V.
Riassumo dal libro del Bartoli. Il Minich ritiene che Dante nei primi 7 canti avesse abbozzato un sistema di punizione, che poi all’ottavo abbandonò, dando in tal modo alla Divina Commedia quelle vaste proporzioni che vi si ammirano. Il Todeschini confuta questa ipotesi come poco onorevole alla reputazione letteraria dell’Alighieri. Il Bartoli ammette che anche dopo quella confutazione, certe difficoltà permangono.
Pag. 53: “In tanta abbondanza di peccati, noi sentiamo qui che manca qualche cosa: mancano tre dei vizi capitali, la superbia, l’invidia e l’accidia.
Incominciamo dall’accidia...„
Riassumo ancora. Il Bartoli non crede che accidiosi siano nel vestibolo dell’Inferno, nè che il Poeta confonda l’accidia coll’ignavia, colla viltà d’animo.
Pag. 55: “Sebbene non possa nascondere che un argomento in favore dell’opinione del Daniello e degli altri che ho citati, sarebbe questo, che l’accidia è punita nel Purgatorio Dantesco in modo analogo a quello onde sono puniti i vili dell’Antinferno. Questi son condannati a correre perpetuamente dietro l’insegna; ed anche coloro che si purgano del peccato dell’accidia hanno il correre per punizione:
....... correndo
Si movea tutta quella turba magna
Purg. XVIII 97-8
Noi siam di voglia a muoverci sì pieni
che ristar non potem....
ivi 115-16„.
L’argomento qui esposto, è per me decisivo; ma bisogna compierlo e chiarirlo. L’accidia, che è lento amore in vedere o a acquistare il bene; che è, con altre parole, nella vita contemplativa e nell’attiva (anche questo ordine, prima la contemplativa, poi l’attiva, non è senza perchè, e lo vedremo); la duplice accidia adunque, spirituale e carnale, si punisce da Dante in due modi, con la forzata mobilità di chi volle e vorrebbe posare, con la forzata immobilità di chi vorrebbe invece ora muoversi. Anzi il Poeta trova la maniera di unire questi due castighi in uno. Diciamo partitamente il tutto.
Gl’ignavi dell’Antinferno corrono perpetuamente, ma nel vestibolo dell’Inferno dove pure vorrebbero entrare: invidiosi son d’ogni altra sorte! Nella palude Stigia alcuni rissano continuamente, altri sono fitti nel fango: gli uni e gli altri, piangono e s’attristano e vorrebbero pure uscir di lì, a costo anche di passare in Dite. Gli accidiosi spirituali del Limbo posano bensì ma sospirano, sebbene i loro lamenti non suonino come guai; e vivono in un continuo desiderio senza speranza. Gli accidiosi spirituali del cimitero sugli spalti di Dite; che assomigliano tanto alla gente di molto valore che in quel limbo eran sospesi, poichè in quel cimitero è gente magnanima, cui voler parlare e cui intendere è giusto desio; questi altri accidiosi che invece di sospiri gettano duri lamenti,
che ben parean di miseri e d’offesi,
sono sepolti in arche che si chiuderanno per sempre nel giorno del Giudizio Universale. Questi sono i castighi dell’accidia dell’Inferno. E nel Purgatorio gli accidiosi in parte sono
... anime che movieno i piè..
e non parevan, sì venivan lente;
.... persone
che si stavano all’ombra dietro al sasso,
com’uom per negligenza a star si pone.
ed un di lor, che mi sembrava lasso,
sedeva ed abbracciava le ginocchia,
tenendo il viso giù tra esse basso;
sono genti che
venivan... innanzi a noi un poco,
cantando Miserere a verso a verso,
sono anime che siedono cantando nella valletta amena. E non è desio che manca loro; ma la speranza, senza pure essere annullata come nei sospesi del Limbo cui assomigliano (là parvoli innocenti, che morirono sulla soglia della vita, qua uomini rei, che si pentirono sulla soglia della morte; là spiriti magni in un nobile castello, qua un esercito gentile in una amena valletta), la speranza è in loro circoscritta. Colui che mostrava
sé più negligente
che se pigrizia fosse sua sirocchia,
che ha gli atti così pigri e le parole così corte, dice:
... Frate, l’andare in su che porta?
chè non mi lascerebbe ire ai martiri
l’uccel di Dio che siede in su la porta;
che se così non fosse, oh! correrebbero ben esse anime, come fa la masnada fresca:
Come quando, cogliendo biada o loglio,
li colombi adunati alla pastura,
queti senza mostrar l’usato orgoglio,
se cosa appare ond’elli abbian paura,
subitamente lasciano star l’esca
perchè assaliti son da maggior cura.
Nè è senza perchè, l’impossibilità, di salire di notte:
non però che altra cosa desse briga,
che la notturna tenebra ad ir suso;
quella col non poter la voglia intriga.
Il che ricorda, con la conveniente differenza e proporzione da Inferno a Purgatorio, le tenebre del Limbo:
Loco è laggiù non tristo da martiri
ma di tenebre solo.
Sono, come i commentatori annotano, le tenebre evangeliche (Giovanni XII 35) nelle quali chi cammina non sa dove si vada. Ora, continuando, nel Purgatorio oltre questi accidiosi — lenti, pigri, sedentarii — ci sono quelli, di cui parla il Bartoli, che corrono e sono pieni di voglia a muoversi; sono immobilità dunque e mobilità forzate, nel Purgatorio, come nell’Inferno mobilità e immobilità pur forzate, nell’ordine proprio che dico, inverso; come il lento amore è partito da Virgilio così — in lui vedere o a lui acquistare — inversamente cioè alla collocazione dell’accidia nell’Inferno; dov’è prima la carnale degli ignavi e poi la spirituale dei sospesi, prima la carnale dei rissosi e dei fitti nel fango e poi la spirituale di coloro che l’anima col corpo morta fanno. Nulla a caso, e tutto mirabile, come nelle opere di Dio!
Ho ampliato dunque e chiarito e compiuto l’argomento del Bartoli. Sì: accidiosi sono gli sciaurati del vestibolo dell’Inferno perchè condannati al contrappasso del correre perpetuamente, come gli accidiosi della quarta cornice del Purgatorio; nello stesso modo che accidiosi sono gli altri perpetuamente mobili dell’Inferno, ossia quelli che
si percotean, non pur con mano
ma con la testa, col petto e co’ piedi,
troncandosi coi denti a brano a brano.
Ai quali sono pure accomunati nel castigo altri pure accidiosi, che però sono condannati all’immobilità, così come all’immobilità assoluta e relativa, senza speranza o con speranza limitata, con desio o inadempibile o adempibile dopo certo tempo, ma ardente desio, con tenebre totali o parziali, reali e simboliche, sono condannati una ragion diversa di accidiosi, quelli che tali furono rispetto alla vita spirituale: i sospesi nel Limbo, i sepolti nelle arche, i lenti e pigri del monte, i seduti nella valletta.
Pag. 56: “Quanto poi a credere gli accidiosi puniti nella belletta negra, io direi recisamente che è impossibile„.
Di ciò il Bartoli assegna alcune ragioni che è inutile combattere con altri argomenti. Basta il già riferito.
Dante dice:
sotto l’acqua ha gente che sospira,
e fanno pullular quest’acqua al summo
come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.
Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo
nell’aer dolce che del sol s’allegra,
portando dentro accidioso fummo:
or ci attristiam nella belletta negra.
Quest’inno si gorgoglian nella strozza,
chè dir nol posson con parola integra„.
Dice Gregorio Nysseno citato nella Somma di S. Tomaso (1ª 2ae XXXV 8) Accidia est tristitia vocem amputans. Che altro si cerca? E si noti che anche questa gente sospira, come quella del Limbo e come quella delle arche da cui escono però sospir dolenti.
Pag. 59: “Questo cerchio (il 5º) dell’Inferno dantesco è il luogo dove molti interpreti pongono tutti i peccati che non riescono a trovare altrove. Manca la pena dell’accidia, dell’invidia, della superbia: ebbene, siccome, dicono, queste devono esserci, troviamole nel quinto cerchio„.
In verità DEVONO ESSERCI. Ma via: ammettiamo la possibilità che Dante se ne dimenticasse o che dopo il 7º canto avendo cambiato sistema trascurasse nientemeno che i peccati capitali più gravi, l’invidia e la superbia (l’accidia è fuor di questione). Ammettiamo questa possibilità; ma ammettiamo anche la possibilità che superbia e invidia ci siano. Gl’indagatori della Divina Commedia hanno avuto ragione di ricercarle, ma hanno avuto due torti:
1º di averle cercate nella palude pingue;
2º di non aver cercato un terzo peccato che manca con gli altri due, e che non è l’accidia, e che con gli altri due è detto spirituale, che con gli altri due è strettamente unito, che con gli altri due è da Dante nel Purgatorio fatto discendere dall’amor del male e che perciò con gli altri due dovevano cercare. Furono due parolette — vinse l’ira — quelle che tennero tutti i commentatori di qua dal vero modo di interpretare la costruzione morale della Comedia.
L’anime di color cui vinse l’ira, come non sono d’iracondi? Così pensarono tutti e s’ingannarono. E certo Dante propose a noi un nodo, un enigma forte; ma ci dette ancora come solverlo e spiegarlo. Chi frena l’ira, è per lui continente o temperato; chi non la frena, se ne lascia prendere la mano, chi ne è vinto, è incontinente o intemperante: d’irascibile, s’intende. Ora incontinenza non è malizia. E l’ira peccato capitale è peccato di malizia, come Dante si fa dichiarar nel Purgatorio:
esso
amor
(del male)
nasce in tre modi in vostro limo,
nel modo dell’ira, dell’invidia e della superbia. Dunque in Dante incontinenza d’ira non è il proprio peccato d’ira. Questo va unito col mal del prossimo, del prossimo almeno: dico almeno, perchè nella colpa d’ira quale si purga nel secondo regno, non può essere l’odio proprio e l’odio dell’esser primo: col male, dunque, d’altrui. Ora Dante espressamente dice di Filippo Argenti:
in sé medesmo si volgea co’ denti.
E suo misfatto non ha a raccontarci, ma dice solo:
Quei fu al mondo persona orgogliosa;
Bontà non è che sua memoria fregi.
Una mala disposizione quindi e un peccato negativo, un difetto assoluto di opere buone. Rassomiglia quindi questo peccatore agl’ignavi
che visser senz’infamia e senza lodo,
di cui
fama... il mondo esser non lassa;
mai non fur vivi.
Quelli non ebbero volontà, questi l’asservirono all’appetito, cioè alla parte d’esso che è detta irascibile; ma nè quelli nè questi fecero il male, come nè il bene. Sono accidiosi e questi e quelli. Così gli interpreti avrebbero concluso, se non si fossero lasciati traviare dalla parola ira, che Dante pose bene a malizia! Così gli interpreti avrebbero concluso, pensando che, come l’ira è peccato di malizia, Dante d’uno punito per ira avrebbe riferito il male che fece, come lo riferisce per gli altri puniti per malizia. Mentre de’ rei d’incontinenza può bensì narrare o far narrare un particolare peccato, come per Francesca, ma può solamente accennare a un loro vizio abituale, come per Cleopatras e Ciacco e gli avari. Per gli accidiosi poi, ossia incontinenti e privi d’irascibile (sono di due ragioni, rissosi e fitti nel fango: l’abbiamo detto molte volte), a più forte ragione doveva astenersi da riferire fatti concreti. Essi sono puniti per non fare; cioè per non aver fatto sono accidiosi, per non avere dominato o usato l’ira cioè l’irascibile, sono incontinenti. Non sono rei dunque di male fatto al prossimo nè a sè, nè voluto fare a Dio: e perciò non sono rei d’ira. E gl’interpreti avrebbero, dopo questo, fatto un altro passo. Non avrebbero cercato più gli altri due peccati, invidia e superbia, nella palude, poichè, secondo la dichiarazione del Purgatorio, essi non sono mai scompagnati dal male del prossimo. Vengono l’uno da timor di perdere podere, grazia, onore e fama, e l’altro da desiderio d’eccellenza, ma l’uno per quel timore, l’altro per questa speranza, hanno bisogno che il vicino sia soppresso e altri non sormonti. Avrebbero dunque gl’interpreti esaminato di chi e in qual luogo Dante raccontasse o accennasse un fatto o fatti di soppressione del vicino o d’altri, e avrebbero detto che in quel luogo si puniva la superbia e l’invidia; come certo avrebbero concluso che si puniva l’ira dove erano raccontate vendette. Si sarebbero, a ogni modo, lasciati a tergo la palude pingue, perchè loro sarebbe parso impossibile che dei tre peccati che nascono dall’amor del male e si estrinsecano col male del prossimo (almeno, del prossimo), non fosse detto se non che:
Bontà non è che lor memoria fregi.
E qui prevengo un’obbiezione.
— La gente fangosa si strazia come è raccontato in Dante e si fa quanto male può. Ciò è in contradizione con quanto si vorrebbe inferire dal verso:
in sè medesmo si volgea co’ denti. —
Rispondo, prima, che quel male che essi si fanno è come inteso fatto da sè a sè ed è significazione della mala volontà che essi ebbero in vita, la quale pure non trascese ad ingiurie, in vita. In morte, sì, trascende, a lor punizione. Quello che agli ignavi sono i mosconi e le vespe, stimoli all’attività ad essi morti i quali vivi non la ebbero, sono a questi altri ignavi del male, tali cioè che furono portati continuamente al mal del prossimo, gli strazi de’ loro compagni. Con quanta accortezza e profondità ciò fosse pensato da Dante, vede ognuno.
Un’ultima osservazione. Degli interpreti di Dante sono alcuni dottissimi e acutissimi; primo di tutti, oserei dire, Isidoro Del Lungo. Ebbene egli, pure abbagliato con gli altri dalle parole cui vinse l’ira, si può dire che convenga con me, sebbene nella palude Stigia egli cerchi e creda di aver trovato, oltre l’ira e l’accidia, la invidia e la superbia. Ci sono infatti, in un certo modo, ci sono. Si può dire (e già l’ho detto) che nella palude pingue sia punito l’amor del male scemo di suo dovere. Ora l’amor del male è pur triplice e, quando spinge all’ingiuria, diventa non ira soltanto, ma pur invidia e superbia. Sì che si può concludere che veramente nel brago sia l’ira, l’invidia e la superbia, ma senza effetto: mala volontà, ma accidiosa.
Pag. 70: “Dunque nè accidiosi, nè superbi, nè invidiosi, per me, nello Stige, ma soli iracondi„.
Dunque nè iracondi nello Stige, propriamente, nè invidiosi, nè superbi, ma soli accidiosi, accidiosi come quelli immediatamente dentro Dite: nella vita attiva quelli dello Stige, nella vita contemplativa quelli dentro Dite; quelli messi con altri peccator carnali, d’incontinenza, questi con altri peccatori spirituali, di malizia: accidiosi come quelli di qua e di là d’Acheronte: nella vita attiva gli ignavi, nella vita contemplativa i sospesi; e accidiosi come quelli bensì, ma con una differenza; poichè quelli intorno Dite sono accidiosi con mala volontà, quelli intorno Acheronte, sono tali o senza o contro volontà. Contro volontà, i sospesi, ma sino a un certo punto. Dice Virgilio nel Purg. (III 40 e segg.)
E disiar vedeste senza frutto
tai, che sarebbe lor disio quetato
ch’eternalmente è dato lor per lutto.
Io dico d’Aristotile e di Plato
e di molti altri. E qui chinò la fronte,
e più non disse, e rimase turbato.
Rimase turbato, pensando non solo all’eterno lutto del vano desiderio, ma ancora riconoscendo che il loro difetto di fede fu volontario. Essi avrebbero potuto credere in Cristo venturo, e salvarsi.