NOTE:

[1.] “Augusto„ per esattezza s'avrebbe a dire, poichè le predizioni del veltro che verrà, di colui per cui la lupa disceda, del messo di Dio che anciderà la fuia, sono echi delle predizioni dell'Eneide, nelle quali si promette, per bocca di Giove e d'Anchise, Augustus Caesar (Aen. I 286; la lupa è il furor impius; VI 791: la lupa è il complesso dei mostri domati da Alcide).

[2.] Ep. VI ad Florentinos, 5.

[3.] Vedi a pag. 473, nota. Nell'Ottimo (ed. Pisa Capurro 1828) leggo al verso 118 del XXXIII Pur. “se altro non ne sai, vedi il libro Donico, il quale trattò di questa materia„. Che è o chi è questo Donico? Non forse Doniço? cioè, quel Donizone che cantò la contessa Matelda e le disse Marta e Maria? Su che, vedi L. Rocca, Matelda (nel vol. Con Dante e per Dante, 1898 Hoepli).

[4.] Co. 4, 9.

[5.] Co. 4, 6. E si legga ciò che segue: “Oh miseri, che al presente reggete! e oh miserissimi, che retti siete! che nulla filosofica autorità si congiugne colli vostri reggimenti nè per proprio studio, nè per consiglio„. Essi non furono addotti dal proprio studio all'arte lor conveniente. Sull'arte leggi tutto il Cap. 9.

[6.] Mi pare che sia naturale interpretare che Matelda cantasse (Pur. 28, 41) appunto il salmo Delectasti a cui poco dopo ella si riferisce (ib. 80).

[7.] Pur. XXXII 100 segg.

[8.] Vedi L'Ultimo Rifugio di Corrado Ricci, pag. 114 segg. e anche la sua Guida di Ravenna, 2a, pag. 134 sgg.

[9.] Vedi a pag. 279 sgg. Tralascio qui l'ancor più debole obbiezione di Marcabò diruto nel 1309.

[10.] Vedi a pag. 259 sgg.

[11.] Vedi a pag. 277 sgg.

[12.] Vedi a pag. 240 sgg. e a pag. 581 sgg.

[13.] Vedi Aen. I 716 sqq. IV 165 sq. 169 sq. Vedi nel mio libro a pag. 271 sgg. e 283 sgg.

[14.] Aen. VI 640 sqq. Vedi in questo libro a p. 250 e sg.

[15.] Vedi Sotto il velame (Bologna, Zanichelli 2ª ediz. MCMXII) pag. 434 sgg. Al luogo del libro XXII contra Faust, si può confrontare un passo de Cons. Evang. I 5. Ne ricavo questi dati: “(la vita attiva) è quella per cui si va, (l'altra) è quella per cui si giunge; per l'una si fatica, al fine di mondare il cuore per veder Dio; per l'altra si riposa e si vede Dio; quella è nei precetti di esercitar questa vita temporale; questa nella dottrina di vita eterna... Quella è nella purgazione de' peccati, questa nella luce che segue la purgazione. E perciò in questa vita mortale, quella consiste nell'operare il bene, questa più nella fede, e presso pochissimi quasi in uno specchio, per enigma, e in parte in alcuna visione dell'incommutabile verità...„. Queste ultime parole sono di S. Paolo ad Cor. I 13, 12.

[16.] Il lettore a pag. 22, nel momento d'una dimostrazione decisiva, aggiunga alla penultima riga il concetto che è a pag. 149; così: “Il che Dante ha espresso nel poema, a proposito di Maria alla quale è tanto divota e simile Beatrice, dicendo ch'ella in cielo è face di carità e in terra fonte di speranza„. (Par. 33, 10)

[17.] Indico con le sigle VN. la Vita Nova (edizione del Witte e del Casini), con Ca. il Canzoniere (ed. Fraticelli), s. sonetto, b. ballata, c. canzone; con VE. il de Vulgari Eloquentia (ed. Rajna), con Co. il Convivio (ed. Fraticelli), con M. il de Monarchia (ed. Fraticelli), con Inf. Pur. Par. le singole cantiche della Comedia (ed. Witte). Nelle note, MO. e Vel. significano i miei due volumi, Minerva Oscura (Giusti) e Sotto il Velame (Zanichelli).

[18.] “Da questa visione innanzi cominciò lo mio spirito naturale ad essere impedito ne la sua operazione etc.„

[19.] V. nella Vita Nova di AD'Ancona (Pisa, Nistri 1872 e 1884) la nota in proposito al cap. III.

[20.] Un nobile maestro di psicologia, a questo proposito dice: “Per quanto sia ancor tenebrosa la psicologia dei sogni nei loro rapporti colle provocazioni della veglia, si può ritenere che il prodotto intellettuale di origine esclusivamente fantastica, meno facilmente s'inquadra nella trama d'un sogno, come quello che dispiega minor relazione cogli stimoli sensitivi. La disposizione al sogno par più viva sempre rispetto al reale, di cui il sogno è una qualche trasformazione, che rispetto all'ideale di cui il sogno non è che continuazione, perchè l'ideale è appunto il sogno della veglia„.

[21.] Il Casini (VN. pag. 22) con poca verisimiglianza intende “la morte chedea... la tua donna„. Come avrebbe detto Dante che lo verace giudizio del detto sogno non fu veduto allora per alcuno, se Guido l'aveva veduto? Meglio PErcole (Guido Cavalcanti e le sue rime p. 314 segg.). Pur dissento anche da lui. Il su' contraro è per me il contrario del sonno, e non l'avversione di Beatrice. Di più non credo a ciò ch'egli dice che “B. conquistandolo (il cuor di Dante) ne voleva la morte„, e che Amore desse “alla Donna da mangiare il cuore, destinato alla morte, per impietosirla„. Leggiamo per es. il Son. XXIII di Guido:

la nova donna cui mercede cheggio
questa battaglia di dolor mantene.
············
drizzami gli occhi de lo su disdegno
sì feramente che distrugge 'l core.

Il core muore, quando è disdegnato. E ci vuol, da parte della donna, mercede. Or questa mercede, nel fatto del sogno, Guido la vedeva e interpretava con quel fero cibo delle novelle, che si credeva potente a indurre in amore. (V. in VN. del D'A. pag. 34).

[22.] Togliendo a venticinque (l'adolescenza termina a venticinque anni) i nove anni della puerizia, abbiamo sedici, la cui metà è otto. Nell'esatto mezzo della sua adolescenza sarebbe stato Dante, se avesse avuto diciassette anni e non (come egli pone), due volte nove anni. Il nostro pensiero si fermerà su questi numeri. Notiamo ora che, se non Dante, Bice, sì, era allora proprio nel mezzo, avendo ella poco più di diciassett'anni.

[23.] MBarbi (Un son. e una ball. d'amore etc. Fir. 1897) crede sia da preferire la lezione monna Lagia a monna Bice.

[24.] Son. XXIX nell'edizione di PErcole. Il quale legge, con l'Arnone, al v. 8 avei ricolte, lasciando la lezione avea ricolte, havea riccolte di due codici, cui si può agguagliare l'altra d'un terzo, have (have') riccolte. E anche l'interpretazione, non solo a questo punto ma altrove, è disforme dalla mia. E bisogna leggere in FD'Ovidio, Studii sulla D. C. “La rimenata di Guido„, per aver notizia della letteratura dell'argomento. FD'O. sostiene tutt'altra opinione della mia.

[25.] Son. X dell'ed. citata. FTorraca pensa così in Rass. Crit. di Percopo e Zingarelli I 33.

[26.] che tutte le tue rime avea ricolte. Quel senso di ricogliere è in Dante, Pur. 18, 86. Par. 4, 88; 10, 81; 29, 69; e altrove. E a me pare alluda alla risposta perfetta, rima per rima (come non era sempre solito: cfr. gli altri sonetti a botta e risposta in PErcole p. 317 segg.). E mi pare interpretazione così facile e piana, che per certo alcun altro l'avrà trovata prima di me. L'asindeto avversativo, appoggiato al forte del verso di me parlavi sì coralemente, che io dichiaro col ma, non è alieno dallo stile stringato e poco agevole di Guido in altre sue cose. Anche il D'O. dà a quel valore esclamativo e lo dichiara per invece.

[27.] E può venire in mente che queste rime fossero quelle “certe cosette per rima„ fatte per la “gentile donna schermo de la veritade„ (VN. 5).

[28.] “Sì mi venne una volontà di volere ricordare il nome di quella gentilissima, e d'accompagnarlo di molti nomi di donne, e specialmente del nome di questa gentile donna„: VN. 6. Checchè fosse il segreto intendimento di Dante, quello “specialmente„ ci dice che nella pistola trionfava il nome della donna dello schermo.

[29.] Casini: Notizia sulla VN. nella sua edizione par. 5: “Se quest'idea del nove non avesse avuto un fondamento nel fatto, Dante avrebbe potuto imaginarla in ogni circostanza, non avrebbe avuto bisogno di dare un'espressione approssimativa alle sue parole, e tanto meno poi dì ricorrere a un artificio del ragionamento etc.„. Lascia invece dubitare l'intervallo tra la prima apparizione e il saluto.

[30.] Aur. Aug. Confessiones 3, 11, 20; 4, 1, 1.

[31.] Non posso tenermi dal dire che (nè con ciò intendo che Dante vi s'ispirasse qui o non s'ispirasse anche altronde), che ne' libri Contra Faustum di S. Agostino è grande uso di tali spiegazioni simboliche di numeri. Per es. Et quod vicesimus et septimus dies mensis commemoratur... id est quodam modo conquadratos trinitas perficit; in memoria qua Deum recolimus, in intelligentia qua cognoscimus, in voluntate qua diligimus. Tria enim ter et hoc ter fiunt viginti septem, qui est numeri ternarii quadratus. Lib. XII cap. XIX.

[32.] Vedasi, per citar l'ultima, negli “Studi sulla D. C.„ di FD'Ovidio, la trattazione “Dante e San Paolo„ a pag. 326-31. Il D'O. s'acqueta alla chiosa di GMazzoni, ridotta alla più semplice espressione, così: “I celesti vorrebbero subito in cielo la celeste Donna, e Dio la concederebbe se un solo essere celeste, la Pietà, nol rattenesse. I celesti avranno un giorno Beatrice, gli uomini destinati a salvarsi l'avranno ugualmente, ma e quei poveretti che non vedranno mai il Paradiso? Dio misericordioso pensa di lasciar che essi godano almeno un raggio di Paradiso in terra vedendo Beatrice„. Vedi nella VN. del d'Ancona e anche del Casini le varie opinioni d'altri, come quella dello Scherillo nello studio innanzi citato.

[33.] In molte questioni della Summa specialmente in 2a 2ae 18, 2 e 3. Trascrivo: Contra est quod Apost. dicit ad Rom. 8: Quod videt quis, quid sperat? sed beati fruuntur Dei visione; ergo in eis spes locum non habet... cum beatitudo iam non sit futura sed praesens, non potest ibi esse virtus spei; et ideo spes, sicut et fides, evacuatur in patria, et neutrum eorum in beatis esse potest... Evacuata spe in beatis, secundum quam sperabant sibi beatitudinem, sperant quidem aliis beatitudinem, sed non virtute spei, sed magis ex amore charitatis... — Ad conditionem miseriae damnatorum pertinet, ut ipsi sciant, quod nullo modo possunt damnationem evadere... unde patet, quod non possunt apprehendere beatitudinem ut bonum possibile, sicut nec beati ut bonum futurum; et ideo neque in beatis, neque in damnatis est spes; sed in viatoribus, sive sint in vita ista, sive in purgatorio, potest esse spes... magis potest esse fides informis in damnatis, quam spes.

[34.] Ne trovammo altri. Leggasi per esempio il mito del lume che è tenebra in Vel. pag. 67.

[35.] Vedasi nella Summa 2a 2ae 14, 2. L'uomo si distoglie dall'elezion del peccato, mediante la speranza che sorge dalla considerazione della misericordia che rimette i peccati e premia le virtù: e questa speranza è tolta dalla disperazione.

[36.] Vel. p. 477.

[37.] Aur. Aug. Contra Faustum XXII cap. 52-8. Riferisco qui molte delle dichiarazioni che dà S. Agostino di Rachele, dichiarazioni sinonimiche e che s'accentrano nella parola sapientia... (52) Rachel... (interpretatur) Visum principium, sive Verbum ex quo videtur principium — Spes... aeternae contemplationis Dei, habens certam et delectabilem intelligentiam veritatis, ipsa est Rachel; unde etiam dicitur bona facie et pulcra specie... (53) Unusquisque, quid aliud corde gestavit, quid aliud adamavit, nisi doctrinam sapientiae...? — pro concupita et sperata delectatione doctrinae... — ad pulcrae atque perfectae sapientiae delicias pervenire... — voluptas intelligendi quae vera sunt — Concupisti sapientiam — intelligentiae meritum... — ad sapientiam... intelligentia pertinere monstreturqui flagrant ingenti amore perspicuae veritatis... — in eo quod appetit, (est) luminosa sapientia... Verbum quo videam rerum omnium, principium... — speciosa intelligentia... — (54) Rachel clara adspectu mente excedit Deo et videi in principio Verbum Deum apud Deum (Paul. ad Cor. 5, 13, Ev. Ioan. 1, 1)... studio contemplationis, ut ea quae carni sunt invisibilia, non infirmis oculis mentis, per ea quae facta sunt, intellecta conspiciat, et sempiternam Dei virtutem, ac divinitatem ineffabiliter cernat (Paul. ad Rom. 1, 20)... — studia contemplationis ignescunt... etc.

[38.] Liber Sapientiae, Cap. VIII. Vedi FPPerez, La beatrice svelata, cap. XI.

[39.] Vel. passim spec. 49 sgg.

[40.] La lezione di questo verso è assai incerta. “Pur„ non può significare “ancora„, dice il Rajna, che perciò interpunge col d'Ancona

che mi dicean pur: Morrati, morrati

Il Casini vuole che “pur morrati„ sia mantenuto, per far riscontro al “Tu pur morrai„ della prosa dichiarativa. Ma come “pur morrati„ valga “tu pur„ ossia “tu solo„ non si vede.

[41.] Vel. Il passaggio dell'Acheronte, pag. 69-103.

[42.] Aur. Aug. contra Faustum XXII 53: Quamlibet enim acute sinceriterque cernatur a mortalibus incommutabile bonum adhuc corpus quod corrumpitur etc. (Sap. 9, 15).

[43.] Ciò è in Perez, La beatrice svelata, XII.

[44.] Notevole il fatto, segnalato dal Perez, che l'autore dell'Epistola a Can della Scala ricorda e questo passo di S. Paolo e il nome di Riccardo da S. Vittore. È un fatto in favor dell'autenticità che vale quanto molte argomentazioni, quanto si vogliano sottili, contro.

[45.] PRajna, La genesi della Divina Comedia: “Dante, in un periodo d'afflizione, perchè la sua Beatrice, biasimando alcuna cosa in lui, gli ha tolto il prezioso saluto, cerca conforto nella esaltazione dell'amata, e s'attenta, forse per la prima volta, ad affrontare il genere lirico più elevato, cioè la canzone. Egli parla — a donne e donzelle amorose — ...„

[46.] Vel. pag. 28.

[47.] Giuliani: “Io duro costante, non così tu: io rimango sempre lo stesso, non mi muto mai per diverse che sieno le circostanze in cui m'aggiro, ma tu invece ti cambi di frequente„. Il Witte: “un amico amore manda i suoi raggi ugualmente a tutte le parti della circonferenza, cioè si manifesta ugualmente in tutte le azioni dell'amante, ma le tue azioni hanno più d'un centro„. Queste due spiegazioni implicano il concetto d'incostanza e imprudenza. E l'implica anche quella del Notter: “Amando Beatrice mortale, oppure quel che in lei è mortale e non iddio, tu non sei ancora nel vero centro del tuo essere, cioè in me, che sono iddio„.

[48.] Nel Vel. (pag. 153) è notato lo sparire quasi a questo modo della lonza e specialmente del leone nella lupa.

[49.] AD'Ancona nella sua ed. della VN. “In questi due amori... a noi sembra trovare la conferma di ciò che il Boccaccio scrisse, Dante cioè essere stato prono ad amori, non sempre spirituali, specialmente in gioventù. Dovendo egli in questo libretto far le sue confessioni, non poteva tacere di quei due affetti giovanili: solamente, volendo anche mostrare la fatalità e la perennità dell'amore a Beatrice, li collegò con questo rappresentandoli come schermi„ etc.

GCarducci, nella medesima ed. “Peregrino indica lo errare da un amore all'altro o da una sembianza d'amore a un'altra: leggermente vestito, adombra la leggerezza e varietà di siffatti amori; e di vili drappi, significa che quel nuovo amore fu indegno: per ciò, più sotto, guarda la terra.„

MScherillo in Alcuni Capitoli etc. (pag. 268-272) rintraccia in poeti provenzali quest'uso d'amori finti a coprire il vero. Io credo però che Dante s'ispirasse a codesti rimatori per dare la sua figurazione allegorica di amori veri sebbene non serii, o che tali, almeno, non gli parvero dopo.

[50.] L'idea del circolo a significare l'amore può D. averla tratta dal 3 de Anima (in Summa 1a 2ae 26, 2): appetitivus motus circulo agitur. Invero il quid appetibile muove l'appetito che tende all'appetibile, da cui è mosso: così la linea converge a ritrovar sè stessa. Come però l'amore sia il centro di questo circolo, piuttosto che il principio di questo moto, qual è nella Somma, D. può averlo indotto da questo passo di S. Agostino nelle Confessioni, 13, 9: “Il corpo tende, per il peso, al suo luogo. Il peso non è solo verso il basso, ma verso il luogo suo. Il fuoco va a su, la pietra a giù. Sono tratti da' loro pesi, cercano i luoghi loro... Il mio peso è l'amor mio: là son condotto, ovunque io sia condotto„. Per la gravità il corpo cerca invero locum medium come è in Summa 1a 2ae 26, 1; e questo locus medius è detto centro da Dante stesso; (Inf. 34, 107)

dal centro...
il punto
al qual si traggon d'ogni parte i pesi.

È incluso, nel paragone di Dante, il concetto che amore sia Dio stesso? Può stare. Dio (per dirla con un filosofo cattolico, GMCornoldi, Lezioni di Filosofia, pag. 551), Dio “amando sè ama in sè e con sè tutte le cose„. E come egli è il centro cui tendeva l'anima ardente d'Agostino, ed è l'Amore stesso, così possono essere buone e cattive le cose ch'egli ama.

[51.] Secondo il Lubin sarebbe stato nel 1289. La canzone è trascritta in parte sopra un memoriale dell'anno 1292 del notaio bolognese Pietro Allegranza. Ve la trovò il Carducci.

[52.] Si contradice a F P Perez, che si giova di questo passo, per dimostrare che tutto è allegoria e simbolo nella VN. (Vedi ad esempio Gaspary). Si dice che qui si tratta di personificazioni. Le quali, dunque (dico io), il rimatore deve sapere denudare di cotal vesta. E così dunque negli esempi recati da Dante di poeti, Virgilio avrebbe dovuto certo aprir per prosa che Aeole namque tibi valeva, che cosa? Lucano “non senza ragione alcuna, ma con ragione„ avrebbe detto: Multum, Roma, tamen debes, e questa ragione consisterebbe tutta, in che? nel dire, tu, o Roma, devi, invece che, Roma deve? O guardate: lo scoliaste (vedi per ciò la V. N. del Casini, pag. 141) di Lucano qui soccorre: tamen quod per illud (bellum) tantum rectorem habemus, ideo etc. Dante forse non pensava che quel sì grande reggitore fosse Nerone o pensava che il concetto di Lucano fosse “che le guerre civili avevano portato alla monarchia„. Superfluo ricordare i sensi mistici attribuiti all'Eneide. Per questi, e per altri, attribuiti alla Farsalia, vedi di Dante stesso il Co. 4, 26, 28. Dante dice che tali personificazioni non si adoperano che in poemi i quali hanno ben altro intendimento di quel che paia, e così non si debbano adoperare in rime (d'amore, per forza) se non per coprire di tal veste un altro senso.

[53.] FPPerez, Beatrice svelata, Cap. XVIII. “Le quali (Beatrice e Giovanna) mentre esprimono, nel concetto di Dante, la distinzione delle due Vite possibili all'uomo — l'operativa, sotto l'impero della ragione, e la speculativa, sotto quello dell'intelligenza — e i loro rapporti d'attenenza e successione, valgono a sodisfare pur anche un gentile bisogno dell'anima sua; consociare alla propria gloria colui che fu primo e dolcissimo tra' suoi amici„. Così vedi nel cap. VIII il divario tra scienza e sapienza, basato sul passo di Paul. ad Cor. 1 12, 8: alii quidam datur per spiritum sermo sapientiae, alii sermo scientiae. Scientia in Dante era anche sinonimo di “arte„, poichè la Musa (VN 25) egli chiama la propria scienza del poeta.

[54.] La proporzione sarebbe questa: 25 : 10 :: 18 : 7, 2.

[55.] Vel. La selva oscura, pag. 1-48.

[56.] Non diversamente del Giuliani, FFlamini in Dante e lo “Stil Novo„ (Rivista d'I. 15 Giugno 1900): “Nè chiosa più veritiera poteva egli fare appunto a quella designazione (Io sono uno che scrive quando etc.), se gli dobbiamo credere quanto nella Vita Nova afferma, il cominciamento di canzone riferito da Bonagiunta essergli venuto spontaneo sulle labbra„ etc.

[57.] Vedi a pag. 49.

[58.] Ol. II 94. Nem. III 80. V. 21.

[59.] Perchè non si creda trattarsi di facoltà essenzialmente diversa, basti, per un esempio, ricordare (Pur. 4, 73):

Vedrai...
Se l'intelletto tuo ben chiaro bada
············
Non ved'io chiaro sì, com'io discerno,
là dove mio ingegno parea manco.

Ingegno è espressione più modesta che intelletto. Intelletto si fa dir da Virgilio, esso dice ingegno.

[60.] Ecco il luogo del Convivio: “Pure avvegnachè all'abito di quella si vegna, non vi si viene sì per alcuno, che propriamente abito dire si possa; perocchè il primo studio, cioè quello per lo quale l'abito si genera, non può quella perfettamente acquistare„.

[61.] Sap. 8. Lo cita il Perez, e se ne parlerà ancora.

[62.] E qui scienzia vale certo sapienza, come si vede da ciò che seguita all'ultimo passo che cito: “chè, siccome di sopra si dice, Filosofia è quando l'anima e la sapienza sono fatte amiche„. Pure non credo a una svista di Dante. Scientia è anche nel VE. per habitus scientiarum. Le scientiae (di cui una è l'arte poetica, detta pur scienza da Dante in VN.) sono le membra della sapienza. Scienzia sarà quindi la Sapienza ma considerata nelle sue parti, veduta come un complesso di parti. Sarà insomma scienzia lo stesso concetto di sapienza, analiticamente espresso invece che sinteticamente. Nello stesso capitolo dice che i seguitatori di scienza, cioè filosofi, erano chiamati sapienti, e che filosofo vuol dire amator di sapienza. Scienza da scire, che in italiano è sapere da sapere, donde sapienza: gran confusione.

[63.] V. in IDel Lungo Dal Secolo e dal Poema di Dante, Bologna 1898, nello studio “Il disdegno di Guido„ a p. 40-41, la biblioteca (una gran biblioteca) del disdegno di Guido. E aggiungivi “Il disdegno di Guido„ degli Studii sulla D. C. di FD'Ovidio; studio che contiene con qualche lieve ritocco i successivi articoli di lui. NTommaseo aveva enunziate le parole decisive nel suo commento: “Guido non curò l'eleganza dello stile e lo studio degli antichi... Non mai però l'arte e lo studio sono (in Guido) quanto in Dante profondi„.

[64.] È tanto decisiva, che basterebbe, invertendo il modo della dimostrazione, a provare che Virgilio significa studio.

[65.] Oltre i suoi modi di “sdegnoso e solitario„ (Cronica di D. C. I. 20) giova ricordare che Guido Orlandi (PErcole p. 330) gli dice: “Ovidio leggi: più di te ne vide!„ e Cino (ib. 358) par che dica di lui, ch'e' “cuopre sua ignoranza con disdegno„. Ma a nessuno sfugga che Dante nella Vita Nova non fece tanto alta testimonianza di Guido, quanto nella Comedia, perchè qui lo dichiara l'unico idoneo a venir con lui, mancandogli solo lo studio, che forse non disdegnò volontariamente.

[66.] Per es. FPPerez. “Non so qui tenermi dal notar la singolarità di questo esprimere per sillogismo e in modo induttivo, anzichè affermativo, il dolore della propria donna alla morte del suo padre„.

[67.] Vedi a pag. 16, 24, 25, 30 e 31.

[68.] Sap. 6. FPPerez, in Beatrice svelata XI.

[69.] Tradurrei: non qui prior vidit, ma, con la frase biblica, cui se prior ostendit.

[70.] AD'Ancona nella sua VN. “Per uno di quegli accorgimenti, di quelle transazioni, che facciamo con noi stessi, quando vogliamo persuaderci della bontà di una cosa che il sentimento o la ragione ci fanno apparire d'altra natura, Dante mormora entro di sè che le ragioni dell'antico e del nuovo affetto sono identiche, che è lo stesso amore quello che lo fa triste e quello che appare adesso nel volto della donna pietosa. Così l'antico affetto scusa e spiega il nuovo„.

[71.] V. a pag. 12.

[72.] Pag. 57.

[73.] Vedi Scritti su Dante di Giuseppe Todeschini, 1872 vol. I pag. 311 e segg.; Studi su Dante di Raffaello Fornaciari, La Trilogia Dantesca, pag. 113 segg.

[74.] Vedi Intorno all'epoca della Vita Nova... diss. di A. Lubin, Graz. 1862; a pag. 22. Questi afferma trattarsi di due rivoluzioni equivalenti a due anni solari. Il Todeschini contradice affermando significate dalle parole di Dante due rivoluzioni “di Venere nell'orbita sua„, dello spazio, cioè, di 450 giorni circa, in tutto.

[75.] Confess. IV 1, 1: Per idem tempus annorum novem, ab undevicesimo anno aetatis meae, usque ad duodetricesimum, seducebamur et seducebamus, falsi atque fallentes... Si tratta proprio di false imagini di bene. Vedi S. Agostino e Dante, Saggio di Arena Antonio, 1899. Della Vita Nova questi non parla.

[76.] Confess. I 6, 10; 7, 12.

[77.] ib. III 4, 7.

[78.] ib. III 11, 19.

[79.] ib. V 3, 3 sqq. E vedi a pag. 15, 16, 24, 31.

[80.] Nel pensiero di Dante, Giovanna non mi sembra che fosse, come non è Matelda, la vita attiva in sè e per sè, ma qualche cosa della vita attiva in quanto questa dispone alla vita contemplativa. Ne riparleremo, e già se n'è parlato molto in Vel. Il colle, sì, rappresenta la beatitudine della vita attiva in sè; il santo monte, no, ma della vita attiva in quanto si dispone e si rende atta alla contemplativa. In cima al bel colle non avrebbe Dante trovata nè Giovanna nè Matelda. Lia lassù non si sarebbe specchiata. Beatrice a Dante dice: (Pur. 30, 73)

Ben son, ben son Beatrice:
come degnasti d'accedere al monte?
non sapei tu che qui è l'uom felice?

“Qui: non nell'altro colle, dove è beatitudine imperfetta, per chi ci può arrivare. E tu non potesti. Gran mercè, che allora lasciasti il colle e ti mettesti per questo monte! Eppure io lo sapevo che tu non eri fatto per quella vita là, che poi non dà la beatitudine perfetta, non ha me sulla cima„.

[81.] Vedi VN. di TCasini, pag. 199; PRajna, Per la data della VN. in Giorn. stor. della lett. ital. VI 112-162.

[82.] Hier. proph. lam. I. Vedi anche ALubin, Dante spiegato con Dante, 1884, p. 39 segg. Egli non persuade me come non aveva persuaso il D'Ovidio (Nuova Antologia 15 marzo 1884).

[83.] Sopra tutti, AD'Ancona, Discorso su Beatrice, nella sua ed. della VN.

[84.] Dino Compagni, Cronica (ed. Del Lungo); II. G. Villani VIII, I. Vedi Dino Compagni e la sua cronica, e Da Bonifazio VIII ad Arrigo VII di IDLungo. Qui specialmente di quest'ultimo volume il cap. III.

[85.] La V. di D. Testo del c. d. Compendio... per cura di E. Rostagno.

[86.] Nè in queste imaginazioni sono primo, giova avvertire. Ma lungo e fuor del mio proposito, far qui una lista. Si ricorra per altro, da chi voglia vedere come possa aver proceduto Dante nel trasformare una Bice donna in una Beatrice Sapienza, al citato “Discorso su Beatrice„ di AD'Ancona.

[87.] La nota già citata (pag. 11) di MBarbi porta a escludere monna Bice. Un solo ms. ha monna bice e... uaggia. Nella Giuntina (del 1527) che recò monna Vanna e monna Bice, questo nome può essere emendamento dell'editore. Il quale si sarebbe ricordato del sonetto XIV della VN. verso 9: io vidi monna Vanna e monna Bice. Ora non è più verosimile che i trascrittori antichi cercando la monna di Lapo e non volendola riconoscere in quella ch'era in sul numero di trenta o delle trenta (se non pensavano al serventese, potevano vedere in quel numero qualcosa di privilegiato), cominciassero a mettere, prima in margine e poi dentro, monna Lapi (Vat.) e monna Lagia?

Questo non è più che un dubbio; ma fa pensare quell'unione di Vanna e Bice nel sonetto XIV! e quel pensiero di Dante su Giovanna precorritrice della vera luce! A ogni modo, anche se si esclude Bice dal sonetto del vascello, non si deve però escludere che Guido avesse dall'amico la confidenza dell'amore suo per Bice o Beatrice.

[88.] Cronica di Dino Compagni, XX. Vedi PErcole, nel libro citato, a pag. 44: “Resta dunque che il pellegrinaggio si ponga tra il 1292-93 e il 1295-96. Ed io credo infatti che, avvicinandosi la bufera del 1293... Guido aristocratico, sdegnoso, dovesse sentire assai forte dispetto della sconfitta dei Grandi... è molto probabile che Guido abbandonasse sconfortato Firenze, approfittando dell'occasione d'un pellegrinaggio„.

Leggi poi a pag. 49: “Il primo (periodo della vita di G.) va dalla fanciullezza sino al tempo in cui egli cessò, come dice Dante, di mirare la beltà della Primavera gentile. Fino a questo tempo lo vedemmo quasi interamente estraneo dalle lotte cittadine... Il secondo periodo, che va dal 1290 (per me, dal 1292 o 93, riferendomi non al tempo del sonetto, ma della prosa dichiarativa) al 1300, è il più fortunoso... È quindi probabile assai che nel primo periodo egli attendesse a quegli studi filosofici che lo resero così celebre fra i contemporanei„. E aggiungiamo che è assai probabile che nel secondo periodo, non vi attendesse più. Per il viaggio interrotto, vedi a pag. 80 e segg. dello stesso libro.

[89.] IDLungo Bon. e Arr. VII pag. 118, id. Dal Sec. e dal Poem. di D. pag. 385 segg. Ivi si legge anche che il Biscioni aveva a' suoi tempi veduto di Dante atti consiliari del 1295.

[90.] Vel. La selva oscura.

[91.] Vel. Le tre fiere; e, spec. qui Il corto andare, pag. 169 seg.

[92.] Vel. Il passaggio dell'Acheronte, p. 73 segg.

[93.] Così almeno dice Dante di sè; ma le sue non erano confessioni come quelle d'Agostino; bensì erano note della sua vita, molto generiche, per formare una specie di trattato filosofico.

[94.] Vel. pag. 171. Iohn Earle, La “Vita Nova„ di Dante, 1899, pag. 56. Egli crede che il monte non sia quello del Purgatorio, sì quello al termine della valle. Duro peraltro è intendere espresso, da una che sta sur un monte, con quella parola “il monte„, un altro monte che quello su cui ell'è. La sconnessione tra i versi 74 e 75 sparisce, quando s'unisce il 75 al 73. Del resto IEarle intende bene: qui, non là; pure non interpretando esattamente il colle ch'egli dice “il monte della scienza„. E pure anche “scienza„ andrebbe, ma interpretandola come quasi sinonimo di vita attiva, nel modo stesso che sapienza si prendesse per vita contemplativa.

[95.] Nel che peraltro è da vedere un dubbio che veramente ebbe il Poeta. Come la sapienza, di cui si parla nel libro di sapienza, non è la sapienza vera? la sapienza che s'identifica nella contemplazion di Dio? E solve il dubbio dicendo che veramente ella era senno (cfr. Inf. 16, 20: fece col senno assai e con la spada) o prudenza regale. Così nel Convivio (4, 17): “Bene si pone Prudenza, cioè Senno, per molti essere morale virtù... avvegnachè essa sia conducitrice delle morali virtù, e mostri la via perchè elle si compongono, e senza quelle essere non possono„. Vedi Co. 4, 27.

[96.] Nel Convivio (2, 5) Dante chiama “più divina„ la vita contemplativa. Divina la chiama, a dirittura, Beatrice qui nella Comedia (Pur. 33, 88).

[97.] Aur. Aug. contr. Faustum XXII. L'espressione è in Sap. 9, 14. Vel. pag. 435.

[98.] Ps. 91.

[99.] Ottimamente tratta GPoletto (in Alcuni Studi su Dante Alighieri, App. X) questa materia della vita attiva preparazione alla contemplativa. È meno esatto, a parer mio, in alcune conclusioni. Queste, per esempio. “La Vita Contemplativa non è che complemento dell'attiva, questa quale preparazione di quella„. No: non tutti quelli che riescono a bene, dall'attiva sono passati alla vita contemplativa, in questo modo. Sarebbe un negare che ci sia vita attiva. “Matelda adombra le due Vite„. Non precisamente: adombra qualche cosa che tiene delle due vite: dall'operare e contemplare: l'arte, virtù intellettuale e abito operativo, Vel. 462.

[100.] Osservazione di GPoletto, in Alcuni Studi, pag. 217: “Così è stabilita la necessità della prima parte del viaggio, lasciando alla libera elezione di Dante la seconda„. E cita un passo di S. Gregorio citato in Summa 2a 2ae 182, 4.

[101.] S. Bern. Op. I 842: “Quod quidem si magnum illud Ecclesiae corpus considerare libet, facile satis advertimus, longe acrius impugnari spirituales viros ipsius Ecclesiae, quam carnales: quae nimirum duo eius latera, dextrum sinistrumque, puto non inconvenienter accipimus„. Vedi Vel. 264.

[102.] Vedi in S. Bernardo (op. II 461) l'antitesi tra Lucifero e Maria. Mi giovo, trattando di Maria, pure in cose vulgate, di S. Bernardo, perchè certo autore di Dante.

[103.] Bern. Op. I 1564.

[104.] Bern. Op. I 468.

[105.] A ogni tratto Maria è chiamata domina e domina nostra in S. Bernardo. Vuolsi ch'ella cominciasse a chiamarsi domina a esempio de' Cistercensi, chè tutti i loro monasteri sono dedicati alla Vergine. Vedi in Bern. Op. (ed. Migne) I 89.

[106.] Bern. Op. I 743.

[107.] Bern. Op. I 468.

[108.] Bern. Op. I 1006, 723.

[109.] Bern. Op. I 1374.

[110.] Bern. Op. I 1012.

[111.] Vedi a pag. 18 sgg.

[112.] Bern. Op. I 1012.

[113.] Vedi a pag. 87 sgg.

[114.] Bern. Op. II 610.

[115.] Bern. I 995.

[116.] Leggi più avanti a pag. 155.

[117.] Ev. Luc. 1, 35.

[118.] Bern. Op. I 1328.

[119.] Vedi a pag. 12 sgg. e 98.

[120.] Vedi a pag. 35.

[121.] Si può dire che dietro CWitte (Dante-Forschungen I 1-65 e altr.) tutti ora credano alla così detta Trilogia Dantesca, di cui il Convivio figurerebbe il traviamento, pieno di contradizioni e di martirio, e la Vita Nova uno stato per così dire d'innocenza e purezza, e la Comedia il ritorno a quella. Modo superficiale, a parer mio, d'intendere! O se invece il Convivio è l'opera moralmente più pura! Lì Dante è fermo (vedremo, come pietra) nell'amor della sapienza, dal quale amore sì nella VN. e sì nella C. narra d'essersi disviato! Per alquanti dì, nella VN.; per un decennio, nella C. Il martirio dell'anima nel Convivio è l'alternarsi di luce e d'ombra ne' suoi stadi: non altro.

[122.] Per es. il Dionisi, del sonetto E' non è legno; il Fraticelli, delle tre sestine, e della sestina doppia e della canzone Io son venuto.

[123.] Isaia 16, I.

[124.] ad Cor. I 10, 4.

[125.] S. Bern, Op. II 1002. In annunt. Dominica Sermo II.

[126.] id. ib.

[127.] In festo S. Benedicti Sermo I. Bern. Op. II 988 sqq.

[128.] Ev. Iohann. 6, 61.

[129.] Così nel comento alla canzone seconda conviviale dice, come già riferii: “E di tutto questo il difetto era dal mio lato„.

[130.] Così intesero veramente il Dionisi e il Fraticelli, interpretando allegoricamente queste composizioni.

[131.] A pagina 156.

[132.] In cantica, Sermo XLVIII, 6; alle parole del Cant. 2, 3: Sub umbra eius quem desideraveram sedi, et fructus eius dulcis gutturi meo. Bern. Op. I, 1437.

[133.] Sermo LIII, 8. Op. I, 1453.

[134.] De laudibus Virginis Mariae, Hom. II, 6. Op. I, 745.

[135.] Medit. in Antiph. Salve Regina. Op. II, 750. Veramente la meditazione si attribuisce ad Anselmo vescovo di Lucca, che visse avanti la nascita di S. Bernardo.

[136.] Georg. I 208. Libra die somnique pares ubi fecerit horas. Servio annota: dicit autem aequinoctium auctumnale, quod fit sole in Libra posito. Vernale enim aequinoctium sol in ariete efficit.

[137.] Georg. II 336.

[138.] IDLungo Dal Sec. e dal Poem. di Dante: pag. 385 segg.

[139.] OBacci Dante ambasciatore, etc. Firenze 1899.

[140.] Non mi persuade al tutto Antonio Cimmino con Il Giubileo del 1300 e D. A. Roma 1900, dell'importanza in genere dell'anno santo nella Comedia; nè prima di lui m'aveva persuaso Nunzio Vaccalluzzo con Il plenilunio e l'anno della Visione Dantesca, Trani, 1899 (pag. 23 sg.), nè gli altri, citati in quel bello opuscolo. L'importanza c'è; non però precipua nè grande.

[141.] Vel. pag. 126 segg.

[142.] Vel. pag. 331.

[143.] Vedi a pag. 94. E vedi nota a pag. 134.

[144.] Vedi, per un esempio, PFraticelli nella Dissertazione nel Convito (pag. 6 segg. dell'ed. Barbera 1857). Con che non dico d'accettare le sue date.

[145.] Vedi in FPPerez, La beatrice svelata, l'inoppugnabile capitolo XVIII.

[146.] Vedi nota a pag. 49. E leggi tutto il discorso di GCarducci, Della varia fortuna di Dante.

[147.] IDLungo: da Bon. VIII ad Arr. VII. Cap. VIII.

[148.] Su ciò ritorneremo. E dico sin d'ora che m'acqueto a ciò che dei Malaspina ospiti di Dante dice LStaffetti in Bull. Soc. Dant. It. N. 5. VI 6.

[149.] Epistola V dell'ed. Fraticelli.

[150.] IDLungo, Op. cit. Cap. IX.

[151.] IDLungo, Op. cit. pag. 421.

[152.] IDLungo, Op. cit. pag. 422.

[153.] Epistola VII.

[154.] GAScartazzini, Dante in Germania, II, 317 segg. Id. in Giorn. stor. lett. ital. I, 270 sg. — Scheffer Boichorst, Aus Dante's Verbannung, pag. 105-138.

[155.] Tesi di FSKraus in Dante sein Leben und sein Werk etc. V. Egli però sostiene che tutto il Trattato ebbe occasione da quella bolla e principio in quell'anno.

[156.] CWitte, IDel Lungo, Grauert.

[157.] Il seme, i due capitoli 4 e 5 del IV del Convivio; l'innesto, le correzioni e aggiunte che Dante nella Monarchia fa a' concetti del Convivio: per es. a quello della nobiltà. Nel Co. 3, 8 non cita l'autore dell'opera di S. Martino Dumiense; in M. 2, 5 l'attribuisce, sia pure a torto, a Seneca. E altro, in rapporto alle epistole e al poema.

[158.] In questo senso mi par di accettare l'idea di IDel Lungo.

[159.] Nella Comedia (Pur. 16, 107) rettifica, e dice che anche l'autorità temporale è un sole. Nel vigesimo dell'inferno (v. 127) ha seguito l'idea o imagine della Mon. che quell'autorità si raffiguri nella luna. Con l'ipotesi e il calcolo che si leggeranno nei cap. seguenti, Dante alla fine del 1317 si sarebbe trovato a comporre, su per giù, il diciottesimo del purgatorio. C'è da credere che nel tempo stesso che, in ossequio alla tradizione, manteneva nel terzo di Monarchia l'imagine della luna imperiale, nella Comedia la facesse correggere quasi dispettosamente da Marco Lombardo.

[160.] Vel. pagg. 122, 169 e altr.

[161.] Dell'epistola a Can Grande è controversa l'autenticità, negata in questi giorni dal D'Ovidio, difesa da FTorraca. A me man mano pare che quest'autenticità risulti dall'esattezza singolare con cui è esposto il pensiero di Dante: da chi, se non da lui stesso?

[162.] È l'epitafio di Giovanni del Virgilio, che al verso 7 dice:

Pascua Pieriis demum resonabat avenis:
Atropos heu! lectum livida rupit opus.

Intorno a cui vedi FNovati Indagini e Postille Dantesche, Bologna 1899, pag. 37 sgg. Io non credo, come dirò di qui a poco, che Dante volesse fare un opus di dieci ecloghe; credo però che Giovanni del Virgilio lo credesse.

[163.] Vedi su questo e sugli altri epitafi il bellissimo libro di CRicci, L'ultimo rifugio di D. A. p. 249 segg.

[164.] Di che parleremo.

[165.] De off. I 13, 41. Vedi Vel. pag. 119. La Vulpecula si chiama Florentia, dice Dante; ma è per dire che ha la sua tana in Fiorenza. È, quanto si voglia, cupidità guelfa, ma cupidità, a ogni modo, e frode, come abbiamo dichiarato in Vel.

[166.] VCian, Sulle orme del Veltro, Messina 1897, pag. 58 sg. Dante, ivi citato, (nel Co. 1, 12) dice che la bontà propria del veltro è “il bene correre„.

[167.] Vel. pag. 122.

[168.] Si può opporre che nemmeno nella Monarchia è l'imagine del Veltro. Ma si consideri il diverso stile di quel grave trattato, nel quale non sono neppure le altre imagini di vipera, Mirra, volpe, ecc.

[169.] Vel. pag. 122 seg.

[170.] Istorie Fiorentine, V 29. Il Boccaccio nel suo Comento ricorda “alcuni altri„ che pensarono appunto a' Tartari e al feltro di che inviluppano il morto corpo de' loro imperatori. Un moderno, Bassermann, dichiarò il veltro essere l'imperator de' Tartari. Nelle note alla Vita di Dante di CBalbo, scritte da Emmanuele Rocco (Napoli, 1840) a p. 175 si legge: “Io per me son quasi certo che nel Veltro di Dante debba intendersi un Imperatore o già eletto o da eleggersi. Ed in conferma accennerò un fatto che pare ci abbia qualche relazione, e ch'è raccontato da GVillani etc.„. E riporta il passo che io riporto.

[171.] Secondo i calcoli che si vedono più giù, il canto XVII del paradiso cadrebbe dopo il 1318, nel qual anno a dicembre Can Grande fu eletto capitano della lega ghibellina in Lombardia, e prima dell'agosto del '20, quando la fortuna del “vittorioso tiranno„ si mutò all'assedio di Padova.

[172.] CRicci. L'ultimo rifugio di D. A. pag. 12.

[173.] In verità il nome rimase. Vedi l'art. Marcabò nell'Enciclopedia Dantesca di GAScartazzini.

[174.] Vedi a pag. 63 e 68.

[175.] Vedi su tale questione FNovati, Indagini e Postille Dantesche, pag. 39 sgg. Egli nega ciò che io torno a confermare. FD'Ovidio in Studii sulla Divina Commedia assente in tutto al Nevati, che gli ha “bene aperti gli occhi„, e agli altri augura “non li tengan chiusi per forza„. Questo riporto, perchè il lettore stia sull'avviso.

[176.] Può questa coincidenza d'argomenti nei due passi accennati persuadere alcuno, che Giovanni non conoscesse le due cantiche per intero, ma avesse avuto sentore o notizia di quei due luoghi soli, che attestavano la cultura antica di messer Dantes Alagerii.

[177.] Queste e simili dichiarazioni si devono all'anonimo glossatore Laurenziano.

[178.] Poco importa a qual parola si unisca de more. Ma mi pare sia da unire a recensentes. Virgilio ha pasti tauri, (ecl. 7, 39, 44) saturae capellae (ecl. 10, 77) senz'altro.

[179.] Quamquam mala coenula turbet. Mi pare si riferisca a tutti e due, a Titiro e Melibeo. Mangiavano tutti e due lo stesso pane delle sette croste. Lo dice Dante all'ultimo dell'ecloga, dove ci fa sapere persino in che consisteva la coenula: parva tabernacla et nobis dum farra coquebant.

[180.] La glosa vuol che significhi lo stil bucolico (bucolicum carmen). Non mi pare. Giovanni del Virgilio non aveva scritta un'ecloga bucolica, sì un cotal sermone oraziano. Vuol dire la poesia latina. Ser Dino è poco saputo di latino, come vedremo. E Titiro ride di codesto. O di che altro? Notiamo la corrispondenza con l'ecl. X 14: Pinifer... Maenalus et gelidi... saxa Lycaei. I due monti arcadici sono fusi in uno, con quell'idea del rezzo.

[181.] Alveolus, comenta il glossatore, stilus humilis. Errore! Dante attribuisce al poeta bolognese stile tutt'altro che umile, nel cantare hominum superumque labores! Ma il buon glossatore ha preso un dirizzone dal bel principio, nell'interpretare malamente i pascua. Si tratta di un fiumicello che circonda i pascoli del Menalo e li difende da chi non sa, come quel del Limbo difende il nobile Castello. Melibeo non poteva passar quello come terra dura; e perciò i pascoli gli erano ignota.

[182.] Nell'ecl. X 56 è Maenala, come qui, mentre più su, nell'una e nell'altra, è Maenalus.

[183.] In herbis ignotis, ignota carmina, te monstrante; allude alla poca conoscenza che ha Melibeo di latino. Titiro deve tradurre i canti di Mopso, per farli intendere a Ser Dino. Qui capris e più su capellas: scolares, interpreta l'An.

[184.] È arbitrario interpretare queste frondi per una “laurea„ vera e propria, sì nella proposta di Giovanni e sì nella risposta di Dante. Indicano esse il pregio della vera “poesia„ che era, anche già secondo Dante, solo latina. E Giovanni che chiama Dante “censor liberrime vatum„ mi pare dovesse conoscere il Trattato d'eloquenza, oltre l'episodio di Bonagiunta. Questo solo non mi pare potesse condurre Giovanni a chiamare l'altro censore, e senza peli sulla lingua. Vedi il cap. VII e seg. a pag. 60.

[185.] La glosa, ignara deorum interpreta imperatorum, quia contraria parti Dantis tunc Bononia erat. Ma anche Ravenna! Notevole che Dante conosceva la professione d'empietà di Polifemo.

[186.] Nam iam senuere capellae Quas concepturis dedimus nos matribus hircos. Si traduce matribus come un “per madri„ predicativo. Io ho tradotto emendando concepturis in concepturas. Eppure, invece di hircos, sarebbe meglio hoedos.

[187.] La glosa interpreta circumflua corpora per il purgatorio, astricolae per il paradiso. Ma infera regna vale i due regni terreni, del baratro e del monte.

[188.] Revocare non può aver qui se non questo senso di “far ricredere„, in relazione col concedat di più su.

[189.] Se Melibeo la conosce, non è una pecora latina, sì volgare. A ogni modo, anche se non si ammette che prima Dante alluda alla debole latinità di Ser Dino, si spieghi qui in che modo Ser Dino conosca la musa latina o bucolica di Dante!

[190.] Ha finito il purgatorio: lo rumina. Si spieghi, se la pecora è il bucolicum carmen, in che modo ora rumini.

[191.] Numquam vi poscere mulctram. Il senso mi pare quel che ho dato io; ma la lettera porterebbe ad altro. Si capisce che Dante ha voluto dire sponte, iniussa. Ora si spieghi questa gran facilità di mungere la poesia bucolica; e si abbia la mente a quel che dice prima sul gran pallore di Mopso. Si spieghi ancora come possa Dante credere di assecondare il bolognese che gli aveva chiesti carmi epici, mandandogli bucolicum carmen.

[192.] FNovati. Indagini e Postille Dantesche: p. 54 segg.

[193.] Vel. pag. 461 e segg.

[194.] Fa impressione vedere nell'epistola di Giovanni d. V. Peneis... sertis. Non sembra quest'esordio del Paradiso una risposta al Bolognese? Si potrebbe credere a un rimaneggiamento della protasi, dopo ricevuta l'epistola, nel mandare i decem vascula.

[195.] Aen. VI 662.

[196.] Vel. pag. 408.

[197.] Pag. 18: La speranza de' beati.

[198.] Aen. VI 657, 645, 658, 665, 638. Vedremo come egli professi codesta speranza alla foce di quell'Eridano, al cui fonte sono i pii vates.

[199.] Opinione di altri, come può ognuno vedere nel bello studio di FNovati.

[200.] Ecl. X 15 e 56, 9, 7, 30, 78, 14, 1, 64, 22, 65, 72. E bisogna ricordare che c'è saturantur capellae al 30. E i due versi dolcissimi Hic gelidi fontes sqq. (42 sq.) sono alla meglio imitati nella descrizion de' pascua di Mopso.

[201.] ib. 32; V 1 sq.

[202.] X 50, 46. E della morte: 33.

[203.] Ecl. X, 16 sqq. L'ecl. si legge: 2.

[204.] Ecl. I di Dante, v. 18, 21.

[205.] Ecl. V 4; VII 4, I 2; VI 3. Quest'ultima è citazione di FNovati (Op. cit. pag. 58): Cum canerem reges et proelia, Cynthius aurem Vellit et admonuit: Pastorem, Tityre, pinguis Pascere oportet ovis, deductum dicere carmen.

[206.] Ecl. V, 45.

[207.] FNovati, Op. cit. pag. 98. E ci sono altre osservazioni da fare. Che autorità aveva Giovanni del Virgilio di proporre a Dante o il modesto convento o la solenne e rarissima cerimonia della, diremo, gran laurea poetica? Come poteva Dante credere di Giovanni un'autorità come d'un Roberto di Napoli o d'un senatore di Roma?

[208.] CRicci. L'U. R. pag. 69 sgg.

[209.] Fa pensare, come già ho detto, che Giovanni del Virgilio ricordi i passi dell'inferno e del purgatorio, dove si parla de' poeti nel limbo. Ma certo l'argomento e il fine dell'epistola gli fecero ricordare quelli e non altri.

[210.] Leggi le belle pagine (170 sgg.) dell'U. R. del Ricci.

[211.] CRicci. L'U. R. pag. 118 sg.

[212.] Id. ib. pag. 124 sgg.

[213.] Id. ib. pag. 126.

[214.] Id. ib. pag. 127 sgg.

[215.] Noto di passaggio che col verso

Tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno.

Dante non ha voluto circoscrivere la Romagna propriamente detta.

[216.] CRicci, l'U. R. pag. 128 sgg. specialmente per questo punto, pag. 138.

[217.] CRicci. L'U. R. pag. 138 sg.

[218.] Id. ib. pag. 128 sgg. Vedi le opinioni di molti in Studi Danteschi di Vittorio Imbriani (che incespica in una pietra), pag. 492 sgg.

[219.] Vedi nel “Trattato dell'amore humano„ di Flaminio Nobili etc. pubblicato da Pier Desiderio Pasolini, a pag. 18 e altrove: “Aristotile, come nelle altre cose è usato di penetrare più addentro, che tutti gli altri, così in questa mi pare, che toccasse molto il vivo, conchiudendo per ferma ragione, questo vicendevole Amore essere il desiderato fine dell'Amore„.

[220.] Aen. VI 440 sqq.

[221.] CRicci, L'U. R. pag. 134, e altr.

[222.] Aen. I 683 e sqq.

[223.] Aen. VI 469; IV 331.

[224.] Aen. VI 467 sqq. E forse Dante lacrimasque ciebat interpretava “faceva piangere„, piuttosto che “voleva far piangere„, o “piangeva„.

[225.] Aen. IV 522 sqq. Confronta carpebant fessa soporem corpora, con At non infelix animi Phoenissa.

[226.] Aen. IV 648 sqq.

[227.] CRicci, L'U. R. passim, spec. a pag. 14 sgg.

[228.] Vedi più su a pag. 49.

[229.] CRicci, L'U. R. pag. 5. E così in seguito.

[230.] Vedile in CRicci, L'U. R. a pag. 377 sgg. Su Guido rimatore, leggi nel medesimo libro a pag. 86.

[231.] L'U. R. pag. 28.

[232.] Dott. E. M. L'autenticità della Quaestio de aqua et terra, Zanichelli 1899. A me non par lecito di dubitar più.

[233.] CRicci, L'U. R. pag. 19 sgg.

[234.] MO. Appendice pag. 159 sgg.

[235.] Per esempio quei di Romena.

[236.] Vedi in CRicci, L'U. R. pag. 39.

[237.] Prima di tutto mi sia permesso dire una sciocchezza: quel pane sapeva, appunto, di sale, se già d'allora i romagnoli salavano il lor pane, come ora, giovandosi, specialmente a Ravenna, la cui aquila vi stendeva i suoi vanni, del molto sale di Cervia. E un'altra sciocchezza. Nell'ecloga si accenna, da Fiorentino a Fiorentino, alla comune mala coenula di farro, in cui Melibeo, ossia ser Dino, deve imparare a ficcare i denti duris crustis. Spiaceva ai due fiorentini il pane, quale s'usa fare anche oggi in Romagna, con la crosta scrosciante sotto i denti? Oltre il sale, anche la solida fattura e vigorosa cottura, spiaceva ai due fiorentini? Solito vezzo degli esuli o spatriati dissimulare col mal di stomaco, il mal di cuore! “Non sanno fare nemmeno il pane!„ E colui che c'è da più tempo, Dante, scherza amaramente, invitandolo ad assuefarsi e rassegnarsi, con l'altro che c'è capitato di fresco. E anche questo è un po' di riprova che Dante, nel 1319, era da tempo in Ravenna.

Ma in che qualità? Di lettore nello studio, afferma il Ricci. (U. R. pag. 78) Nega il Novati. (op. cit. 7 sgg.) A me par certo che non fosse là in tal condizione da essere obbligato a Guido Novello, come fu ai Malaspina e sperò d'essere agli Scaligeri, e da poter o dover dire di ricevere da lui un beneficio. Faceva là, e n'era modicamente retribuito, qualcosa che avrebbe mutato con qualcos'altro. Egli mal soffriva di mangiar quel pane duro e di quell'aver che fare, come Melibeo, con le capellae di Ravenna; e sperava in Can Grande. Quelli che suppongono in Dante tal brama di “convento„ per potere insegnare, contradicono a ciò che mostra di noia e di malumore per dovere insegnare. Perchè, le capellae che cosa sono se non scolares? e come, di Melibeo solo scolares, se le rassegnavano tutti e due insieme, Melibeo e Titiro, e tutti e due aspettava al fin della giornata l'istessa mala coenula di farro, cotta nella medesima capanna? e come, se quel di Guido aveva a chiamarsi un vero beneficio di signor magnifico, come, come non avrebbe Dante consegnato a noi, dal poema sacro, il nome di Guido Novello, come consegnò quelli dei Malaspina e degli Scaligeri? Dante era a Ravenna maestro, non molto alto, da appagarsene in sè, non troppo basso, che il povero Ser Dino non fosse più basso di lui. Lavorava, per campare, Dante a Ravenna. E io ringrazio il Podestà della mia sacra Ravenna d'aver offerto a Dante Alighieri, esule immeritevole, il pane, quanto duro e salato che fosse, piuttosto della scuola che della corte.

Tu sei dei nostri, o padre nostro!

[238.] Leggi la mirabile descrizione che ha della Pineta il Ricci nel libro tante volte citato: pag. 114 sgg.

[239.] Vedi a pag. 238. Già lo Scartazzini rispose con argomenti simili a CRicci.

[240.] Secondo LStaffetti (cit. a pag. 209): “... Se di un Moroello, dopo la pace di Castelnuovo, Dante fu amico, siamo indotti a credere che costui fosse il giovane marchese di Villafranca poi che fu uscito dalla minore età. Quel Currado trovato dal Poeta nella valletta del Purgatorio fra gente che gli fu cara, era appunto uno dei principali signori del ramo di Villafranca: Moroello gli fu nipote, perchè figliuolo di suo fratello Obizzino...„.

[241.] Cic. Div. 1, 55. Altrove in Nat. D. 1, 4: continuatio seriesque rerum.

[242.] Aen. III 376.

[243.] ib. 446. Più giù, ib. II 129.

[244.] Il ms. ha quem affectus gratuitatis dominantis servum reddiderat. Il senso è aperto da una parentesi che segue. Gratuitas, sarebbe di una parola sola, la formula gratia gratis data. Ricordiamo che nel poema Dante è fedele, cioè servo, di Lucia, cioè della Gratia che è l'interpretazione mistica di Laban il quale fu dominans di Giacobbe. Noterò tra poco quanto questo concetto di “servo di grazia„ mi faccia pensare.

[245.] Ecco il passo che suggerisce il senso del precedente.

[246.] S'intende però che nella Comedia, oltre Beatrice, è anche Maria.

[247.] Il Bartoli in Storia d. L. I. IV, pag. 288, vide in questa canzone un amore non reale. Per lui la donna è Firenze.

[248.] La vita di Dante... per cura di ERostagno: 23.

[249.] Il concetto angolare della Comedia è nelle nozze del nuovo Giacobbe con la nuova Rachele; le quali nozze impetrò Giacobbe, servendo Laban cioè la Grazia, per sette anni e poi altri sette. Nella lettera a Moroello campeggia il pensiero del servaggio alla Grazia. E io sospetto che nel quadernuccio, contenente la bozza giovanile della Visione, avesse luogo l'interpretazione di quella storia biblica, in cui dominava il numero sette, e qualche divisione dell'opera in cui si procedesse per questo numero. Onde la tradizione, singolarmente rafforzata da quell'Io dico seguitando, a principio del canto ottavo dell'Inferno.

[250.] Questa data si conferma senza più dubbio nello studio di Nunzio Vaccalluzzo, Il plenilunio e l'anno della Vis. Dant. Trani 1899.

[251.] Vedi a pag. 178, e anche a 130, dove correggerai la frase “sono una notte e un mattino„ in “sono una notte e un giorno„. Nel Vel. non avvertii questa circostanza.

[252.] Un Grande, in vero, sin dal 5 marzo del 1295, nel qual giorno Giano della Bella era bandito, poteva prevedere l'abolizione degli Ordini di giustizia, o almeno la loro riforma, che avvenne in quel medesimo anno.

[253.] Anche questo non è nel Vel. Molti antichi conducono a credere, come io dico qui. E molti moderni così credono.

[254.] NVaccalluzzo nel citato opuscolo fa acute considerazioni sul fatto che Dante nel primo canto non accenna alla luna, e s'induce a credere che a mettere il plenilunio in quel suo errore fosse ispirato dopo. Vedi però Vel. a pag. 283. E tuttavia il V. non ha torto a porre la questione, che è invero importantissima. Come si vedrà.

[255.] Così credo d'aver purgato “d'ogni macola„ il mio comento alla selva oscura in Vel. a principio.

[256.] Segno, del canto notissimo, solo i richiami più importanti.

[257.] Summa, 1a 94, 4. E vedi Vel. pag. 108.

[258.] Vel. pag. 84. Ecco il passo della Summa 1a 2ae 82, 2. “Nel peccato originale virtualmente preesistono tutti i peccati attuali, come in un cotal principio...„. Ma vedi tutto l'articolo, anzi tutta la questione.

[259.] Il caro e bravo NVaccalluzzo nella recensione del Vel. (Rassegna critica della L. A. di Percopo, pag. 65-84) nota: “Io credo con... (un altro, un'autorità) che il sistema del Casella, con alcune mutazioni, possa ancora sostenersi, specialmente con l'inversione fatta dal Pascoli„. Vedo da queste parole la via per la quale le mie dichiarazioni passeranno nella scienza dantesca: passeranno come mutazioni, magari lievissime, di nessun conto e merito, di sistemi altrui. E sia. Morirò anch'io; e a me morto si renderà quella giustizia che, ora a confronto d'un morto, a me vivo si rende così scarsa. Del resto, passeranno, passeranno. Non ne dubiti l'egregio amico; che conclude: “Ma chi sa? anche qui si finirà col tornare agli antichi!„ Sulla spiegazione del Casella rispetto alla mia, scrissi nel Marzocco del 20 gennaio 1901 e in un num. seg. Così in n. precedenti, del 7, 14, 28 ottobre del 1900, avevo trattato del Disdegno di Guido e del Dolce stil nuovo.

[260.] La selva è d'origine Virgiliana, come vedremo. Dante trova il suo vates, come Enea la sua dea, in un bosco o selva. (Aen. VI 13, 118) Dante va all'inferno per un cammino alto e silvestro. Così Enea. (ib. 131, 257, 271). Inoltre in una selva Enea trova il ramo d'oro, per il quale può scendere e uscire; itur in antiquam silvam stabula alta ferarum. (ib. 179) Ecco le fiere di Dante! E secondo il modello dovrebbero esser nel folto e nel fondo.

[261.] In Summa 1a 2ae 82, 1.

[262.] Vel. pag. 67.

[263.] Vedi Aur. Aug. de libero arbitrio, lib. III, passim. Dante riconosce negli spiriti magni l'esercizio delle quattro virtù morali, il ben fare; quindi non riconosce in loro questa difficultas, la quale è in supremo grado negli ignavi del vestibolo. Ma con le parole “non per far ma per non fare„ messe in bocca a Virgilio, sana quel non so che d'eretico che sarebbe nell'affermazione sua, che i grandi uomini non cristiani potessero essere esenti di questa necessaria conseguenza dell'umana colpa. E tuttavia non fare può (e Dante volle che potesse) interpretarsi, come vedo interpretare, per “non vedere„. Darò di qui a poco l'interpretazione esatta del pensiero di Dante.

[264.] Summa 3a 65, 1; 67, 1; 69, 5.

[265.] Vel. 174 sgg. Summa 2a 2ae 50, 1 et al. 2a 2ae 58, 6 et al.

[266.] Vedi tutto il libro primo, spec. il cap. 7, in cui parla della prudentia, che egli chiama res intellectualis, che è nel singolo uomo regulatrix et rectrix omnium aliarum (cfr. Summa 2a 2ae 166, 2, e Co. 4, 19: “Aristotile denumera quella (la prudenza) intra le intellettuali, avvegnachè essa sia conducitrice delle morali virtù„).

[267.] Vel. La selva oscura. Vedi anche in questo volume a pag. 38 e sgg. La concezione giovanile sta un po' a disagio nel poema dell'età matura: pag. 59.

[268.] Ognun vede qui delinearsi l'imagine degli sciaurati nell'atrio dell'inferno: imagine che è la traduzione visibile di questo concetto.

[269.] Vel. pag. 20 sgg.

[270.] Pianta è dunque usata in Pur. 18, 54. Tallo e ramo in Co. 4, 8 e 21.

[271.] Summa, 3a 69, 5.

[272.] Ognun vede come l'opposto della selva oscura sia la divina foresta, dove Dante trova la scienza e arte personificata in Matelda, se scienza e arte formano un concetto solo in due parole; oppure l'arte in Matelda, e la scienza o sapienza in Beatrice, se quivi, come altrove. Dante ha usato scienza come astratto di sapere. Vedi a pag. 77, nota.

[273.] Aur. Aug. Contra Iul. Pel. IV, 12, parlando di Cicerone: “Egli non sapeva come fosse sui figli di Adamo un grave giogo... perchè... ignorava il peccato originale„. Id. ib. 83: “l'evidenza di questa miseria spinse i filosofi gentili che non sapevano o non credevano al peccato originale, a dire etc.„ L'espressione “grave giogo„ è dell'Eccl. I 40. E l'uso della parola miseria, nel senso esatto di conseguenza dell'umana colpa, non avrebbe avuto bisogno d'esemplificazione.

[274.] Non sarà male che quelli che disputano sull'autenticità dell'epistola a Cane, mettano sulla bilancia anche questo importantissimo argomento. Qualche cosa di simile a questo concetto, de' due termini estremi della Comedia, miseria e felicità, è, si può dire, in tutti i commentatori. I quali peraltro aggiungono qualche cosa, corrompendo l'esattezza del concetto. Per es. il Da Buti così dichiara il fine del poema: “arrecare li uomini viventi nel mondo dalla miseria del vizio alla felicità della virtù„. Come, prima, il Laneo: “rimovere le persone che sono al mondo dal vivere misero ed in peccato, e perducerli a vertuoso e grazioso stato„. E anche: “rimuovere li uomini dalli peccati... ed inducerli nelle vertute etc.„ Con le due semplici parole dell'ep. a Cane sarebbero venuti, gl'interpreti antichi e moderni, agevolmente all'interpretazione verace della selva oscura, che invece dichiarano come vita viziosa, peccaminosa etc. sbagliando a bel principio e radicalmente tutto il comento.

[275.] Si può, sull'ignoranza e difficoltà originali, meditare, tra molti e vulgatissimi, questo passo di S. Bernardo, Op. I 966: “Si, siam figli d'ignoranza, d'ignavia, di servitù, e abbiamo conseguita sapienza, virtù, redenzione (libertà). L'ignoranza della donna sedotta ci aveva acciecati; la debolezza dell'uomo traviato e allettato dalla propria concupiscenza, ci aveva snervati; la malizia del diavolo ci aveva asserviti, esposti giustamente da Dio. Così dunque nasciamo tutti, prima al tutto ignari della via, della città, dell'albergo; poi deboli e ignavi sì, che sebbene ci sia nota la via della vita, siamo impediti e rattenuti dalla nostra propria inerzia; all'ultimo servi sotto il peggiore e più crudel dei tiranni etc.„. Tutto ciò è miseria. Il passo è del primo sermone in purific. B. Mariae dove è l'espr. di S. Giovanni (1, 5), della luce cui le tenebre non compresero.

[276.] Questa miseria involve, sì, tutte le miserie, e questo peccato, tutti i peccati. Ma il lettore comprende: un parvolo innocente morto avanti il battesimo non è un malvagio!

[277.] Vedi in Aur. Aug. Op. XIII 1103, 1224; spec. 774 (contra Iul. Pel. IX 83): “Ecce circumstat sensus tuos miseria generis humani... parvulos intuere, quot et quanta mala patiantur, in quibus vanitatibus, cruciatibus, erroribus, terroribus crescant. Deinde iam grandes, etiam Deo servientes tentat error, ut decipiat, tentat labor aut dolor, ut frangat, tentat libido, ut accendat, tentat maeror, ut sternat, tentat typhus, ut extollat. Et quis explicet omnia festinanter, quibus gravatur iugum super filios Adam?

[278.] Aur. Aug. Op. IX 718 (De civ. D. XIX 4, 2). Notevole che in questo passo si legge: “impetus porro vel actionis appetitus, si hoc modo recte latine appellatur ea quam Graeci vocant hormen...„ che può essere stato fonte del Co. 4, 21: “l'appetito dell'animo, il quale in Greco è chiamato hormen„.

[279.] Vedi il passo più su alla nota 2.

[280.] “E non dicesse alcuno, che ogni appetito sia animo, chè qui s'intende animo solamente quello che spetta alla parte razionale, cioè la volontà e lo intelletto, sicchè se volesse chiamare animo l'appetito sensitivo, qui non ha luogo nè stanza può avere etc.„ (Co. 4, 22) “In questo sonetto fo due parti di me secondo che li miei pensieri erano in due divisi. L'una parte chiamo cuore, cioè l'appetito; l'altra anima, cioè la ragione„. (VN. 39).

[281.] Definizione di Aur. Aug. Op. VI 110.

[282.] Altra def. dello stesso Op. I 723, 888.

[283.] Summa, in moltissimi luoghi; per es. 1a 22 1; 23, 4; 1a 2ae 57, 6 etc. 2a 2ae 47, 1, 2.

[284.] Summa, passim: per es. 1a 2ae 57, 5; 58, 4; 65, 1 etc.

[285.] Vedi a pag. 334.

[286.] Vel. pag. 94 sgg.

[287.] Aur. Aug. Op. VII 1686 (De cataclysmo 3).

[288.] Summa, passim: per es. 3a 66, 11.

[289.] Aur. Aug. Op. XIII 823, 636.

[290.] id. XI 591.

[291.] id. X 817.

[292.] id. XI 588.

[293.] id. XIII 662 sqq.

[294.] Aur. Aug. Op. XIII 662 (contra Iul. Pel. II 14). Le parole di S. Paolo, ad Rom. 6, 7 sono appunto quelle “Qui enim mortuus est, iustificatus est a peccato„.

[295.] Citato ib. L'opera di S. Ambrogio, che non rimane, era de sacramento regenerationis seu de philosophia. Questo concetto del battesimo che è morte, dovuto a S. Paolo, è trattato e accennato in Summa, passim: per es. 2a 2ae 147, 5; 3a 49, 3; 51, 1; 61, 1; 66, 3 etc.

[296.] Vedi, per es. a pag. 108.

[297.] Gli editori milanesi emendano in “di malo in buono„.

[298.] Conf. IX, 14.

[299.] Anticipando dico che l'altra figurazione, più chiara anzi evidente, del battesimo, che è nel passaggio dell'Acheronte, si riferisce appunto nel colmo dell'età, che è l'anno trigesimo quinto; nel qual anno, in certo modo, morì Gesù Cristo nella cui morte siamo battezzati. (Co. 4, 23).

[300.] Op. II 351 (Epistola XCVIII).

[301.] Vedi un opuscoletto di LPerroni Grande, in cui si conferma questo senso “di alcuna volta„, così dichiarata da CCipolla.

[302.] Arguta osservazione di NVaccalluzzo, il quale spero di convincere con le mie parole.

[303.] Vel. pag. 67.

[304.] Summa, passim. Vedi per es. 3a 70, 4; 69, 3, 4, 5, 6, 8, 10; 2a 2ae 47, 13 et al.

[305.] Aur. Aug. Op. XII 415, 423.

[306.] Id. Op. XIII 132, 133.

[307.] Id. ib. 962.

[308.] Id. ib. 300.

[309.] Id. ib. 903, 948.

[310.] Vel. pag. 38 segg.

[311.] Ricordiamo da MO. (126) e dal Vel. (401), che la spera del Sole corrisponde al cerchio e alla cornice della gola.

[312.] Summa 2a 2ae 55, 1. Nel cielo corrispondente al cerchio e alla cornice della gola, nel cielo del sole, si fa, dichiarare in qual modo, e sino a qual punto si deve amare la carne. (Par. 14, 43 segg.).

[313.] Vel. pag. 283.

[314.] Vel. pag. 40 sg.

[315.] Aur. Aug. XIII 661 sqq. XI 714.

[316.] GFraccaroli fece altrimenti il computo, ma il mio, che ritengo più giusto, è certo ispirato dal suo.

[317.] Vel. pag. 40 sg.

[318.] Aen. VI 270 sqq.

[319.] Perchè Dante chiami nel paradiso figlia del sole quella che nel purgatorio chiama suora, e che nell'inferno dice “luna tonda„, senza nominarla però nel primo canto, mi pare che ogni lettore debba intendere. La grazia si manifesta gradatamente più, e a mano a mano la luna si spiritualizza.

[320.] Vedi a pag. 211.

[321.] Vel. pag. 450. Giova ricordare la prima fonte di questa figurazione, che è nelle Confessioni di S. Agostino, libro molto letto da Dante. S. Agostino (Conf. XIII, 23) dice che il sermo sapientiae di S. Paolo è il luminare maius, e il sermo scientiae è il luminare minus. Tra sapienza e vita contemplativa, e tra scienza e vita attiva è quel nesso che tutti sanno.

[322.] Vedi a pag. 220.

[323.] L'abbiamo già veduto in Vel. 168 sgg.

[324.] Op. XII 559 (Sermo CIX, 4).

[325.] Pag. 133, e nota a pag. 113.

[326.] ALubin nel suo comento, che non ho presente, porta luoghi di mistici in cui si dichiara lo zoppicare di Giacobbe a proposito del pie' fermo di Dante.

[327.] Gen. 32, 22 sqq. Non bisogna trascurar nulla in questa narrazione, nemmeno le circostanze che Dante modificò più che tralasciasse. Per es. questa, Iacob... transivit vadum Iaboc. Questo è il passo della selva. Ma la fatica Dante la durò prima del passo, e Iacob, dopo.

[328.] Vel. pag. 453.

[329.] Vedi a pag. 20 sgg. e 25 sgg. e poi 36.

[330.] Aur. Aug. Op. III 528 (Quaest. in Gen. I 104).

[331.] Bern. Op. II 1034 (Guerrici Abbatis in Nat. Iohann. Bapt. Sermo II, 1).

[332.] Bern. Op. I 898 (in Coena Domini Sermo, 4).

[333.] Contra Iul. Pel. IV 83 in Op. XIII pag. 774.

[334.] Vedi a pag. 336.

[335.] È questione, credo, risoluta. Vel. 107-164. Si dice peraltro risoluta da GCasella nel suo Discorso “dell'allegoria della D. C.„ In verità egli disse che essendo la selva prefigurazione dell'inferno, tanto è vero che selva è chiamato il limbo, (4, 65) le tre fiere dovevano esser le tre disposizioni che il ciel non vuole; la Lonza rappresentando la frode, perchè Dante getta la corda, con cui voleva prendere la lonza, a Gerione imagine di froda, la lupa essendo l'avarizia e perciò incontinenza, e il leone violenza. Di tutte queste affermazioni, solo l'ultima resta in piedi; le altre si trovano fallaci tutte. Io mossi in MO. dai caratteri che hanno le due ultime fiere in comune con le tre Furie. Vedi Marzocco in nn. citati a pag. 319, nota.

[336.] Vedi MO XXI e p. 64. Vel. pag. 252 sgg.

[337.] Così la rovina, corrisponde all'incontinenza, è ampia e dà facile la scesa. Vel. pag. 189.

[338.] Vel. pag. 259.

[339.] Non ce n'avrebbe a esser bisogno; tuttavia vedi a pag. 339 in nota come Dante distingua “la parte razionale„.

[340.] Vedi sempre Vel. Le tre fiere, pag. 107 sgg.

[341.] Iud. XVI 19: et rasit septem crines eius... statim... ab eo fortitudo discessit.

[342.] Vel. 123-136.

[343.] MO. pag. 50 seg. Vel. pagina 320 e altrove.

[344.] Questo porta a riconoscere nel leone l'ira, e nella lupa l'invidia e superbia, più, come vedremo, l'avarizia.

[345.] Vel. pag. 159.

[346.] Summa 1a 2ae 46, 3 Vel. pag. 340 e altr.

[347.] Vel. pag. 153 sgg.

[348.] Dell'esattezza di questa indagine, si veda questa riprova. Il leone, avendo inordinato solo l'appetito irascibile e non anche il concupiscibile, come la lonza; essendo tristo e non anche amante di quei beni che concupisce la lonza; apparisce quando l'altra non è ancora scomparsa. Dante bene sperava dalla lonza, quando apparve il leone. Ma si noti, sopra tutto: quando apparisce il leone, Dante, per via dell'ora e della stagione, sperava di vincere la lonza ne' suoi effetti, cioè nella tristizia; quando comparve la tristizia ma accompagnata dal mal volere. Come a dire: quella tristizia mia stavo per vincerla, ma mi capitò addosso la tristizia altrui, che era ben altro! Ora qui bisogna ricordare l'episodio del nemico che dice: Son un che piango! O se non si vuol andare tanto in là, basti dire: Quella tristizia, sì, la vincevo; ma venne quest'altra! Il e non sì congiungono due parole uguali. Si noti che il leo è il nesso sì etimologico e sì filosofico delle altre due bestie; leonza e leopede; incontinente (in particolare tristo) come la prima, ingiusto, come la seconda. Ed è maschio tra femmine.

Le fiere sono connesse l'una all'altra per un de' loro capi, così: leonza è concupiscenza e tristizia; leone è tristizia e ingiustizia; leopede è ingiustizia e frode. La prima pecca nel concupiscibile e irascibile; il secondo nell'irascibile e nel volere; la terza nel volere e nell'intelletto. Il leo è centrale ed è, come si vede dai primi puniti de' violenti, l'ingiustizia tipica. Nè senza cagione è Marco Lombardo, un macchiato d'ira, la quale corrisponde a questa ingiustizia tipica, che discorre dell'origine della malizia, cioè dell'ingiustizia, che copre e aggrava il mondo.

[349.] Ma leggi però Vel. 121 segg. Che il lupo sia animale fraudolento, come e più della volpe, e che insidii gli ovili, come la volpe i pollai, e spii l'assenza dei cani e pastori, e si travesta (lo dice Dante) da pastore, e la lupa tolga la voce, vedendo ella per prima, e veduta prima non noccia, e venga innanzi sensim, cioè a poco a poco, sarà bene ricordare. Qualcosa posso aggiungere. Nelle Constitutiones regni Siculi Tit. I (in Cantù, Doc. 3, 499) leggo: Hi sunt lupi rapaces intrinsecus et eo usque mansuetudinem ovium praetendentes, quousque possint ovile subintrare dominicum... Hi sunt filii pravitatum a patre nequitiae et fraudis authore ad decipiendas simplices animas destinati... Hi sunt serpentes qui latenter videntur inserpere et sub mellis dulcedine virus evomunt, et dum vitae cibum ministrare se simulant, cauda feriunt, et mortis poculum etc. Qui abbiamo la lupa e Gerione, che sono la stessa cosa sotto diversa forma. Come la vulpecula ciceroniana diventasse la lupa dantesca, vediamo da questa strofa di S. Paulino: Vulpes Herodes, cur cauda dissimulas Praedam captare? belluino gutture Sanguinem sitis: agni carnes esuris, Lupe crudelis.

[350.] Osservazione partita da un'altra di TCasini che notò l'allitterazione dei tre nomi, e suggerita da FD'Ovidio, che in Flegrea, 5 luglio 1900, ricordò la pretesa etimologia di lonza, come io aveva riferita in Vel. l'altra, e più curiosa ancora, etimologia falsa di lupo.

[351.] Vel. 148 sgg.

[352.] Correggo qui alquanto Vel. p. 331 sg. In verità violenza ci fu, e come; ma mi pare che Dante non volesse fare a tutta quella sequela di tradimenti e frodi l'onore di chiamarla anche violenza. Il giostratore con la lancia di Giuda qui piaggia. A ogni modo, se ha adombrata anche la violenza, ella è, come il leone, compresa nella frode. Che cos'è Vanni Fucci? Un leone divenuto lupo. E nelle bolgie e nella ghiaccia sono tanti violenti, micidiali, commettitori di scismi, che s'avrebbero a dire “violenti con frode„.

[353.] Non ce n'è bisogno: tuttavia si mediti questo passo delle Conf. di S. Agostino (13, 21): Continete vos... ab inerti voluptate luxuriae.

[354.] Vel. pag. 457 sgg. e in questo libro a pag. 72 e sgg. spec. 82, nota. Era facile, credo, trovare anche senza la mia fonte (Vel. 429 sgg.), il significato simbolico di Virgilio. Invero Dante nella VN. e nelle rime personifica continuamente l'amore, e nel Convivio, personificando tuttavia, sebbene in modo meno plastico, ci spiega che amore è studio. Come non pensare che anche nel poema sacro dividesse nelle sue due parti il concetto di filosofia? Come pensare che nella Comedia non desse alcuna parte all'Amore fatto persona?

[355.] Vedi a pag. 60 sgg.

[356.] In Monarchia 2, 3 ricorda Miseno qui fuerat Hectoris minister “in bello„, e afferma, secondo Aristotile, che Omero Hectorem... prae omnibus glorificat.

[357.] Vedi però FD'Ovidio nel vol. cit. pag. 520 sgg.

[358.] Vel. pag. 59.

[359.] Su questo s'appuntò Dante per ammettere nel suo Elisio i sospesi del Limbo, come e abbiamo veduto e vedremo.

[360.] Vel. pag. 84 sgg.

[361.] Alcune di queste somiglianze sono imitazioni di arte; sta bene. Il lettore mentalmente tralasci tutto ciò che non riesce a mostrare l'identità voluta da Dante, del suo inferno con quello Virgiliano: questa, per esempio. Ma questa può portare ad avere un indizio buono per colui dal gran rifiuto. Deve essere (si può sospettare) un compagno di Dante, come Leucaspi e Oronte e Palinuro sono d'Enea. Non il timoniere, il gubernator, della parte Bianca? Ma forse è tutt'altri.

[362.] Vel. pag. 182 sgg.

[363.] Vedi a pag. 226 sgg.

[364.] Vel. 264 sgg. Così la verga d'Enea significa con la branca sinistra i vizi, con la destra le virtù. (Serv. ad Aen. VI 136). La distinzione generale è così formulata da S. Bernando (De adv. Dom. Sermo V — Op. II 920): Spiritus est ad dexteram, caro est ad sinistram. Donde il doppio significato, di destra, a esprimere la vita contemplativa o spirituale, e la vita buona e virtuosa; di sinistra, a indicare la vita attiva o civile o anche carnale (in senso non vizioso); e la vita malvagia o carnale in senso vizioso.

[365.] Vel. pag. 264 sgg.

[366.] Ad Aen. VI 576: alii tria volunt habuisse capita, alii novem, Simonides quinquaginta dicit. Il luogo di più su, intorno Cerbero, è ad... 395.

[367.] Vel. pag. 267 sgg.

[368.] Vedi in Vel. la pag. 102.

[369.] Vedi nella pag. citata il passo di S. Ambrogio.

[370.] Vel. pag. 84.

[371.] Notevole che la contradizione Dante la trovava per questo punto anche nell'autor suo, e segnata dal comentatore, il quale anche gl'insegnava l'essenza simbolica d'Ercole, mente magis quam corpore fortis, e di Cerbero che raffigura omnes cupiditates et cuncta vitia terrena: l'incontinenza. (Vedi a pag. 411) Servio annota: “Ma Cerbero è subito dopo i fiumi!... Il trono di Plutone è più dentro. Dunque o ci si deve riferire alla natura de' cani, che atterriti fuggono al padrone, o solium è da intendersi pro imperio„.

[372.] Serv. ad Aen. VI 136.

[373.] I versi 743 sq. vanno posti fra parentesi. Vedi il mio Epos. I a questo luogo: pag. 256.

[374.] ad Aen. VI 740.

[375.] Vel. pag. 65 sgg.

[376.] Vedi a pag. 336 segg. Dante, a proposito dei veri “miseri„ del suo inferno, di quelli cioè che direttamente patiscono le conseguenze del peccato originale, esprime il difficile concetto che la suprema miseria sia il non esse, poichè chi è misero vuol piuttosto esse con quella miseria, che non esse pur senza quella. Intorno a che vedi Aur. Aug. de civ. Dei XI 27. I miseri per es. del vestibolo non sono nè furono: quindi la lor miseria è superiore a qualunque altra, ed essi sono invidiosi di qualunque altra sorte. Qual'è la sorte che lor si presenta come invidiabile? Quella dei morti della seconda morte; morti che sono miseri, ma dunque sono, non sono miseri per non esse.

[377.] Serv. ad 720. Si potrebbe ricavarne il senso che dà l'autore dell'epistola a Can Grande, della parola sublimis, attribuita alla terza cantica. Significherebbe “grande, magna„; e sarebbe d'accordo con la protasi di essa cantica, e con l'interpretazione dell'ecloga Dantesca. Vedi a pag. 240.

[378.] Il. XXIV 258.

[379.] Vedi, per esempio, Pur. 6, 30.

[380.] Su Catone leggi un opuscolo di PChistoni in Raccolta di studi critici dedicata ad AD'Ancona, Barbèra, Firenze MCMI, pag. 97.

[381.] Vel. pag. 196 e 422.

[382.] Servio, al verso in cui la Sibilla interroga Museo, annota: “Et sciendum hoc loco Sibyllam iam a numine derelictam„. Virgilio, all'ultimo, non dichiara più nulla esso a Dante, ma lascia dire a Matelda, e poi sparisce, quasi a numine derelictus, avanti Beatrice.

[383.] Pag. 68, 73 sgg. 95 sg.

[384.] Al verso VI 660 Servio annota che è detto figuratamente. “Si deve avvertire che cosa dice Orazio nell'Arte Poetica: dire cose insieme piacevoli e utili alla vita. Chè i nostri maggiori vollero non ci fosse arte che non riuscisse di qualche pro' alla repubblica„. Tutto arte, dunque: dei guerrieri, dei sacerdoti, dei poeti.

[385.] Che è però anche in Lucano.

[386.] Assurdo è pensare che Virgilio intendesse d'alcuno venuto di fuori, che, mentre parlava, egli sentisse già penetrato nell'inferno. Assurdo, assurdissimo. Virgilio avrebbe deposto ogni dubbio ed ogni impazienza; e invece li mostrerebbe, dopo, più che mai. (Inf. 9, 7)

[387.] Vel. pag. 413 sgg.

[388.] Non ascende chi non discende. La discesa nel baratro e la salita per il monte non sono che mezzi per giungere alla divina foresta, donde poi volare al cielo.

[389.] Notevole il comento di Servio al verso: bis Stygios innare lacus, bis nigra videre Tartara: VI 134. Comenta: Modo et post mortem. Vuol dire, “morendo„, e pur quant'ansa dà all'interpretazione (volutamente arbitraria) di Dante!

[390.] Vel. pag. 236 sgg.

[391.] Vel. 60 sgg. 181 sgg. Michelangelo intuì il pensiero di Dante. Egli pose nel suo Giudizio “per più pena di chi non è ben vissuto, tutta la passione di Gesù, facendo portare in aria da diverse figure ignude la croce, la colonna, la lancia, la spugna, i chiodi e la corona...„ Vasari.

[392.] EProto in un bell'opuscolo, Gerione, Fir. Olschki 1900, confermò questa equazione.

[393.] Vedi altro in Vel. pag. 421 sgg.

[394.] Vedi a pag. 333 sgg.

[395.] E conservano, s'intende, il loro senso dottrinale. (Vel. pag. 208) Errano, gli sciaurati, e sono cruciati. Quanta poesia è nel paragonare l'immobile selva dei suicidi e la selva semovente degl'ignavi! O Dante!

[396.] “Che dir nol posson con parola integra„, oltre la sua derivazione dottrinale, mostra d'imitare il noto verso d'Ovidio: (M. VI 376) quam vis sint sub aqua, sub aqua maledicere tentat. E poi a Dante paion rane.

[397.] Diverse l'una dall'altra, per colore e tipo, sono le tre teste di Lucifero, dell'hydra saevior. Vedi su Cerbero a pag. 428, nota.

[398.] Vedi a pag. 376 nota, e nota a 339.

[399.] Vel. pag. 291.

[400.] Vel. pag. 502, nota.

[401.] Zelfa (os hians) è la predicazione buona a parole non a fatti. Parrebbe che Dante ne facesse la predicazione che riguarda la vita attiva. Matelda deve prender le veci di Beatrice quando si tratta di dichiarare alcunchè riguardo al paradiso terrestre. (Pur. 33, 118)

[402.] Fulg. de Virg. Cont. in Mythographi Latini, Lugd. Bat. 1742: pag. 760 sq. Altro è da vedere in quell'operetta, che Dante osservò. Dante a Virgilio, nel passo dello Stige, fa fare l'uffizio di Radamanto: verbum (verba) domantem... Qui verborum inpetum domare scit, hic superbiae et damnator et contemtor est. Pag. 759. Da Fulgenzio trasse Dante la falsa etimologia di Tisifone “furibunda vox„ (gridavan sì alto, Inf. 9, 51). Resta confermato così che ella è la superbia speciale. Resta confermato che il regno della malizia può chiamarsi, se si vuole, il regno della superbia, cioè aversione od apostasia da Dio, che si esplica nei tre peccati spirituali di ira, invidia e superbia (speciale): in vero Dante, a prova di ciò, chiama superbo uno dei peccatori d'ira, Capaneo, uno dei peccatori d'invidia, Vanni Fucci, oltre che il più insigne dei peccatori della ghiaccia, che è Lucifero. Si può rileggere, nell'operetta, la nota proposizione “poema... superbiae deiectio est etc.„. A riprova di ciò che significa la morte di Dante avanti Francesca, si legga: “Illic etiam et Dido videtur, quasi amoris atque antiquae libidinis umbra iam vacua. Contemplando enim sapientiam libido iam contemtu emortua lacrimabiliter poenitendo ad memoriam revocatur„. Pag. 757. Le lagrime di Dante e la pietà che fa ch'e' venga meno, non sono, via, da interpretarsi soltanto nel modo geniale e simpatico che si suole!

[403.] Vedi a pag. 408.

[404.] FPPerez, B. S. pag. 24, 233, 381.

[405.] Vel. p. 429 sgg. Punto importantissimo, non considerato mai, o non assai considerato.

[406.] Summa 2a 2ae 181, 1; 180, 2. Vedi GPoletto, Alcuni Studi etc. App. X.

[407.] Vel. pag. 310 sgg.

[408.] Vedi a pag. 430.

[409.] Vel. pag. 462 sgg.

[410.] Si potrebbe giocar di parole, dicendo che è la scienza o la Musa o la scienza ed arte. E sia pur così; ma si aggiunga sempre: nel senso d'arte.

[411.] Chi poi sia Matelda, è grande controversia. AMancini in un opuscolo (Matelda etc. Lucca, 1901) dimostra fondata su un equivoco la nuova candidatura proposta da MScherillo (Rivista d'I. III, 11). Si tratta sempre della Matilde di Hackeborn già propugnata da ALubin. Nuovi argomenti in favore di questa porta il Mancini (Ancor su Matelda etc.) in Riv. d'I. E io non nego che Dante abbia potuto ispirarsi alle Rivelazioni di questa Beata. Ma certo più s'ispirò alla storia di Matelda contessa, la quale, come ricorda LRocca (Matelda in Con Dante etc. Hoepli 1898) è detta da Donizone una Marta insieme e Maria (pag. 142) come l'arte è insieme della vita attiva e contemplativa, della vita attiva dispostasi alla contemplativa. Poi la contessa era nepote d'un imperatore e protettrice della chiesa: univa in sè queste due instituzioni che male discordano. Era spirituale e temporale. E sua madre si chiamava Beatrix. Nell'Eden ell'è come figlia di Beatrice.

[412.] Non fu tralasciato da Fulgenzio il precetto che sapeva tanto di mistico. “Sed sepeliat ante Misenum necesse est„. Per lui però Miseno è la pompa della vana lode. L'ispirazione che n'ebbe Dante, è tuttavia manifesta. In vero ecco, per chi n'ha bisogno, la conferma che il viaggio agli inferi è ricerca della sapienza, o contemplazione (dispositivamente, in Dante), e che Virgilio che è guida in quel viaggio, è Studio. Dice Fulgenzio che nel sesto libro Enea arrivando al tempio d'Apollo discende agli inferi. Fulgenzio mette queste due azioni in un nesso di causa ed effetto; nel nesso medesimo in cui Dante mette il mostrarsi di Virgilio e la visita al regno dei morti. Ebbene “Apollinem deum studii dicimus, ideo et Musis additum„. Pag. 753. Dal che possiamo trarre un'altra conferma per ciò che abbiamo detto significare Apollo e le Muse ed Elicona in Dante. (pag. 83 sgg.) Quanto alla contemplazione, ecco: “... ad templum Apollinis, id est ad doctrinam studii pervenitur, ibique de futurae vitae consultatur ordinibus, et ad inferos descensus inquiritur, id est, dum quis futura considerat, tunc sapientia obscura secretaque mysteria penetrat„. E qui aggiunge: “Sed sepeliat ante Misenum necesse est„.

[413.] Vel. Il passaggio dell'Acheronte.

[414.] Ad Rom. VI 3, et al.

[415.] ib. 8, et al.

[416.] ib. 4 e 5.

[417.] ib. 4 et al.

[418.] In Vel. non tenni conto di queste dissimiglianze tra morire, anzi quasi morire, morir per metà, nel passo della selva, e morire non solo ma essere seppellito nell'alto passo; sebbene qualche cosa intravedessi. Vedi a pag. 102 di quel libro.

[419.] S. Bern. Op. I, 1160 (Serm. de divers. XXXVII).

[420.] Vel. pag. 94 sgg.

[421.] Hier. Ep. XXV ad Paulam. Si noti la frase calcato mundo.

[422.] Il medesimo S. Girolamo nell'epistola a Demetriade: Quia saeculum reliquisti et secundo post baptismum gradu inisti pactum cum adversario tuo, dicens ei, Renuntio tibi, diabole, et saeculo tuo et pompae tuae et operibus tuis, serva foedus quod pepigisti. S. Pier Damiano (Opusc. 16) ha, scrivendo a un vescovo che chiamava al secolo i monaci: Dic, obsecro, legisti aliquando vitae monasticae propositum secundum esse baptisma? Sed quia hoc inveniri in dictis Patrum perspicuum est, negare licitum non est. Invero tal sentenza è anche in questi autori che non posso ora confrontare: Theodori Studitae testamentum apud Baronium, t. IX; Odo Abbas Cluniacensis, Collationum lib. II cap. 7.

[423.] Bern. Op. II 920-1 (De adventu Dom. Sermo V, 4).

[424.] Id. ib. I 520-1 (De praec. et dispens. cap. XVII, 54).

[425.] Id. ib. I 1108 (Sermones de diversis, XI de dupl. Capt. etc.).

[426.] Nell'ed. Migne dell'Opere di S. Bernardo, vol. I pag. 889 (I 520) si può leggere una dotta nota che bene illustra il concetto che è fondamentale nel poema sacro. “Questa è la ragione per cui la professione della vita religiosa si considera come un battesimo. Come nel battesimo avviene che noi moriamo alla vita vecchia e rinasciamo alla nuova (vedi Rom. VI, Coloss. III, Ephes. II et al. da cui si ricava che dal battesimo non emerge l'uomo medesimo che v'era entrato, ma al tutto un altro); segue ancora che i peccati di quell'uomo anteriore non s'hanno da attribuire al neonato, più che i miei a un altro, e gli altrui a me. Così nella profession religiosa. Muore il religioso al mondo e alle opere sue, inoltre a sè stesso e alla volontà sua, e muore così, che non gli è lecito usar del mondo e delle sue delizie e della sua volontà, come se fosse proprio morto e sepolto etc.„.

[427.] Si chiamano così da loro. Vedi quel che dice Simone a Maestro Adamo: alcun altro dimonio. (Inf. 30, 117)

[428.] Così si fa la pelle bianca nera... Oh! non poteva dire (domando io a quelli che in Dante non vogliono mirare se non il poeta bello), non poteva dire: Così la pelle bianca si fa nera? Perchè Dante volle fare cozzare insieme quelle due parole nemiche?

[429.] Funere: perchè l'uomo nella selva oscura e nel vestibolo è come morto. Dalla morte che è morte, si deve riscattar con la morte che è rigenerazione e vita. Il battesimo (ripetiamolo) trova il neofito morto, lo fa morire per vivificarlo: morto a Dio, morire al peccato, cioè vivificare a Dio: concetti, quanto si voglia sottili, ma comuni, saputi, triti, volgati.

[430.] Vel. pag. 47 e altrove. Ma bisogna capovolgere il concetto che v'esposi, del seppellimento rispetto alla morte. Il seppellimento è prima, nel battesimo cioè nell'alto passo dell'Acheronte: la morte segue, avanti Francesca e Lucifero. Parrà strano; e tuttavia se alla morte segue la vita, al seppellimento deve seguire la morte. È un rovescio.

[431.] Vel. pag. 204 sgg.

[432.] Act. Ap. II 3.

[433.] Act. Ap. I 5.

[434.] Summa 1a 2ae 51, 4.

[435.] Per es. vedi S. Bern. II 686 in fine.

[436.] Il lettore critico sogghignerà, e chiederà: “Come mai Virgilio ministro di sacramenti cristiani? Questa è la più grossa di tutte!„ Il lettore critico si degni di capire; e per capire, ricordi che Virgilio è lo Studio, lo studio di Dante. Dopo, vada a pag. 346 e rilegga il passo capitale di S. Agostino e si fermi alle parole: ma lo intenderà, sed intelliget; e capirà anch'esso.

Per l'ordine sacro e il matrimonio, fusi in uno, per così dire, dal Poeta, giova ricordare che sono i due sacramenti instituiti in favore della moltitudine. (Summa, 3a 65 e 2).

[437.] Notevole, come osservai in Vel. pag. 244, che occupat aditum (Aen. VI, 635) è già interpretato in Servio, ingreditur. Ingreditur, dunque, sì dalla porta principale (424) e sì da questa men segreta. Qui soggiungo che Servio al 109 commenta sacra ostia pandas così: “o venerabili o esecrande: come dirà del Tartaro: sacrae panduntur portae„. L'equivoco ne era aiutato.

[438.] Ad 136. Si noti anche: “sub imagine fabularum docet rectissimam vitam (non viam?) per quam animabus ad superos datur regressus„.

[439.] Vedi a pag. 27, e prima e dopo.

[440.] È la continuazione del passo capitale già citato dall'opera De praec. et dispens. cap. XVII, 54.

[441.] ad Rom. XIV 12.

[442.] Vedi nota a pag. 433.

[443.] Aur. Aug. Op. XIII 1165.

[444.] ib. 426 (De anima I 11).

[445.] ib. 36, 90, 91.

[446.] ib. 18 et al. Non si dica che questo luogo medio è appunto il limbo. Dice esplicitamente S. Agostino contro i Pelagiani, che gl'infanti saranno dannati, col diavolo, sebbene con la pena più mite. Questa è la sorte del limbo, contraria, perciò, a quella del medio luogo.

[447.] Aur. Aug. Op. XIII 90 (De pecc. mer. et rem. III 3, 6). Le parole Venite... son di Matth. 25, 34.

[448.] MO. pag. 95 Vel. pag. 333 sgg.

[449.] Arist. Eth. Nic. IV 3. Questa dalla magnanimità fusa nella fortezza (vedi pag. 195) è aggiunta che faccio in questo libro. E non dubito che non sia per essere persuasiva. Filippo Argenti come si comporta nella palude e come è descritto nella sua Fiorenza, è il tipo di quelli che Brunetto Latini, traducendo Aristotele, (che ha chaunoi) chiama (ahimè! uso l'ed. Romagnoli!) vaneglorious et bobanciers, e l'Arrò tronfi, e Dante persone orgogliose. Quanto ai pusillanimi (micropsychoi) Brunetto traduce poures de corage e il Giamboni, uomini piccoli. Vedi la cit. ed. del Tesoro, Vol. III pag. 73 sgg.

[450.] Id. ib. IV 3, 36. Trad. Arrò.

[451.] Id. ib. 14.

[452.] Id. ib. 17, 18, 21.

[453.] Id. ib. 20 sg.

[454.] Id. ib. 27 sg.

[455.] Id. ib. 31.

[456.] Id. ib. 24.

[457.] Potrebbe alcuno metter fuori la virtù della mansuetudine, alla quale sono opposti i vizi contrari tra loro dell'ira e della “troppa pazienza contra li nostri mali esteriori„. (Co. 4, 17) Ammettendo che qualche nota e dell'ira e della pazienza si trovi nei mobili e immobili dello Stige, vediamo peraltro che la virtù loro opposta è la fortezza umana di Dante e Virgilio, e la magnanimità, o fortezza eroica, del Messo del cielo; non davvero la mansuetudine degli uni o dell'altro. E se la mansuetudine non è la virtù loro, non sarà l'ira propriamente il vizio delle “rane„ loro opposte.

[458.] Rimando al molto che ne scrissi in MO e Vel. Si continuerà a ripetere uggiosamente, cui vinse l'ira, l'ira, l'ira? Buon prò lor faccia. Studiamo piuttosto perchè Dante abbia usata quella parola fuorviatrice. Sì: per nascondersi, per far prova dell'acume del lettore; ma anche perchè qui volle fare un trattato dell'ira passione, che è sprone di fortezza e magnanimità, se è retta; e causa di tronfiezza e pusillanimità, se non è o è vana. E qui mal invischia e nel primo cerchietto mal immolla.

[459.] MO. pag. 84. Summa 1a 2ae 73, 5 et al.

[460.] Vel. pag. 259 Ar. Eth. VII 6, 9.

[461.] Summa 1a 63, 2: Utrum in angelis possit esse tantum peccatum superbiae et invidiae.

[462.] ib.

[463.] ib.

[464.] Vel. pag. 343 e passim.

[465.] Vel. pag. 377.

[466.] Uno dei soliti accorgimenti di Dante: Caifas sebbene non reo d'apostasia e di tradimento e di superbia (per lui Gesù era homo) lo fa pur calpestare, per la somiglianza, che so io? dell'effetto se non dell'intenzione. Il passo del calcagno è in Ev. sec. Ioann. III 18: “chi mangia il pane con me, leverà contro me il suo calcagno„ Cfr. Psalm. XL 10.

[467.] Bart. Aquarone, Dante in Siena, Lapi, 1889: p. 18.

[468.] Vel. L'altro viaggio.

[469.] Matth. XXVI 24, Marc. XIV 21.

[470.] E vedi in Vel. L'altro viaggio.

[471.] Gen. IV 5 sgg.

[472.] Vel. pag. 259. Vedi più sopra, a pag. 504 sg.

[473.] Gen. ib. 11. Vedi in Vel. (pag. 254) un'altra derivazione, che non esclude questa.

[474.] Gen. IX 1 sgg. Ho tolto dal passo ciò che per un cristiano non ha più senso o ne ha un altro: il mangiar carne col sangue.

[475.] Gen. I 27 sq. II 15, III 16 sqq.

[476.] Gen. IX: carnem cum sanguine non comedetis.

[477.] Chi sa che Dante non avesse assegnata, in suo pensiero, a Ugolino, come di lui propria sede, non Caina ma la riviera di sangue? Chè certo là dov'è, non dovrebbe essere: la buca è una e fatta per un solo. Vedi MO. pag. 159 sgg. E io non posso che confermarmi nella interpretazione bestiale (offro e dedico l'epigramma agli avversari) dell'episodio. Mi si dica (ma prima si cerchi di ravvivare l'impressione, ormai stinta e logora, dei versi tante volte letti); mi si dica: Come è saltato in mente a Dante d'introdurre figliuoli che facciano al padre affamato la proposta di mangiar loro?

[478.] In essi talvolta è anche l'ira, cioè il proposito di vendetta, contro le fere mogli. (Inf. 16, 45)

[479.] Vel. pag. 340.

[480.] ib.

[481.] Vel. pag. 344.

[482.] ib.

[483.] Vel. 343, 350.

[484.] Vel. L'altro viaggio.

[485.] Si domanda, credo: o dopo come fece Dante senza corda? Dio mio! o perchè non si domanda, dove, in quei giorni del suo viaggio, Dante mangiò e bevve? O non si vuol capire che il buon senso non basta e non vale a dichiarare il viaggio ultrasensibile?

[486.] Vel. L'altro viaggio, pag. 372.

Ecco la genealogia dei sette peccati secondo Dante.

Peccato originale
(concupiscenza)
lussuria e gola
avarizia (cupidità)
accidia invidia superbia
ira

I peccati in corsivo sono inconoscibili e innominabili. Si veda che l'avarizia (mal dare e mal tenere) sta alla invidia e alla superbia, come l'accidia all'ira. È l'accidia dell'invidia e superbia, essa. L'accidia genera l'ira, perchè i violenti o bestiali o rei d'ira piangono dove avrebbero a essere giocondi. (Inf. 11, 45) La lussuria e gola, generano l'accidia. (Vedi pag. 378 sg. e Vel. 123 sgg.) La concupiscenza e la cupidità nascono tutti e due dal peccato originale. Si ricordi (Vel. pag. 141) che S. Agostino trova nel peccato dei primi parenti la mala volontà (in cui si liqua la cupidità) e la mala concupiscenza. L'avarizia è concupiscenza, quando è mal tenere, cupidità, quando si risolve a mal prendere. Si riscontri questo specchietto con gli esempi del purgatorio: si veda come da lussuria gola e accidia non nasca nulla di peggio di violenza o bestialità o ira: dall'accidia, la violenza degli ebrei lapidatori e dei troiani incendiari; dalla gola, violenza dei centauri ebbri (oltre la mollezza degli ebrei di Gedeone, che è accidia); dalla lussuria, Soddoma e Gomorra e la bestialità di Pasife. Dall'avarizia invece deriva frode e tradimento, cioè invidia e superbia: i tradimenti di Carlo d'Angiò, e dell'altro Carlo Giuda, e del nuovo Pilato, e Pigmalione traditore e ladro e parricida, e Polinestor, e il folle ladro Acam (folle e ladro, come Vanni Fucci).

Da ciò traggo motivo a ricordare la mia interpretazione della corda gettata a Gerione. (Vel. pag. 137 sgg.) Dante si scinge la corda che contiene il concupiscibile; dunque è divenuto (in apparenza s'intende), mediante l'accidia, (la quale conséguita i due peccati più propriamente carnali) reo d'ingiustizia violenta o d'ira. Al cerchio della violenza sale Gerione dal suo regno di frode. Segno, che il violento sta per divenire fraudolento, che il leone sta per isparire nella lupa, come la lonza, non presa, diventò leone; segno che dopo l'ira viene l'invidia e la superbia; che chi fa il primo passo nel male ruzzola spesso sino all'ultimo abisso, se non si contiene sulle prime; che chi è colpevole d'incontinenza (la bestialità è per metà incontinenza) divien reo di malizia; infine, e qui è l'esatto pensiero dantesco, che chi commette de' peccati simboleggiati da mostri, è prono a commetterne di quelli rappresentati da diavoli. (Vedi a pagina 503 sgg.)

[487.] Vel. pag. 356 sgg. Anche la dolorosa selva è arsa dall'incendio che bolle nel primo girone e piove nel terzo. Questo io dissi. Si leggano ora questi passi d'un breve e bello studio estetico di Ettore Sanfelice (Eros, Messina, Giugno 1901), il quale non conosceva la mia argomentazione mistica o filosofica: “.... il canto XIII dell'Inferno, dove suona quella similitudine, è in quantità ben maggiore ricco di armonia imitativa... le parole di Pier della Vigna e quelle di Rocco de' Mozzi sono un continuo cigolìo. Ce ne aveva già fatti scorti Dante stesso; invano (dedico queste e le seguenti parole a quanti per far rimaner male chi cerca e trova, e mostra e insegna, escono a dire: io non sento, son sordo; io non vedo, son cieco; io non comprendo, sono un pover uomo!); egli nella sua arte meravigliosa assomiglia spesso, come qui, a Natura (la sua Musa, aggiungo io, è Matelda, arte figlia di natura e nepote di Dio), della quale molte bellezze dissimulano sotto la loro perfezione esterna l'arcana intima arte ond'esse hanno vita... (Il canto di Pier della Vigna) tutto sibila e trema. Rileggiamo...„ E il giovane e dotto e schietto pensatore e poeta rilegge il mirabile canto, facendone notare il misterioso sigmatismo. Riferisco qui un bel gruppo di parole che egli sottolinea a facile dimostrazione dell'ineccepibile tesi: schiante, scerpi, spirto, sterpi, esser, state fossim, serpi, stizzo, arso sia, scheggia, insieme, sangue, adeschi, inveschi, volsi, serrando e disserrando sì soavi etc. Rilegga ognuno il canto, e vedrà da sè. E il Sanfelice nota tanti altri suoni di io, di ir: “L'animo mio per disdegnoso gusto. Credendo col morir fuggir disdegno. Ingiusto fece me contro me giusto„. Si osservino le terzine che seguono quella in cui soffiò lo tronco! E altro e altro!

[488.] Vel. L'altro viaggio.

[489.] Vedi a pag. 446.

[490.] Vel. pag. 381 sgg.

[491.] Vel. pag. 388.

[492.] In Summa 1a 2ae 68, 4. Si scambiano il posto le due coppie sapienza e scienza, intelletto e consiglio. Ma possiamo notare nell'articolo seguente: sapientia et scientia uno modo possunt considerari... prout scilicet aliquis abundat in tantum in cognitione rerum divinarum et humanarum, ut possit etiam fideles instruere et adversarios confundere... Alio modo possunt accipi, prout sunt dona S. S. et sic sap. et scient. nihil aliud sunt quam quaedam perfectiones humanae mentis, secundum quas disponitur ad sequendum instinctum S. S. in cognitione divinorum ed humanorum.

[493.] Vel. pag. 386 sgg.

[494.] Aur. Aug. Op. III pag. 28 sq. (De Doctr. Christ. II 9 sqq.). Noto che quest'opera di S. Agostino è citata da Dante in Mon. 3, 4; idem ait in libro de D. Ch. etc.

[495.] In Summa 1a 2ae 68, 6. Vel. pag. 396 segg.

[496.] De Doctr. Christ. II 7, 9.

[497.] Vedi a pag. 472 sgg. e spec. 473 (a quella Atene celestiale...). Ripeto che Dante non attribuisce che la scienza o arte agli antichi savi. Matelda (l'arte e scienza) ha gli occhi ardenti e luminosi per amore, ed è scorta a Dante che ha mondati gli occhi nel fuoco d'amore per la visione.

[498.] Il lume che sfavilla nel passar dal girone dell'invidia a quello dell'ira, e che abbaglia, non è senza allegoria. Da notare ivi la parola arte (Pur. 15, 21).

[499.] De doctr. christ. II 7, 10 sq.

[500.] E la cosa si ripete nel salire dalla scientia alla fortitudo (17, 44).

[501.] Vedi a pag. 316 sgg.

[502.] Aur. Aug. Op. X 640 (Contra Secund. Man. X). Ecco una buona fonte per provare l'equivalenza, per il contrario, del diavolo al Dio uno e trino. La cupidità che si riduce a iniqua volontà, è proprio rappresentata nella faccia di mezzo. Vel. pag. 298.

[503.] Vel. pag. 396.

[504.] Ma vedi Vel. pag. 391 sgg.

[505.] Sete: Pur. 20, 3, 89, 92, 117; 21, 1, 39, 46 sgg., 74, 97; 22, 6; fame: 22, 40, 132, 141, 144, 147, 149, 151 sg.; 23, 27, 30, 35, 66, 67; 24, 18, 24, 28, 30, 33, 39, 80, 104, 110, 116, 122. La fame entra nel posto della sete; e questa di quella in 20, 12, 105 (?), 107 (?); 22, 65, 102 (?), 105 (?), 137, 145, 150, 23, 36, 62, 66, 67, 86; 24, 24, 32, 124. Il che mostra una specie di rifusione delle due beatitudini (cfr. per esempio 21, 39 sete men digiuna, e 31, 128 cibo che asseta).

[506.] Pur. 19, 77, 120, 123, 125; 20, 48, 95; 21, 16 sgg., 65, 83; 22, 4, 71; 23, 15, 39; 24, 82 sgg., 129, 154.

[507.] Consiglio e intelletto sono tutti e due nominati nella cornice della gola. (23, 61; 22, 129; 24, 51) Il che mostra che essi vanno insieme e a pari, come il bere e il mangiare. Anche i due trattati, per così dire, dell'avarizia e della gola sono fusi; e male scorgiamo quando cessa l'uno e l'altro comincia.

[508.] Vel. pag. 391 sgg.

[509.] Su Stazio vedi alcune pagine di profonda intuizione in Su le orme di Dante (Roma, 1901) di Angelo de Gubernatis: lez. quarta. Vuol essere conosciuto anche un bello studio di Giovanni Longo-Manganaro: L'allegoria di Stazio nella D. C. Messina, 1901.

Dante volle il suo canone di poeti nel numero di sette. Tre, Virgilio e i suoi due discepoli, l'antico e il nuovo, entrano primi nella futura dimora dei pii vati antichi ossia poetae magni.

[510.] Vel. pag. 389.

[511.] De doctr. christ. II 7, 11.

[512.] Nè è tutta qui. Vedi l'arguto studio di PPetrocchi, Del numero nel poema Dantesco in Rivista d'Italia IV 6, pag. 242 sgg.

[513.] Conf. XIII 11, 12.

[514.] ib. Codesto avverbio è in Dante igualmente. (Par. 33, 144)

[515.] ib. Nemo sine pace videt istam visionem. L'ultima beatitudine è vulgatamente quella dei pacifici, cui è promessa la visione. Dante fa che sia in quella dei mundicordi.

[516.] Aur. Aug. Civ. D. XI 24 e 27.

[517.] Ad. Cor. II 12, 2.

[518.] Vedi il cap. XXXIX L'ultima visione.

[519.] Vedi a pag. 368.

[520.] Vel. pag. 335 sgg.

[521.] Ad. Cor. I 12, 8.

[522.] Aur. Aug. Confess. XIII 23.

[523.] Vedi a pag. 491 sgg.

[524.] Vedi a pag. 486 sgg. Per i sacramenti vedere in Summa 3a Quaestio 65 sqq.

[525.] Vel. pag. 400.

[526.] Vel. pag. 402 sg. Pure vi si sente quella fusione tra vivanda e bevanda e fame e sete, che è nel purgatorio. Vedi qui a pag. 531.

[527.] Vel. pag. 404 sg.

[528.] Vel. pag. 404 sg.

[529.] Aur. Aug. Conf. XIII 11, 12.

[530.] Summa 1a 2ae 69, 4.

[531.] ib. 3.

[532.] Vel. pag. 406.

[533.] Vel. 407.

[534.] Vel. 408. E vedi più avanti. Lucifero era (e a suo modo è) un Serafino, con le sue sei ali, come le Malebranche sono neri Cherubini.

[535.] Vedi FPLuiso, Struttura morale e poetica del Par. Dant. in Rassegna Nazionale, anno XX 16 luglio 1898.

[536.] Serv. ad Aen. VI 127.

[537.] Somn. Scip. I 12.

[538.] Prendo questo e i dati astrologici che seguono, dal “buono accoglitor„ M. Francesco Alunno, Della fabrica del mondo. E rimando al Luiso, studio citato, il quale reca il testo di Albumasar.

[539.] Del resto Albumasar in Luiso ha philosophie ac poetrie studium, che è il proprio significato di Virgilio nella Comedia.

[540.] Dal cit. studio di FPLuiso; e così di seguito, quando nomino Albumasar.

[541.] Somn. Scip. Vedi più giù la nota a pag. 553.

[542.] Espressione di Macrobio in Somn. Scip. 1, 19; ergo Venerea et Iovialis stella.

[543.] Vel. pag. 218 sgg.

[544.] Dion. Ar. De cael. Hier. 7, 1.

[545.] Nell'ed. di Dion. Areop. Lutetiae Parisiorum Chaudière 1644: pag. 76.

[546.] Dion. Ar. ib.

[547.] Dalla parafrasi di Pachymere, ed. cit. pag. 78.

[548.] Dion. Ar. ib. Ed ecco, in “divino studio„, il nome di Bernardo, che è il Virgilio dell'ultima visione.

[549.] Id. ib. 8, 1.

[550.] Certo Dante aveva letto ciò che segue in Dionigi; “affinchè le illuminazioni in loro insite non patiscano alcun menomamento„. Tutta tua visione!

[551.] Id. ib.

[552.] Id. ib. 9, 1. Trascrivo per chiarezza il comento di Croderio: “Ai Principati pertiene, secondo Dionigi, il regime universale, verbigrazia, d'un regno o gente, o il condurre un regno alla similitudine di Dio„. (Ed. cit. p. 112). Utili poi a meditare, per rendersi ragione di molte cose in quel cielo Dantesco, sono le parole che seguono: “Secondo Gregorio, è loro ministero ammaestrare gli uomini a porgere a ognuno riverenza secondo il suo grado„. Anche: promuovere gli uomini “che facciano giustizia non per utilità propria, ma per amore e onore del solo Dio„. Ricordiamo la mala signoria.

[553.] Dion. Ar. ib.

[554.] Del suddetto comento.

[555.] Correggo e metto in corsivo il Convivio con la Comedia, in ciò in cui quello differisce da questa, cioè nel posto dei Troni. Principati e Potestati. Tutta questa parte fu trovata e trattata da LRCapelli in Giornale Dantesco, A. V pag. 58. Io non faccio altro che emendare in qualche punto che mi sembra emendabile.

[556.] Segno con puntolini questi luoghi che possono essere del Padre e dello Spirito, non essendo noi certi in che modo avrebbe Dante continuato il suo ordine. Certo mi pare quel di mezzo, sin d'ora, perchè nella sfera di Marte è la Croce. Per il resto, vedremo.

[557.] Per es. 1, 7 (desire intelletto e memoria: cfr. Aur. Aug. passim. per es. De Trin. XI, 3, 6, dove è voluntas e non desire; ma l'amore si sa che si liqua in volontà); 2, 41; 7, 64; 10, 1; 13, 25; 14, 29; 15, 47; 24, 139; 27, 1; 31, 28.

[558.] Carità è poi in 3, 102. La grazia che piove, (3, 89) ricorda lo Spirito. Anche l'espressione “del secondo vento di Soave„ par suggerita da quel ricordo.

[559.] E tralascio tante altre prove: 7, 1 sg. 65, 70 etc.

[560.] Matelda e Beatrice (arte e sapienza) formano un concetto solo.

[561.] FPPerez, B. S. pag. 360 sgg.

[562.] Ricci U. R. p. 259. Vedi in questo libro a pag. 257. L'argomento principale che conferma la verità sostanziale del racconto Boccaccesco, è quel verso di Minghin da Mezzano. Egli scrisse il suo povero epitafio zoppicante, quando tutti credevano che Dante fosse rimasto a mezzo del suo cammino verso le stelle, ossia della terza cantica. Nè il cenno manca, forse, in quel del Canaccio: cecini voluerunt fata, quousque. La morte interruppe il canto.

[563.] Vedi a p. 231: Tu vuoi ch'io muoia etc. Vedi a p. 300 e sg. Il senso dei versi “Fa, signor mio„ in ultima analisi è che vuol compiere la Comedia prima di morire.

[564.] Vedi a pag. 292 sg.

[565.] E questo s'accorda con l'ipotesi di ALubin, che Dante nel XIX della VN, alludesse alla cavalcata del 1289 contro i ghibellini d'Arezzo. Vedi a pag. 49, nota.

[566.] Vedi a pag. 108 sgg.

[567.] Cap. I-VI.

[568.] Cap. I. La prima visione.

[569.] Cap. II. L'angiola.

[570.] Vedi a pag. 33, 117, 123 sg.

[571.] Cap. III. La speranza de' beati. Di Fausto si narra in Conf. V 3 sgg.

[572.] Cap. IV. Mentis excessus. Cap. V. I simulacri d'amore.

[573.] Cap. VI. Le nove rime. Cfr. Vel. pag. 479. Vedi questo libro pag. 275 e cap. VII Lo stil nuovo, e VIII Guido e il suo disdegno.

[574.] Cap. IX Beatrice beata, e XI La Vita nova.

[575.] Pag. 108.

[576.] Vedi a pag. 108 sgg.

[577.] Cap. XII Per via non vera.

[578.] Cap. XIII L'Angiola e la Donna.

[579.] Cap. XV Rectitudo.

[580.] XVI Legno senza vela.

[581.] XVII Il re pacifico.

[582.] Cap. XXII L'Alpigiana.

[583.] Vedi a pag. 231 sg.

[584.] Vedi a pag. 573.

[585.] Capo XIX Decem vascula. Ho già notato, ma giova ripetere, che la terza cantica procede per decine, sebbene tra loro commesse e non recise l'una dall'altra: la prima decina è dell'ultimo ternario angelico, la seconda del penultimo, la terza del primo; e restano tre canti. Mentre correggo le bozze di queste pagine, leggo in Atene e Roma, ottobre 1901, un arguto ed elegante studio, sulla lezione di questi carmi latini, di GAlbini. Riferisco poche parole, che fanno presentire (non so se mi son qui troppo folle) come egli non sia punto persuaso delle conclusioni del Novati, alle quali si acqueta il D'Ovidio: “... Scrivere il Paradiso e poi coronarsi; coronarsi, certamente dell'alloro ideale etc. coronarsi anche materialmente, col rito e col ramo, se le circostanze non avversino„.

[586.] A pag. 392, nota, aggiungi che la strofa di S. Paolino d'Aquileia è del Natale.

[587.] Cap. XVIII Il veltro.

[588.] Cap. XX Romagna tua. Cap. XXI In Ravenna.

[589.] Cap. XXIII La selva e la foresta, a principio.

[590.] Cap. XXII L'alpigiana.

[591.] Il com. di Servio è al verso “Senti che cosa devi far prima„ per andare all'Averno. E racconta del ramo per cui un servo fuggitivo doveva morire. Dante era servo.

[592.] La profezia del Veltro è consimile a quella di Virgilio per Augusto, per il buon Augusto; e anche per questo modo si conferma che il Veltro è l'imperatore o la podestà imperiale. Cfr. Aen. I 286 sqq. VI 791 sqq.

[593.] Virgilio, spec. come narratore degli inferi a guisa della Sibilla (562 sqq.), è anch'esso praefectus lucis Avernis. Invero gli altri poeti lo considerano loro principe. (4, 80, 94 sgg.) È il maestro.

[594.] Si tratta, per Dante come per Enea, di andare ad immortale secolo, (2, 14 seg.) ossia di morire.

[595.] Si noti che non curerò sempre le pure imitazioni d'arte, come per es. l'episodio di Pier della Vigna di fronte a quel di Polidoro etc.

[596.] Questo cambiamento di corpo in anima fa vedere che la sepoltura necessaria per passare, è in Dante una spirituale sepoltura.

[597.] Falso; e forse anche perchè saranno salvi, ed essi nol sanno!

[598.] I guai di 4, 9 non vengono dal limbo (cfr. Pur. 7, 30), che è escluso dal regno di Cerbero.

[599.] Vedi altro a pag. 266 sgg.

[600.] Nell'episodio dello spirito bizzarro, a Dante sottentra Virgilio nello sgridare e respingere l'insepolto. Così, in quello del gubernator, la Sibilla risponde e respinge invece di Enea. (372)

[601.] I Lapiti sono per Dante centauri, co' doppi petti. (Pur. 24, 121 sgg.)

[602.] Vedi altro a pag. 446 sgg.

[603.] Vedi per tutta questa materia i cap. XXIX Virgilio, XXX Lo tuo volume, XXXI Enea e Catone. Leggi poi in FD'Ovidio, Studii citati, lo studio Non soltanto etc. a pag. 225 sgg. Vi troverai molte osservazioni di lui e d'altri, le quali precedono le mie, e altre che non sono qui.

[604.] Vedi XXVI Il minor luminare XXVII Il pie' fermo.

[605.] Vedi a pag. 367; e aggiungi questa ripresa della nostra interpretazione del pie' fermo, comparando il Pur. 30, 84. Gli angeli affermano che Dante era solo a metà mortificato o vivificato, perchè era uscito sì dal languor naturae originale ma si avviava per la via del mondo, e l'un dei pedes era quindi infermo e fermo nel tempo stesso.

[606.] Lact. Inst. div. lib. VI cap. 19. Vedi il cap. XXVIII Le tre fiere.

[607.] Vedi a pag. 549. In quella nota di Servio osservo: hanc terram in qua vivimus inferos esse voluerunt. Vada questa nota a confermare che per infera regna Dante intendeva l'inferno e il purgatorio. Vedi a pag. 244, nota 3.

[608.] I numeri tra parentesi sono quelli di Dante.

[609.] La corrispondenza è duplice.

[610.] La lonza non comprende l'avarizia se non come concupiscenza. Essa avarizia viene a essere, come innominabile, il vestibolo della frode o lupa; al modo che l'accidia, come innominabile, viene a essere il vestibolo della ira o violenza o leone; al modo stesso che il peccato originale degli sciaurati, pure innominabile, è il vestibolo della incontinenza o lonza.

[611.] Vedi il Cap. XXXVIII Lo vas d'elezione.

[612.] Vedi cap. XXXVI I sette spiriti.

[613.] Num. XIV Locutusque est Moyses... et luxit populus nimis. Aen. V 613 sqq. Troades... flebant... pontum adspectabant flentes.

[614.] Questo ripara a una dimenticanza. In vero i discorsi, i sermones, che si tengono nella prima parte dello antipurgatorio sono, con quelli della seconda, nella proporzione che il discorso di Beatrice ha con quello di Giustiniano.

[615.] Vedi cap. XXXIX L'ultima visione. Cfr. lo specchietto a pag. 563.

[616.] A questi luoghi, entrando nella contemplazione del Padre e del Figlio, anche lo Spirito col mezzo d'un de' suoi doni, risuona la lauda della Trinità.

[617.] Vedi nota precedente.

Finito di stampare
il giorno 30 agosto 1913
nella tipografia di Augusto Cacciari
in Bologna

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (demoni/dèmoni e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.