Epilogo.
Una faccia adunque della oscura Minerva si è illuminata. Il lume che batte su quella è certo che rischiarerà ciò che nel Poema resta ancora d’ombra e di penombra. Ed è lecito sperare sin d’ora che essendo determinato il pensiero di Dante in una parte principale ed essenziale quale è la costruzione etica della più grande, anzi divina, estrinsecazione della sua mente, la mente di Dante quanto ella è vasta e profonda si rivelerà a noi. Potremo in tanto noi con la detta determinazione circoscrivere, e perciò giudicare e conoscere, il complesso de’ suoi studi e delle sue fonti. E questa conoscenza sarà tale un passo, che poco più spazio ci resterà alla meta.
APPENDICE
SCHIARIMENTI E AGGIUNTE
I.
Il Messo del Cielo.
Nessuna dichiarazione di luoghi controversi della Divina Commedia è più felice di quella di Michelangiolo Caetani duca di Sermoneta, che dice essere Enea il messo del cielo che apre le porte di Dite. Egli (Tre chiose di Michelangelo Caetani, duca di Sermoneta, nella Divina Commedia, di D. A., terza edizione. Roma, Salviucci, 1881) dimostra prima che angelo non può essere perchè non può un angelo del Paradiso discendere entro l’inferno; perchè il primo angelo descritto da Dante nel Purgatorio ben altrimenti si mostra, e con altri segni di rispetto deve essere accolto. E che sia il primo angelo veduto mai da Dante nel suo andare si rileva da quelle parole dette nel Purgatorio: Omai vedrai di sì fatti ufiziali. Nè ad angelo, che sdegna gli argomenti umani, si conviene la verghetta, nè la comparazione col vento impetuoso e con la biscia, nè il menar la sinistra mano, nè il parlar coi demoni di fati e di Cerbero, nè il partirsi come uomo stretto da altra cura. Escluso poi che il messo sia Mercurio o il Redentore (opinioni di per sè assurde), rintraccia chi possa egli essere. Già nel primo colloquio, Virgilio dice a Dante d’essere stato il cantore di quel giusto figliuolo di Anchise, e Dante risponde a Virgilio ricordando pure Enea che andò vivente negl’inferi e concludendo: Io non Enea, io non Paolo sono. Poi avanti le porte di Dite, Virgilio dice che Tale gli si fu offerto, il quale non poteva essere certamente che nel Limbo, luogo di sua dimora, non potea essere che Enea che già altre volte era disceso per umbram perque domos Ditis, avendo in mano il venerabile donum fatalis Virgae. Ciò conferma Virgilio dicendo: che di qua dalla prima porta d’Inferno era un tale che discendeva l’erta. “La domanda, che a Virgilio fece Dante: Se alcuno di loro dal primo cerchio del Limbo discendeva mai in quel fondo infernale, fu conseguente alle parole di Virgilio, che aveagli detto: un Tale esserglisi offerto per l’apertura di Dite; non altri potendo questi essere che alcun suo consorte di Limbo, che con quella apertura e con Virgilio avesse relazione: e questi dovea essere Enea senza meno„.
La dottrina nascosta sotto il velame de’ versi strani è “che Enea dovesse servire come strumento provvidenziale all’apertura di Dite... per significare tutti gli avvenimenti i quali prepararono la vera apertura fatta per Colui che la gran preda levò a Dite del cerchio superno„. E ciò è confermato da passi del Convito e del De Monarchia. All’obbiezione che Dante non riconobbe Enea, allorquando giunse ad aprire le porte di Dite, mentre lo aveva già visto tra gli spiriti magni, risponde il Duca non male dicendo dell’oscurità fumosa del luogo; ma meglio, a parer mio, avrebbe risposto negando che Dante dica di non lo avere riconosciuto e che anzi nel verso
ben m’accorsi ch’egli era del ciel messo,
è forse più il senso: Vidi a quella prova che Enea era veramente messo della provvidenza; di quello che: Mi accorsi che quel tale ignoto era un mandato celeste. E il volgersi al Maestro, al cantore dell’Eneide, indica appunto la subita voglia di riconfermare a lui cosa da lui affermata:
E quei fe’ segno
ch’io stessi cheto ed inchinassi ad esso;
chè Dante voleva parlare e dire: Ora vedo....
Ora, con questa rettifica e con ogni riserva quanto al significato simbolico dell’episodio, io domando come mai questa dimostrazione così evidente non sia passata nella scienza dantesca e nei commenti vulgati. Per questo che soggiungo. Virgilio dice:
già di qua da lei discende l’erta,
passando per li cerchi senza scorta,
tal che per lui ne fia la porta aperta;
poi aggiunge:
Tal ne s’offerse!
Oh! quanto tarda a me ch’altri qui giunga!
e Dante esprime il suo dubitare domandando se dal Limbo può scendere alcuno. I commentatori intendono qui che Dante dubiti non già che sia per venire dal Limbo un ausiliatore, ma che a Virgilio sia concesso passare in Dite. Il vero è che Virgilio mostra d’interpretare così il dubbio domandare di Dante, concludendo la sua risposta:
Ben so il cammin: però ti fa securo.
Ma prima di tutto, interpretiamo rettamente il sospeso parlare di Virgilio:
Pure a noi converrà vincer la punga,
cominciò ei, se non... tal ne s’offerse!
oh! quanto tarda a me ch’altri qui giunga!
Ciò dice dopo avere attentamente ascoltato, perchè nella nebbia poco lontano poteva vedere. Ora il senso delle parole mi pare questo: “Converrà che noi pugnamo e vinciamo da noi soli (v. per es. Inf. XXXV, 39: Ed intendemmo pure ad essi poi), se non... giunge quegli che ne s’offerse; che però è tale da non mancare. Ma come tarda!„ Dante ebbe paura di questo dire, perchè
traeva la parola tronca
forse a peggior sentenza ch’ei non tenne;
cioè intendeva che la condizionale se non... esprimesse una reale negazione, e non si rassicurava
con l’altro che poi venne,
ossia con Tal ne s’offerse. Quindi naturale la domanda di Dante, se alcuno del primo grado potesse discendere
in questo fondo della trista conca.
Ma Virgilio dunque finge di fraintendere la questione?
Può essere. Egli vuole forse riservare a lui la sorpresa dell’ausiliatore, quando verrà, e delude il discepolo. Sì, sì, so la strada: questa palude è intorno a Dite. Cosa che Dante presso a poco sapeva già:
Lo buon maestro disse: Omai, figliuolo,
s’appressa la città che ha nome Dite,
co’ gravi cittadin, col grande stuolo.
Ed io: Maestro, già le sue meschite
là entro certo nella valle cerno
vermiglie, come se di foco uscite
fossero.....
Noi pur giugnemmo dentro all’alte fosse,
che vallan quella terra sconsolata:
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Non senza prima far grande aggirata,
venimmo in parte.....
Altra volta Virgilio risponde su per giù a questo modo; quando Dante volentieri saprebbe quanto ha ad andare su per il poggio del Purgatorio, cioè quanto il poggio è alto; che egli dice: Non so altro se non che quando il tuo andare ti sarà leggero, sarai in cima (Purg. IV, 85 e segg.) Ma se anche non si volesse ammettere questa finzione, che non sarebbe se non una nota di più nella varietà ingegnosa con cui il Maestro parla al suo discente, si dovrebbe sempre convenire che il Maestro aveva inteso che la domanda si riferiva all’aspettato salvatore;
Di rado
incontra, mi rispose, che di noi
faccia il cammino alcun, pel quale io vado;
ma che ciò che segue, vero è, significhi: A ogni modo di me posso affermarti che ci sono stato e che so il cammino. Solo in questo Virgilio sembra non accontentare Dante; chè il secondo non spera se non nell’aiuto d’altri e dubita già, e il primo dice, che c’è anch’esso e che esso potrà, anche senz’altro aiuto, guidarlo e farlo entrare nella città dolente. Solo a ciò è necessaria l’ira.
A questo punto posso aggiungere, a quelle del duca di Sermoneta, le mie argomentazioni, che sono più che la riprova delle sue. Non si può entrare senz’IRA; il messo del cielo pare PIEN DI DISDEGNO, e così parla. Si rivolge poi senza far motto, facendo sembiante
d’uomo cui altra cura stringa e morda,
che quella di colui che gli è davante.
Sono oziosi questi tre particolari? A sentire i commentatori, sarebbero. E invece hanno un senso profondo. Il Poeta simboleggia. Egli continua il suo mirabile trattato sull’ira o sull’irascibile. Senz’esso o essa l’arduo è inaccessibile. Virgilio tenta prima d’entrare con le buone, usando l’intelletto:
Così sen va e quivi m’abbandona
lo dolce padre, ed io rimango in forse,
chè ’l sì e ’l no nel capo mi tenzona.
Udir non pote’ quel ch’a lor si porse:
ma ei non stette là con essi guari,
che ciascun dentro a prova si ricorse.
Chiuser le porte que’ nostri avversari
nel petto al mio signor, che fuor rimase,
e rivolsesi a me con passi rari.
Gli occhi alla terra e le ciglia avea rase
d’ogni baldanza, e dicea ne’ sospiri:
chi m’ha negate le dolenti case?
Dante, sempre inteso alla sua filosofia, qui presenta Virgilio come tentato dall’accidia, dalla tristizia, che è un acquetarsi nel male. Ma è un momento.
Ed a me disse: Tu, perch’io m’adiri,
non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
qual ch’alla difension dentro s’aggiri.
Dove è da notare che perchè non significa proprio benchè, ma per il fatto che; e poi un’altra cosa: che più probabile si fa delle mie interpretazioni precedenti della risposta a Dante, la seconda, per la quale Virgilio prometterebbe a Dante la vittoria e il passaggio, anche se il messo non venisse.
Dunque non tema Dante per il fatto che Virgilio deve adirarsi; cioè usare l’irascibile contro l’arduo: ira buona, senza la quale si è vili. Non ce n’è bisogno però: Dante introduce a significare questa necessaria contemperanza d’irascibile l’eroe che già altra volta gli servì d’esempio sì per raffrenare il concupiscibile, sì per spronare l’irascibile. “Questo spronare fu quello quando esso Enea sostenne solo con Sibilla a entrare nello Inferno a cercare dell’anima del suo padre Anchise contro a tanti pericoli (Conv. IV 26)„. Nel che non isfugga la singolare rispondenza del
passando per li cerchi senza scorta
con quel solo con Sibilla. Al solito, non fu la necessità di rimare o d’empire il verso quello che suggerì senza scorta. Nè è da dimenticarsi che la frase contro a tanti pericoli è suggerita probabilmente da questi due passi del sesto libro della detta storia.
Il primo è delle parole di Sibilla:
Nunc animis opus, Aenea, nunc pectore firmo: 261
dove animi, pectus sono, per Dante, l’irascibile, il θυμός, il ‛cuore’. L’altro è:
Centauri in foribus stabulant Scyllaeque biformes 286
Et centumgeminus Briareus ac belua Lernae
Horrendum stridens flammisque armata Chimaera,
Gorgones Harpyiaeque et forma tricorporis umbrae.
Corripit hic subita trepidus formidine ferrum 290
Aeneas strictamque aciem venientibus offert.
I quali passi erano avanti al Poeta anche a questo punto della Comedia.
Da queste considerazioni è singolarmente confermato (o io m’inganno), primo che il messo è Enea; secondo che la palude, donde sì i fangosi con sembiante offeso, e sì i fitti nel fango non possono uscire, sebbene de’ primi uno si provi a voler passare nella barca di Flegias, contiene quelli che peccarono nell’irascibile, o acquetandosi nel male come i tristi e probabilmente i gran regi, o non usando il soprabbondevole irascibile sino all’azione, ma volgendosi in sè coi denti, rodendosi insomma d’ira e non peccando altro che d’ira interna, senza correre alla vendetta; accidia anche questa e tristizia. E per incidenza, a proposito dei gran regi, ricordo la novella 9ª della giornata prima del Decameron. Ecco un re, che senza la ventura della donna di Guascogna, avrebbe meritato di essere come porco in brago. Si notino le parole del Boccaccio: ‛egli di cattivo, valoroso diviene’; ‛il re, infino allora stato tardo e pigro‛. Si meditino queste altre: ‛egli era di sì rimessa vita e da sì poco bene, che, non che egli l’altrui onte con giustizia vendicasse, anzi infinite con vituperevole viltà a lui fattene sosteneva... io non vengo nella tua presenza per vendetta che io attenda della ingiuria che m’è stata fatta’. Il concetto di Dante è bene illustrato da questo esempio. Nella palude si punisce la viltà o manco d’attività, la quale deve essere giustizia in tutti e specialmente nei re, la negligentia insomma, e l’ingiustizia che non si è commessa se non per manco di attività. La varca a piedi asciutti, come per lui fosse terra dura, chi è supremamente attivo e giusto, ben contemperato a frenare e spronare l’appetito. Per Dante, questi era Enea, che già nel primo colloquio Virgilio dice giusto:
cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise;
che ora significa attivo, oltre che con l’azione stessa che compie, con quelle di cui si mostra occupato:
fe’ sembiante
d’uomo cui altra cura stringa e morda
che quella di colui che gli è davante;
Enea, l’eroe del suo Maestro, che gli serviva d’esempio sin dal Convivio.
II.
Il Conte Ugolino.
Mi domando con un valentuomo, critico arguto se mai altri, il d’Ovidio: Per qual colpa il conte Ugolino è in inferno, nella ghiaccia? Ma non mi appago della sua risposta la quale è che egli è dannato per i suoi tradimenti contro il nepote Ugolino Visconti. Perchè allora non è nella Caina? Nella Caina, dove è Sassol Mascheroni, uccisore d’un giovinetto cugino, dove è il Camicion de’ Pazzi, pure uccisore d’un congiunto? Nella Caina, dove sono puniti quelli che ruppero il vincolo d’amore che congiunge, non solo figli a genitori, ma parenti in genere a parenti? Quelli, come a me pare d’aver dimostrato, che violarono il quarto comandamento?
A questa obbiezione, per dire il vero, io ho una risposta, e altri ne avrà cento; ma io espongo la mia, la quale, mentre solve il nodo che è in quella domanda, rende probabile un’altra, non dirò ipotesi, ma conclusione. Perchè sarà, all’ultimo, tenzone tra due credenze, una del tutto congetturale, che non ha alcun rinfianco dalla lettera di Dante, l’altra che dalla lettera di Dante riceve grandissima verisimiglianza. Invero altri sono posti nell’inferno e pur nella ghiaccia, senza che il Poeta dica il perchè, tanto il perchè doveva essere ed era noto; e così può darsi che sia posto il conte Ugolino; ma se il perchè risultasse da un più attento esame del testo? da una più ragionevole interpretazione?
Il Bartoli; caro e illustre nome, non più ahimè! che nome, pur molta parte di lui; il Bartoli trova nel racconto di Ugolino un cenno alla colpa del tradimento contro Nin gentile e contro i Guelfi. Egli dice (Storia della letteratura italiana, IV, parte II, p. 111): “Nel Poema c’è una frase che conferma tale supposizione, quel “fidandomi di lui„ (v. 17), che altrimenti, se non ci fosse stato un accordo tra il conte e l’arcivescovo, non avrebbe senso. Ma il fidarsi dell’Ubaldini volea dir necessariamente essersi stretto in lega colla parte ghibellina, e questo non poteva essere che a danno del nepote. Doppio tradimento quindi...„ Ma io non credo che quel fidandomi di lui valga ad altro, se non a richiamare la definizione del tradimento (Inf. XI 52 e seg.):
La frode, ond’ogni coscienza è morsa,
può l’uomo usare in colui che ’n lui fida.
Dante fa dire ad Ugolino il perchè della condanna non sua ma dell’arcivescovo. Dice anzi: “Tu sai il tradimento che mi fece, quindi sai perchè sia in questa ghiaccia; non sai però come cruda fosse la morte che soffrii per il suo tradimento, quindi non sai perchè io me gli mangi il capo„. Non è dunque il cenno che dice il Bartoli quello, che del resto è ben più che cenno, che dico io essere nel testo, della colpa di Ugolino. O quale è dunque?
Rispondo prima all’obbiezione fatta all’avviso del d’Ovidio: come Ugolino non è nella Caina, se ha rotto il vincolo che lega parente a parente? Rispondo: Ugolino è in vero nella Caina.
Sento un oh lungo e roco... Spieghiamoci meglio. Non è nella Caina, mi riprendo; ma ci sarebbe se fosse al suo posto. Ma al suo posto, dove la sua colpa l’avrebbe balestrato, non c’è. Egli è... Leggete:
vidi due ghiacciati in una buca;
dove una ha il suo valor numerale di una sola, e non l’indeterminato, dal contrapposto con due. La buca era fatta per uno solo. Se due rei vi sono, uno vi sta fuor dell’ordinario. Chi ponga mente poi, come in questa ghiaccia i rei sono, secondo la reità loro, non solo collocati a mano a mano più in ver lo mezzo, ma più meno sporgenti dal ghiaccio, poichè nella Caina:
livide insin là dove appar vergogna
eran l’ombre dolenti nella ghiaccia,
e nell’Antenora si vedono i visi, cagnazzi fatti per freddo, onde nel passeggiare Dante dà col piede nelle gote a Bocca, e nella Tolomea la gente è
non volta in giù ma tutta riversata,
e nella Giudecca
l’ombre eran tutte coperte,
e trasparean come festuca in vetro;
chi ponga mente a questa gradazione, vedrà o, diciamo meglio, sospetterà subito che i due ghiacciati in una buca non sono puniti per colpa del tutto uguale, perchè
l’un capo all’altro era cappello.
Il che non è ozioso. Dante avrebbe potuto porre questi due peccatori l’uno lungo l’altro, come i due tragici fratelli Alberti. Ma no. Quelli erano
sì stretti
che il pel del capo aveano insieme misto;
questi,
sì che l’un capo all’altro era cappello.
Dante ci ha messo in guardia, facendo risaltare la differenza in espressioni che hanno del simile tra loro: pel del capo misto, capo cappello.
Rispondo adunque: il conte Ugolino non è al suo posto nell’Antenora, poichè è nella buca destinata a un altro, a un solo che già c’è. L’aver egli il capo tutto fuori della ghiaccia, sì che con esso sopravanza quello dell’altro, fa comprendere ch’egli dovrebbe essere nella Caina, dove i rei sporgono col capo, sì che con esse possono cozzare insieme come becchi. E ciò è confermato da un’altra osservazione. I dannati della ghiaccia, nella loro qualità di superbi e perciò supremamente vaghi, in vita, di fama, sono in morte descritti dal Poeta come fieramente avversi ad essa. Così Dante dice a Bocca:
Vivo son io, e caro esser ti puote,
fu mia risposta, se domandi fama,
ch’io metta il nome tuo tra l’altre note.
Ed egli a me: Del contrario ho io brama:
levati quinci, e non mi dar più lagna,
che mal sai lusingar per questa lama.
Il che poi si riscontra nel resto della ghiaccia, e propriamente nella Tolomea, nella quale frate Alberigo si noma sì, ma perchè i due visitatori egli li stima anime crudeli cui sia data l’ultima posta. Or bene, non veramente tutti i dannati della ghiaccia sono così nemici di nomarsi e d’essere nomati; poichè quelli della prima circuizione si nomano, si noma, cioè, di loro l’unico che parli:
E perchè non mi metti in più sermoni,
sappi ch’io fui il Camicion de’ Pazzi,
ed aspetto Carlin che mi scagioni;
e si preparano a nomarsi i due fratelli, poichè ergono li visi, se non che
gli occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,
gocciar su per le labbra, e il gelo strinse
le lagrime tra essi e riserrolli:
con legno legno mai spranga non cinse
forte così; ond’ei, come due becchi,
cozzaro insieme, tant’ira li vinse.
Pensando quanto atroci siano i delitti commessi dai rei della Caina, ricordando, per esempio, Sassol Mascheroni assassino d’un fanciullo, mal si può spiegare questa differenza nel ribrezzo della fama tra essi e i rei più ver lo mezzo, non più feroci di loro, se non si crede a ciò che io ho esposto: che la Caina punisce un peccato che è sì superbia, ma è finitimo all’invidia; un peccato che non è contro al principio universale dell’essere come gli altri tre, ma contro quello particolare; un peccato che offende non direttamente Dio, benchè offenda chi di Dio più tiene; un peccato che fa contro il quarto comandamento, che non è della prima tavola sebbene le sia molto vicino e affine. Ma di ciò ho parlato altrove. Qui osservo che il conte Ugolino si noma e subito:
Tu dei saper ch’io fui Conte Ugolino.
Per qual ragione se non principalmente per questa, che egli è della Caina?
E riprendiamo la questione: di qual colpa reo? Certo che di peccato contro congiunti. Non di tradimento contro congiunti? Mi periterei a dire, tradimento. Secondo Dante, tradimento sì, ma senz’altro, senza quelle parole contro congiunti. Tradere è in Dante obliare l’amore
che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,
di che la fede spezial si cria.
Ora per il mo’ di tradere, che è punito nella Caina, si oblìa quell’amore naturale e aggiunto, anche se non interviene frode raggiro agguato, anche se non interviene il tradimento quale noi lo concepiamo. Il marito di Francesca, per aver ucciso il fratello e la moglie, è atteso da Caina, sebbene il traditore non fosse lui, pover’uomo!
E in vero anche nelle altre tre specie di frode in chi si fida, la frode quale noi intendiamo non è necessario che ci sia; e Bruto e Cassio non sono così puniti perchè di sorpresa colsero Cesare nella curia, ma perchè lo uccisero, perchè in lui violarono Dio. Tuttavia in queste tre specie è pur sempre il corrompimento d’un patto, quando non è a dirittura un giuramento, d’un patto che non par sempre a noi così tacito e naturale come pareva a Dante per tutte e quattro, e come pare a noi per la prima. Diciamo dunque, che la colpa di Ugolino, pur degna della Caina, non è necessario che fosse offesa fraudolenta del vincolo di sangue, sì offesa senz’altro; ciò che si può dire, più o meno, delle altre colpe punite nelle tre circuizioni interne della ghiaccia, ma sempre meno che della esterna, specialmente considerando gli uccisori di commensali, sempre spergiuri. Non è necessario, anzi non è probabile. Un’aggravante qualunque, di agguato, di spergiuro, di società violata, di parte abbandonata avrebbe indotto il Poeta a porre più in ver lo mezzo il conte.
Probabile dunque mi pare che la colpa di Ugolino fosse un’offesa al vincolo del sangue, non complicata d’insidia. Ma qui può dire alcuno: L’obbiezione che da prima facesti al d’Ovidio, non occorreva che tu la facessi e che tu rispondessi, poichè, se Ugolino è nell’Antenora, si deve comprendere che c’è perchè offese bensì un parente, ma violando, oltre il vincolo familiare, anche i legami di parte o di patria. No, rispondo ancora: egli è nell’Antenora, ma non è dell’Antenora. Comunque sia cominciato il mio ragionamento, certo è che il conte appartiene alla Caina, per tre argomenti che stanno saldi: l’essere egli nella buca d’un altro, lo sporgere col capo, il nomarsi senz’orrore per la fama. Ma a proposito di quest’ultimo argomento, prevengo un’opposizione nuova. È tale: anche in Malebolge si ha orrore alla fama, in Malebolge dove è punita l’invidia, e ciò per la somiglianza che vi è tra invidia e superbia; onde derivano effetti somiglianti; sì che venendo l’invidia dal timore di perdere
podere, grazia, onore e fama,
come la superbia viene dalla speranza di eccellenza, tutte e due sono punite con l’odio di ciò che le fece nascere e crescere. Or bene questa opposizione nuova altro non porta se non la conferma a ciò che io affermo: che la Caina punisce un peccato mezzo tra la superbia e la invidia, perchè ha pur questa nota comune a Malebolge, che tanto in Malebolge quanto nella Caina la posta regola di non nomarsi soffre eccezioni, e le soffre per due motivi, tutti e due derivanti dall’essere l’invidia peccato contro gli uomini, mentre la superbia è contro Dio: motivo primo, che gl’invidi mostrano con ciò di tenersi, come sono, non pessimi; secondo, che il desiderio di fare il male al prossimo in loro, non così stolti come i superbi che alzarono le ciglia contro Dio, persiste ancora, o subdolo come in Capocchio e in maestro Adamo, o feroce come in Ugolino. Questa differenza tra invidi e superbi è significata, come esposi, da Anteo, che, non essendo stato coi suoi fratelli all’alta guerra, non solo è disciolto e parla, ma è sensibile allo scongiuro della fama. Del resto nella ghiaccia è tipico per il primo motivo che dicemmo, Camicion de’ Pazzi che esclama:
Sappi ch’io fui il Camicion de’ Pazzi
ed aspetto Carlin che mi scagioni;
e per il secondo Ugolino che dichiara:
Ma se le mie parole esser den seme
che frutti infamia al traditor ch’io rodo,
parlare e lagrimar vedrai insieme.
Ora in Malebolge questi due tipi si riscontrano qua e là. Coloro in esse che si nomano o accennano, nomano poi e accennano qualcuno più reo di loro, a lor credenza, e fanno loro o dicono il peggio che possono: Ciampolo noma frate Gomita e Michel Zanche; Catalano Caifasso; Pier da Medicina predice sventura
A messer Guido ed anco ad Angiolello,
il Mosca accenna a peggioramento della gente tosca, Bertram del Bornio ricorda Achitofel, Capocchio, con ironìa propria degl’invidi che vogliono dir male senza parere, enumera Stricca e Niccolò e Caccia d’Asciano e l’Abbagliato, e Griffolino rivela Gianni Schicchi e Mirra. Nè si dimentichi l’orribile mischia dei ladri, nè si tralasci la sconcia contesa di Maestr’Adamo con Sinone, nella quale è compendiato tutto il pensiero di Dante intorno agl’invidi dell’inferno. Di Vanni Fucci dissi già assai.
Concludo adunque per la seconda volta che il conte Ugolino è dannato da Caina, se non di Caina. Quale la sua offesa al vincolo di sangue? quale? Una, stimo, a cui lo spingesse appunto il traditore ch’ei rode per vendicarsene. Perchè non della prima morte, ma della seconda è ragionevole che si vendichi un dannato nell’inferno. Chi e di che accusa Pier della Vigna? Si è ucciso: sua colpa e suo danno! Ma no: Pier della Vigna accusa:
La meretrice che mai dall’ospizio
di Cesare non torse gli occhi putti,
morte comune e delle corti vizio,
infiammò contra me gli animi tutti;
e gl’infiammati infiammar sì Augusto
che i lieti onor tornaro in tristi lutti.
L’animo mio per disdegnoso gusto
credendo col morir fuggir disdegno
ingiusto fece me contra me giusto.
È stato l’animo, l’irascibile cioè, che lo spinse al suicidio, ma questo era stato eccitato dagl’invidi della corte. Nè della sua morte accusa questi, ma dell’essere stato fatto ingiusto; come a dire, della sua dannazione. Ed esso, come colui che fu ingiusto in quell’unico fatto e sotto gli stimoli del θυμός, parla misurato ed equo, accusando l’invidia piuttosto che gl’invidi e affermando degno d’onore colui che era stata la causa più diretta della sua morte. Ma pensiamo a Guido di Montefeltro:
Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero,
credendomi, sì cinto, fare ammenda;
e certo il creder mio veniva intero,
se non fosse il gran prete, a cui mal prenda,
che mi rimise nelle prime colpe:
e come e quare voglio che m’intenda.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
e pentuto e confesso mi rendei:
ahi miser lasso! e giovato sarebbe.
Lo principe de’ nuovi farisei
con quel che segue. Egli accusa dunque Bonifazio della sua morte; morte s’intende, spirituale, non corporale: seconda, non prima. Oh! non Manfredi accusa alcuno, sebbene morisse con
rotta la persona
di due punte mortali,
poichè non quella è vera morte per cui non si perde l’eterno amore, anzi si ha inspirazione a riacquistarlo; non Buonconte, poichè potè finire la parola nel nome di Maria; non la Pia cui non disfece Maremma sì da dannare la sua anima soave. La Pia non accusa
colui che inanellata pria,
disposando, l‛avea con la sua gemma,
come non accusa Piccarda gli uomini a mal più ch’a ben usi che la rapirono dal convento, poichè vana riuscì la loro opera o quasi vana, ed ella canta lassù Ave Maria; ma un’altra accusa bensì e si duole e impreca, Francesca, sebbene rea:
Amor, che al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui della bella persona
che mi fu tolta, e il modo ancor m’offende,...
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi vita ci spense.
Perchè impreca, o mal predice, Francesca? Perchè la vita che le fu spenta non è solo quella temporale, ma la eterna; perchè la bella persona le fu tolta in un modo che ancor l’offende, cioè, le è di danno per sempre, perchè non lasciò luogo al pentimento. Sì che offense chiama Dante quelle anime rimaste vittime dell’amore, d’un punto solo. Ora non dice Ugolino ciò appunto che Francesca? Ugolino e Francesca piangono nel raccontare, come chi faccia larga parte ad altri della colpa che pur non disconoscono.
Farò come colui che piange e dice,
sospira l’una; e l’altro:
Parlar e lagrimar vedrai insieme.
Or questi dolenti chiaramente si dichiarano lesi, l’una dicendo
e il modo ancor m’offende;
e l’altro esclamando:
e vedrai se m’ha offeso.
In che Ugolino si dichiara offeso?
Però quel che non puoi avere inteso,
ciò è come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai se m’ha offeso.
(come = quomodo). So bene: tutti interpretano:
I particolari della mia morte di fame, avvenuta dopo quella dei figli e nepoti, non li sai: quindi non sai come io abbia diritto di odiare questo traditore. Ma a tale interpretazione io oppongo questa che mi pare in tutto e per tutto più ragionevole ed espressiva:
Tu non puoi però avere inteso il modo della mia morte: solo allora saprai che non mi ha solo data la morte corporale, ma anche la spirituale: poichè fu un modo che ancor mi offende. Astragga il lettore un momento dal senso che ha per abitudine più, si può dire, nell’orecchio che nell’intelletto. Astragga... e dica se non è quasi ridicolo, quel
saprai se m’ha offeso.
Ah! tu dubiti che a ragione io mi pianga di lui? Puoi dubitarne, sapendo solo, come sai, che io fui tradito da lui, preso e morto — morto nella muda, di fame, coi miei figli (anche questo Ugolino sa che Dante deve sapere:
Breve pertugio dentro dalla muda
la qual per me ha il titol della fame;
erano cose notorie, e come di tali, ne parla il conte senza preamboli) — : sapendo solo ciò, puoi dubitarne: ma potrai dubitare che m’abbia offeso, quando saprai che sentii piangere nel sonno i figlioli; che Anselmuccio mi disse: Tu guardi sì, padre che hai?; che mi morsi le mani, e vai dicendo? No no no: che l’arcivescovo avesse offeso e in gravissimo modo Ugolino, Dante lo sapeva già, perchè sapeva la presura e la morte nella Muda. Alla sua domanda:
O tu che mostri per sì bestial segno
odio sopra colui che tu ti mangi,
dimmi il perchè, diss’io, per tal convegno
che, se tu a ragion di lui ti piangi,
sappiendo chi voi siete, e la sua pecca,
nel mondo suso ancor io te ne cangi
se quella con ch’io parlo non si secca;
a questa domanda, alle parole, se tu a ragion di lui ti piangi, è risposto adeguatamente con
Tu dei saper che io fui conte Ugolino
e questi l’arcivescovo Ruggieri.
Perchè Ugolino continua:
Or ti dirò perchè i son tal vicino,
ossia — me lo mangio — ? Perchè Ugolino ha inteso meglio dei commentatori; ha inteso che a ragione non può piangersi del suo traditore, egli morto di lui morto, se non per un danno, un’offensione (Purg. XVII 82) secondo il senso che Dante pare attribuire a questo verbo offendere e ledere in più luoghi; un’offensione e un danno che duri tuttavia. E questo danno non è la morte, sebben crudelissima, ma l’esser morto in peccato.
Qui si può dire: E bene è codesto e nessuno lo nega, anche se nessuno l’afferma. L’arcivescovo ha offeso il conte nel farlo morire così crudelmente, che egli non pensò a pentirsi de’ suoi peccati o disperò della salute eterna.... Vedete, che ciò è inverosimile dantescamente parlando. Dante era giusto; e un padre, così martoriato, non lo avrebbe poi così condannato, tanto più che un cronista racconta che questo padre urlava dalla Muda: Penitenza! penitenza! E poi c’è altro. Dante, come viaggiatore di così strano paese, al suo ritorno dà contezza di cose che non altrimenti che con simile viaggio si sarebbero sapute. Appaga, o fa prova di appagare, le curiosità inappagabili, solvendo i problemi insolubili. Buonconte dove andò a morire? Che ne fu della Pia? Manfredi morì pentito o contumace? E nel caso nostro, il conte Ugolino... Sì; poteva alcuno chiedere in che ordine morirono i figli e i nipoti e lui, quali parole pronunziassero, quali sentimenti provassero, che sogni, che terrori, che angoscie, che strazi; ma da tutti, a quei tempi, si doveva chiedere a un reduce dal mondo dei morti, e come di Manfredi così della Pia, come di Buonconte così di Ugolino: Si pentirono? sono in luogo di salute? Ora di Manfredi e di Buonconte e di Pia, nessuno sapeva nulla, se si fossero o no pentiti, e tutti, di due almeno di loro, dovevano pendere a credere che no: di Ugolino, di cui si affermava che sì, aveva domandato penitenza, ed era morto alla presenza dei figli morti prima di lui, Dante avrebbe risposto: “Naturalmente è nell’inferno, per traditore, non però per aver tradito Pisa delle castella, ma per un altro tradimento, che non importa accennare„? Ciò ripugna. Ma egli è poeta, si soggiungerà; e il dramma de’ due nella buca, che l’uno rode il capo all’altro, doveva singolarmente piacergli, piacergli più della giustizia. Già: solo quell’esser due in una buca e quell’uno mangiar l’altro, se mai; chè il racconto di Ugolino egli l’avrebbe potuto mettere anche nel Purgatorio, con quello di Manfredi, con quello di Buonconte; anche nel Paradiso, sto per dire... Possibile che si creda che quel particolare preso a Stazio tanto valesse nell’anima di Dante, da fargli obliare la pietà, che pur tanta dimostra, per l’infelicissimo padre?
Ma concludiamo. Pare verosimile che Ugolino sia nella ghiaccia per un peccato che egli commise proprio là nella muda, nella morte, in relazione colla crudeltà di essa morte. Quale? Dante lo accenna quando dice — colui che tu ti mangi. Ugolino dice di rodere, ma Dante dice che mangiava. Tideo si rose le tempie a Menalippo, ma Ugolino lavorava nel teschio e l’altre cose. Dante lo accenna anche meglio con lo scrosciare delle ossa sotto i denti di cane, col quale atto il dannato sottolinea e commenta il misterioso verso:
Poscia più che il dolor potè il digiuno.
Il padre e avo violò coi denti le carni, forse il teschio, di alcuno de’ suoi figli e nepoti. Fu ciò vero? Non è raccontato; ma a Dante potè essere fatto credere, vero o non vero che fosse. O potè imaginarlo e inventarlo. E ciò sarebbe degno del poeta giusto? Non sarebbe indegno; chè la giustizia di lui vuol mostrare che chi fallò è punito e chi si pentì e bene operò è premiato; non pretende già di essere creduto in proposito del fallo e della pena, della opera buona e del premio, e specialmente in certi particolari, che è chiaro che egli inventa, come la conversione di Manfredi e la morte di Buonconte e il fiero ultimo pasto di Ugolino. Ma inventare cose contrarie alla verità conosciuta? poichè c’è chi racconta che vide i cadaveri e li vide senza segni che facessero sospettare. Ma bisognerebbe provare che Dante sapesse di tal riconoscimento, o non piuttosto avesse della tragedia pisana notizie incerte, quali si scorgono in questo passo del Bargigi: “fiera crudeltà usarono in lasciarli morire in prigione: per certo si tiene che morirono di fame„. E si metta a confronto questo altro luogo di un cronista pisano: “gli autri tre morinno quella medesima septimana; anco per distretta di fame, perchè non pagonno„. E che Dante non sapesse il dramma proprio come andò in tutto e per tutto, si può rilevare dal fatto che egli chiama figliuoli tutti e quattro i compagni di prigionia e di morte del conte, e lo fa chiamar padre da Anselmuccio, e dice età novella, tale da fare innocenti, quella di Gaddo e di Uguccione. Se inventò, è ben certo ch’egli inventò in un campo, dirò così, libero all’invenzione, come per Buonconte e Manfredi, e non pretendeva di esser creduto; ma volle per l’ultimo episodio del suo inferno, dopo tanti altri pietosi, orridi, atroci, il pietosissimo, l’orridissimo, l’atrocissimo.
Ma così l’episodio non è bello! Tante belle osservazioni, che vogliono ora puntellare, ora rintonacare la poesia di Dante, si sgretolano e cadono! Adagio. Provatevi. Non voglio qui ripetere osservazioni d’altri, belle e giuste, specialmente di Antonio Dall’Acqua Giusti, nè qui tento di ricostruire il dramma, che ben più efficace riesce con tale più ragionevole interpretazione. Qui mi contento di qualche cenno.
Meditate questo passo:
Ed Anselmuccio mio
disse: Tu guardi sì, padre, che hai?
Quando il padre divenne cieco, che gli fece egli a quel povero Anselmuccio?
Ed ei, pensando ch’io il fessi per voglia
di manicar, di subito levorsi,
e disser: Padre....
ahimè essi non avevano pensiero che di lui, si offrivano a lui come pasto; ed esso... dopo... quando fu cieco...
Ahi, dura terra perchè non t’apristi?
a che, se non a impedire l’orribile fatto, l’accoglimento nefandissimo della pietosissima offerta? Ma questo è il pensiero più tragico, più indicibile:
due dì li chiamai....
Nessuno creda che.... Oh! no: non si può dire: Erano morti, intendete? Non erano ancora vivi, nemmeno un poco, un poco da sentire... quel lavorio di denti, quel rodere, quel mordere. E colui che brancolava sopra loro, il padre, era già cieco... Il digiuno fu che potè. Oh! come suona a questo punto, pieno e intero, lasciando che i denti ci si ritrovino e cozzino a traverso, l’osso del teschio! Come giusta prorompe l’imprecazione alla novella Tebe! Tebe novella, perchè ella fece che Ugolino rinnovasse Tideo, effracti perfusum tabe cerebri, e vivo scelerantem sanguine fauces (Theb. VIII 761 e seg.) Non altro aveva in mente il poeta, che appunto comincia il racconto col ricordo di Tideo, e lo finisce con quella esclamazione, in cui le parole: “Poichè i vicini, etc.„ sono derivate dal principio del IX libro della Tebaide: Asperat Aonios rabies audita cruenti Tydeos; e le altre: “che se il conte etc.„ sembrano il commento alla forte espressione di Stazio (IX 3 e seg.) rupisse fas odii. Anche: per concludere, è in Stazio un’espressione che sola può insegnare qual sia il senso d’un verso di Dante:
io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso.
Stazio racconta:
Erigitur Tydeus vultuque occurrit et amens
Laetitiaque iraque, ut singultantia vidit
Ora trahique oculos, seseque agnovit in illo;
Imperat abscisum porgi....
Tideo nel trovare la sua morte nel viso del suo uccisore concepisce il suo atto atroce: fa tagliare quella testa, se la fa porgere, la rode, la mangia. Ugolino... si morde le mani, ma per furore, in tanto. Pure, da quel gesto i figli presentiscono; dalle parole dei figli che in quel gesto avevano veduto la voglia di manicare (l’avevano intraveduta come in un lampo perchè
di subito levorsi;)
egli, l’infelice, forse presentisce la conclusione ferina, anzi canina, della tragedia.
Oh! chi ha già pianto sull’ultimo episodio dell’Inferno, come pianse sul primo (i due amanti, i due nemici: quanto si assomigliano!), non ha pianto assai, se non interpretava come interpreto io. Guardi i suoi figliuoli, se è padre; e pensi che Dante ha osato imaginare e rappresentare un padre ridotto da una disperazione enorme e infame a mettere i denti nel teschio di essi, di essi, di essi!