II.

Il Montanelli fin dal 21 d'ottobre aveva ricevuto incarico dal Granduca Leopoldo II di formare un nuovo Ministero. Vi era appunto intorno, quando, nella mattinata del 25, ebbe da Livorno questo telegramma: «È giunto nel porto, sul vapore Pharamond, proveniente da Genova, il generale Garibaldi. Sembra che vada in Sicilia. Sono stati dati gli ordini perché sia ricevuto in modo conveniente a sí illustre italiano.»

Il Corriere Livornese, diretto allora da Giovanni La Cecilia, scriveva: «Alle 8 stamane giungeva l'avviso che il prode generale Garibaldi era a bordo del pacchetto a vapore Pharamond, giunto da Genova. Il sig. La Cecilia disponeva subito che una guardia d'onore della nostra milizia cittadina, comandata da un ufficiale, presidiasse la dimora dell'illustre italiano. In pari tempo la guardia municipale vi mandava un suo distaccamento; e numerosissimo popolo, avendo alla testa moltissimi officiali dello stesso corpo, si recava ad incontrarlo. La Via Grande e la Piazza decoravansi quasi tutte a festa, ed immenso popolo applaudiva all'eroe di Montevideo… Forti e generose parole ha detto al popolo il Generale, ed ha salutato, in fine, la Costituente italiana. Tutti i cittadini delle diverse classi si sono affollati per visitare e conoscere da vicino il nostro Garibaldi, che si crede disposto a partire per la Sicilia, e che il popolo livornese vorrebbe invece rimanesse ora in Toscana.»

Di questo desiderio del popolo livornese si fecero eco i consiglieri Menichetti e Isolani, che, dopo la partenza del Governatore, reggevano, per quanto era possibile, la bollente e irrequieta città. E lo stesso giorno 25 d'ottobre, alle undici della mattina, cosí telegrafavano al Montanelli: «Garibaldi, sebbene diretto per la Sicilia, non sarebbe alieno dal prestare i suoi servigi al Governo Toscano. Rispondete che cosa ne pensate. Egli partirebbe di qui alle quattro pomeridiane, se non vi sono avvisi in contrario». Era già da una mezza ora sonato il mezzogiorno e la sospirata risposta non veniva. Allora fu telegratato di nuovo al Montanelli: «Occorre che sia data sollecitamente qualche risposta al primo dispaccio intorno alla presenza del generale Garibaldi». La risposta venne spedita da Firenze alle tre, e diceva: «Non essendo ancora costituita la nostra autorità, non posso promettere nulla di positivo a Garibaldi. Se può, differisca con la sua partenza». Com'era naturale, non piacque punto. Il Menichetti bisognò che si recasse sull'atto a Firenze a farsi interprete di questo desiderio, che aveva tutta l'aria d'un comando. L'Isolani ne avvisò, senza metter tempo in mezzo, il Montanelli. «Menichetti», cosí gli diceva, «è partito per Firenze: ha bisogno urgente di parlarti: occorre che tu sia reperibile all'arrivo del treno». Il popolo d'aspettare non la intendeva per niente, e il povero Isolani, tredici minuti dopo, fu obbligato a telegrafargli di nuovo: «Il popolo di Livorno vuole a qualunque patto che Garibaldi rimanga al servizio della Toscana. Si è riusciti a trattenere la partenza del vapore, che lo condurrebbe in Sicilia, fino alle sette. Occorre avere subito una risposta decisiva. Il popolo è molto agitato». Lo stesso Garibaldi si fece avanti da per sé con questo telegramma al Montanelli, scritto alle sette e quindici minuti della sera: «Domando se prende Garibaldi al comando delle forze toscane, e opera contro il Borbone: sí, o no. GARIBALDI». Il Montanelli alle otto e sei minuti replicava non a lui, ma all'Isolani: «Confermo quanto ho già scritto, che se Garibaldi può trattenersi, gli daremo risposta appena il Ministero della guerra sarà istallato. Ma nel momento non abbiamo autorità». Ventitrè minuti dopo telegrafò a Garibaldi stesso, dicendogli: «Per rispondervi, bisogna che prima io conosca quali sono le forze toscane. Finché il Ministero non è istallato non possiamo dir nulla». La missione del Menichetti, come era da aspettarsi, non approdò a niente. «Ho esposto il tutto a Montanelli» (telegrafava all'Isolani alle nove e trentacinque minuti della sera) «e mi ha dato la stessa risposta che ha già inviata a Garibaldi, che cioè non possono prendere nessuna misura finché non è costituito il Ministero[1].»

[1] Documenti del Processo di lesa maestà istruito nel Tribunale di Prima Istanza di Firenze negli anni 1849-1850, Firenze, Tip. del Carcere alle Murate, 1850, p. 372 e segg.

Il giorno dopo, il Corriere Livornese dava i seguenti ragguagli: «Garibaldi è rimasto fra noi, perché il cuore e la mente di Garibaldi hanno compreso il popolo toscano e il valore dell'inaugurata Costituente italiana. Garibaldi non è rimasto insensibile alle dimostrazioni de' livornesi. Egli è rimasto, sperando cosí di essere piú utile alla Sicilia in particolare ed alla causa italiana. Noi desideriamo che egli venga preposto immediatamente al comando supremo delle nostre truppe, per ricondurle alla disciplina e all'amore della patria, che sempre dovrebbero sentire».

Con ingenua schiettezza Garibaldi confessa nelle sue Memorie d'aver commesso uno sbaglio nello scendere a terra e restare in Toscana. «Io piegai, forse indebitamente», (son parole di lui) «alle sollecitazioni di quella popolazione, la quale frenetica pensò che noi ci allontanavamo torse troppo dal campo di azione principale. Mi si promise che in Toscana si formerebbe una forte colonna, e che, accresciuta di volontari cammin facendo, si poteva per terra marciare sullo Stato Napoletano, e coadiuvare cosí piú efficacemente alla causa italiana e alla Sicilia. Mi conformai a tali proposte, ma mi avvidi ben presto dello sbaglio. Si telegrafò a Firenze, e le risposte circa i progetti menzionati erano evasive. Non si contrariava apertamente il voto emesso dal popolo livornese, perché se ne avea timore, ma da chi capiva qualche cosa si poteva dedurne il dispiacere del Governo. Comunque fosse, era la fermata decisa, e partito il vapore[1]».

[1] GARIBALDI, Op. cit. p. 208.

Garibaldi, risoluto che ebbe di fermarsi, andò a stare in casa di Carlo Notary, dove già aveva preso stanza la moglie Anita; «ed era giusto», soggiunge il Corriere Livornese, «che Carlo Notary, da tanti anni propugnatore delle nostre libertà, che negli ultimi avvenimenti dette le piú chiare prove della sua devozione sincera al bene della nostra città, ospitasse Garibaldi, uno dei piú puri e valenti italiani.»