III.
Continuo a riassumere e citare dalla fonte.
Oh! l'uomo vorrebbe, senza alcuna fatica, che si ha da abbracciare “in agendo patiendoque„[1073] giunger subito alle delizie della bella e perfetta sapienza; ma questo non è possibile nella terra dei morenti.[1074] Il che è significato dalle parole di Laban, che non è usanza del paese maritar le minori avanti le maggiori. In verità, quanto a tempo, è primo il travaglio di operare il giusto che la voluttà di intendere il vero. A ciò si riferisce il detto (Eccl. 1, 33): Hai bramato sapienza; osserva i comandamenti, e il Signore te la darà. I comandamenti, che pertengono a giustizia; la giustizia che è secondo fede.[1075]
E a quel detto equivale quest'altro: se non crederete, non intenderete; sì che si mostra che la giustizia pertiene a fede e l'intendere a sapienza. “In coloro che ardono di grande amore per la translucida verità, non è da biasimare lo studio (studium) ma è da rivocare all'ordine, sì che dalla fede cominci e coi buoni costumi si sforzi di pervenire là dove è avviato„.[1076] In eo quod versatur (al. quod adversatur) è virtù laboriosa; in ciò a cui tende, è “luminosa sapienza„. Che c'è bisogno di credere ciò che non si vede palese? può dire alcuno. Mostrami il principio delle cose. Desiderio naturale quanto ardente; ma si deve rispondere: Prima Lia va a nozze, e poi Rachele.[1077] Godeste ardore (sempre quello studium) valga a ciò, che non si ricusi l'ordine, ma piuttosto si tolleri. Se no, non si arriva a ciò che si ama con tanto ardore. “Una volta arrivati, ecco che si avrà in questo secolo, non solo avvenente intelligenza, ma anche laboriosa giustizia„.
Pertanto due sono le mogli di Giacobbe libere: ambedue sono le figlie della “remission dei peccati„, cioè dell'imbianchimento, cioè di Laban. Una è amata, l'altra è tollerata. Ma quella che è tollerata, è fecondata prima e più, in modo che, se non per sè, almeno è amata per i figli. E i figli della giustizia o dei giusti sono quelli che i giusti, predicando il Vangelo tra molte tentazioni e tribolazioni, generano per il regno di Dio. Poichè c'è un discorso di fede, con cui si predica la crocifission del Cristo e tutto ciò che della sua umanità si comprende più facilmente e non turba i pur deboli occhi di Lia.[1078]
Ma anche a Rachele, dapprima sterile (perchè chi contempla virtù e divinità eterna di Dio vuol essere lontano da ogni operazione), vuol partorire. Perchè? “Perchè vuol insegnare ciò che sa„. Ed è gelosa di Lia. Perchè? “Perchè si duole che gli uomini corrano a quella virtù, per la quale si provveda a loro infermità e necessità, piuttosto che a quelle donde imparino alcunchè di celeste e immutabile„.
Nel principio Rachele dà a suo marito l'ancella Baia, che s'interpreta inveterata, per aver figli almen di quella. E ciò vuol dire che la dottrina di sapienza si adatta a insinuare i suoi profondi insegnamenti per mezzo di imagini e similitudini corporee. Che “dalla vecchia vita dedita ai sensi carnali si sollevano imagini anche quando si ascolta parlare della spirituale e immutabile sostanza della divinità„.
E pure Rachele partorisce anch'ella, ma appena. Chè rarissimo è che una verità, quale, per esempio “Nel principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e Dio era il Verbo„, si comprenda pur in parte a dovere, senza il fantasma del pensiero carnale.
E anche Lia ha un'ancella, Zelfa, che s'interpreta os hians, e significa la predicazione buona a parole, se non a fatti. E Lia ottiene, con un dono di pomi di mandragora, per sè una notte maritale di Rachele. E ciò significa che gli uomini nati per la vita attiva, se anche si sono dati alla contemplativa, devono per l'utilità comune prendersi l'esperienza delle tentazioni e il peso delle cure; “che alla dottrina stessa di sapienza, cui si dedicarono, non si dia biasimo e mala voce„.
Questa la fonte. Così una sottil vena d'acqua tra roccie aspre, facendosi via tra sassi, diventa a mano a mano, coi botri e coi ruscelli e coi fiumi che di qua e di là scendono ad alimentarla, la grande fiumana imperiale che irriga la pianura e regge le navi e scorre per lungo tratto, distinta di dolcezza, nel mare infinito.[1079]
LA MIRABILE VISIONE
I. LA DONNA GENTILE E LUCIA
La Donna Gentile che è nel cielo, significa per certo la Misericordia di Dio. Ella si compianse dell'impedimento del viatore, e frangeva il duro giudizio che di lui si faceva. Era la Misericordia che tratteneva la Giustizia. Ed è certo che la Donna, in cui la Misericordia s'impersona, si chiama Maria. Qual Donna può chiamarsi “gentile„ o nobile, per eccellenza, se non quella che “nobilitò„ l'umana natura? Qual Donna può compiacersi del male d'una creatura e frangere il giudizio a lei avverso, se non quella la cui[1080]
benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fiate
liberamente al domandar precorre?
se non quella in cui è “misericordia„ e “pietate„? Ma sopra tutto che ella si chiami Maria, si rileva da ciò che, Maria, come si discerne facilmente, ha in tutta la Comedia una parte precipua. Dante dalla tenebra della selva giunge alla visione di Dio. Questa via fa seguendo l'istinto dello Spirito. Maria che dallo Spirito concepì, l'unica sposa dello Spirito, è, ragionevolmente, quella che la via gl'impetra. Così se Dante vedrà Dio, da Maria vi sarà disposto. Così, se Dante ha i doni dello Spirito, per i quali ottiene nel paradiso i premi proposti alle sette virtù nel purgatorio; è l'“ancilla dei„ col suo esempio che glieli ottiene. Così dunque, se quando rovina in basso loco, ha un soccorso dall'alto, è Maria che glielo porge, chiamando Lucia e mandandola a Beatrice, che manda Virgilio.[1081] E Dante era devoto del bel Fiore che sempre invocava e mane e sera.[1082]
Lucia, la nostra fonte ci dice apertamente, chi è. È la Grazia della remission de' peccati; è Laban, cioè dealbatio. Dante stesso dichiara la ragion del suo nome. Egli dice: “bianchezza è un colore pieno di luce corporale, più che null'altro„.[1083] Lucia, dunque, senza più verun dubbio, è questa “bianchezza di luce„, cioè dealbatio, cioè Laban, cioè Grazia della remission dei peccati, cioè Grazia senz'altro. E così Dante è fedele o servo di Lucia, come Giacobbe di Laban.[1084] E, come Giacobbe, serve alla “Bianchezza di luce„, cioè alla Grazia della remission dei peccati, durante sette e sette, non anni, ma peccati; mortali e veniali, e così acquista sette virtù, alle quali sono ascritti sette premi, che poi vedrà godere e godrà.
Lucia è nemica di ciascun crudele; e invero a Beatrice parla pietosamente dello smarrito laggiù.[1085] È lei che trasporta Dante addormentato dalla valle amena alla soglia del purgatorio; ed è assomigliata a un'aquila che discende dal cielo come folgore; e nel cielo rapisce l'uomo che dorme; e nel cielo ardono tutti e due, sì che il sonno dell'uomo si rompe. Ed ella dice, mentre l'anima di Dante dentro dormiva sopra i fiori:[1086]
Io son Lucia:
lasciatemi pigliar costui che dorme,
sì l'agevolerò per la sua via.
Infine ella siede nel Paradiso “contro al maggior padre di famiglia„, cioè dirimpetto a Adamo, che è alla sinistra di Augusta, cioè della Donna Gentile o nobile per eccellenza, dell'umile e perciò alta più che creatura, di Maria.[1087] Ella invero si muove a un cenno di Maria, perchè dalla Misericordia di Dio proviene la Grazia.[1088]
La Grazia si distingue dai dottori in operante e cooperante, preveniente e susseguente, che rende grato e che è data gratis.
Alcuno può dire che la grazia preveniente si fonde con la misericordia, e che perciò Maria è la grazia preveniente, e Lucia la susseguente; e ancora, che la grazia operante si riferisce a Dio e perciò alla sua misericordia e quindi a Maria, e che in conseguenza Lucia è solamente la grazia cooperante, in cui la mente nostra non è solamente mossa dall'inspirazione divina, ma anche movente. Può dir questo e può dir altro, e recar molti lumi e far molto buio. Sta bene in fatto che sia la misericordia che precorra e prevenga:
liberamente al domandar precorre;
ma come la misericordia sebben sia di Dio, è non Dio stesso, sì Maria, o, insomma, la misericordia di Dio, così questo precorrere è non la Misericordia, ma la Grazia di Dio. Come in mitologia se si riconosce, metti il caso, che Athena, è il senno di Zeus, non ne seguita che Athena sia Zeus, così in questa mitologia (sia detto senza alcuna irreverenza) cristiana e Dantesca, nè la Misericordia di Dio va confusa con Dio, nè la sua Grazia con la sua Misericordia. E in Lucia, s'ella è la Grazia, è molto probabile si trovino le note che alla Grazia assegnano i teologi. Di vero ella previene, quando va a Beatrice (è la Donna Gentile che previene; ma il suo prevenire si chiama Gratia praeveniens); sussegue, quando trasporta Dante; opera la prima volta; coopera la seconda, come ella dice chiaramente:
sì l'agevolerò per la sua via.
L'uomo è per la via del bene e del pentimento o della purgazione: la Grazia, cooperando con lui, l'agevola. Chè la Grazia è necessaria sì al principio della conversione, sì al progresso e alla perseveranza.[1089] E ricordiamo la definizione di S. Agostino, maestro e autore in questa materia. Eccola: la Grazia è “un certo aiuto di bene operare aggiunto alla natura e alla dottrina per inspirazione d'una sopra modo accesa e luminosa carità„.[1090] Or sappiamo non solo perchè la Grazia si chiami Lucia, ma anche perchè l'aquila che la simboleggia, dopo essere scesa come folgore e aver rapito Dante infino al foco,[1091]
ivi pareva ch'ella ed io ardesse,
e sì l'incendio imaginato cosse...
Or perchè è nimica di ciascun crudele? In questa espressione, comunque interpretata, è certo l'idea di mitezza e di dolcezza. Lucia è mite e dolce, sia che la vogliamo nemica di tutti i crudeli, sia che nemica d'ogni crudeltà. Orbene la Grazia, secondo il medesimo maestro e autore, è la manna, è benedizione di dolcezza[1092] “per la quale avviene in noi che ci diletti e che desideriamo, ossia amiamo, ciò che ci comanda„; la Grazia “è significata con le parole latte e miele; chè la è dolce e nutriente„,[1093] è significata dalla copia di latte,[1094] poichè “emana dall'abbondanza dei visceri materni e con dilettevole misericordia è infusa gratis ai pargoli„:[1095] della quale imagine materna è traccia in Dante che trasportato in sogno dall'aquila, si raffigura, quando è desto, in Achille,
quando la madre da Chiron a Sciro
trafugò lui dormendo in le sue braccia,
che è proprio l'atteggiamento di Lucia che tolse Dante e lo posò, come mamma la sua creatura, il suo lattante. E tralascio molte altre cose sul potere illuminante della Grazia e sulla sua dolcezza, perchè quel che basta, basta. Io non voglio, almen qui, dissertare sulle idee di Dante e dei dottori e dei padri: voglio riconoscere quali sono codeste idee.
È dunque nemica di ciascun crudele, perchè è manna e miele e latte. Inoltre è tale che nessun duro cuore la respinge, e toglie ogni durezza di cuore, toglie il cuor lapideo, cioè la volontà più dura e ostinata contro Dio.[1096]
Ed ora c'è egli bisogno di dichiarare che Lucia è anche gratum faciens e gratis data? Ammiriamo! Dante è il primo poeta, nel mondo, dopo quei primigenii che non hanno nome, dopo quei nuovi della terra e del sole e delle stelle e degli alberi e degli animali, che agli altri scopersero queste cose belle, significandole con parole e imagini. Essi mettevano il nome delle cose piccole alle grandi e delle vicine alle lontane e delle reali alle sognate. E Dante fu come essi un mitologo primitivo; il mitologo del mondo spirituale cristiano.
Vedete: Lucia parla a Beatrice:
Beatrice, loda di Dio vera;
chè non soccorri quei che t'amò tanto;
ne ricerca il cuore memore:
che uscio per te della volgare schiera?
ne tenta l'amor proprio:
Non odi tu la pietà del suo pianto?
la esagita, la rimprovera:
Non vedi tu la morte che il combatte;
la sollecita:
su la fiumana ove il mar non ha vanto?[1097]
la spaventa. Beatrice, a questa preghiera in cui è tutto l'artifizio dell'oratoria ingenua, con quelle interrogazioni, con quelle anafore, Non odi tu? Non vedi tu?, Beatrice, dopo cotai parole fatte (la quale espressione si riferisce non solo a ciò che fu detto ma al come fu detto), balza dal beato scanno, e scende a visitar l'uscio dei morti. Va bene? Ma il bello e il grande di Dante non è nell'aver fatto qui un discorsino ben concinnato, secondo e le regole nell'oratoria e i dettami dell'amor che spira; sì è in tale sublime etopeia dell'astratto, in tale precisa significazione d'un mito spirituale: La Grazia che rende grato. Nè meno mirabile è la traduzione in imagine dell'altro concetto teologico: La Grazia data gratis. Abbiamo visto come esprime S. Agostino questa intima inspirazione divina, superiore, e di gran lunga, ai nostri meriti, per la quale un pescatore diventa un apostolo, senz'altra manifesta sua operazione che quella di lasciar fare. Oltre evidente, è assai soave la sua espressione: la Grazia scende nel cuore, come il latte nella bocca del pargolo, oh! gratuitamente davvero. Ma Dante ha più larga imagine, cioè ne ha due, e non è meno soave nella seconda delle due, come è più preciso nel complesso di entrambe. L'aquila che scende come folgore ricorda la colomba e le lingue di fuoco che fanno di pescatori apostoli: Gratia gratis data, che empie di fervore e d'ebbrezza i cuori. Ma poi ci è Lucia che giunge presso il dormiente. Dante dorme: come avrebbe potuto salire? Non solo non moveva i passi, ma dormiva. E Lucia lo porta su, come una madre il suo piccolo, e dice d'agevolarlo soltanto. Nel che è da vedere un altro concetto teologico, che in noi anche la penitenza è opera di Grazia; da noi, non ci sapremmo nemmeno pentire! Dio ci perdona, se ci pentiamo; ma non ci pentiamo, se non ce lo da lui, il pentire. Si può esser più buoni di così? si può dare più gratis, quello che si dà?
Aggiungiamo che Lucia dipende da Maria che è misericordia e “carità„. Ella ha attinenza a un'altra virtù teologica, alla “speranza„. Chè “sotto la Grazia è speranza, come timore sotto la Legge„.[1098] La Giustizia pronunziava il suo giudizio. Maria lo franse e chiamò Lucia. In tanto Dante perdeva “la speranza dell'altezza„.
II. VIRGILIO
Nel gorgoglio della piccola fonte ho inteso il nome misterioso di Lucia. Lucia è “bianchezza di luce„, Lucia è “Grazia„. Ella è la dolce madre che prende l'anima in collo, e le fa suggere il latte, senza chiederle compenso, contristandosi se non c'è chi lo voglia. Domandiamo alla fonte, che sa tante intime cose della mente di Dante, se sa il nome del dolcissimo padre; e se questo è quello che già andava per le bocche della gente, come quel della dolce madre. E la fonte mi pispiglia quel nome di mistero. E quel nome non era ancor andato per le bocche della gente, perchè sonava soltanto nel chiocchiolìo appartato della fonte ignota. Quel nome è “Studium„.
“In quelli„ dice la fonte umile e grande “in quelli che ardono di grande amore per la translucida verità, non è da biasimare lo studio, ma s'ha da rivocare ad ordine, in modo che cominci dalla fede e con la bontà de' costumi si sforzi di giungere là dove aspira„. Virgilio apparisce a Dante che già rovina in basso loco. Questi ha avanti sè la lupa che raffigura e assomma tutta la malizia. E Virgilio non crede che Dante possa riuscire a vincere codesta malizia e salire al colle. Al colle salirebbe Dante con l'esercizio delle quattro virtù che assommano le virtù morali: con la bontà dei costumi. Ma quelle e questa non basterebbero. La bestia lo ucciderebbe. Quindi gli propone altro viaggio. Questo viaggio è pur sempre una guerra contro la medesima bestia che assomma le altre due, contro Lucifero tricipite, di cui riescono, Dante e Virgilio, vincitori, mettendo il capo ov'egli ha le gambe; o contro le tre fiere, contro la lonza gaietta in sè e trista negli effetti, contro il leone violento, che è ira bestiale, e contro la lupa insaziabile, che è invidia infernale e infernale superbia; o contro le tre Furie, che rappresentano quest'ira e invidia e superbia, e che hanno un Gorgon che dà la disperazione e non fa più tornar su; ed è una guerra che si combatte con l'armi stesse che l'altra: con la temperanza e la fortezza e la giustizia e la prudenza; ossia con le virtù morali, ossia bonis moribus. Ma la guerra non è più nella deserta piaggia. Dante con la sua guida s'è inabissato, è morto. E quando risorge, sempre con la sua guida, ascende e ascende, sempre con quelle armi purificando ogni traccia di male; e giunge così bonis moribus, giunge là dove aspira. Chi lo guida e incuora e sostiene e reca in braccio e, insomma, l'accompagna, è lo studio, salvo che una volta al cantore si sostituisce l'eroe, e un'altra, al dolce padre la dolce madre.
Virgilio è dunque lo studio che “con la bontà de' costumi si sforza di giungere là dove aspira„.
E “comincia dalla fede„. Dante dubita di lui. Avanti il pericolo imminente della lupa, sì, gli si affida. Sa la virtù sua. Lo conosce, lo ama. Per fuggire quel male e peggio, acconsente a seguirlo. Si muove Virgilio, e Dante gli tien dietro. Ma viene la sera. Nel silenzio delle cose, il nuovo pellegrino si abbandona del venire. E quell'ombra, per far che l'uomo si solva dalla sua tema, gli dice che è mandato da Beatrice. Non basta: gli dice che Beatrice fu mossa da Lucia. Non basta: gli dice che Lucia fu mandata da Maria, della quale egli non pronunzia il nome, come non pronunzia quello del Possente figliuol di lei. Quando sa che Virgilio viene per parte di tre donne benedette della corte del cielo, allora Dante si sente tornare il buon ardire nel cuore, e gli dice: Tu duca, tu signore, tu maestro! È questo invero studio non improbandum, perchè comincia dalla fede. Nè ciò basta. Per restringerci al poco ed essenziale, il lettore ricordi che quando l'ombra e l'uomo sono nel limbo, tra gli spiriti magni, in mezzo alle scuole poetiche e filosofiche dell'antichità pagana o non credente, là dove lo studio per un'anima pia è più pericoloso, l'uomo cristiano si volge all'ombra pagana:[1099]
Dimmi, maestro mio, dimmi, signore.
E sono le parole di prima, ripetute con una intenzione. Ebbene il cristiano al pagano domanda del Cristo Redentore. E perchè?
Per voler esser certo
di quella fede che vince ogni errore.
Allo studio, pur fatto di filosofi e poeti pagani, si deve chiedere conferma della fede.
Perchè lo studio, per un uomo del tempo di Dante, s'intende che era di autori latini. Boezio e Tullio sono gli autori che Dante legge, nella sua tanta tristizia, e v'entra “tant'entro, quanto l'arte di grammatica, ch'egli avea, e un poco di suo ingegno potea fare„.[1100] Or se uno d'essi autori valeva a impersonare tale studio, questi era Virgilio.[1101] Già ai tempi di Quintiliano e prima “Virgilio era il primo libro latino che prendevano in mano i fanciulli dopo avere imparato a leggere e scrivere, e d'allora in poi esso serviva non meno all'insegnamento elementare che al superiore„. E così continuò per un pezzo;[1102] e nei tempi oscuri di mezzo[1103] “dove regnò la grammatica, ivi regnò anche Virgilio, compagno inseparabile ed autorità suprema di essa. Virgilio e la grammatica si può dire che, nel medio evo, cessino di essere due cose distinte e divengano quasi sinonimi„. E ciò valeva, più che per qualunque altro, per Dante, il quale già nella Vita Nuova, quando per il suo ingegno “molte cose, quasi come sognando, già vedea„,[1104] citava prima e più diffusamente di ogni altro poeta Virgilio, a dimostrare che i poeti devono parlare “non senza ragione alcuna, ma con ragione, la quale poi sia possibile d'aprire per prosa„.[1105] Si aggiunga a ciò che Virgilio cantò la giustizia di Enea; che visse ai tempi d'Augusto, quando “esistendo perfetta monarchia, il mondo d'ogni parte fu quieto„;[1106] che portava, sì dietro sè, ma tal lume che stenebrava altrui, essendo egli quasi un profeta, inconscio, di Gesù;[1107] che oltre aver cantata la discesa agl'inferi d'Enea, ed essere perciò come l'evangelista dell'eroe della vita attiva, aveva acquistato nei tempi di mezzo fama di mago. Ma il concetto precipuo di Virgilio è “studio„, quello studio che s'iniziava con la grammatica. Dante dice d'aver tolto da lui lo bello stile. Prima Dante ebbe da lui l'arte del dire, poi la via dell'oltremondo. Così Stazio a Virgilio stesso dice:[1108]
Tu prima m'inviasti
verso Parnaso a ber nelle sue grotte,
e poi appresso Dio m'alluminasti.
Facesti come quei che va di notte...
Così poteva dirgli e in parte dice Dante: Da te tolsi lo bello stile; e poi mi conducesti per i due regni del reato e della macchia. E non lo condusse soltanto come imaginato duca; ma veramente gli fornì imagini e idee e colori, dagli infanti del primo limitare agli Elisi della foresta viva. Onde bene a ragione esclama sul primo vederlo:[1109]
Vagliami il lungo studio e il grande amore!
pronunziando, con accortezza di cui nessuno si è accorto, le parole che esprimono l'essenza mistica di quell'ombra: studio e amore. Chè Dante esitò nel tradurre quelle parole di S. Agostino, non est improbandum studium, come noi stessi esiteremmo, se tradurre in “studio„ o in “amore„. Studio e amore assomigliano. Dante lo sapeva: “Per amore io intendo lo studio il quale io mettea per acquistare l'amore di questa donna... È uno studio il quale mena l'uomo all'abito dell'arte e della scienza; e un altro studio, il quale nell'abito acquistato adopera, usando quello; e questo primo è quello, ch'io chiamo qui Amore...„[1110] Ciò a proposito di quel primo verso dolcissimo,
Amor, che nella mente mi ragiona,
il quale risuona a piè del monte dalla bocca di Casella:[1111]
Lo mio maestro ed io e quella gente
ch'eran con lui, parean sì contenti,
com'a nessun toccasse altro la mente.
Il Maestro poi pare da sè stesso rimorso per il picciol fallo[1112] di quella sosta. Perchè aveva egli sostato? perchè era stato così fisso e attento? In quella canzone si toccava di lui! Il dolcissimo padre (siano grazie alla fonte romita che ce l'ha detto) si chiama, se si vuole, studio, ma si chiama, se si vuole, amore. E ragionava invero Virgilio più volte della donna di Dante, nella mente di lui, da quando col suo nome lo indusse al viaggio, a quando col suo nome gli fece traversare le fiamme.
III. MATELDA
Deh! bella donna, ch'ai raggi d'amore
ti scaldi, s'io vo' credere ai sembianti
che sogliono esser testimon del core,
vegnati voglia di trarreti avanti...[1113]
e di palesarmi il tuo vero nome, o tu che hai quello di Matelda, nella bocca di Beatrice; e nella mente di Dante, qual altro? Un nome molto augusto, molto lieto, molto forte. Il vulgo ne fa strazio, mettendolo al suo ozio ambizioso e irrequieto, alla sua ladroncelleria, alla sua gola di parer quel che non è e diverso tutto da quel ch'è. Ma a me suona soave e possente, perchè tu a me non esprimi cosa differente dalla vergine natura che fa così bene e fa così bello, e con grande gioia e senza cercar gloria; e non esprimi cosa diversa dal lavoro che bea e non bea nel sabato soltanto. Matelda soletta che canti, come innamorata, e scegli fior da fiore tra i tanti e tanti che pingono la tua via, che sei così lieta nelle opere delle tue mani, che immergi nel Letè che purifica, che conduci all'Eunoè che ravviva, Matelda, figlia della natura e gioconda del tuo lavoro, tu ti chiami “ars„.
La fonte ci parla di giustizia che per sè non s'ama, perchè è piena d'un travaglio di azioni e di passioni; parla d'una “pazienza della fatica, tolerantia laboris„, che a noi è disposata dopo sette anni di servaggio. In vero Lia che appare in sogno a Dante, preannunziando la canora coglitrice di fiori, è la “faticante„; è il simbolo della vita attiva che nella giustizia si assomma. E Matelda è l'imagine di tal simbolo: sta a Lia, come Beatrice a Rachele. Dunque Matelda è la vita attiva, è la fatica, è la giustizia? Non propriamente. Lia che appare in sogno è una Lia che si specchia, come Rachele, sebbene non così intensamente e assiduamente. Non siede tutto giorno. Coglie fiori, movendo le mani, per adornarsi e poi piacersi allo specchio. E il medesimo fa Matelda, e canta, come l'altra; ed ha non gli occhi debili dell'antica Lia, ma occhi belli qual Rachele o quasi.[1114]
Di levar gli occhi suoi mi fece dono:
non credo che splendesse tanto lume
sotto le ciglia a Venere trafitta
dal figlio...
È sì, dunque, la vita attiva, perchè muove le belle mani; ma non è la fatica. Ella canta ed ella ricorda un salmo che dice delectasti;[1115] che dice: “Esulterò nelle opere delle tue mani„. È un lavoro dunque ch'ella fa, ma a somiglianza di quello che fa Dio, che di ogni operazione sua si diletta vedendo che ella è bene e assai bene.[1116] Matelda segue, quanto può, come il discente fa il maestro, l'arte dell'onnipotente artefice. Matelda è la figlia della natura, è l'arte nipote a Dio.[1117]
La bella Donna è invero nel Paradiso terrestre dove fu innocente l'umana radice.[1118]
Lo sommo Ben, che solo esso a sè piace,
fece l'uom buono e a bene, e questo loco
diede per arra a lui d'eterna pace.[1119].
Fece l'uom buono, cioè a sua somiglianza; lo fece a bene, cioè, “lo prese e lo pose nel paradiso della delizia, perchè operasse...„. Matelda non si è straniata da Dio, ed è perciò a sua somiglianza. Perciò, nella sua foggia e nel suo nome di Lia, si piace allo specchio, come lo sommo Bene piace a sè. Perciò, opera come lui, e si diletta delle opere delle sue mani, e vede “che è assai bene„. Matelda è dunque, sì, la vita attiva, ma nel Paradiso deliziano, ma come sarebbe se l'uomo fosse dimorato in quel luogo che è arra d'eterna pace; vita attiva, ma senza travaglio, con piena giocondità. Muove ella sì le mani, ma cogliendo i fiori della natura e di Dio, e i fiori sono tanti, ed ella li sceglie cantando. È, ripetiamolo, la vita attiva, di che non si può dubitare, perchè sta a Lia come Beatrice a Rachele; è, dirò così, la Lia di quel Giacobbe che è Dante; ma è nel paradiso dell'innocenza o della giustizia originale. Ora, come afferma S. Agostino,[1120] l'operazione non sarebbe stata laboriosa (Lia non sarebbe stata laborans), come dopo il peccato, là nel paradiso terreno; ma gioconda (Lia avrebbe cantato e danzato, non altro facendo che cogliendo i fiori, “ond'era pinta tutta la sua via„). Orbene: Matelda è la Lia non laborans, nè più lippis oculis: chè questa infermità s'interpreta con le parole della Sapienza:[1121] “Timidi sono i pensieri de' mortali e incerti i nostri provvederi„. Di Matelda invece sicuri sono i consigli e risoluti i pensieri; e gli occhi luminosi, e canora la voce, e gioiosa l'attività. Tornando al passo degli usurieri, ella “sa„ seguire il sommo artefice che opera bene e per il bene e compiacendosi dell'opera sua; mentre questo misero Adamo che è in noi, ch'era stato fatto a imagine e somiglianza di Dio, dopo la sua condanna e cacciata, anche quando non cede al tedio dell'operare divenuto pianto e affanno, anche quando quello non ricusa violento, anche quando non mette l'intelletto a fare il male; ebbene, il misero Adamo si sforza a imitare il maestro, ma “quanto puote„. Matelda è l'arte che segue l'arte e l'intelletto di Dio, come li avrebbe seguiti quella di Adamo, se avesse voluto rimanere dove Matelda dimora, dove l'operare è onesto riso e dolce gioco: nell'Eden. Il ricordo della Fisica e del Genesi, a proposito dell'usura, ci dà il proprio nome dell'operazione dell'uomo nel Paradiso terrestre: arte. Ora Matelda è l'operare in esso Paradiso: dunque è l'arte.
Chè l'arte è virtù intellettuale, ed è abito operativo.[1122] E così Lia, che è l'orma di Matelda nel sogno, si piace allo specchio e nel tempo stesso si appaga dell'oprare e muove le belle mani e colle mani si adorna. Ciò è quanto dire che è intellettuale e operativa. Matelda, istessamente, sceglie fior da fiore, e ha gli occhi splendenti di lume: è operativa e intellettuale. È intellettuale: disnebbia l'intelletto di Dante con la luce che rende il salmo delectasti;[1123] è venuta presta a ogni questione di Dante “tanto che basti„;[1124] il che vuol dire che, quanto a intelletto, c'è chi val più di lei, ma pure anch'ella vale. E invero spiega a Dante la condizion del Paradiso terrestre; e quand'egli a Beatrice domanda ancor qualche cosa intorno a quello, Beatrice non risponde ma dice: Prega Matelda che il ti dica.[1125] E Matelda è operativa: è lei che tuffa Dante nel Letè, è lei che lo mena a bere all'Eunoè.[1126] È intellettuale e operativa: l'arte.
E le sue azioni verso Dante sono accompagnate a un risorgere della virtù di lui. Egli vide la donna sopra lui, per esserne tuffato nel Letè, “quando il cor virtù di fuor„ gli rese.[1127] Ed ella ravviva poi la sua virtù tramortita menandolo nell'Eunoè. E Beatrice afferma che a ciò Matelda è “usa„. Or questo di ravvivar la virtù è uffizio dell'operare, come Dante ha espresso più volte, a proposito dell'accidia o della tristizia, contro cui è rimedio il batter le calcagne a terra;[1128] a cui è nemica l'attività o l'operosità, figurata in una donna “santa e presta„.[1129] La quale se è operosità, è abito operativo, cioè arte; e parla, come ben lo conoscesse, a Virgilio che fiso la guarda. Or come non è Matelda? La quale avrebbe così, come Lucia, la sua parte ne' sogni di Dante.
In vero santa e presta è, la donna del sogno, come quella che passeggia nel luogo dell'innocenza, e che è così presta al desiderio di Dante, e s'appressa come donna che balli, e scivola sulle acque, lieve come spola.[1130] Ed è con Virgilio in tal nesso, che ben si spiega come, nel sogno di Dante, il poeta avesse gli occhi fitti nella bella donna. Con Matelda può stare Virgilio che avanti Beatrice sparisce. E quand'ella parla dei poeti che sognarono l'Eden, Virgilio col suo alunno Stazio sorride, mentre l'altro alunno si rivolge tutto a loro. Oh! Virgilio poteva ben trattenersi con Matelda, se Matelda è l'arte! Oh! a Matelda bene aveva addotti Dante e Stazio, i suoi due alunni, Virgilio, se Virgilio è lo studio! E come, con suoi accorgimenti, di cui non deve ormai più dubitare il lettore, avendoli già trovati tante volte, il Poeta ci dice il proprio nome della bella Donna, precedendola e seguendola! Chè Virgilio, dopo aver fatta salire al Giacobbe novello la grande scala, dice:[1131] “Tratto t'ho qui con ingegno e con arte„; e Dante, dopo aver raccontato dell'Eunoè, si rivolge al lettore dicendo, che non lo “lascia più ir lo fren dell'arte„. In vero se Virgilio è lo studio, rispetto a Dante, è in sè e ha in sè l'arte; e se Matelda è l'arte, come ha purificato così ha ammaestrato Dante. E ne dicono il proprio nome sin gli uccelli della foresta, che la donna sola soli ascolta; che operano ogni lor arte.
Io non mi pento d'aver fatto sì che quelli i quali giustamente proclamano l'attenzione e la cura e l'acume essere necessari a intendere gli scrittori, chiamassero sottigliezza e sofisticheria la mia attenzione e la mia cura e il mio acume e la mia lunga pazienza e lo studio e l'amore. A me non incresce che da quelli i quali asseverano giustamente che lo studio di uno scrittore non si può nè deve scompagnare dall'esame delle sue probabili fonti e dall'indagine de' pensamenti probabilmente suoi e della sua educazione e cultura, sia stato l'esame che io ho fatto delle dottrine di Dante in confronto di quelle dei teologi, affermato un capriccio, un ghiribizzo, un fuorviare e un vaneggiare. Non me ne pento e non me ne incresce. Facciano pure i critici e i dotti un'eccezione per me, giudicando solo per me falso il metodo ed errata la disciplina che per tutti gli altri è diritto ed è corretta. Dicano ciò che vogliano. Dicano gli orbi che sono oscuro. Dicano i sordi che io parlo sottile. Io amo e lodo e benedico questa sottigliezza e questa teologicheria che, se non ad altro, mi ha condotto a trovare il tuo nome misterioso, o Matelda!
O arte che dici e canti e danzi e sai quanto basta, e intendi e operi, e sei pura e purifichi, e sei forte e afforzi; arte che ti fai una ghirlanda scegliendo fior da fiore in una pianura tutta gremita di fiori gialli e vermigli; arte a cui conduce lo studio, e che vivi in istato come di natura; arte cortese, arte pietosa, arte santa, arte piena d'amore, arte tutta innocenza: trai ancora quelli che Virgilio a te adduca, sovresso l'acqua di Letè, lieve come spola; menali ancora, quelli che Beatrice a te affida, a ber l'acqua d'Eunoè e ravvivane la virtù, e falli disposti a salire alle stelle, o la più gentile delle creature di Dante, Matelda!
IV. CATONE
E non è assurdo pensare che, come Lucia è così chiamata da Dante, ad esprimere la bianchezza abbagliante di luce, che è la Grazia della remission di peccati, così Matelda nel suo nome abbia la ragion del suo essere.[1132] Chè il suo nome sembra ad alcuno contenere grecamente l'idea di apprendere e quella di gioia. Or Dante, sapesse o non sapesse di greco, il significato della radice math lo sapeva o lo indovinava o lo travedeva nelle parole mathesis e mathematica. Mi fermano queste parole del Convivio:[1133] “per virtù di loro arti li Matematici...„ E mi fermano quest'altre del Paradiso: “chi pesca per lo vero e non ha l'arte„. Chè di questi inetti pescatori, tra altri, un esempio assai strano è portato, Brisso, il quale è ricordato da Aristotele come cercatore della quadratura del circolo.[1134] Mi parrebbe probabile che nella parola mathematica o, vogliam piuttosto, nell'idea di mathematica, Dante supponesse viva la parola e idea di “arte„. Quanto alla seconda parte del nome, non vorrei affermare che Dante conoscesse il verbo eldomai. Piuttosto andrei a congetturare, mi sembra con verisimiglianza, che, nel nome femminile di Matelda, Dante o supponesse o meglio inserisse a forza l'idea di Eden come ce n'è un poco il suono, o non poco, se si ricordano altre etimologie Dantesche. “Eden„ egli trovava interpretato in S. Bernardo per voluptas.[1135] E così il nome di Matelda, nella sua mente, avrebbe sonato: Gioia nell'arte, arte tra la gioia. E luce può rendere a noi, come, per bocca di Matelda, a Dante, il salmo, Delectasti in operibus...
Ma un altro concetto combacia e consuona con tutta codesta mirabile poesia. Questo: “Perchè un uomo usi bene dell'arte che ha, si ricerca la buona volontà, che è perfezionata mediante la virtù morale„. Questo: “L'artefice mediante la giustizia che fa retta la volontà, è inchinato a far opera fedele„.[1136] Nel fatto, e il nostro lungo studio e la piccola liquida fonte ci dicono che dopo un settemplice esercizio di virtù l'uomo giunge al possedimento di quella che le virtù morali assomma; della giustizia; la quale Dante avrebbe ottenuta se fosse salito, nel suo corto andare, sul bel monte, e ottiene, nell'altro viaggio, mettendo la testa dove Lucifero tien le zanche, e salendo su. Ma quando è salito a riveder le stelle, vede egli Lia? No: Lia gli appare in sogno, e Matelda gli si presenta in persona, sulla vetta del santo monte, e non alle falde. E l'una e l'altra differiscono dalla Lia della Scrittura e dalla Lia del Padre, in ciò che la Lia e Matelda di Dante hanno appunto il carattere contrario a quello che diede alla prima moglie di Giacobbe il suo significato mistico: si specchia l'una, e l'altra ha gli occhi luminosi. E si mostrano, ripeto, a Dante non dopo il primo settennato, ma dopo il secondo, poco prima di Beatrice. In ciò pare un gran divario con la fonte.
Eppur no. Dopo il primo settennato, quando il viatore è uscito a veder le stelle, trova non una donna soletta o sola,[1137] sì “un veglio solo„:[1138] solo anch'esso. Questo essere solo del veglio e della donna, che appaiono l'uno alle falde e l'altra sulla cima del monte, l'uno dopo il primo settennato e l'altra dopo il secondo, risponde fedelmente alla dichiarazione che fa S. Agostino di Lia supposta a Rachele dopo i primi sette anni di servaggio, nella notte nuziale. Il Poeta par che dica: Non c'era quell'altra: il veglio era solo, la donna era sola. Così nella nostra fonte si legge: “Vorrebbe l'uomo giunger subito alle nozze della più bella; ma non è usanza che la minore (per tempo) si mariti avanti la maggiore. Or primo nella retta erudizione dell'uomo è il travaglio di operare le cose giuste, seconda la gioia di intendere le cose vere„. Bene il veglio solo è questo travaglio di operar la giustizia; la donna sola è questa operazion di giustizia, ma senza più travaglio. Tutti e due operano per la purificazione di Dante. Se Matelda lo trae al Letè e lo mena all'Eunoè, Catone comanda che gli si ricinga un giunco e gli si lavi il viso.[1139] E così, restando pensamento proprio del Poeta quello di porre dopo il secondo settennato una Lia veggente, una Lia non più laborans, il Poeta avrebbe seguito il Padre nel porre dopo il primo settennato, se non Lia di debili occhi, almeno ciò che Lia significa nell'interpretazione di lui: la operosa giustizia.
In vero ella è raffigurata in un vecchio solo, con lunga barba e lunghi capelli che tremolano come piume al suo severo parlare. La sua faccia è irradiata dalle quattro luci sante, dalle quattro stelle che sono ninfe nella divina foresta, dalle quattro virtù cardinali.[1140] Poichè la giustizia racchiude le altre tre, noi possiamo dire che giustizia è il nome mistico del veglio, o meglio, poichè virtù è termine comune delle quattro virtù cardinali, diremo che è “virtus„. Egli raffigura quella virtù morale che perfeziona la buona volontà, la quale così fa che l'uomo usi bene l'arte sua; raffigura quella giustizia che fa retta la volontà, sì da inchinare l'artefice a fare opera fedele. Il veglio solo è la virtù, la donna sola è l'arte. Certo l'uno alle falde e l'altra sulla cima si rispondono, sebbene l'uno sia un vecchio e l'altra una giovane, e l'uno sia austero e l'altra gioconda. Si rispondono per questa idea comune: la libertà: la libertà dell'arbitrio o del volere. L'una è nel luogo dove fu creato l'uomo in libertà di volere; donde fu cacciato, dopo la iattura di quella; dove ritorna, quando la riacquista, come Virgilio stesso proclama. L'altro... All'altro Virgilio stesso dice, di Dante:[1141]
Libertà va cercando, ch'è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.
Tu il sai, che non ti fu per lei amara
in Utica la morte.
Quella libertà che Dante cerca e che acquista sulla cima del monte, fu cara massimamente al veglio solo che è alle falde. In questo nome santo di libertà, il veglio solo è legato alla giovane sola.
Nè solo per questo. L'uno è, poichè ha la faccia irradiata dalle quattro luci sante, la vita attiva; la quale si conduce con l'esercizio delle quattro virtù cardinali. E così l'altra è pur questa vita attiva. Ma nel primo essa vita si trovò a contrastare con la difficultas insormontabile, creata dalla colpa umana; onde si arrestò e s'infranse. Nell'altra, nessuna difficoltà; ma libertà e gioia. L'uno è tutto quel di giusto ch'uomo poteva essere prima della Redenzione; ma l'altra è la Giustizia originale. E se l'uno ha tutti i segni della nobiltà di “tutte etadi„[1142] (che non potrebbe avere se non fosse vecchio); se ha il colmo delle quattro virtù; se è la “virtù„ senz'altro; la giovane donna a quelle medesime quattro virtù presenta il viatore purificato;[1143] e in ciò è simile al veglio; ma queste quattro hanno poco di là le altre tre sante che Catone non si vestì.[1144] E fu senza vizio; ma l'altra è nel giardino dell'innocenza.
L'uno è dunque la laboriosa e l'altra la gioconda operazione. Il veglio domando con la temperanza l'animo e spronandolo con la fortezza, illuminando con la prudenza l'intelletto e dirigendo con la giustizia la volontà, non è riuscito che a morire; poichè non v'ha, fuor della fede di Cristo, libertà nella vita: l'altra dice e canta e danza e sa e coglie fiori.
Ma la vesta di Catone sarà così chiara nel gran dì.[1145] Ciò è segno ch'egli passerà nel gran dì il fiume del lavacro. Misticamente, anzi, egli l'ha già passato. Egli da Marzia sua è separato mediante il “mal fiume„, l'Acheronte, cioè, a cui Letè misticamente equivale.[1146] Ma allora lo passerà propriamente. E sarà con gli altri spiriti magni nella divina foresta che è, nella mente di Dante, un Elisio; e allora si avvererà ciò che è scritto nel suo vangelo di vita attiva, nell'Eneide:[1147] che i pii sono in disparte e giustizia fa tra loro Catone. E in tanto Matelda sarà sparita di lì e sarà ascesa nei cicli, dove, come avrebbe dovuto parer singolare ed è invece naturale, non è Lia, sebben sia Rachele.[1148] Non è Lia nè Matelda, sebben sia Rachele con Beatrice. Quelle simboleggiano la vita attiva; e per quanto i loro occhi siano medicati e vedano chiaro, non poteva Dante, come simboli che sono, ammetterle alla contemplazione celeste, se non nel gran dì, quando chiudendosi la porta del futuro, le pietre cadranno sui mal veggenti del cimitero; e, avvenendo la rinascita, i virtuosi del limbo, perchè senza vizio, saranno nelle condizioni di Adamo prima del peccato; e cessando l'attività umana, non sarà più nella foresta dell'arte gioconda la giovane e bella Donna che ne è simbolo, e che appunterà in Dio gli occhi pieni di lumi e di amore.
Nella divina foresta saranno i pii. Catone ne sarà il giudice. Virgilio è che lo dice nella Comedia, ripetendo ciò che disse nell'Eneide. E Dante fa che egli non s'accorga di ciò a cui menano le sue parole e che non presentisca che là, dove “un'aria limpida, più spirabile che da noi, veste la pianura di luce purpurea, e si conosce un proprio sole e proprie stelle„,[1149] dove si danza e si canta, ha a essere anche lui tra gli eroi e i sacerdoti.
V. BEATRICE BEATA
La fonte dice distintamente il suo nome nel mistero. È la donna che Giacobbe ama, la donna per cui egli è servo di Laban. E serve sette anni, e invece di lei ha Lia; e serve altri sette anni, e allora acquista Rachele. I primi sette anni sono stati l'esercizio delle quattro virtù, che si assommano nella giustizia, per vincere i sette peccati; i secondi sette anni sono stati la purificazione dalle macchie lasciate da quelli, sette cicatrici di sette piaghe, e la promessa di sette premi che avrà in cielo il viatore. Dopo due settennati la vita attiva di questo è disposta nella visione. Dante è passato attraverso le fiamme che mondano il cuore e l'occhio. Vedrà. Cioè, Lia si specchia; cioè, Matelda sa e vede. Cioè, Giacobbe possiede Rachele; cioè, Dante rivede Beatrice. I simboli si fondono e s'intrecciano perchè sono come predicati d'un solo soggetto. Dante studia, si fa forte contro ogni ostacolo, acquista la virtù e l'arte, diventa atto alla visione: vede. Questo è il senso della mirabile favola: Dante segue Virgilio, Enea gli apre le porte di Dite, si trova con Catone, incontra Matelda, è avanti Beatrice. A mano a mano i simboli si scindono, e d'uno si fanno due. Matelda, se ragioniamo è Beatrice; perchè ella significa Dante che, con l'esercizio della vita attiva, si è fatto veggente. Ma il suo essersi fatto veggente è Matelda; l'essere veggente è Beatrice. E Virgilio è, in certo modo, l'una e l'altra. Egli dice d'aver tratto Dante, là dove vedrà prima Matelda e poi Beatrice, “con ingegno e con arte„. Ebbene, lo studio che è studio e amore, riguarda l'ingegno e l'arte, Beatrice e Matelda; è l'amor dell'intelletto o ingegno o meglio di ciò che è adombrato in Beatrice; e lo studio dell'arte: è l'arte e l'ingegno stesso.
Quale è dunque il nome mistico di Beatrice? È “la speranza della contemplazione di Dio, speranza che ha certa e dilettevole intelligenza di verità„. Ognuno che è “piamente studioso„ l'ama. Dante invero è guidato a lei da uno “studio che comincia dalla fede„. Ma quel nome è troppo lungo. Vediamo ancora. Ogni “utile servo di Dio, messo sotto la grazia dello sbianchimento de' suoi peccati cioè l'“utile (non bisogna dimenticare questa parola) fedele di Lucia„, che altro nella sua conversione (Dante si era straniato da Beatrice) meditò, che altro portò nel cuore, di che altro fu innamorato (quid aliud adamavit), se non “la dottrina di sapienza„? La “dottrina di sapienza„, dunque; o “la desiderata e sperata bellissima dilettazione della dottrina„, o “la bella e perfetta sapienza„, o “la translucida verità,„ di cui alcuno s'innamora ardentemente, o “la luminosa sapienza„. “Sapientia„, dunque, diciamo. E così Virgilio sarà studium artis e studium sapientiae: studio dell'arte e amor della sapienza. Ma chi ama, è s'intende, Dante: Virgilio è un suo predicato.
Ciò si riscontra perfettamente nel Convivio.[1150] “È uno studio il quale mena l'uomo all'abito dell'arte e della scienzia„. Scienzia è qui, come vuole il contesto, sapienza.[1151] Infatti “Filosofia è quando l'anima e la sapienza sono fatte amiche„. Diciamo subito che nè Beatrice nè Virgilio sono di per sè Filosofia; ma che, se l'uno è studio o amore, e l'altra è sapienza, filosofia risulta dal tender dell'uno all'altra: dal tendervi nell'anima di Dante. E poichè Virgilio conduce Dante anche a Matelda, anzi prima a questa che a Beatrice, e Matelda è l'arte, così che cosa risulta dal tendere di Virgilio a Matelda? Filosofia è l'amor della sapienza; lo studio dell'arte, che è? Vediamo: due alunni ha Virgilio e tutti e due conduce a Matelda: l'uno è del mondo, per così dire, pagano o mondo antico o latino; l'altro dell'evo cristiano o nuovo o volgare. Ebbene Virgilio, come studio in genere e come studio dell'opere Virgiliane in ispecie, condusse Stazio anche alla sapienza: oltre che all'arte, anche alla sapienza. Ciò significa Stazio stesso dicendo:[1152]
fui, per te cristiano.
Invero Dante dice che “le Intelligenzie che sono in esilio della superna patria... filosofare non possono„.[1153] Ciò dice delle Intelligenzie separate, ma si deve intendere delle menti anche unite al corpo, ma non illuminate dalla fede. In esse può essere desiderio e amore di sapienza; ma la sapienza non si fa amica della loro anima, per quanto questa si sia studiata e si studii. Or dunque il primo e necessario passo a filosofia è, per Dante, l'aver battesimo e fede. Ebbene Stazio l'ebbe per lo studio che faceva di Virgilio, il battesimo e la fede; l'ebbe, la luce, da quel lume che Virgilio portava dietro sè; l'ebbe, l'ispirazione, dalle parole con cui Virgilio profetava il Messia. Dunque a sapienza fu condotto Stazio da Virgilio; ossia fu, per lui, cristiano e filosofo. Ora è ben ragionevole credere che le parole che cominciano quel verso riportato più su,
Per te poeta fui,
esprimano l'esser condotto da Virgilio a quell'altro abito, a quel dell'arte, a Matelda. E il secondo e maggior alunno di Virgilio, non dice, in verità:[1154]
Tu se' solo colui da cui io tolsi
lo bello stile che m'ha fatto onore?
Ora se tutti e due gli alunni possono dire d'essere stati poeti per lui, per lui possono dire d'essere stati cristiani? Stazio, certo. E Dante? Anche Dante. Noi abbiamo veduto, e il cuore ci s'innonda di gioia nel riconoscere che abbiamo veduto giusto, che Virgilio trae con sè Dante, mentre rovina verso la selva oscura, dove manca il libero arbitrio, come se battesimo o fede non fosse nell'uomo che v'erra; lo trae con sè oltre la porta aperta dal Redentore, lo trae con sè al fiume, cui passare è acquistare il lume che s'infonde col battesimo, ed è, insomma, diventare cristiani. E si intende che se Virgilio per Stazio, quanto allo acquisto della fede, equivale a “studio dell'opere di Virgilio„, per Dante, a quel riguardo e forse all'altro, esprime unicamente “lo studio e l'amore„.
Ma già son piene le carte. Il velame si è levato quanto basta a contemplare la visione di Dante. Narrarla non posso qui; sì, in altro libro che comincia di là dove questo finisce. E ciò che ora verrò soggiungendo, è solo “un prendere lo pane apposito, e quello purgare da ogni macola„.[1155] Dirò dunque che la divina Comedia è tutto un amoroso uso d'arte e di sapienza: un poetare, cioè, e un filosofare. Ora del filosofare nel Convivio Dante ci dichiarò le due parti componenti: l'amore e la sapienza. L'amore nella Comedia scinde in certo modo da sè, e raffigura in Virgilio. Notevole mi sembra che nel Convivio volendo dar prova di questo amore cita Democrito e Platone e Aristotele e Zeno e Socrate e Seneca; come nella Comedia sceglie, a impersonarlo, Virgilio: tutti pagani.[1156] Ciò perchè “l'oggetto eterno (di questo amore) improporzionalmente gli altri oggetti vince e soperchia„; ma specialmente li vince e soperchia in quelli che raggiungerlo non possono. Chi vuole esprimere e descrivere un amore appassionato, fervido, indomabile — l'amore —, non lo dipingerà mai soddisfatto: lo narrerà implorante in faccia alla ripulsa e ribellante in presenza della morte. Invero dei tre momenti dell'anima, amore, desire e quiete, narrerebbe, chi figurasse l'amor soddisfatto e beato, narrerebbe non quel primo, ma l'ultimo: non l'amore, dunque. E così bene Dante ha adombrato l'amor della sapienza in tale che vive in un desio senza speranza. Ora questi, come vuole la natura sua, dimora sì avanti Matelda, l'arte, ma sparisce avanti Beatrice, la sapienza; e senza lui Dante sale all'Empireo. Nel fatto, quando l'amatore è con l'amata, non c'è bisogno d'un simbolo per figurare il loro amore. L'essere insieme e il guardarsi negli occhi è questo simbolo.
Eppure anche lassù esso ha luogo; quando Beatrice riprende il suo seggio nella candida rosa, allontanandosi da Dante: nell'empireo: nel vero paradiso. Allora un “sene„ si trova presso l'amatore, che è lontano lontanissimo dall'amata. Esso è il Virgilio di lassù: lo studio e l'amore dell'ineffabile verità. Ma quest'altro Virgilio è con altra donna che Beatrice, nella relazione in cui il primo è con essa. Il primo appena chiamato dalla donna beata e bella, la richiede di comandare, e udito il suo prego, dice che il suo comandamento gli aggrada e che vuol subito ubbidire.[1157] È donna essa, cioè signora, e comanda; e Virgilio le ubbidisce: dunque è suo “fedele„, come Dante è fedele, cioè servo, di Lucia; come, in fine, Bernardo è fedele di Maria, della Donna Gentile. Egli è, com'esso dice, “il suo fedel Bernardo„.[1158] Ora ognun vede come a questa Donna Gentile, vergine e madre, e figlia di suo figlio, possano convenire le parole: “sposa dell'imperadore del cielo... e non solamente sposa, ma suora e figlia dilettissima„.[1159] Chè, parlando grossamente, s'intende non solo come sia sposa e figlia di Dio la vergine Nazarena, ma anche come sia sorella di Dio, chi è figlia di lui come di lui è figlio Gesù. E non importa aggiungere che codesta sposa e suora e figlia è detta nel Convivio “donna gentile„.
Ora ella è pur Filosofia, cioè “amoroso uso di sapienzia: il quale massimamente è in Dio, perocchè in lui è somma sapienzia e sommo amore e sommo atto, che non può essere altrove, se non in quanto da esso procede„.[1160] Dunque Maria simboleggia nell'Empireo ciò che l'unione di Dante e Beatrice, cioè la filosofia; e Bernardo ciò che Virgilio in essa unione: lo studio e l'amore, che è come il servo che a quell'unione conduce. Ma la Vergine Madre è la Filosofia di Dio, e l'unione di Dante e Beatrice è la Filosofia degli uomini. La quale pur essendo debole avanti quella di Dio, non è per altro essenzialmente diversa, poichè da quella deriva.[1161]
Non ha qui luogo la distinzione di teologia e filosofia: filosofia è termine sintetico. Chè ell'è dunque, amore di sapienza. Ora scindendo il concetto nelle sue parti componenti, l'amore si rappresenta dal Poeta della Visione e dallo imbanditor del Convivio come insaziato; chè altrimenti sarebbe non amore, ma quiete e gioia; e la sapienza è nel Convivio raffigurata come nel Poema, tale quale. Leggiamo. “Nella faccia di costei appaiono cose che mostrano de' piaceri di Paradiso... ciò appare... negli occhi e nel riso„. Il fatto di Beatrice. “E qui si conviene sapere che gli occhi della sapienza sono le sue dimostrazioni, colle quali si vede la verità certissimamente; e il suo riso sono le sue persuasioni, nelle quali si dimostra la luce interiore della sapienza sotto alcuno velamento: e in queste due si sente quel piacere altissimo di beatitudine, il quale è massimo bene in Paradiso„.[1162] Il fatto di Beatrice. O che si è favolato di apostasia?
Ma sì: dicono. “Dico e affermo che la donna di cui io innamorai appresso lo primo amore (di Beatrice) fu la bellissima e onestissima figlia dello Imperadore dell'Universo, alla quale Pittagora pose nome filosofia„.[1163] Leggono: “Dico che, come per me fu perduto il primo diletto della mia anima, della quale fatto è menzione di sopra, io rimasi di tanta tristizia punto, che alcuno conforto non mi valea. Tuttavia, dopo alquanto tempo, la mia mente, che s'argomentava di sanare, provvide (poichè nè il mio nè l'altrui consolare, valea) ritornare al modo che alcuno sconsolato avea tenuto a consolarsi. E siccome essere suole, che l'uomo va cercando argento, e fuori della intenzione trova oro...; io, che cercava di consolare me, trovai non solamente alle mie lagrime rimedio, ma vocaboli d'autori e di scienze e di libri; li quali considerando, giudicava bene, che la Filosofia, che era donna di questi autori, di queste scienze e di questi libri, fosse somma cosa. E immaginava lei fatta come una donna gentile: e non la potea immaginare in atto alcuno, se non misericordioso...„.[1164] Ebbene? Leggiamo ancora: “appresso lo trapassamento di quella Beatrice beata, che vive in cielo con gli Angeli e in terra colla mia anima... quella gentil donna, di cui feci menzione nella fine della Vita Nuova, apparve primamente accompagnata d'Amore agli occhi miei, e prese alcuno luogo nella mia mente. E siccom'è ragionato per me nello allegato libello, più da sua gentilezza che da mia elezione, venne ch'io ad essere suo consentissi; chè passionata di tanta misericordia si dimostrava sopra la mia vedova vita, che gli spiriti degli occhi miei a lei si fero massimamente amici; e così fatti dentro lei, poi fero tale, che 'l mio beneplacito fu contento a disposarsi a quella immagine. Ma... convenne, prima che questo nuovo amore fosse perfetto, molta battaglia intra 'l pensiero del suo nutrimento e quello che gli era contrario, il quale per quella gloriosa Beatrice tenea ancor la rocca della mia mente„.[1165] Ebbene? ebbene?
È indubitabile che Dante modifica accortamente il racconto della donna gentile, quale è nella Vita Nuova, trasfigurando quella donna gentile compassionevole nella sposa e suora e figlia dell'Imperatore del cielo. Egli, accortamente, insiste sulla sua “misericordia„, e batte su quel generarsi dell'amore “più per gentilezza di lei che per elezione di lui„. Le quali due particolarità spero che faranno consentire i più in ciò che la donna gentile del Convivio sia “immagine„ di Maria, come raffigura la Filosofia. In vero in Maria è misericordia per eccellenza. Maria nella Comedia si volge alla Grazia, che “vien dalla Misericordia„ ed è lei che la manda a Beatrice. E, sopra tutto,[1166]
la sua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fiate
liberamente al dimandar precorre.
Sì che ella adopera, la Donna Gentile della Comedia, esattamente come la donna gentile del Convivio, più per sua gentilezza che per altrui elezione.
Dunque Dante ha modificato quell'episodio. Certo. Ma qual contradizione è del Convivio con la Comedia? Anche nella Comedia, Beatrice nell'Empireo torna al suo posto, e Dante si volge alla Donna Gentile. Ma Beatrice non ha punto a dolersi dell'amator suo, che rimane fido a lei, anche volgendosi a Maria; la quale, nel suo senso simbolico, comprende Beatrice, come la Filosofia ossia l'amor della sapienza, comprende la sapienza; o come la Filosofia di Dio comprende quella degli uomini. Pur non tanto all'essenza mistica di Beatrice è fido l'amatore, quanto alla sua verace anima umana: fido nella Vita Nuova, fido nel Convivio, fido nel Poema Sacro. Solo una volta si straniò da lei, nella sua vita, il Poeta: alquanto tempo dopo la morte di lei: e questa infedeltà volle cancellare, studiandosi di dare a intendere che la donna gentile per la quale lasciò, poco tempo, il suo lagrimare per lei, fosse la sposa e suora e figlia di Dio.
Ma questo pio artifizio di Dante è la prova inconcussa che la Beatrice della Vita Nuova era una creatura reale, e non un simbolo. Era una casta fanciulla, che rendeva buono l'amatore. E morì; e allora l'umile fanciulla che vedeva Dio, diventò più sapiente d'ogni sapiente di quaggiù: la sapienza stessa. Ella, che mandò Virgilio a Dante, cioè il consiglio di studiare, cioè lo studio, incarnava per Dante la fede, da cui muove il buono studio; la fede senza la quale Dante non l'avrebbe veduta più mai.
Un'umile donna Fiorentina la sapienza, dunque? E sì. O non era un'umil donna Nazarena quella che vide negli abissi del pensiero di Dio?
Umili tutte e due, e perciò alta l'una e l'altra; e la Fiorentina, devota della Nazarena e sua imitatrice,[1167] inspira umiltà con la sua umiltà. Quand'ella apparisce, il viso di Dante si veste d'umiltà; e “ogni pensiero umile nasce nel cuore„, se parla; ed ella sen va, “benignamente d'umiltà vestuta„, quando si sente “laudare„.[1168]
VI. LA MIRABILE VISIONE
Dopo la morte di Beatrice, quand'ella fu beata oltre che beatrix, Dante ebbe tre visioni. La prima ebbe virtù di richiamare alla donna gentilissima i pensieri di lui che si erano sviati verso la donna gentile. Fu il “cuore„ che “si cominciò dolorosamente a pentere de lo desiderio, a cui sì vilmente s'avea lasciato possedere alquanti die contra la costanzia de la ragione: e discacciato questo cotale malvagio desiderio, sì si rivolsero tutti li suoi pensamenti a la loro gentilissima Beatrice„. Ciò per “una forte imaginazione„ nella quale a lui “parve vedere questa gloriosa Beatrice con quelle vestimenta sanguigne, co le quali apparve prima a li occhi suoi; e pareagli giovane in simile etade ne la quale egli primieramente sì la vide„.[1169] L'altra fu “una mirabile visione„.
Ma prima di accennare a questa, che non ci dice qual sia, il Poeta riporta un sonetto, in cui è pure una visione: la seconda.[1170] Oltre il primo mobile, passa il sospiro del cuore di Dante tirato su da intelligenza nova messa in lui da amore e dolore. Nell'Empireo
vede una donna, che riceve onore,
e luce sì, che per lo suo splendore
lo peregrino spirito la mira.
E lo spirito tornando parla sottile, e Dante non lo intende; pur intende che parla di Beatrice. Appresso questo sonetto gli apparve la mirabile visione. Egli dice: “una mirabile visione, ne la quale io vidi cose, che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta, infino a tanto che io potessi più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso, sì com'ella sa veracemente. Sì che, se piacere sarà di colui, a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dire di lei quello che mai non fu detto d'alcuna„. Orbene ciò che Dante vide in visione dopo la morte di Beatrice, è presso a poco, non si può dubitare, ciò che racconta d'aver veduto di lei nel suo Poema. In vetta al santo monte egli la vide, non invero dell'età di nove anni, cioè “in simile etade ne la quale egli primieramente sì la vide„; ma pure la vide
vestita di color di fiamma viva.
È il colore di cui era vestita nella prima sua apparizione in vita e nella prima sua apparizione in morte. Solo l'“umile ed onesto sanguigno„ fiammeggia. E Dante, nella Vita Nuova, tornò a Beatrice come Beatrice era tornata a lui; tornò a lei fanciullo, come fanciulla era essa tornata a lui. Egli si ricordava “di lei secondo l'ordine del tempo passato„, e si pentiva del suo vil desiderio e piangeva come se i suoi occhi fossero “due cose che desiderassero pur di piangere„. Così sul santo monte sospira e piange e sta avanti lei,[1171]
quali i fanciulli vergognando muti
con gli occhi a terra, stannosi ascoltando,
e sè riconoscendo e ripentuti.
Le stesse lagrime, lo stesso ripentire: e ripentire e lagrimare per non più che desideri del cuore, per non altro che incostanza di ragione. Dopo, Dante sale con Beatrice di spera in spera, finchè può contemplarla: come? dove? Nell'Empireo, nel suo seggio di gloria, pura luce; così, dunque, e dove egli dice, in quel sonetto, che la vide lo spirito suo peregrino. Or che poteva essere quella terza visione, che Dante non ci dice qual fu? È forza credere ch'ella fosse quella che narrò nel Poema Sacro, poichè la visione del pentimento e quella della gloria, le quali precedono la mirabile, sono i due poli della Comedia. Invero Beatrice, così nella Vita Nuova come nella Comedia, richiama a sè l'amatore, mentre egli vilmente desiderava contra la costanza della ragione; e in fine si lascia a lui vedere entro lo splendore della sua gloria di Beata Beatrice, nell'Empireo. Questi due elementi, la conversione cioè di Dante e la transfigurazione di Beatrice, formano la divina Comedia: come non sarebbero essi gli elementi di quella visione ultima e mirabile, per la quale Dante propose di non dir più di Beatrice se non quando potesse più degnamente trattarne? È almeno probabile.
Ed è certo, quando ci ricordiamo chi è e che cosa è Virgilio nel Poema. È lo “studio„. Virgilio che conduce Dante a Matelda, cioè all'arte, è l'incarnazione di queste parole: “Di venire a ciò (a trattare di lei più degnamente) io studio quanto posso„. Le altre parole “sì come ella sa veracemente„ sono tradotte nel secondo canto della Comedia. Virgilio dice a Dante d'essere stato mandato da Beatrice e di dover ricondurlo a lei: alla sapienza.
Ma in un'altra opera di Dante apparisce questo argomento: nel Convivio. In vero egli narra d'una sua tanta tristizia, che nessun conforto gli valeva. Allora provvide, per sanare, “ritornare al modo che alcuno sconsolato avea tenuto a consolarsi„. E così lesse il libro di Boezio e poi uno di Tullio, e s'addestrò così in Gramatica e trovò “vocaboli d'Autori e di Scienze e di libri„.[1172] Studiava. Per dirla al modo simbolico che usò nella Comedia, Virgilio era andato a lui che piangeva e s'attristava in tutti i suoi pensieri. Studiava dunque. Per qual fine? Per giungere a una perfetta beatitudine la quale consisteva nel guardare gli occhi e il riso d'una donna.[1173] Dunque Virgilio per dirla secondo l'allegoria del Convivio, conduceva Dante a Beatrice, a una beatrice.
Ma nel Convivio non c'è Virgilio. Lo studio o amore è uno degli elementi di cui si compone la “gloriosa donna„,[1174] la quale è così studio o amore della sapienza, cioè Virgilio, in uno, e Beatrice. Consolarsi della sparizion di Beatrice, rivedendola, dopo una sete di dieci anni, fatta luce e sapienza, e con lei sapienza amorosamente usare, è l'argomento della Comedia. Quello del Convivio? Amorosamente usar sapienza, cioè amar la Donna Gentile, per consolarsi della morte di Beatrice. L'argomento del Convivio è lo stesso dunque che quel del Poema, e si vede, che se non fosse stato interrotto, questo comento alle canzoni sarebbe stata una perfetta imbandigione di sapere,[1175] qual fu la Comedia in cui la parola di Dante aveva a lasciare “vital nutrimento„.[1176] L'argomento, lo stesso; le dottrine, uguali, eccetto che in menomi particolari; il fine, simile; il mezzo, identico: il volgare “da' letterati e da' non letterati inteso„.[1177]
È dunque il Convivio ciò che nell'ultima carta della Vita Nuova si promette. C'è solo un divario: il Convivio non è nella forma di visione.
E non essendo una visione, poichè la visione aveva a essere il venir di Beatrice a Dante e il ritorno di Dante a Beatrice, così, tutto rimanendo com'era, così Beatrice non incarna nel Convivio l'idea di sapienza. Dunque Dante ruppe fede alla gentilissima? Qualcuno l'ha detto, e in vero Dante aveva dato motivo a dirlo, correggendo il fatto della donna gentile che nella Vita Nuova è viltà desiderare, e nel Convivio è salute amare. Ma chi non vede quanto, in tal correzione, trionfa Beatrice? Dante scrive:[1178] “Dico e affermo che la donna di cui io innamorai appresso lo primo amore, fu la bellissima e onestissima figlia dello imperadore dell'universo, alla quale Pittagora pose nome Filosofia„. Dunque al “primo amore„ egli protesta d'essere stato fedele; perchè la morta gentilissima non avrebbe potuto dolersi di tal rivale, che non era donna, ma idea. O donna era, ma qual donna! Tale, sempre, che Beatrice stessa amava e che Beatrice stessa era assai lieta che Dante l'amasse! Poichè era la sposa dello Spirito; era quella sotto la cui insegna gloriava la gentilissima: era “quella reina benedetta Maria, lo cui nome fue in grandissima reverenzia ne le parole di questa Beatrice beata„.[1179] Chi parlò d'apostasia? Nel Convivio Dante è innamorato della sposa e figlia e sorella di Dio. Chi parlò d'infedeltà? Nel Convivio Dante vuoi cancellare dal suo primo amore, dall'amore inestinguibile per la gentilissima, quell'unica macchia che di quell'amore aveva narrata nel suo libello giovanile. Vuol cancellarla, nel momento in cui ha cambiato il proposito di scrivere la mirabile visione che accenna nella Vita Nuova, e sta per dare, in altra forma ma con la medesima sostanza, il frutto degli studi che annunzia in quel capitolo stesso.
Perchè il Convivio deve essere da noi guardato col medesimo occhio col quale il passeggere guarda al chiarore d'un baleno l'abisso sul cui orlo aveva il piede. Per il Convivio gli uomini rischiarono di non aver la Comedia! Il Convivio Dante sostituì al Poema Sacro! Il Convivio doveva essere, in altra forma ma con la medesima sostanza di dottrina, quel che fu il sacrato Poema! Anche nel lor fine secondario e personale, l'uno vuol ciò che l'altro. Se il Poema mirava a vincere la crudeltà che serrava il Poeta fuor dell'ovile, il Convivio doveva liberarlo dall'ingiusta pena “d'esilio e di povertà„; doveva rimarginare “la piaga della fortuna„; doveva dare sosta e riposo “al peregrino„ che andava “quasi mendicando„; doveva offrire un porto al “legno senza vele e senza governo, portato... dal vento secco„. Doveva adempiere, in fine, il desiderio dell'esule, cacciato fuori dal “dolcissimo seno„ della bellissima e famosissima figlia di Roma; doveva adempiere il suo desiderio di riposarvi l'animo stanco e terminarvi il tempo che gli era dato.[1180] E Dante esule e povero e peregrino e vile fatto nel cospetto di molti, nell'imbandir questo Convivio, nel rinunziare alla visione in cui aveva a dire di Beatrice ciò che non fu detto d'alcuno, provvedeva, con una sollecitudine a cui è cosa trista e pia pensare, provvedeva a purgar d'ogni macchia il suo primo ed unico amore. E così poteva affermare di non derogare dalla Vita Nuova, anzi di maggiormente giovarle. Egli in vero per una parte asseverava che non d'altra in terra era stato preso, che di quella che ora gloriava in cielo, e terminava “lo parlare di quella viva Beatrice beata„, ragionando dell'immortalità dell'anima;[1181] e per l'altra diceva pur sempre che da quella morta gentilissima era stato tratto allo studio e alla conoscenza e alla sapienza; poichè per consolarsi della sua perdita, egli si era dato a leggere libri e a entrare “nello Latino„, egli si era innamorato della sposa dello Spirito, alla quale Beatrice era stata così devota come Dante. Un soave pensiero, che era vita del suo cuore dolente, andava ai piedi di Dio: un altro pensiero ora lo faceva fuggire, quel pensiero soave; cioè consolava Dante del suo dolore. Quale? Quello che lo faceva guardare un'altra Donna. Ma qual Donna? Una ch'egli omai doveva pensare a chiamare Donna cioè signora: la Donna[1182]
pietosa ed umile,
saggia e cortese nella sua grandezza,
la Donna dunque, “umile e alta„, la Donna in cui è misericordia e pietà, e che precorre al domandare. Oh! l'infedele, che si consola nello studio e nella scienza! Oh! l'apostata, che si consola pensando all'immortalità dell'anima, e alla verace sapienza che lo condurrà, per la misericordia della Vergine, a riveder Beatrice ai piedi di Dio!
Ma il Convivio rimase interrotto. Dante riprese la mirabile Visione. Quando? Quando disperò di salire al bel colle. Il Poema significa la rinunzia alla vita attiva o alla via del mondo, e l'ingresso nella vita contemplativa o nella via di Dio. La via del mondo è impedita dalla lupa che esprime la cupidità che si svolge in malizia. Questa non lascia passare alcuno per la sua via. Dante, deve fare altro viaggio, se vuole scampare. Egli si ritrae avanti la bestia malvagia; è per ricadere nell'oscurità della selva. Egli sembra destinato a vivere come non fosse mai nato, a essere un di quelli infiniti che corrono nel vestibolo e che non lasciarono alcuna fama di sè: un servo, un cieco, un nullo. Un veltro, sì, deve venire a sgombrar la via e rimettere nell'inferno la lupa. Ma fin che egli non sia venuto, vano è dirigersi al bel colle. Ora il veltro è colui che ci fu dato a lume e guida della vita civile: l'imperatore Romano.
Ebbene, quando Dante disperò dell'altezza? quando disperò di salire al bel colle? alla felicità, vale a dire, della vita attiva? Si può scegliere tra queste due ipotesi: prima della venuta d'Arrigo, dopo la venuta di Arrigo. Se prima, egli aveva come un sentore del veltro che era per venire, e certo egli raffigurava in Arrigo il veltro. In vero nell'epistola a lui, quando fu disceso in Italia (nel 1310), Dante ricorre a imagini consimili. Arrigo deve uccidere l'idra, Arrigo deve uccidere la vulpecula, la vipera, la pecora infetta. Non ancora o non più pensava di cambiare la vulpecula di Cicerone nella sua lupa, allora; e questa considerazione vale come gravissimo argomento in favore dell'autenticità di questa lettera, contro la quale, del resto, non c'è alcun pregiudizio. Come avrebbe potuto un falsario sapere che Dante nella figurazione delle tre fiere aveva sotto gli occhi un dato passo di Cicerone?[1183]
Or bene: accogliendo l'ipotesi che alla Comedia Dante si mettesse prima della venuta di Arrigo, si ammetterebbe questo assurdo: che Dante rinunziava alla vita attiva o civile, appunto quando poteva credere ch'ella fosse possibile. Meglio ricorrere alla seconda; e credere che Dante appunto a quella rinunziasse, quando ogni illusione in lui fosse spenta, quando l'ultima speranza se ne fosse andata; dunque dopo la morte di Arrigo in Buonconvento. E se ne può trovar la riprova mettendo a confronto l'epistola sopra citata e la profezia del veltro. Egli scrisse quella epistola perchè, come egli dice “il nostro sole (sia che questo ne insinui il ferver del desiderio o la sembianza della verità), o si crede che si fermi (morari) o si sospetta che torni indietro„. Continua meravigliandosi perchè così tarda irresolutezza (tam sera segnities) si frapponga. Lo rimprovera di credere che tutto l'impero si chiuda nei confini dei Liguri. Gli dice che tutto il mondo lo aspetta. Gli rinfaccia d'indugiarsi a troncar le teste dell'idra a una a una; di essere per consumare il tempo a Cremona; a Brescia, a Pavia, Vercelli, Bergamo... Oh! non viene in mente quel verso, in cui non suona solo la rima, ma riluce il pensiero:
questi la caccerà per ogni villa?
Non vedete perchè il poeta abbia pensato come uccisore della lupa un veltro (tolgo questa citazione al bello e dotto studio del mio caro Cian),[1184] il veltro che era considerato nel medio evo come cane velocissimo, e di cui Dante stesso nel Convivio aveva detto, che la bontà propria era il bene correre? Non capite che egli dice perchè il grande Enrico non potè uccidere la lupa? Perchè non corse, perchè indugiò, perchè fu lento e tardo. Rumpe moras: diceva Dante all'imperadore da sotto la fonte dell'Arno. Velocità ci vuole, fa dire a Virgilio nella piaggia deserta. E così chi non sente piuttosto il dolore della speranza delusa, che il fremito della speranza risorta, nelle parole[1185]
O ciel, nel cui girar par che si creda
le condizion di quaggiù trasmutarsi,
quando verrà per cui questa disceda?
Non è l'esclamazione, questa, d'uno che aspetti, ma di chi aspettò e fu deluso. Persino quella espressione “par che si creda„ rispetto a cosa, a cui Dante credeva benissimo, sa di sconforto supremo. Oh! il veltro fu pensato dopo la delusione di quella che egli chiamò invano faustissima corsa del divo Enrico; quando egli vide che corsa più rapida ci voleva, e più risoluto principe.
Israele non fu liberato. Il suo retaggio, che piangeva senza intermissione a lui tolto, non gli fu restituito. Dante continuò a gemere esule in Babilonia; non potè, tornato cittadino, respirare in pace e ricordare la miseria nel tempo felice. Anzi si fece più grave la condizione del suo esilio. Nella riforma di Baldo d'Aguglione si confermavano le sentenze contro lui. Egli riprese la sua dura via. Continuò a mendicare, a scendere e salire, e non sperò più. La sua vita era infranta per sempre.
E allora ripensò alla fanciulla morta, ripensò alla visione che aveva avuto di lei, nella quale essa dalla terra lo richiamava al cielo. E allora, nella seconda disperazione della sua vita, riprese il disegno che aveva avuto nella prima, non meno amara. E gli studi che già allora aveva destinati alla visione mirabile, a quella ravviò e ricondusse.
Un'antica tradizione afferma che Dante ebbe un tempo il pensiero di lasciare il secolo e farsi frate minore. Si dice anzi che fu terziario, e che la corda, che gittò a Gerione, la corda che aveva cinta e con cui credè un tempo di prendere la lonza, era la corda di quell'ordine. Lo Scartazzini non rigetta la leggenda, e congettura che il proposito di Dante dovesse avvenire “nel tempo che corse dalla morte di Beatrice al matrimonio„ suo. Lo Scartazzini ha ragione nel dar peso alla leggenda.
Quella tradizione spiega il fatto della corda, e consuona col significato della Comedia: per ciò è attendibile. Ora quel pensiero sorse nel Poeta, prima che egli s'innamorasse della donna gentile, o dopo? Dopo: perchè quel pensiero di lasciare il mondo, e darsi allo spirito, è tutt'uno con la mirabile Visione, se questa è, come è, tutt'uno col concepimento fondamentale della Comedia. Dopo, dunque, non solo l'innamoramento ma anche il pentimento, dopo le due imaginazioni nelle quali egli vide Beatrice giovinetta e Beatrice santa. Ma certo prima del suo matrimonio; prima dunque, non solo del 1300, ma del 1298. La mirabile Visione, che poi dal Poeta fu posta nel 1300, era stata veduta o, diciamo, concepita, prima.
Se avesse adombrato allora il suo disegno! Il principale personaggio del poema, sarebbe pur stato lui, Dante: Dante, che domato da un grande dolore, di quelli che vengono da Dio e non dagli uomini, lasciava la via degli uomini o del mondo, e s'incamminava per quella di Dio, dove avrebbe ritrovata la donna che aveva perduta. Sarebbe stato il poema della rassegnazione, la cui suprema parola poteva esser questa: Dio, tu me l'hai tolta nella vita, tu me la rendi nella morte: sii benedetto! Ma gli uomini, che esso avrebbe abbandonati, di nulla erano ancora rei verso lui, verso lui che guardava allora tutti con occhi d'amore, e indirizzava le sue dolci parole agli sconosciuti romei. Egli, ferito dal primo strale, si sarebbe rifugiato là dove non aveva a temere più altre ferite. Egli si sarebbe messo nel porto dopo un primo tuono, avanti lo scoppiare della procella.
Ma ora? Egli ritrovava nel suo cuore il dolor d'allora e il proposito d'allora; ma dove, ma quale vedeva sè stesso! Bandito, infamato, dannato al fuoco, lontano dal luogo del suo battesimo, senza tetto e senza pane.
Il libello ascetico ch'egli avrebbe scritto, diventò la Comedia: il frate minore diventò il Cristo. Il dannato al fuoco, il mendico perduto tra gli uomini di corte, l'umile pedagogo, il modesto lettore dello studio, si sublimò sui tempi e sulle nazioni e sulle fazioni e sulle scuole e sui re e sui papi. Discese come il Cristo di San Paolo, per ascendere. Morì per vivere e per redimere. Fu più d'un eroe e più d'un apostolo. Volle fondare la città del ben vivere. Bandì una nuova Apocalissi e un nuovo Vangelo. Entrò nella morte dall'esilio e dalla condanna e dalla infamia; e uscì a giudicare i vivi e i morti.
Eppure chi lo guidava ora l'avrebbe guidato anche allora. Virgilio lo conduceva, Virgilio in cui non solo Dante ma tutti assommavano allora il concetto di studio e di scuola. Lo conduceva a una giovane morta. Nessuno sapeva la strada meglio di lui, che aveva cantato la discesa negl'inferi. Nessuno avrebbe significato meglio di lui questo concetto: lo studio che conduce alla vera sapienza per l'oltremondana via della contemplazione. E questo concetto è quello della Comedia e quello delle ultime parole della Vita Nuova che suonano: studiare per dir di lei, per tornare a lei, per riveder lei, la morta amata. Dante riprese tal quale la mirabile Visione d'allora; che aveva messa da parte, prima, perchè non ancora addottrinato; poi... perchè? Perchè non abbastanza infelice! Perchè aveva ancora qualche rifugio di speranza nel mondo! Perchè poteva ancora ricoverarsi in qualche luogo che non fosse il regno della morte!
La fine dell'alto Enrico, come egli lo chiama, voleva dire per lui la perdita per sempre della patria. Se dopo ebbe qualche barlume di speranza, che il poema sacro vincesse la crudeltà dei proscrittori, allora, nel 1313, questo barlume non l'aveva. Fu quella fine che lo determinò all'altro viaggio; cioè a mortificare ciò che nella sua anima era di mortale, giù per gli abissi; e purificare ciò che nella sua anima era ancora di macchia e di caligine, su per il monte; e salire, bello della santa ira sua e della sua santa carità, a Dio, di spera in spera.
E quasi alla fine dell'altro viaggio, quando mancano appena i tre ultimi canti ineffabili dell'ineffabile Trinità, egli vede un seggio vuoto con su una corona. È il seggio destinato ad Enrico
ch'a drizzare Italia
verrà in prima ch'ella sia disposta.
Quel seggio deve ricordare a lui la speranza venuta meno, del suo ritorno in patria; deve ricordare a lui il momento, in cui scrisse il primo canto della Comedia, quello che tutta la riassume. Oh! non fu il veltro, questi cui si aspetta il seggio vuoto! Oh! non fu rapido e forte, come doveva! Oh! l'esilio continuò più duro che mai! Pur quanta dolcezza nelle parole di Beatrice, che accennano al futuro ma riflettono il passato! Gl'Italiani che non hanno accolto il buono Enrico sono assomigliati al fantolino
che muor di fame e caccia via la balia.
Dante, quando scriveva questo canto, sentiva già forse il freddo della morte. Pensate: in otto anni egli compì quel poema, cui pose mano cielo e terra! il cielo: la fede; la terra: il dolore. La vita di Dante, quando egli era a questo punto, dava forse gli ultimi guizzi: i tre altissimi guizzi di luce, che sono i canti della Trinità; poi si spense. Ebbene cantando il seggio vuoto dell'alto Enrico, egli ha una tristezza così dolce! così accorata! Esso non morrà in patria; non lo vedrà più il suo bel San Giovanni. E poco dopo Beatrice si allontana da lui e riprende il suo posto nella candida rosa. Essa gli è ora così lontana, come il fondo del mare dalla più alta regione del tuono. Presso lui è un sene, dal volto sorridente, dall'atteggiamento paterno.
Dante è avanti la morte. E non solo la sua anima è purificata e fatta degna di contemplare Dio, ma anche il suo dolore è lontano.
La mirabile visione è già tutta narrata. Dante può rifugiarsi, dall'amarezza della vita nella dolcezza del riposo; dall'esilio nella patria, dalla morte nell'immortalità.
Che cosa restava più, di quel dolore? di quel primo e di quel secondo, che si comprendono nella morte di Beatrice e nella morte di Enrico? La Divina Comedia.
L'adolescente si smarrisce non avendo la prudenza. La riacquista nella sua età piena. Si mette per la via del mondo, verso la felicità buona e non ottima. Vuol essere utile ai suoi simili. Ha, con la prudenza riacquistata, le altre tre virtù necessarie alla vita attiva. Ma la malizia degli uomini lo respinge. Non c'è chi governi, e l'ingiustizia regna. Allora l'uomo cambia di cammino. Si mette, per ispirazione della donna amata, che ora è morta e vede Iddio ed è la verace Sapienza, si mette nella via di Dio: si dà alla vita contemplativa, studiando per giungere all'arte e alla sapienza. L'arte gli deve servire per rivelare agli altri ciò che avrà veduto: chè utile anch'essa, e più dell'altra anche, è la vita contemplativa ai nostri fratelli.
Ma bisogna morire per fruire di questa vita: morire alla tenebra, e riaver in atto la luce o la prudenza; morire al peccato, sì della carne, sì dello spirito; e riavere in atto le virtù di temperanza, di fortezza, di giustizia.
E l'uomo... o non più l'uomo, ma Dante, Dante si configura al Cristo, e muore come lui, e si fa viatore, nel mistico mondo, per divenire comprenditore e dire agli altri ciò che avrà compreso. Studia e ama. Muore alla carne o al peccato; muore alle sette ferite mortali. Ora ha la virtù. Sana le sette cicatrici; coi sette doni dello Spirito si fa degno di sette beatitudini. Attraversa il fuoco, che monda il cuore e l'occhio, e si fa tutto puro. Di cieco è veggente, come di servo si è fatto libero. Ha obliato ogni resto del peccato. È giunto alla perfezione della vita attiva. Così può passare all'altra, alla quale è disposto dalla prima. Ha la sapienza e ha l'arte di rivelarla altrui. Può salire al cielo. All'ultimo la sapienza umana non basta più. Soltanto quella che vide gli abissi del mistero di Dio, può impetrargli la visione di Dio. E la sapienza umana è una frale donna di quaggiù, ch'egli amò e ama;[1186] e l'altra, la divina, è pure un'umile donna, la moglie d'un fabbro Nazareno. Con l'amor per la prima si ha la filosofia degli uomini; con l'amor per la seconda, . si ha quell'altra che in Dio è “per modo perfetto e vero, quasi per eterno matrimonio„.[1187]
Come il Cristo punì in sè i peccati del mondo, così Dante in sè uccide e cancella e oblia tutti i mali dell'anima umana. Come S. Paolo, che salì, come lui, vivente al cielo, egli ha appreso altissime verità, che Dante fa manifeste per la salute del genere umano nell'una e nell'altra via: in quella del mondo e in quella di Dio. Così Lia è la virtù “per la quale si provvede all'infermità e necessità„ degli uomini; e Rachele è la sapienza donde l'uomo “impara alcunchè di celeste e immutabile„.[1188] E Dante dallo studio fu reso abile all'uno e all'altro uffizio. Fu addotto da Virgilio a Matelda e a Beatrice. Inoltre, da Bernardo a Maria, da Maria a Dio.
E qui finisce il libro, la cui rubrica è Sotto il velame, e comincia l'altro da ciò a cui il primo apre più presto che conchiuda: La mirabile visione.
FINE