VII.

Nella descrizione del viaggio di Garibaldi da Firenze a Bologna il Guerzoni è assai inesatto. «Giunto alle Filigare» (cosí scrive) «trova un inatteso intoppo. Il generale Zucchi….. posto dal Rossi a Commissario straordinario di Bologna, timoroso che Garibaldi mirasse allo Stato Pontificio coll'intenzione di agitarlo e sommuoverlo, gli aveva inviato incontro un battaglione di Svizzeri, coll'ordine preciso di sbarrargli il passo». E seguita dicendo come Garibaldi allora non vide altro espediente che quello di recarsi in persona egli stesso a Bologna, per spiegare allo Zucchi lo scopo del suo viaggio, e persuaderlo a lasciargli proseguire il cammino fino all'Adriatico. Lo Zucchi non volle in sulle prime ascoltar ragioni, e rinnovò il divieto; ma essendosi vociferata la cosa, e il popolo tumultando minacciosamente perché fosse lasciato libero il transito al famoso e già amato capitano, anche il generale pontificio stimò bene di arrendersi, e Garibaldi poté traversare, sicuro, Bologna, e arrivare non molestato a Ravenna.»

Invece la cosa andò in ben altro modo. La stessa mattina del 25 ottobre che Garibaldi arrivò a Livorno, vi giunse pure il generale Carlo Zucchi, che, a proposta di Pellegrino Rossi, era stato eletto da Pio IX ministro delle armi. Proseguí esso il suo viaggio, e appena fu a Roma entrò subito in carica; quand'ecco che il 5 novembre il Papa lo chiama in tutta fretta e gli dice: «Sono accaduti in Bologna e in Ferrara gravi disordini. Ho deliberato di mandarvi colà a vedere come realmente sono le cose e a rimettervi l'ordine». Il generale rispose: «Santo Padre, domani tosto partirò». Pio IX soggiunse: «Le cose sono troppo urgenti per ammettere dilazione di tempo: dovete partire subito». Lo Zucchi replicò: «Ebbene, entro due ore sarò in viaggio». Infatti due ore dopo partí, in compagnia del conte Ippolito Gamba, investito insieme con lui «di tutti i poteri che spettano nei casi urgenti alle podestà esecutive ed amministrative nelle Legazioni di Ferrara, di Bologna e di Ravenna e nella Delegazione d'Ancona». Arrivato a Bologna la notte dell'8, proseguí immediatamente il suo viaggio alla volta di Ferrara, non fermandosi altro che per cambiare i cavalli. In questo frattempo Garibaldi colla sua legione giunse ai confini delle terre pontificie. Un giornale bolognese d'allora, La Dieta italiana, scriveva: «Ieri (8 novembre) alle quattro pomeridiane partirono di qui (Bologna) 400 svizzeri comandati da un maggiore, alle volta di Pianoro, pel confine toscano. Questa partenza ha promosso una quantità di congetture, quasi tutte poco onorevoli al nostro Ministero; tutte però s'accordano nell'idea che detto movimento di truppa sia stato cagionato dal sapersi il prossimo arrivo dalla Toscana del generale Garibaldi con alquanti de' suoi legionari». L'Alba di Firenze nel suo numero del 10 novembre raccontava: «Persona giunta questa sera da Bologna ci reca la notizia che il Governo Pontificio abbia ricusato l'ingresso sul suo territorio al generale Garibaldi ed alla sua legione, inviando ai confini un corpo di 400 svizzeri e dragoni per appoggio a questo divieto. L'annunzio di questa misura aveva portato del malumore in Bologna, ed il decreto relativo, affisso alle cantonate, era stato strappato e fatto a brani dal popolo. Garibaldi e la sua legione si trovano attualmente alle Filigare sul confine toscano.»

Fino dal primo momento dell'arrivo di Garibaldi a Firenze, una parte della popolazione di Bologna, seguendo l'esempio di Livorno, s'era messa in testa di volerlo per suo generale; e con una clamorosissima dimostrazione ne aveva fatto formale domanda al cardinale Luigi Amat, capo allora di quella Legazione; il quale, per schermirsi e quietare il tumulto, fu costretto a dare buone parole. In questo mentre l'Amat è richiamato a Roma, e gli succede, come Prolegato, il conte Alessandro Spada, che arriva a Bologna la sera del 6 novembre. L'invio de' 400 svizzeri a' confini venne fatto da lui e dal barone De Latour, generale in capo delle milizie pontificie nelle quattro Legazioni. Il giorno 9, in cui appunto seguí questo invio, fu presentata ad essi la seguente fierissima protesta, che mostra quanto i cervelli si fossero riscaldati. È sottoscritta: «Il Popolo Bolognese», e dice: «Bologna chiese al Governo, per mezzo del cardinale Amat, il generale Garibaldi per condottiero della sua legione. Il cardinale rispose annuirvi per sua parte e che avrebbe efficacemente appoggiata in Roma la domanda del popolo: e ciò al cospetto di migliaia di cittadini. Il popolo conosce il carteggio passato fra il Nunzio di Firenze e il Legato di Bologna; nel quale carteggio era chiesto, e consentito per ambedue le parti, l'arrivo del Garibaldi e de' suoi uomini fra noi. L'atto sleale onde è fermato con forze imponenti questo generale ai confini, mette il popolo nel suo diritto di chiedere una spiegazione al Governo, onde non essere necessitato da tanta illegalità a farsi da sé la ragione della giustizia ed il diritto naturale delle genti. Quindi vuole immediatamente e positivamente il richiamo delle truppe spedite contro il generale in atto ostile, e ciò dentro questa stessa giornata; e intende che sia onorato l'arrivo dell'eroe di Montevideo con quelle dimostrazioni ch'ei merita, e soprattutto con l'invito sotto le armi della brava italiana nostra Civica. In questa occasione il generale De Latour si ricordi di esser bolognese e che un solo tratto di arbitrio vale ad oscurare una reputazione faticata per anni».

La sera del 10 Garibaldi arrivò a Bologna; non so, per altro, se spontaneamente, o invitato. Una gazzetta di que' giorni cosí descrive il suo ingresso: «Il generale Garibaldi è finalmente giunto fra noi. Ieri sera, alle nove, arrivava a Bologna. Una considerevole folla di popolo andava ad incontrarlo e distaccati dal suo legno i cavalli (ad onta delle ripetute istanze del generale) lo trascinava, quasi in trionfo, fino al Grande Albergo Reale, dove il Garibaldi fissava la sua dimora. Qui giunto, il popolo ripeteva piú volte fragorosissimi applausi ed evviva all'eroe di Montevideo, al valoroso campione dell'indipendenza italiana. I legionari del Garibaldi sono sempre alle Filigare, privi di mezzi e di risorse. Il generale Zucchi, ministro della guerra, giungeva egli pure ier sera in Bologna, reduce da Ferrara, senza per altro, lasciar trasparire nulla del suo arrivo». Il giorno 11, da Bologna, cosí scrivevano all'Alba: «Garibaldi fu incontrato alla Porta dal generale Latour, che lo accompagnò a piedi ed a braccetto fino all'albergo. Il popolo, con bandiere e torcie, faceva seguito e plauso». Lo stesso corrispondente dell'Alba tornava a scrivere due giorni dopo: «Il Governo Pontificio ha finalmente concesso alla legione Garibaldi di transitare pel suo Stato, consegnando le armi all'ingresso, per esserle restituite all'opposto confine». Quanto vi sia di vero in questa ultima condizione lo ignoro. Nella Gazzetta di Bologna del 14 si legge: «Ieri sera (13) giunse in Pianoro dalla Toscana la colonna dei volontari italiani, che è sotto gli ordini del generale Garibaldi. Questa mattina (14), dopo aver pernottato in quel paese, ha preso di colà la via di Romagna, diretta al littorale dell'Adriatico».

Sentiamo adesso il generale Zucchi[1]; anche l'accusato ha diritto alla parola: «Addí 9 novembre mi giunse da Roma la seguente lettera riservata, all'indirizzo di me e del conte Gamba:—Eccellenze, Il Governo Toscano ha chiesto al Governo Pontificio il passaggio per 350 uomini capitanati dal signor Garibaldi, che voglionsi recare a Venezia. Il Governo di S. Santità prega le LL. EE. di prendere i provvedimenti opportuni onde questo passaggio sia rapido ed innocuo. Io non so quale via sia per scegliere. Le LL. EE. dovranno quindi conferire con codesto signor Prolegato e scrivere a S. E. il signor cardinale Legato di Forlí ed al signor Prolegato di Ravenna… Coi sentimenti di distinta stima mi raffermo. Roma, lí 6 novembre 1848. Dev.mo servo Rossi».—Lo Zucchi stesso dice che «massime lo stato di Bologna dava materia a spavento», giacché «in essa tutte le passioni rivoluzionarie ed anarchiche venivano in cento modi fomentate da una turba di agitatori per mestiere, che s'era precipitata sopra quella città con avidità canina di sovvertire». Aggiunge poi: «Arrestati sicari e malandrini, feci disarmare tutti coloro che non erano descritti nei ruoli della guardia nazionale, e mostrai ferma volontà di tenere in freno quanti si fossero fatto lecito di turbare la pubblica quiete. Siffatte opere rinfrancarono i cittadini onesti e i savi uomini, esasperarono invece coloro che alla salute dell'inferma patria anteponevano il trionfo delle proprie passioni e della propria setta». La lettera del ministro Pellegrino Rossi ai commissari Zucchi e Gamba spiega tutto. Essi, a seconda degli ordini ricevuti, dovevano concertare coi Prolegati di Bologna e di Ravenna e col Legato di Forlí la maniera migliore di accordare il passaggio a Garibaldi e ai suoi legionari, e naturalmente ci occorse il suo tempo: di qui impazienze, sospetti, malcontento. Del resto, anche per testimonianza del Farini, «lo Zucchi non fece violenza al Garibaldi, ma si volle che, riposato che si fosse, partisse co' suoi per Ravenna, di dove avrebbe potuto imbarcarsi per trarre a Venezia»[2].

[1] Memorie, Milano, Guigoni, 1861, p. 147.

[2] Lo Stato Romano dall'anno 1813 al 1850, II, 358.

Brevissimo fu il soggiorno di Garibaldi a Bologna. Andatovi la sera del 10 novembre, ne ripartí la mattina del 12; e come aveva fatto a Firenze, tolse commiato della cittadinanza con un proclama a stampa[1].

[1] Cfr. GARIBALDI G., Epistolario, I, 24.

Il 2 giugno del 1885, a ricordo del fatto, venne murata sulla facciata del Grande Albergo Reale di Bologna, ora Hôtel Brun, la seguente iscrizione:

NELL'ANNO MDCCCXLVIII
GIUSEPPE GARIBALDI
DIMORÒ IL X E l'XI NOVEMBRE IN QUESTO PUBBLICO ALBERGO
SEMPRE CON L'ANIMO E CON L'OPERE
EROICAMENTE INTESE
ALLA REDENZIONE DELLA PATRIA
LA SOCIETÀ DEI SUPERSTITI DELLE GUERRE PER L'UNITÀ D'ITALIA
A RICORDANZA IN PERPETUO
P. A. MDCCCLXXXV.

APPENDICI

APPENDICE I.

Di un immaginario soggiorno di Garibaldi in Toscana nel 1833 o 1834.

Racconta Niccolò Tommaseo «come un bel giorno passasse da Firenze un giovane nizzardo, che andava in America, e si presentasse a Giovampietro Vieusseux». E aggiunge: «Circa trent'anni dopo, un signore fiorentino, frugando ne' suoi fogli, trova una lettera d'esso Vieusseux, la quale dice: Ho dato a un profugo anche per conto vostro. Il nome suo è Garibaldi»[1].

[1] TOMMASEO N., Di Giampietro Vieusseux e dell'andamento della civiltà italiana in un quarto di secolo, memorie, p. 118.

Il signore fiorentino era il marchese Gino Capponi. Ecco il testo della lettera; «Cher ami! Que voulez-vous que je donne pour vous a M. Garibaldi, que la Police oblige à partir demain sans faute, et qui repassera chez moi à 4 h. pour avoir quelque secours? Je ferai ce que je pourrai mais je ne pourrai pas faire grand chose. Ce Garibaldi est un superbe homme et des manières distinguées. Il a laissé une femme et quatre enfans». Il marchese Gino gli rispose: «Date venti lire al signor Garibaldi». Queste due lettere non hanno data, ma Alessandro Carraresi, che le ha messe di recente alla stampa, di sua testa le colloca tra il gennaio e il febbraio del 1833 [1]. Tanto lui, quanto il Tommaseo ritengono poi per sicuro che riguardino Giuseppe Garibaldi, e pigliano un abbaglio de' piú grossi, giacché non si tratta del condottiero famoso, ma di un oscuro profugo, che portava il suo stesso cognome; comune, del resto, nella Liguria.

[1] Lettere di GINO CAPPONI, e di altri a lui; I, 349.

Quando il Mazzini stava organizzando la spedizione di Savoia, Giuseppe Garibaldi, allora capitano marittimo mercantile, fu arrolato «come marinaio di terza classe di leva» nella regia armata sarda. Si rileva da' documenti che fu «iscritto alla matricola della direzione di Nizza il 27 febbraio 1832 al n. 289»; che entrò al servizio, in Genova, il 26 dicembre del 1833; e che il 3 di febbraio del 1834 venne imbarcato sulla regia fregata Des Geneys, dalla quale disertò il giorno dopo. Con sentenza del Consiglio di guerra divisionario sedente in Genova, de' 14 giugno dello stesso anno, fu condannato, insieme con Vittore Mascarelli e con Giambattista Caorsi, «alla pena di morte ignominiosa», e venne dichiarato esposto «alla pubblica vendetta come nemico della patria e dello Stato» e incorso «in tutte le pene e pregiudizi imposti dalle regie leggi contro i banditi di primo catalogo». La sentenza li dice tutti e tre «autori di una cospirazione ordita in Genova, nei mesi di gennaio e febbraio, tendente a far insorgere le regie truppe ed a sconvolgere l'attuale Governo»; incolpa il Caorsi «di avere fatto provvista d'armi, state poi ritrovate cariche, e di munizioni da guerra»; il Garibaldi e il Mascarelli «di aver tentato, con lusinghe e somme di denaro, effettivamente sborsate, d'indurre a farne pur parte alcuni bassi uffiziali del corpo reale d'artiglieria».

Fin dal 5 di febbraio Garibaldi era fuggito da Genova, e la Polizia faceva ogni sforzo per averlo nelle mani. Il Marchese Paolucci, Governatore militare e civile di Genova, il 10 dello stesso mese, annunziava al Vicario Regio di Pietrasanta, grossa terra della Toscana, che era «stato iniziato un procedimento penale, per reato d'insurrezione, contro Francesco Garibaldy e Rubens, latitanti»; gli soggiungeva, «come in detto procedimento figurasse inoltre come uno dei capi del movimento insurrezionale Giuseppe Garibaldy, fratello del detto Francesco, marinaio in attività di servizio sui regi legni, evaso da Genova la mattina del 5»; e «nell'ipotesi che il detto marinaio Giuseppe Garibaldy raggiunga la Toscana, ove si crede che abbiano trovato ricovero il fratello Francesco e il Rubens», lo pregava «di disporre il di lui arresto ed estradizione». Conchiudeva col dirgli: «le partecipo come da una lettera di Francesco Garibaldy, qui pervenuta e sequestrata, si rilevi essere sua intenzione di fermarsi alcuni giorni in Pietrasanta». Il giorno dopo torna a scrivergli che, riguardo ai nomi e cognomi ha preso una filza di sbagli, giacché Francesco si chiama invece Felice; non si tratta di Garibaldy, ma di Garibaldi; e in quanto al Rubens, è Ruben di Sion Cohen. Cosí poi gli dipinge Giuseppe: «ha capelli, barba, mustacchi e favoriti rossicci, veste un frak grigio-chiaro, porta cappello di color bianco». Di li a quattro giorni, insiste di nuovo per l'arresto, e gl'invia un foglio dove sta scritto:

«Connotati di Garibaldi Giuseppe Maria, figlio di Domenico, nativo di
Nizza, capitano di seconda classe marina mercantile, assentato a
Genova nel corpo dei reali equipaggi permanenti, in qualità di
marinaio di terza classe di leva.

«Età: anni 27.

«Statura: once 39 3/4.

«Capelli: rossicci.

«Ciglia: rossiccie.

«Fronte: spaziosa.

«Occhi: castagni.

«Naso: aquilino.

«Bocca: media.

«Mento: tondo.

«Viso: ovale.

«Colorito: naturale.

«Nome di guerra: Cleombroto».

Son connotati che non differiscono da quelli che si leggono a p. 392 del vol. I della Matricola del 1832, tranne che nel viso, che, invece d'ovale, è tondo[1].

[1] DEL CERRO E., Misteri di Polizia; storia italiana degli ultimi tempi, ricavata dalle carte d'un Archivio segreto di Stato, pag. 164 e segg.

De' tre fratelli di Garibaldi ve n'era uno infatti di nome Felice. Il Guerzoni ne fa questo schizzo: «Lasciò dietro a sé la nomina di elegante zerbino, gran cacciatore di donne; esercitò con qualche fortuna il commercio, fu agente per molti anni della casa Avigdor a Bari, e cessò di vivere, non ancora vecchio, il 1856»[1]. Venne, di fatto, arrestato a Pietrasanta, per ordine del Vicario Regio, nel febbraio del '34; e insieme con lui fu pure arrestato l'israelita Cohen, suo compagno di viaggio e di commercio: ma il Governo Toscano si guardò bene di consegnarli al Governatore di Genova. Dopo pochi giorni di mite prigionia, entrambi vennero condotti a Livorno e di là imbarcati per la Corsica.

[1] GUERZONI G., Garibaldi, I, 10.

Della sua fuga da Genova, Garibaldi tocca di volo nelle proprie Memorie. «Il 5 febbraio 1834» (son sue parole) «io sortivo da porta della Lanterna, alle 7 pomeridiane, travestito da contadino e proscritto. Qui comincia la mia vita pubblica: pochi giorni dopo leggevo, per la prima volta, il mio nome su d'un giornale. Era una condanna di morte al mio indirizzo, rapportata dal Popolo Sovrano di Marsiglia. Stetti inoperoso, a Marsiglia, pochi mesi». Il Guerzoni, che fu segretario del Generale a Caprera, mentre confessa che «non era facile» indurlo «a raccontare le sue avventure», afferma che «su questa tornava egli medesimo spesse volte e volontariamente». Ciò che dunque ne scrive l'ha udito dalla sua propria bocca. Garibaldi, fallito il tentativo della rivolta, si rifugiò nella bottega d'una fruttivendola, e, cambiata nei panni d'un contadino la sua camicia di marinaro, uscí da porta Lanterna, e lasciata la via maestra, traversando campi e giardini, saltando muri e siepi, si diresse a Sestri di ponente; dopo dieci giorni giunse a Nizza, e di là, di notte tempo, prese la via dell'esilio e, varcato il Varo, toccò finalmente il suolo francese.

È dunque provato che il giovane marinaio non mise il piede in Toscana, né fu quel Garibaldi che a Firenze si presentò al Vieusseux ed ebbe aiuti di danaro da lui e dal Capponi. Di piú; il Vieusseux racconta che il profugo Garibaldi, da lui preso a proteggere, aveva moglie e quattro figli. Il nostro Giuseppe invece era scapolo e, soltanto piú anni dopo, sposò in America Anita Riberas, che poi lo fece padre di Menotti, di Teresita e di Ricciotti.