V.

Non c'è che la morte.

Ed anche la morte non è più la bellissima fanciulla alata che ti apparve in quella scossa d'amore. La donna che sognò Socrate, era ammantata di bianco. Ora tu la dici velata di neri panni, cinta d'ombra trista. Ella ti conduce a Ftia zollosa, al porto; ma il porto tu lo dici più spaventoso d'ogni tempesta.

E poi, se chi muore può dirsi libero del peso della vita e si ha da considerare avventurato, che ne è di chi resta? di chi rimane senza sè stesso, e si vede portar via

la diletta persona

con chi passata avrà molti anni insieme,

e dice a quella addio, senz'altra speme

di riscontrarla ancora

per la mondana via!

E quella è diventata polvere e scheletro, ossa e fango, fango e ossa: vista vituperosa e terribile da nascondersi agli occhi di chi pur l'amò. Tu dicevi che agli uomini non era stato dato di bello che l'amore e la morte. L'amore era un inganno, l'estremo inganno. Perì. Nè speranza più, nè desiderio. Non restava che il morire, dunque. Tu dicevi:

al gener nostro il fato

non donò che il morire.

Ora anche il morire è infelice e la natura anche in questo è crudele. Tu non lo sapevi poco fa, quando pur suggerivi al tuo cuore stanco:

Omai disprezza

te, la natura, il brutto

poter che, ascoso, a comun danno impera,

e l'infinita vanità del tutto.