
[233]. Si noti che nell’anno 1509 la città di Ruvo era posseduta da D. Isabella de Requesens moglie del detto Vicerè D. Raimondo di Cardona. Ecco perchè si dice quì la cità vostra de Rubo.
[234]. Grande Archivio — Atti riguardanti la mezzana di Ruvo Camera Prima sotto i tetti Lettera D Scanzia V n. 23.
[235]. Si parla quì della difesa comunale eretta nell’anno 1510 di cui innanzi si è parlato.
[236]. Archivio della Regia Dogana di Foggia Tomo I delle Istruzioni Doganali fol. 113.
[237]. De Dominicis Stato Politico ed Economico della Dogana di Puglia Part. I cap. V n. 22 pag. 217.
[238]. Nel linguaggio Doganale le contravvenzioni di questa specie ai regolamenti del Tavoliere, le quali davano luogo ad un procedimento, si chiamavano disordini.
[239]. Quando veniva a morire un feudatario colui che gli succedeva nel feudo era nell’obbligo di pagare al Real Tesoro la metà della rendita che lo stesso aveva data nell’anno della morte del suo predecessore. Cotesto pagamento si chiamava Relevium. Per liquidarsene l’importo il Tribunale della Regia Camera della Sommaria prendeva informazione della rendita ritratta da ciascuno de’ corpi, o dritti che componevano il feudo. Ecco come dalle informazioni de’ rilevj si veniva a conoscere quali questi erano.
[240]. Questo fondo è ora di mia proprietà avendolo acquistato nell’anno 1808 dopo l’abolizione della feudalità unitamente ad un altro fondo adiacente denominato la Piantata di qualità burgense, di cui vi sarà in seguito la occasione di far menzione.
[241]. Si noti che nello strumento dell’anno 1552 riportato innanzi alla detta pag. 201 Fabrizio Carafa Duca d’Andria e Conte di Ruvo s’incaricò di cotesto antico contratto, e quindi fece la seguente dichiarazione: Pro cujus nemoris herba et pascuo dicta Regia Curia annuatim pro servitio Regiæ Dohanæ Menæpecudum Apuliæ solvit eidem Excellenti Comiti annuos ducatos quincentum de carolenis argenti, in quo nemore non possunt intrare pecudes nisi in Vigilia Nativitatis Christi anni cujuslibet. Dal che viene a risultarne che de’ già detti annui ducati mille e cento convenuti nell’anno 1473 ducati cinquecento si pagavano per l’erba del Bosco di Ruvo ed altri seicento per quella delle murge di Ruvo e Minervino.
[242]. Repertorio de’ Registri Comuni fol. 122.
[243]. Per demanio de Rubo si deve quì intendere il demanio delle murge. Primo perchè gli Scrittori Doganali riportandosi alla convenzione dell’anno 1473 passata tra il Re Ferdinando I di Aragona e Pirro del Balzo dicono che il riposo per le pecore del Tavoliere fu accordato nel demanio delle murge. Secondo perchè il rimanente demanio di Ruvo è stato sempre un demanio comunale occupato dalle masserie di semina de’ cittadini, sul quale Pirro del Balzo non poteva avervi verun dritto, nè vendere l’erba di esso al Regio Tavoliere.
[244]. Commun. XVIII ann. 1473 e 1474.
[245]. Regest. Caroli II anni 1306 et 1307 fol. 222.
[246]. L’espressioni quì adoperate sono molto pregne, e s’intende bene a che alludono. Mi dicevano i vecchi di Ruvo che più di un Abruzzese entrato in quel bosco valendosi del proprio dritto non si era trovato più nè vivo, nè morto. Gli antichi Duchi di Andria non sono stati coi Locati Abruzzesi così benigni e sofferenti come lo furono i Padroni di masserie Ruvestini da essi flagellati barbaramente.
[247]. Stefano de Stefano Tom. I cap. XI n. 36.
[248]. In quell’epoca le contribuzioni dovute allo Stato si pagavano per fuochi. Si numeravano le famiglie di ciascun Comune. Ogni famiglia formava un fuoco. Ogni fuoco aveva la imposta determinata, e dal numero de’ fuochi risultava la somma che pagar doveva il Comune. Quindi il prezzo della Giurisdizione della Portolania, e de’ Pesi e Misure fu caricato sulla somma che il Comune di Ruvo contribuiva allo Stato secondo il numero de’ fuochi.
[249]. Partium XXXIV ora 4018 anni 1629 et 1630 fol. 247 a t.
[250]. Regest. Partium XLIV anni 1607 ad 1608 Camera IX lit. Q Scanz. I n. 166 fol. 160 retro et 161.
[251]. Atti per gli assegnatarj de’ Fiscali della città di Ruvo, etc.
[252]. Fol. 216 detti atti.
[253]. Atti di discarichi prodotti dall’olim Amministratori della città di Ruvo per la revisione de’ loro conti fol. 40 a 42.
[254]. Atti per i creditori di attrasso sopra la Università di Ruvo in Provincia di Bari vol. II fol. 1 a 25.
[255]. Fol. 44 e 48 detti atti.
[256]. Pe ’l noto Capitolo Non sine prudentis del Re Ladislao dell’anno 1403 era vietato ai Notaj delle città Baronali di stipulare atti a favore de’ Baroni, ed erano questi obbligati a valersi di Notaj di città Regie. Ecco perchè la Casa d’Andria si era valuta de’ Notaj delle Regie città convicine.
[257]. Si noti che con questo articolo rimase abolita col fatto la fida nelle cinque vastissime contrade demaniali denominate le matine, le strappete, le ralle, monserino e bel luogo, perchè in esse il terreno è tutto appatronato ed occupato dalle masserie di semina de’ cittadini.
[258]. Per effetto di questo patto dall’anno 1805 in poi non sono più venuti fidatarj forestieri del Barone nella contrada delle murge, e quel pascolo estivo preziosissimo è rimasto per lo intero al pieno comodo de’ cittadini. Stabilita col patto IV la preferenza degli animali de’ cittadini, ed inibito col patto quinto nelle murge la fida su i terreni seminatorj de’ particolari e de’ Luoghi pii che sono sparsi in tutti i punti di quella contrada, si venne a rendere impossibile l’ingresso de’ fidatarj forestieri in tutta la continenza delle murge, e quindi finì da se stessa la fida degli animali forestieri.
[259]. Mi pregio di quest’antica amicizia di famiglie. Il fu Canonico Teologo D. Giuseppe Sancio, Zio Paterno del Commendatore D. Antonio ed uomo dottissimo, mi diè il S. Battesimo e fu il Direttore de’ miei primi studj di Umanità, ne’ quali fui istituito in Ruvo da un Prete chiamato D. Angiolo Consolo, che se ne occupò colla massima cura ed impegno, di cui son grato e riconoscente alla di lui memoria. La stessa riconoscenza serbo al detto mio Compare Canonico Teologo Sancio che ogni mese in presenza del detto mio maestro prendeva conto del mio profitto e dava allo stesso la opportuna direzione per la mia istruzione.
[260]. Tacitus Historiarum lib. I.
[261]. Comunque il Duca d’Andria avesse avuta in Ruvo la Giurisdizione Civile e Criminale, aveva il Re sospesa in quell’epoca la Giurisdizione di diversi Feudatari tra i quali anche del Duca d’Andria. Ecco il perchè vi era allora in Ruvo un Governatore e Giudice destinato dal Re.
[262]. Tacitus Histor. lib. I.
[263]. Dell’uffizio del Camerlengo e della usanza che vi era ancora di chiudersi la sera le porte della città si parla anche nello strumento di transazione stipulato col Duca d’Andria nell’anno 1751 riportato nel Capo precedente.
[264]. Polyb. Histor. lib. III.
[265]. Cotesto tentativo del Conte di Ruvo era assai malagevole. La popolazione della città di Andria è per se stessa molto ostinata ne’ suoi proponimenti. Per tal ragione soffrì un gravissimo disastro al tempo della Regina Giovanna I minutamente descritto da Domenico di Gravina nella precitata sua Cronaca presso il Muratori Rerum Italicarum Scriptores tom. XII pag. 689 a 691. Molti Tedeschi e Lombardi ch’erano al servizio di Lodovico Re d’Ungheria al numero di settemila tra fanti e cavalli si erano riuniti a Canosa. Dopo aver consumato e devastato quanto vi era in quella povera città presero la risoluzione di portarsi innanzi, ed invadere per loro stessi, e per propria utilità tutti que’ luoghi che avessero potuto. Nominarono quindi tre Capitani, tra i quali vi fu Filippo de Sulz sopranominato Malispiritus Comandante della Città di Andria, come si è detto innanzi al capo VIII pag. 155.
Partiti da Canosa essendosi avvicinati ad Andria, fecero conoscere al Comandante suddetto il loro arrivo. Costui andò loro incontro, e gli assicurò che sarebbe concorso a tutto ciò che si era da essi determinato; ma soggiunse. Quia vero civitas Andriæ dominio suo erat valde fidelis, voluit, et rogavit quod per eos damnum non fieret civibus in exterioribus rebus, animalium scilicet et satorum, sed mite, et curialiter pertransirent, quum ipse eorum denario quæcumque necessaria eos emere permittebat. Se ne contentarono i Tedeschi, e quindi si accamparono come amici in una pianura fuori della città. Il Comandante suddetto rientrato in essa fece tutto conoscere ai suoi abitanti, ed insinuò loro di somministrare alle truppe accampate tutto ciò che alle stesse sarebbe bisognato a pronto pagamento.
I popolari però per loro sventura presero la cosa in senso sinistro, sospettarono un tradimento, e si negarono a somministrare i viveri richiesti. Ne rimase di ciò indignato il Comandante suddetto, e non mancò di avvertirgli che a tal modo esponevano la città ad un grave disastro, ed avrebbero potuto essere obbligati a dare per forza ciò che ricusavano di vendere a pronto contante. Intanto le truppe accampate rimaste senza viveri per due giorni, il terzo giorno spedirono nella città i loro messi per conoscere il perchè si negavano loro i viveri, e qual colpa avevano commessa a danno de’ suoi abitanti per meritare un tal rifiuto. Fu però loro bruscamente risposto dai popolari che non volevano nè donargli, nè vendergli. Si chiusero quindi le porte, e gli Andriesi si posero in armi.
Essendo rimaste le truppe suddette fortemente irritate da cotesto oltraggio, fu presa la risoluzione di vendicarsi colle armi, e devastare la città. Vi erano però tra esse alcuni Capitani Tedeschi, i quali avendo ricevuti per le loro compagnie con anticipazione i soldi fino al dì di S. Giorgio, dicevano ch’erano tuttavia al servizio del Re d’Ungheria. Si protestarono quindi che non avrebbero mai consentito quod fidelissima Terra Andriæ versus Regem Ungariæ vastaretur. Rimasti fermi in tal proponimento, si diressero a Giannotto Brancasio nobile Andriese, gli fecero conoscere le intenzioni de’ loro compagni di depredare la città, lo animarono a difenderla vigorosamente, e si offerirono ad entrare in essa, unirsi coi cittadini, e prestarsi alla loro difesa. I popolari però sospettando che cotesta offerta laudabile, ed onorevole fosse stata insidiosa sconsigliatamente la rifiutarono. Quindi li Capitani suddetti si separarono coi loro soldati dagli altri, non vollero prender parte a tale aggressione, e si accamparono in una pianura verso Barletta per vedere l’esito dell’affare.
Cominciò dopo ciò l’attacco con ugual vigore de’ Tedeschi e Lombardi nell’assaltare la città, e degli Andriesi nel difenderla. Avevano i primi rivolti i loro sforzi contro quella porta della città che porta il nome di porta del castello, perchè era quello il punto più debole di essa. Gli Andriesi nondimeno facendo sforzi straordinarj coraggiosamente gli respingevano a colpi di balestre. In questo mentre surse un subuglio fra il detto Giannotto e suoi seguaci, e ’l Comandante Malospirito, poichè i primi lo chiamavano traditore, ed intelligente dell’aggressione che la città stava soffrendo, e ’l secondo uscì dal castello per respingere tale ingiuria, e malmenare il detto Giannotto. Essendosi però gli animi soverchiamente riscaldati da ambe le parti, si vide il Comandante suddetto obbligato a ritirarsi nel castello per salvare la sua vita. I soldati della guarnigione irritati dal vedere maltrattato a tal modo il loro Capo cominciarono a tirare dalla sommità del castello colle balestre e coi sassi contro i cittadini che difendevano la porta suddetta; il che gli costrinse ad abbandonarne la difesa. Cessata quindi la resistenza, i Tedeschi ed i Lombardi entrarono nella città, e vi commisero tanti eccessi che rifugge l’animo dal commemorargli.
Cotesto racconto che ci viene da uno Scrittore, il quale si trovò in mezzo a tali avvenimenti, porta a conchiudere che la città di Andria soffrì quel lagrimevole disastro per la ostinazione de’ suoi popolari non suscettiva di veruna scusa, poichè il negare i viveri a chi vuol pagargli è cosa inumana, ed il negargli ad un esercito che può prendersegli colla punta della spada pecca della massima imprudenza, e cecità. Cosa dunque il Conte di Ruvo avrebbe potuto contare su di una popolazione di un carattere così duro ed ostinato, la quale nell’anno 1799 era mossa anche dalla forza del sentimento, e di una decisa avversione per i Francesi?
[266]. Dicono gli Andriesi che in quella fazione caddero estinti duemila e cinquecento nemici. Pecca ciò di una esagerazione più che soverchia, e molto poco considerata. Troppo ci vuole per poter perire tanta gente in un conflitto di sola fucileria, senza l’artiglieria e senza venirsi alla bajonetta! D’altronde la colonna spedita nelle Puglie fu appena di tremila uomini. Sarebbe rimasta questa distrutta se avesse perduti in Andria duemila e cinquecento soldati ed uffiziali, poichè al numero de’ morti bisogna aggiugnere anche quello de’ feriti. Il fatto però sta in contrario, poichè dopo l’affare di Andria la stessa colonna proseguì le sue operazioni guerresche con avere espugnata la città di Trani, sommessa Moffetta ch’era anche sollevata, occupata Bari, saccheggiate ed incendiate Carbonara, e Ceglia (l’antica Celia) che le opposero resistenza. Sarebbe anche andata più oltre verso la Provincia di Lecce, se non fosse stata richiamata in Napoli per le circostanze che in seguito sarò a dire. Tolte di mezzo dunque l’esagerazioni che mal converrebbero alla Storia, l’attacco di Andria costò ai Francesi la perdita tutto al più di qualche centinajo di uomini, giacchè a niuno poteva esser facile conoscere il numero preciso degli estinti, i quali si fecero subito disparire giusta lo stile ch’essi serbavano di bruciare i cadaveri.
[267]. Nello stesso Palagio Ducale andarono a ricoverarsi le povere Monache cacciate dal Chiostro dalla licenza militare. Il Conte di Ruvo ne prese tutta la cura, e nel partire da Andria le affidò al suo Agente perchè le avesse restituite al loro Monistero come fu da costui eseguito col massimo e laudabile zelo.
[268]. Di questa verità di fatto ne sono testimone io medesimo. Pochi giorni dopo l’eccidio di Trani mi recai ivi per visitare alcune famiglie amiche. Avendo avuta la curiosità di osservare i luoghi ove si era combattuto, mi assicurai che le muraglie niun danno avevano sofferto dall’artiglieria nemica e stavano in ottimo stato. Ma le baracche di tavola formate al di sopra di esse per i corpi di guardia della gente che le custodiva e le difendeva erano tutte traforate dalle palle della fucileria degli assedianti entrate per i vani delle cannoniere.
[269]. Per mero equivoco nel detto capo VI ho detto di esser questi PP. Riformati. Son essi però Minori Osservanti.
[270]. La gran quantità delle pietre che la natura ha messe in que’ luoghi obbliga i proprietarj de’ terreni a spurgargli di esse per poterne migliorare la coltura. Cotesta operazione che col linguaggio del luogo si chiama scatenare è per se stessa utilissima. Non è però tollerabile che le pietre che vengono estratte siano gittate sulle strade pubbliche rendendole positivamente impraticabili. Possono le pietre suddette rimanere benissimo esaurite col circondarsi i fondi stessi donde vengono estratte di parieti a secco più alti e più forti del solito che si pratica in quella Provincia. Sarebbe ciò anche conducente a meglio custodirgli e garantirgli dai danni che possono ricevere dagli uomini e dagli animali che passano. Un pariete più avanzato non costa che poche grana di più la canna. È cosa però indegna vergognosa e molto riprensibile che per farsi il misero risparmio di poche grana la canna si abbia la temerità e la indiscrezione di gittar le pietre esuberanti in mezzo alle pubbliche strade! Ed è anche più scandaloso che siano questi eccessi tollerati e guardati con indifferenza dalle Autorità municipali!
[271]. Livii Histor. lib. XVI cap. 29.
[272]. Tacitus Histor. lib. II.
[273]. Cicero Orator. cap. XXIV.
[274]. Mazochii Commentaria in Tabulas Heracleenses Diatriba II Section. VI §. I pag. 85.
[275]. Mazochius libro supra citato Diatriba I De Magna Græcia cap. V §. 2 pag. 24.
[276]. Census et monumenta publica potiora testibus esse Senatus censuit. L. 10 ff. de Probationibus.
[277]. Sed Scriptorum Romanorum doctissimi, et in his Porcius Cato, qui diligentissime scripsit de originibus Italicarum urbium, Luciusque Sempronius et alii, Græcos affirmant profectos ex Achaja multis ante Trojanum bellum ætatibus, nec tamen diserte tradunt ex qua Natione Græca, quave urbe migraverint, ac ne tempus quidem, aut Ducem Coloniæ, aut quo casu patrias sedes reliquerint.
[278]. Hunc numulum adhuc singularem, edito jam meo rubastinorum numorum catalogo, dono dedit cl. Ioanni Iatta egregius rubastinus medicus, et studiosus antiquitatum cultor Vitus Tambone.
[279]. Millingen supplém. aux considérat. sur la numismatique de l’anc. Italie pl. II f. 5, Eckhel sylloge pag. 84 tab. 8 f. 3.
[280]. Avellinii Ital. vet. num. I. I p. 60 n. 40 et p. 87, et suppl. p. 31, Milling. l. c. f. 6 et anc. coins p. 11 tab. 1 f. 13.
[281]. Eckh. l. c. Avell. l. c. tom. II p. 17 n. 158.
[282]. A Tarentinis, auxilia adversus Bruttios deprecantibus, sollicitatus. Iustin. lib. XII c. 2. Confer quoque Strabonis lib. VI pag. 280 Casaub., Livium lib. VIII cap. 17 et 24, Gellium noct. attic. lib. XVII cap. 21, Aristotel. δικαιὠματα πολέων apud Ammonium in νῆες. Vide Niebuhrii histor. rom. gallicae versionis tom. III pag. 144 seqq. edit. Bruxell.
[283]. Milling. anc. coins p. 11 seq.
[284]. Saturn. lib. I c. 23.
[285]. Eck. doctr. tom. V p. 348, Emeric-David Jupiter t. II p. 376 seq., Creuzer Symbolik tom. III p. 149, 3. edit.
[286]. Gell. noct. att. lib. V c. 12, Eck. doctr. tom. V p. 219.
[287]. Edidi primus suppl. ad Ital. vet. num. p. 46 emendate: nam perperam Hunterus Agrigentinis tribuit: dedit iterum Milling. anc. coins p. 12, tab. 1 f. 18 seq.
[288]. Lib. VIII c. 24.
[289]. Acad. des inscr. et bell. l. tom. XII p. 350 seq. Aliter tamen expeditionis et mortis Alexandri annos statuit Frölichius reg. vet. num. p. 33.
[290]. Osservazioni sopra talune monete pag. 20.
[291]. L. c. p. 62 seq.
[292]. Bullet. arch. napol. anno II p. 117.
[293]. Plauti Rud. act. III sc. 5 v. 42 seq. Lepidum quoque de duplice Hercule confer Luciani mortuor. dial. 16.
[294]. De Dasio Altinio Arpano vide Liv. lib. XXIV cap. 45, Sil. Ital. lib. XIII v. 32 seqq., de Dasio et Blasio salapinis eumdem Livium lib. XXVI c. 38, Appian. bell. annib. cap. 45 et 47, et Valerium Maximum lib. III cap. 8. Denique et Dasius Brundusinus, qui Annibali Clastidium vicum prodidit, memoratur eidem Livio lib. XXI cap. 48. Vide quae scripsimus Ital. vet. num. tom. I pag. 48 et 55.
[295]. Lib. XII c. 2.
[296]. Schidone.
[297]. Giovanni Antonio Goffredo Ragguaglio dell’assedio dell’Armata Francese nella città di Salerno. Edizione di Napoli dell’anno 1649 pag. 26.
[298]. Si deve quì leggere piuttosto fuit, non fecit.
Si decus Italiæ, si nostræ gloria Gentis
Infixa est animo, Lector, honosque tuo,
Si gesta Heroum monumento digna perenni
Vera tibi præbent gaudia, siste gradum.
Hic tres atque decem Galli, pariterque Latini,
Ob laudis stimulum, conseruere manus,
Congressique pares numero, et florentibus annis,
Attamen haud similes viribus, atque animo.
Hoc campo certatum est ferro, hic Gallica Pubes
Experta est nostras in sua damna manus.
Prosiluere omnes in pugnam audacter utrimque,
Sed non pugnatum Marte, manuque pari.
Virtuti Italicæ jactantia Gallica cessit,
Armaque Victori tristis, equosque dedit,
Captivisque ad Barulum ductis ad vespera, tota
Nocte Urbs festivis plausibus obstrepuit.
Fama perennis erit præclaræ, et gloria pugnæ,
Italia æternum quæ resonabit io.
Nota del Trascrittore
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