DAMIANO
STORIA D'UNA POVERA FAMIGLIA
Capitolo Primo.
Di là dal ponte di San Celso, in quelle parti che conservano ancora la buona popolar fisonomia della nostra vecchia Milano, una strada solitaria, a traverso di campi e d'ortaglie, conduce da quello all'altro sobborgo della porta Vigentina, poco stante dalle mura della città. È quella che chiamano strada di Quadronno; ma, quantunque io soglia con amore frugar nelle cronache e nelle descrizioni di Milano, non andrò in cerca dell'origine di codesto nome, con buona pace de' dottori ed antiquarii che ne storpiarono, nei loro polverosi e tarlati volumi, non so che strane e stiracchiate spiegazioni, le quali troppo danno a pensare. Ma, per chi nol sapesse, dirò che il giovine innamorato, l'amico della solitudine e il dabben cittadino che brami un po' di cielo aperto, un po' di verde, o di silenzio campestre nel cerchio delle mura, si piacciono non di rado di andar seguitando per quella deserta e tortuosa via i sogni de' lor pensieri, le imagini dorate dell'avvenire.
Era il 4 di maggio del 1831.
E nella vigilia di quel giorno che, dieci anni innanzi, aveva veduto in mezzo all'Oceano, là sopra il deserto scoglio di Sant'Elena, l'ultima
«Ora dell'Uom fatale»
nella vigilia di quel giorno, uno degli oscuri eroi del popolo, un velite di Napoleone, avanzo di cento battaglie, moriva povero e abbandonato, in una casipola della disabitata strada di Quadronno.
Il sole, tramontato appena dietro le maestose e lontane cime del monte Rosa, rifletteva una luce fuggevole sulle candide e leggiere guglie del Duomo; ma vestiva d'un raggio più sfavillante e quasi di fuoco l'aurea statua della Madonna che dalla guglia più sublime pare invocar la protezione del Cielo sull'ampia sottoposta città. E la città, prima di riposare nel silenzio della notte, brulicava di mille romori; mentre, a poco a poco, andava ravviluppandosi in un interminato velo di nebbia trasparente e sottile, fra il quale scintillavano le prime stelle.
In quell'ora, una piccola processione di buona e povera gente, gli ultimi che s'erano indugiati nella chiesa dopo la benedizione della sera, era uscita divotamente, ma con passo affrettato, dal portico del tempio di san Celso, accompagnando il prete che portava Cristo in sacramento. Andavano alla dimora di un loro fratello; e salmeggiando camminavano lungo il marciapiede, per evitare il rincontro d'alcune signorili carrozze, che dal consueto giro del dopo pranzo sulle mura, passando via rapidamente per quel poco frequentato sobborgo, riconducevano le annojate signore al palchetto del teatro o all'elegante ritrovo de' circoli serali.
Al rintocco del campanello del sagrestano, alcuni onesti vecchi, alcune donnicciuole soffermavansi lungo la via, e, mettendosi dietro al sacro baldacchino, accrescevano il numero di quell'umile corteggio del Signore. Gli uomini si scoprivano il capo, le donne e i fanciulli inginocchiavansi, al passare del Sacramento, sulla porta delle case, sull'entrata delle botteghe; e a mano a mano che la pia turba veniva innanzi, vedevansi sui terrazzini, sui davanzali delle finestre d'ogni casa, a ogni piano, comparir lumi in segno d'onore e di divozione; nè finiva di passare che s'udivano le buone vicine domandar l'una all'altra dove ed a chi mai portassero in quell'ora il Signore.
La piccola processione svoltava nella strada di Quadronno. Quella via fiancheggiata da poche e malandate case qua e là sparse a gruppi, e per buon tratto listata da un fossatello d'acqua verdognola e lenta, andava grado grado rischiarandosi per la malinconica luce de' ceri e delle lanterne che circondavano il sacerdote, e che mettevano un fuggitivo bagliore sulle muraglie della via, o brillavano in mezzo all'opaco verde delle siepi, e riflettevansi via via entro al morto rigagnolo. Il prete aveva intuonate le litanie de' Santi; e ad ogni santo ch'egli invocava, la turba rispondeva con monotona e mesta voce: Prega per lui.
Nelle grandi città, sotto il maligno influsso dell'abitudine che genera tirannia di costume, indifferenza e noja, si guasta per lo più il senso dilicato del cuore; cosicchè, alla presenza delle mistiche e commoventi funzioni della Chiesa, invece di sollevarsi all'infinito, l'animo si rannicchia nella picciolezza dell'egoismo; nè comprende quanta verità e quanta bellezza vi sieno nelle più semplici e comuni solennità di una religione che benedice la culla e la fossa, e così santifica del paro la vita e la morte. Pure, quando appena si senta il mistero delle cose, non si può non esser compresi di una viva commozione a queste umili e sublimi scene che ci passano quasi ogni dì sotto gli occhi. È l'ultima visita d'un Dio al letto dell'uomo che muore. In quel punto che il passato non è se non la memoria d'un sogno, e il presente un gemito prolungato dell'umano dolore che vede la sua fine e la teme; in quel punto in cui gli uomini ci abbandonano, è il Signore che viene a visitarci; e nell'ultimo giorno di questo cammino mortale ci dona il pane della vera libertà. E l'uom del Signore s'accosta colle medesime consolazioni e promesse così al padiglione del letto reale, come al giaciglio del mendicante; con le medesime parole d'amore e di pace pone l'ostia della riconciliazione e del riscatto sulle labbra del giusto che passa nel domestico letto, e su quelle dell'assassino che sta per salire la scala del patibolo. Così la Religione dice la prima e l'ultima parola al figliuolo del dolore.
Ma già, per quella tortuosa strada, era venuto il fedele corteggio alle poche abitazioni aggruppate a mezzo del quartiere, e passando dinanzi un umile antico oratorio e l'attigua piazzetta, si fermava al limitare d'una casa più meschina, più bassa dell'altre, dalla larga tettoja che piovendo all'infuora nascondeva quasi le poche e ineguali finestre. Da' piccoli vetri cadenti d'una di quelle finestre, traspariva un lume fioco e tremolante.
Coloro che accompagnavano il Sacramento, si posero ginocchioni in fila, sotto al portone di quella cadente casa, da' due lati d'un andito oscuro; e il prete s'avanzò nel cortile, preceduto dal sagrestano e da un cherico, seguito da quattro o cinque vecchi che portavano i ceri benedetti. Salirono per una stretta ed erta scala di legno alla stanza dell'infermo.
L'uscio, che rispondeva sulla loggia, era aperto; e dalla soglia due giovinetti venivano a rincontro del ministro del Signore. Uno di que' giovinetti, il minore, piangeva forte; l'altro era smorto e ma non dava segno alcuno di dolore.
Attraversata la prima camera, il prete entrava in quella dell'infermo. Un vecchio tutto calvo, con lunga barba e mustacchi bianchi, con gli occhi fissi, incavati, con la morte già dipinta sulla faccia, levandosi da sè medesimo a sedere sul basso e scomposto lettuccio, alla vista del Sacramento, alzò la testa e le mani verso il cielo; e quasi risentendo vigorìa di giovinezza, si sostenne ritto sulla persona al cospetto del sacerdote, aperse a stento le pupille fiammeggianti ancora d'un lampo di vita, e cominciò con voce tremola ma chiara: —Sono dieci anni quest'oggi che anche lui è morto così!—Indi, fattosi lentamente il segno della croce, lasciò cader le braccia sulle coltri e la testa sul petto, chiuse gli occhi e stette immobile, senza respiro; pareva cadavere.
Il vecchio soldato di Napoleone aveva voluto vestire per l'ultima volta la sua antica assisa di velite, quell'abito di bianco panno dalle risvolte e da' paramani verdi, sotto al quale batteva lento e tranquillo ancora il suo cuore, come nei giorni della battaglia; all'occhiello dell'assisa pendeva un nastro di color verde e rancio, l'unico, il più prezioso giojello ch'egli avesse posseduto al mondo, l'insegna cavalleresca della corona di ferro. Sulla coltre, da una parte posava il crocifisso; dall'altra la spada, che da anni ed anni lasciava appesa nella corrosa e ammuffita guaina a lato del capezzale, e che venuto alla sua estrema giornata volle tenersi più vicina, come l'ultima memoria della passata vita.
Stavano alla destra del letto, inginocchiate sul nudo terreno, alcune donne. Fra loro, la moglie e la giovinetta figliuola dell'infermo; quella, abbandonata sulle ginocchia, accosciata per la stanchezza del dolore, e col volto bagnato delle lagrime scorrenti; questa, umilmente composta in atto di preghiera, accanto alla candela benedetta che ardeva da un lato, e tutta rassomigliante ad uno di que' serafini che vediamo effigiati ne' quadri dei nostri antichi pittori; bella quantunque pallidissima, spirante in ogni atto una calma rassegnata, un non so che di paradiso. E dietro alla madre e alla figlia, si tenevano rincantucciate due o tre buone femmine del vicinato, accorse per ajutarle in quel giorno della disgrazia. Dall'altra parte del letto, inginocchiavansi i due figliuoli, que' giovani che poco prima eran venuti ad incontrare il santo viatico: il minore non piangeva più, ma seguiva cogli occhi ogni moto del sacerdote; il maggiore invece non li distaccava mai dalla paterna faccia.
Il sacerdote, entrando, aveva pronunziato il saluto che il rito della Chiesa prescrive: Pace a questa casa!—Al che il sagrestano coi fedeli: E tutti coloro che vi abitano.—Poi, mentre il cherico, spiegato il candido corporale su d'una piccola tavola, accendeva due sacri ceri, il sacerdote vi posò la piscide; e facendo coll'aspersorio dell'acqua lustrale un segno di croce sul letto e sugli astanti, li benedisse colle parole del profeta:—Aspergimi coll'isopo, e sarò mondo; lavami e più che neve sarò dealbato.
Il vecchio riaperse gli occhi, ma trasognato, e come ignaro della mistica cerimonia che s'apprestava; colle dita convulse stringeva ora la spada, ora il crocifisso. Orava il sacerdote, e benedicendo un'altra volta il malato, tolse dalla piscide e sollevò in faccia a lui l'ostia divina.
Il velite si riscosse, guardò i suoi figliuoli ad uno ad uno, congiunse le mani, e mormorò quasi parlasse con sè medesimo: Era meglio vent'anni fa! Ma quando il prete, chinandosi sul letto e pronunziando le parole del mistero, gli ebbe pôrta la particola, rispose con voce forte e sicura: Così sia!—
Orò di nuovo il sacerdote; e detto agli astanti: Andiamo in pace, nel nome del Signore—ripigliò il sacro vase d'argento, poi, benedetto il morente fratello, si partì coi pochi fedeli.
E nella stanza, appena che si rimisero in via e che, nel seno della notte, allontanandosi a poco a poco, svanirono le voci della turba salmeggiante, fu una pace, un silenzio non interrotto; come se in quel letto più non giacesse un uomo all'ultima sua notte. La madre e i tre figli stavano tuttavia inginocchiati al luogo stesso; gli occhi del vecchio s'eran richiusi; ne più s'udiva che il greve e affannato suo respiro.
Passata che fu mezz'ora, l'infermo tornò a sollevarsi da sè; e facendo un piccolo cenno della destra, disse:—Damiano!
Era il nome del suo figlio maggiore. Il quale chinandosi sopra di lui, e stretta con immenso affetto la sua mano, v'impresse caldi baci, e se la mise sul cuore per riscaldarla; poichè quella mano era fredda.
—Mio Damiano, mio figlio! così il vecchio soldato, con voce piana e grave: Ho veduta mille volte la morte in faccia, ma non ho sentito mai quello che sento in quest'ora. Io non son più Vittore, non son più nulla per voi….
—Padre mio!…. lo interruppe il giovine.
—Lasciami dire! La mia strada l'ho compita; fu lunga anche troppo…. Oh! io non doveva morire così miseramente in un letto, come un vecchio che ha paura…. Quando penso che anche quell'uomo, ha finito come me!… oh! almanco, di qui a poco, Vittore potrà forse rivederlo.
Tacque un momento; e gli astanti ben comprendevano ch'egli, al suo costume, voleva parlar di Napoleone.
—Ora, tocca a te, ripigliò: tu hai ad essere il capo della famiglia, il padre di tuo fratello e di tua sorella, il compagno di tua madre. Povera donna! m'ha voluto sempre bene; e io non ho fatto nulla per essa, poco per voi. Vecchio torbido, impaziente, ostinato nelle mie idee, nelle mie inossite usanze della caserma, non ho più potuto rifarmi a' mestieri del dì d'oggi; e per questo vi lascio, poveri come v'ho messi al mondo. Ma se i preti non ci sono per niente, e s'è vero quel che vengono a dirmi, che Dio perdona a tutti, perdonerà anche a me. Ah! l'avessi lasciato anch'io a tempo il mio posto al mondo, non sentirei quello che adesso mi sta sull'anima…. Ma tu, Damiano, tu farai meglio di me.
Il giovine proruppe allora con doloroso impeto:—No, no! Il Signore è buono, il Signore avrà compassione di noi, e non vi torrà così a' vostri, alla vostra casa!
—No, è cosa finita! tornò a dire l'infermo: è meglio così, perchè ormai io v'era d'impaccio, e buono a nulla; come que' poveri diavoli de' feriti in una ritirata. Ma almeno, lo conosco, Damiano, il tuo cuore; so che cosa saresti stato in un altro tempo; in mezzo agli uomini d'adesso, si marcisce, non si vive. Ricordati di tuo padre; egli avrà forse il suo grosso conto da accomodare di là; perchè vide momenti terribili, cose che al mondo non erano mai succedute: ma se non ti lascia altro, ti lascia la sostanza del povero che camminò sempre con fronte levata, in mezzo a tutti i guai della vita; e devono valer qualche cosa, in nome di Dio! la buona coscienza, e il buon nome.
Pareva impossibile come il vecchio avesse ancora in sè stesso quella forza, con cui pronunziava queste parole. Damiano le ascoltava riverente, e pur frenavasi dal piangere; ma il suo minore fratello, che fino allora aveva pianto tacitamente, cominciò a singhiozzare; e, per soffogar quello schianto del cuore, nascose tra le mani il volto e tutto si abbandonò sul letto di suo padre. Intanto, fatta già insensibile dallo stento del vegliare, dall'angustia e dal patimento, la moglie di Vittore cadeva tramortita sul pavimento; e se la figliuola, quella creatura che pareva veramente l'angelo della pietà nella famiglia del dolore, con un vigor più grande dell'età sua, non l'avesse sollevata e posta a giacere sulla prima seggiola che le venne trovata, il suo svenimento avrebbe forse potuto raddoppiare una imminente sciagura.
L'ammalato, per buona ventura, non se ne accorse: pareva assorto in profondi pensieri; e, stese le mani, stringeva con l'una quella del suo maggior figliuolo, posando l'altra sulla bionda testa del minore. Damiano nutriva ancora in cuore un poco di speranza. Vedendo il padre rianimarsi, come per miracolo, dopo il continuo torpore di giorni e settimane, confidò che il cielo avesse a prolungare ancora per alcun tempo quella vita cara. Udendolo parlare a lungo, con insolita calma, con una dolcezza d'affetto che ben di rado gli era uscita dal cuore, credè che tutto non fosse ancora perduto, e si arrischiò di dire:—State quieto; e non vi tormentate così coi pensieri, non parlate di morire….
—E che importa, o Damiano? il vecchio riprese. Meglio oggi che domani; la vita che passò mi somiglia un giorno. Solo, ti torno a dire che sarei morto più contento, se avessi potuto darvi uno stato, a voi altri due poveretti: e quest'è la mia spina. Di te, Damiano, mi duol meno, chè, lo so bene, non avrai bisogno di nessuno; ma il povero Celso, ancora fanciullo…. I cuori timidi e semplici come il suo, son quasi sempre vittima de' furbi, o de' prepotenti. Basta, a te lo raccomando; so che vi amate, e tu penserai a lui, alla povera vostra mamma, ed alla mia Stella, che sarà il vostro angiolo custode!
Questa interna fatica dell'affetto consunse la lena dell'infermo; e lo sforzo di dire per l'ultima volta ciò che gli stava nel cuore, lo fece ricader gravemente sul letto, arrovesciata la calva testa sugli scomposti cuscini, le braccia pesanti, irrigidite, e tutta la persona abbandonata, distesa, quasi che la morte fosse già venuta. Damiano, fatto pallido come il padre suo, toccò, cercò i polsi di lui; ed eran muti. Nulla disse; un brivido gli corse per l'ossa, posò tremando la destra sul cuore paterno. Il cuore del vecchio soldato batteva ancora; caduto in un sopore tranquillo, l'ora terribile non era ancora suonata per lui.
Appunto in quella, sopraggiunse il medico; il quale, passando a caso per la via, era salito a vedere se l'ammalato da lui già dato per morto fin dalla mattina, respirasse tuttavia. Entrò con passo grave e tardo, tenendosi il cappello in testa: era uno di que' medici, che nella stanza del povero recano la schifiltosa albagìa della scienza, e il conforto, o piuttosto lo scherno, d'una sentenza dottorale, caduta loro di bocca come per caso. Diede una fredda occhiata all'infermo assopito, alla famiglia che piena d'ansietà s'era stretta d'intorno a lui; poi, accostando una candela accesa alle labbra del pover'uomo, nel veder la fiammella che agitavasi, disse:—Non la vuol finir così presto come credevo: non per niente furono le membra di quest'uomo temprate ai ghiacci della Russia. Eh via, non mettetevi a piangere voi donne, che non è tempo ancora; lasciatelo in pace, egli dorme. Ma io per me, non ho più nulla a far qui; se domandasse a bere, dategli di quella pozione di che vi lasciai la ricetta stamane: è un sedativo.—Così detto, se n'andò, non senza dare uno sguardo d'ambigua significazione alla Stella, che sollevando a lui gli occhi pieni di lagrime, pareva aspettasse dalle sue parole la grazia domandata al cielo. Quel signor dottore era uno scapolo di quarant'anni, che si teneva in pregio come buongustaio di bellezze, e non isdegnava di occhieggiare a quando a quando que' modesti fiori che l'esercizio della sua scienza severa gli faceva talvolta incontrar nel cammino.
Capitolo Secondo
Un'ora di poi, tutto era silenzio nella casa. Le donne con Celso, s'erano per un poco discostate nell'attigua camera, più squallida e nuda dell'altra, ove non si vedevano che due letti, chi sa da quanto tempo non tocchi, e alcune seggiole scompagnate. Sedettero, riguardandosi senza parlare, teso l'orecchio al più lieve movimento che si facesse nell'altra stanza; finchè, a poco a poco, la stanchezza del dolore e un sonnecchiar breve, interrotto, li apparecchiavano a sostenere il colpo pur troppo aspettato. Damiano volle rimanersi al suo posto, a veglia del padre.
Il lume della candela benedetta mandava un tremolo raggio sulla fronte del vecchio addormentato. E Damiano solo, immobile, pensava al padre, al domani, alla dolorosa battaglia della vita, alla tremenda verità della morte.—Gran Dio! diceva nel cuore, quanto è grande il carico che mi volete dare! L'anima mia si perde; ma Voi, Voi solo potete inspirarmi l'amore e la fede!
In quel momento, un colpo battuto con cautela all'uscio della casa, destò l'attenzione del giovine. Corse a veder chi fosse; e di subito rientrò pian piano nella stanza, accompagnato da un uomo, che ne veniva appoggiato a una grossa canna d'India, ed era molto innanzi nell'età. Costui, togliendosi il cappello bianco a larga tesa, s'avanzò guardingo fino al letto di Vittore; e fattosi puntello del bastone su cui intrecciò le mani rugose, stette a contemplarlo fisamente. Quel vecchio mostrava più anni che non l'uomo ch'egli vedeva morire; in altro tempo, in mezzo alle battaglie e alle vittorie, era stato il fratello d'armi di Vittore. Tanto tempo era passato; morti l'un dopo l'altro quasi tutti i loro antichi compagni, quei figliuoli delle guerre di Napoleone, i quali avevano diviso con lui la grandezza del pericolo e la grandezza del trionfo; i pochi avanzi della Russia sparsi qua e là, nelle città, nelle borgate, poveri, oscuri; languenti d'inedia o di cruccio nelle anticamere, nelle officine, nelle capanne, in mezzo ai solchi; ultimi testimonii, anzi ombre viventi di una gloria che i figli de' nostri figli forse non crederanno vera; tutto era passato per questi uomini di un'altra età. Quanti diversi pensieri, in quell'ora, vicino a quel letto di morte, agitavano l'anima di Lorenzo, l'antico granatiere della guardia reale, ch'era venuto a salutare, per l'ultima volta, il velite amico suo!
Vittore, alcun tempo di poi, riscosso dal lungo sopore, metteva un sospiro penoso; e volgendo intorno gli occhi vitrei, infossati, li fissava nel volto di quel nuovo venuto che immoto lo contemplava. E con mesto sorriso, come seguisse il filo delle memorie che avevano tessuto il suo sogno di quell'ora:—O Lorenzo, disse, che begli anni furono quelli! Ti ricordi d'Imola, delle sponde del Cenio?
—Se me ne ricordo? mi pare jeri. Fu la prima nostra campagna, da che n'andammo semplici volontarii all'armata d'Italia: disse con fuoco l'antico granatiere.
—Era nel marzo del 97. Io avevo trentacinque anni, e il mondo mi pareva tutto mio!…. lo interruppe malinconicamente l'infermo.
—Io toccava i quaranta; ma il mio cuore era giovine: riprese l'altro. Non t'è presente ancora il dì della prima battaglia, e quell'orrendo temporale che ci venne addosso la notte innanzi, là sulle rive del fiume, in faccia al nemico che ci contrastava il passo? La nostra legione vedeva il fuoco per la prima volta…. Ma non abbiam dato addietro un passo, noi…. te ne ricordi?…
—Oh sì, lo vedo ancora quel giorno; e parmi d'essere là….
—La nostra legione, in colonna serrata, ebbe ordine da quel dannato di Lahoz d'attaccare alla bajonetta le batterie papaline…. Io non so quello che fossi diventato quel giorno; ma il fuoco, il fumo, i morti non mi spaventavano più; noi corremmo addosso, come leoni, a quelle bocche d'artiglieria…. Di', non le hai ancora negli orecchi le parole scritte nell'ordine del giorno dal Grand'Uomo, quelle parole che la storia non cancellerà più?….
—Sì, sì! disse il malato: »Questa legione, e parlava di noi, che vede il fuoco per la prima volta, si è coperta di gloria….
—Essa, seguì l'amico, s'impadronì di quattordici pezzi di cannone, sotto il fuoco scagliato da tre o quattromila uomini trincierati.
Il vecchio granatiere piangeva, parlando dell'antico fatto; e il velite infermo, tornando indietro di trent'anni e più nella vita, dimenticava i suoi mali, dimenticava quell'ora che già stava sopra di lui. Allungò la destra fuor delle coltri, e con moto convulsivo sollevando la spada che posava tuttora sul letto:—Da quel giorno, disse, i nostri cuori, o Lorenzo, furono uniti, come la mia mano a questa spada. E quando dalla Romagna, la nostra legione andò a rinforzare il corpo di Guyeux, sul Tagliamento? Fu allora che noi vedemmo la prima volta Bonaparte…. Passò a cavallo, vicino alle nostre file, in mezzo a una nube nera, la spada in alto, calcato sugli occhi il cappello e i lunghi capegli sbattuti indietro dal vento…. Gridò: Avanti, e passò. Noi gli teniam dietro: una bomba scoppia a due passi da me; colto qui nel braccio da una scheggia infocata, cado per terra; e tu mi raccogli, Lorenzo; e sollevandomi di peso, vuoi ch'io non resti indietro nella vittoria. Ah! l'ho veduto anch'io quel giorno! l'ho veduta quella bandiera piantata di là dall'Isonzo!…. Posso ancora morir contento.
—E Gorizia?… ripigliò Lorenzo, animato dalle parole del vecchio commilitone, dimenticando che quella era l'ultima notte dell'amico suo. Che bujo d'inferno, quando ci mettemmo dentro al paese, al lampeggio delle archibugiate, snidando colle bajonette que' che non erano fuggiti!… E quella povera madre, con due bambini in collo, me la vedo ancora dinanzi, abbracciarmi piangendo le ginocchia, là sui barcollanti scaglioni della sua cadente catapecchia! E San Daniello?… e Osopo?… e Gemona?
—Io era alla vanguardia, seguì l'infermo, quando c'inviammo per le orride gole dell'Alpi tirolesi. Non passava quarto d'ora, che non mi trovassi la morte di faccia, ai fianchi, da ogni parte; e parecchi li ho veduti io, colti dalla palla d'un invisibile moschetto, piombar giù rotoloni ne' precipizj; e al loro grido disperato rispondere l'urlo di gioja del montanaro. Oh! lo sento ancora, quel povero Antonio, il mio fratello di latte, chiamarmi per nome nell'andar giù…. Allora, lo confesso, non potei a meno di guardarmi indietro, e rasciugarmi col rovescio della mostra una lagrima. Fu un vezzo che passò presto; e dopo una settimana, vi era usato come a un buffo di vento….
—Era proprio così. Avevamo il cuor forte, ma non cattivo; e ci credevano demonj incarnati. E la gioja di poterne risparmiar qualcuno? più di cento volte lo feci, e fui benedetto. Anche tu, mio Vittore, anche tu avesti il cuor buono e forte.
—E quel giorno che credemmo di aver tutto perduto per sempre? Lui era tornato in Francia, poi abbandonava noi Italiani, e andava a cercar fortuna in Egitto…. E noi? tornammo poveri e oscuri cittadini, peggio di prima. Ma la mala stagione durò poco….
—E venne giù dall'Alpi, come una valanga, e il 2 di giugno del nuovo secolo entrava in Milano. O campi di Montebello e di Marengo! o giorni di gloria troppo presto passati per noi!…
Così i due veterani di Napoleone, soli, in una povera stanzetta, in faccia d'un piccolo ritratto dell'Imperatore che pendeva sull'opposta parete, ritessevano in quella notte la storia famosa del guerriero, il cui nome corse, più grande di quanti furono, per tutto il mondo. E parlarono ancora d'Eylau e di Friedland, anniversario della vittoria di Marengo, di Friedland, ove sessantamila Russi furono schiacciati: e d'Ulma, e di Vagram, e d'Austerlitz, di Burgos, di Saragozza, di Tarragona, ove fu speso, ma invano per noi, tanto sangue italiano; rammentarono le nevi della Russia, e le rive della Moskowa e la terribile giornata di Malo-Jaroslawetz, poichè là era stato che que' due vecchi soldati ricevettero sul campo di battaglia la croce d'onore e il grado d'uffiziale…. Poi l'incendio del Kremlin, poi la funesta ritirata; numerarono sulle dita, l'un dopo l'altro, quegli anni dileguati come nebbia; ripeterono tanti nomi di sconosciuti eroi; ma quando menzionarono gli ultimi casi, e il Beauharnais e la resa di Mantova, e quell'ultima volta che videro il grand'uomo a Saint-Denis, allora non trovarono più parola.
E guardavansi in faccia l'un l'altro con dolore ineffabile, vivo ancora dopo tant'anni, come parlassero d'una recente sciagura. Ed essi, che forse non avevano mai pianto in vita, cominciarono a versar qualche lagrima in silenzio.
Ma il volto dell'infermo, prima coperto d'un terreo pallore, appariva acceso di una vampa febbrile; e al sollevarsi continuo delle lenzuola si vedeva quasi il violento pulsar del suo cuore. In un corpo men logoro dall'età e dai duri e lunghi travagli della povertà, quella subitana revulsione avrebbe forse potuto prolungare al buon Vittore le ore contate. Ma egli moriva di quella malattia che miete tanta gente del povero popolo, moriva di una lenta tabe, cagionata dallo stento e dalla dura lotta col bisogno quotidiano: così che le poche forze vitali che gli rimanevano, le aveva spese tutte in quell'ultimo colloquio coll'antico suo compagno d'armi.
Era già molto innanzi la notte, e Damiano, fin allora muto testimonio di quella scena, avea fatto prova più di una volta, ma invano d'interrompere le calde e commoventi parole de' due vecchi. Di nuovo s'accostò al letto paterno; e se prima, veggendo destarsi lucida e viva più che mai la memoria di suo padre, non gli era bastato l'animo di troncare il corso alla foga delle sue fantasie, ora al lampo di gioja che vide balenar nel suo volto, tornò a sperare, e con un sospiro a ringraziarne il cielo.
Ma il vecchio invece sentiva a gran passi avvicinarsi la sua fine. Attaccandosi all'amico e al figliuolo, riuscì a sollevarsi di nuovo dai guanciali; e le parole formando a fatica:—Ora, disse, posso andarmene; ho salutato l'amico, ed ho avuta una delle mie ore antiche…. Ricordati, Damiano, di tuo padre!—E altre voci rotte, che molto volevan dire, gli uscivan di bocca:—Il mio nome…. la mia spada… sangue italiano… giura, o mio figlio!
—Povero padre! Esclamò con ferma voce il giovine; so che cosa volete dire e vi giuro….
—Basta, disse Vittore. E vagando in altri pensieri:—Chi m'avesse detto, a me giacobino del novantasei, che avrei finito così!… Meglio se, vent'anni fa, m'avesse portato via una palla di cannone!… Ma vedermi il prete a fianco, i figliuoli a' piè del letto…. oh! morire così è troppo seria cosa….
—Fatti animo, Vittore, l'interruppe con una cotale bruschezza guerresca il vecchio amico; chè in letto non si muore sì presto come nella prima fila d'un battaglione. Tu sei più giovine di me, e vogliam berne insieme qualche mezzina ancora alla memoria di quel tale….
—Zitto!… riprese a stento il malato. Vieni qui, tu, Lorenzo; più vicino…. ho una preghiera a farti.—E aprendosi lo sparato della camicia, tolse fuori un sacchetto di pelle che gli pendeva sul cuore.—Tu lo conosci, Lorenzo! E devi averne al collo il compagno….
—Se lo conosco! è l'ultimo nostro tesoro; è un pugno della cenere di quella nostra vecchia bandiera della Guardia, che bruciammo a Vimercate nel 14, quando ci fu dato l'annunzio che tutto era finito…. Oh! me lo ricordo! tu fosti il primo a portare in piazza una bracciata di rami secchi e a darvi il fuoco, gridando che non avremmo restituite le nostre bandiere!…
—Sì, sì! la lascio dunque a te quest'unica memoria, che avevo pensato di portar con me; sei stato mio fratello, nè voglio andarmene senza lasciarti nulla…. oh sì! l'ultimo che sopraviva di noi dev'essere il custode di questa reliquia.—E levatosi il piccolo involto di ceneri che da diecisette anni sentiva il battito del suo cuore, lo pose nelle mani dell'amico. Poi, con voce che diventava sempre più rotta:—Bada, Damiano, che questa corona d'onore la voglio sul mio petto, anche quando sarò sotterra. Bada che non mi sia tolta quando mi metteranno via; e anche la mia spada, se lo puoi, la poni a canto a me…. son trentacinque anni che mi fa compagnia; e per voi altri, adesso, è un arnese inutile…. Zitto, zitto! non risvegliare nè la Teresa nè Celso, nè la povera Stella… è la Provvidenza che ha mandato loro un po' di sonno…. Addio Lorenzo, addio Damiano….
—Ah! no, non mi abbandonate! Il Signore abbia compassione di noi, proruppe con soffocata angoscia il giovine.
—Che ora è?… disse il vecchio, levandosi ritto a sedere per l'ultima volta.
—È passata la mezzanotte.
—Va bene, Damiano. Siamo al cinque di maggio: son dieci anni che dicono ch'egli è morto…. sono contento di far l'ultimo passo anch'io nello stesso dì! Chi sa che non lo ritrovi lassù, dov'è la giustizia, dov'è il ben di tutti!…
E ricadde, per non rialzarsi più. Cominciò a crescere l'oppressura del respiro; di lì a poco, il singhiozzo dell'agonia, l'immobilità dello sguardo, la persona agitata da tremiti violenti e continui, il gelo delle membra, il sudor della morte, annunciavano a Damiano che tutto stava per finire, che da un momento all'altro non avrebbe avuto più padre. Lorenzo, il soldato che vide le migliaja de' morti, tremava come una foglia a quell'aspetto; ma non seppe staccarsi dal fianco dell'amico; e pensò che il suo dovere gli comandava d'ajutare, di far quel poco che poteva per la superstite famiglia del suo Vittore. E vedendolo morire, giurò a sè medesimo d'adempiere quel compito sacro.
Appunto in quella, la Teresa e i figli, riscossi da un breve sopore, ricomparvero sbigottiti nella stanza del moribondo. E a lui corsero vicino, lo chiamarono a nome singhiozzando: non li udì, non li vide, non rispose più.
Ma la Teresa, in mezzo alla sua disperazione, non perdè l'animo; stringendo la mano a Celso, gli volse un'occhiata dolorosa e significante: egli ben la comprese; e staccandosi dal suo fianco, uscì di corsa a chiamare il prete.
Nell'ora che dal letto impadiglionato del ricco vicino a morte, il freddo zelo degli amici di casa rimove i più stretti congiunti, nè più vi rimane che uno sciame d'avidi servi, ad almanaccar di quanto il padrone avrà lasciato a ciascuno, agognando il momento di vederlo serrar gli occhi, per fare spazzo del poco che la previdenza degli eredi presunti dimenticò ne' cassettoni e negli armadii; nell'ora che l'uomo adulato, imbalsamato in vita dalla turba degli accorti, degli impostori e de' parassiti, vede allontanarsi dal suo letto l'un dietro all'altro, il parente ossequioso, il sollecito procuratore, l'inesorabile avvocato, il notajo inquisitore coll'estremo codicillo, le strane figure de' testimonj, e tutti, tranne l'ultimo prete a cui tocca la vece di raccomandargli l'anima a Dio; non t'incresca di fermarti ancora per poco nella stanza del povero padre di famiglia, il quale visse amato da' suoi figliuoli, e muore circondato da loro. Nessuno viene a turbarli nel compimento di quel dovere, nessuno li strappa da quella camera nuda e fredda già come un sepolcro: il pianto non è che per loro, e sarà l'unica eredità. E piangono da vero, perchè domani non avranno più chi se li tenne intorno per tanto tempo, chi spartì con loro casa, mensa e letto, chi contò per essi soltanto tutti i giorni della fortuna e della disgrazia; e dovranno andarne di qua, di là, senza fiducia di bene, senza certezza di riuscita, a guadagnarsi il pane d'ogni dì, nella bottega, nella soffitta, nel campo, o sulla via: poi, forse si troveranno ben presto un'altra famiglia d'intorno, il sangue del sangue loro; e dovran faticare, morire anch'essi, non lasciando dopo di sè altra cosa che figliuoli e povertà. Ma il Signore che disse: Beati quelli che piangono, tiene conto d'ogni sacrifizio e d'ogni patimento: nella morte almeno siam tutti fratelli; e nude l'anime, quali uscirono dalle mani del Creatore, ritorneranno a Lui.
Lo stesso prete, che al cader del giorno aveva recato alla casa di Vittore il viatico santo, ritornava nel mezzo della notte, seguito soltanto dal vecchio sagrestano e da Celso: egli portava con sè il vasetto dell'olio consacrato, per compiere su quell'uomo venuto al gran punto la mistica estrema unzione. Chi fu testimonio una volta sola di così solenne e pietoso sacramento di perdono e di riconciliazione, e non adorò il mistero che congiunge il corpo allo spirito e la vita all'immortalità?
Benedisse coll'aspersorio dell'acqua santa il letto e gli astanti all'intorno inginocchiati; poi allungando la destra sopra il morente vecchio, il prete proferiva le parole del rito:—«O Dio, Padre onnipotente! Dio d'Abramo, Dio d'Isacco, Dio di Giacobbe, che abiti nell'alto e riguardi gli umili, riguarda a codesta imposizione delle mani che facciamo sul tuo servo; e codeste mani abbiano virtù sullo spirito suo.»
E dopo ch'ebbe pregato, intinto il pollice nell'olio santo, unse in forma di croce gli occhi, gli orecchi, la bocca, le mani, e i piedi del vecchio, invocando, ad ogni volta, che la misericordia del Signore vi cancellasse la traccia del peccato, e facesse degna quell'anima cristiana dell'eterna sua destinazione.
Poi seguiva dicendo: «Riguarda, o Signore! Tu che hai pietoso affetto per la tua creatura, inchina l'orecchio alle nostre orazioni; mira placato il tuo servo che giace affaticato dalla malattia; tu lo visita nella tua salute! Non ricordarti, o Signore, dei delitti del tuo servo, e non voler fare vendetta dei peccati suoi! Salva il tuo servo, o Signore, mio Dio, il tuo servo che spera in te!»
Trascorse un'altra ora; e il sacerdote non si staccò dal letto, ma cominciò a leggere sul rituale sommessamente i salmi della penitenza e le litanie de' Santi; nel mentre che la famiglia prostrata non ardiva quasi respirare, per non turbar col pianto o col singhiozzo la presenza del ministro di Dio, in quel gran momento.
Ma ormai, veggendo che l'ultimo spazio di vita era consumato, il prete, inchinatosi sul moribondo Vittore, con voce lenta e mite continuò: «Vale in Cristo, la pace sia con te! Parti, o anima, da questo mondo, nel nome di Dio Padre onnipotente che ti ha creato, nel nome del Figlio che ha patito per te, nel nome dello Spirito Santo che in te discese; nel nome degli angioli e di tutte le anime sante care a Dio. Oggi sia nella pace il tuo luogo, e la tua casa nella celeste Gerusalemme.»
L'agonia del vecchio si faceva sempre più dolorosa; e pareva che la morte non potesse vincere un uomo indurato a tante prove. Immobile, colle braccia in croce sul petto, la fronte trasudata e grondante, le pupille sbarrate e mute nel nero cerchio delle occhiaje, contratte le labbra, le mani istecchite, livide l'unghie, e tutto della persona sfinito e perduto, quell'uomo sosteneva ancora la lotta dello spirito colla carne. Ma i momenti precipitarono: egli ebbe un altro pensiero per la terra, il supremo pensiero: girò le pupille all'angolo ove sapeva ch'erano la sua donna e la figlia sua; e in quell'ultima occhiata disse loro l'addio.
Teresa cadde svenuta, e la Stella diede un grido.
—«Accogli, o Signore, proseguiva il prete imponendo le mani sull'agonizzante, l'anima del servo tuo che dal pellegrinaggio sen viene a te; manda i tuoi angioli santi ad incontrarla, che le insegnino la via e le aprano le porte della giustizia….»
L'anima di Vittore era partita. Il ministro di Dio salmeggiò ancora per qualche tempo, e poi benedisse il cadavere. E Lorenzo, il quale, col cappello fra le mani, appoggiato alla sua canna, s'era tenuto nascosto dietro quelli della famiglia, immemore quasi del dove si fosse, si risovvenne allora che a lui toccava di far qualche cosa. Sollevò dal suolo l'una dopo l'altra, le due povere donne e sostenendole con quel poco di forza a lui rimasta, le condusse via, dicendo che la sua unica stanza era aperta per esse.
Uscirono; ma Damiano e Celso vollero rimanere in compagnia del sagrestano presso al padre loro.
La candela benedetta ardeva ancora. E ben presto, i primi albori d'una bella e serena mattina di primavera, cominciavano a rischiarare di luce rosata le finestre della casa; e il primo raggio del sole che penetrò in quella stanza di morte, venne a cadere sul letto dell'estinto soldato di Napoleone.
Era l'alba del cinque maggio.
Capitolo Terzo
Il giorno dopo la morte di Vittore, la Teresa e i figliuoli vollero, senza intender ragione, tornare alla loro casa di Quadronno; chè quasi tenevano un sacrilegio l'averla in que' momenti abbandonata. Il vecchio tenente Lorenzo li aveva fatti padroni della sua deserta stanzaccia; ma ben vedeva che vi stavano a disagio, e ch'era poi tutt'uno; poichè le due donne altra cosa non facevano che piangere e pregare; peggio poi, quando non riusciva a persuaderle che gustassero almeno qualche cucchiajata di minestra.
Quel piangere, quel biasciar rosarii, facevan perder la flemma a Lorenzo, al quale sempre andarono pel verso più i fatti che le parole: ma, buono come era, in cuor suo le compativa, e non aveva mai desiderato, quanto allora, di possedere un po' di ricchezza, per dire a' figliuoli del suo amico: Prendete, mettete la sia roba vostra. Ma non potendo far ciò che voleva, lasciò che la madre e la figlia se n'andassero, anzi le accompagnò egli stesso, alla solitaria via di Quadronno, intanto che Damiano e Celso s'eran dati attorno per quelle dolorose brighe che anche la morte del povero impone ai superstiti della famiglia, subito dopo l'ultima separazione.
La casa dove abitava la famiglia di Vittore non aveva più di cinque stanze anguste, umide, dalle soffitte basse e tarlate; due a terreno, la cucina e un camerotto, in che stavano Damiano e Celso, e tre al pian di sopra; una saletta, se così poteva chiamarsi, poi la camera dov'era morto l'antico velite, contigua a quella della Teresa, e in fondo un bugigattolo, con una finestrina quadrata, aperta a mezza via fra la parete e la tettoja, in forma di abbaìno: era là che fino allora aveva dormito sonni di pace e d'innocenza la Stella.
Quelle stanze eran povere, nude, ma pur decenti; bianche le pareti, vecchia e rada la suppellettile. Era povertà, non miseria; ma povertà non trascurata, non abbietta, anzi nascosta con molta cura da quell'ordine e da quella simmetria con che vedevansi collocati gli antichi arredi della famiglia. Il rozzo pavimento, le tavole, i due armadii, e l'unica modesta specchiera e il quadretto ov'era il ritratto di Napoleone, ogni cosa appariva linda, assettata come il primo dì ch'era venuta in casa. Ma nulla di soverchio, nulla che annunziasse pur l'ombra o la memoria d'una miglior condizione passata. Chi appena ponesse il piede in quella dimora, doveva dire: Qui stanno umili e oneste creature, degne d'una sorte migliore; è l'asilo della povertà che non conosce sè stessa.
Le donne, rientrate appena, si affaccendarono a mettere in ordine mobili e letti e l'altre cose, come se nulla fosse succeduto. Solo la stanza del vecchio soldato era vuota; e sullo sporto del camminetto in quella stanza più non si vedevano due candelieri d'argento, ultimo resto del lusso della famiglia, i quali avevano servito a pagare la spesa della modestissima esequia, e l'elemosina d'alcune messe di suffragio.
Abitavano da vent'anni in quel quartiere, che rassomigliava a tanti altri, ove dimorano tuttodì le famiglie popolane, quando guadagnansi da vivere per la via del lavoro non avvilito. Queste buone e sconosciute famiglie fanno la più gran parte della nostra popolazione; e in mezzo a loro si nascondono tante umili e vere virtù, tanti sagrificj, tante prove di coraggio, d'onore, di patimento e di grandezza! E così crescono di continuo all'industria, alle arti, al piccolo commercio, a' mestieri i più comuni e i più neccessarii tante creature che nella loro vita non vedranno forse il sole se non attraverso le grosse inferriate del fondaco, e dell'officina, o sul limitare della bottega, o dietro una finestra da' piccoli vetri verdastri; così nascono e muojono, oppressi dalla moltitudine che loro si agita d'intorno, dalla crescente tirannia del bisogno, consunti dall'impeto di tanti cari e nobili affetti soffocati nel cuore, dalla mancanza di spazio, d'aria, di cielo, mietuti innanzi tempo dalla ferrea neccessità di soffrire e tacere, uomini che potrebbero pure sollevarsi coll'anima fino alle più alte verità e spendere il sangue per il bene di tutti; solitarii, sconosciuti genii che non trovano chi stenda loro una mano, chi abbia una parola d'amore e di conforto, chi vegga nell'umiltà loro una ragione di più per venerare l'altezza dell'intelletto, chi li addirizzi a tempo sulle vie sublimi dell'arti, di cui sanno pure antiveder da sè stessi il fine unico e civile. E passano così al pari d'ombre malinconiche e perdute, senza che nessuno ripeta i loro nomi o cerchi qualche volta le poche orme che lasciarono sulla terra.
Pure, gli onesti amici del vero, che non vanno tronfii di esser filosofi e veggenti, ma rintracciano il bene e lo amano per sè stesso dovunque lo ritrovino, van nutrendo in mezzo a questa ingenua e forte generazione per tanti secoli dimenticata, il prezioso germe dei diritti e dei doveri, gli uomini d'un tempo migliore. In mezzo di loro, il poeta sorge più animoso, inspirandosi all'armonia della virtù civile e della forza morale; a loro domanda il filosofo fede, aspettazione di verità e di giustizia; poichè in ciò solo è posta la ragione di quanto fanno o piuttosto debbono fare gli uomini. Imparate dal popolo il coraggio di soffrire e di combattere senza stancarsi mai; e la virtù di risorgere, oppressi, e di non disperare, caduti. Interrogate le usanze, i costumi, le tradizioni, le credenze, i pregiudizj stessi del popolo, ed esso vi parrà sempre più grande; chiedetegli, se bisogna, i più dolorosi sagrificj, secoli interi di prova e di sciagure, e lo troverete sempre lo stesso; la sua fede nel bene non verrà meno mai.
La fraternità de' pensieri, l'esempio dell'amore e dell'amicizia, e la confortatrice parola della virtù non hanno mistero. Convien sedere presso il focolare della famiglia, entrar nella chiesa e nel cimitero in compagnia de' poveri; bisogna confondersi nel tumulto delle feste popolari, mettere i nostri fratelli a parte di quella luce di conoscenza e d'affetto che sentiamo dentro di noi; bisogna, in una parola, amare ed operare. Ma l'andar così meditando dietro ad un pensiero che cento altri ne sveglia, già troppo mi dilunga dall'umile scena del mio racconto.
La sera medesima di quel dì che la famiglia di Vittore era tornata a casa, la Teresa e i figliuoli sedevano mestamente nella stanza paterna, come in luogo sacro. Avevano pregato insieme, e scambiavano alcune meste parole, ma senza piangere: sentivano, dopo la divota comune preghiera, una calma rassegnata, una consolazione che altra cosa al mondo non può dare.
Quelle anime oneste e nuove alle dure lezioni della vita non guardavano ancora nell'avvenire. Ma Damiano ci pensava.
Damiano, divenuto oramai capo di casa, era seduto da un canto, colla testa china sulla spalliera della seggiola. Alto e snello della persona, v'era nella sua postura di quel momento un indizio di preoccupazione e d'abbandono, che non rispondeva alla vivace espressione de' suoi occhi e delle sue pallide sì ma tranquille sembianze. I capegli neri e lisci gli ombreggiavano la fronte, e sulle sue labbra, sormontate appena dal primo pelo, errava incerto e amaro quel sorriso che non sai se indichi ironia di dolore, o interna soddisfazione di poter vincere la guerra dell'animo. Egli andava vestito di nero; modesti gli abiti assai, ma li portava con non so qual naturale lindura; e il corto soprabito abbottonato fino al collo, e il fazzoletto con trascuranza annodato facevano spiccare di più il pallore dei suoi lineamenti e l'amarezza di quel suo indicibile sorriso.
Damiano aveva tocchi appena i diecinove anni: poichè era nato nell'anno della fatale spedizione della Russia, e propriamente un mese dopo partito per l'esercito il padre suo; il quale, comechè portasse di già i mustacchi bigi, aveva voluto prender moglie quando tutti i cannoni del regno, nel marzo del 1811, annunziarono che all'Imperatore era nato un erede. Ma il buon velite aveva scambiato con le dure marcie sulle nevi del settentrione la contentezza di prendersi fra le braccia, appena nato, il suo primogenito. Quel bambino, divenuto poi un fanciullo ardito, avventato, era stato la consolazione di Vittore ne' giorni tediosi, quando, mutata la scena, cominciò a rimpiangere il passato. Ora, il giovinetto non era più quello di prima: ora s'è fatto un uomo.
Quella sera egli pensava a tante cose, che per la prima volta gli apparivano chiare alla mente. Vedeva l'avvenire di sua madre, di sua sorella, del fratello minore, vedeva quelle vite a lui così care, attaccate a così lontane e dubbiose speranze! E poi, le cure divenute più che necessarie, per assottigliare di più, s'era possibile, lo spendio quotidiano della famiglia; la spina d'alcuni debiti vecchi fatti da suo padre, per provvedere alla prima educazione di lui e di Celso, ne' momenti di maggior povertà; il sacro obbligo di risparmiare, per quanto poteva, almeno per allora, la conoscenza delle angustie ond'erano minacciati d'ogni parte; e la memoria dell'illibato nome paterno; e le nascenti difficoltà di trovar subito un sostentamento della vita, senza gittarsi, come pur troppo temeva di dover fare, al primo mestiere capitato; per giunta a ciò, le ragioni da rendere alle persone del tribunale, che avevano già fatto i preliminari comandati dalla legge affine di esporre in faccia al giudice pupillare la povera condizione della famiglia; e sopra tutto, il pensiero del domani, inflessibile, oscuro che gli ripeteva: bisogna guadagnarsi il pane! questi dolori, e ben altri ancora, pesavano sull'anima di Damiano.
Sua madre, donna semplice e dabbene, che nel marito e ne' figliuoli ebbe tutto il suo mondo, che aveva amato, sperato e vissuto soltanto in loro, pareva aspettasse da Damiano quella forza che non sapeva più trovare in sè medesima. Tenendo stretta colla destra al seno la testa graziosa della Stella, la quale, seduta accanto a lei sur uno scannetto, le s'era appoggiata al grembo in atto quasi fanciullesco, la povera madre interrogava con eloquente sguardo il suo Damiano.
Ma egli, quantunque non avesse perduta neppure un'ora, e già maturasse nella mente ciò che bisognava fare, non ebbe in quel momento cuor di parlarne. Disse solamente che colui il qual nacque povero, convien faccia ogni giorno di necessità virtù: e poco di poi soggiunse, che quella materia aveva parlato lungamente col signor Lorenzo, l'unico amico che loro restava, che qualche sacrifizio conveniva pur farlo, e primo di tutti quello forse d'abbandonar la casa ove avevano vissuti tanti anni nella loro povertà abbastanza felici.
Celso e la Stella piegarono mestamente il capo; ma la Teresa che aveva avuto sotto a quel tetto i tre figli, che in quella stanza aveva veduto morire il suo protettore e amico, e che là sperava poter chiudere anch'essa gli occhi per sempre, la Teresa sentì una fitta nel cuore, e proruppe:—Oh no! Damiano, lasciami qui morire, lasciami qui morire!
Tutta sera non dissero più nulla. Ma quando si separarono per coricarsi, la madre si tenne vicina la Stella; e Damiano e il fratel suo vegliarono l'intera notte nella loro camera a terreno, cercando di dar l'uno all'altro quel coraggio che si può avere a vent'anni e quando s'è poveri.
Capitolo Quarto
Venne il signor Lorenzo la seguente mattina; nè senza perchè, come n'aveva fatto promessa a Damiano. E quando furono riuniti nella saletta superiore, lui e il giovine cominciarono a guardarsi con cert'aria significativa, come se ciascuno volesse che l'altro per il primo pigliasse la parola.
La madre, essendosi accorta alla fine di quel muto scambio d'occhiate:—Via, disse, signor Lorenzo; già so che l'è venuto il dì della disgrazia, e per me son preparata a tutto. Parli pure, dica su lei; poichè Damiano non ne ha il cuore.
Allora l'antico tenente, cercando un resto del coraggio di quel tempo che alla testa de' valorosi correva all'assalto d'una casamatta là nella Spagna, o teneva fronte all'urto d'una colonna di Cosacchi a Smolensko o a Borodino, si fregò gli occhi e disse:—Amici miei, vecchio come sono, starei più volontieri innanzi la bocca d'un cannone, collo schioppo al braccio e lo zaino ai piedi, che non qui, adesso, in faccia a voi, che siete l'anima, e il sangue del mio fratello. Ma poichè tocca a me, a me che n'ho vedute già tante, l'ajutarvi in questa trista ora, abbiate pazienza, se vi parlo senza complimenti, ma da galantuomo. Già con Damiano abbiam fatto de' discorsi, anche di troppo; è un peccato che non sia il tempo buono per lui…. Ma, tant'è! quell'uomo che teneva stretto come un balocco, tutto il mondo nel suo pugno, quello là, è caduto. E cosa potete far voi, poveri figliuoli, che non l'avete visto neppure!
—Chi ha cuore e braccio, è sempre padrone della sua parte a questo mondo: rispose con voce animosa Damiano.
—E chi ha amore per i suoi, trova sempre un po' di bene a fare: soggiunse con una ingenuità d'angiolo la Stella.
—Cari tutti e due! e avete ben ragione. In quanto a me, io l'aveva detto cento volte a quel brav'uomo che ora andò a tener compagnia ai nostri vecchi fratelli di guerra, gliel'aveva detto che pensasse a dare un mestiero a' figliuoli, un buon mestiero per cui non può mai mancar da vivere: chè, alla fin del conto, chi lavora è sempre padrone della sua fatica, come e forse più che il ricco del fatto suo; e il pane della fatica è il pane più saporito, più onorato che sia. Ma lui, non ne volle sentire: lo so bene, quella sua croce d'onore gli aveva un po' ingarbugliate le idee, e non voleva che i figli d'un cavaliere dovessero imparare a maneggiar la mestola o la pialla; lo compatisco. Ma l'ho anch'io la croce, l'ho avuta nello stesso dì che lui, e ne fo quel conto che si deve: essa è là nel fondo della mia vecchia valigia, e non la porto all'occhiello che una volta all'anno, quel giorno che sapete. Del resto poi, che cosa importa? Non voglion dir più niente adesso le decorazioni, sono un balocco di stagno dorato e niente di più: chi ci bada ormai?… Ma non è di questo che dobbiam parlare.
—Oh! signor Lorenzo, non mi tenga nell'angustia; dica pure quello che bisogna fare: soggiunse quasi piangendo la Teresa.
—Volevo dire che bisogna pensare ai fatti nostri, ripigliò. Voi siete una brava donna; ma di certe cose le donne non s'intendono nè si debbono intendere. Ora vel posso dir io, io che le ho raccolte e lette le poche carte di vostro marito, jer mattina insieme a Damiano, prima di consegnarle a quella ciera d'ospedale del signor impiegato venuto qui a frugar dappertutto, che mi faceva una stizza da non dire. Or bene, io supponeva…. io sperava che…. badate bene…. in coscienza, non avete più nulla. Già quel Vittore ha sempre avuto il suo cuor largo di soldato; ha creduto troppo alla probità degli uomini, all'onore, tutte belle cose, ma…
—Pover'uomo! disse la Teresa. Oh! se tutti fossero come lui….
—Come lui non ne troverete; ma è vero, per altro, ch'egli pensò poco al domani. Nelle sue carte che, per il meglio, ho voluto mostrare anche a un dottor di legge, mia vecchia conoscenza, abbiam trovato, in mezzo ad alcuni bollettini di guerre passate che non si vedranno mai più, certi conti, certe logore ricevute di foraggi e d'altri servigi al militare, ne' momenti che nei nostri paesi cominciò a far caldo: le son vecchie carte del 96 ch'egli ebbe dal vostro nonno, buon'anima, il quale, a quei dì, aveva anche lui terra al sole. Ed io l'ho conosciuto, sapete, vostro nonno, che potevo avere allora l'età vostra…. Ma! chi l'avrebbe detto che si doveva finir così?…
Contro il suo costume, il vecchio tenente cercava con le molte parole di far men doloroso agli amici suoi l'annunzio della povertà; e abbandonavasi così alle memorie del passato.
—Via, vada innanzi, signor Lorenzo, diceva con qualche impazienza
Damiano.
—Sì, sì! Allora, o giovine, aveva anch'io il fuoco nelle vene come voi; allora s'è fatto qualcosa… Dunque vostro padre, a quel che pare, non pensò mai a far valere quelle carte che forse gli potevan dare un migliaio di lire; adesso temo sieno buone per la pipa. E non può star che così; vorreste che costoro pagassero le spese di quegli altri?… Onde, per di qui, nulla a sperare. Qualche debituccio del resto, che salderò io; è il meno che possa fare per l'amico mio. Vi confesso che mi piange il cuore: son povero anch'io e non ci ho pensato mai; pure adesso, vedete, ne sento dolore e quasi vergogna. Oh! se avessi lo scrigno di quei musi matricolati che ho pur conosciuto e che ora non mi conoscono più, di que' volponi che gridavano più forte degli altri e fecero poi, come si dice, il san Giovanni dalle quattro faccie…. Ma io no! io e Vittore no! piuttosto mangiar pane con la muffa!… Non abbiam forse rosicchiato noi unghie di cavallo, là, in quella maledetta terra?
—La virtù costa lagrime e sangue: esclamò, come parlando fra sè,
Damiano.
—Povero padre mio! sospirava la Stella.
—Anche la vostra pensione, tornò a dire Lorenzo, anche quelle poche trecento lire all'anno, per la croce d'onore di vostro padre, son rasciutte; morto lui, non vi tocca più nulla. Che cosa fare dunque? Nessuno di voi ha pratica avviata, un'arte per le mani; voi, Teresa, e quest'angiolo della vostra tosa, lo so bene, cercaste finora di far gruzzolo col vostro lavorar di segreto; ma nell'ultima malattia di Vittore, tra medico, speziale e prete, v'han nette d'ogni cosa. Damiano sa il fatto suo e ha volontà; Celso è giovine, è un po' miserello, ma vuol studiare, e si farà; la buona gente non è tutta morta, e alcuno che vi soccorra, per Dio! lo troveremo. Ditemi un po', signora Teresa, non avete più nessun parente, nè vicino, nè lontano?
—Ho un vecchio cugino, figlio d'un fratello di mia madre, che tiene un grosso fondaco di drogherie, là dalla parte di piazza Fontana…. Ha fatto una fortuna, a quel che mi dicono, ed ha anche casa sua, qui in Milano. Non ha più moglie, ma sibbene un figliuolo.
—Benissimo! disse il vecchio soldato, se non hanno il cuore di stoppa….
—Ma sono anni e anni che non li vedo io, questi parenti. Loro son ricchi e non si sono mai dati a cercare di noi; il mio Vittore era povero, ma non usò mai piegar la testa a chi si sia, e non ha cercato di loro. Quel benedetto uomo non volle mai aver bisogno di nessuno.
—Lo dite a me? aggiunse Lorenzo. Credete non lo sappia io? E perchè restammo semplici soldati, lui ed io, fin quasi all'ultim'anno del grand'uomo? Perchè non avemmo mai bisogno di nessuno. E poi, era un tempo che il generale stringeva la mano all'ultimo soldato, come a un fratello… Ma pensiamo a voi adesso: sì, convien tentare qualche cosa presso a quel vostro parente….
—Signore Iddio! esclamò la vedova: non vorrà vedermi; se sapeste che uomo è!…
—Andremo insieme, mamma, soggiunse affettuosa la Stella; sento che avrò il cuor di parlargli io.
—Potete provare, disse Damiano; ma non basterà. Uno che per tanto tempo non volle sapere se fossimo vivi, potrà sentire a un tratto il consiglio della compassione, il bisogno di far del bene?… E poi, umiliarsi, pregare, sentirsi a dire delle parole che vi fanno guardar per terra, col rossore sul viso e pensieri d'inferno nel cuore!… Io per me…. Ma no, non date ascolto a me; noi dobbiamo fare, come tutti fanno, quando son poveri: abbassare il capo e tacere! Forse Dio ci terrà conto di questa difficile virtù!
—Non parlare così, Damiano, mio buon Damiano! lo interruppe la sorella: pensa che nostro padre ci ascolta ancora; e se tu non ne dai un po' di coraggio, che cosa faremo senza di te?
—Hai ragione, ripigliò il giovine, a cui d'improvviso balenò l'anima negli occhi. Noi staremo sempre uniti: ciascuno farà per tutti; la tua semplice e amorosa fede sarà quella che a me darà la virtù che mi manca. La risoluzione che bisogna pigliare dunque, la si pigli al più presto. Non abbiam più di che pagare la pigione di questa casa, per la quale ci voleva intera la pensione di nostro padre: cercheremo altro asilo; due camere sono bastanti per noi; la pace e la pazienza ce le faranno amare.
—Sentite, figliuoli, ripigliò, poichè stette alquanto sopra di sè, il buon tenente: se volete, possiamo far casa insieme; o venite voi a star con me o io con voi. Già sono alla stretta anch'io; fuor de la grama pensione della mia croce, e di un altro centinaio di lire che busco da un vitalizio fatto dieci anni fa, non ho niente al mondo. Io non posso lavorare, chè son troppo vecchio, ma quel ch'è mio è anche vostro.
—No, no, mai! disse con fermezza Damiano. Se verrà l'ora della necessità, voi sarete il nostro secondo padre; ma vivono tant'altri più poveri di noi; e noi, giovani e robusti, non volete che troviamo da vivere?
—Figliuolo animoso! lasciati abbracciare dal tuo vecchio amico.—Così, avvicinandosi a lui, Lorenzo lo serrò con grande affetto sul proprio cuore.
—Cercheremo casa, seguì Damiano, verso il centro della città: le pigioni sono un po' più care, è vero, ma s'è più alla portata per trovar lavoro. Io per me ho quasi compito gli studi del liceo, e alla fine dell'anno venturo, potrò mettermi a un impiego, a un'arte, a un mestiero qualunque. Intanto mi son già fatto raccomandare ad una brava persona che mi darà da fare come scritturale in un negozio. Voi vedete, signor Lorenzo, che non ho perduto tempo.
—E noi pure lavoreremo; non è vero, mamma? continuò la Stella, esprimendo col suo candido sorriso la verità che le parlava dal cuore. Io so ricamare, e quando saremo là, nella nuova casa, starò tutto il dì contenta al telajo; Damiano mi cercherà avventori, e avviato che sia il lavoro, non avremo più a domandar la carità di nessuno. A noi basta così poco….
—E io, disse alla sua volta la vedova, non conosco forse fior di persone, che ci potranno ajutare? Il signor rettore di San Celso, e il signor curato di San Calimero, per loro bontà, mi compatiscono, e si sono degnati di parlarmi le tante volte. Quelli son uomini, e hanno aderenza coi primi signori di Milano; e chi sa….
—Sì, sì, quel che volete, mamma; pure facciam di tutto per ajutarci da noi, come possiamo, che sarà ben meglio.
Così l'interruppe Damiano; il quale sapeva il debole della mamma, una gran riverenza ai preti e ai signori.
—Bravo! esclamò Lorenzo; così avrebbe parlato tuo padre.
Damiano crollò il capo; e di lì a poco, levandosi in piedi, si mosse per uscire.
—Ricordatevi sopra tutto del vostro compare, figliuoli: non è più che un vecchio ronzone condannato a tirar la barca; ma finchè avrà fiato, sarà sempre il vostro compare.
Ciò detto, il vecchio soldato si calcò il cappello sulle ciglia, prese la sua canna e borbottando fra sè, per nascondere un segreto accoramento di cui sentiva dispetto, se n'andò. Non aveva pianto l'altra volta ch'era uscito di quella casa, dopo aver veduto morire il suo ultimo fratello d'armi; ma allora, appena fu nella via, guardandosi indietro, si rasciugò gli occhi col rovescio della mano, e disse: È finita! non son più quello.—
Capitolo Quinto
Rintanato in uno studio a terreno, se ne stava il signor Domenico, antico negoziante di droghe e derrate coloniali, nell'ampio seggiolone di cuojo, appoggiate le gomita a un enorme registro impalcato sul suo scrittojo, dietro un baluardo di colli di mercanzie, di casse, di barili accatastati all'ingiro, e sepolto quasi sotto a' cumuli de' libri mastri, delle cartelle e vacchette d'ogni maniera che gli facevan muro da ogni parte.
Uno de' suoi scritturali, la penna appiccata sopra l'orecchio e gli occhiali rialzati a guisa di visiera sulla fronte, uscì del fondaco e attraversò il portichetto per annunziare al principale che due donne, l'una vecchia e l'altra giovine, le quali si dicevano sue parenti, domandavano il favore di parlargli.
—Chi sono? chiese il negoziante, senza levar gli occhi dal registro. E quando ne intese il nome:—Non ho parenti di questo nome, brontolò; non mi seccate.
—Pure…. arrischiò lo scrivano.
—Non mi seccate, ripetè lo stizzoso vecchio.
Ma in quella, venute innanzi le due donne, s'udì la voce della signora Teresa:—Scusi, signor Domenico, scusi un poco, se mi fo cuore di venire così; ma spero che tra parenti….
—Chi è?… disse il negoziante; e il capo ricoperto d'uno spelato berretto di felpa verde sporse fuor dalla trincea de' suoi libri mastri.
—Sono io, sono la Teresa, moglie del cavalier Vittore…. Non si ricorda, signor Domenico? siamo cugini: la mia povera mamma era sorella del suo signor padre.
—Um!… grugnì il vecchio.
La Teresa sentiva stringersi il cuore; e la Stella non aveva quasi osato levar gli occhi, poichè l'accoglienza di quell'uomo, che mettevasi, quasi che lei e sua madre non fossero là, a brontolar co' suoi fattorini, i quali andavano e venivano; e più di tutto una specie di rantolo continuo con cui ajutava lo stentato e rabbioso suo respirare, le facevano ribrezzo, anzi paura.
Nondimeno, quand'egli, veggendo che non volevano andarsene così subito, si volse loro a domandar brusco che cosa avessero a dirgli, le due donne si fecero più vicine; e un po' l'una, un po' l'altra, seppero trovar la via di raccontargli la loro disgrazia, e di ripetergli che avevano pensato di ricorrere a lui, come al solo parente che avessero. Una volta in cammino, la Teresa non finì di dire così presto; parlò del suo Vittore, morto da un mese; dell'ultima penosa malattia di lui, per cui s'eran consunti i loro risparmi; della necessità in cui si trovavano di cercar lavoro per vivere, e della risoluzione di lasciar la casa di Quadronno, la cui pigione era soverchia per loro, e di venirne invece a stare in quella parte della città, se loro venisse fatto di avere, con una scarsa pigione, nel contorno, un paio di camere al terzo o al quarto piano. E conchiuse:—Signor Domenico, siamo figliuoli di fratello e sorella; ci ajuti lei dove può; o ci dica almeno che cosa dobbiamo fare?
—Eh! eh! eh! rispose con una secca tosserella il negoziante, senza punto scomporsi: Saremo cugini, come vuol lei, ma posso dire che non ci siamo mai conosciuti; certo è un vent'anni buoni che non ho avuto l'onore di vedere il suo signor cavaliere, che…. a quel che m'è stato detto…. io non so niente…. fu sempre una testa matta e pericolosa. Dunque, che cosa mai vuole ch'io faccia?…
E seguitando lentamente ad ansare, diceva che la loro parentela era di quelle che non portano con sè alcun dovere; che moltissimo gl'incresceva la condizione della famiglia, e che sentiva tutta la volontà di far qualche cosa per loro, se lo avesse potuto. E qui, pensato un poco e tentennato il capo, soggiungeva com'egli pure avesse un figliuolo al quale, volendo dargli un nome e uno stato, doveva buttar dietro tesori; come si trovasse in un mar d'impicci e dovesse pensare a' casi suoi; nè lasciava di dir loro che, per altro, avevano fatto egregiamente a non parlar di lui coi signori del tribunale, come dell'unico parente che avessero, poichè egli non si sarebbe indotto mai ad esser nè tutore nè contutore, nè altro, in riguardo a loro. E quasi ciò non bastasse, continuò che il commercio è un abisso, sull'orlo del quale non bisogna camminare con gli occhi chiusi; egli poi, quantunque dicessero le male lingue il contrario, era un pover uomo; in quel momento più che mai si trovava imbarcato in rischiose mercantili spedizioni; i fallimenti fioccavano da tutte le parti; nella mattina appunto eragli venuto avviso di quello d'un suo corrispondente di Marsiglia; e da tutto ciò conchiudeva di non poter propriamente fare per loro quello che avrebbe voluto.
Ben si può imaginare come stillassero queste fredde e avare parole del vecchio nel cuor della Teresa e della Stella. Nondimeno, la vedova, quando non continuasse un pezzo ancora con quel su e giù di ma, di che, di siccome, che a lei serravano il cuore, a lui la strozza, s'affrettò a cucir insieme qualche scusa, e a dire che non bramava altro se non d'essere indirizzata a qualche onesta persona della vicinanza, che loro potesse appigionare a buon mercato quelle poche stanze di cui s'erano già messe alla ricerca. Allora il vecchio parente, veggendo come gli fosse dato trarsi d'impaccio con poco, fece un mar di promesse: avrebbe domandato, detto, parlato e che so io. Poi si pentì, entrandogli il pensiero non avessero con quel pretesto a tornare; ond'è che di tal modo conchiuse:—Aspettino: ho appunto il caso loro. Conosco il signor Pietro, subaffittuale di parecchie case nel contorno; le mando a lui, e son persuaso che si accomoderanno. Ehi, signor Dazio?…
Lo scritturale che si era lasciato veder poco prima, colla penna appiccata all'orecchio e gli occhiali sulle gobbe della fronte, tornò a far capolino dall'uscio dello studio.
—Ehi! conducete questa signora, dissegli il principale, dal signor Pietro, a nome mio, e ditegli che faccia per lei quello che può. Del resto, mi dispiace proprio, signora Teresa (e si tolse dal cucuzzolo pelato il pelato berretto) ma è inutile che si dia l'incomodo di tornar qui; i miei negozj mi tengono dì e notte occupato, e non ho tempo nè denari da buttar via, io; sono un pover'uomo io…. Servitore umilissimo.
La madre e la figliuola se n'andarono senza proferir parola, più malinconiche assai che non fossero venute. E sendo già in via, non lasciarono di visitar le povere stanze che il signor Pietro in persona, quando seppe ch'erano una raccomandazione del ricco droghiere, volle loro far vedere, magnificandole come una reggia. La mattina seguente vi tornò la vedova con Damiano; le due camere al quarto piano eran vuote; e il padrone della casa in via di Quadronno, benchè fosse di poco passata la Pasqua, lasciava più che volentieri i suoi affittuali in libertà d'andarsene, comechè il pensiero di perder la mezza pigione, non ancora pagata, gli facesse gelare il sangue.
Ben presto dunque s'acconciarono col nuovo locatore, il quale, a mero riguardo del signor Domenico, si tenne contento, per il fitto, di cencinquanta lire all'anno. Col ricavo della suppellettile di sopravanzo venduta a un arcigno rigattiere, il quale teneva bottega sul terraggio di San Celso, pagarono il semestre anticipato, e pochi dì appresso, la povera e onesta famiglia dell'antico velite s'era così allocata nella sua novella abitazione. Assai triste, la Teresa e la figliuola abbandonarono la solitaria casa, dove avevano passato tanti anni che lor parevano in quel momento anche troppo felici; dove lasciavano tante piccole memorie, tante speranze ancor vive. Le donne semplici e casalinghe, come la Teresa, attaccano, direi quasi, una parte della lor vita alle care pareti, alle note finestre, a quegli arredi che mai non mutaron luogo, che furono testimonio de' loro giorni oscuri ed ugnali; altrove, non trovano più l'aria che prima respiravano, nè quel sole, nè quell'angolo del cielo che conoscevano, che amavano tanto.
Le due stanze erano al più alto piano d'un lungo casamento che guarda sulla piazza Fontana, e dove cento famiglie del popolo, le quali vanno, vengono, e s'alternano di continuo a brevi spazii di tempo, nascondono la povertà e la fatica, il bisogno e il vizio. Nessuno aveva posto mente a' nuovi vicini di casa; e intanto le due donne, con quel naturale senso d'ordine e d'economia, che alle anime contente del poco tempera il patimento nei giorni stessi dell'avversità e dona non so quale altezza nella mala fortuna, trovarono il segreto di dare all'angusto loro quartiere un aspetto di grata mondezza e semplicità. E l'una e l'altra delle stanze avevano un uscio e una finestrina inferriata che davan sul lungo ballatojo esterno, dalla parte d'un cortilaccio; dall'altro lato, in ciascuna stanza, una finestra più grande, mal difesa da imposte vetriate, s'apriva sulla pubblica via. Nella prima, più angusta, non si vedevano che due letti, uno a rincontro dell'altro, ne' due angoli a manca dell'entrata; là stavano Damiano e suo fratello. La seconda stanza, un poco più capace, aveva nel fondo un'alcova, e di fronte a questa un cammino sporgente collo stretto e alto focolare, come tutti i cammini de' poveri. Sotto la finestra, verso il cortile, era un fornellino; accanto all'altra, che guardava la via, si vedevano sempre al luogo stesso, un tavolino e il telajo di Stella, ben forniti di biancherie diverse e di lavori d'ago o di spola: in quel cantuccio madre e figlia passavano l'intera giornata. Nell'alcova era collocato il letto della Teresa; quello di Stella, più piccolo e basso, nell'altro cantuccio, dietro una bianca tendina di percallo a drappelloni che, durante il giorno, lo copriva alla vista di chi venisse.
Non era passato che poco più d'un mese; ma in quel breve correr di giorni, le due donne, senza perder tempo, procacciatasi la clientela d'una buona mercantessa di mode della vicina piazza del Duomo, e sperando che questa n'avesse a tirar con sè qualche altra, vedevano di poter vivere senza stancare la carità altrui. Così, a poco a poco, si misero animose a quell'assidua e non conosciuta fatica delle povere madri e figliuole del popolo, la quale sostenta a un tempo e miete le vite di tante creature, che passano senza domandar ragione del loro destino.
Capitolo Sesto
Damiano che, non tocchi ancora i vent'anni, la bell'età del coraggio e della speranza, si sentiva già padrone del proprio cuore, e guardava con occhio serio e mesto la vita, aveva anch'esso obbedito con gioja alle ultime raccomandazioni del padre. Amava tanto sua madre e sua sorella, che la voce dell'amore era per lui la voce del dovere.
Ma sebbene, nell'ardita confidenza d'un'anima piena di pensieri e tuttora inesperta, egli avesse giurato in cuor suo di riuscire ben presto a qualche cosa, per sè e per i suoi; nondimeno, le incertezze del suo stato, le prime angustie sopravvenute, le stesse speranze che, disegnandosi a poco a poco quali sono veramente, e facendosi più vive e più necessarie, stancano e logorano anche gli anni d'una pensosa giovinezza; infine quel dover ricominciare ogni dì una nascosta battaglia con sè medesimo e con le cose che lo circondavano, e sentirsi cader le braccia, e trovarsi sempre al principio della via; tutto ciò aveva desto in lui il primo tormento del dubbio, una precoce malinconia che facevagli troppo spesso presagire il male, cercar la solitudine e provare il bisogno delle gravi meditazioni: per soffocare così quel germe dell'ira che gli rampollava già nell'intimo del cuore, per tenere da forte la sua promessa, senza maledir gli uomini e la vita.
Egli aveva da natura sortito una bell'anima, una mente libera e franca. Fin da fanciullo, nudrito delle forti e franche parole paterne, cominciò ad amare quanto di bello e di grande gli sfavillava all'intelletto o al cuore. I semplici e maravigliosi racconti del padre e del signor Lorenzo, suo compare, quegli eroici fatti in cui i due vecchi soldati avevano avuta non l'ultima parte; quelle storie di pericoli, di battaglie, di trionfi, quel rapido mutarsi di genti e di cose, al quale non poteva tener dietro la sua tenera immaginativa, gli suscitavano prima di tutto pensieri di grandezza, di gloria, d'onore; e s'era figurato che l'uomo, se lo vuole, è sempre l'arbitro del proprio avvenire. Abbandonavasi alla spensierata fiducia dell'adolescente; il quale desidera, folleggia e sogna, trovandosi come nel mezzo di lieto giardino, dove fanno capo tutti i sentieri della vita; e non sa per quale mettersi, chè tutti del pari gli sembran facili e brevi; ma crede che per qualunque s'avvii, toccherà ben presto un alto e onorato fine.
È vero ch'egli era stato, per pochi anni un fanciullo. A dodici anni, non più audace e avventato come prima, s'avvezzò a pensare che cosa avrebbe fatto quando fosse divenuto uomo; e cominciò a mostrar nell'indole e nel costume una intempestiva serietà, un modesto riserbo, che rado s'incontrano in chi fin da principio non si senta capace di qualcosa di bene. A quella età, come volle il padre, andò alle scuole pubbliche del ginnasio; e in mezzo alle numerose, irrequiete bande degli scolari s'era messo in pensiero d'indovinare in piccolo quel che sia, press'a poco, il mondo veduto in grande. Fra il sommesso cinguettìo nelle panche della scuola e l'insolente rombazzo che si menava ne' cortili all'ora del riposo, seppe di per sè discernere le piccole gare, le amicizie, i rancori; trovò anime tranquille, solitarie, e cuori già pieni di malevolenza e di fiele; vide gl'intrighi de' mediocri, la sfacciatezza de' cattivi, tutti i buoni e i mali affetti che già si urtano e si rimescolano fra loro. E si diede a pensare che tale doveva essere il mondo, ove si fanno continua guerra l'amore e l'odio, la virtù e il vizio.
Così, a quel tempo, ebbe pochi amici anche tra i compagni della scuola; ma con que' pochi s'era legato di fraterno amore: e nell'ore che gli avanzavano libere, massime le domeniche e i giovedì, soleva raccogliersi coll'uno o coll'altro, rifacendo gli studj in comune, leggendo insieme, e con gran gioja, i pochi libri che potevan trovare; ricopiando o mettendo a memoria le più belle pagine de' nostri poeti che loro cadevano fra mano, e de' quali, senza ch'altri ne li facesse accorti, sentivano il misterioso incanto. Allora esultavano, piangevano, parlavano a lungo insieme i poveri e buoni giovinetti; le loro candide e serene fantasie aprivano il volo nel paradiso della poesia; e il divino aspetto della bellezza rifletteva anche in essi il suo raggio creatore. Essi non sapevano allora; ma, pur troppo, l'avvenire non doveva avere per loro, come non ha per nessuno, de' momenti più sublimi, delle inspirazioni più care di quelle!
Fu appunto allora che Damiano prese a voler bene, sopra tutti i compagni, a un giovinetto di poco maggiore di lui, figliuolo d'un pittore; e ben sovente, appena il potesse, passava di lunghe ore in casa di quest'amico suo. Il pittore, di cui parlo, abitava, come tant'altra brava gente, a un quinto piano; non era un genio, ma conosceva l'arte sua; le aveva posto amore, nè mai s'era indotto, appunto per l'amore che le portava, a farne vile mercato. Per ciò era povero.
Nello studio dell'onesto e ignoto artista, il giovin Damiano sentì in quel tempo un forte turbamento, soave insieme e penoso, inesprimibile, non provato mai; era quell'incerto desiderio di bellezza e di virtù che aveva circondato fino allora gli anni suoi e che cominciava a prendere sembianza e parola. Non sapeva staccarsi dal cavalletto del suo buono amico, il signor Costanzo, che così chiamavasi il pittore; e mentre questi, silenzioso, stava dipingendo una testa della Madonna per qualche chiesa di campagna, ovvero uno di que' ritratti dei defunti benefattori dell'Ospedal Maggiore, che fanno l'aspettativa de' nostri umili artisti, il giovinetto gli si teneva a' fianchi, riguardandolo; e quando gli chiedeva il segreto di rimpastare i colori sulla tavolozza; e quando, trafugata una listerella di matita e un frammento di cartone, cheto cheto rincantucciavasi dietro il cavalletto, per ritrarre a suo modo alcuno di quei busti di gesso tolti dall'antico che fregiavano qua e colà le pareti dello studio. E il pittore lo lasciava fare. Venutigli però sott'occhio quegl'ingenui abbozzi, primi tentativi della mano fanciullesca, maravigliava scoprendo da certa nettezza de' tratti, da certa armonia de' contorni, la naturale inclinazione del giovine all'arte sublime, figlia prediletta del cielo italiano.
Pertanto, innamorato com'era di quest'arte, il pittore prese ad iniziar Damiano nel disegno. Era una festa per il giovinetto alunno l'accorrere sempre a lui nell'ore libere, e studiarsi di rispondere alle cure del brav'uomo: il quale, in breve, si addiede che in quel tenero cuore era già viva la favilla animatrice del genio. Ma, avvilito dall'oscurità sua, abbandonato nella sua soffitta, e di continuo alle prese col bisogno, il pittore provò insieme a codesta gioja un dolore, uno sconforto; e pensando a quell'anima verginale che voleva anch'essa innalzarsi nel cielo della creazione, tornava sul proprio passato. Meditata la propria sorte, temè che, addirizzando il giovinetto su quel cammino non avrebbe forse fatto che un infelice di più. Pure, alcun tempo di poi, stimò bene di conferirne col padre di Damiano; se non che al vecchio Vittore la proposta del brav'uomo di avviare nella pittura il figliuolo sembrò una mattezza: egli viveva persuaso che il regno delle scienze e delle arti era finito, se non da per tutto, qui da noi, con Napoleone. E pensando meglio per il figliuol suo che diventasse ragioniere, sensale, agente di cambio o qualcosa di somigliante, anzichè povero sapiente, od oscuro artista, non volle acconsentire che entrasse alle scuole dell'Accademia; risoluto invece che, finito lo studio del liceo come tutti gli altri, si dovesse mettere per altra via più battuta e piana, non volle sentir altro discorso di pittura nè di poesia.
Nondimeno, continuò Damiano in segreto a visitar la soffitta del suo maestro e amico. Quel primo amor dell'arte crebbe in lui ogni dì, e divenne a poco a poco il suo sospiro, il suo segreto. Vegliava le notti, disegnando al lume d'una lucernetta; o s'alzava coll'alba, per consacrar le prime ore del giorno alla sua misteriosa fatica, dando viva forma a' sogni dell'anima giovanile, dimenticando in quell'ore ogni altra cosa. Ma sopravenne una improvvisa sciagura che ruppe la sua prima affezione; una di quelle sciagure che lasciano nella vita d'un giovine tale impronta che spesso non si cancella più. La morte venne a rapirgli il suo unico e fedele compagno, il figliuolo del pittore Costanzo. Questo caso lo gittò in una profonda tristezza; e parecchi mesi passarono, senza che più pensasse ad appartarsi nella sua terrena cameretta per disegnare e schizzar sugli sparsi foglietti, come soleva, aeree figure e fantastici gruppi; o per rileggere qualche pagina di Virgilio o di Dante, dell'Ariosto o del Tasso, ch'eran tutta la sua biblioteca.
Nel suo dolore, quasi che l'anima gli si fosse oscurata per sempre, aveva fatto il voto di sagrificare al perduto compagno il più caro sogno de' pensieri. Non disegnava più, e ben di rado lasciavasi vedere in casa del vecchio pittore; il quale dal canto suo era inconsolabile d'aver perduto non uno, ma due figliuoli in una volta. In quell'intervallo, rinacque ardente in Damiano il desiderio degli studj i più severi. Fu l'anno prima che seguisse la morte del suo povero padre, quando cominciò a frequentare il liceo pubblico; e la nuova parola della scienza l'aveva riscosso profondamente. Studiò assiduo per molti mesi, non senza grave timore ne' suoi che potesse cadere ammalato. Egli credeva e amava, aveva cominciato a vagheggiar la verità sotto le splendide forme del bello; e ben presto s'avvide che la sua mente non era fatta per tener dietro al volo della scienza; e si sentì svilito, spaventato quasi dall'immenso mistero dell'umanità e dell'universo a cui per la prima volta affacciavasi. Si trovò come perduto in una landa nebbiosa, interminata, ove facesse cammino senza sapere se il sole gli fosse dinanzi, o dietro le spalle. Ma quantunque così giovine, così inesperto ancora, la vita gli parve ben più difficile che dapprincipio non avesse creduto.
Egli vide intorno a sè moltissimi a lui pari d'età, compagni di patria e di studii, che avrebbe voluto salutare, amare, più che condiscepoli, fratelli; alcuni d'illustre casato, molti agiati o ricchi abbastanza per non temer del futuro; la più gran parte di condizione eguale o poco migliore della sua; moltissimi non curanti o fastiditi; indifferenti e scapati gli altri; pochi volonterosi di cercar nello insegnamento del passato un tesoro di virtù per l'avvenire, d'apparecchiar la mente e la coscienza alla dura prova della vita, di poter dire con giustizia a' loro padri, alle madri, ai fratelli, quando tornassero in mezzo di essi: Anch'io sono un uomo, e son qui con voi e per voi! Que' giovani di cui Damiano domandava l'amicizia, o cercava qualche volta la compagnia, lo guardavano appena, pigliavansi giuoco di lui, delle sue pedantesche riflessioni, della sua malinconia; ridevano della sua povertà. Lasciavano che solo si dilungasse lungo il muro della via con qualche libro sotto il braccio, mentr'essi, zufolando un'arietta, n'andavano a gironi col cigarro in bocca e il cappello di traverso, ovvero fermavansi all'entrata del botteghino di caffè a ciarlar delle prime loro conquiste, della ballerina, della piccola crestaja, o della saltatrice de' cavalli. E Damiano camminava verso casa sua, a capo chino e col cuor ferito; gli fuggivano dal pensiero i poetici sogni dell'arte che ancora amava in segreto, e diceva: Non sarò mai nulla!… Alla svolta della via di Quadronno, tornavangli in cuore padre, madre e sorella; ma non gli tornava il coraggio. Pensava al poco che sapea della vita; e ogni suo pensiero incerto e torbido pareva domandargli il perchè fosse nato, qual fosse la invisibile catena che l'univa alla famiglia, agli uomini del suo paese, agli uomini di tutto il mondo; ma invano cercava che cosa rispondere. Tutto ciò che gli era stato insegnato gli aveva piena la mente d'aride o slegate cognizioni; già il suo cuore spontaneo, ardente, era divenuto sospettoso e freddo; parevagli quasi che tutto d'intorno a lui cominciasse a sfasciarsi, a cadere; la filosofia, la storia, cose morte; la virtù, non altro che una dolorosa necessità d'aver pace con sè medesimo.
Così, nella prima giovinezza, Damiano aveva anch'egli sentito, e senza quasi saperlo, l'influsso della funesta malattia del secolo, il tormento del dubbio. E per questo, nell'ora più difficile del viver suo, in quella notte che passò presso al letto di morte di suo padre, la sua fronte s'era curvata sotto il peso d'amarissimi pensieri, e l'animo suo fu prostrato dall'idea che la famiglia ormai non aveva altro conforto e ajuto che lui solo; lui, che non trovava nè conforto ne ajuto per sè.
Ma nel momento solenne della disgrazia, quando appunto l'anime tetre par che trovino una voluttà nel disperare e maledire, le anime semplici, sentono invece rinascere le pure e grandi forze della vita. Il cuore di Damiano fu agitato dal profondo; una virtù nuova, l'energia del vero dolore, gli diè come un'altra vita. Egli ebbe in quell'ora, per così dire, la rivelazione, la coscienza di sè. Tanto è vero che, nelle maggiori necessità, l'uomo sente la pienezza della propria vita, e, direi quasi, l'orgoglio del dolore.
Renduti al padre gli ultimi ufficj d'amore sulla terra, detto addio alle giovenili fantasie, e rivolto uno sguardo pacato al futuro, Damiano aveva veduta chiara, a sè dinanzi, la ragione del suo dovere; allora conobbe che cosa gli restasse a fare, e seppe la propria sorte. L'insofferenza di sè, l'incertezza d'una vocazione, la noja della fatica che avvelena le dolcezze dello studio e turba i nostri anni migliori, anche lo sdegno dell'opinione e dei fatti altrui, tutte le tempeste d'un cuor giovine e piagato, furono sopite in lui da quel giorno. Il sentimento dell'impotenza, il rossore e la cupa rassegnazione della povertà avevano ceduto il luogo a forti, leali affetti; l'avvenire gli prometteva consolazioni e premio; ed egli ricominciò con gioja a vivere. Il dolore del padre perduto durò nel cuor suo; ed egli tenne quasi un sacro tesoro; fu quel dolore utile e giusto che insegna, non a disperare, ma a combattere. Da quell'ora, gli rinacque l'amor dell'arte nella quale aveva fatto i primi passi; da quell'ora tornò agli studii prediletti, ai cari volumi che gli avevano insegnato l'eterna bellezza del pensiero; e disse a sè medesimo:—Il poco che potrò fare, non deve andar perduto; consacrerò la mia fatica a coloro che d'altro non ponno vivere che dell'amor mio; e il loro amore e la coscienza d'averlo meritato mi compenseranno!
Con questa libera e forte persuasione, egli aveva continuato di buon cuore a frequentar le scuole dei liceo, affinchè non gli venisse a mancare, al caso, quel primo scalino a qualche oscuro e poco ambito impiego. Intanto, ritornava, sempre più spesso, alla casa del suo vecchio amico, il pittore Costanzo; il quale, benevolo e generoso nella sua oscurità più che tant'altri in mezzo alla superba fortuna, si profferse volentieri di ravviarlo nella pittura, come meglio avrebbe saputo. Damiano vedeva l'incertezza della riuscita, e pur non sapeva rinunziare a quella cara tentazione.—Finirò questi due anni di studio, diceva fra sè, e poi… O l'arte ch'io amo, o qualunque altro più umile mestiero, a cui mi metterò con coraggio, mi darà pane. E chi sa che la vita non possa ancora esser lieta e bella, per me e per questi cari che fan viaggio con me sulla terra! Penso infine che tanti sono più disgraziati di noi, e pur vivono e debbono vivere…. E poi, siamo in un tempo che anche il povero ha una voce grande e forte, una voce che comincia a farsi sentire per tutto. Si può dir quanto si vuole—finiva—ma la giustizia è una, e quel ch'è vero è vero!
Il nostro Damiano la pensava così. E già da qualche mesi, da che la famiglia stava nel nuovo quartiere, continuava con alacre animo quella vita tutta di studio e di lavoro. Già dal principio, il suo vecchio compare, il signor Lorenzo, che non s'era dimenticato di lui, datosi attorno, aveva potuto non inutilmente raccomandarlo a un mercante di pannine della Pescheria Vecchia; uomo dabbene, che assentì a prenderlo presso di sè come scritturale, per mettergli in netto i libri di negozio e tenergli il carteggio. Questa briga, un poco tediosa, costava a Damiano tre ore ogni sera; ma gli profittava dugent'ottanta lire l'anno, che per lui, nella presente strettezza, non eran poche: bastavano per la pigione di casa, e gliene avanzavano per la misurata spesa del suo vestire, ch'era umile sì, ma decente e ben fatto alla persona; onde l'aspetto suo aveva non so che di simpatico e di gentile.
Tornato a casa la sera, egli soleva leggere o scrivere per sè, fino a notte ben tarda; poi, dormito un sonno di poche ore, levavasi col mattino, per correre allo studio del pittore Costanzo; il quale l'amava ogni giorno di più, dandogli anche tutto quell'affetto che già portava al figliuolo a lui tolto dal cielo. Di là, al batter dell'ora, s'affrettava di correr al liceo per non mancare alle lezioni; nè curando più la sbrigliata scolaresca si teneva in disparte, tutto raccolto in sè, e volonteroso di penetrare i segreti della scienza, che la monotona voce del professore non riusciva a spiegargli. Dipoi, non vedeva l'ora d'essere a casa; e arrivato al suo quarto piano, un bacio alla madre, il sorriso, il saluto della Stella, la quale, smettendo dal cucir di bianco o dal ricamare al telajo, ajutava la madre nell'ammannire la scarsa minestra e qualche avanzo di carne lessa, che neppur sempre compariva sul povero desco; e più di tutto, l'aspetto di quella pace casalinga, di quella rassegnazione nella disgrazia; e poter riposare gli occhi in volti conosciuti e cari; e dall'un canto il suo pulito letto rifatto, e il tavolino col picciol mucchio de' suoi libri, e l'aperta finestra che lasciava entrare il bel sole del mezzogiorno, gli racconsolavano il cuore, gli rallegravano la mente con idee conciliatrici d'amore e di virtù; e si sentiva più forte e migliore.
Le due donne stavano sempre in casa, lavoravano sino a notte, e di solito non vedevano anima viva. Unica loro compagnia era l'antico tenente, che lasciavasi vedere due o tre volte la settimana, e godeva nelle lunghe sere raccontar le cose de' tempi suoi alla Stella o al giovinetto Celso. Poichè, quantunque avesse una predilezione per Damiano, il buon soldato voleva bene anche all'altro suo figlioccio; anzi andava da un pezzo ruminando che mai se ne sarebbe potuto fare, senza trovar cosa che gli piacesse. Ma la madre ci pensava più di lui; ed una sera, fra le altre, in uno di que' lunghi silenzii che sembrano mettere, fra poche persone raccolte, un'aria di mestizia e quasi di sospetto, la buona vedova si fe' coraggio, ed uscì a dire:—Non sa, signor Lorenzo? Il mio Celso vuol proprio andare a prete; è una vocazione che ha da un pezzo; e per me la tengo una vera grazia del Signore!
Strabiliò il vecchio cisalpino; fece una smorfia, come per mandar giù una bestemmia che gli era venuta sulla lingua, e guardò in faccia il figliuolo. Il quale arrossì, chinò timidamente il capo e non seppe dir nulla.
Damiano, quella sera, non era ancora tornato a casa, di modo che il discorso cadde. Ma prima d'andarsene, il signor Lorenzo, volgendosi a salutare la vedova, le aveva detto un po' brusco:—In quanto al vostro figliuolo, se vuol proprio fare il prete, che lo faccia; può ben essere un prete galantuomo. Ma per me, non mi cercate nè pareri, nè altro; lasciatemi pur fuori da questa faccenda, chè non c'entro io.—E si partì, senza aspettar Damiano, come di solito faceva.
Celso aveva allora diecisette anni; ma essendo stato da piccino gracile e infermiccio, era cresciuto meschino di membra, sicchè ne mostrava quindici appena. Venne al mondo in un anno di tristezza e di sventura per la Teresa, e del quale tanto lei che Vittore non parlavano che colle lagrime agli occhi; nell'anno che vide la rovina di Napoleone, e il rimpasto del passato. Vittore si teneva caro Damiano, il suo primogenito, sopra gli altri due; e soleva dire che quello era nato almeno nel suo miglior tempo, quando c'era ancora un'Italia. La buona Teresa in vece non poteva di queste ragioni far misura al suo affetto; e compensava anzi il suo secondo figliuolo, quel poverino travagliato e gramo, con più viva sollecitudine, con quella specie d'amorosa gelosia, onde non son commosse che le viscere d'una madre.
A dieci anni, il fanciullo infermò di lenta febbre; e inchiodato nel suo letto, per molti mesi tra la vita e la morte, non aveva avuto altro medico, altro angiolo salvatore che l'amor di sua madre. La semplice e pia donna, in mezzo all'angoscia, vedendo languire limato dalla consunzione quel suo caro, come povera pianticella a cui manchi il succo della vita e la luce del sole, non dubitò di far nel suo cuore un voto, che se dal Signore le fosse restituito il figliuolo, avrebbe fatto quant'era possibile per consacrarlo al suo santo servigio. Poteva essere un voto temerario, un voto inutile; ma in vece parve un'inspirazione di lassù. Poichè il fanciullo, riavutosi quasi miracolosamente, dimostrò col crescer dell'età un'indole quieta, composta a religiosi pensieri; e da sè, senza che ne lo consigliasse la madre, correva di nascosto quasi ogni dì alla chiesa del santo di cui portava il nome; amava poi, sopra ogni cosa, le belle funzioni delle domeniche e delle solenni feste della Madonna; ed era ritirato, studioso, esemplare, tanto che la sua timidità e il suo silenzio avevan fatto più d'una volta perder la flemma al vecchio Vittore, che non gli pareva di vedere in lui un suo figliuolo. Il giovinetto non aveva osato aprirsi con alcuno de' suoi; ma ben lo seppe indovinare la madre: quantunque, timida com'era anche lei, n'esultasse e tremasse ad un tempo. Cosicchè, finch'ebbe vivo il marito, temendo il rifiuto o il dispetto di lui, che aveva messo sopra i figliuoli tutt'altre intenzioni, non trovò mai un po' di coraggio per parlargli della vocazione di Celso.
Morto il vecchio soldato, la vedova s'era consigliata col proprio confessore, e gli aveva condotto il figliuolo, che finalmente disse la propria volontà di vestir l'abito chericale; aggiungendo che, al letto di morte di suo padre, gli era sembrato d'udire un'altra volta la voce del cielo che lo chiamava. La mamma Teresa ne pianse di contentezza, ringraziando Dio che le mandasse quella consolazione; e il prete, vedendo le buone disposizioni del giovinetto, trovò savio e giusto che si avesse a pensare, senza por tempo in mezzo, al suo avvenire; di più, promise di raccomandarlo affinchè ottenesse presto qualche piccolo beneficio, con cui, avute prima le superiori licenze, continuar gli studii ed entrar nel seminario senz'altri sagrifizii della famiglia. La stessa mattina la madre aveva parlato della cosa con Damiano; il quale, sebben vedesse più volentieri che il fratello per alcun tempo maturasse una deliberazione così grave, pure non seppe contraddire all'ardente voto di lui e a quello più ardente della madre; e anzi profferse i suoi tenui risparmi, fatti in que' pochi mesi, per le prime spese che fossero necessarie. Ed avevano anche posta qualche speranza nel compare Lorenzo; ma udite le brusche parole di lui, appena venne a sapere che al suo figlioccio volevan mettere il collar da prete, non entrarono più in tale argomento.
Capitolo settimo.
—L'Illustrissimo è alzato?
—Non si sa.
—Sarà visibile stamattina l'Illustrissimo?
—Non si sa.
—Il capo credenziere domanda a che ora si ha da tener pronta la colezione dell'Illustrissimo?
—Non si sa.
Nella lunga e tetra galleria d'un palazzo che portava un nome antico quasi come quello del nostro antico Milano, così domandava, con umiltà spagnolesca, un servitore in livrea gallonata su tutte le costure; e così a lui rispondeva, con serietà spartana, un cameriere vestito di nero, passeggiando su e giù col sussiego d'un ministro.
Il servitore s'inchinò, e senza risicare una sillaba di più, ripassò il vestibolo che precedeva la galleria e rientrò nella vasta anticamera; dove forse una diecina d'altri servitori stavano qua e là sparsi; quale sdrajato e dormiglioso già di mezza mattina, sopra una delle stemmate cassapanche; quale camminando innanzi e indietro per lo stanzone, colle mani sotto le falde delle livrea; altri discorrendola con burbanza fra di loro, come avvocati in conferenza, o lasciando a ogni poco scappar di bocca grasse risa e parolacce; alcuni poi aggruppati presso il loggiato del cortile, giuocando a tavola sopra un bisunto scacchiere; nè mancava quello che, togliendosi fuori l'una dopo l'altra dalle tasche della giubba non so che fette di prosciutto, sbocconcellava sbadatamente in disparte.
La campana maggiore del Duomo, a cui facevano eco tutte l'altre di Milano, annunziava il mezzogiorno; e l'Illustrissimo, usurpata un'ora al sonno, però che quella era mattina di ricevimento, rimosse la cortina azzurra del suo letto; e sporgendo una mano dal capezzale, tirò il cordone di seta.
Un omicciattolo corputo, tarchiato, volgare all'aspetto e al portamento, entrò subito nella camera del suo signore. Era il suo cameriere, e più che servo, consigliero e amico; il solo della casa che avesse licenza di penetrare negl'intimi appartamenti del padrone; e sapeva tenerlo codesto suo privilegio: era, se volete, il Mefistofele dell'Illustrissimo.
Appena entrato, costui aperse con cautela la finestra, socchiudendo però le gelosie, e calando le tende di seta, perchè la luce troppo viva non ferisse gli occhi del padrone; poi s'avvicinò al letto; e senza dir motto, versata da un nero fiaschetto in una tazza dal labbro dorato non so che mistura biancastra, la porse al suo signore. Levatosi a sedere, torcendo la bocca e il naso, egli la trangugiò; e borbottava al servo:—Quando finirà, briccone, questa tua maledetta bottiglia?
—L'aveva detto io, rispose colui a mezza voce, con uno sghigno che il rese più brutto; l'aveva detto che certe cose costan care a lor signori, come a noi poveri diavoli, eh! eh!
—Pazienza! disse il signore, ma guai a te, se questa sciatica non finisce presto!
Il servo rise ancora d'un riso più strano, ma non rispose altro. Ponendo appiè del padiglione su d'una seggiola a bracciuoli, le vesti del padrone in una cesta coperta di broccato, gli diè braccio a scendere del letto, lo ajutò a sedere, a vestirsi di sotto, a calzar le trapunte pianelle; poi, indossata che gli ebbe una morbida veste da camera, corse ad aprire la porta; e l'Illustrissimo trascinossi nel gabinetto vicino.
Quel gabinetto, adorno di specchi, di dorature, di bronzi scolpiti, di candelabri e di mille novità della moda, racchiudeva quanto il lusso, il comodo e l'eleganza ponno desiderare. Sulla pettiniera rivestita d'una copertina di merletto antico, una miriade di vaselli, tazze, boccette di cristallo, d'argento e d'oro, con essenze e manteche portentose; ne usciva una nube imbalsamata, da disgradarne il chiosco d'un sultano del Misore; dinanzi alla tonda specchiera, un seggiolone coperto di velluto cremisino; e accanto a quello, in atto rispettoso, con un rocchetto spiegato, il parrucchiere dell'Illustrissimo.
Il quale s'abbandonò sul seggiolone; e confidando la testa alle mani dell'esperto acconciatore, si voltò al cameriere, e:—Son di là? dimandò.
—Chi, Illustrissimo?
—Quelli che ci debbono essere.—
E fatto un cenno colla mano, volle dire che li facesse passare.
Intanto che vengon costoro, e che il degenere successore di Figaro sta architettando la bigia chioma del vecchio patrizio, con cauto riserbo solleviamo una parte del velo che copre questo gran personaggio.
Quantunque egli avesse già da lunga stagione cancellato dalla memoria in qual anno del passato secolo fosse venuto a consolar le genealogiche speranze della famiglia, nondimeno portava scritta nel volto la cifra dell'età sua; e al primo vederlo avresti detto: E' non aspetta più i suoi sessantaquattro. Alto della persona, lento e superbo lo sguardo, ed in una cotale incerta severità di lineamenti spirante l'indole vera della sua gentilesca prosapia, un misto d'antica bontà lombarda e d'albagia spagnuola. Portava un gran nome, anzi parecchi, un più dell'altro grande e illustre; poichè la ricchezza e lo splendore di due o tre famiglie feudali, andavano a finire in lui. Signore d'interi villaggi, di boschi e latifondi, non sapeva nemmeno le sue rendite; ma un'amministrazione formata d'un procuratore generale, di due ingegneri, di tre o quattro ragionieri e scritturali, tutti provvisti di pingue assegnamento le governava: per tal modo le ricchezze della casa, se (come succede) non ingrandivano, non venivan meno. Bisogna dire però che l'oro nelle sue casse non ammuffava; poichè i nobili appartamenti, le coppie de' cavalli forestieri, i sontuosi pranzi d'ogni settimana, e poi cuochi, credenzieri, camerieri, cocchieri, palafrenieri, e tutto l'altro sciame della livrea, tenevano in onore un'opulenza quasi proverbiale. Molte vedove d'antichi servitori di quella gran casata vivevano delle pensioni a loro fatte: ogni anno, a giorni dati, si distribuivano, per ordine dell'Illustrissimo, piccole doti a povere zitelle, per le quali era, nel resto dell'anno, un correre, un affaccendarsi e brigare di nonne, di zie, di madri e figliuole, con una litania di miserie. Aveva poi riservato per sè il diritto di conferire certi benefizii ecclesiastici, d'antico patronato della famiglia, coi quali intanto si procacciava una piccola corte di curati, canonici e coadiutori, pronti a contrastarsi con ira tremenda, per qualcuno dei loro protetti, il più magro benefiziuolo che uscisse vacante. Nè mancava chi a tempo sapesse levare a cielo la munificenza, la pietà illuminata di quel gran signore che non intralasciava il costume degli antenati, ristorando a tutto spendio qualche vecchio altare, qualche cadente oratorio di campagna, per mettervi poi in fronte lo scudo della famiglia inquartato di stemmi di tutti i colori, come un gherone della guarnaccia di Arlecchino, con una bella inscrizione in latino, del secol d'oro, della quale i posteri, inarcando le ciglia, dio sa che cosa diranno.
Con tutto ciò, quel gran personaggio, sebben potente per nome e ricchezza, non aveva mai voluto immischiarsi nella pubbliche faccende; e se in altro tempo ci fu tirato, come si suol dire, pei capegli, fece vedere di non voler saperne punto nè poco. Coll'orgoglio della nascita, aveva ereditato dai magnanimi lombi degli avi quella specie di egoismo feudale di lasciar che il mondo cammini a sua posta, purchè non abbia a tirare in compromesso lo splendor della casa e la rotondità de' suoi tenimenti: era peccato insomma che fosse nato al tempo nostro, anzichè al secolo di Filippo II, o di Filippo IV. Finchè durarono i privilegi, i fedecommessi e le altre prerogative, aveva menato intorno corteggio come di principe; poi, in mezzo alle convulsioni politiche del paese, in quella guerra di venti anni la quale mutò la faccia dell'Europa, visse di lunghi mesi in uno de' suoi castelli, lontano più che potè dal tuonar de' cannoni; si ristrinse nel cerchio della vita privata, obbedì mano mano all'opinione trionfante, pagò censi, tributi, gravezze, e si tenne così fedele amico al potere. Marchesi, conti e baroni, qualunque avesse titolo, autorità, era in casa sua il benvenuto; non già ch'egli avesse bisogno di loro, o ne cercasse l'amicizia a lui bastava che ancora il suo nome avesse un eco in mezzo al proprio ceto; che il fasto de' suoi appartamenti, che l'oro e i cristalli de' suoi conviti abbarbagliassero coloro che si movevano, per dir così, nella sua sfera, come satelliti d'un pianeta. Con tutto questo, uomo degnevole, quantunque freddo e altero alla sembianza, amico della mensa squisita e delle belle donne; perocchè molta briga non s'era pigliata mai della nobilissima dama compagna, alla quale quarant'anni prima aveva dato il nome, in ricambio della splendida dote che giovò in quel tempo a ristorare la breccia fatta dal 96 nella sua ricchezza.
Questa dama viveva ancora, e nello stesso palazzo aveva appartamento separato da quello del marito, non per altra ragione che per consuetudine principesca; aveva pure il suo corteo di consiglieri e parassiti. Marito e moglie si contraccambiavano cordiali proteste; l'uno faceva all'altra una quotidiana visita di cerimonia; nè l'Illustrissimo aveva mai mancato, in certe solennità di pranzi e di conversazioni, di quel rispetto, di quelle onoranze che la reciproca dignità esigeva. Nondimeno, la dama s'era permessa, più d'una volta, nel solito circolo serale, di dir sogghignando ad alcuno degli amici che il signor consorte non aveva smorzato ancora tutti i capricci di gioventù; soggiungendo poi seriamente che pur troppo la nobiltà andava perdendo di giorno in giorno importanza e decoro; e che si perdevano insieme l'ordine e la gerarchia della società. E i fortunati ammessi alla patetica partita de' tarocchi, nella solenne ora del tè, strozzavansi in gola le risa e le facevano eco.
Già la mano del parrucchiere, con tutte le delicatezze dovute all'alta sua pratica, aveva raso il mento e rimesso in onore il zazzeruto occípite dell'Illustrissimo, quando il fido cameriere rientrò nel gabinetto, seguìto da diverse persone. Buon per lui che non tardasse un minuto di più, perocchè vide venir la tempesta in una occhiata obliqua lanciatagli dal padrone: abbenchè il ferro del parrucchiere gli tenesse tuttavia imprigionate le bigie ciocche della zazzera, l'inquieto signore non lo lasciò mancar del fatto suo, buttandogli in viso un:—Infame!
Il cameriere, aveva alla prima indovinato che la non era una buona mattina; però si tenne cheto, guardandosi dal far le scuse; e lasciò che i venuti si facessero al cospetto del padrone, ciascuno alla sua volta.
Senza volgere il capo al primo che s'avanzò, una figura lunga, nera, sbiadita la faccia e pelata la nuca, con gli occhiali d'argento sul naso aguzzo e col mento incastonato nella bianca cravatta:—Segretario: disse l'Illustrissimo. E colui, inchinatosi, non ardiva levar su il capo e le schiene dalla curva presa.
—Risponderete subito, seguiva il signore, alle tre lettere venute ieri di Parigi, di Roma e di Modena, che a ciascun corrispondente si pagheranno mille lire anticipate, sopra i soliti banchieri della casa; ne manderete l'avviso e preparerete le cambiali; queste le firmerò io, quelle voi. Sopra tutto, non dimenticate di domandar ragguagli dell'andamento delle cose nostre; ma, come di solito, che il mio nome non sia pronunziato. Son cose da farsi, nel mio posto; ma non c'è bisogno che tutti le sappiano. Avete capito?… Risponderete poi alla lettera della contessa mia sorella, che non posso assolutamente accettare l'incarico da lei offertomi, quantunque onorevolissimo e pio… notate bene, onorevolissimo e pio. È vero che di codeste sue cariche poco m'importa; ma bisogna dir così, perchè anche lei è una potenza, un Richelieu in cuffia di merletti e in sottana di raso. Avete dunque capito, segretario?
—Illustrissimo, è come fosse fatto.—E s'incurvò di nuovo, fino a toccar col naso il fascicolo delle carte che teneva in mano.
—Passiamo a cose più importanti, più solide. E, senza volgersi:—A voi, maggiordomo.
—Ma… ma… se vossignoria permette, arrischiò il segretario, coll'abituale suo inchino: vorrei dire che oggi sarebbe… mi pare… il dì fissato da vossignoria, per il conferimento delle due doti disponibili da un pezzo, e anche di quel benefizio vacante, del quale il reverendo subeconomo…. mi pare…. ebbe a farle parola.
—Non rompetemi il capo con affari; c'è forse necessità che voi?….
—Non io… non io…. ma la bontà, il cuore di vossignoria che, trattandosi di far del bene, non tarda mai un'ora….
—Ma senza bisogno dei vostri consigli; mi capite?
Queste parole e il tuono con che furon dette avrebbero in altro momento gelata ogni risposta sulle labbra dell'umile segretario; ma bisogna dire che un gran motivo lo stringesse, se tenne fermo e facendo un'altra riverenza, aggiunse:—Quando non sia troppo ardire il mio, vorrei chiedere…. mi pare… che una persona, la quale gode il favore dell'illustrissima padrona…. il padre Apollinare, mi pare…. dovrebbe aver raccomandato a vossignoria un giovane chierico, di famiglia onesta, bisognosa.
—Ora capisco, avete anche voi le vostre premure, signor segretario: ve l'ho pur detto che non vi prendiate di siffatti impegni, se…. se vi piace l'aria di casa mia.
—Mille perdoni, Illustrissimo, ho fallato!… ma fu perchè….
—Ma, ma, ma…. non voglio nè i vostri ma, nè i vostri perchè; le buone ragioni le so io; conosco come siete fatti voi tutti…. o qualche regalo, o qualc'altro interesse…. carità pelosa!
—Oh! prendo il cielo in testimonio….
—Lasciate in pace il cielo!
—Un'altra volta, Illustrissimo, mille e mille perdoni: volevo dir soltanto che la povera madre di quel giovine domanda un minuto d'udienza…. e le sue carte sono qui, in mia mano.
—Eh! che aspetti alla buon'ora! che gente! rubarmi tutto il dì! E voi, ci voleva tanto a spiegarvi? Via, datemi queste carte, e vediamo di che si tratta.
Pigliò le carte, ma senza pur gittarvi un'occhiata, senza aprirle, le mise giù sul tavolino, e voltosi al segretario:—Sapete voi qualche cosa di questa gente?
—Buona gente, Illustrissimo, buona e povera gente; una madre piena d'anni….
—E di catarro: non voglio vederla.
—Tre figliuoli; due maschi….
—Son pochi.
—E una fanciulla….
—Bella?
—Oh! oh! Illustrissimo…. io non so niente.
—Via, via, che lo sapete; l'ho ben capita io! bravo, segretario! non portate gli occhiali per niente. Ora veggo la raccomandazione, eh! eh! se l'ho detto subito, carità pelosa!
Il povero segretario pativa il martirio. La prima volta forse che voleva fare un po' di bene al prossimo, si trovava spacciato, come il topo negli artigli d'un vecchio leone. La famiglia di cui s'era arrischiato a parlare, era (come ben sa il lettore) quella della vedova Teresa: ella stessa se ne stava allora aspettando, giù nello stanzino del portinaio del palazzo, se venisse il buon punto di presentarsi a quel signore. Il vecchio cugino di lei, il negoziante di droghe da noi un poco conosciuto, si era indotto, per la gran ragione che non vedeva di dover metter fuori del suo, a raccomandar l'abatino al segretario che l'onorava della sua amicizia, essendo egli il droghiere della casa; ed il segretario aveva promesso, per uno speciale riguardo al signor Domenico. Se poi, nel promettere, avesse dato un pensiero a certi anniversarii pacchetti di cioccolatte tutto caracca che gli accompagnavano l'augurio del buon Natale, non saprei dire. Ma intanto la Teresa aveva potuto consegnare in proprie mani del signor segretario le carte del suo Celso; ed ella stessa, come dicemmo, aspettava col batticuore, aspettava sperando in un ministeriale Vedremo, di quel suo insperato protettore. Così stava la cosa; ed ecco perchè il poveraccio s'intese dal labbro del padrone accusar di carità pelosa.
A quelle parole, accompagnate da una risata sonora dell'Illustrissimo, il segretario indietreggiò; e il giallore del suo viso, dal mento scorcio fino alla calva nuca, divenne un rosso di fuoco; chinò il capo per nascondersi, balbettò qualche scusa che finì in un sibilo strano; ed ecclissandosi dietro al corpulento maggiordomo che in quella avanzavasi, imboccò la porta e disparve.
Così bisogna dir pur troppo che quasi sempre la fortuna o la disgrazia di chi ha bisogno d'altrui pende da un filo; è l'effetto del capriccio, del buono o malumore del momento, d'una parola, d'un'occhiata, d'uno sbadiglio. La conversazione fra il gran signore e il segretario, dal bel principio, aveva preso la mala piega; e di tal maniera, senza colpa di nessuno, il benefizio sospirato dalla povera donna per il suo figliuolo, era già ito in fumo.
Capitolo Ottavo
—A voi, maggiordomo: che novità?—Così l'Illustrissimo: e intanto il parrucchiere, dati gli ultimi tocchi all'edifizio della sua capigliatura, vi faceva cader sopra un nembo di polvere cipria, per velare il bigio di quella zazzera famosa: era codesta una sua vecchia consuetudine aristocratica, un ultimo tributo al costume de' suoi nonni. Le sue prime conquiste in amore egli le aveva fatte coll'incipriato tuppè; e forse, nella virtù del suo tuppè, sperava di vincere ancora.
—Illustrissimo: il maggiordomo rispose; aspetto gli ordini….
—La colezione, al solito, dopo la messa, nel salotto d'udienza: intanto riceverò qualcuno fino alle tre.
—Benissimo. E il pranzo?….
—Al solito: oggi è sabbato; avete ordinato?
—Sì, Illustrissimo, per i soliti invitati del sabbato; dodici coperti…
—È uno de' miei giorni di penitenza; ma che cosa fare? se non si mette insieme una dozzina di costoro, vi gridan la croce addosso. Per altro, un sistema ci vuole, e ciascuno cerca i pari suoi; ond'è che mi par benissimo pensato di tener la domenica per le persone di riguardo, e il martedì e il sabbato per l'altra gente. Io per me, dico il vero, non ho pregiudizj di ceto; anzi mi compiaccio di veder questi buoni diavoli farsi una festa di quella grazia di Dio che toccano due volte la settimana; e so mettermi alla loro portata, senza però darmi troppo fastidio. Via dunque, chi avremo oggi?
—Vossignoria lo sa: il dottor Durante: il signor Pino, ingegnere della casa; l'avvocato Natali, i due signori canonici, il signor coadiutore della parrocchia.
—Questi tre li digerisco, per riguardo a mia moglie. Poi?
—Poi il ragioniere Capra, il signor segretario, e il curato delle Cascine Nuove, venuto a Milano stamattina e invitato per ordine dell'illustrissima signora padrona. Anzi, egli aspetta il favore di riverire vossignoria.
—Già, lui! è un livello perpetuo. Mi par di vederlo colla coda dell'occhio spiare obliquamente il giro de' piatti, finchè non si fermino alla sua sinistra. Ah! ah! e un buon uomo, lo compatisco; egli porta con sè la memoria de' miei pranzi nella solitudine della sua cucina, e ne parla pur un mese colla serva, ah! ah!….
—Eh! eh! eh!—fece eco, con un cotal riso di rispetto, il maggiordomo.
—Via, delle scempiate d'oggi mi compenserò domani; chè almeno avrem commensali degni del pranzo. I biglietti d'invito li avete mandati tutti?
—Tutti, Illustrissimo.
—Non ebbi la risposta del conte Ippolito, e di sua moglie, nè quella del marchesino Alfonso…. A proposito, l'ho fatta di conio: che dirà la bella contessa, trovandosi col suo nuovo adoratore? Eh! via, in cuore mi ringrazierà, la gentile donnina; ed io pregherò il marchesino di servirla del braccio; è un fior di donna ancora la contessa!… somiglia un pochino a quell'antica mia…. a quella Rosalbina; ten ricordi, Rosso?
Questi commenti che l'Illustrissimo un po' faceva tra sè a mezza bocca, un po' indirizzava al fedel servitore, che Rosso appunto aveva nome, eran bevuti come oracoli dal parrucchiere e dai domestici. Il dì appresso, la novella degli amori del marchesino con la bella contessa doveva far le spese della conversazione nelle anticamere e nel tinello.
—E chi altro avremo? seguitò il signore; ricapitoliamo, maggiordomo.
—Quel signor principe russo, arrivato martedì, il quale passò un'ora fa, e lasciò i biglietti di visita per vossignoria….
—Bene.
—Il signor cavaliere Lavinio….
—Mi garba poco, ma compie il numero, L'abate Apollinare, e quel signor visconte francese….
—Egregiamente. Pensate a tutto e fatevi onore.
—Non dubiti; arrivarono per l'appunto stamattina due casse di bottiglie di Sauterne, due di Bordeaux, una d'Iohannisberg, due di Champagne, una di….
—Sì, non mi rompete il timpano; tocca a voi a pensarci; e a suo tempo darete le polizze all'amministrazione di casa.
Il maggiordomo s'abbottonò l'abito di fino panno color marrone, si rassettò la cravatta di raso a rabeschi che non bastava a tenergli in sesto il soggiogo del mento, e fregandosi le mani con un'involontaria compiacenza, dati due passi a ritroso, n'andò pe' fatti suoi.
Ma già l'acconciatura dell'Illustrissimo era compiuta; e il parrucchiere, il quale, diversamente da' suoi confratelli d'un secolo addietro, non aveva osato entrare nel discorso, accontentandosi al più d'accompagnarne le frasi con qualche oh! ah! eh! ovvero con mezzi sogghigni d'approvazione, raccolse gli strumenti dell'arte, li ripose nella toeletta, e strisciando una riverenza partì.
Due altri stavano nel fondo del gabinetto in rispettosa e muta attenzione. Era uno il cappellano della casa, pretazzuolo di mezzana statura, aspro e cachetico all'aspetto, magro e angoloso della persona; il suo volto col tarlo del vaiuolo pareva indizio del tarlo del malumore che dentro il rodeva. Egli tentennavasi sugli smilzi stinchi, fra cui dondolava la negra veste talare; teneva in mano il largo cappello a tre punte, e sotto l'ascella un volume del Breviario. Vedendolo agitar le labbra, si sarebbe potuto dire che andasse masticando i salmi dell'uffizio; ma invece biascicava il suo cruccio pensando all'indiscrezione di sua signoria che lo faceva tardare a dir la messa quotidiana fino a un'ora dopo mezzodì; e si torceva le nocchiute dita, e grattava la fodera del cappello, sentendosi lo stomaco ne' talloni.
Bisogna credere che l'Illustrissimo ne avesse alla fine pietà, poichè andandogli incontro e stendendogli con gran degnazione la mano:—Don Aquilino, scusi un po', se lo feci aspettar questa piccola mezz'ora; vada pure in sagrestia; e tu, Rosso, fa che si avvisi mia moglie. Una parola, don Aquilino. Tenga queste carte (e gliele pose fra mano) sono di certa donna venuta per il benefizio: finita che sia la messa, la si pigli lei l'incomodo di mandarla via con qualche buona parola; io ho tanto a fare! le dica che questa volta non posso dispor niente, che il benefizio è già impegnato per un altro…. Capperi, lei lo sa, il figliuolo d'uno de' miei fattori, ch'entra in sacris quest'anno…. Insomma, ci pensi lei, ne parli con mia moglie, colla contessa mia sorella; è pasta per loro. Vada pure innanzi; io vengo fra cinque minuti. Oggi poi, mi farà l'onore di sedere a tavola con me, don Aquilino.
Il pretazzuolo a cui tenzonavano in cuore il dispetto da una parte, dall'altra la paura di spiacere all'Illustrissimo, non seppe dir altro che un sospiroso—Obbedirò. E stava per uscire, quando il Rosso gli si fece accosto, per soffiargli nell'orecchio queste agre parole, che furono per lui come una stilettata:—Caro don Aquilino, non faccia il dispettoso; abbia giudizio! c'è un tal abate Pasquale che invidia il suo posto; è un bel boccone, e vale una prebenda.
Il prete lo guardò in cagnesco, con un'occhiata di fuoco; ma si tacque, e rivoltosi a fare un ultimo inchino all'Illustrissimo, uscì fuori di là.
Intanto l'Illustrissimo s'era fatto vicino all'altra persona che stava indifferente là, appoggiata ad uno stipite della porta. Costui, al vestire, all'impassibile serietà lo avresti detto un procuratore, un avvocato, un medico, ma era tutt'altro. Pareva come straniero a quanto succedeva, comechè non avesse perduto una parola di ciò che si era detto; e compassionando padroni e servi che gli somigliavan fantoccioni, andava fra sè dicendo ch'era lui che li faceva ballar sulle dita dal primo all'ultimo. Era uno di quegli uomini venuti non si sa donde, ma che da per tutto si trovano, consumati nell'esperienza, non per aver osservato il mondo con senso di bene, ma perchè fecero d'ogni erba fascio; un di coloro i quali sanno diventar necessarii ai grandi e ai piccoli; riescono a tutto coll'arte del non parere; parlan poco e molto fanno, con volto di bronzo, e cuor di macigno; la vita loro è un problema, e il lor mestiero non ha nome. E ciò basti di lui, per ora, giacchè avrem modo anche troppo presto di far conoscenza più stretta con tal uomo. L'Illustrissimo, per certo, se'l teneva grandemente caro; nel passargli vicino gli battè d'una mano amica sulla spalla, e:—Proprio voi, vi aspetto di là fra poco, intanto che farò colezione; ho cosa d'importanza a dirvi, signor Omobono.
Il signor Omobono, che così appunto egli era stato mal battezzato, chinò leggermente la testa; poi, tranquillamente rimettendosi il cappello, uscì per la porta opposta a quella per dove n'andarono gli altri.
Intanto la vedova di Vittore, su d'una panca nello stanzone del portinaio di quel gran palazzo, con quanta angustia un cuor materno può avere, aspettava, sperava, temeva da due lunghissime ore. Chiusa nel suo nero scialle di grossa lana, col velo sugli occhi e gli occhi a terra, la povera donna tremava, e si sentiva un freddo per le ossa, come nel fitto dell'inverno, benchè si fosse ancora al principio di settembre. Le avevano detto tanto della generosità di quel signore, che parevale impossibile avesse a mancarle una qualche provvidenza; richiamava in mente, pesava le buone parole avute da quei che s'eran degnati di raccomandarla; poi, ripensando i giorni della disgrazia, tornando coll'animo al prediletto figliuolo, si sentiva come perduta; e in segreto raccomandavasi all'Avvocata di coloro che piangono; e credeva giustizia che la sua speranza dovesse compirsi. A quando a quando, il vecchio portinaio le dirizzava qualche indiscreta domanda, oppure magnificava con goffe baje la ricchezza e il potere de' suoi padroni. La gente della casa ed altri capitati per faccende, entravano e uscivano, nè v'era chi ponesse mente alla vedova; la quale, stimandosi dimenticata, e pure non osando farsi innanzi da sè, spiava il passaggio del signor segretario, nelle cui mani stavano le carte provanti la povertà sua. Ma, non vedendolo più, si sentiva quasi morire.
Passata un'altra ora, il cappellano frettoloso attraversò l'andito, e ficcando il capo dentro la porta invetriata:—Dov'è, disse, con voce stridula, la donna che portò queste carte a sua signoria?
—Son io! rispose la vedova; e mosse verso di lui, respirando appena.
—Bene, disse don Aquilino, allungando il collo, senza movere un passo di più; non possiam far nulla per questa volta; siamo in altri impegni. Bisogna che vostro figlio abbia la pazienza di aspettare, come aspettano tanti.
—Oh mio Dio! proruppe la Teresa.
—Eh! la mia donna, non c'è che dire; vi siete male indirizzata; se aveste parlato con me, forse la cosa non sarebbe andata così…. benedetta gente! Ma io non ho tempo da perdere; tenete le vostre carte. E se ne andò difilato verso l'antico caffè del Gnocchi, dove il chiamava la fame prepotente a prendere il solito cioccolatte e a legger le novità del mondo politico sulla gazzetta del dì passato.
Alla povera vedova fu forza di tornarsi a sedere; e non ebbe parola a dire. Solo, quando intese il portinaio che così pigliava a confortarla, con serietà solenne:—Non ci pensate voi; sua signoria vede e provvede; e a suo tempo, il benefizio verrà!—essa trovò il cuore di levarsi e d'uscir di quel palazzo, dove sentiva di non poter piangere quanto n'aveva bisogno.
Celso rimase mortificato di vedere uscita a vuoto la sua prima speranza; ma Damiano, che solo non volendo contraddire a sua madre, l'aveva lasciata darsi attorno per arrivare all'anticamera di un signore, Damiano, a dir vero, non n'ebbe soverchio dispiacere. Celso aveva gittato le braccia al collo di lei, dicendole con voce commossa:
—Pazienza, mamma: il Signore non vuol farmi ancora questa grazia; ma studierò tanto e tanto, finchè venga il momento di poter vedere compita la mia vocazione.
Ma non era passata più di una settimana, quando il caso, o piuttosto qualche misterioso potere che con mano invisibile trova il filo di tante cose sconosciute ed oscure, venne a mutare in viva gioia lo sconforto della Teresa e del suo beniamino.
Stava un giorno la povera famiglia insieme raccolta dopo l'ora del desinare, allorchè udì battere all'uscio del ballatoio, e una voce ignota domandar licenza di venire innanzi. Era un prete alto della persona, pallido in viso, di modi lenti e severi; gli occhi, i passi, il gesto e le prime parole che disse annunziavano un misto di circospezione e bontà; non pronunziò il proprio nome, ma soggiunse che veniva da parte di monsignor arciprete della parrocchia e che veniva per bene. La Teresa si sentiva tutta confusa di quest'onore; e incominciò in cuore a ringraziar la Provvidenza. Quel prete aveva un accento forestiero; e Damiano, per quanto ne studiasse gli atti, le domande e le gravi riflessioni, non riusciva a immaginare il fine per cui venisse. Solo notò che il prete, ad ora ad ora, lasciava fuggir qualche rapida e furtiva occhiata sopra di lui, quasi che avesse indovinato i dubbii che gli pullulavano in cuore.
Ma la Teresa n'era incantata; ne beveva le parole, come vangelo; rispondeva a tutto, preveniva anzi le domande che le potesse fare; tutta per filo raccontava la storia della famiglia, delle loro disgrazie, delle poche speranze che avevano. E il prete a tranquillarla, a dirle che si facesse animo, a metterle innanzi religiose consolazioni e ragioni piene di carità e condite di patetica unzione. Per quel dì, egli si tenne sulle generali, e promise di ritornare e di prendersi a cuore la riuscita del giovine Celso; solamente volle, in contraccambio, che la madre e il figliuolo non facessero un passo senza dipendere da lui, nè prima che egli fosse tornato a visitarli.
Non molto andò che il prete ricomparve. Quella mattina della seconda visita, Damiano non era a casa; e l'ignoto visitatore potè meglio insinuarsi ne' segreti della famiglia, e negli animi delle tre buone creature che pendevano dalle sue lente parole, ora melliflue, or gravi, or facili ed ora severe. Prese Celso in disparte, e poichè l'ebbe a lungo interrogato, dimostrossi non malcontento dell'indole sua; e dettogli che di lì a due giorni venisse egli stesso a casa sua, alla canonica di san ***, per sentire le risoluzioni che avrebbe avuto a comunicargli, si congedò dalla famiglia maravigliata, accompagnato dalle benedizioni della Teresa. Egli aveva confidato al giovine come andasse debitore della sua fortuna ad una benefica dama della quale era costretto per allora a tacergli il nome; indi, partendosi, lo avvertì che quando fosse venuto per cercare di lui, domandasse del padre Apollinare.
Su queste cose si andò facendo in famiglia un caos di supposti; ma nessuno potè argomentare il vero. E neppure quando si seppe che il padre Apollinare profferiva al giovine Celso di venirne a star con lui, e ch'egli avrebbe pensato ad avviarlo negli studii teologici, e a dargli poi modo d'entrare negli ordini sacri, nessuno potè farsi ragione del come la cosa fosse accaduta, del come la dovesse riuscire. Ma la buona famiglia tenne per gran fortuna la profferta; madre e figliuola piangevano di gioia, d'una gioia amareggiata soltanto dal pensiero di separarsi dal loro Celso.
Due settimane di poi, il giovane cherico, pieno di speranza, abbandonava i suoi; e nella lontana canonica, in una cameretta a lui destinata dal padre Apollinare, studiava nascosto quanto è lungo il dì, svolgendo e annotando parecchi volumi dei padri e dottori della Chiesa, che il suo protettore gli aveva scelto dalla propria libreria. La Teresa si trovò per alcun tempo come deserta; ma poichè il Padre permise al giovine che ne andasse qualche rara volta a farle una breve visita, la buona donna si racconsolò; e ragionarono insieme della futura contentezza.
Capitolo Nono
Era una notte d'inverno. Nella loro stanza solitaria e fredda, stavano tuttavia al lavoro Stella e sua madre. Sedute nell'angolo vicino al focolare, su cui morivano fra la cenere gli ultimi carboni, al lume vacillante d'una candela di sego mezzo consunta, Stella al telaio ricamava di pagliuzze e fogliettine d'argento la tunica di velo d'un bel vestito da ballo, Teresa cuciva saldando gli ossicini d'un sottile imbusto fatto sur un modello parigino: l'abito e l'imbusto dovevano il domani cingere la snella persona d'una giovine deità del bel mondo. Lavoravano da un pezzo, senza smettere solo un minuto; ma interrompevano il frusciar del lavorìo di alcune rade e meste parole, parole dolorose della madre, tenere e confortatrici della figliuola. I pensieri di tutte e due eran però gli stessi.
Di tanto in tanto la Teresa, intirizzita dal freddo e dall'umido che penetravano per le scommessure delle imposte e per gli spiragli della porta, recavasi in grembo il caldanino, ne risvegliava il fuocherello, per riscaldarsi un poco le mani; e Stella pure era corsa due o tre volte a inginocchiarsi sul rialto del focolare, perchè sentiva gelare le sue piccole dita tutte rosse, che ormai non potevano più reggere la spola; e tornava poi più diligente e spedita al ricamo.
Bisogna entrare nelle case della povera gente, nelle soffitte, ne' solaj, nelle catapecchie; dove sconosciute all'occhio degli uomini, note a quello di Dio, tante madri con le abbandonate figliuole, tanti disgraziati artigiani con una corona d'innocenti creature, trovano per mezzo del lavoro, cui non misura giorno nè notte, abbastanza onde stentare la vita, così che possa venire il domani, al quale non han tempo di pensare. E là, meglio che altrove, ci potremo persuadere che nel mondo il bene e la virtù non debbono morire. Bisogna aver udito i poveri raccontare il segreto delle loro miserie; visitar quelle mura ove sta di casa la disgrazia che ha vergogna di sè medesima, e dar mente a que' timidi disegni arrischiati per migliorare un destino che non muta mai; veder la costanza della fatica, la rassegnazione coraggiosa che s'appaga di così poco, e diventa natura in quell'anime buone; la perseveranza, l'ingenuità e sovente anche la gioja che vengono a diradare il fosco dei dì penosi ed incerti; e imparare come si possa adempiere in dura vita a' doveri della paternità, della famiglia, dell'amore; bisogna, dico, vedere e saper tutto ciò per adorare giustamente la virtù che si nasconde, e sopporta quasi una condanna fatale. Non è giusto pretendere d'aver tocco il sommo della grandezza civile, quando si disprezza il lamento di una moltitudine la quale non ha la coscienza della propria forza.
Guai all'uomo che non ha fratello tra i poveri! Quando il poeta, il filosofo, il politico, condotti dalla giustizia e dalla ragione, non rifiuteranno la mano dell'ultimo degli uomini; quando, invece di porre il dito nelle più sozze piaghe dell'umanità e di torre il velo alle turpitudini della miseria, avranno sollevate dal fango le modeste e solitarie virtù che ancora sono da troppi derise e calpestate; allora forse la voce di chi parla il bene e difende la causa degli oppressi, sarà, più che non sia, ascoltata e benedetta!—
Era in quei giorni la fine del carnevale; e dall'alta loro stanza, la vedova e la figliuola udivano il sordo trepestìo delle carrozze signorili che andavano e venivano per ogni parte della città. Quel romor di ruote e di cavalli, dapprima cupo e confuso nell'aria silenziosa, crescente poi mano mano, facevasi più vicino e più distinto; ne tremavano le muraglie della casa, e traballavano ne' telaj delle finestre i piccoli vetri; poi il romore diminuivasi a poco a poco, facevasi quasi muto, finiva nella lontananza. E così, al pari di quel frastuono che turbava la notte, dovevano finire i tripudj della lieta stagione cittadina.
A quell'ora già tarda, Damiano non era ancora a casa; ma essendosi intrattenuto presso il negoziante della piazza, di cui, come dicemmo, teneva i registri, andavasene solo e pieno di pensieri per la corsia del Duomo, colla intenzione di tornarne a tenere un po' di compagnia alla madre e alla sorella; e voleva che passassero qualche ora più lieta, facendo loro la lettura di quella cara storia de' Promessi Sposi, di quel libro che porta il nome il più grande, il più bello del nostro tempo, e che, venuto in luce qualche anni prima, era già così popolare in tutta Italia. Quel nome, il nostro giovine e le due povere donne l'amavano già tanto; e quel libro aveva fatto per lungo tempo, nei giorni di libertà, tutta la loro gioja, la loro poetica festa, il loro carnevale.
Piovigginava. Nello svoltare il canto della via de' Pattari, Damiano s'imbattè faccia a faccia con un giovine, suo condiscepolo del liceo, che riconobbe subito e cercò schivare: ma colui non gliene diè tempo, e ravvisatolo al chiaror della lanterna della via che gli batteva sopra, lo pigliò risoluto per un braccio, e:—Sei tu, Damiano? dove vai?
—A casa: rispose asciutto il giovine, che non aveva voglia di legar con esso, conoscendolo come uno de' più scioperati e smargiassoni di tutta la scolaresca.
—Sei matto? replicò l'amico: vuoi andartene a letto all'ora de' polli? Siamo in carnevale, per diana!
—Son già le undici, e mia madre….
—Eh! baie: non sono battute le dieci, non ho udito il campanone della piazza de' Mercanti. E poi, che cosa importa? lascia che lei vada a dormire, e tu vieni con me.
—Non potrei…. piove, non vedi?
—Andremo a tetto.
—Dove?
—Vieni con me, e non cercar altro; sarai contento. Oggi è il mercoledì grasso, e un po' di gazzera vogliam farla anche noi: tu n'hai proprio bisogno, te lo dico da buon figliuolo. Già da sette od otto mesi, anzi, da che il tuo vecchio ti lasciò in libertà, sei divenuto malinconico, misantropo; mi hai la faccia d'un primo amoroso della Stadera. Io per me, non t'ho avuto mai per uno de' nostri migliori compagni; ma per il passato eri più trattabile, eri anche tu della legge, come si dice. Con tutto questo, io ti voglio bene ancora. E stassera devi proprio farmi compagnia, chè mi ringrazierai poi…
—T'accerto che io….
—Non vo' scuse; ti sgranchirò fuori io, per dinci! Vorresti farmi il pedantuzzo? aspetta alla quaresima, quando torneremo al maledetto cortile del liceo: mancano quattro dì a finire il carnevale; e se non l'annego in quattro solenni bevute del nostrano migliore, non chiamarmi più Bernardone. Su dunque, non fare il ritroso, o ti giuoco un brutto tiro. Piove, e sono stufo di pigliarla su così in mezzo della via, per convertirti te. E ti giuro, per la cuffia di mia nonna, che non avrei fatto tanto, se tu fossi stato un bel muso di ragazza.
E tenendolo ben saldo per l'abito, faceva forza per tirarselo dietro.
Il nostro giovine ebbe un bel dire; ma non riuscì a schermirsi di seguitare i passi di Bernardone. Non volendo provare il mal talento di quel disperato compagno e le beffe di tutti gli altri, si lasciò strascinare, nè più fece parola; ma dato un pensiero a sua madre, a quell'ora di placida gioja domestica che si era figurata, ed alle segrete sue fantasie che da qualche tempo accarezzava più che mai, gli andò dietro; facendo però a sè medesimo promessa di scampar più presto che potesse dalle unghie dell'amico, del quale malediceva di cuore l'inaspettato incontro.
Passarono due o tre strade, tenendosi l'un dietro l'altro rasente alle muraglie, per ischermirsi alla meglio dalla pioggia fitta e sottile; Damiano innanzi e Bernardone alle sue spalle, chè non voleva l'amico gli uscisse di mano allo scantonar della via. Attraversato un piazzaletto deserto, l'ardito scolare entrò in una di quelle anguste e fumose botteguccie, ritrovo degli oziosi di vent'anni, dove, in onta all'insegna cubitale di CAFFÈ, si fa spaccio di tabacchi e di liquori, e si pongono innanzi a qualche mal capitato certe torbide aranciate e limonee, che Dio ne scampi. Ingombrava la bottega una gran nube di fumo, attraverso il quale potevansi a stento discernere sette od otto persone sdrajate qua e là all'ingiro, e le accese punte de' cigarri, su pei tavolini fiaschetti e bicchieri, la fiamma rossigna d'una lampana che pendeva in mezzo alla stanza, il banco inverniciato a strisce bianche e azzurrognole che volevano dir marmo venato; e dietro al banco la floscia e ritonda sembianza d'una donnaccia, avvolta in uno scialle rosso da vent'anni, con una cuffia avvizzita, e due enormi ricci sulla fronte; la signora Rosina, padrona del caffè. Si rideva, si dicevano storiaccie scipite o sconce, interrotte da qualche pugno sulla tavola, o da qualche strillo di chi, vuotando d'un fiato il bicchiere, voleva salutar con gioja più viva il carnevale.
Bernardone, dato uno sguardo all'ingiro, non trovando in mezzo a quel denso fumo coloro che dovevano aspettarlo, attraversò la bottega, come persona usata del luogo; e, pigliandosi stretto al braccio il renitente amico, imboccò un usciolino nel fondo, poi da un andito bujo scese per tre scalini in un camerotto dalla vôlta bassa e scalcinata, più somigliante ad una cantina che ad una sala di bigliardo. Di siffatti caffè pochi ne avanzano nella nostra Milano, che si rintonaca rabbellita in ogni parte; ma gli scolari vagabondi preferiscono codeste appartate e poco note botteghe, dove la ponno far da padroni senza paura degli arghi del liceo.
In quella sala di bigliardo, frammezzo al fumo palpabile, erano cinque o sei giovani, pressochè tutti discinti il collo e senz'abito, quantunque l'inverno fosse aspro al di fuori; quale con un lungo cigarro fra i denti, quale con una corta pipa di gesso, di quelle che fanno la prima delizia degl'imberbi fumatori: i vestiti, i cappelli ammucchiati in un angolo; e que' giovani compari raccolti intorno al vecchio bigliardo, se ne stavano intenti ad una partita di sfida fra i due campioni della serata.
—Viva noi, buoni amici! gridò Bernardone entrando nella tana affumicata.
—Viva! risposero in coro tutti.
E l'un d'essi, levando il pugno:—Finalmente! si credeva che il vino t'avesse inchiodato a quest'ora sopra o sotto le panche dell'osteria!
—Eh! malann'aggia, non son novizio come tu, Barello. E poi, non abbiam per noi tutta la notte?
—Gli è che non sapevamo, gridò con voce di falsetto un altro mariuolo, piantandosegli in faccia: non sapevamo ove sia il festino a cui ne devi condurre; altrimenti t'avremmo piantato bell'e bene; e io pel primo t'avrei forse rubata a quest'ora l'amorosa.
—Bada a quel che dici, anitrino spennato! ch'io ti fo rimbeccar le parole con questa carezza…. E Bernardone levò in alto la destra, che parve volesse di botto schiacciar l'incauto vantatore.
—Via, via! saltò a dire un altro: rispetto a Bernardone ch'è il nostro capo, il fior degli amici! Andiamo, non si perda tempo.
E tre o quattro, cercando il proprio abito e il cappello nel mucchio de' panni rincantucciati, vociarono insieme:—Alla festa, alla festa!
—Ohe! ohe! che diavolo vi serra addosso? un minuto! dissero i due che giuocavano la partita di sfida: un minuto che abbiam finito.—E sopra il capo mulinando le aste del bigliardo, minacciarono romperle sulle schiene del primo che uscisse.
—A noi, Tita, gli ultimi colpi.
—Quindici alle bianche, venti alle nere.
—Marco non è a tiro di partita.
—Taci là, non parlarmi sul colpo!
—Bravo, bel raddoppio!
—Giù, alla maledetta: e diecinove.
—Gran Marchino! tengo per lui un da trentacinque.
—Vada, per Tita!
—Dalli, Tita!
—Tre punti, e fan ventitre.
—T'annega, a me che rileva? Ora, disse Marco, se il giro mi scappa, mi scappi il naso.
—È un demonio il Marchino.
—Diecinove e sei…. la partita è mia.
Marco strillò di gioja; gittarono le aste sul bigliardo e arrabattandosi alla disperata, uscirono in frotta dalla bottega per correre al festino, dove Bernardone, il caporione, doveva presentarli come amici suoi. A Damiano nessuno poneva mente: parecchi lo conoscevano, gli altri non avrebbero osato domandar chi fosse, comechè venisse sotto la scorta di Bernardone. Egli però avrebbe date le poche lire che aveva nel borsello, per esser fuori del crocchio insolente e trovarsi fra sua madre e sua sorella.
Non discosta era la casa a cui n'andavano; situata in un chiassuolo, guardava altre uggiose abitazioni, addossate fra loro, nelle quali non entrava mai sole nè luna. Quel viottolo fangoso era a mala pena rischiarato dal barlume di due lampioni appiccati sopra di due porte: l'uno portava scritto a lettere majuscole di vario colore: GRANDIOSO PRESEPIO CON FIGURE e il resto; l'altro, collocato appunto all'entrata della casa a cui la comitiva incamminavasi, da un lato mostrava dipinta una mano nera coll'indice teso, e, di faccia, quell'insegna tutta milanese: ANTICA FABBRICA DI TORTELLI.
Per l'andito bujo della porta, pigliarono a manca una scala erta e sdrucciolevole per fango, e saliti rasente la muraglia grommata di muffa, si fermarono sul pianerottolo del secondo piano; dove un lumicino tremolante in un vetro a foggia di cipolla, e una porta mezzo aperta, e il romorìo del di dentro, indicavano abbastanza che là era la festa.
Già lo strepito del salire e il dar sulla voce degli urtati, e qualche bestemmia di chi sentivasi camminar sulle calcagna, li avevano annunziati. Parecchi corsero a rincontrarli sul pianerottolo o nella stanza che serviva a un tempo d'antisala, di deposito de' pastrani e degli ombrelli, di credenza e pasticceria del festino. Si vedeva in fatto dall'un canto, una tavolaccia, dietro la quale una vecchia comare stava spremendo il sugo d'una diecina di limoni in un gran secchio d'acqua, la riversava in sette tazze già pronte a rinfresco sulla sottocoppa di latta arruginita; sul parapetto della finestra erano parecchie dozzine di piattelli e buon numero di bottiglie di varia statura, fra cui primeggiavano due di que' panciuti boccioni vestiti di paglia detti damigiane, e accatastati pani e panetti d'ogni cotta e figura. Dall'altro canto, sopra un fornello cuocevano a lento fuoco in due capaci casseruole certi capponi, che già col profumo davan solletico all'appetito. In fondo, dietro un logoro paravento, si poteva indovinare un letto, confinato là in quella sera di trambusto. La comare, ch'era la stessa padrona di casa, la più famosa rigattiera del contorno, andava e veniva dal tavolo al fornello e da quella nell'altra stanza, tenendo l'occhio a ogni cosa, ascoltando questo e quello, rimestando cesti, piatti e posate di peltro, gridando, ridendo, maledicendo, ove fosse bisogno, per farsi udire.
Nella stanza appresso, era la sala del ballo, stavano raccolte da quindici a venti fanciulle, gaje, piacevoli tutte, e alcune belle, di quella bellezza che si rivela nelle aperte fisonomie, nella freschezza dell'età, nella sincerità del sorriso; veri bottoni di rosa di un semplice mazzo di fiori. Erano quasi tutte a un modo abbigliate, che parevan sorelle: uno schietto vestitino di percallo o bianco o rosso, il loro più bel vestitino d'estate; un galano di nastro verde o azzurro alla cintura, un collaretto ricamato dalle loro mani, sottili guanti di cotone lisci, lucidi i capegli spartiti sulla fronte; e poi quelle sembianze così giovanili, così liete, supplivano a tutto ciò che mancasse; e, più di ogni altra cosa, quegli occhi eloquenti e sfavillanti d'una gioja quanto più di rado gustata, tanto più viva e vera. Era il fior delle crestaje, sartorelle e cucitrici del vicinato, venute colla madre, colla zia, colla nonna al festino del mercoledì grasso in casa della signora Emerenziana, la vecchia rigattiera.
La signora Emerenziana, o piuttosto la madre Pelagia, per chiamarla col nome significativo che le davano gli scolari e tutti del vicinato, era una di quelle femmine che per malizia ponno stare a destra del diavolo, e beccano per buono tutto quel che viene. Avendo molte conoscenze nel quartiere, sapendo per il suo mestiero i fatti di mezza la città, e facendo, oltre a questo, un poco la pegnataria, per amor de' giovani dalla scarsella leggiera, era riuscita senza molta difficoltà a compor quella festicciuola, in cui voleva che i suoi conoscenti seppellissero nell'allegria il carnevalone. Due scolari, amici del buon umore e delle belle fanciulle, vennero in deputazione di tutta la comitiva alla madre Pelagia; e messogli in mano un centinajo di lire ragranellate fra loro, le lasciarono la briga di tutto ordinar per la festa. Ella se ne era pigliato il carico; e per la sera stabilita promise sala da ballo, suonatori, ballerine, rinfreschi, cena e tutto. Da tre dì non era stata un minuto con le mani alla cintola; mise sossopra le vicine comari dello stesso piano, a far trasportar mobili e roba, per porre in libertà le due camere del suo appartamento, smorbarne il vecchio pavimento di mattonelle, e tor via da' travicelli del salotto i ragnateli, che da un anno vi avevan fatto cortina e padiglione. Le seggiole mancanti al salotto le pigliò a prestanza dalle conoscenti, due o tre dall'una, cinque o sei dall'altra, poco importando poi se fossero lucide o rozze, nane o zoppe; il restante occorrevole trovollo, rimuginando qua e là le sconficcate masserizie che da mesi e anni ammuffivano nel magazzino terreno. In quella mattina però, volendo, come diceva, far le cose con onore, corse fuori all'angolo della via di San Martino, e chiamò in casa uno degli imbiancatori che colà stanno in aspettativa affinchè desse di bianco, o, per dir com'essa, di color perlino alle pareti della sala: a' palchetti superiori delle due finestre fece appiccare certi lembi di vecchia tappezzeria damascata, cadenti in ricca e bizzarra mostra, una a rabeschi verdi, l'altra a liste gialle e rosse. Due ritratti patrizj del secolo passato (dio sa di chi) e due altri quadri screpolati e neri, stanati fuori dalla sua bottega, sull'uno de' quali spiccavano appena le punte della corona e la barba grigia d'un re David, sull'altro le spalle ignude d'una Maddalena penitente, adornavano nelle sconnesse cornici ancora mezzo dorate le pareti della sala. Tutto all'ingiro poi, poco sotto della soffitta, pendeva a festoni una lunga e polverosa ghirlanda di fiori e frastagli di carta; cosicchè, al dir della vecchia, somigliava quella stanza un giardino incantato, una primavera. E codesto giardino lo rischiarava una lampada di latta, a tre becchi, che attaccata ad un arpione della trave maestra della soffitta spandeva intorno un lume rossiccio e guizzante, imbalsamando l'aria col profumo dell'olio riarso. In fine, in un angolo del salotto, traballava sulle gambe sottili un'antica spinetta, su cui erano posati gli stromenti degli altri suonatori, un clarinetto, una chitarra e un corno da caccia. E di tutti e sì varii apparecchi del festino e della cena, di tutte queste baldorie dovevano far la spesa le cento lire raccolte dagli allegri scolari; sulle quali la comare Pelagia contava anche far qualche avanzo, che sarebbe stato il suo onesto guadagno; un bel napoleone d'oro almeno.
Capitolo Decimo
Già la festa, interrotta un istante per la fragorosa entrata della comitiva de' scolari, della bella ricominciò. I giovani suonatori, tornati con maggior lena al lor posto, intuonarono un baccanale: altro nome non poteva aver quella musica; comechè uno tempestasse con furia sulla stridente spinetta; un altro facesse guaìre il clarinetto; il terzo strimpellasse sulla scordata chitarra, e l'ultimo tenesse fronte a tal confusione d'accordi col reboar monotono del suo corno da caccia: era proprio una musica nuova, infernale. Ma i suonatori, che, per non essere pagati, non volevano perdere i diritti della compagnia di cui facevan parte, li avresti veduti, or l'uno or l'altro, metter giù lo stromento e correre a mischiarsi al tumulto dei ballerini, rubando a questo o a quello la sua silfide.
Le madri, le zie, le nonne facevano alla sala una corona di faccie strane, rugose, ma pur liete; armate il capo di certe cuffie cadenti, ravvolte ne' scialli di lana bigia, rossa o bruna; sicure poi, o confidenti, nella virtù delle figliuole, chiudevano un occhio allorchè passavano dinanzi a loro nei rapidi giri del vals o del galoppo; o si intrattenevano alla cheta fra loro, ridendo, soffregandosi le mani, facendo pettegolezzo or de' mariti, or de' padroni o che so io; e ad ogni po' sbirciavano nell'altra stanza, per vedere se il momento della cena fosse venuto.
I giovani ballavano senza posa; ciascuno s'era scelta la prediletta, e quanto durava la lena dei suonatori, quella de' ballerini durava. Al ricominciar d'ogni ballo, tornava ciascuno alla compagna di prima, e rado era che la cedesse: chi mai lo facesse per generosità, non ballando in quel giro, teneva l'occhio geloso sulla coppia che trascorrevagli dinanzi. Ma tutti, giovani e fanciulle, erano animati dalla medesima allegrezza; ballavano per la gioja di ballare, e la fatica pareva farli più vivaci e più ardenti: non v'era invidia, nè volontà di primeggiare, nè sospettar maligno, nè ipocondriaca eleganza, come ne' balli di quel che si chiama il gran mondo. Era un tramestìo, un parapiglia, una confusione; ma il tripudiare schietto, vero e folle, la gioja popolana brillava nel viso e nel cuore di tutti.
In mezzo a questa baldanzosa compagnia, alcuni uomini più maturi facevan crocchio, o si pigliavan diletto del veder girare e saltare le allegre fanciulle vestite di bianco, le quali a più d'uno mettevano i grilli. E v'era fra loro chi ringalluzzito sporgeva il mento dall'ampia cravatta e dimentico della sua quarantina e de' capegli bigi, lanciava occhiate e complimenti alla briosa zitella che pronta trascorrevagli innanzi, senza por mente a quest'omaggio. Eran costoro i più stimabili vicini, mercanti e bottegai, conoscenti o amici particolari della madre Pelagia.
Un d'essi, che si dava cert'aria d'importanza, quantunque si facesse lecito di frastornar talvolta alcuna delle giovani coppie, non peritandosi nemmanco d'allungar le mani, quasi per rubare in passando qualche ballerina, pareva tener sugli altri non so quale superiorità; parlava, sghignazzava più di tutti. Costui l'incontrammo una volta nel gabinetto dell'Illustrissimo; era quella persona misteriosa, di cui finora sappiamo appena che chiamavasi il signor Omobono. Sebbene qui apparisse tutt'altro di quel d'allora, vestito com'era d'un fino soprabito nero soppannato di velluto, e con ricca lattuga di merletti allo sparato della camicia, su cui brillava appuntato un bel diamante; pure metteva sospetto e ribrezzo il tetro e maligno suo sguardo, che somigliava a quello del lupo, o piuttosto a quello d'una spia. Ma come si trovasse frammezzo a quella credula e buona gente, raccolta a fare un po' di mattìa e di bagordo, nè perchè ci fosse venuto, non è facile indovinarlo.
Damiano, in quella stipata comitiva, stava come perduto. All'entrare, Bernardone lo aveva presentato quale amico suo e compagno di scuola, giovine di proposito; altri poi lo conoscevano e gli fecero buon viso, perchè veniva sotto l'egida del caporione. Nè mancò un tale, che battendogli su d'una spalla:—So, gli disse, che anche tu hai una bella sorellina, perchè non l'hai condotta con te?… Vedi mo, la Gigia, quella birbona, non ha voluto venire; e io sto qui in un cantone come un fungo…. Animo, Damiano, va a pigliar tua sorella; è un bel fiore, che manca al mazzo.
A queste parole, il giovine arrossì; e balbettando una mezza scusa, si trasse in disparte. Ma quel signor Omobono, dall'occhio attento e dall'orecchio fino, colse in aria le parole dello scolare, e stuzzicando a diritta e a manca con isbadate inchieste l'amor proprio delle vecchie sedute in circolo, venne ad informarsi di lì a poco del nome del giovine, della famiglia, del come e del dove poveramente vivessero la vedova e la figliuola; in breve tutto ciò che mostrava non voler conoscere e forse gli premeva.
Intanto, fanciulle e giovani, continuavano i loro festevoli giri con un tripudio, con una lena che faceva ballar con loro le fondamenta della casa. E più d'un vicino dal pian di sotto aveva dovuto balzar dal letto: e comparve colla berretta di notte e gli occhi fuor del viso, all'uscio della vecchia, per tempestare contro di quel terremoto che disturbava il quieto vivere di tutto il quartiere. Se non che, messa appena la mano sul nottolino dell'uscio, di botto Bernardone era corso a sostenere l'assalto; e il vicino, sbigottito dalla vociaccia e dal possente gesto dello scolare, raccomandavasi alle gambe, rifacendo gli scalini a quattro a quattro. Il baccano, l'infuriar de' ballerini e de' suonatori ricominciava più forte, e un coro di risate e di fischi accompagnava il notturno visitatore.
Più d'una volta Damiano tentò pian piano d'accostarsi alla porta, e fumarsela inosservato; ma l'uno o l'altro de' compagni, e più di tutti il signor Omobono che pareva avergli messa addosso particolar attenzione, gli attraversarono il passo. E sebbene, per quanto a ogni poco gli dicessero, non avesse mai voluto ballare, pure se lo tenevano in mezzo quegli amici a cui aveva in cuor suo augurato cento volte il malanno.
Ma già l'afa che regnava nel salotto, il polverio destato dalla furia di quaranta piedi nell'onda del vals fuggitivo e delle saltanti monferrine, avevano ridotto allo stremo stomachi e gole de' ballerini. D'ogni parte si cominciava a gridare:—Madre Pelagia, siamo a tempo?—Signora Emerenziana, è mezzanotte!—Oh che fame, madre Pelagia!—Per carità!—All'assalto, alle padelle!—-Viva noi! dalli! dalli!—E le folleggianti coppie scioglievansi, giovani e fanciulle facevano gruppo nel mezzo della sala, e si serravano appresso, attirati dal profumo delle vivande, troppo lente a comparire. Indi si precipitavano nella piccola antisala; dove la spietata padrona, rialzato un lembo del bianco grembiale, e levata la destra armata d'una gran mestola, in sembianza d'una strega interrotta nell'ora arcana delle malie, minacciava chi ardisse avvicinarsi a' suoi fornelli, che dalle brace crepitanti mandavano faville.
Appunto in quella, tambussano alla porta, la spalancano e balzan dentro improvvisi due inaspettati compagnoni; e con essi le risa, l'allegrezza, lo strepito raddoppiano. Chi erano? nessuno il sapeva, fuor di Bernardone, al quale gli arrivati susurraron, passando, una parola all'orecchio; ed egli rispose con un Viva rimbombante, che passò il tetto della casa. Que' due, mascherati com'erano l'uno in abito di Puff, l'altro d'Arlecchino, incominciarono a far balzi, scambietti e capriole in sì matta guisa, a mandar fuori sì acute grida di gioja che tutti fecero cerchio a loro; e s'attaccò una guerra di motti, di gesti e di follìe le più strane e curiose del mondo. Nè meno ci volle della stridula voce della padrona che annunziava l'ora della cena per mettere un po' di calma in quella babilonia carnevalesca.
In men che nol dico, giovinotti e zitelle corsero a pigliar luogo di qua, di là, sulle seggiole vuote: e, come per incantesimo, formavansi da ogni parte, in ogni angolo, ne' vani delle finestre, gruppi sparsi: rimpetto a ciascuna fanciulla, ginocchio contro ginocchio, sedeva il suo ballerino fedele, in guisa da far de' ginocchi tavolino. I pochi che rimasero senza compagna n'andavano su e giù, malignando dietro i più fortunati di loro, e in mezzo allo strisciar delle seggiole, al bisbiglio, al cicalìo, distribuito a ogni coppia un piattello, una posata di peltro e un bicchiero, cominciò una nuova gara di piacevolezze e di risa, che facevano come per forza d'elettrico il giro d'ogni crocchio; ma non si potrebbero raccontarli i segreti, le arguzie, le matte risposte che si balestravano da un capo all'altro della vivace e romorosa baraonda. Quella poca volta, dicevano, volersela spassare per tutto il resto dell'anno; e tutti, ciò che avevano in cuore l'avevan sulle labbra. Oh che gioja, che felicità per quelle fanciulle senza pensieri mangiar nel piattello stesso, in compagnia del bel giovine che faceva loro battere il cuore, colle balde parole, colle misteriose promesse di fedeltà!
La stessa padrona di casa, e dietro a lei due brave comari entrarono a un punto; portava quella una capace marmitta di fumante risotto, che suol fare le delizie delle cene carnevalesche; e queste due gran piatti, sull'uno de' quali un monte di salame e di salsiccie, sull'altro un grosso pollo d'India arrostito: ne veniva a tutti l'acquolina alla bocca, e poco mancò che al profumo ne sdilinquissero nonne, zie e mammine. Quest'apparizione fu il segnal dell'assalto: s'udì un altissimo viva, e cinquanta mani corsero all'attacco. In un minuto, marmitta e piatti eran vuoti, netti come un deserto; a' discorsi della brigata, al gridìo, alla musica successe una tempesta, un battagliare di cucchiaj, di forchette sui tondi colmi d'ogni grazia di Dio. Banditi e complimenti e ritrosie e smorfiette schifiltose: ciascuno pensava a sè e alla compagna; un buon bicchiero di malvagìa, bevuto mezzo per uno, nettava dalla polve il gorgozzule delle amiche coppie. Nè i vecchi, nè le zitellone, rimaste tutta sera a veder ballare, se ne stavano con le mani in mano, comechè i migliori bocconi, i primi fiaschi strappati fosser per loro, e le ragazze e gli amici, per tenersele buone, le lasciassero fare.
Così passava la lieta notte. Ma Damiano, trovandosi colà a suo dispetto, attorniato da tanti pazzi nell'ora che avrebbe voluto esser libero e solo nella sua cameretta, tenuto d'occhio da due o tre maligni che gli pareva volessero pigliarsi gabbo di lui, si sentiva crescere il malumore; in segreto malediceva quel festino, che forse in altro dì gli sarebbe sembrato una delizia. Bestemmiò al carnevale, agli amici, a sè stesso.
Il peggio fu quando, voltosi a caso, trovossi a fianco quell'importuno che quasi sempre aveva tenuto gli occhi sopra di lui, il signor Omobono. Costui, spolpando beatamente un'anca di pollo, gli venne a brontolare all'orecchio:—E voi, caro giovinotto, non ballate? non mangiate?
—No, rispose Damiano.
—Eh, non fate l'imbecille, o dirò a tutti che siete innamorato…
Damiano tacque.
—Io vi conosco, sapete? voi, vostra madre e vostra sorella…. cappita! è un bel bottone di rosa, e le posso far del bene, io. Non dico per superbia, ma tratto i primi signori di Milano… Mi sembrate un buon giovine, so che avete avuto delle disgrazie; ma confidatevi in me e lasciate fare. Quando mi ci metto io nelle cose….
—Ma, signore…. cominciò tra iroso e superbo il giovine, che sentiva ripugnanza di colui e delle parole che gli cadevan di bocca a una a una, in tuono d'affettata compassione.
—Non occorr'altro; lasciate fare a chi tocca, verrò a farvi una visita; so dove state di casa; e parleremo con comodo; la vostra famiglia mi preme. Via, siate buono, il mio giovinetto! bevete questo bicchiero, fra noi, da buoni amici. E fidatevi di me.
—Nè io, nè i miei, non abbiam bisogno di nulla, signore! replicò, con mal celato disprezzo, Damiano. Si tolse dal crocchio che lo serrava; il signor Omobono fece per afferrargli il braccio, ma egli con una buona strappata, e con un urto a' vicini che gli eran d'impaccio, potè farsi un po' di largo, e trovossi per sua ventura vicino alla porta.
Allora, un impensato caso venne ad ajutarlo. La triplice fiammella dell'infiorata lucerna, che faceva la vece del lampadario, fumigava, vacillava, scoppiettava giù presso a morire; il che vedendo, un giovine magro e lungo il quale avanzava di tutto il capo i compagni:—A me, a me! gridò; e scavalcate scranne e fanciulle, stese la mano all'alta lampana; ma senza volerlo, e per far bene, rovesciolla. Il fuoco s'appiccò alla ghirlanda di fiori che la ornavano; e subito un gran bagliore, una fiamma rapida, fugace, poi tutto buio; la sala non rimase più rischiarata che da un moccolo dimenticato sulla spinetta. Le risate, le grida, lo spavento, la confusione, il gran guai che fu conseguenza di una disgrazia onde non venne male a nessuno, diedero tempo a Damiano con una pronta giravolta d'uscire non visto: trovata la scala, corse giù a precipizio, e senza por mente alla pioggia che s'era messa dirotta, camminò, respirando con gioja, fino a casa sua.
Sua madre e la Stella, in gran pena di cuore lo aspettavano, assidue tuttora al lavoro; l'una si lamentava di quando in quando della insolita tardanza del figliuolo; l'altra, benchè temesse in cuore, cercava soavi parole per rassicurarla. Egli le abbracciò con molto affetto, dissipò quell'angustia raccontando come, mal suo grado, alcuni compagni del liceo l'avessero trattenuto con loro, senza dir però nè perchè nè dove; esse, alla prima parola, come fan l'anime buone, si consolarono. Poi n'andarono chete a coricarsi; mentre Damiano, tornato nella sua stanza, accese la lucernetta sul tavolino di studio; e senza far romore, acciocchè lo credessero coricato, aperse i suoi cari volumi, che tante volte gli avevano popolato d'aeree, dolcissime visioni quella cameretta nuda, e fatto dimenticare le tediose cure della giornata; volse e rivolse fogli e quadernetti in cui era solito notar le più belle cose che leggeva e le memorie liete o malinconiche della sua fantasia; pagine semplici o poetiche che nessun cuore può intendere, altro che il cuore di chi le scrisse. Poi tolse fuori una cartella di disegni a matita, di schizzi e figure che a nessuno mai aveva ardito mostrare, e li fece scorrere lentamente, quasi cercando per entro a quei confusi frammenti una nuova e migliore inspirazione.
Nella solitudine della povertà, in quell'alto silenzio della notte, l'anima sua dapprima immiserita, sbattuta dalla vista di gioje volgari e sciocche che non sapeva più amare, era fatta leggera, libera; e poteva, egli pure, sollevarsi ne' poetici spazii dell'infinito. Contento di trovarsi solo, non arrossiva più degli affetti che gli agitavano il cuore e che in faccia degli altri non sapeva esprimere. Sentiva d'essere qualche cosa; e sollevando la fronte alla sgretolata soffitta, sembrava interrogar colle ardenti pupille un genio ignoto, l'angiolo che raccoglieva la sua preghiera e il suo sospiro, che gli svelava le divine forme della bellezza, e prometteva di fargli aperto a poco a poco il mistero dell'arte.
Fino a quel dì, Damiano non aveva osato confidare ad anima viva le speranze che gli davano coraggio e vita, rendendogli cara persino la volontà del soffrire. Parevagli che una voce potente lo chiamasse, una voce che diceva:—Anche tu puoi essere artista!—Ma questo misterioso ed unico amore, non doveva esser noto ad alcuno, neppure al suo vecchio amico il pittore Costanzo, a colui che, senza saperlo, aveva destata in esso la prima fiamma. Il buon uomo s'era fisso di dare un mestiero onorato al povero giovine, ma Damiano sentivasi nato per qualche cosa di più; amava l'arte, la bellezza, la verità, che gli erano apparse qua e là, ne' pochi monumenti cittadini de' tempi andati, nella maestà delle nostre chiese antiche, ne' sacri dipinti delle solitarie cappelle; aveva interrogato le grandi opere del passato, e voleva esser pittore. Mai nessuno sui primi tentativi della sua mano aveva gettato gli occhi: facendo mostra di que' fogli sgorbiati d'abbozzi strani, egli avrebbe creduto di profanar l'arte che amava tanto, e li tenne per sè; nessuno seppe, nè rinfocò il pensiero vitale di quelle bizzarre creazioni d'una giovine fantasia. Però la coscienza del bello, la fiducia di riuscire, e un'idea segreta, tormentosa, parlavano all'anima modesta di Damiano: cosicchè ebbe risoluto alla fine di farsi conoscere, di tentar la fortuna. In que' frastagli, in que' fogli tutti pieni di figure, andava da parecchi mesi cercando l'espressione d'un alto concetto già maturo nella sua mente, e che doveva essere il primo suo quadro.
Ma in quella notte, dopo un'ora d'entusiasmo, i pensieri più dolorosi della vita ripiombavano sul suo cuore. Si mise a riandare i molti affanni passati, chinò il capo sulla palma della mano; la sua fronte era ardente, sentiva batter le arterie; una nube gli veniva sugli occhi, e negli sparsi disegni onde aveva ingombro il tavolino non distingueva più nè linee, nè contorni, nè figure. Avrebbe voluto piangere, ma non poteva; la mente, instancabile tormentatrice, sembrava compiacersi de' dolori del cuore. Oh! v'ha di tali pensieri che non possiamo concepir due volte; v'ha un dolore necessario, il dolore che inspira e crea.
—O mio Dio, così pregava Damiano in quella notte, che mi ponesti nell'animo tale speranza, fa ch'io la nutra nell'umiltà e nell'aspettazione; ma toglimi da questo martirio della volontà che si stanca e trema al paragone dell'affetto; fa ch'io non senta dentro di me questa voce che mi grida sempre:—Povero pazzo, che ti credi qualche cosa e sei nulla!
E i suoi pensieri pigliavano un colore più cupo. Compiangeva sè medesimo come uno scempio ingannato che corresse dietro a un fantasma; poi, nella paura e nell'oppressione de' pensieri, sentiva un freddo nel cuore, e temeva che questa idea fissa gli facesse un dì o l'altro perdere il lume della ragione. E quella voce tornava a parlargli più aspra e severa:—Che hai tu fatto, per riuscire a qualche cosa di grande, in mezzo a tanti che nascono, vivono e muojono? Due anni di sogni, che t'assediano la notte; e tempo sprecato a gittar vane linee sopra la carta, a rimpastar colori su d'una disusata tavolozza, e scombiccherar col pennello le tele fruste del povero tuo maestro, ecco quel che facesti, l'arra del tuo avvenire!
Allora, agitandosi sotto il peso dello sconforto quasi mortale, diceva a sè medesimo:—Dunque farò sagrifizio della vita a un'ombra vana? Morirò col mio segreto, e porterò con me nella fossa questa febbre dell'anima, intanto che mia madre e mia sorella hanno il diritto di dire: Tu eri il solo che potevi salvarci dalla miseria, e non hai fatto nulla, nulla per noi?… No! no! io vedo, che sebben m'abbia a costar caro, pure bisogna ch'io soffochi in cuore queste illusioni. Che importa?… se non sarò pittore, sarò garzon di bottega, commesso, scritturale, qualche cosa come tutti gli altri. Ce n'è tanti che amano e sentono e soffrono al mondo! E sono anche loro miei fratelli. Lavorerò per il guadagno, alla giornata; e avrò il compenso di sostenere la povera vita di queste sante creature che sono l'eredità di mio padre, le sole anime che mi ameranno sulla terra. L'indifferenza de' compagni, la compassione, peggiore ancora del disprezzo, la necessità che viene innanzi, l'oggi e il domani, e la grandezza del destino che tu scongiuri, e questa malinconia che t'ha messo radice nel cuore, tutto non t'avverte che tu falli la via?… Se fossi solo quaggiù! potrei abbandonarmi a questa forza che mi strascina, come all'onda d'un torrente; tentar di riuscire, o morire! nessuno piangerebbe. Ma così… oh no no! almeno un po' d'amore, alcuno che mi sorrida, che mi dica una parola di cuore; e farò senza lamento la vita sconosciuta, sempre eguale, del povero che va e viene dalla soffitta alla bottega…. Esse mi benediranno; e tu, Signore, tu mi darai la forza che mi manca, per essere buon figliuolo e buon fratello!…
Pian piano si trasse alla finestra, l'aperse e guardò nel bujo; pioveva ancora. Non si accorse del freddo che gli penetrava nell'ossa; coll'anima vagheggiava tuttora le belle imagini che gli pareva veder fuggire per sempre. E fra sè pensava a coloro che avevano cominciato come lui, e col volere, colla fatica, colla ostinazione del coraggio eran pur saliti al sommo del tempio misterioso; e persuadevasi che, vinta la prima dolorosa prova, forse avrebbe trovato più facile il cammino. Figuravasi la gioja santa della madre e della sorella, una vita più tranquilla per loro, e una modesta fortuna, e una casa abitata in pace…. Ma poi, contava gli anni che dovevano passare, e vedeva ch'era pur forza vivere il domani.
—È impossibile, bisogna chinare il capo, è impossibile! Non ci pensiamo più; e nessuno lo sappia questo martirio!
E seduto di nuovo accanto al letto, le idee gli si mischiavano monche e aggruppate insieme nella mente: non era più meditare, era sentire e soffrire, senza aver più coscienza di sè medesimo. Eppure non lasciò sfuggirsi un lamento, non fece un sospiro, temendo che il più debole suono avesse a turbare il riposo di sua madre o di Stella. Ma nel cuore profondo, in quel centro del dolore, sopportava l'ineffabile tormento della sua vita incerta e abbandonata, la lotta della ragione contro l'amore.
Alla fine, non potè reggersi più sulla persona; per lo spasimo convulsivo tremava in tutte le membra; e lasciando cadere la testa arrovesciata da un lato sopra il tavolino, giacque in lungo e grave assopimento.
Alla prima ora del mattino, una mano bianca e leggiera si posò sulla sua spalla. Era la mano della Stella. Essa, vedendo il letto non tocco, la lucernetta tuttora accesa, il tavolino pieno di carte, credè che il fratello avesse vegliato tutta notte a studiare; e voleva rimuoverlo con dolce atto da quella incomoda postura, perchè si coricasse almeno per brev'ora.
Ma il giovine d'improvviso si riscosse, si alzò, e parve, al modo con che guardava all'intorno, avesse perduta la memoria e la conoscenza. Era pallidissimo, cerchiate di lividore le pupille; non rispose alle amorevoli parole della sorella, ma contemplatala fissamente a lungo, la baciò sulla fronte, poi scosse il capo. Di lì a poco, ripigliato il cappello, e detto che aveva bisogno dell'aria viva della mattina, uscì della povera stanzetta.
Capitolo Undecimo
Il tristo s'affatica sempre, disse già un sapiente, sia nel fabbricare i mali a danno d'altrui, sia nella paura che altri a suo danno li volti; cosicchè quanto va ruminando contro gli uomini, tanto paventa gli uomini non abbiano a macchinar contro di lui. Ma, pur troppo, v'ha di quelli che amano il male per il male; e mentre sudano per tender nel bujo le loro reti, non veggono la fine della sorda guerra ch'e' fanno ai buoni; perciocchè la malizia e il livore danno esca al delitto.
Abbandoniamo per poco la casa della vedova, e penetrando in quella del signor Omobono, che già incontrammo due volte alla sfuggita, potrem forse sapere in qual modo costui avesse sopportato il freddo rifiuto di Damiano all'offerta che gli fece della sua protezione, la sera stessa del festino.
Una femmina imbacuccata in uno scialle di Francia, del quale nessuno chimico avrebbe più saputo dire il colore, saliva le scale che conducevano alla rimota abitazione di quell'uomo misterioso.
—Chi è?
—Amici.
—Cioè, chi?
—Son'io, l'Emerenziana; aprite pure.
—Ho capito: vengo,
E il signor Omobono, messa nella toppa una grossa chiavaccia, la rigirò, alzando la bandella dall'arpione; poi cautamente aperse a mezzo un de' battenti. Veduto ch'era di fatto la vecchia pegnataria, si trasse indietro per lasciarla passare, e richiuse la porta. Dalla buja anticamera entrarono in un salottino tappezzato di sbiadita carta verdognola cadente a brandelli per l'umido delle pareti; ivi erano un tavolino, due seggiole di pelle scoriata, e una cassa forte di ferro incastonata nel muro, cui faceva difesa un paravento qua e là bucherato di feritoje, come una casamatta.
Ravvolto in una zimarra imbottita, dal collare foderato di pelle di gatto bigio, il signor Omobono si raccostò, strisciando le emerite pianelle, al camminetto dove, non si può dir bruciavano, ma andavano scoppiettando, due tizzoni umidicci e riarsi, posti in croce sopra un monticello di cenere; acconciatosi a sedere a cavalcione del fuoco, stese le calcagna su due mattoni messi là in vece d'alari; poi, sbirciata la vecchia con una trista smorfia che quella comprese, domandò a mezza voce:—E così?…
La madre Pelagia, che si era pure adagiata in un piccolo canapè a canto del cammino, rispose prima con un sogghigno di mal augurio, poi:—Bisogna vedere, continuò a mezza voce anch'essa: la cosa non è facile, come pare a prima vista. Può essere un affar buono, un affar d'oro, come suol dirsi; e si capisce che siete un buon segugio, compare mio. N'ho vedute delle altre, io, a fare una eccellente riuscita; perchè, m'intendo bene, voi pensate di trovarle un marito, a quel che m'avete detto….
—Sicuro, sicuro, a suo tempo…. brontolò l'Omobono.
—Quand'è così, chiudo un occhio sul resto; poichè tutti sanno che io sono una donna onesta…. E se non fosse per fin di bene….
—Eh via! me li avete già ricantati le cento volte questi vostri scrupoli. Al fatto, al fatto. Avete dunque saputo quel che mi preme, siete riuscita a fare un po' d'amicizia con la fanciulla?
—Adagio, signor Omobono; so e non so; c'è della buona disposizione, ma c'è pur qualche intoppo…. gente onestissima però; e la fanciulla non sa proprio niente di questo mondo.
—Tanto meglio! susurrò colui fra' denti.
—La madre è una povera bizzocca, la quale non vive che per un suo beniamino, da lei mandato a prete fuor di casa; la figliuola, per dirla, è una vera bellezzina; e quanto al giovine che avete visto in casa mia, ne potete giudicar meglio di me.
—Sì, sì, costui è il solo che non mi va per il verso e che potrebbe farmi qualche mal giuoco.
—È però un buon ragazzo, mi dicono.
—È un matto che non sa il proprio interesse, uno che non ha da vivere fino a domani, e vuol far del grande e dello schifo, con me?… Oh, verrà giù, ve lo dico io, verrà giù il figliuolo.
—Ma, intendiamoci: non vedo come mai… se avete delle buone intenzioni, a quel che dite….
—Mi pare d'essermi già spiegato con voi; io non c'entro per nulla, io. Non posso dir più di quanto ho già detto. Amo far del bene, dove posso; purchè ne venga un po' di bene anche a me, ci s'intende. Ora mettete che un gran personaggio, di quelli che hanno il gran niente da fare e la borsa piena, abbia udito dir bene di questa famiglia; mettete che gli stia a cuore d'ajutar la vedova, senza che voglia farsi conoscere; mettete che abbia degli obblighi antichi, lontani… ve ne può esser tanti e di tante sorta; mettete che questo personaggio m'abbia detto:—Omobono, voi che siete un uomo prudente, e al tempo stesso un uomo di mondo, cercate di vedere, di sapere…. il come, il dove, il perchè…. e se mai bisogna, disponete pure, anche in anticipazione, di qualche centinajo di lire….
A tali parole, la madre Pelagia rizzò gli orecchi e mostrò d'aver inteso, quantunque lo scaltrito Omobono avesse ravviluppato il suo dire in modo che la vecchia non ci avesse a veder chiaro.
—Lasciate fare a me, diss'ella alzandosi; ho capito, e farò quel che si può. Già ho messo da banda gli scrupoli, posto che voi m'assicurate che non c'è proprio niente di male, e che si tratta d'obbligazioni che quel signore ha verso la famiglia della quale parliamo. E poi, in ogni caso, mi garantite che avrò le spalle al muro?
—Andale là, andate franca che non si muoverà una mosca. Ma con questo, non fate con troppa premura; pigliate le cose alla lunga, quietamente, chè nessuno sappia, nè possa indovinar nulla; sopra tutto che il mio nome per ora non sia pronunziato; non mostrate nemmeno d'aver conoscenza di me.
—Non dubitate, siamo intesi; e quando ci sarà del nuovo mi lascierò vedere.
—No, no, non v'incomodate; verrò io stesso da voi, è meglio così: già sono di rado in casa, ho un diluvio d'affari addosso, e arrischiate dì non trovarmi; passerò io da voi.
—Non occorr'altro, come volete; intanto, state bene.
—A rivederci, signora Emerenziana.
E l'accompagnò fino alla porta, la schiuse e la riserrò dietro a lei con gran cautela. Quando si vide solo, lasciò fuggire una sonora e sconcia risata; poi, fregandosi le mani, cominciò a passeggiare in su e in giù per il salottino, ravvolgendo in mente cento pensieri che mano mano gli si dipingevano ne' mutamenti strani della fisonomia; e alcune parole gli scappavano come involontariamente di bocca:—Va pur là, vecchia strega, chè l'Omobono sa il fatto suo, e anche tu bevi grosso come gli altri…. Questa ragazza, questo fiore di cui non vidi da un gran pezzo il compagno, che pare proprio una madonnina, è quella che ci voleva…. essa deve fare in un modo o nell'altro la mia fortuna. Io non perdo il giudizio, no; e non arrischio un pelo…. e alla fin fine, se il mio giuoco non riesce, l'Illustrissimo finirà a pagar lui per me anche questa volta…. Pensate un po', s'io son uomo da fargli il cane da caccia, senza averne le mie ottime ragioni…. Ormai, tutti gli affari miei van bene, benone…. se il diavolo non ci mette la coda, innanzi che passino due anni, l'Omobono, il mercantuzzo fallito, si vedrà cavare il cappello da quei che adesso gli fanno fare anticamera e lo tengono per un barattiero venuto al pelatojo…. poveri barbagianni!—
E passando dietro al paravento, aprì l'usciuolo della sua cassa ferrata; facendo scattar la molla d'un ripostiglio segreto, ne trasse alcuni fasci di carte vecchie, ripassò molti conti, annotò parecchi chirografi bollati e non bollati, fece di molte somme e moltipliche, sfogliazzò registri e polizze di ricevuta, sprofondandosi del tutto in que' sogni di Mida.
Intanto, la famiglia della Teresa, abbastanza serena e benedetta in mezzo alle disgrazie, menava una vita umile e buona, una vita a cui la felicità non mancava, perchè non mancavano il lavoro e la speranza.
Solo Damiano, da qualche tempo, immalinconiva. La madre e la sorella vedevanlo quasi sempre sopra pensiero; mangiava poco al desinare, parlava meno; e se ne stava fuor di casa pressochè tutta la giornata. Non sapevano però com'egli passasse l'ore libere della mattina nello studio del vecchio pittore, al quale, dopo molto dubitare e molto pentirsi, aveva confidato di voler tentare a ogni modo se la sua vocazione per l'arte fosse vera, per riuscire a qualche cosa di bene o guarire per sempre. In mezzo a questo però, non era men frequente alle scuole del liceo; poichè avendo giurato di saper procurarsi, al più presto, il bisognevole per la famiglia, non voleva chiudersi l'unico sentiero a qualche onesto impiego. Intanto il poco che guadagnava presso il negoziante di pannine, lo metteva al coperto dell'imminente necessità e gli dava coraggio per l'avvenire.
Da lungo tempo la buona famiglia non aveva riveduto il signor Lorenzo, l'unico suo protettore e amico. Sulle prime non aveva sentito il vecchio soldato tutto il peso della perdita di Vittore; e le cure prestate agli orfani del suo commilitone, e un resto di fierezza del suo cuor da veterano gli avevano medicata per qualche mese la ferita. Ma l'abitudine di tutta la vita, ma il vedersi sparire d'intorno a uno a uno i pochi avanzi della gloria dell'Imperatore, coloro coi quali aveva sfidata e vinta la morte le mille volte, i suoi compagni di guerra, i suoi amici, che usava chiamare uomini d'uno stampo perduto; e quel trovarsi tutti i dì solo, sconosciuto, l'ultimo di quegli eroi che portavano scritto nella solcata fronte e nelle ferite del petto i grandi fatti del loro tempo; tutto ciò metteva nell'anima di Lorenzo una sdegnosa tristezza: e questa lo vinceva sì fattamente da tenerlo ancora lontano da que' soli i quali ancora sapevano far sì che qualche sorriso diradasse la sua serietà, e il frequente aggrottar de' suoi bigi sopraccigli.
Non faceva più i consueti passeggi fuor della porta Ticinese, da lui chiamata ancora porta Marengo, o lungo lo stradone di Mosca, o fuor dell'Arco del Sempione; andava tutt'al più da casa sua, ch'era in via di san Simone, a un piccolo e deserto caffè poco lontano, tenuto dalla vedova d'un altro suo povero commilitone morto nei gorghi della Beresina. E colà, sdrajato in un canto o ritto a guardar fuori della porta vetriata, se ne stava ore ed ore; talvolta l'intero giorno. Le sue visite alla Teresa divennero così meno frequenti; ma non già perchè fosse scemato il bene che portava a que' buoni. La consuetudine antica durava sì forte in lui, che talvolta vinceva l'unica affezione pur viva nel suo cuore, e dopo che non abitavano più la campestre casipola in Quadronno, ov'era andato per sedici anni tutti i dì dell'anno, non sapeva ancora trovar la strada della loro nuova abitazione. Ma il suo cuore non era cambiato; vivendo grettamente colla sua scarsa pensione di cavaliere (e dal giorno della morte di Vittore non s'era più veduto all'occhiello del suo sdruscito pastrano il nastro di quella corona) l'onesto vecchio aveva trovato modo, risparmiando qualcosa ogni mese, di cominciar a mettere insieme poche centinaja di lire, le quali destinava ad accasar la figliuola dell'amico, quando il momento fosse venuto. Era questo il suo segreto.
Pure, da qualche settimane, non usciva più. Seduto presso la finestra della sua stanza, dopo bevuta una scodella di caldo latte la mattina, rileggeva per la ventesima volta la Storia di Carlo XII, lasciando scappar qualche muto riso e scrollando il capo alla descrizione di quelle battaglie del secolo passato; poi, quando una vicina dabbene veniva a portargli qualche cosa per il desinare, la tratteneva per raccontarle le campagne del Grand'uomo, nelle quali aveva fatto anch'esso la parte sua, e che ormai non poteva più raccontare a nessuno. Bene spesso, a un tratto s'interrompeva; e una frase ardita, un grido di guerra del tempo andato finivano in una sorda imprecazione, in una bestemmia da soldataccio, che facevano scappar via l'onesta vicina.
Dopo alcun tempo di questa vita monotona, solitaria e direi quasi rabbiosa, il vecchio tenente cominciò a sentirsi mal disposto; poi infermò. Damiano, che da lungo tempo non aveva più saputo nulla di lui, venne per caso a visitarlo, e trovandolo malato, lo disse subitamente alla madre; la quale, tornata la pace col suo burbero amico, non lasciava passar giorno che non venisse con la figliuola ad assisterlo, a riconfortarlo. Era Damiano istesso che le accompagnava colà al mattino, e ritornava a prenderle, innanzi all'ora del desinare. Così quella rinata corrispondenza di cure e d'affetti ristorò in poco tempo la logora salute di Lorenzo, e fu per la nostra famiglia e per lui una gran consolazione.
E per non mettere in mezzo nessuna cagione di dispiacenza, il vecchio giacobino non parlò più di Celso, e di quel ch'era stato: chè ben vedeva non sarebbe riuscito a far capire alla signora Teresa le sue ragioni che credeva belle e buone. Se avesse saputo invece che il destino del giovine abate era proprio in mano di tali che pensavano far di lui ciò che nel suo rozzo buon senso egli medesimo antivedeva, non l'avrebbe tenuta in gola, per certo, a costo di romperla del tutto anche con la vedova del suo amico.
Così la Teresa, nell'aspettazione di un tempo migliore, viveva que' giorni occupati e tutti uguali della sua nuova povertà. Sul finir della quaresima, la signora Emerenziana, col pretesto di portarle a racconciare non so che merletti per commissione d'una mercantessa di mode, s'era trattenuta due buone ore colla vedova, e aveva saputo farla cantare su tutti i tuoni, compassionandola, e facendo un'eco infinita di ohi! di ahi! di Signor'Iddio! alla litania di guai che la credula donna le andava raccontando. Alcun tempo di poi, tornò in compagnia d'un signore, un po' sugli anni, che la Teresa non conosceva punto, ma che pure aveva l'aria d'una persona d'importanza. Glielo presentò come un ricco privato, un negoziante ritirato dagli affari, il quale aveva una superba commissione di lavori, nientemeno che parecchie dozzine di fazzoletti, di cuffie, d'accappatoj e d'altre simili finissime lingerie da ricamarsi per il corredo di nozze d'una illustre damina.
La Teresa, rimpastata di buona fede com'era, la credè una grande fortuna, e non rifiniva dal ringraziar quel signore, che intanto, girando intorno alla sfuggita i suoi piccoli occhi di ramarro, pareva studiasse nella rozza suppellettile di quelle stanze, nell'umile ma decente povertà, il segreto della loro vita domestica e sconosciuta. E facendo ballar colle dita la grossa catenella d'oro e il gruppetto di ciondoli di che andava ornato il panciotto, aveva l'aria di pesar sulla mano quanto potesse valere l'onestà di quelle abbandonate creature.
Innanzi lasciarle, aveva già pigliato con loro una tal'aria di confidenza e d'amichevole protezione, che la buona donna gli si raccomandò con molta e viva preghiera; anzi non esitò un momento ad invitarlo che ritornasse, per dare, se non altro, un'occhiata a' ricami delle cifre e degli stemmi, quando il lavoro fosse incominciato. Quel signore fece a simile invito un cotale atto d'assentimento, che mostrava un'affettata degnazione; ma nel suo sguardo, in tutta la sua persona appariva qualche cosa d'incerto e strano; così che la giovine Stella, la quale intanto s'era tenuta presso la finestra, al suo telajo, sentì nascere nel suo cuore, quantunque fosse un cuor di colomba, un segreto senso d'antipatia per quell'uomo.
Una settimana dipoi, costui lasciavasi vedere di nuovo; rimaneva colle due donne più lungo tempo, e menava buone tutte le ragioni che ripetevagli la Teresa; profferendosi a servirla dove potesse, per via delle tante conoscenze ch'egli vantava, di duchi, di conti, di marchesi, de' primi negozianti, e banchieri. E così egli soggiogò del tutto il cuore della onesta donna. La quale già lo stimava il fior de' galantuomini, una vera provvidenza: anzi, ell'andava fra sè imaginando il come l'avrebbe pregato di procacciar qualche buon impiego al suo Damiano, tanto che potesse anche lui vedersi una volta contento, con un pane onesto e sicuro. Ma, per quel dì, non osò fargliene parola.
Fu nel partire che il sedicente negoziante s'abbattè al piè delle scale in Damiano che se ne tornava a casa sua. Il giovine saliva, e nel passare a lato di quel signore, si volse a riguardarlo; gli era parso di riconoscere in lui quell'Omobono col quale s'era già incontrato al festino del mercoledì grasso.
Ma il signor Omobono (ch'era ben lui) si tirò sugli occhi, più che potè, il cappello; e mettendosi il fazzoletto alla faccia, come sorpreso da un impeto improvviso di tosse, svoltò lestamente la spalla del portone e si schermì dal curioso esame del giovine; il quale, preoccupato da' suoi foschi pensieri, credè d'avere sbagliato, e innanzi che fosse venuto alla sua porta, s'era già scordato di quella faccia del mal augurio. La Teresa poi, per una delle solite ragioni per cui le anime oneste credono di soverchio alle oneste intenzioni, non aveva voluto dir nulla al figliuolo della nuova conoscenza fatta; pensando di aspettare a raccontargli ogni cosa, allorchè le fosse riuscito di poter dare a lui pure qualche buona notizia. Vedendo sulla fronte della madre un'insolita serenità, anche la Stella non ardì parlarne col fratel suo; e cominciò anzi a dubitare che la ripugnanza provata dal suo cuore, alla sola vista di quell'uomo, poteva ben essere un'ingiusta apprensione, una vana ombra, un capriccio.
Capitolo Duodecimo
Era venuto il giovedì santo.
In quel giorno che rinnova le divine memorie alla fede e al dolore cristiano, la vedova, in compagnia della figliuola, secondo il pio costume del popolo nel quale vivono intatte le sante tradizioni del passato, compiva essa pure l'umile pellegrinaggio alle sette chiese, accompagnando nel consueto giro per la città la processione de' popolani che recitavano divote orazioni alla visita de' Sepolcri; avevano innalzato i loro cuori al Dio degli umili e de' credenti, implorando rassegnazione e speranza, la benedizione ne' travagli, e la contentezza dell'innocenza. Quel giorno d'austera solennità, quella continua schiera di donne, di fanciulle, d'intere famiglie seguenti la stessa via; le chiese affollate di popolo inginocchiato e pregante; e la stessa fatica del cammino e il conforto della preghiera e della sacra costumanza adempiuta, tutto aveva destato nelle loro anime buone una quieta gioja che da lungo tempo non erano avvezze a gustare.
Uscite del Duomo, poco innanzi che si facesse la sera, tornavano a casa, parlando fra loro di Damiano, il quale da parecchi dì erasi fatto assai più sereno e mite che prima non fosse. A un tratto, la Stella s'avvide che le seguitavano due sconosciuti, i quali da un pezzo si erano messi dietro a lei, di via in via, ed ora le stavano alle spalle, ora le camminavano dinanzi, e la guardavano sfacciatamente, discorrendo intanto fra loro, senza rispetto di farsi udire. Anche nel tempio, mentr'essa pregava a lato della madre, un di coloro le s'era accostato, facendole intoppo e susurrando non so quali parole da lei non intese. E intanto che quello l'aveva seguita nel Duomo, l'altro s'era fermato sotto l'arco del Coperto de' Figini: poi, all'uscir delle donne, s'erano riuniti e se n'andavano al braccio l'uno dell'altro. Ciò che prima la Stella aveva notato appena, le fissò i pensieri, quando intese dietro a sè lo scroscio d'una risata, e i discorsi di coloro le ferirono l'orecchio. Tremò come una foglia, e sentendosi quasi mancare si strinse alla madre: la quale, credendola affaticata dal camminare, e nulla sospettando, le disse: —Animo, Stella, chè siam quasi a casa.
Se la fanciulla non avesse indovinato che que' due le stavano alle calcagna a fine di vedere dov'ella fosse per entrare, le parole che correvan tra loro gliel'avrebbero chiarito. Erano due giovani signori, vestiti con eleganza alla moda del giorno, due di quegli attillati che camminano in aria di conquistatori lungo le frequenti nostre corsie, di su, di giù, all'ore consuete del passeggio, e più spesso sull'imbrunire, aspettando che la buona ventura mandi loro incontro qualche galante o misteriosa bellezza; studiosi d'andar segnati a dito da chi voglia o non voglia saperne di loro, accorti e leggiadri trovatori di lepidezze e passatempi; di quelli che pigliano le cose con buon gusto e capriccio; che si credono, essi soli nel genere umano, persone comme il faut, per dirla con una loro favorita espressione; senza curarsi mai di pensare, prima o dopo di fare; chè il pensare per essi è un di più.
—Ma, caro Lodovico! diceva l'uno, camminando lungo la muraglia, come seguisse a dispetto l'amico: Ma, caro Lodovico! bisogna proprio dire che tu metti da banda il buon genere.
Ed era veramente un tipo del bon ton d'allora colui che parlava; dico d'allora, comechè tutti sappiano il buon tuono mutar vezzo e legge, trasformarsi come il Proteo della mitologia. All'arricciata capigliatura, a' lucidi mustacchi attorti sulla punta, allo studiato nodo della cravatta, all'abito fino che gli serrava il busto, a' guanti gialli, e più di tutto all'aria burbanzosa e al passo trionfale, si ravvisava in lui il giovine semideo del nostro tempo; il quale non ha ancora fra noi trovato il suo poeta che gl'insegni, come già fece il buon Parini a quello di settant'anni fa, l'arte d'ingannare
«……. questi nojosi e lenti «Giorni di vita, cui sì lungo tedio «E fastidio insoffribile accompagna;
e così di tutto si ride al mondo, e anche di sè medesimo.
—Ascolta un po', conte: disse l'altro, vestito anch'esso come l'ultimo figurino delle mode, sebbene non apparisse in lui quella scioperata arroganza che leggevasi a chiare note sul viso del compagno. Se poi si era fatto ad apostrofar l'amico, così in aria tra seria e scherzosa, con quel bel titolo di conte, n'aveva il perchè: quel titolo era un dolce solletico all'orecchio del giovine paladino.
—E che puoi dirmi ch'io non sappia? Tu sei mortalmente annojato della quaresima, e cerchi una distrazione….
—Sì, il far di madonnina di costei che tu vedi, mi va al cuore….
—E vorresti ch'io ti avessi a dar mano, eh? è per questo che m'hai tirato a forza fin qui, proprio all'ora che sulla porta del caffè io aspettava una persona, per accompagnarla alle prove del ballo nuovo.
—Una persona?… Gran che, conte Achille! per un amico puoi lasciare ch'essa ti tiri gli orecchi qualche volta!
—Ma non che mi graffii!
—Ah! ah! tu sei proprio ingattito di que' quattr'ossucci di ballerina.
—Ehi! come parli?
—Va via: come non si sappia che le vai appresso da tre anni, e che fai il geloso, come fosse una gran dama! E sì, che per entrarle in grazia devi andar giù chino, e non contarli… Va pure, che con le tue pretensioni, fai la bella figura!
—Non capisci niente: non sai che il mio è il gran genere?
—Sì, sì, fare anticamera ogni dì alla portaccia; dare il braccio alla ragazza da una parte, alla mamma bavosa dall'altra; fare il lacchè al carrozzone del peccato, quando riconduce a casa quell'olla di ninfe, e stare col servitor bisunto sulla predella del legno?…
—Matto, matto! rispondeva il conte, sganasciando dalle risa. So bene ch'è l'invidia che ti fa parlare. Ma via, non vado in collera: ora di' su, di codesta meschina che ne facciamo?
—Vienmi dietro, ch'io vegga dove sta di casa; poi ti dirò il resto. Già sai che ho miglior gusto di te; amo i fiori di primavera io, i bei bottoni di rosa….
—Te lo credo, se vuoi: ma sartorelle e cuffiarette non sono più in moda. A Parigi, è mercanzia per gli studenti e pei giovinotti di provincia: ce n'è a nugoli di questa roba: io per me, quando ci fui, non ne volli sapere.
—Che diavolo? ciascuno ha i suoi capricci; a te la scena, a me la bottega: così saremo sempre amici. Ma senti questa, conte mio…. Non sai che mio padre….
—Che c'è di nuovo? non vuol più pagare i tuoi debiti?
—Manco male, se fosse: e' ci sarebbe il rimedio; farne degli altri.
—È vero: che ha dunque il reo genitore?…
—Vuol darmi moglie.
—Vecchio pedante!… E la prendi?
—Che fare? finora non dissi nè sì, nè no: perchè, lo sai bene, i vecchi voglion fare a modo loro; e mio padre, che fin qui mi tenne allo stecchetto, con quelle idee antidiluviane d'ordine, d'economia e di sistema, mi rovina, mi tira all'etisia. Un matrimonio mi potrebbe tornar bene, sarei padrone del mio: d'altronde, il partito è magnifico, una figlia di buona casa, non brutta a quel che mi dicono, e duecentomila lire alla mano. Vedi, che c'è da pensarci sopra.
—Ah! ah! ah! Lodovico che becca moglie!… Bravo lui! stasera, al caffè, vo' far ridere gli amici.
—Per amor del cielo! giurami che non ne dirai parola, o me la piglio sul serio.
—Poveraccio! te la fanno, e ci caschi. Va là che non t'invidio: io sono libero, indipendente, non ho chi mi faccia il moralista, e posso dire che mi godo la vita. Ma già, capisco: finchè ci sono questi padri benedetti….
—Che vuoi farci? Il mio mi vuol troppo bene, nè pensa di lasciarmi così presto. Dovrei dunque aspettare fino a quarant'anni a far le cose a modo mio, continuando intanto, come ogni misero figlio di famiglia, colla mia magra mesata che mi basta appena pei sorbetti e pei guanti?
—Ti compatisco; ma doversi ingollar una moglie….
—Che importa? alla fine non ci metto gran pensiero: anzi, ti dirò in confidenza che sto per far contento il vecchio.
—Come? come, signorino? Prendete moglie, e avete come prima il grillo delle sartorelle e delle piccole crestaie?
—Non porto ancora la cavezza matrimoniale; e senza un po' di consolazione come andar incontro ai giorni della disgrazia?
—Si vede che sei proprio un cattivo soggetto. Ma chi è la sposa?
—La figliuola maggiore del barone Alberto, una baronessina, capisci…. ma, non si deve saperlo da nessuno ancora.
—Capisco: quanto alla sposa, non c'è male, non è il diavolo. Anzi, t'impegno fin d'adesso che mi presenti a lei; e ti prometto io di confortarla, intanto che tu correrai dietro alle sottane di percallo rigato.
—Sì, matto, vedremo. Ma intanto, non far ch'io perda la traccia di questa….
—Oh! noi siam buoni bracchi; e poi, è selvaggina che si lascia smacchiar facilmente.
—È il mio genere, la mia passione!
—Buona riuscita!
Di questo sconcio dialogo poco venne all'orecchio dell'innocente fanciulla; ma bastò per farla accorta del pericolo che correva, e rivelarle in confuso il perchè quei due le tenessero dietro. Fino a quel dì, nella pura anima sua, non era penetrato mai uno sgomento somigliante a quello. A sedici anni, il pudore, quel primo gemito della virtù tremante di sè medesima, non aveva commosso ancora il suo cuore d'angiolo; bastarono poche parole di que' due giovinastri alla moda a strappare il velo a' suoi pensieri intemerati. E doveva essere appunto in quel dì d'una religiosa e tremenda ricordanza! Povera Stella!
Nel primo suo terrore, le sopravenne l'idea di dire alla mamma che, prima di tornare a casa, entrassero un momento in una bottega non lontana, per cercarvi non so che lavoro. E glielo disse, sperando che i due smarissero intanto la sua traccia o si stancassero di seguirla. Ma, come la fanciulla non trovava quasi la voce per dir chiaro ciò che dentro sentiva, la madre non le diè ascolto; le parve un capriccio, perchè non s'era avvista ancora di cosa alcuna; e poi, stanca com'era, non vedeva l'ora di trovarsi in casa. Alla Stella bisognò rassegnarsi; ed entrarono nella loro porta.
I due signorini si fermarono, alternando ciarle e sogghigni, e segnando a dito la Stella, intanto che colla madre saliva le scale. Appunto in quella, Damiano venendo dall'opposta parte della via s'abbattè faccia a faccia ne' due giovani; i quali, strettasi la mano e accennando del capo alla fanciulla, pareva facessero in quel momento una scommessa fra loro.
D'un lampo egli indovinò; e, svoltando nel portone, urtò di proposito, nel passare, uno de' due galanti ch'erano sulla soglia. Il signor Lodovico, chè l'urtato era lui, si volse pieno di maraviglia e d'ira, e:—Che fai, villano? gridò.
—E tu, rispose il giovine piantandosegli dinanzi: e tu, che cosa vuoi qui?
—Oh bello! oh bello! esclamò il contino Achille.
—Tira dritto, esclamò il cavalier Lodovico, o te la insegno io!…
Ma il giovine, smorto in viso, l'afferrò per un braccio, e con voce tremante ma cupa:—Quelle due donne, dissegli, sono mia madre e mia sorella; e se qui ti trovo un'altra volta, guai a te!…
Così detto, lo guardò bene, poi salì prestamente dietro sua madre.
—È matto colui! diceva il contino.
—Matto e insolente: il compagno seguiva. Gli credi tu? sarà un asino d'artigiano che fa all'amore con la fanciulla, e crede mettermi paura. Me ne rido io; anzi, adesso mi ci provo di gusto; la è un'avventura che stuzzica l'amor proprio. Oh! vogliam vederla; e tu, caro conte, mi terrai parola.
I due amici, dopo un'altra stretta di mano, si separarono. L'uno se n'andò fra le quinte del teatro, di cui gli schiudevano i penetrali il suo patrizio nome e l'amicizia coll'impresario, ad ammirare la bella figliuola dell'aria, com'egli soleva poeticamente chiamar la ballerina. L'altro passò a fare una visita di cerimonia alla nobile donzella, che doveva essere, di lì a poco tempo, sua sposa.
Capitolo Decimoterzo
Se non t'incresca, o lettore, di scendere e salire per le anguste scale de' poveri, di entrar nelle nude soffitte; se ti conforti il vedere i sacrificj della virtù non conosciuta, e l'impeto dell'anime oneste e generose; seguiamo i passi di Damiano, che, al far del giorno, se ne va alacre e contento allo studio del pittore Costanzo.
Ma per quale segreta aspettazione tornavano a Damiano quella gioja, quell'ardore di vita e di volontà che da gran tempo più non sentiva? Pochi dì innanzi, non era vivere il suo, ma agitarsi in cupi e riluttanti pensieri; gli uomini, le cose che lo circondavano, erangli cagione d'ira o di tristezza; pensava ch'era solo, negletto, incerto del dove andare, stanco, oppresso dalla povertà da cui credeva impossibile di poter sollevare la famiglia sua. Ma ora, il mondo più non era per lui, come prima, un'immensa e misteriosa ingiustizia; ogni cosa gli pareva mutata; tutto prendeva agli occhi suoi un significato, una ragione; e per la prima volta, nella coscienza di sè medesimo, sentiva la pienezza della vita. Ora, egli non avrebbe dato, per qualunque tesoro al mondo, quell'affetto che gli scaldava il cuore.
Povero e onesto Damiano! Ciò che tanti altri, a vent'anni come lui, provano per forza di una prima passione d'amore, Damiano lo sentiva allora per un sentimento più alto e più puro, che acceso da gran tempo nell'anima sua, aveva alla fine trovato, dopo i lunghi sogni della fantasia, una espressione di bellezza, una forma viva e vera. Era un amore solitario e forte, una ispirazione di fiamma, che a lui dava per la prima volta il senso dell'infinito.
Camminava con passo leggiero; le vie, le case vedute tutti i giorni, che prima gli sembraron monotone, uggiose, che già gli stillarono l'angustia ne' pensieri, avevano agli occhi suoi in quella mattina quasi una novella apparenza, le trovava belle, ariose, allegre; tanto è vero che i luoghi vestono sempre il colore de' nostri pensieri. Vedeva un amico in ognuno che incontrasse; e sentivasi in cuore come una volontà di stringer la mano e raccontar la sua gioja a tutti i manovali e artigiani che passavangli a fianco, camminando alla fabbrica o alla bottega. Pensava che quella buona gente era, per la maggior parte, più povera di lui; eppure tutti erano come lui allegri e sereni, tutti suoi fratelli.
Salito al quinto piano della casa del pittore, lo trovò già in piedi, vestito del suo camiciotto di tela, e col fedele berretto di carta azzurrina sulla calva nuca, ritto presso la spalancata finestra, tutto inteso a macinare colori, a preparar la tavolozza. Dalla finestra, che rispondeva sur una lunga fila di tetti, si vedevano i comignoli di mezza la città; e fra quella moltitudine di altane, d'abbajni, di torricelle e campanili che somigliavano in lontananza una mano di soldati dispersi in un terreno selvatico e ineguale, dardeggiavano con singolare riflesso di luce gli obbliqui e vivissimi raggi del sole sorto appena sull'orizzonte. Un'aria freschetta, sottile, aveva cacciato da ogni parte del cielo i vapori della notte; e il primo sorriso del sole era per lo studio del povero pittore.
Quel buon Costanzo, al comparir del giovine, si fece più sereno in viso, e stringendogli con amorevolezza la destra:—Eccoti qui, gli disse, in compagnia del sole che mi saluta in questo momento. Bravo giovinotto! tu hai cuore e volontà, sai che tesoro sia il tempo, e nol getti, perdio! Così riuscirai a qualche cosa, e farai la tua via meglio che non abbia fatto io…. Vieni, vieni; la tua gran tela ti aspetta.
—Io ti voglio bene, come ti voleva bene il tuo povero figliuolo, o Costanzo: rispose il giovine. Tu solo sei stato il mio maestro; il poco ch'io so, è cosa tua.—E mettendosi sul cuore la mano di lui, con tenerezza profonda lo riguardava; poi, dopo una pausa:—Credi tu, soggiunse, credi tu…. che io….
—Per l'anima mia! son certo, com'è vero che vivo, che tu hai qui, e qui—e portava la destra prima al cuore, poi alla fronte—una cosa ch'io non so… ma che viene di lassù; in me l'ho cercata sempre e non l'ho trovata mai!… Perchè, io son sincero, vedi! non mi stimo più del giusto; i miei cinquantanove anni, se non altro, m'hanno insegnata questa verità.
—Non dir così, buon Costanzo; la fortuna ti fece sempre la smorfia; e per questo….
—E per questo, sto al pian de' gatti, più vicino al paradiso: sorridendo l'interruppe il pittore.
—Ma sei onesto e generoso; sei un buon artista; e i pochi che ti conoscono, ti amano, che più non si potrebbe.
—Oh! per me la è finita; son vecchio; tutti i miei ritratti e quelle teste di santi, sgorbiate in tanti anni, non m'han fatto un nome più famoso di quello del tabaccajo che sta qui sotto; ma n'ho cavato di che campare…. e poi tanto d'andar fino a Roma. Oh sì! per me adesso, posso morir contento…. Le ho vedute anch'io quelle glorie dell'arte italiana, dell'arte nostra! e ho potuto contemplar la faccia di quei quadri che sono stati il sogno di tutta la mia vita. Ma tu sei giovine, Damiano; tu li vedrai a tempo, amico! e se il pellegrinaggio dell'artista a me tolse l'ultima speranza, a te darà l'ispirazione e l'amore.
—Oh! che cosa potrò far io, Costanzo? Oggi son contento, pieno di buona fiducia; ma troppo di spesso, un certo presentimento, che mi sta in fondo del cuore, mi mette una nebbia nella mente e mi rompe la forza; in mezzo alla gioja, nell'ora più santa, una voce ironica e maligna par dirmi: Non pensare all'impossibile! È lo stesso, tutto è inutile!
—Ah giovine, giovine! la tua anima è di fuoco; e bruci l'avvenire, perchè non l'hai in pugno. Ma io ho l'esperienza; e mettendo al paragone quel ch'io ho fatto con quel che fai tu, col cuore in mano, ti dico: Io sono un pover'uomo, tu sei un pittore!
—Tu mi vuoi bene, onde parli così: ma nessuno dirà quel che tu dici. Io lo sento dentro di me; l'arte è troppo grande e le mie forze son troppo piccole; eppure, son questi i soli pensieri che mi possano confortar la vita. Lo seguirò quest'incantesimo che mi strascina; e se cadrò a mezzo del cammino, almeno potrò dire che non era vile la speranza, e che ho voluto anch'io!…
—Così, così forse avranno parlato, un dì, que' tali, al cui nome bisogna adesso cavare il cappello e abbassare il capo. Pure, tu non insuperbire per questo. La via è lunga, e costa spesso la vita. Ma tu sei il mio figliuolo d'adozione, e non dimenticherai il nome del vecchio Costanzo! Vieni qui, figliuolo.—E il buon uomo volle, quasi per forza, stringerlo fra le braccia, baciarlo sulla fronte. Poi ripigliò:—Non perdiam tempo, l'ore volano e ci rubano i pensieri e gli anni. Su dunque! al lavoro.
—Sì, maestro, amico mio! al lavoro, e Dio ci guardi! rispose Damiano.
E i due amici, raccolti i pennelli e prese l'asticciuole e le tavolozze si posero al cavalletto; Costanzo da un lato della finestra, innanzi a una tela vecchia su cui l'abbozzo d'un sant'Andrea Avellino andava sparendo sotto un ritratto di commissione, un volto rubicondo e grassoccio, due occhi piccoli, bigi e senza sopraccigli, una bocca atteggiata a melenso riso, e un mento sotto il mento, proprio la fisionomia d'un arricchito mercante d'olii e saponi; dall'altro lato, Damiano s'allogò dinanzi d'un'ampia tela sulla cui fresca imprimitura vedevasi delineata a franchi contorni la bella creazione ch'egli aveva da tanto tempo vagheggiata nell'ardente pensiero. Parecchi abbozzetti di quel medesimo quadro, con forza coloriti e con viva espressione d'affetto, erano sparsi vicino a lui, su d'una seggiola e d'una rozza tavola; e un volume scompagnato del Tasso stava aperto sullo sgabello a' suoi piedi.
Ma il giovine non riguardò a quegli abbozzi, ch'erano stati i primi arditi tentativi d'una mano inesperta e forse di soverchio commossa dallo entusiasmo; si raccolse tacitamente, direi quasi con religioso sgomento, dinanzi alla tela; contemplò, studiò coll'anima piuttosto che con gli occhi quelle linee leggermente tracciate, i profili, le teste, le movenze delle figure, che sovra il fondo non apparivano ancora se non come larve nella nebbia, ma che nella sua mente egli vedeva già spiranti e vive; trasse un sospiro, poi con mano tremante diede il primo tocco di pennello al suo quadro.
Il qual suo quadro, come ben lo indicava il libro lasciato a' piè del cavalletto, figurava uno dei più belli e commoventi episodii del poema di Torquato; l'innamorata Erminia che, pellegrinando con lo scudiero in deserta parte, ritrova morente il suo Tancredi. Il volume era aperto alla pagina che ha codeste bellissime stanze, le quali, lette una volta, non si partono dal cuore:
«Raccogli tu l'anima mia seguace,
Drizzala tu dove la tua sen gìo:
Così parla gemendo e si disface
Quasi per gli occhi, e par conversa in rio.
Rivenne quegli a quell'umor vivace,
E le languide labbra alquanto aprio;
Aprì le labbra e con le luci chiuse
Un suo sospir con que' di lei confuse.»
«Sente la donna il cavalier che geme:
E forza è pur che si conforti alquanto.
Apri gli occhi, Tancredi, a queste estreme
Esequie, grida, ch'io ti fo col pianto:
Riguarda me che vo' venirne insieme
La lunga strada, e vo' morirti accanto;
Riguarda me, non ten fuggir sì presto:
L'ultimo don ch'io ti domando è questo.»
«Apre Tancredi gli occhi, e poi gli abbassa
Torbidi e gravi: ed ella pur si lagna.
Dice Vafrino a lei: Questi non passa;
Curisi dunque prima, e poi si piagna.
Egli il disarma; ella tremante e lassa
Porge la mano all'opere compagna.
Mira e tratta le piaghe; e di ferute
Giudice esperta, spera indi salute.»
«Vede che il mal dalla fiacchezza nasce,
E dagli umori in troppa copia sparti.
Ma non ha fuor che un velo onde gli fasce
Le sue ferite, in sì solinghe parti.
Amor le trova inusitate fasce,
E di pietà le insegna insolite arti.
Le asciugò con le chiome e rilegolle
Pur con le chiome che troncar si volle.»
Era quest'episodio l'argomento proposto in quell'anno al pubblico concorso del premio di pittura.
Damiano, costretto dalla povertà e dalla necessità di trovar presto un pane certo, per poterlo spartire con sua madre e con sua sorella, aveva dovuto fino allora rinunziare alla naturale sua inclinazione per la pittura, alla quale, in altra fortuna, poteva forse del tutto consacrarsi. Non avendo mai frequentate le pubbliche scuole di belle arti, era stato fino a quel dì sconosciuto allievo di sconosciuto pittore; aveva dato allo studio del disegno le poche ore rubate a' libri di scuola, a' registri del mercante, al riposo della notte. Eppure lo faceva più per quel semplice e forte amore che il traeva all'arte, che per la fiducia di riuscire. Ma intanto, coll'applicazione solitaria e tranquilla, con quella volontà intensa e segreta che procede da un ingenito sentimento del bello, e che matura nella disgrazia, il giovine s'iniziava a poco a poco, senza quasi saperlo, ai misteri dell'arte sublime.
Un'inquietudine, un desiderio prepotente lo agitavano, gli facevano battere il cuore; il grande spettacolo del cielo, l'aspetto malinconico o sereno della pianura che circonda la vasta città; il verde degli alberi e delle irrigue praterie; gli sparsi casolari e i pochi avanzi della grandezza passata sorgenti ancora nel cerchio delle mura; le chiese più antiche, e l'opere famose de' pennelli della scuola lombarda, maraviglia di chi torna a visitare qualche deserta cappella, qualche abbandonato monastero; e quel miracolo dell'arte del medio evo, il Duomo, ove il buon giovine andava a meditare nell'ore della sua tetra malinconia; e la stessa infinita varietà della vita che, sempre e senza ch'egli lo volesse, gli dava affetti e pensieri, nella pace della famiglia, nel tumulto della piazza, nell'agitarsi del popolo, in mezzo al quale sentivasi superbo d'esser nato e d'andar perduto; in fine, tutto quanto gli stava d'intorno, avevagli a grado a grado insegnato l'unica scienza che può esser maestra dell'artista, l'armonia e la diversità della natura, mistero di bellezza. Perchè, il linguaggio della natura non è mai muto per l'anime commosse dall'alito divino: l'arte è figlia della natura; e per questa sola via essa traduce, per così dire, la verità.
Capitolo Decimoquarto
Nel cuor di Damiano era dunque nascosta una passione. Ma avrebbe avuto bisogno di tutt'altro uomo che del dabben Costanzo, per tentar quel volo a cui si credeva creato. Avrebbe avuto bisogno d'alcuno che nell'estasi e nella tristezza, nei patimenti, ne' dubbii e terrori dell'animo, avesse di buon ora preveduto il lampo dell'idea che tormenta sè medesima, e che spesso più forte della mente in cui vive, non può uscire senza spezzarne il sigillo. L'idea può esser la vita, può esser la morte. Nessuno aveva letto negli occhi di quel giovine, sul pallido e contemplativo suo viso, il segreto del cuore; nessuno mai gli aveva detta una parola rivelatrice, una di quelle parole che possono mutare il destino d'un uomo. Egli sentiva, amava, studiava, per sola coscienza di fare alcuna cosa che lo togliesse fuor della bassa sfera ove respirava a fatica; perchè, leggendo i prediletti poeti, disegnando, abbozzando testine e figure, gli pareva di esser meno infelice, e nulla più.
Pure, il momento decisivo di tutta la sua vita poteva esser quello. Il pensiero unico, fisso, che da un pezzo il tormentava, di far prova una volta di quella forza intima che voleva operare, era una vocazione, una necessità. Di quanta gioja e dolore fosse commosso dentro di sè, quanto patisse nell'entusiasmo e nello sconforto, nella fede e nel dubbio, è cosa che non può esser detta o compresa fuor da coloro i quali sanno come si possa vivere e morire per un pensiero.
Non già che Damiano fosse persuaso d'aver ricevuto da Dio il dono doloroso del genio, nè ch'egli ponesse gran fede al dir del suo amico Costanzo; il quale, superbo dell'unico suo allievo, andava già almanaccando che dove Damiano si fosse fatto un bel nome, anche il suo forse non sarebbe morto con lui. Vedeva il giovine questa fanciullesca compiacenza, e gli era, piuttosto che buon presagio, sorgente di maggior dubitanza e di nuovo scoramento. Sulle prime, aveva promesso di mettersi all'opera tanto per satisfare alla piccola boria del maestro, e rispondere così in qualche modo all'affezione del buon vecchio. Ma appena si vide innanzi quella tela che aspettava dalla sua mano la vita, appena cominciò a vagheggiar col pensiero l'argomento, e aperse il volume su cui aveva pianto fin da' suoi primi anni, sognando le care visioni dell'amore e della bellezza, Damiano comprese che non avrebbe trovato più pace fino a che quel quadro non fosse fatto.
Così passarono alcuni mesi; e i forti pensieri che gli travagliavano lo spirito, e quelle immagini d'Erminia, di Tancredi e del loro cantore che notte e dì l'assediavano, l'avevano prostrato in tale profonda e taciturna contemplazione, che la madre e la sorella, ignare di ciò ch'era chiuso dentro al suo cuore, vedevano in quel misterioso contegno il presagio d'un gran male. Alla fine, quand'esso, dopo lunghe incertezze, ebbe sentito come snebbiarsi nella mente il proprio concetto, allora cominciò a provare un po' di calma, a farsi più sereno. Talvolta non somigliava più quello: con improvviso slancio di gioja, correva affettuosamente tra le braccia della madre, baciava con insolita tenerezza la Stella; ond'esse lo riguardavano, non sapendo che pensare, più atterrite quasi da codeste strane dimostrazioni d'amore che dall'abituale sua tristezza.
Ma egli tremava ancora di rivelare il suo segreto; e fino ad opera finita giurò di serbarlo gelosamente. E però volle da Costanzo la promessa che non avrebbe detto mai nulla a persona viva; e il brav'uomo gli tenne parola. Egli intanto, la notte, nel silenzio della cameretta, rileggeva il Goffredo, disegnava, schizzava di nascosto la sua composizione. E quando fu venuto il momento, s'accinse al lavoro col medesimo affetto, colla medesima religione che fecero più grandi i nostri pittori del tempo antico.
In que' giorni della settimana santa, ai quali torna adesso il nostro racconto, erano chiuse le scuole del liceo; cosicchè Damiano potè in breve vedere abbozzata la sua tela. Costanzo maravigliava, considerando la rapidità e il semplice modo con cui il giovine a grado a grado disponeva le parti del proprio lavoro; e cominciando anch'esso a comprenderne il concetto, gongolava, andava quasi in visibilio. Che più? una mattina, dimenticatosi del malaugurato ritratto del mercante d'olii e saponi che ritoccava da tre mesi con pazienza fiamminga, egli lasciossi andare a sgorbiar, fra bocca e naso di quel tondo visaccio, una bionda lanugine pari a quella che il suo giovine amico segnava intorno al pallido viso del cavalier crociato.
Ma corsi appena que' pochi dì felici, ne' quali il cuor di Damiano era diviso da questa terra, le dure bisogne della vita ripiombavano più gravi sopra di lui; la necessità, con mano di ferro, lo riconduceva tutte le sere allo scrittojo del negoziante di pannine, per mettere su que' grossi registri del dare e dell'avere cifre sopra cifre, polizze, sconti, cambiali: era il suo martirio. Ma il sagrificio gli era compensato quando, sul finir del mese, poneva in mano di sua madre un venti lire, scarso frutto della sua fatica: e già andava pensando che presto, uscito della scuola, o avrebbe potuto dedicarsi tutto all'arte così amata; ovvero gli sarebbe riuscito d'allogarsi in qualche cantuccio oscuro d'un ufficio, con un profitto modesto ma certo.
Intanto, combattuto ed incerto, continuava l'incominciato lavoro; il primo sole lo trovava dinanzi al suo quadro, da cui non toglievasi fino al toccar delle nove; a quell'ora, gittati da parte pennelli e tavolozza, correva a precipizio verso le scuole del liceo, e qualche fiata colle lagrime negli occhi. Ma in questa guerra continua del sentimento col dovere, del quotidiano bisogno colle grandi aspirazioni dell'anima, il povero giovine dimagrava, immalinconiva. Né la Teresa nè la Stella potevano ancora comprendere l'interno suo patimento; nel silenzio della casa, esse vedevano passare giorni e settimane, rassegnate al lavoro monotono, assiduo, con quella paziente speranza de' cuori fatti l'uno per l'altro.
Era la Teresa, come l'avrete a quest'ora ben conosciuta, una buona donna; ma niente di più. Il bene che le portava il suo Vittore, un bene per verità un po' fiero, un po' soldatesco, era stato per tant'anni l'unica gloria di lei: ma ora, lui perduto, benchè le fosse cresciuta la tenerezza per i tre figliuoli, non sapeva trovare in sè stessa forza bastante da sostenere sola i colpi della sventura. Gli anni della vecchiezza venivano, e il suo cuore, debole per natura e infiacchito dal tempo, sentiva il peso de' nuovi travagli a cui crescevano gravezza le memorie antiche e le antiche abitudini. Amava i figliuoli, si compiaceva in quel fior di grazia della Stella; avrebbe dato per Damiano, e più ancora per Celso, que' pochi dì che le restavano a vivere; ma nell'inesperienza d'una ingenua vita, non conosceva i profondi dolori del sagrificio, i quali pesavano sull'anima di Damiano, forte ma costretta ad umiliarsi; nè i pericoli che circondano la giovinezza abbandonata nella povertà. Religiosa e pia, essa aveva accettato senza rimpianto la sua condizione qual era; e poi, vissuta a lungo in condizione angusta sì ma non logorata dal continuo bisogno, non imaginava ancora la povertà che cosa fosse. Intanto la nobile costanza di Damiano e la serenità della Stella tenevano vivo il suo coraggio; e poi consolavasi collo sperare di riunirsi fra pochi anni al suo amato Celso, ch'ella già s'imaginava di vedere coadjutore, o curato. Il più caro de' suoi sogni era di tornare a star di casa in quelle parti di Milano che l'avevano veduta giovine e felice; di andare ogni mattina a sentir la messa del suo figliuolo, all'altare della Madonna di san Celso; e poi, di morire là in Quadronno, per essere portata al campo santo del Gentilino, non lontana dal suo Vittore.
Ma la Stella, co' suoi sedici anni, colla sua fede innocente e sicura, andava incontro alla vita, senza sgomento, senza dolore. Essa, nel segreto, indovinava ciò che doveva passare in cuor di sua madre, e qualche cosa sospettava anche dell'angoscia di Damiano. Pure, l'affettuoso costume di lei, quell'antiveggenza che solo appartiene a' cuori semplici e buoni, le avevano insegnato come far meno gravi e meno lunghi alla madre e al fratello l'ore della fatica, come rallegrare la muta alternativa del lavoro e della povertà. Spesso, seduta al telajo, cantava con limpida voce qualche canzone; la canzone d'una gioja che non era nel suo animo.
La prim'alba la vedeva levarsi sollecita dal picciol letto; e pian piano, aprendo un poco la finestra, inginocchiarsi in un canto, e pregare; mentre un raggio di luce, penetrando per il sottile spiraglio, scendeva a illuminarla. Poi, si poneva al telajo, intanto che la mamma riposava ancora; e per guadagnar l'ore, ricamava fiori, festoni e ghirlande in que' trasparenti tessuti che rapivano gli occhi, e de' quali nessuno doveva esser per lei. E non di rado, per risparmiare alla mamma il lavoro, si affrettava a finir di rimendare di sua mano le biancherie su cui l'aveva veduta, la sera innanzi, lasciar cadere il capo grave di sonno. Oh come se ne compiaceva la fanciulla, quando la povera madre, senza accorgersene, si rallegrava con sè stessa, di trovar finito ciò che parevale avere smesso cominciato appena!
Talvolta passava nell'altra stanza a salutar Damiano, innanzi che uscisse; e quando lo vedesse un poco più sereno, si faceva animo a dirgli che per certo egli le nascondeva qualche cosa, e che essa un dì o l'altro lo voleva proprio sapere. Parlavano sommesso, per non farsi udir dalla madre; ma Damiano non volle rivelare nemmeno a lei il gran tentativo al quale s'era accinto; cosicchè quand'essa, una mattina, sorridendo insieme e arrossendo, gli chiese se mai fosse innamorato, che sì poco dormiva e usciva prima del sole:—Sì, mia Stella! le risponse, e d'una bellezza così grande, che mi farà diventar pazzo o morire.—Ma subito aggiungeva non avesse a dargli mente, chè non era vero, e ch'egli invece usciva per leggere i suoi libri di studio all'aria aperta. E così dicendo, contemplava fiso la sorella; avresti detto ne studiasse i puri lineamenti, gli occhi azzurri, i leggeri sopraccigli, le sottili labbra più vive del corallo, e l'ovale così perfetto del viso. Era il pensier del pittore che cercava, nell'espressione di quel caro volto, il modello delle sembianze d'Erminia.
Partito il fratello, la fanciulla si dava attorno a ripulire, a rassettare ogni cosa nella camera; poi, udita tintinnir la campanella del cavalluccio d'un lattivendolo, scendeva alla porta di casa e comperava, per la colezione, una mezzina di latte, tepido ancora. Intanto la Teresa era anch'essa in piede; in poco d'ora, tutto tornava all'ordine; e le due stanzette parevan sì monde e pulite che avrebber fatto amare quella povertà onesta e decente. Rientrato Damiano, si faceva colezione tutti insieme, parlavasi del povero papà, di Celso, del signor Lorenzo, di tutti i piccoli fatti e discorsi che tessevano la loro ignota vita; poi Damiano alla scuola, le donne all'ago o al telajo, fino all'ora del desinare, di cui la Teresa voleva per sè la cura. Al dopopranzo, il giovine s'incamminava al banco del negoziante, le donne rimettevansi a lavorare presso la finestra; e fatta sera, Damiano, quando poteva essere in libertà, seduto in mezzo di loro, leggeva ad alta voce qualche volume vecchio della nostra storia, o disegnava strafori e ricami per la Stella. Così si succedevano, tutti eguali, i loro giorni, umili sì ma tranquilli; e n'era la gioja quell'amore che univa i loro cuori nel soffrire e nello sperare.
Fuor di qualche vicina che veniva talvolta a frastornar la Teresa nelle cure casalinghe, pettegoleggiando i fatti degli altri, volesse o no saperli, nessuno capitava in quella povera casa. Anche il signor Lorenzo lasciavasi veder più di rado, sia che gli acciacchi e il trovarsi solo a finir la strada degli anni, gli avessero messo il tedio addosso, sia che tenesse ancora il broncio, fin da quando s'era deciso di Celso, contro il suo sentimento. Non aveva mai potuto dirsela l'antico tenente nè con preti nè con frati; quantunque fosse vicino al far de' conti, c'era de' momenti in cui si ricordava con un cotal gusto selvaggio i murelli de' conventi scalati in altro tempo, e in altro paese, le cantine de' priori a cui aveva dato il secco coll'ajuto di pochi camerati, e qualche lampada d'argento e qualche turibolo ghermiti come preda di buona guerra. E poi, il vecchio soldato aveva anch'esso certe idee sui due figliuoli dell'amico: e da che s'era voluto fare e dire senza di lui, aveva giurato di lavarsene le mani. Ma non sentivasi cuor di farlo, pensando che quelle tre creature le aveva vedute venir su a poco a poco; e ricordandosi quell'ultima notte del moribondo suo fratello d'armi, e la promessa che non avrebbe abbandonati mai più que' figliuoli.
Così l'onesta famiglia di Vittore, alla quale eran rimasti l'onore e la virtù, unica ricchezza, viveva aspettando dall'avvenire un po' di bene. Ma la loro umile sorte non era abbastanza oscura ed ignota allo sguardo de' tristi. Coloro che van dietro al male vegliano nell'ombra; i buoni non sospettano; e sopra di essi non c'è che l'occhio di Dio.
Il signor Omobono non aveva dimenticato la povera ricamatrice, nè smessi i suoi scelerati disegni: ma ignorava che un altro, se non più astuto, più audace di lui, stava per attraversargli la via. Era costui il cavalier Lodovico; il quale, come volle il caso, spesso meno incomprensibile che nol sia la cattiveria degli uomini, s'era, come l'Omobono, giovato della vecchia pegnataria, per riuscire a far conoscenza colla bella fanciulla.
La vecchia pegnataria, la quale soleva chiudere un occhio sopra tal sorta di negozii, e compativa le fanciulle che avessero dato un'inciampatella, volle tener a bada tanto l'Omobono che il bel signorino; e si guardò bene dal parlar coll'uno o coll'altro di ciò che sapeva. Di più, con quel gusto maligno dell'intrigo, ch'era la sua politica, andava pensando che il vecchio o il giovane ci poteva cascar seriamente, e che la ragazza, non essendo sciocca, aveva trovato il bandolo della fortuna.
L'Emerenziana era, fra le donne del vicinato, quella che veniva più spesso a visitar la Teresa, a recarle del lavoro per le sue pratiche. Non passavan due giorni senza che tornasse, come la febbre quartana, a far la dottora colla vedova, che le dava troppo facile orecchio. Bisognava udirla cornacchiare i segreti di tutto il quartiere, dame o pedine, mercantesse od operaie che fossero; lasciar trasparire con certe reticenze, e sempre come in confessione i garbugli, i rigiri in cui si era invischiata ma per amor del bene, diceva certi imbrogli, certi coperchielle e matasse distrigate da lei sola: rigattiera e pegnataria ne sapeva, per verità, di belle; e il darla a bere era per essa l'arte di non lasciarsi metter di sotto dagli altri.
Capitava nell'ore che le due donne eran sole. S'era accorta, al primo veder Damiano, in quella sera del carnovale quando venne in casa sua, ch'egli non si sarebbe facilmente lasciato accalappiare, e volontieri schivava di rincontrarsi con lui. Anche la Stella, benchè tuttora senza sospetto, non era abbagliata dalle grandezze che andava cianciando quell'eterna promettitrice; ma ignara degli artificj e delle piccole infamie della vecchia scaltrita, si lasciò andare, quasi non volendo, a creder vero e sincero, in parte se non del tutto, ciò che udiva, ingannata da quell'aria di rozza bontà che traspariva dagli atti e dalle parole dell'Emerenziana.
Per la Teresa d'altra parte, la ragione migliore, la miglior prova d'amicizia e di premura era il lavorìo che per suo mezzo di giorno in giorno le andava crescendo, non pagato a stento, nè colla solita gretterìa; comechè il guadagno non si facesse mai aspettare, e la vedova in que' pochi mesi avesse potuto già metter da parte un gruzzolo di dugento lire. Poco piacque a Damiano, quando venne a saperla, quella pratica avviata da sua madre. Ma la Teresa non voleva essere persuasa; e un dì che il figliuolo le diede un po' sulla voce, perchè avesse consentito a Stella d'andarne in casa della pegnataria, si mise a piangere di cruccio, e disse a Damiano di quelle parole, ch'egli non pensava potessero mai uscir di bocca a sua madre. Gli disse ch'era un visionario, un cuor cattivo, e che se voleva così comandare e far tutto a modo suo, pensasse lui, più che non avesse fatto fin allora, alla famiglia.
Queste cose fecero dolore a Damiano. Chinò il capo e tacque; e da quel dì il nome della pegnataria più non venne sulle sue labbra. Usciva di casa col primo sole, come prima; ma non tornava che al far della notte; mangiando a quell'ora il poco che la sorella avevagli messo in serbo. Più increscioso e taciturno che per lo addietro non fosse, evitava lo sguardo della mamma, che ne pativa: e così se n'era ita da lui quella poca gioja, onde le giovenili speranze e i primi ardori dell'arte cominciavano a rallegrarlo. Ma poi, il disgusto fece luogo alla ragione; una sera si gettò nelle braccia di sua madre, e volle essere perdonato e benedetto.
Capitolo Decimoquinto.
Nel mondo fu veduto per secoli combattere il forte contro il debole; ora è cominciata la guerra del ricco e del povero, la quale potrà durare quanto il mondo stesso. La continua vicenda delle cose traveste, non muta, le umane passioni; ma riguardando il lor mesto spettacolo, ed è questa una delle più care consolazioni de' buoni, contempliamo con maggiore affetto la bontà che la grandezza. E chi non sa ch'è più facile conservar l'innocenza nella povertà della vita che la giustizia nella grandigia e nel fasto? La ricchezza, benchè onorata, invidiata dagli uomini, bisogna dire abbia in sè medesima un germe di sazietà e di corruzione; perchè, veramente, il ricco pare, ma di rado è felice. Certo che la virtù e la contentezza ponno essere quaggiù compagne dell'uom fortunato e grande, come di chi vive contento del poco; anzi, non v'ha, direi quasi, cosa più celeste della vera virtù nella grandezza: chi sparge il beneficio e l'esempio della bontà sulla terra, sarà sempre benedetto e amato. Ci sono molti che comprendono la parola recata da Colui, il quale disse gli uomini eguali e fratelli: ma pur troppo noi veggiamo tuttora quanto sia facile così d'abusare d'ogni più santa verità, come di creder lecito e giusto ciò ch'è soltanto conseguenza del pregiudizio umano e di quel misto di vero e di falso che forma quasi tutte le leggi del mondo.
Se nell'umile storia ch'io vo tessendo, voi vedete l'uom povero ed onesto a fronte del ricco vizioso e potente, non dite ch'io rinneghi per questo la virtù di chi siede in alto, o getti la maledizione sul capo di coloro che il mondo chiama felici. Il bene è la parte di tutti, e la virtù sulla terra è come l'aria pura che si respira più vicino al cielo. Ma fu veduto più d'una volta versarsi per beneficio il danaro di Giuda; e la stessa pietà disseccata dal fiato sottile dell'egoismo e della ipocrisia, far più tristi que' mali ch'essa pretendeva di sanare. Io non presumo di dipingere la società del mio tempo; scrivo la storia di povera e buona gente.
Alla porta d'un vecchio palazzo, situato in una parte solitaria di Milano, fermossi un dì, sull'ora del dopopranzo, una carrozza d'antica data, dalla quale, fatte tra loro non poche cerimonie, furono vedute scendere due persone, che dovevano essere, come suol dirsi, due pesci grossi, fattone giudizio dall'ampio cappello a triangolo equilatero e dalla cappa dell'uno, come dalla incipriata zazzera o dal pettoruto portamento dell'altro. Attraversato, il deserto cortile, salirono per uno scalone trionfale, adorno di statue polverose e monche, rappresentanti gli Dei dell'Olimpo, alle spaziose anticamere; l'unico servo, che vi dormicchiava da quattr'ore, si levò su dalla cassapanca, spaventato dal loro comparire; ma appena li ebbe riconosciuti, corse innanzi a spalancar le porte degl'interni appartamenti; e, annunziatili, mise dentro al segreto gabinetto della nobilissima sua padrona il consigliere Zebedia e il padre Apollinare.
La contessa Cunegonda, sorella dell'Illustrissimo, quella dama potente ch'egli stesso, se vi ricorda, teneva quasi in conto d'un ministro di stato, mosse dignitosamente verso i due venuti e con un gesto quasi regale invitolli a sedere. E i due, fatta di nuovo qualche cerimonia e qualche riverenza, obbedirono.
—Io vi aspettava, signori miei, cominciò la contessa: voi ben sapete quanto mi stia a cuore la buona e santa opera nella quale voi mi date mano. Se c'è molti ostacoli, c'è molto merito a vincerli; e….
—La signora contessa è donna incomparabile, si fece a dire il padre; la sua alta ed esemplar religione, i suoi sentimenti cristiani, le sue ricchezze consacrate al trionfo della buona morale, le sue grandi aderenze….
—Eh! padre, la dama l'interruppe; siamo ancora ben addietro; bisogna battere e ribattere; gli inciampi crescono ogni dì, e i frutti son pochi.
—Qualche cosa però s'è fatto, qualche cosa s'è guadagnato: disse, con sussiego, il consigliere.
—Sì, sì! ma ci vuol altro: con un po' di stizza repressa, aggiunse il padre.
—Vedete, per esempio, o signori, quel degnissimo mio signor fratello! ripigliò la dama. Non ci fu modo di persuaderlo ad assumere la carica che si voleva dargli; ho tentato parecchie volte; fu come parlare a un sordo.
—Peccato, considerò il padre: peccato veramente! il suo nome ci voleva.
—Per me, vi confesso, tornò a dire la dama, che sebbene io abbia fatti, in obbedienza a' vostri savii consigli, presso di lui que' passi che credeste necessarii, pure non era niente persuasa della sua buona e coscienziosa cooperazione. Lasciate ch'io lo dica senza riguardi: mio fratello è un buon uomo; ma non è fatto per noi. Egli ha certe idee, certi principii….. per dir la verità, all'età sua poco convenienti…. Vedete ch'io vi parlo schietta; facciamo senza di lui.
—Sia pur com'ella vuole, signora contessa disse inchinandosi il consigliere.
—Ma!… soggiunse il collega: io spero almeno che il capitale promesso non mancherà…. Ella sa bene gl'impegni che ci siamo addossati…. crescono tutti i dì: il Ritiro non ha guari fondato dalla specchiata carità di lei, ha bisogno di protezione e di soccorso….
—State pur tranquillo, buon padre, che noi non mancheremo al nostro dovere… finchè il Signore ci dà la grazia: disse lentamente la contessa Cunegonda, con un accento che balzò a un tratto dall'albagìa alla compunzione, come il tono musicale dal maggiore al minore.
—A proposito, ripres'ella indi a poco: E che c'è di nuovo del vostro protetto, del giovine chierico che tenete in casa?
—Del mio protetto? rispondeva il padre Apollinare: dica del suo, signora contessa! Io per me, non avrei potuto fargli quel poco di bene che gli fo, senza il sussidio di lei….
—Eh via! la piccola pensione che vi ho fissa per questo, è una vera inezia, non vale il tesoro ch'egli ha trovato in voi….
—Non mi mortifichi, per carità!
—Voi lo sapete, credo bene, consigliere: si spiegò coll'altro, a lui rivolgendosi. Il nostro buon padre, che Dio ce lo conservi sempre, si trova in un mar d'affari e d'angustie; è naturale, vorrebbe fare il bene per tutti. Ora ha pensato ch'egli avrebbe bisogno d'un segretario, d'una persona di confidenza, fatta a suo modo, di quelle che raramente si trovano; il caso gli mise proprio innanzi, alcun tempo fa, un giovine che promette bene di sè, che può e deve riuscire; questo giovine è povero, egli lo tirò con sè, e pensa a dargli un avvenire; io, com'è giusto, supplisco con quella pensioncella di che vi diceva; e così si fa due beni in uno.
—Qualche cosa ne sapeva, rispose il consigliere; ma mi consolo sempre, ogni volta che sento parlar d'una buona azione.
—Le dirò, signora contessa, prese allora la parola il padre Apollinare, che nella famiglia di quel giovine c'è ancora del bene a fare. È una di quelle famiglie, e so quel che dico, le quali, al pari di mille e mille del popolo, cominciano pur troppo a sentire in sè una specie di marasmo, di dissoluzione morale, che sono il frutto di certe dottrine sovvertitrici, spaventose, diffuse da più di un mezzo secolo per tutta Europa; zizzania sociale che va pigliando ogni dì più terreno e radice. Coloro che si sagrificano alla conservazione delle potestà costituite; coloro che posero le inconcusse incontrovertibili batterie dell'ordine contro le bande infellonite del moderno progresso, hanno combattuto e combatteranno…. Essi sanno che bisogna prevedere e provvedere….
La dama e il consigliere pendevano in estatico atteggiamento dalle parole pioventi, come rivi di mele, da quell'autorevole campion del partito dell'inerzia; e l'una scrollando la cuffia piramidale, l'altro l'incipriato cucuzzolo, ne accompagnavano le cadenze, a battuta.
—Ma per combattere che si faccia, seguitava vieppiù rinfiammandosi il padre, il nemico non si stanca e trova sempre armi ed offese. Molto avanza ancora del lievito infernale che bulicò sì fattamente sul finir del secolo passato: tutto ciò ch'era perduto non è riconquistato ancora…. il male sussiste; e guai, se ingangrenisce!… E per non dilungarmi in così trista via, eccovene in piccolo nella famiglia della quale si parlava, un palmare esempio. Un vecchio militare, mezzo rinnegato, amico del padre defunto, vuol governarla a suo capriccio: già ha guasto il cervello al maggiore de' figliuoli, un capo scarico da cui non si può cavarne nulla; per fortuna del cielo, si fu a tempo di salvare il minore, quel giovinetto del quale la degnissima signora contessa degna prendersi pensiero…. Ma non ci volle poco a venirne a fine, e per un filo quell'avanzo di giacobino non rovesciò tutto! Nè basta: c'è una figliuola, la quale tocca appunto l'età pericolosa; e in mezzo a una madre debole, a uno sventato fratello, a un vecchio peccatore, non c'è a garantire uno spillo per l'onestà sua. Ma noi non ci stancheremo nell'opera buona, noi veglieremo nell'ora che il leone rugge; non è vero, signora contessa?… Ricordiamoci quello ch'è stato detto…. Noi pure dobbiam essere pescatori d'uomini.
—Veramente, ora si tratterebbe di pescare una donna: non potè tenersi dai dire il consiglier Zebedia, il quale, con tutto il suo zelo e sussiego, nutriva certa predilezione per i motti piccanti e le freddure.
Rise, muta, a fior di labbra, la dama; il padre tacque e si fe' serio.
—Oh! ad altre cose e più importanti, soggiunse allora la contessa; passiamo, se non vi dà incomodo, nel mio gabinetto di studio, signori, e vi mostrerò il risultato delle corrispondenze di qui e di fuori, intavolate per il fine che voi sapete, sopra le quali mi bisogna il vostro prudentissimo avviso.
Ciò detto, si levò dal canapè; e attraversando con imperturbata dignità parecchie stanze, seguìta da' suoi due accoliti, il laico e il cherco, disparve ne' recessi del palagio.
Capitolo Decimosesto
Mentre le tre vecchie potenze mettevano così in comune importanti segreti, tirando pe' capegli que' principii che, secondo loro, dovrebbono essere i cardini del mondo, la povera famiglia, che s'eran degnate di prendere sotto la lor protezione, non sapeva i pericoli che più davvicino la minacciavano.
—Sentite, Teresa: diceva, la sera di quel dì stesso, la vecchia pegnataria alla vicina, lieta di averla trovata sola: domani ci sarà qualche cosa a spartire; ho fatto consegnare al palazzo di quel signore, di quel cavaliere che sapete, il corredo della biancheria, della quale fra me e voi s'era pigliata la commissione; una bellezza, vi dico niente, una bellezza!
—Lo credo bene; fra me e la figliuola vi abbiam spesi dietro gli occhi.
—Ma c'è de' guai, sapete: quel signore ha arricciato il naso sul conto…. figuratevi! che cosa ne sanno gli uomini? ho avuto bel dire, che non si stava in sul tirato, che c'era appena da vivere…. non l'ha voluta capire…. Per dir tutto in una parola, s'è concluso che quel conto l'avrebbe saldato la sua signora zia, e che si tornasse, o s'avesse a mandare per questa faccenda. Che cosa volete? Siamo stati in quest'accordo; e domani…
—Ci tornate voi?…
—Così potessi! Ma ho che fare fin sopra i capegli; andateci voi,
Teresa; mandate la Stella, se non volete andar voi…
—Ma io, vedete, non so trovarci nè via nè verso, quando si tratta di conti.
—Mandateci la Stella, che l'è una piccola strega, e saprà fare… Già si tratta di parlare con una gran dama… e ci vuol proprio lei. Io e voi, Teresa, non sapremmo farcela valere; ma le ragazze l'han sempre la ragione, n'è vero?…
Quando la Teresa fece alla figliuola la commissione della signora Emerenziana, la fanciulla, senza esitare, acconsentì a recarsi, la mattina seguente, al palazzo di cui la vecchia aveva lasciato l'indirizzo.
Venuta la mattina, si preparava ad uscire; ma, forse per caso, Damiano si trattenne più dell'usato; ond'ella, per non parlarne con lui, che nulla ne sapeva, aspettò: tanto più che l'aveva veduto mordersi le labbra dispettoso, al solo udir menzionare dalla mamma la signora Emerenziana. Se non che il giovine notò qualche imbarazzo nella sorella, e stette pensoso; indi, preso il cappello, senz'altro dire, uscì di casa. Partito lui, la Stella s'acconciò il velo, un piccolo scialle di lana quadrettato, salutò con un bacio la mamma, e dicendole che n'andava per quel conto della signora Emerenziana, disparve. Appiè delle scale, non s'accorse di Damiano che, non visto, l'aveva aspettata, e che lasciatala avanzare un poco nella via, le si mise dietro.
Suonava per la città il mezzodì. Il cavalier Lodovico, approffittando d'una breve assenza di don Ambrogio, così chiamavasi il padre suo, aveva pensato d'invitare appunto quella mattina i più intimi amici suoi ad una splendida colezione. Stava da ben tre ore aspettando la piccola ricamatrice, e s'indispettiva che non fosse venuta ancora. Questa tardanza metteva sossopra il suo piano; e ci aveva studiato sopra non poco. Gli ordini i più precisi eran dati; e pensando di sbrigarsi in poco d'ora della sua nuova conquista, compiacevasi tutto di poter serbarne il racconto agli amici, in quella colezione, la quale doveva esser quasi un commiato dalla sua vita di scapolo.
Ma suonato il mezzodì, alcuni degl'invitati già capitavano; e la fanciulla non s'era veduta. Il dispetto del giovine cavaliere era al colmo: da mezz'ora andava masticando l'unica bestemmia inglese, ch'era tutto il saper suo di quella lingua.
Il conte Achille, quel suo fido Acate, che solo era a parte del segreto, entrando nel salottino a rincontro dell'amico, gli lesse in volto il malcontento; argomentò fra sè potesse essere per la mala riuscita del suo intrigo; ma, per allora, si tacque
In compagnia del barbuto conte ne venivano altri due signori; l'uno un giovinotto sulla trentina, il quale alla sfoggiata cravatta, all'abito stringato, mostrava ancora la pretensione d'uno zerbino di primo pelo; l'altro, uno smilzo giovincello che, avanzandosi a dondoloni, diè una forte stretta di mano all'amico, e cominciò a ridere di quel fatuo riso che spesso tien luogo del bello spirito. Costui, erede di un gran casato, e tronfio del suo nome e della fama de' suoi cavalli inglesi, era da poco tempo entrato nel gran mondo sotto l'egida d'una facile matura beltà.
Questi signori stavano in aspettazione nel salotto, sdrajati ne' seggioloni presso la tavola su cui erano sciorinati non pochi disegni di caricature equivoche, e parecchi volumi degli ultimi romanzi di fattura parigina; e, mentr'essi sbadigliavano beatamente, guardando gl'intagli rappresentanti i più famosi cavalli da corsa del Regno Unito che pendevano incorniciati dalle pareti, framezzo a fioretti sciabole e stocchi, a guanti di difesa e visiere e corazze imbottite, indispensabile fornitura d'ogni elegante spadaccino; il padron di casa andava e veniva inquieto, turbato, sfogando la sua bile or sull'uno or sull'altro de' servitori. Tornò poi nel salotto, e sdrajatosi in compagnia degli amici:—Chi manca ancora? domandò.
—Tu lo saprai, rispose Achille, lisciandosi col palmo della destra inguantata la colta barba: io, per me, quando prometto, son puntuale così coll'amico come coll'amante.
—Ben dici, bell'uomo! aggiunse uno de' colleghi: anch'io, dove si tratti di pranzo o colezione, sono esatto come un creditore.
—Chi dunque s'aspetta?… chiese il terzo.
—Oh vedete! ripigliò Lodovico: me n'era scordato; quella buona lana del Martigny, il nostro allegro maestro.
—E credi che verrà?
—Sì, per tenerci allegri, se vi sarà bisogno.
—Ma chi gl'insegna la creanza di farsi aspettare? interrogò il barbuto conte.
—Eccolo, eccolo qui, dissero gli altri: proprio all'ora del buon tuono.
Un servitore annunziava monsieur Martigny. Era costui nè grande nè piccolo di statura, di faccia sinistra e fatta ancor più brutta da due singolarità: era monocolo e bucherato dal vajuolo. Si fece innanzi, franco il volto e più franco il passo in mezzo alla elegante comitiva; il vecchio cappello, la grossa mazza che portava e lo sdruscito soprabito turchino abbottonato fino alla gola, facevano strano contrasto coll'attillatura di quello scelto giovenile drappello. Eppure egli era caro a tutti, e gli si facevano intorno, salutandolo col nome di maestro. Nessuno sapeva la sua vera storia, nè dove fosse nato, nè tutti i mestieri da lui assaggiati al mondo: c'era perfino chi diceva ch'egli già fosse un frate; che in altri tempi, gittata via la tonaca, imbracciò l'archibugio ne facesse d'ogni stampo, girando mezza l'Europa; finchè, infraciosato alla meglio il suo nome dozzinale in quel di Martigny, aveva raccapezzato non so che fortuna; e capitato a Milano, in fama di valente schermitore, era riuscito a mettere alla moda la scherma col bastone, quell'arte poco cavalleresca di bene accarezzar le spalle al prossimo.
Un servo diè la nuova che la colezione era pronta; e gli amici immantinente si precipitarono nell'attigua sala, sedettero intorno alla tavola, coperta di peregrine bottiglie e di squisiti manicaretti; e cominciarono l'attacco, pronti dal primo all'ultimo a far tutto l'onore possibile agli scudi del vecchio barbogio così bene spesi in anticipazione dal figliuol suo.
Ma ben si vedeva che il padroncino di casa aveva perduto il gajo umore. Gli amici o non s'erano, o fingevano non essersene accorti; solo il barbuto conte, di quando in quando, sogghignava e guardava di sottecchi l'amico, per fargli capire ch'egli a ragione non aveva mai creduto alle sue rodomontate amorose.
Quand'ecco uno de' servi, venuto dall'anticamera, si china all'orecchio del cavaliere, per dirgli qualche cosa in segreto. Lodovico si fa di bragia, a un tratto balza in piede; poi, battendo il pugno sulla tavola, in atto d'aver presa un'eroica risoluzione si volge al servo e dice:—Che passi pure.
—Entrate, bella tosa! grida il servo, aprendo la porta.
Era la Stella.
Appena l'ingannata fanciulla si trova in mezzo a tanta gente, in mezzo a quel romore, a quelle risa smodate, appena vede que' signori balzare in frotta dalla tavola e venirle incontro, e serrarle il passo alla fuga, gettando un grido di terrore si copre colle mani la faccia. Ma pur riconosce, in quel suo primo spavento, i due che tante volte le erano venuti dietro per la via; sente un gelo in tutte le vene; ma non trovando forza di difendersi o di fuggire, si lascia cadere sulle ginocchia.
Allora fu udito uno strepito, un'arrabattarsi di gente nell'anticamera; e facendosi la via frammezzo a' servi con una forte strappata, un giovine si precipitò in furia nella stanza. Accorrere alla caduta fanciulla, sollevarla dal terreno, schiudersi il passo con un gesto disperato fra quei che gli stavano d'attorno, ancora non rinvenuti dal primo stupore, fu cosa d'un momento.
Il cavalier Lodovico, a quest'improvvisa apparizione, aveva perduto il coraggio, nè sapeva trovar parola. Solo fra tutti quel tristo arnese del Martigny, che di botto credè d'indovinare ogni cosa, si fece innanzi; e presumendo che l'intrigo potesse pigliar mala piega, pensò di mettere alla ragione quel giovine disperato col fargli paura. Ma nell'atto ch'egli stese la mano per abbrancarlo, Damiano (poi ch'era desso) gli volse le spalle; e tirandosi verso la porta:—Questa è mia sorella, disse: guai al primo che la tocca!….
Poi fissò in volto al giovinetto cavaliere gli occhi pieni di furore, e pesando ogni parola, in modo che udissero tutti:—Io ti conosco, disse; tu sei un nobile, un ricco, ma ben puoi toccar su la mano al birbante, all'assassino. Io non so tenere spada o pistola, ma non ho paura di te, nè degli amici tuoi. Ciò che tu hai tentato, lo so bene! vuol altro che parole; però intanto nessuno ti torrà via il titolo d'infame ch'io ti getto in faccia. Che m'importa? se ti degnassi di voler ragione da me, non la ricuso: sono il figlio d'un soldato.
Così Damiano, condotto da una inspirazione del cielo sulle traccie della sorella, era giunto appena in tempo a salvarla dall'insulto e dalla vergogna. Egli in cuore sentiva che Stella era innocente, e che, per certo, doveva essere vittima di qualche scelerata macchinazione: ond'ebbe coraggio di parlare, e quelle poche sue parole animose bastarono a sbigottire l'insolente giovine e i suoi amici.
Ma, nell'atto che Damiano si mosse per uscire, parve che l'ira soffocata scoppiasse a un tratto dal petto del cavaliere: cacciato da subitaneo furore, al sentirsi sfidare da colui, impugnando il bastone del Martigny che primo gli venne alla mano, corse sopra a Damiano; e l'avrebbe percosso, se gli amici, più teneri dell'onor suo ch'egli non parve, non si fossero gettati in mezzo per trattenerlo. Il giovine, vedendolo diventar pallido, e sbuffar per la rabbia, lo guardò un'altra volta in faccia, e:—Non ho altro a dire! riprese: andiamo, sorella! l'uomo che si lascia calpestare, lo merita. Ma… non sono io quello.
Ciò detto, prese per mano la fanciulla e uscì, senza che alcuno osasse più attraversargli la via. Stella aveva lasciato cadere sulla faccia il velo, sotto il quale silenziosamente piangeva.
Partito il giovine popolano, non ci volle meno delle otto braccia di que' fedeli amici per tenere costretto a gran forza l'inferocito cavaliere, che tuttavia andava tempestando e imprecando da disgradarne il suo cozzone, e gridava di volere correr dietro e romper l'ossa a quell'audace pitocco, se non per altro, per punirlo d'avergli gittato una sfida. Come si riebbe un poco da codesta furia, per verità non del tutto cavalleresca, e come potè a suo agio vuotare un sacco d'improperii dietro al nostro Damiano, dandogli del matto, dell'imbecille e dell'asino, a ufo, Lodovico si fece serio e domandò a' compagni, a sgravio di coscienza, se mai potesse essere il caso eccezionale di battersi con quel manant. Grave era il problema; tennero tra di loro consiglio; molti e diversi, ma tutti del paro strani e burleschi furono i pareri, o piuttosto i dispareri, messi in campo. Il losco Martigny, quel solo di loro ch'essendo venuto dal fango anche lui, sentiva muoversi un fondigliuolo di bile per gli smargiassi che gli bravavan d'attorno, e s'era anzi un poco compiaciuto del coraggio di Damiano, senza però lasciarne trapelare indizio, tenne duro per l'affermativa; gli altri finirono a unirsi nel voto del giovine marchesino Roberto, l'ultimo che parlò: non potere un gentiluomo avere un affar d'onore con uno della canaglia; e tanto più non trattandosi che di una tapina, d'una sgualdrinella. L'uno opinava che il cavalierino avendo, come si dice, apparecchiato un bel tiro a quel pazzo, si sarebbe messo al torto col dargli soddisfazione; un altro che l'unico guaio fu il contrattempo per cui andò vuoto lo stratagemma; e il terzo che la sarebbe stata cosa da ridere un duello così fatto, non potendosi le ingiurie della bassa gente pagar d'altro che d'una buona bastonatura, col braccio di persone della loro portata. Infine, convenivano che se mai si fosse buccinata la cosa in una certa sfera di persone, ciascun di loro avrebbe messo al coperto il credito e il nome del cavaliere.
—Voi siete proprio i miei amici, conchius'egli allora. Qua la mano; e vuotiam da bravi un altro paio di bottiglie.
E si rimisero a tavola, come se nulla fosse avvenuto.
Ma la fama, che non apprese ancora a discernere le cose delle quali sia meglio tacer che dire, divulgò in pochi giorni di caffè in caffè, da questa a quella conversazione, la curiosa avventura. Se ne menò abbastanza romore; chi la disse a un modo, chi a un altro; ciascuno vi fece la propria giunta, il proprio commento; i fedeli amici del cavaliere soffiarono a più d'un orecchio lo spiritoso fatterello, come cosa genuina; l'avventura fu colorita, ingrossata; poco mancò non si facesse di don Lodovico un Cesare Borgia, un don Giovanni. Quel buon zazzerone di don Ambrogio, e i parenti illustri gridarono un poco allo scandalo; poi, per non mandare a monte lo sposalizio già bell'e accordato, battezzarono la cosa una scappatella di cervello balzano. I genitori della sposina, non augurando un gran bene da ciò ch'era stato, tentennarono il capo; ma, per amore e rispetto di quel galantuomone di don Ambrogio, non osarono ritirar la promessa; sibben vegliarono che non si fiatasse di nulla con la giovine, per non mettere una nube in quell'anima di quindici anni che ancora non sapeva che cosa fosse il mondo.
Il cavalierino però ebbe, tra sè e sè, a tremare per settimane parecchie: egli almeno in segreto rendeva giustizia a sè medesimo. Trovò buon consiglio di mutar aria per alcun tempo; e un viaggetto di piacere, fatto col consenso della famiglia della sposa, lungo le romantiche sponde del Reno fino a Baden, e due misere migliaia di franchi lasciati colà sul tavoliere a un conte russo e a un baronetto inglese, cancellarono dalla sua memoria tutto quel ch'era stato. Ritornato fra le braccia paterne, verso la metà dell'autunno, fece una visita di cerimonia a' parenti della sposa, i quali andarono in visibilio per l'eleganza de' suoi modi, e per quel gergo mezzo francese e mezzo inglese che in così breve tempo gli aveva dato un fare distintissimo.
Indi a poco, le sue sponsalizie con la baronessina Amalia furono celebrate, soddisfatissimo tutto il nobile parentado. Poi il viaggio di rigore de' due sposi a Roma e a Napoli, le feste del carnevale, il palchetto al teatro, la stemmata carrozza al Corso, e alcuni pranzi d'invito fecero salire in alto, fra i nomi più chiari del bel mondo milanese, quello del giovine e galante marito.
Allora, ne' circoli delle belle signore e ne' pranzetti cogli amici, s'arrischiò egli stesso a menzionar fra le sue giovenili conquiste quella della piccola ricamatrice, e la seppe colorire in modo che le dame anziane, scandolezzate, gli davano sulla voce; l'altre pudicamente sorridevano; e i compagni allegri gli battevan le mani. Chinandosi frattanto in leggiadra postura sulla spalliera del canapè ove sedeva la sposa dell'amico, il conte Achille le susurrava all'orecchio:—Ah! signora, bisogna vendicarsi, e presto, de' galanti tradimenti che le fa quello sventato di suo marito: bisogna dargli una lezione…. si fidi, si fidi di me!…
E la sposina arrossiva; nè osando riguardare il suo chiomato adoratore, mordeva co' labbruzzi gli orli dorati del ventaglio.
Capitolo Decimosettimo
Intanto nella povera famiglia si pativa. Allorchè la troppo confidente e buona Teresa cominciò a tremare nel suo cuore, allorchè cominciò a capire che cosa siano i cattivi, ad aprir gli occhi sui pericoli della sua innocente creatura, ella prese a sospettare di tutto e di tutti. In poco tempo, la voce di quel ch'era successo, portata attorno dalle curiose donnicciuole, travestita dalla malignità o dalla scempiaggine altrui, creduta al di là del vero anche da' buoni che spesso han troppo paura del male, fece metter molti occhi addosso alle due donne, e brulicare sul conto loro sospetti. Chi disse, chi ripetè, rincarando la dose; chi battezzò a dirittura la madre e la figliuola con nomi da non dire; e vi fu perfino chi s'attentò di mettersi su per le buje loro scale, battendo sfacciatamente a quell'uscio, su cui un modesto cartello portava scritto in bel corsivo: Ricamatrice e Cucitrice.
Da quel dì, la Stella non fu più veduta così ilare, così contenta come prima; da quel dì una nube di malinconia cominciò ad appannare il sereno della sua fronte; e per la prima volta, il sentimento della povertà e del disonore le turbò quella fede, nella quale era vissuta fino allora senza temere, senza odiar nessuno su questa terra.
Damiano, ferito nel più vivo del cuore, andava meditando vendetta; ben vedeva che, senza farsi ragione da sè, non sarebbe riuscito a nulla: poichè vecchia è la commedia del mondo, ove il vizio titolato e vestito d'oro grida più forte della virtù coperta di poveri panni e senza nome. E poi, superbo com'era dell'onor di suo padre, Damiano repugnava troppo a ripetere il nome di sua sorella in così trista faccenda; e scorgeva la necessità di tirare un velo su quel ch'era stato.
Ma, dopo fatta codesta risoluzione, tornava alle idee di prima; sentiva più vivo l'insulto sofferto; pensava che l'unica via di lavarlo era quella di forzare il giovine signore a stargli a fronte: quantunque sapesse d'esporsi a quasi certa morte, si compiacque per alcuni dì in tale consiglio; indifferente, se non pago, di togliersi alla vita, la quale, allora più che mai, parevagli difficile a portare. Non ne volle dir nulla a sua madre; e divisava il modo di costringere il nobile seduttore a battersi con lui.
Poi, dopo una notte vegliata nel tormento dell'anima, ripensando a sua madre, alla Stella, a Celso, sentì mancarsi il coraggio di morire. Venuta la mattina, andò a cercar del fratello e per buona ventura il trovò solo. Alle parole confuse, concitate di Damiano, il giovine cherico, già a parte dell'avvenuto, seppe leggergli negli occhi il suo progetto; e tanto disse e così affettuoso parlò che Damiano, gittandosegli al collo, pentito come d'un fallo commesso, gli promise che, come lui stesso aveva detto, lascierebbe al Signore il castigo de' cattivi.
Con tutto questo, il dì seguente tornò sopra a quel pensiero; tormentato dentro di sè da tanta incertezza, volle confidarsi col signor Lorenzo, come col solo suo protettore; persuaso che il vecchio soldato, non uso a pigliar mai in ischerzo nessuna cosa, l'avrebbe soccorso colla severa sua esperienza. E in verità; quando seppe il caso, quell'antico della guardia reale lasciò scapparsi di bocca certe negre bestemmie che non aveva scagliate fuor che a' cosacchi; e giurava d'aggiustar lui a ogni modo la cosa, come si doveva. Ma, ponderando seriamente, cominciò a dubitare, e poi vide che, se anche il nobiluzzo birbone si fosse degnato di battersi, Damiano poteva giuocare con lui un mal giuoco; pensò che alla fin fine egli doveva tenergli luogo di padre, e in tuono risoluto conchiuse che per allora bisognava rinunziare a quel proposito; soggiungendo con un cotal gesto misterioso: —Fidatevi pure di quel che vi dico io, non mancherà il momento di rendere pane per focaccia a quel cattivo mobile non solamente, ma a molti altri del suo stampo.
Quel che tagliò fuori ogni dubbio fu il sapere, quasi subito, che il signor cavaliere aveva stimato prudente di mutar aria per alcun tempo. Poi, di lì a pochi mesi, fatto che fu il matrimonio del quale abbiam parlato, nel cuor di Damiano, a quell'avanzo d'ira che vi stagnava, successe compassione e disprezzo; che se prima gli bolliva dentro la smania di vederlo diffamato come sel meritava, allora sentì quasi che avrebbe potuto perdonargli.
Così, tornato in pace con sè, la buona volontà di adempiere, come meglio sapeva, il suo dovere, nel momento del maggior bisogno, era in lui rinata più viva che mai. E come, finite allora le scuole del liceo, egli toccava ormai i vent'anni, si mise a pensar seriamente alla via che gli conveniva di scegliere.
Il buon mercante, presso il quale continuava quasi da due anni a regolare i libri di cassa, gli profferse in quel torno di tenerlo nel proprio fondaco, in qualità di commesso, raddoppiandogli l'assegnamento mensuale e dandogli di più speranza di qualche provvigione sugli utili del negozio. Ma Damiano sentiva che non avrebbe potuto piegare il collo con rassegnazione ad una vita così diversa dalla vita vagheggiata e sognata per tanto tempo; e rifiutò. La Teresa e la Stella dal canto loro lo consigliavano d'allogarsi in qualche ufficio, credendo che in pochi mesi avrebbe potuto coll'ingegno e colla buona volontà ottenere anche lui un impiego, come tanti altri. E Damiano, sebben vedesse la meschina prospettiva dell'avvenire, comechè egli non potesse fare gli studj superiori, già stava per appigliarsi a codesta determinazione; allorchè il vecchio pittore Costanzo venne in mezzo a guastare ogni cosa.
Egli non poteva patire che il giovine gittasse via così il più santo dono del cielo, l'inspirazione della bellezza. Una mattina che Damiano gli parlava del proprio avvenire, egli tirò in campo tutti gli argomenti possibili per dissuaderlo. Gli fece toccare le difficoltà, le spine della via sulla quale voleva mettersi; gli fece vedere impossibile d'ottenere, prima di tre o quattro anni, un impiego stabile; intanto egli era all'età della coscrizione, nè senza miracolo avrebbe potuto schivarla; che il miracolo lui stesso lo farebbe, dando ascolto al suo vecchio amico. E qui si spiegò chiaro, che avesse a finire ben presto il quadro del concorso a cui aveva lavorato parecchi mesi nell'inverno, e a mandarlo all'Esposizione: quel quadro, senza dubbio, doveva essere il più bello; e il suo giovine autore, coll'onor della corona, avrebbe goduto il privilegio legale di andar esente dal servigio militare.
Queste ragioni, scossero non poco i pensieri di Damiano. E sopra tutto l'idea della coscrizione che lo avrebbe potuto da un dì all'altro strappare a' suoi, questa spina che da un pezzo eragli fitta nel cuore senza che nemanco avesse osato parlarne con sua madre, fu quello che il vinse. Una timida ma calda speranza, che fino allora non aveva ardito confessare a nessuno, quasi neppure a sè stesso, e che poteva forse decidere il destino di tutta la sua vita, si rianimò in quel giorno; e già nel cuore egli dava volentieri ragione al vecchio Costanzo. Era la speranza di riuscire, quella che dà vita a tutte le cose grandi e belle. Pure, la sua mente dubitava ancora.
—Ascolta, amico mio, dicevagli il buon pittore, con voce così commossa che ben mostrava la verità di quel che sentiva. Ascolta; tu sei giovine e padrone della tua vita. Il Signore ti ha dato quel che a pochi egli dà, il fuoco dell'anima; ma guai se questo fuoco lo lasci morire!… Ama la pittura, amala com'io, quest'arte sublime…. Ma fatti coraggio, vinci gli uomini e il tempo, e avrai quello che non seppi trovar io, un nome. Io, vedi, fui un povero disgraziato; mi fece spavento il cammino che bisognava salire, e mi misi a sedere al basso. Ora son vecchio, ho perduto tutto; nè posso che rimpiangere il passato, come i vecchi fanno.
—Anima nobile e onesta! pensava il giovine, intanto che l'amico suo, ragionando, gli serrava con affetto la destra.
—Ma tu, seguiva Costanzo, hai la mente serena e la volontà calda; tu devi levarti, chè il puoi, sopra a questa gente che ti circonda e vorrebbe soffocarti collo spauracchio del bisogno, colla tirannia dell'impossibile; due cose che fanno morire quanto v'è di generoso, di vero. Soffri ancora per poco, e verrà giorno, te lo prometto io, che la moltitudine sarà costretta ad ammirarti, a ripetere con riverenza il tuo nome; e diranno: Vedete quel giovine? è un gran pittore, è l'allievo del vecchio Costanzo!… Oh! ch'io li possa sentire a dir così!…
—Ascolta, amico, lo interruppe Damiano; e chi mi darà tempo e libertà ch'io mi ponga a studiare?… Chi penserà intanto a mia madre?…
—Dammi ascolto, figliuolo, riprese il vecchio, e fa quel che dico; metti insieme una cinquantina di scudi…. a tua madre, a tua sorella penserò io… quel poco che posso…. e poi, la Provvidenza non c'è per niente. Fa dunque così; non dir nulla agl'ignoranti, i quali ridono sempre del povero che combatte e spera; va con Dio, va fino a Roma, e domanda il tuo avvenire a Raffaello, a Michelangiolo, a Guido e a quegli altri pochi loro fratelli. Se puoi piangere dinanzi a que' miracoli degli uomini, se il cuore ti batte più forte e la mano non ti trema, segui pure la via: potrà esser lunga e difficile, ma è certa. E quando il tuo cuore onesto ti dirà che sei degno del voto dei buoni e della parola di quelli che sanno, ritorna allora dal pellegrinaggio, a consolare tua madre, a rallegrare il tuo amico Costanzo…. Oh sì! io spero esserci ancora, quando sarà menzionato il tuo nome fra quelli per cui non va a morire l'onore della povera Italia nostra.
Così con ardore parlava il vecchio maestro; e per verità, non aveva parlato mai a Damiano con tanta persuasione, con tanta semplicità e grandezza d'affetto. Nè a lui pareva vero che un uomo dato al mestiero, costretto, da che viveva, a lottare colla povertà, sentisse ancora così altamente di quell'arte ch'eragli stata ben poco liberale de' doni suoi: forse per questo, ne pigliava maggior conforto e coraggio; e sentivasi commosso, ammirando quest'anima ingenua e buona, alla quale forse, in altro tempo, era mancato ciò che egli stesso andava allora cercando, forza e volontà.
Quel colloquio mutò il proposito di Damiano. Il dì appresso, tornò al suo quadro che aveva prima condotto quasi alla metà, e che rimaneva da un pezzo abbandonato e polveroso in un canto dello studio. Tornò al suo quadro, e promise all'amico che non avrebbe smesso di lavorare finchè non lo vedesse finito. Il termine del concorso era vicino; non aveva più d'un mese di tempo.
Dimenticato ogni rancore e sopito il malcontento che gli aveva fino allora avvelenato i pensieri, s'era messo con lena a lavorare, e vi stava quasi tutto il dì, non distolto da nessun'altra cura. In breve, quella vita solitaria, tutta occupata, tutta assorta in un'idea, in una speranza, divenne per lui una consolazione, un bisogno dell'anima.
Passò di tal maniera quel mese; e Damiano finì il suo quadro. Ma allora, come avviene del corpo dopo lunga fatica, egli ricadde quasi subitamente in uno spossamento strano, in una tristezza più profonda di prima; trovava pessimo quanto aveva fatto; e se un dì voleva ricominciare, l'altro era tentato di distruggere la prima creazione della sua mente e del suo pennello: diceva che il quadro non era suo, le figure tutt'altre da quelle che per tanto tempo aveva contemplato. Il buon Costanzo invece andava in estasi dinanzi a quella tela; e mentre il suo giovine amico sentivasi il prurito di farvi col mestichino un largo squarcio, egli lo preconizzava come il capo d'opera della Esposizione.
Intanto la Stella, sempre in casa, sempre al fianco della madre, che al cader della buona stagione cominciava a intristire, non soleva più imitare gorgheggiando il suo canarino, saltellante nella pulita gabbia sul davanzale; aveva scordate le semplici e allegre canzoni d'una volta. Ricamava, cuciva, per sè e per la mamma; la quale, essa pure, crucciavasi, vedendo venir meno il lavorìo, e diradarsi le pratiche a una a una: era questa una coperta vendetta della pegnataria, che, non avendo potuto riuscire a tirar nella rete la giovine ricamatrice, studiavasi a disfar quel poco avvantaggio che dapprima ella stessa, sotto impostura del bene, aveva procacciato alle due donne. E poco ci volle; perchè è più facile fare il male che il bene.
Dalla finestra, a cui stava seduta la Stella, vedevasi a dilungo la via, e una gran parte della piazza Fontana. Allorchè la fanciulla, smettendo un poco dal ricamo, affacciavasi al balcone, distratta a guardar la gente che passava, li fermava quasi involontariamente sulla casa situata all'angolo della piazza. Era la casa di quel ricco e avaro droghiere, suo parente, il quale fin da quando sua madre e lei, ne' primi dì della disgrazia, vennero a presentarsegli, non le volle riconoscere, comechè fossero i soli parenti che gli restavano. Fissando gli occhi su quella casa, le veniva in pensiero esser meglio patire in vita onesta, che marcire nell'oro che ammorba il cuore, se l'uomo il quale avrebbe potuto sollevarli, non s'era più ricordato di loro, come non fossero al mondo. E si persuadeva che bisogna esser povero per compatire sinceramente a chi è povero.
In questi pensieri, gli occhi della Stella cadevano talora sopra un uomo, il quale, ritto sulla larga porta del fondaco del droghiere, stava tutto il dì quanto è lungo, pestando e rimestando a due braccia scorze e spezie diverse nel capace mortajo, o rigirando sul fornello con paziente lena il tamburetto del caffè. Colui, che il monello ardito salutava col soprannome di Pestapepe, aveva reso più d'una volta de' piccoli servigi alla nostra fanciulla, facendo per lei qualche commissioncella all'una o all'altra bottega, portandole su fino in casa un fardelletto, una bracciata di legne e non so che altro; nè mancava mai di salutarli, tanto lei che Damiano, quando passavano. Così tutti e due avevan preso a volergli bene, e di buon cuore rispondevano al suo saluto e se lo tenevano amico e lo chiamavano buon Rocco. Tutti gli altri del quartiere solevano invece chiamarlo Rocco il matto, o anche il Matto di piazza Fontana.
Capitolo Decimottavo
Rocco era uno di quegli sventurati che sovente s'incontrano in mezzo al popolo minuto, creature sconosciute che passano nel mondo, senza casa, senza via, senza eredità d'affetti; anime innocenti, che sembrano quaggiù dimenticate dalla Provvidenza: per loro la vita è una catena di giorni consumati dalla fatica e dalla miseria; eppur durano rassegnati e sereni, come se per essi fosse il dolore una cosa naturale, il pane cotidiano, l'aria che respirano. Non trovano quaggiù chi dia loro il nome di fratello, chi li compensi qualche volta, con una buona e compassionevole parola, di quanto loro negò natura; chi li sollevi dal fango in cui sono costretti a camminare, e li riconforti a vivere, a soffrire. Figliuoli della sventura, allorchè sono in mezzo alla gente e pensano a sè stessi, alla vita, alla felicità degli altri, debbono sentire un vuoto nell'anima, accorgersi di portare il peso d'una maledizione. Gli altri hanno una famiglia, una casa, il nome de' loro vecchi, la storia del passato a raccontare; essi non hanno che le memorie del pianto e dell'abbandono; non hanno che silenzio nel cuore. Più che la fortuna o la grandezza sospirano il conforto del domestico affetto, una famiglia che li conosca, che apprenda da loro il nome di padre e di madre. Che se v'hanno non pochi, venuti al mondo prima d'esserci chiamati, i quali sanno aprirsi una via nella folla, e conquistare, coll'astuzia o col coraggio, onore e ricchezza; se costoro ponno ridersi de' quarti di nobiltà e delle vecchie pergamene, come i bruni paladini del medio evo, superbi di sfoggiar sullo scudo la barra trasversale del bastardo; i moltissimi passano sulla terra infelici, ripudiati, deserti: e con essi altri infelici ne vanno, che nati di benedetta unione, nella casa de' poveri, pur sono nel primo dì rinnegati dai parenti, per inopia e per fame; povere anime, lasciate in mano al caso dell'altrui compassione! Succhieranno lo scarso latte di donna venale, o penderanno dalle poppe d'una capra; se non sono dalla morte mietuti nel primo anno, come dalla roncola del villano le margheritine del prato, n'andranno qua e là sperduti, per le campagne, per le officine, a stento guadagnandosi il pane, fino a che venga l'ora di tornare al Padre di tutti!
Anche Rocco, povero figliuolo, non aveva conosciuto padre nè madre. Appena si ricordava del tempo che, bambino ancora, nella casipola d'un contadino aveva cominciato a piangere, per la paura dell'accanita comare che lo batteva e malmenava, lasciandolo poi guajre tutto il dì in un canto dell'aja, nella fanghiglia, tra il razzolar de' polli e sotto la guardia del cane del pagliajo. Ma non si ricordava più che nessuno l'avesse baciato mai, come vedeva fare con gli altri fanciulli; che mai alla sua voce non si fosse volta la donna da lui nomata la mamma; che sempre gli fosse toccato il tozzo raffermo di due o tre dì, e l'avanzo de' panni smessi da' suoi fratelli di latte. Appena ebbe cinque o sei anni, gli ponevano, ogni mattino, fra mano una verghetta e il solito pan muffo, e il mandavano, quanto è lunga la giornata, fuori per la vasta prateria, o lungo le rive solitarie, in compagnia delle oche o de' porcellini; e guai se tornasse a casa, prima che il sole fosse sparito dietro il campanile del paese. La sola delizia, il solo sentimento di consolazione a lui rimasto di quel tempo era la memoria della chiesa del villaggio, alla quale correva la mattina della domenica, in frotta cogli altri fanciulletti. Com'era bello quell'altare, quel luogo venerato e tranquillo, rischiarato dal lume de' ceri, che parevangli tante stelle! Come stava attento alle mistiche funzioni che ancora non avevano per lui nessun significato, come pendeva dalle parole non comprese del curato, quando compariva sul pulpito, adorno d'una stola d'oro!
Così era passata la sua fanciullezza. Ma, solo e come perduto in una famiglia non sua, la quale, per la scarsa limosina d'un luogo pio, aveva stentato a prendersi quel carico, egli crebbe ignaro, selvaggio, come la nuda pianticella del deserto. Fino a cinque anni, non seppe quasi balbettar parola; l'occhio suo muto e fisso, la nativa rozzezza degli atti, la pigra usata postura, avrebbero dimostrato abbastanza in quel tempo, a chiunque si fosse fermato a guardarlo, la tardanza del sentimento e lo scarso lume del pensiero. Non provava nè piacer nè dolore, non amava nulla ancora, altro che il sole, sorgente dietro le lunghe file de' salici, che col tepido raggio gli sgranchiva le membra irrigidite e seminude. Rideva allora e saltellava, mettendo un grido di gioja che pareva un gemito e battendo le mani; povero fanciulletto!—Unico amico suo era il cane del casolare che spesso venivagli dietro, e sulla verde ripa accovacciavasi d'accanto a lui, per riscaldarsi al sole. Aveva tocco i quattordici anni, nè sapeva leggere; nessuno s'era sognato di dargli in mano l'abbecedario o mandarlo cogli altri fanciulli alla scuola del Comune; a nessuno era venuto in pensiero d'insegnargli a ripetere il nome del Signore; ond'egli, ogni volta che tornasse alla chiesa, inginocchiavasi vedendo gli altri far lo stesso, e piangeva non osservato, piangeva, senza sapere il perchè. Era questa la sua preghiera.
Fu verso a quell'età che la sua mente, fino allora appannata, provò per la prima volta un forte commovimento; fu allora che lo assalsero ignoti e nuovi affetti, a cui non bastava il suo cuore: comprese, per sola virtù, dell'intimo senso, il misero suo stato; e d'ogni intorno mirando le cose belle e gli uomini lieti e felici, gettato uno sguardo sopra sè medesimo, sentì nell'anima il primo dolore, dolore di morte. Oh quanta necessità d'amare e di dire altrui ciò che pativa, quanta forza d'incerto volere e quanta pietà di sè turbavano ad un tempo il fanciullo abbandonato! Ma a chi poteva domandare il perchè di tante cose che appena cominciava a conoscere e che gli opprimevano l'anima desta appena da un barlume di ragione?… Errava per le campagne correndo, ansando; parlava agli alberi, ai sassi, ai fiori della prateria, all'acqua fuggente; ogni oggetto prendeva vita agli occhi suoi; e nella sua rozza e ingenua aspirazione, invocava la nube che passa, il vento che spira tra le foglie, il baleno che solca il cielo. A poco a poco, il suo spirito, troppo fortemente agitato, incominciò a divenir giuoco di uno strano delirio. Ora si credeva un arbusto solitario; e, come fa il giunco acquidoso, l'avresti veduto tutto il dì inchino sulla riva del palude, mirando cader nell'acqua le lagrime che gli stillavano dagli occhi: ora si figurava d'essere un sasso, e colle braccia serrate al petto e le pupille fisse a terra, se ne stava, per lunghe ore, ritto a' piè della costiera, senza rispondere nè dar segno di vita a chi, per caso, passandogli avesse detto una parola. Ma, un giorno, fermatosi all'entrata del villaggio, per udir un mendicante, il quale di porta in porta andava canticchiando una canzone che finiva così:
Del tuo figlio ascolta il pianto;
Madre mia, dove sei tu?
L'han portata al campo santo;
Non verrà mai più, mai più!
quel giorno, egli pure uscì a piangere dirottamente: e d'allora in poi, impossessato forse della idea di trovar sua madre nel seno dell'ampia natura, dov'era vissuto sempre, ogni fiato d'aria, ogni brezza la più sottile parevagli una voce melodiosa che lo chiamasse per nome, e diceva ch'era la voce della madre sua. E levatosi dal terreno, n'andava là, donde l'aria spirava, dietro a quella voce; si perdeva nella foresta, sentendo tremare il cuore di gioja, a ogni stormir di foglia; e camminava dì e notte, senza stancarsi mai, senza cercar riposo; ma quando il vento taceva e facevasi l'aere tranquillo come prima, allora tutta la lena l'abbandonava, e sfinito di fame e di fatica, l'infelice cadeva, come corpo morto, nel mezzo della via.
In questa malinconica e dolorosa follìa, il povero figliuolo dell'aria, non vegliato mai da coloro che per carità lo ricoveravano ancora, dopo alcun tempo si smarrì lontano lontano dal paesello ov'erano trascorsi pieni d'amarezza i suoi primi anni. Raccolto una sera semivivo da due carrettaj sulla strada maestra, fu consegnato all'ufficio del comune più vicino, dove nessuno lo conosceva; e il deputato politico del luogo, non avendo riuscito a cavargli di bocca altro che il suo nome di Rocco, mandollo al Commissario. Costui, intrigato dagli affari, non se ne pigliò soverchio fastidio; e dichiaratolo, alla prima, imbecille e vagabondo, lo fece tradurre alla regia pretura. In tutto il viaggio, quel meschino non diè mai segno di pazzia; e senza dir nulla si lasciò strascinare come e dove volevano; nè un solo lamento uscì della sua bocca. E di colà lo trasportarono nella città, sopra una carretta, colla scorta di due guardie campestri. Gettato a passar la notte dentro un camerotto, in compagnia d'una dozzina di malviventi che lo accolsero con motti villani e sconce risa, quell'innocente si sentì soffocar l'anima nell'aria fetente del carcere; e ruppe d'improvviso in furiosi trasporti, in orribili strida. Vaneggiò per gran tempo, miseramente sbattuto da brividi e da convulsioni che facevano pietà e spavento. Fu subito condotto ad un ospizio di carità: dove stette per mesi, tra la vita e la morte, senza aver mai una lucida ora di ragione.
Finalmente, quando a Dio piacque, risanò: e parve che a poco a poco, col ridestarsi della vita, andasse morendo in lui tutta la memoria del passato. I medici dell'ospizio e gl'inservienti avevangli dimostrato un po' d'amore; ed egli seppe trovar parole di riconoscenza e lagrime di tenerezza, per esprimere la gratitudine sua a quella attenzione. D'allora in poi, sempre obbediente e rispettoso, adoperò modi ingenui e miti; parve un agnello. Parlava poco, era d'ogni cosa contento; cresciuta in guisa strana la sua fisica vigoria, voleva fare egli solo i più gravi e ruvidi servigi della casa. Ma colla forza del corpo, vedevasi invece rimpiccolirsi e mancare in lui il lume dell'anima; cosicchè sarebbesi detto inaridito già nel suo cuore il natural sentimento. Ora, passati parecchi mesi, un di que' signori del luogo pio, giudicandolo risanato, gli pose in mano poche lire, un certificato, come lo dicono, di miserabilità, e mandollo con Dio. Raccomandato da un buon ecclesiastico, aveva da prima trovato d'allogarsi come fattorino presso di un venditor di legnami; ma, non sapendo leggere nè scrivere, fu licenziato; e passò due o tre anni nella bottega d'un arrotino a girar la mola per dieci ore al giorno; pure in codesto duro mestiere, egli andava cantarellando, senza pensiero, ritornelli e brani di bizzarre canzoni campagnuole che già aveva udite o forse inventate, tanto per rallegrare la sua schiavitù. Alla fine, da quella bottega, passò al fondaco del droghiere, sulla piazza Fontana, dove ora lo ritroviamo; e già da tre anni vi stava, ultimo de' famigli di quel negoziante straricco ed avaro.
Tutti, dunque lo chiamavano il Matto di piazza Fontana: benchè, per certo, allora non fosse più matto di chi gli dava un tal nome; ma poichè nella sua innocenza del pensare, e nella semplicità di veder le cose, usciva a dir certe lampanti verità proprie tali quali sono, e faceva certe bizzarre osservazioni, di rado ben comprese, ma però significanti; le donne del contorno e i pochi che gli davan mente, dicevano che aveva spigionato il pian di sopra; o per dir com'esse, ch'era tocco nel nomine patris.
Rocco, sull'entrata dell'antico fondaco, armato il cucuzzolo d'una berretta d'incerato, rimboccate le maniche della camicia, rimestando col pestello nel sonoro mortajo, era il tipo vivente di quella figura di garzone che sullo sfianco delle imposte di ogni bottega di droghiere e d'ogni fabbrica di cioccolatte vedesi dipinto da qualche Michelangelo da colombaie. Non c'era nessuno fra le pratiche del negozio che, capitando per la libbra del zucchero o del caffè, per l'oncia del pepe o del ginepro, non dicesse passando un motto a Rocco; il quale, dove appena gli facesse un cattivo quarto di luna, rispondeva per le rime, proverbiando ognuno a sua posta.—Buon dì, matto; che novità?
—Novità vecchie; il galantuomo suda; miseria e povertà son sorelle; e a piuma a piuma l'oca si spenna.
—Eh, cosa vuoi dire?
—Niente: non c'è che i poveri diavoli che possan toccarsi la mano.
—Dammi, Rocco, i numeri del lotto: i matti la indovinano.
—Giuoca gli anni tuoi, il dì che sei nato, e quello che ti cascò in mente di vincere.
—Matto, ti saluto.
—Ti saluto, savio, che fai ammattire.
Così l'ignorante garzone faceva stare a segno i tristi che, senza compassione e per non so quale maligna abitudine, solevan pigliarsi giuoco di lui.
Ma Rocco, da qualche tempo, aveva mutato costume. Dove alcuno gli parlasse, più non rispondeva con quella sua arguta semplicità: scrollando il capo, sorrideva appena, e da indifferente e sospettoso ch'egli era, mostravasi tutto rassegnato, com'era stato nella sua fanciullezza. Non passava mai dinanzi una chiesa, non udiva il tocco d'una campana, che non si facesse il segno della croce; e se prima non perdeva mai lena per qualunque dura fatica, adesso invece ben sovente smetteva il lavoro; lasciandosi cadere sovra uno sgabello, chinava fra le mani il capo; e senza saperlo, trovavasi gli occhi pieni di pianto. Il suo principale, che fino allora l'aveva tenuto come una bestia da soma, un bel dì minacciò licenziarlo; ma il poveraccio mostravasi così compunto, così atterrito alla sola idea di trovarsi di nuovo solo in terra, che bisognò veramente promettergli di lasciarlo in pace presso al suo mortajo, sul limitare dell'antica bottega. Allora tornò a lavorare, a cantare come prima. Se non che, di tanto in tanto, rimaneva a un tratto immobile, come incantato, e troncava a mezzo i ritornelli delle sue canzoni.
Codesto singolar mutamento era dal tempo che i suoi giovani vicini, la bella ricamatrice e il fratel suo, vedendolo ogni dì e passandogli vicino, avevano cominciato a rispondere al suo saluto, a dirgli qualche parola, con quella sincerità che insegna ad amare i nostri fratelli sventurati come noi. Essendosi Damiano incontrato con lui, una mattina, in lontana parte della città, lo aveva fermato; e venutogli in compagnia lo domandò de' casi della sua vita. Era il primo in tanti anni che si fosse accorto della miseria di Rocco, che a lui chiedesse la sua storia, a lui che l'aveva da così lungo tempo dimenticata. Allora potè finalmente effondersi nel cuore d'un altro, dire tante cose che gli pesavano da tutta la vita sull'anima, e dirle senza vedere il sogghigno di chi l'ascoltava, Da quel dì, fu Damiano per lui più che amico, più che benefattore; tanto vale una dolce parola, tanto può un'occhiata di fraterno amore. Da quel dì, il primo pensiero del matto dabbene fu per i suoi due angioli custodi, come egli chiamava Damiano e la Stella. Per loro sarebbe corso nel fuoco: per loro, avrebbe dato libertà e vita. La sua gioja era quella di contemplare di lontano, come un'apparizione, la fanciulla, quando, col primo raggio dell'alba, usciva alla finestra, o quando stanca del ricamare, chinavasi sul davanzale e, aperta la gabbia, chiamava il canarino sulle sue dita.
Un dì, l'uccelletto fece capolino dall'usciolino socchiuso della sua prigione, e saltellando qua e là sull'aperta finestra, spiccò d'improvviso un bel volo, e andò a posarsi sul parapetto d'un'altana della casa di fronte. Appena se ne fu accorta, la fanciulla mise un grido; e tutta turbata correndo alla finestra, richiamava il suo canarino, imitandone colla voce il pigolio, e agitando nell'aria il fazzoletto bianco; ma poi che il fuggitivo non le rispondeva, anzi volava più alto, cominciò a piangere. E già credeva perduto per sempre il suo piccolo amico; quand'ecco su quel tetto, dal vano d'un abbaìno, vede spuntar fuori una testa, poi due braccia robuste che s'aggrappano alle travi e ai correnti, poi tutta la persona. Era Rocco.
Un freddo mortale la prese, pensando al pericolo che correva per lei quel giovine; e gli occhi pieni di spavento, il cuor tremante, senza respirare, seguiva ogni passo, ogni moto di quell'uomo, che di momento in momento le pareva vedere da tanta altezza precipitar nella via. Ma l'ardito Rocco, usando l'accortezza del gatto, camminava sugli obbliqui fianchi dei tetti, fin quasi al margine delle gronde, e arrampicandosi grado grado a' fumajuoli, di soppiatto seguiva lo svolazzar del canarino or su questo or su quel comignolo. E quando gli fu presso, strisciando dietro l'altana, s'attaccò a' bastoni dell'inferriata, arrischiò un salto che fece mettere uno strido d'orrore a tutte le donne intente a guardarlo da' balconi del vicinato; e ghermì il ribelle uccelletto. Se lo nascose in seno, tra le pieghe della camicia, e rivolto uno sguardo alla finestra di Stella, per la via ond'era venuto, calò.
Non si può ridir la festa della fanciulla, quando Rocco venne a riportarle il canarino. Egli non seppe dirle nulla, come se fatto avesse una cosa la più naturale; ma Stella, tuttora sbigottita del pericolo in cui lo vide, nel ringraziarlo con ingenuità affettuosa, lo rimproverò perchè si fosse posto a quel rischio per così poco: egli sorrise e non seppe dirle nulla ancora.
Ma, dopo questo caso, la conoscenza loro si fece più stretta, divenne la buona amicizia come c'è tra la povera gente, la più schietta di tutte l'amicizie. La vedova e la figliuola dovevano valersi del Rocco in ogni premura, in ogni occorrenza: appena avesse a far qualche cosa per loro, era felice, e si dava attorno con una contentezza da non credere. Di tanto in tanto, anche non chiamato, si faceva coraggio di venire a trovarle; e alla domenica, nell'ore libere del dopo pranzo, essendo in casa Damiano, egli non mancava mai di salire a tener compagnia a' suoi amici. La Stella lo aspettava, e qualche volta lo garriva un poco, se avesse tardato: poichè ella s'era messa all'impegno d'insegnargli a leggere; e il povero garzone pensava già di toccar il cielo col dito, vedendo che riuscivagli di cucire insieme qualche parola, quando studiava sul libro di preghiere della sua giovine maestra.
Capitolo Decimonono
Al principiar dell'agosto, furono aperte al pubblico le sale del palazzo di Brera. Fra i molti quadri mandati al concorso, uno ve n'era sul quale, più che sugli altri, fissavano gli occhi gl'intelligenti dell'arte, e que' che avevano il difficile carico di giudicare le opere del concorso e di attribuir l'onore della corona.
Quel quadro non era, per verità, un capolavoro: anzi i maestri vi avevano notate non lievi mende, parendo all'uno alquanto trasandata la composizione, all'altro poco accademico il gruppo delle figure, a un terzo male accurate le gradazioni de' toni nel colorire, che danno prova del giovine studioso. Ma, a rincontro e quasi in ammenda di tali difetti di scuola, i meglio avveduti, in quel quadro che sulle prime non faceva maraviglia alcuna, scorgevano il sentimento dell'arte, vergine ancora, ma libero e schietto, non meno che lo studio ingenuo del bello e del vero; nulla d'esagerato, di metodico nelle linee e nel colore; non risalti improvvisi, nè leziosi movimenti; ma pôse naturali, disegno gentile insieme e franco, armonia e purità di pennello; e sopra tutto, ciò che può essere soltanto dono d'inspirazione, lampo d'idea, una singolar verità nella espressione del dolore sulle belle sembianze del ferito cavaliero e della donna innamorata.
Era questo quadro il primo lavoro del nostro Damiano. Fra i tanti che lo videro, coloro che lo giudicarono, sopra gli altri, degno della corona furono i pochi e i buoni: vi scorgevano l'espressione d'un ingegno non inaridito dai precetti, ma ritemprato dalla naturale coscienza del bello; v'intravedevano un'anima compresa della serietà dell'arte, una capacità che faceva prova di sè, e meglio prometteva per lo avvenire. La maggior parte però, e quei che dell'arte fanno mercato, vivendo della gloriuzza accademica, delle rinomanze di gazzette, rimbeccandosi lodi e critiche, sguisciando fra i piccoli intrighi e le sorde invidie del mestiere, non vedevano nulla di raro o di bello nel quadro lodato; e forse, perchè lodato da' buoni, facevano studio di trovarlo cattivo. Così per lo più avviene, anche in ogni altra cosa; anche dove si tratti della virtù e dell'onore di chi appena si levi sopra il comune.
Delle altre opere mandate al concorso, e portanti al piede ciascuna un motto diverso, secondo l'uso, si nominava, o s'indovinava, l'autore: amici e compagni d'ogni concorrente, allievi di questo o di quel pittore in fama, se la intendevano, facevan crocchio, cominciavano una guerricciuola di brighe, d'impegni, di raccomandazioni; sono le solite armi con cui a questo mondo si procura di stuzzicar la giustizia nelle grandi e nelle piccole cose. Ma nessuno mai era riuscito a poter sapere di chi fosse l'ultimo quadro venuto, che fino allora, massime nella opinione de' giovani, pareva vincerla sul merito degli altri.
Costanzo, quantunque appena capisse in sè dalla gioja, argomentando l'immancabile trionfo del suo allievo, non gli mancò di parola; non essendosi lasciato andare a fiatar con persona viva il segreto del giovine pittore. E siccome Damiano tenne sempre nascosta la sua tela, e finita che l'ebbe non ne fece mai parola con nessuno; così neppure sua madre, neppure sua sorella sapevano imaginare che appunto in que' dì, pensieroso, distratto, indifferente com'era, aspettasse un giudizio che poteva decidere per sempre di lui.
Intanto il giorno solenne avvicinavasi. Ottimo e degno d'una civiltà che rispetta e onora nell'arte l'espressione della grandezza del popolo e certamente il beneficio della legge che assolve dal servigio delle armi il giovine cittadino, il quale, vincendo nell'arduo sperimento dell'accademia, promette di render alla patria quella corona dell'arte che ottenne per sè; ma, appunto perchè giusto e grande è il beneficio, imparziale e severa debb'essere la mano che lo comparte. Il modesto sentimento di sè, il dubbio di quel che aveva fatto, il veder colla mente qualcosa di meglio, tutto ciò atterriva Damiano, e gli esagerava le difficoltà del riuscire. Ma pure, non osò staccar gli occhi da quel lume di speranza, non osò d'interrogare la sorte che l'attendeva, ove quest'ultimo raggio fosse venuto a morire.
Pochi dì innanzi a quello in cui sogliono essere aperte le grandi sale dell'Esposizione, Damiano, per via d'una raccomandazione avuta dal pittore Costanzo, potè condurre la sua famiglia al palazzo di Brera. Le donne, quantunque sapessero ch'egli aveva cominciato a lavorar di pittura nello studio del signor Costanzo, non potevano figurarsi quella mattina che venissero a vedere un gran quadro fatto da Damiano, quel quadro ch'egli stesso aveva, quindici dì prima, caricato sulle spalle di Rocco, per mandarlo di nascosto al concorso. E già prima, il signor Costanzo avrebbe voluto darsi attorno, fare, dire, gridare: ma Damiano gli fece giurare di non fare solo un passo; e il galantuomo tacque.
Entrata appena la famiglia nella sala ov'erano disposti qua e là, sui cavalletti, i quadri de' concorrenti, ecco che la Stella mette un grido di gioja e riconosce, sulla prima tela che le si offre alla vista, il proprio volto in quello della bellissima giovinetta ivi dipinta. Allora comprese il segreto di suo fratello; e correndo con impeto ingenuo, affettuoso nelle braccia di lui, disse:—Oh perchè, Damiano, perchè fino ad oggi non hai voluto a parte de' tuoi pensieri quelli che ti vogliono tanto bene?
—Mia cara, buona sorella, le rispose il giovine, tenendola stretta al cuore; non dir nulla, per carità; tu mi vuoi bene, e vedi tutto bello; ma non sai che il bello dell'arte è quel fuoco che uccise chi lo rapì, come credevano gli antichi. Io non ho fatto nulla ancora… e, dentro di me, gelo e tremo.
Intanto anche la signora Teresa, avvicinatasi al quadro, domandava una cosa o l'altra, ora al signor Costanzo, al quale non pareva vero di poter dir quel che sentiva, ora al suo Celso, che dopo lungo tempo era venuto dalla solitudine dello studio a passar quel giorno presso la madre. La buona famiglia, da un solo affetto raccolta intorno al quadro, in quel momento sentiva una gioja ineffabile e santa, che brillava nel volto sereno di ciascuno. Era in verità una scena gentile e così vera che avrebbe commosso ogni cuore.
—Oh! spiegami un po', Damiano, come la è andata: a lui diceva sua madre, col volto sereno e con le lagrime negli occhi: dunque un quadro così bello, così grande, sei tu, proprio tu, che l'hai fatto?… E come hai potuto, il mio caro figliuolo, lavorar tanto in così poco tempo, fra gli studj della scuola e i travagli della nostra povera vita?
—Oh mamma, rispondeva, era il mio spasso, la mia consolazione!
—Capisco bene adesso, la Teresa ripigliava; capisco il mistero che ti teneva tutti i dì lontano dalla tua mamma per ore ed ore…. E io, vedete un po', andava imaginando certe ragioni, certe storie…. che il Signore me le perdoni!
—Madre mia, tornava a dir Damiano: la povertà e l'amore insegnano di grandi cose. Io, sì, ve lo confesso, nella mia fatica pensava più a voi che a me; e mi pareva di veder nell'avvenire que' giorni che forse avrei potuto farvi; a voi una vita meno angustiosa, meno grama; a me… Poi, bisognava proprio che io provassi: era una fiamma che io mi sentiva qui dentro! Con tutto questo, vedete, forse è un sogno, è sperar l'impossibile!
—Ecco, sei sempre quello! lo interruppe malinconicamente la Stella.
—Non parlar così a traverso, disse il signor Costanzo, facendo la voce grossa e severa: mi fai proprio rabbia!… la tua modestia è una bella cosa…. ma, quando è chiaro, come due e due fan quattro, che tu sei nato pittore…. Oh vorrei vederla!… capisco già che la va sempre di quel trotto; i buoni stanno allo scuro, e i nani si credono giganti. Ma qui, non c'è che dire…. tu devi vincerla su tutti: ho un par d'occhi anch'io…. e, al caso, mi sentiranno.
—Eh! voi mi volete bene, forse troppo! dicevagli il giovine.
—Sì: ma il ben che ti voglio non mi benda gli occhi, e posso dichiararti tondo che la tua Erminia vale lei sola tutte l'altre insieme che stanno qui attorno…. e se que' signori non hanno la vista d'una spanna….
—Guarda, mamma, com'è bella ed espressiva la faccia smorta di quel cavaliere che sembra proprio appena tornare in sè…. quello è Tancredi: non è vero, Damiano?—Così domandava la Stella, appoggiata al braccio del fratello, con amorevole compiacenza levando la piccola mano verso il quadro:—Me la ricordo bene la sua storia…. mi ricordo quell'amore della bella Erminia, che tu m'hai letto un dì nel Tasso…. Oh! que' versi mi facevan piangere.
—Buon Damiano! così anche Celso diceva il sentimento del proprio cuore al fratello. Dio ti fece un gran dono, e tu hai saputo metterlo a frutto. È impossibile che il tuo merito, adesso oscuro, non abbia ad essere, quando che sia, conosciuto e compensato. Sì, tu farai onore a' tuoi, al nome di nostro padre; e noi sarem fortunati di appartenerti.
—O miei buoni! il giovine esclamò: Che Dio vi protegga. Ma non mi parlate, non mi parlate così!—e s'era fatto severo in viso—So che il conforto di quelli che ci tengono in cuore val meglio della pubblica lode, la quale tante volte si vende e si compra a buon mercato: e il veder questa gioja sui vostri volti, e quelle lagrime di mia madre e di mia sorella, son per me un premio più grande della mia speranza. Ma se tutti v'ingannaste? Se fosse il bene che mi volete quello che vi fa vedere sulla mia fronte ciò che il Signore non vi ha messo, una luce ch'egli dà a ben pochi su questa terra!…. Allora, addio ai sogni del giovine, addio alle fantasie di tanto tempo, addio a' begli anni gettati via per nulla; per quanto io mi faccia non potrò più arrivare a quell'altezza dove il cuore libero respira!… E al destarmi, mi troverei tuttora al principio del cammino, senza più tempo, senza più lena di fare quello che avrei dovuto far prima… quello che tutti gli altri fanno.
—Vedi, come sei tu! mio povero fratello! lo riprendeva amorosa la Stella: questi sono i pensieri che ti facevano tristo e taciturno; e in vece di guardare il bene….
—Sì, aggiungeva la madre: in vece di sperare, tu vuoi togliermi la contentezza e la consolazione che m'avevi date. Ma no! è impossibile che quando si ha quel cuore e quel pensare che tu hai, non si riesca a tutto quel che si vuole. Ed io, intanto, ringrazio il Signore che m'abbia dato un figliuolo come il mio Damiano: sì, che Lui ti benedica.
A queste parole, il giovine sollevò la fronte rasserenata come prima; e parve, la sua mesta sembianza rischiararsi di quella luce interiore, che viene da un'anima pura e contenta. S'avvicinò alla madre; e chinandosi un poco, prese con riverenza la mano di lei, e la baciò.
Capitolo Ventesimo
Inosservato testimonio di questa scena, un uomo semplice all'aspetto, di mezzana statura, dai capegli già misti di bigio, e trasandato anzichè no del vestire, aveva udite, non volendo, le loro parole; aveva veduto quel figlio baciar con affetto la mano materna. Facendosi innanzi, si volse al giovine artista, e:—Siete voi, disse, che avete fatto questo quadro?… E l'atto, e il mite suono di voce, ma più ancora il lampo degli occhi intenti e gravi additavano in quel nuovo venuto l'uomo grande e modesto che conosce e sente, l'uomo di genio che sempre cerca le impronte della bellezza, che ovunque ne scopra alcuna, si rallegra e tiensi felice d'aver vissuto un giorno di più. Non lo avevano mai veduto; ma Damiano sentì batter forte il suo cuore appena incontrò, levando la testa, lo sguardo dello sconosciuto. Oh! che sentimento sarebbe stato il suo, se alcuno avesse detto allora a Damiano il nome di quell'uomo onorevole e illustre; nome ch'io taccio per riverenza alla più bella virtù degli uomini grandi.
Il giovine stette un poco sopra di sè; poi, vinto dall'impero di quello sguardo che non si staccava da lui:—Sì, rispose, con voce sicura: questo è il primo mio quadro.
—Voi siete nato pittore, o giovine! riprese lo sconosciuto: datemi la mano. Io non so chi siate, ma ho sentito le vostre parole, e già vi sono amico.
Una gioja inesprimibile balenò negli occhi di Damiano, nell'atto che stese la destra: l'altro la strinse fortemente nella sua, dicendogli:—No, non è vero che l'arte nostra sia morta, come grida una generazione d'egoisti, la quale si rassegna troppo facilmente a rinnegar patria, religione, famiglia e tutto! Noi Italiani siamo ancora qualche cosa, per dio! se pur da noi stessi non ci condanniamo a morir per sempre; la fiamma de' nostri antichi non è spenta del tutto; ma l'arte, questa patria del pensiero che cerca la bellezza, ha bisogno di figliuoli che facciano sagrifizio per essa. O giovine, non temere! Ascolta la voce che ti chiama, va pur dietro all'inspirazione del cielo: ma ti guarda da que' tristi che gelosi della buona coscienza degli altri, e d'animo imbecille, vorranno soffocarti nel cuore la divina scintilla. Vivi oscuro ed umile, studia lungamente; non istancarti del pensare; non andare in cerca dell'applauso, e non rider mai, nè da te nè con altri, dell'antica fede dell'arte. La via che cominci è dolorosa e lunga più che non pensi; ma se cammini di buon passo per tempo, se non hai sete troppo presto di un nome, se non vuoi dell'oro, tu potrai giungere là, dove a pochi è concesso…. Soffri, sii misero e forte; e un dì, forse, sarai grande!
A tali meste e solenni parole, la gioja che irradiava il volto di Damiano, disparve: le due donne, l'abate, e con essi Costanzo, s'erano discostati un poco e non osavano più aprir bocca, compresi da rispetto; cosicchè i due artisti rimasero soli in faccia al quadro. Allora lo sconosciuto, avvicinatosi lentamente alla tela, con voce pacata e sommessa, disse, e fece toccar al giovine ad uno ad uno i difetti che l'acuto suo sguardo vi aveva distinto: non erano molti, degni i più di scusa, e facili a venir tolti via; tali anzi che rivelavano una mente viva e ardita, la quale non aveva cercato ajuto che a sè medesima. Prontamente Damiano conobbe, a parte a parte, quelle mende che dapprima non aveva saputo trovar fuori; ed era appunto ciò che il faceva così malcontento dell'opera sua. Dopo questo, si fece lo sconosciuto a lodare la semplice invenzione, la forza del disegno, una certa naturale purezza di forme, un'armonia di colori, una buona temperanza di tinte e di gradazioni di luce; sopra tutto la verità e l'affetto che spiravano dalle due belle figure di Erminia e di Tancredi, nelle quali si poteva leggere quella espressione che inutilmente cercava sull'altre tele.
—Tu vedi, amico mio, conchiuse, ch'io son sincero con te: quelle due teste bastarono a rivelarmi ciò che un dì potrà fare il tuo pennello, o piuttosto l'anima tua. Queste care figure le hai vedute nella fantasia; le ha trovate, indovinate il tuo cuore; son due tipi, come diciam noi, che nessun maestro ti avrebbe potuto insegnare, fuorchè il miglior de' maestri, quello che vive qui dentro, l'amore. Ma ascoltami bene: io non so se tutti vedranno e giudicheranno al par di me; molti pregi, e pregi massimamente di studio e di scuola, spiccano negli altri quadri che ne stanno in giro; ma, te lo ripeto, nessuno ha ciò ch'io veggo nel tuo. Dove il giudizio toccasse a me, penso che tua sarebbe la corona: ma se mai la schizzinosa servilità al precetto e la pedanteria ci mettessero la coda; se mai ci fiatasse sopra l'ingiustizia ch'è losca, o l'intrigo che di soppiatto guasta le cose migliori, non ti smarrir dell'animo, o mio giovine; anzi fanne augurio per la vita penosa dell'artista che hai cominciata: perchè il genio costa dolore.
—Grazie, o signore! le sue parole io le terrò scritte qui dentro: rispose Damiano, fu un premio anche troppo grande per me quello che oggi ho udito dalla sua bocca…. Io non dimenticherò mai, che ho potuto stringere questa mano, come la mano d'un amico….
Il signor Costanzo s'avvicinò al nostro giovine, e gli disse in segreto il nome di quell'uomo con cui aveva parlato; nome ch'egli stesso era riuscito a sapere, domandandone un vecchio inserviente che di là passava. Damiano arrossì; le parole che cominciavano a uscirgli del cuore, a un tratto, gli mancarono; ma ebbe coraggio d'accostarglisi di nuovo, dicendo:—Questo giorno sarà uno de' più belli di tutta la mia vita!
Si lasciarono; e Damiano, partendosi con la famiglia, aveva l'anima rapita da lieti pensieri, e fra sè diceva:—Egli è il vero artista, egli è grande e buono!
Mentre così apparecchiavasi Damiano al cammino della vita e alle difficili prove che l'accompagnano, la sciagura che troppo presto aveva cominciato a seguitarlo, non s'era già perduta per via, e lo teneva d'occhio di lontano, come fa la tigre del deserto colla sua preda. Colui che una fatalità gli aveva suscitato contro, forse per mettere a prova la sua virtù e il suo coraggio, quel signor Omobono da lui temuto insieme ed abborrito, maturava in segreto il modo di tirar nelle sue mani la sorte della povera famiglia. Il genio del male, pareva averlo inspirato. Forse, se Damiano fin dal principio si fosse mostrato a lui devoto, se avesse accolto le sue profferte d'amicizia, il lievito dell'odio non sarebbesi diffuso nel cuor di quell'uomo. Nessuno poteva dire quali tristi pensieri egli covasse; perchè si fosse accanito così contro di quelle oneste creature. Fatto sta, che in quel tempo, quantunque non si fosse lasciato vedere, egli sapeva tutto ciò ch'era successo nella loro casa.
I nostri buoni amici intanto s'eran forse di lui dimenticati; però che i buoni, quasi sempre, credono troppo poco al male. Ma ciò che aveva voluto, che voleva ancora, egli il sapeva. E se i cattivi ponessero, per ritornare al bene, la più piccola parte dello studio che fanno per camminare spediti nella via del male, le ragioni del serpente non sarebbero ancora così spesso ascoltate; e l'animo sarebbe pago di quel conforto che viene dalla sperienza della virtù.
Era passato alcun tempo; e Damiano, pensando all'incerta riuscita del concorso, non sapeva por mente a nessuna cosa, non aveva pace un momento. Pure, per non so quale alterezza, fors'anche pel timore di mutare il dubbio che l'agitava in una trista certezza, non volle parlarne con nessuno, non volle neppur sapere il giorno nel quale la sua sorte dovevasi decidere; e fece forza a sè stesso per non pensarci. Ma il signor Costanzo non poteva star nella pelle; e se proprio in que' dì non fosse sopravvenuta una grossa febbre a inchiodarlo nel letto, non sarebbe stato cheto per certo, fino a che non avesse saputo di buon canale che la corona era posta al quadro del suo Damiano. Chi sa che appunto il dispetto di non saperlo di subito, non gli abbia tenuto addosso quella febbre una settimana di più.
Una mattina però, Damiano, partendosi dalla casa del pittore, andò quasi involontariamente e per non so quale presentimento verso la via di Brera. La maggior frequenza di gente che a quella parte incamminavasi, gli mise un ribrezzo nella persona; e confuso nella folla s'affrettò anch'esso verso l'antico e severo palazzo, dal quale era uscito l'ultima volta, pieno di così alta e bella speranza. Entrando nell'ampio cortile, parevagli che tutti gli occhi fossero sopra di lui; tremava e sudava al tempo stesso; forse l'anima sua sentiva già tutta la verità.
Pure, salì insieme cogli altri, che non gli ponevano mente, nè gli risparmiavano, in passando, qualche urto; attraversò la prima e la seconda sala già tutte piene di giovani allievi, di persone curiose o indifferenti: messo appena il piede nell'altro salone, vide pendere in faccia a sè sulla parete a destra un quadro, a capo del quale era attaccata la corona d'alloro!… E quel quadro non era il suo!
Altro non seppe, non vide; gli si annebbiò la vista, sentì una fitta nel cuore; e sarebbe forse caduto a terra, dove non si fosse appoggiato al piedestallo d'un monco colosso di scultura greca, a cui per caso trovavasi vicino. Nessuno s'accorse di ciò ch'egli pativa dentro di sè; anzi nel passare, un buon ambrogiano che voleva vedere, sapere, e non perdere il proprio tempo per nulla, se gli accostò, e additando il quadro incoronato, gli chiese ingenuamente:—Mi saprebbe dire che cosa sia quel quadro là, e perchè abbia quella corona?…
Il giovine risensò a quella voce, rialzò l'avvilita fronte, ma non potè lasciar di volgere un'occhiata al suo povero quadro confinato in un angolo, sotto una scarsa luce. Poi, con tutta la calma possibile, fece contento quell'ambrogiano dabbene, spiegandogli l'argomento della pittura, e dicendogli che il quadro colla corona, fra i molti mandati al concorso, era il più bello.
Uscì di quelle sale; ma non ebbe il coraggio di tornar subito a casa, di rivedere sua madre e sua sorella: rifatta la via fino alla dimora del pittore Costanzo, andò a sedere di nuovo al letto di lui; là, senza dir nulla, appoggiati i gomiti ai cuscini, chinò la testa nelle mani; e volle, ma non potè piangere.
Capitolo Ventesimoprimo
Il signor Omobono, che da parecchi mesi non s'era più lasciato vedere, un bel dì ricomparve in casa della vedova; e fu appunto in quel tempo che Damiano, dopo la mala riuscita del concorso, aveva perduto il coraggio e la buona speranza. Chi lavora per il male sa troppo spesso scegliere il buon momento per mettere la sua trista parola. Il signor Omobono, un di coloro che non accattan brighe colla coscienza, speditamente infilzò alle due donne una corona di bugie. Cominciò a dir loro che affari di gran peso l'avevano tenuto per tutto quel tempo fuor di Milano, ma che non per questo egli soleva dimenticare gli amici; s'informò minutamente delle cose della famiglia, mostrando di pigliarvi grandissima sollecitudine, e maravigliandosi all'udire ciò che sapeva di già meglio di loro. In pochi dì, potè così riconquistare la sua posizione. La Teresa s'era messa nelle mani di lui: anche la Stella, quantunque in fondo del cuore sentisse non so quale rimasuglio d'antipatia, pensava d'essere con lui ingiusta, se non gli credesse del tutto.
Come prima, faceva l'Omobono di non capitare in casa della Teresa che all'ore consuete in cui presumesse di non essere frastornato dalla presenza di Damiano, o da quella del signor tenente Lorenzo. Damiano, in que' dì, non sapendo che farsi della sua vita, andava dal mattino alla sera vagando alla ventura fuor di città lontano da tutti, e pieno di mesti pensieri; intanto che il signor Lorenzo, preoccupato anch'esso della malinconia del giovine, altro non faceva dal mattino alla sera che girar sulle sue traccie, per dargli una buona gridata e metterlo, come diceva, alla ragione.
La Teresa adunque si andava sfogando col signor Omobono di que' novelli suoi dispiaceri. Ma intanto ella non sapeva che una disgrazia assai più grande era vicina, non sapeva che il suo Damiano, compreso nella coscrizione di quell'anno, poteva essergli tolto da un giorno all'altro. Non ci pensava, o credeva forse che Damiano, unico sostegno di una vedova madre, dovesse essere, per diritto, franco dalla coscrizione: nè certo avrebbe potuto capire come bisognasse ch'ella non avesse modo di campar la vita e che gli altri figliuoli non toccassero ancora i quindici anni, per far godere a Damiano l'esenzione dalla legge militare.
Nè Damiano aveva mai parlato con essa di ciò che poteva succedere. Pareva ch'egli neppur ci pensasse; non cercava più del signor Costanzo, o del signor Lorenzo e neppur del buon Rocco; il quale forse era il solo che avesse indovinata l'angustia da lui compressa nel cuore; il solo che, al suo passare per la via, lo seguitasse a dilungo con uno sguardo, in cui erano pietà e amore.
Ma sorvenne il tempo che a Damiano bisognò per forza preparar sua madre al tristo avvenire che aspettava. E si provò, con certi discorsi in aria, a metter innanzi l'incertezza delle cose del mondo, la necessità di rassegnarsi, di sostenere con forza quel peso che non si può gittar di dosso: ma sua madre non voleva capire. Ben lo comprese la Stella; ben vide essa dove andassero a finire quelle rotte ed amare parole di Damiano. Pure ebbe cuor di non piangere; e, senza dir nulla al fratello, fu lei che a poco a poco, si studiò d'avvezzar la mamma a quel pensiero che Damiano le potesse un dì o l'altro abbandonare.
In mezzo a cosiffatto contrasto di domestiche affezioni e dolori, il signor Omobono continuava con assiduità le sue visite; e si sarebbe detto che i pensieri d'inferno che lo avevano istigato fino allora contro a Damiano e a' suoi, si fossero quasi per miracolo dissipati; tal'era la mitezza, tanta la bontà che alle due donne pareva di scorgere in esso, tanta la magia che l'innocente bellezza della Stella adoperava sopra di lui.
Il bel quadro di Damiano, testimonio muto della sua anima dolorosa e infelice, giaceva polveroso e dimenticato in un angolo della sua stanza, dietro il tavolino coperto pure di libri polverosi e dimenticati; poichè il giovine, dal giorno in cui si mise in mente che la sua vocazione d'artista era stata una matta superbia e null'altro, aveva detto addio a' pennelli, alle tele, ai libri; era divenuto indifferente a tutto. Una mattina, il signor Omobono, passando per quella stanza, volle vedere il quadro; lo portò egli stesso alla luce della finestra; e sfoggiando sentenze pittoriche e paroloni, i quali eran bevuti dalle donne con riverenza, disse il quadro avere il suo merito; essere un peccato il lasciarlo così tra i ragnateli; potersene quando che fosse cavar de' buoni danari; infine volere egli stesso pensare a trovar fuori un compratore.
La madre si consolò tutta, e la Stella rispose che avrebbe detto questa fortuna a Damiano: ma quel signore, per fini suoi particolari, soggiunse che si guardassero bene dal farne parola con lui, finchè la cosa non fosse veramente accomodata com'egli intendeva. Pensava la giovinetta che forse da quel quadro, s'era proprio bello come a lei pareva, si sarebbe potuto ritrarre tanto prezzo da trovare un supplente per Damiano, se mai, incolto dalla coscrizione, non avesse per sè la Provvidenza. Ma tenne per sè il buon pensiero, e neppure ardì confidarlo al fratello.
Pochi giorni appresso, Rocco che, al suo costume, se ne stava sgusciando aromatiche corteccie sul limitare del fondaco, vide fermarsi un bel carrozzino signorile, cosa per lo meno strana, presso il portone della casa ove abitava la famiglia di Damiano. Allungò il capo fuor della porta invetriata, aguzzò gli occhi; vide aprirsi lo sportello e poi scendere un tale che subito riconobbe, per averlo sovente incontrato in casa del suo principale, quantunque non sapesse fargli il nome; dietro a lui un signore di nobile e serio aspetto, piuttosto sull'età, vestito d'un largo soprabito soppannato di pelliccia di martora: anche quel signore si ricordava benissimo d'averlo veduto più d'una volta passare per le vie della città. Erano il signor Omobono e l'Illustrissimo.
Il povero fattorino si sentì come una stretta al cuore al primo vedere quel vecchio signore; senza saper perchè, un brulichìo di pensieri gli si mosse in mente; e non so che cosa avrebbe fatto per indovinare che venissero a fare que' due e che dicessero fra di loro, come chè li vedesse ridere e gesticolare in segreto. Ben s'era imaginato che andassero nella casa della signora Teresa, e ne sentiva dispetto, anzi rabbia, dolore; voleva persuadersi che la era una sua fantasia; ma una voce interiore gli suggeriva che ci doveva essere qualche mistero, che ci covava alcun chè di sinistro: ristette immobile come un piuolo, e le sue pupille non si distolsero più da quella porta e da quella carrozza.
Passò un'ora buona prima che vedesse scender dalle lunghe scale i due signori: il vecchio gentiluomo rimontò nel carrozzino; il suo satellite, fatta una gran riverenza col cappello in mano, si dilungò per la via. Ciò che passò nel cuore di Rocco in quell'ora eterna, nessuno lo seppe, altro che lui. Voleva correre dalla mamma Teresa, per domandar la causa di tale straordinaria visita, e non aveva coraggio; voleva raccontare la cosa a Damiano; ma non sì tosto lo vide spuntare a capo della piazza, si sentì morir le parole in bocca; quand'esso gli passò d'accanto, rispose timido al saluto di lui; e passato che fu, si battè con un pugno la fronte, e disse:—Povero me; povero matto ch'io sono!
Ma il dì seguente, all'ora medesima, egli vide venire la medesima carrozza e fermarsi dinanzi al portone. Il vecchio signore però era solo nel legno; se non che, nell'atto che poneva il piede sul predellino, il compagno del dì innanzi, che se ne stava, poco lontano, aspettandolo, mosse con rispetto verso di lui, e gli porse braccio a scendere. Il garzone, a quella vista, arse e gelò; ma non si tenne più. Appena i due furono entrati nell'andito del portone, egli sguisciò fuor della bottega, passò cautamente di fianco alla carrozza, e pigliate le scale, salì dietro le loro spalle, senza fare il più piccolo romore.
—Per bacco! sono un po' lunghe codeste scale: diceva il vecchio signore all'altro che lo precedeva.
—Abbia un poco di pazienza, Illustrissimo, e potrà raccorciarle della metà: rispondeva, con un sogghigno muto, colui.
—Ehi, ehi! non vi capisco: come sarebbe a dire?
—Sarebbe a dire che, se le cose vanno, ella potrà, Illustrissimo, fare un miracolo, trasportare il quarto al secondo piano.
—Briccone e matto! mi maraviglio di voi: che cosa credete? Se vi ho dato ascolto, se son venuto fin qui, se ci torno, è stato ed è solo perchè voglio veder io, quando si tratta di far del bene….
—Certo che sì; conosco il suo cuore, Illustrissimo. Se io le ho parlato ancora di questa famiglia, l'ho fatto per premura….
—Eh! voi siete un volpone; vi conosco, galantuomo! M'avete dato a credere che la giovine sia una perla….
—E lo mantengo.
—Ma io vi ho ben poca fede: so che le bazzicate da un pezzo in casa…. e basta questo….
—Baje! chi mai le ha detto, Illustrissimo?
—Chi? il Rosso.
—Impossibile: che cosa sa colui de' fatti miei? E poi, non ha veduto forse lei, Illustrissimo, non ha conosciuto, non s'è persuaso fin da jeri…. E tra sè intanto bestemmiava dietro al Rosso, suo rivale nel favore dell'Illustrissimo.
—Buona gente, sì, buona gente, ripigliò il signore: e son disposto a far qualche cosa per loro. In quanto alla giovine….
Fin qui Rocco non aveva perduto sillaba della conversazione; ma allo svoltar della scala, temendo d'esser veduto, ristette un poco; e sebbene sbirciasse in su e tendesse l'orecchio, non potè capire il resto della frase.
Poco di poi s'arrischiò a salire di nuovo, attirato quasi da incognita forza che gli faceva dimenticare ogni rispetto e pericolo.
—Vedete un po': diceva il signore, fermandosi a un pianerottolo, per pigliar fiato. Se almeno lo avessi saputo un anno fa, contentando la vecchia con quel piccolo benefizio ch'era venuto ad implorare, le sarei entrato in grazia; e a quest'ora… È vero che il chierico c'è ancora, a quel che ho sentito, e di benefizj da imbonire abatini non c'è penuria in casa….
—Grazie a' suoi santi nonni, Illustrissimo.
—Eh! eh! Cosicchè quello che non s'è fatto si può fare.
—In quanto al figliuolo maggiore, egli è necessario tenerlo basso…. perchè ha una testa…. e certe idee singolari….
—Eh! gli pagheremo quella tela impiastricciata che ho visto jeri, e felice notte.
—Basta che si contenti. A buon conto, in quest'anno ch'è per venire, la coscrizione ci potrebbe anche liberare di lui….
—Sta bene. Alla peggio, se costui ha le idee matte, saprò guarirlo io: la conosco da un pezzo la superbia de' pitocchi; pare che minacci il mondo; ma dà giù, sul più bello, al veder la faccia d'uno scudo.
E qui gli sfuggì dal labbro un superbo riso, al quale rispose l'Omobono con quel ghigno che aveva non so che di diabolico.
Giunti sull'ultimo ripiano, s'incamminarono per il ballatojo, nè ancora si trovavan dinanzi all'umile porta che Rocco lento e cauto li aveva raggiunti al sommo della scala: ma non ardì fare un passo di più; vide il vecchio signore raddrizzarsi con sussiego, rincalzarsi nella trincea della bianca cravatta, e arrovesciando sovra una spalla la pelliccia del pastrano, porre in mostra ciondoli e catenelle pendenti dall'occhiello dell'abito; poi, messo fuori un soffio di dignità sul pome di lapislazzuli che sormontava la sua canna d'India, entrare nella povera stanza. Il signor Omobono che lo aveva accompagnato fin là, si trasse di nuovo il cappello e, fattogli un'inchino, tornò indietro; cosicchè Rocco, per non esser veduto, bastò appena tempo d'acquattarsi in un angolo, dietro il parapetto della scala sullo stesso ripiano.
Quando si vide solo, Rocco balzò ratto in piedi; e sulla sua faccia di terreo colore, sulla fronte volgare dell'uomo che tutti chiamavano il povero matto, fu vista lampeggiare un'ira così grande e fiera, mista insieme di disprezzo e di dolore, che in quel momento non parve più lui. Non disse parola; ma, serrando i denti, levò in atto di maledizione la larga e callosa mano verso la porta per la quale era entrato l'uomo potente, guardò il cielo; poi discese rapidamente le scale.
Colla testa in fuoco, col cuore tremante al pensiero del pericolo che forse in quel punto correva il suo bell'angiolo, Rocco, ringraziando il cielo dell'inspirazione che gli aveva mandato, mulinava fra sè che cosa potesse fare. Non poteva vedere nessuna onesta ragione perchè il vecchio signore dovesse tornar così presto in quella casa; l'idea che vi fosse stato condotto dal signor Omobono, da tal uomo ch'egli stesso non poteva mai incontrare senza provare un ribollìo nel sangue, quest'idea fissa, prepotente lo atterriva; imaginava d'altronde che Damiano, per certo, era allo scuro di quel che avveniva; onde gli si parava dinanzi sempre più grande la necessità di trovar subito le fila di quella trama, o di troncare almeno per il momento, con un pretesto qualunque, quell'intrigo misterioso.
Capitolo Ventesimosecondo
Correre in traccia di Damiano, no: chi sa dove e quando gli sarebbe riuscito di ritrovarlo; quel bravo signor Lorenzo sarebbe stato l'uomo a proposito, ma egli lo conosceva appena, n'aveva soggezione, anzi paura, nè avrebbe saputo come dirgli la cosa. In questo turbamento di pensieri, che tutti gli si affacciarono in un punto nello scendere le scale, Rocco tornò in istrada, e vista la carrozza signorile ferma ad aspettare, e il grasso cocchiere, che sceso di cassetta, dondolavasi sulla persona a mezzo del marciapiede, mosse difilato a lui, con titubanza e facendo lo gnorri.
—Signor cocchiere? gli disse, cavandosi la berretta d'incerato, e sforzandosi di sorridere.
—Che cosa c'è? rispose, sguardandolo in cagnesco, il gallonato
Automedonte.
—Nulla…. ecco…. perchè, vede qui—e si trasse di saccoccia una carta in forma di lettera, ch'egli stesso in fretta aveva ripiegata.
—Che cosa? dite su.
—Lei forse è della casa di quel signore che ho incontrato poco fa là dentro (e indicava il portone) e che mi regalò qualche cosa, perchè portassi subito questo biglietto al suo palazzo….
—Il mio padrone?… sarà lui: rispose l'altro che cascò di subito nella trappola che la bugia di Rocco gli aveva teso: E bene? Andate dunque.
—Gli è, replicò Rocco impacciato, che non so dove sia il palazzo….
—Come? non sai dove sia il palazzo ***, dell'illustrissimo mio padrone? Bestia che sei! gira di là—e gli appoggiò uno scapezzone che lo fece barcollare—che non puoi andare in fallo; poi torna, e vuoteremo un bicchier per uno alla salute del padrone.
Al Rocco bastò il nome della casa; e senz'altro dire la diede a gambe. Intanto egli sapeva chi fosse quel signore; e, camminando, studiava inventar qualche cosa che servisse a frastornare in qualunque modo i disegni ch'egli pensava (e lo avrebbe giurato) conducessero quell'uomo. Ma non aveva fatto cento passi, quando s'imbattè faccia a faccia nel signor Lorenzo, che a capo chino, a passo lento, e parlando fra sè e sè, pareva venirne appunto verso la dimora della vedova. Rocco si fermò; e sebbene, conoscendolo poco, non avesse mai osato aprir bocca col vecchio soldato, pure gli balenò in mente il pensiero di dirgli tutto e di fidarsi a lui. Il veterano non s'era accorto del garzone; dimodochè, quando Rocco, esitando come chi fa del male, e pronunziando a mezza voce:—Signor Lorenzo! ardì toccargli il braccio perchè si volgesse, egli si riscosse, e senza nemmeno guardare indietro, chiese:—Chi è là?
Il buon figliuolo raccolse il suo coraggio, e accompagnandosegli disse che veniva a nome della signora Teresa, di quella signora che aveva l'onore della sua conoscenza; e ch'essa lo pregava di passare da lei in giornata, per una cosa di premura.
—Eh! ci verrò, rispose il signor Lorenzo al giovine, dopo avergli data in isbieco un'occhiata d'uom che poco si fidi: ci verrò dimani.
—È impossibile; replicò il Rocco: l'aspetta quest'oggi, subito….
—Via, ho altro a fare; oggi non posso….
—Ma, poichè la è in queste parti….
—Che? che sapete voi? Oggi, no; e basta: E poi quella donna è una matta, e n'avrà una delle sue.
—No! signor Lorenzo; mi dia ascolto; bisogna proprio che lei venga con me, subito, senza perdere un momento: è il cielo che l'ha mandato.
Il povero Rocco disse queste poche parole con un accento così vero e doloroso, che il vecchio amico di Vittore si sentì come scosso ne' pensieri, s'accese d'un sospetto; e stringendo con forza il braccio del giovine:—Dite, dite su, presto—balbettò fra l'ira e il terrore—forse qualche disgrazia…. forse la buona Stella, la figliuola del mio Vittore…. non mi fate mistero! andiamo.
—Io non so, ma è per lei…. per quel caro angiolo che io tremo…. rispose Rocco, pieno di gioja segreta perchè il vecchio l'avesse compreso, prima ch'egli cominciasse a parlare. E, subito:—Per carità! le dirò….
—Ditemi tutto, e presto; ma andiamo intanto, andiamo innanzi.
Non era passato più di un quarto d'ora che il vecchio soldato di Napoleone, il secondo padre della Stella, a cui l'accorto garzone del droghiere confidò tutto quello che sospettava e temeva, entrava risoluto nelle umili stanze della vedova, senza pur domandare licenza di farsi innanzi, e senza cavarsi il cappello. Egli era alla presenza dell'Illustrissimo: la Teresa si levò da sedere tutta sgomentita; e la Stella, che stava in un angolo sul suo scannetto, si nascose colle mani la faccia.
Lorenzo stette un poco senza dir parola, non già perchè il superbo signore a cui veniva dinanzi gli mettesse soggezione o dubbio su quel che aveva a dire: ma per non so quale involontaria esitanza al vedergli all'occhiello del soprabito il nastrino di quella stessa corona d'onore ch'egli pure portava, come l'ultima reliquia di giorni che non dovevano tornar mai più. Ma fu un pensiero, un dubbio che passò; un altro pensiero gli disse che nulla v'era di comune tra quel grande e lui; che colui andava, per certo, debitore della croce che portava a' suoi scudi, alla sua nobiltà, ed egli invece l'aveva comprata sul campo della battaglia, col proprio sangue. Intanto l'Illustrissimo, quantunque maravigliato grandemente di quella brusca intervenzione, non aveva dato segno di malumore o di dispetto: ma volgendosi, tra ironico e compassionevole, alla signora Teresa, la quale guardando or l'uno or l'altro non sapeva più dove fosse, le domandò sbadato:
—Ehi! ditemi un po': chi è quest'uomo?
Arrossì a tale insolente interrogazione il veterano, e mordendosi le labbra, contento che colui gli desse appicco a parlare:—Quest'uomo?… ripetè: quest'uomo?… Certo che io non sono nè un marchese, nè un conte, nè altro titolato; ma qualcosa di meglio; sono, come dice, un uomo.
Non replicò direttamente l'Illustrissimo a codesta non meno insolente risposta; ma, volto sempre verso la vedova:—Voi conoscete, disse, degli originali, buona donna. È forse vostro fratello, cognato, parente?…
—Oh! signor mio, veda… cominciò la Teresa impacciata più che mai: è un amico nostro, un brav'uomo, un amico vecchio del mio povero marito. E se lei sapesse….
—E che importa di sapere a questo signore? la interruppe brusco il signor Lorenzo; sono amico di casa, e basta; l'amico mio, il padre di questa giovine ed io eravamo più che fratelli; Stella mi conosce, sono stato il primo ch'ella ha conosciuto…. E mi par bene d'aver diritto di venirci in casa vostra: non è vero, signora Teresa?
—Ma chi ve lo nega? riprese l'Illustrissimo, con qualche impazienza, volgendosi allora al signor Lorenzo.
—Vorrei vedere che qualcuno me lo negasse, che qualcuno credesse di mettere il piede qui dentro, a suo talento, e venire così alla buona, sotto maschera d'amicizia o di protezione, in queste mura, a distruggere il bene che vi abita, il bene che consola due creature, che, potrei dire, mi appartengono!
L'Illustrissimo, non uso a simile tuono di superiorità e di rimprovero, quantunque il veterano avesse parlato in guisa di supposto, doveva sentirsene ferito; e lo si poteva argomentare dalle torve occhiate che gli volgeva, e dall'inquieto agitarsi sulla rozza seggiola che al suo peso scricchiolava.
Alla fine, rotto il freno alla pazienza, l'offeso signore gridò:—E che vi pensate di venire a nojarmi colle vostre pretensioni? Siete ridicolo, per non dir altro: se avete qualcosa a fare in questa casa, fareste bene a trovar fuori altro momento.
—Ho qualcosa a fare, appunto come lei dice: e il momento è questo!—replicò con voce sonora e franca Lorenzo.
—Oh! vedete un poco che costui vuol mettermi soggezione!—E accompagnò tali parole con un riso di disprezzo.
—Io non voglio nè so metter soggezione a nessuno, ripigliò il veterano: ma sento in me una cosa che nessuno mi può togliere o guastare, e che si chiama onore: e so come si faccia star giù chi vuol soverchiare.
—Come parlate?…
—Parlo, come un uomo a cui batte qui dentro un cuore onesto; come un soldato che ha visto il mondo, e sa cosa vaglia, e ne fa conto quanto del fiocco de' suoi stivali. Un tale che faceva ballar sulle dita i re, ha toccato un giorno questa mano…. Ed io avrò paura di chi, per portare un nome scritto in carta pecora e contar gli scudi a migliaja, si crede lecito tutto?
—Ma costui dà volta al cervello!…
—Può essere! Ma intanto, non dimenticate ciò che questo vecchio matto vi dice.
—Per carità! uscì fuori con lamentevol voce la Teresa, la quale non capiva più nulla.
—Oh signor Lorenzo! timida aggiunse la Stella, che tutto comprese, e avrebbe voluto gettarsi nelle braccia del suo salvatore.
—Io non so, riprese pacato e severo il veterano, io non so quando veggo il male che si fa da quelli che il mondo chiama grandi, se possa dirsi che ci sia una Provvidenza. Ma so che la maggior parte è ancora dappertutto calpestata dai pochi; che ancora l'esser poveri è come un delitto; e i signori credono sempre d'aver ragione quando pagan l'infamia con un po' d'oro. Ma voi non vedete, e parlo a voi, perchè siete uno di quelli ch'io dico, non vedete tutto il male che vi divertite a fare; voi entrate nelle famiglie nostre e vi recate l'infamia come un beneficio; voi cercate la dimenticanza della noja signorile, la dimenticanza d'un giorno, d'un'ora…. E non pensate al dolore, alle lagrime che vi lasciate dietro, alle maledizioni che chiaman sopra di voi la vendetta di Dio!… Ma non sarà sempre così; se ne son veduti de' momenti in cui i potenti scontarono anch'essi la miseria da loro seminata nel mondo; e i dì che corrono non correranno sempre gli stessi, e la giustizia sarà più lunga!
—Quest'uomo non sa cosa si dica!—l'interruppe l'Illustrissimo, cercando nascondere il turbamento che suo malgrado gli s'era messo nel cuore.
—Eh via! tenete a mente, o signore, due altre parole di quest'uomo. Non so come mai abbiate saputo insinuarvi nella confidenza di queste buone creature; ma ne indovino il motivo. Il benefizio onesto e sincero teme, si nasconde; la vostra carità superba ostenta protezione e copre male la vergogna che marcisce di sotto. Voi volete rapire a questa povera casa la pace e la virtù che vi si nascondono: ma io ho gli occhi aperti…. e se fosse vero!…
—Basta così, costui è matto frenetico! disse l'Illustrissimo, alzandosi: non so come io abbia potuto sopportar finora le sue insensate ciancie; se volessi, potrei farlo pentire di quello che ha osato pensare, e dire….
Il veterano sogghignava alla sua volta; e, incrociate le braccia sul petto, andava picchiando colla punta del piede il terreno.
—Ringrazio il cielo, susurrava intanto, che ho potuto venire a tempo….
—Ringraziatelo d'avervi tolto il cervello: se non credessi che fosse così, la vedreste voi!…
E mosse per uscire. Le due donne, tuttora pallide e sbigottite, non sapevano farsi ragione dell'avvenuto. Ma l'Illustrissimo, giunto sulla porta, si rivolse e disse loro con aria benevola:—Mi rincresce ch'io non possa far nulla per voi: ma il mio carattere non lo permette, dacchè c'è chi sospetta le mie intenzioni; e poi, questo signore che tanto vi protegge, potrà fare anche la parte mia.—
E con tale schernevole saluto, se n'andò, ruminando tra sè la vergogna del fallito disegno e il modo più pronto di ricattarsi dell'offesa.
Partito lui, Lorenzo rimase immobile, al luogo istesso, incrociate ancora le braccia, china la testa, tutto in pensieri. Forse dubitava d'esser caduto in inganno, d'aver precipitato, d'aver tolto alla famiglia del suo amico un'onesta protezione. Ma più ci pensava, e più gli pareva impossibile che quel ricco signore non covasse qualche tristo intento, forse incerto, forse lontano, ma non men vero. Non poteva farne parola colle donne, vedendo il loro sgomento: esse non sapevano come rompere il silenzio, e pendevano da' rapidi sguardi, da' moti convulsivi dell'antico soldato.
In quella, entrò Damiano. Vide il signor Lorenzo nel mezzo della stanza, ritto e cruccioso, che non s'era accorto del venir suo; la madre che levando gli occhi pareva cominciare una preghiera; la Stella ansiosa correre a lui e abbracciarlo, nascondendogli in seno la faccia.
—Che c'è di nuovo, mamma? domandò Damiano.
Questa voce riscosse Lorenzo dalla sua preoccupazione: egli mosse verso il giovane che s'era trattenuto all'entrare, e pigliatolo per mano:—Ringrazia, gli disse, la Provvidenza che il tuo amico vecchio ci sia ancora, e possa far qualche cosa quaggiù. Sappi che son venuto forse in tempo per impedire un gran male, una disgrazia che poteva metter l'infamia sulla fronte di tua sorella, e di vostra madre, e sulla tua, se il caso non m'avesse condotto sui passi di chi la macchinava!…
—Che cosa dite, signor Lorenzo? domandò il giovine con voce soffocata dall'ira.
—Io ti dico che un uomo potente, un di quelli che gettano un tozzo di pane per il delitto che fanno commettere, aveva posto gli occhi addosso a tua sorella, e ha avuto il cuore di venir qui, egli stesso, pochi momenti fa!…
—Dio! forse quello che saliva in carrozza al momento ch'io svoltava in casa?
—Lui! lui! ma io ciò che sentiva, gliel'ho detto in faccia; ho parlato per te, Damiano, e per me; e l'ho ben visto che tremava e voleva bravarmi…. Eh! sono un vecchio tarlato; ma il cuore è sempre quello, cuore di galantuomo.
—Ah! per amor del cielo, s'arrischiò a dir la Teresa: se quel signore se la prendesse con noi? se volesse vendicarsi in qualche maniera? Forse egli….
—Forse? che forse?
—Ma… credete dunque che venisse con cattive intenzioni?… Egli voleva vedere il quadro di Damiano; lo voleva comprare, sai? lo voleva comprare.
—Povera donna! borbottò Lorenzo: già voi sarete sempre la stessa.
—Il mio quadro?… domandò con furia Damiano: E come seppe colui?…
—Ma, veramente…. rispose impacciata la Teresa.
—Su, dite, dite, c'è qualche mistero?
—Qualcuno glien'avrà parlato…. una brava persona…. per altro.
—Chi? chi?…
—Andrete in collera, se ve lo dico….
—Non volete spiegarvi voi?… Animo, Stella, parla, parla tu.
—Oh! Damiano: risposegli la sorella: guarda la mamma; non farla piangere.
—È tutt'una: voglio sapere chi è.
—Bene: disse allora, facendosi coraggio, la vedova: è un tale che può ajutarci e ajutare anche voi…. sì, vedete, me lo disse tante volte. È quel signor Omobono….
—Ancora quell'uomo?
—Non mi fate quegli occhi; non mi guardate così.
—Tacete! capisco adesso questo mistero d'inferno…. Voi siete tanto buona che non arrivate a comprenderlo. Ma il cielo ci ha protetto un'altra volta; ringraziatelo, ringraziatelo, vi dico. E voi pure, nostro amico! seguitò volgendosi al signor Lorenzo: voi pure siate benedetto.
Dette queste parole, Damiano si fe' cupo, parve dimenticar dove fosse, quanto aveva udito e detto. Un sorriso forzato, amaro, stavagli sulle labbra; e dalla penosa espressione del volto, da' moti della persona indovinavasi l'urto degli affetti del suo cuore. Tutto ad un tratto, si spiccò dalle donne, corse nella prima stanza, afferrò il suo quadro del Tancredi, staccandolo impetuosamente dalla parete, afferrò un rugginoso pugnale antico, ch'era sulla tavola accanto al letto, e si diede a stagliar per lo lungo la tela con furia crescente. I lembi ne caddero sparsi a terra; ma egli, non pago ancora, calpestò con gioja selvaggia lo scassinato telajo e i pochi avanzi del dipinto che ancor v'erano attaccati.
Quand'ebbe finita questa frenetica distruzione, pose giù il pugnale, si cacciò indietro con una mano i capegli, e guardandosi attorno, con terrore, quasi per conoscere dove fosse, andava mormorando fra sè:—Ora non c'è pericolo che qualcuno lo veda: addio, o fantasma del povero giovine!… Comincierò da capo la vita!…
Teresa, Stella e Lorenzo stavano a vedere sulla porta; ma nessuno di loro potè indovinare ciò che sentisse in quel momento l'anima del giovine artista.
Capitolo Ventesimoterzo
Era un giorno nuvoloso, sul finir d'aprile, il giorno che in Milano si tirarono a sorte i coscritti di quell'anno. Una moltitudine brulicante, agitata dal timore, dalla speranza, da tutti insieme gli affetti che commovono gli animi semplici e forti, stava in quel dì raccolta nel secondo cortile del vecchio palazzo del Comune, che fu, al tempo dei duchi, stanza del Carmagnola, poi divenne il Broletto nuovo, e conserva tuttavia codesto nome.
La folla, per la maggior parte di giovani, cittadini e del contado, d'ogni mestiere, d'ogni ordine popolare, stipavasi intorno ad un assito a recinto, nel cui mezzo sorgeva un impalcato protetto da un padiglione di tele listate di bianco e rosso, antichi colori del Comune, gloriosi anch'essi un giorno, quando a' tempi della lega lombarda sventolarono dall'antenna del Carroccio. Su quel rialto, diverse ragguardevoli persone vestite dell'assisa ricamata, ed alcuni sacerdoti in vesta talare, assistenti alla funzione, sedevano in giro ad una larga tavola coperta d'un verde tappeto. Sulla tavola, fra' quaderni, registri e processi verbali, aperti sotto gli occhi di que' signori, sorgevano tre urne, da ciascuna delle quali si tiravano a sorte, alla vista di tutti, i polizzini de' numeri e de' nomi, che passati di mano in mano dall'una all'altra delle circostanti autorità, venivano subito scritti e contrapposti su que' libracci. Una fila di soldati, facendo ala e testa al recinto, procacciava di tener lontana la folla che riurtante accerchiava il padiglione, lentamente movendosi a onde. Uno degli impiegati, intanto che gli altri scrivevano, annunciava a voce alta un numero e un nome; e ogni volta seguiva un sordo indistinto fremito della moltitudine, un agitarsi visibile di tutta quella calca. Eran pochi i nomi e i numeri che non destassero un grido, grido di gioja o di disperazione; un represso susurrío, un accennar confuso, un aprirsi della folla al passar del giovine che, tratto dall'urna il suo numero, correva giù dal palco; poi parole di congratulazione o di conforto, cenni di mano e agitar di fazzoletti e di cappelli; e donne piangenti che si facevano largo per andare a gettar le braccia al collo d'un figlio, d'un promesso sposo, d'un fratello; padri, parenti, amici che volevano la loro parte di contentezza o d'affanno; parole miste di lagrime, abbracciamenti di gaudio o di terrore, soffocate imprecazioni e ardenti preghiere. Erano scene patetiche e sublimi, dolorose e vere, che ad ogni istante si rinnovavano, e a cui pochi ponevan mente, chè tutti n'erano parte. Quando alcuno de' chiamati non avesse risposto, il curato della parrocchia a cui il chiamato apparteneva era quello che, posta la mano nell'urna, ne traeva la sorte; ma all'annunzio del numero, la moltitudine stava muta, tranquilla: colui del quale si decideva il destino non era in mezzo di loro.
All'andare e venire della moltitudine facevano inutile inciampo i drappelli de' soldati, posti a guardia delle porte del palazzo e degli ufficii sotto il porticato. Di qua, di là, d'ogni parte, gruppi d'uomini e donne, famiglie intere, facevano ressa per avvicinarsi all'alto palco, per udire la sentenza che tutti aspettavano: intanto altri sopraggiungevano dal di fuori, incontrandosi con quelli che, contenti della fortuna, volevano uscire; i fanciulletti, smarrita la traccia della madre o della nonna, piangevano forte: dalle vie più vicine, che formicolavan di gente, udivasi un misto suono di canzoni popolane, strillate da' garzoni che in lunghe file venivano dai sobborghi e dai comuni del distretto, a schiere a schiere, dietro una bandiera formata d'un fazzoletto rosso; inghirlandato d'erbe e di fiori: essi cercavano di soffocar nel canto la dolorosa aspettazione di dover lasciare que' luoghi, ne' quali avevano creduto di poter vivere e di poter amare.
Era una giornata malinconica per tutti; eppure cantavano. Il cielo anch'esso, sotto un manto di nuvole cinericcie, non lasciando calar su quell'adunata nemmeno un raggio di sole, pareva non voler udire quelle spensierate cantilene. E ben presto cominciò a piovigginare.
Poco stante dal luogo, ove si faceva l'estrazione de' coscritti, era un gruppo di cinque persone, mezzo nascoste da una delle colonne del portico. Senza alcuna esterna dimostrazione, ma coll'anima occupata da inquietudine e da terrore, esse non vedevano più che l'istante in cui l'annunziar d'un numero più o men alto doveva decidere anche per loro una lunga e mortale aspettativa. Era Damiano colla madre, e Stella, e Celso: avevano avuto il coraggio di venirne insieme ad ascoltar la loro sorte; e con essi era venuto anche Rocco, il povero matto garzone. Tacevano, e si riguardavano a ogni nome che uscisse dell'urna.
Passò un'ora: in quell'ora a tante altre madri toccò di tremare o di ringraziare il Signore. Finalmente, il Commissario disse ad alta voce il nome di Damiano.
Nessuno si presentò, nessuno rispose. Ben s'era mosso il giovine; ma, gettando uno sguardo sulla sorella, s'accorse ch'essa, all'udir quel nome, impallidiva e appoggiavasi alla colonna del portico per non cadere; dimenticò tutto, e rimase immobile al luogo dov'era. Pensò a quel che dovesse patire la Stella, la quale fino allora avea mostrato d'essere la più sorridente e affidata; capì che la mamma in quella confusione, stornata forse da' molti che parlavano a lei vicino, non aveva udito il nome di lui, nè ebbe cuore di fare un passo di più. Rocco intanto guardavasi attorno a dritta e a manca, con certi occhi svagati, e colle mani nelle tasche; a ogni poco, sollevava la fronte, come riscotendosi da un pensiero rinascente, che lo faceva sorridere fra sè stesso; e col chinar del capo a quando a quando pareva replicare di sì alla voce del cuor suo.
Non presentandosi alcuno a rispondere per Damiano, uno de' parrochi astanti pose nell'urna la mano: il Commissario prese la polizza e disse ad alta voce il numero 57: poi la fece passar nelle mani di que' signori impiegati.
Gli occhi di Damiano s'incontrarono un'altra volta con quei di Stella. Fu appunto allora, che un bottegajo del vicinato, un omaccione calvo e panciuto, che a pochi passi da loro contemplava con curiosa calma quella scena, uscì fuori a dire:—Gli sta bene a costui! s'è fidato alla sagrestia, e l'ha servito per la pasqua… ah! ah! ah!—Intanto il fratello e la sorella, senza dirsi parola, s'erano uniti in un solo sentimento, quello di nascondere alla madre la decisione fatale: essa poi, non avendo udito chiamare il figliuolo, s'illudeva già che non glielo avrebbero tolto, e pensava potesse anche essere effetto delle raccomandazioni che, nascostamente da lui, s'avea procurate in que' giorni. Celso invece comprese la cosa qual'era: ma Damiano vedendo gli occhi di lui pieni di lagrime, gli si chinò all'orecchio e stringendogli di nascosto la mano:—Non parlare, Celso: gli susurrò: non parlare, per amor della mamma! Chi sa? Dio può ancora ajutarmi!
Poco appresso, dilungatosi d'alcuni passi:—Andiamo a casa, mamma: soggiunse con far tranquillo: per oggi non sarò più domandato; me lo disse or ora, passando, uno di questi signori impiegati. Andiamo!
—Sì, sì, il mio figliuolo; andiam pure, ch'io non so più in che mondo mi sia. E poi, che importa lo star qui più o meno? Tutto è in mano del Signore, Egli darà ascolto alle mie orazioni.
Tornarono a casa, nè lungo la via si fece altra parola. Ma saliti alle loro stanze, andò la Stella a nascondersi in un angolo e cominciò a piangere dirottamente; e la madre, nell'udire quel pianto, a domandarne la cagione: cosicchè Damiano s'ingegnò a farle credere che la sorella avesse mal di capo, e si crucciasse di non poter lavorare in que' giorni che il bisogno si faceva maggiore. Ma non volendo la madre sentirla a pianger così, col dire che avevano troppi guai senza pensare a quelli che potesser venire, la fanciulla riuscì a soffocar lo schianto del cuore; e si mise, come al solito, al suo telajo.
In verità, come si può imaginare, la condizion della povera famiglia era in quegli ultimi mesi non poco scaduta; scemato della metà il lavoro; per la malattia di Teresa, perdute molte pratiche già bene avviate, cresciuta all'incontro la spesa, e consunti i pochi avanzi fatti da principio. Tutto quel che Damiamo ritraeva dal travaglio dell'intera settimana, bastava a stento a lasciarli vivere giorno per giorno. E il tempo della sventura sopravenne. Così al paro di tanti e tanti altri, de' quali è ignota ed oscura la povertà, perchè lo sforzo della fatica, la vergogna e un resto d'orgoglio la fan nascondere, vedevano anch'essi venir la miseria, la vedevano venire lenta, ma implacabile, dopo che invano credettero di poter sostenere il peso della vita col coraggio e colla fede.
Il solo che facesse, quantunque angustiato al par di loro dalla mala fortuna, tutto quel che poteva per ajutarli, era l'antico soldato di Napoleone. Ma poteva ben poco. Pure, già da un anno e mezzo, era lui che pagava la pigione de' suoi buoni e poveri amici: e, dicendo di voler tutto per sè tal diritto, per quel po' di tempo che aveva a campare, s'indispettiva al sentir parole di riconoscenza. Con tutto ciò, la memoria del passato faceva a lui e a Damiano veder più scuro l'avvenire; e l'ultima disgrazia che si aggruppava coll'altre, poteva essere come il principio della disperazione.
La Teresa, debole all'usato e confidente, s'ostinava nel credere che quel signore il quale alcun tempo prima era venuto ad offrir loro protezione, avrebbe certamente saputo adempir la promessa: in questa fede la tenne ferma una recente visita del signor Omobono, tornato apposta per discolparsi, colle migliori apparenze, di que' sospetti che l'ostinata avversione di Damiano aveva desto contro di lui nel cuor della vedova. E siccome l'animo umano troppo spesso vuole, direi, ostinarsi nella contraddizione e trovar nebbie nell'evidenza stessa, quando l'evidenza non sia opera sua; non parrà strano che la Teresa, rimproverata dal figliuolo come cieca e imprudente, volesse in cuor suo star dura in sul non essersi ingannata: dico, in cuor suo, perchè la buona donna non avrebbe forse osato di spiegarsi chiaro con Damiano, dopo ch'egli, un dì, in un momento di mal umore, le aveva detto di voler piuttosto morir di fame e veder morire lei e sua sorella, che ricevere l'elemosina di quel signore. Queste parole la Teresa non aveva saputo spiegarsele; nè s'era accorta come Damiano tenesse dentro le sue terribili ragioni, per non vedere avvilita lei stessa, e non turbare l'anima incontaminata della sorella, con certe rivelazioni che quasi sempre si lascian dietro lagrime e veleno.
Così l'occhio del potente vizioso fermandosi appena sull'umile casa ne aveva sbandito, forse per sempre, la libera pace, unica consolatrice delle comuni sventure.
Lo stesso giorno che seguì la decisione della sorte di Damiano, stavano insieme a desinare. E come quel dì, Celso, colla permissione del padre Apollinare, poteva passarlo tutto in compagnia della famiglia, la mamma si era studiata di fargli un po' di festa. Sulla piccola mensa, oltre la solitaria marmitta, compariva un piattello di carne lessa, e una torta di latte che aveva ammannita la Stella la mattina stessa, pensando la buona fortuna che, sperava, dovesse toccare a Damiano. Ma il cielo non l'aveva voluto! Imaginate dunque con che diversi affetti sedessero allora a quel deschetto. Scambiavano i figliuoli malinconiche occhiate; e per nascondere, almeno in quell'ora, alla mamma ciò ch'essa, per il pietoso inganno di Damiano, ancora ignorava, sforzavansi a vicenda di trangugiar qualche boccone e di dire qualche allegra parola.
La Teresa così, non avendo da un pezzo avuta la consolazione di vedersi riuniti d'intorno i suoi tre figli, e tenendosi quasi certa che Damiano potesse uscir salvo della coscrizione, lasciavasi andare ad un insolito buon umore; parlava ella sola per gli altri insieme, voleva che i figliuoli facessero buon viso al suo pranzetto. Ma aveva bel dire; la sua gioja li accuorava di più, e la loro parola cadeva languida, e fredda; come le rade stille d'un tralcio reciso che piange.
Capitolo Ventesimoquarto.
—Perchè mi guardate così, Damiano? cominciò la Teresa, un momento che il figlio, contemplandola fiso, pensava che fra poco non doveva veder più il caro volto materno, che ott'anni eran lunghi, che forse al suo ritorno non l'avrebbe più trovata su questa terra.
—Per nulla: rispose il giovine. Son contento che ti ritrovo molto meglio, mamma, della settimana passata.
—Ma pure hai qualche cosa, pensi a qualche mistero….
—Dio mio! che cosa posso pensare?
—Via, entrò Stella: sai bene, mamma, che Damiano n'ha anche troppo delle ragioni per crucciarsi. E dire che poteva esser l'onore e l'ajuto nostro, se appena avessero conosciuto il suo talento; ed ecco che per noi….
—Non toccar questa corda: l'interruppe Damiano: te ne prego di cuore. C'è degli uomini, ed è il maggior numero, io credo, tirati dalle circostanze per una via opposta a quella che vedono coll'anima: io son uno. Se non ci fosse mancato da vivere, o se dentro di me avessi trovato il coraggio di metter la testa in terra dinanzi a taluni, o di darmi a credere di più di quel poco ch'io sono, sarei riuscito. Invece ho fatto bene a dir addio all'idea matta che m'ha rotto il sonno per tanto tempo: sì, sì, ho fatto il mio dovere. Studiando anni e anni, avrei forse finito a valere niente di più d'un imbianchino: che bene vi avrei portato allora? la miseria.
—Metti da parte questi pensieri, Damiano: dicevagli Celso. Tu hai tanto maggior merito d'aver saputo rinunziare ad un avvenire che poteva essere così bello. Ma se le cose andassero per il giusto….
—Che vuoi? non fui la sola, ne sarò l'ultima vittima della sfortuna e dell'intrigo. Pure sì, lo confesso anch'io, sperava che la dovesse andar meglio! E le parole di quel pittore che non ho più veduto dopo quel dì, mi stanno qui nel cuore. So come vanno le cose. Due dì prima che fosse chiuso il concorso, fu portato un quadro migliore del mio. Molti avevan capito, e se l'eran detto all'orecchio, che c'era la mano di un maestro conosciuto, che il premiarlo sarebbe stata una brutta ingiustizia. Eppure il dì appresso, quel quadro portava una corona d'alloro e un nome; e molti han detto che quello non era il nome di chi l'aveva fatto. Forse non è vero…. forse era il suo!
—Ma senza queste cattiverie, prese a dire le Stella, oggi non ci toccherebbe….
—Che cosa? anche tu dunque?… l'interruppe la madre.
—Nulla, mamma, nulla: rispondeva Damiano: sapete che la Stella mi vuol troppo bene….
—Ma se invece, ripigliò la madre, tu m'avessi dato ascolto, se m'avessi lasciato parlar di te a qualche persona di proposito, la sarebbe andata altrimenti. E anche adesso, dove non fosse venuto in mente a me di mettermi in mano di qualcheduno, saresti, come sei, salvo dalla coscrizione?
—Per carità, mamma; non parlare, non parlare; lo sai ch'io non posso sentirle a dire certe cose…. Così cercò disviare il discorso Damiano.
—Ho sbagliato forse a far quel poco ch'io poteva, io povera donna, per il tuo bene?
—Dio ti benedica, mamma! però sarebbe meglio non gettar via così de' passi che posson menare a male….
—Ecco, sempre gridori e malcontenti: già son io che fo tutto colla testa nel sacco, che credo a tutti, che metto in compromesso la famiglia…. E alla Teresa cominciava a tremar la voce.
—Ma chi ti dice questo? ripigliò Damiano impazientito.
—Quietati, mamma; lo sai pure il bene che ti vogliamo: aggiunse
Celso.
—Oh! ripetè quella: acquietarsi, tacere? se non me lo rinfaccia adesso, mi ricordo dell'altre volte. So che non gli andò mai per il verso quel negoziante che ci ha pur ajutati ne' brutti momenti, nè quell'altro signore che aveva promesso e poteva farci del bene. Ma già, lui non vuol dipendere da nessuno; e coi signori l'ha sempre avuta…. è quella benedetta superbiaccia che ha ereditata da suo padre; perchè anche col mio Vittore, con quel brav'uomo, qualche volta c'era da ammattire. Bisognerebbe però pensare a tirar innanzi altrimenti. In quanto a me, se mi cruccio, non è per me, ma per voi altri…. già non potrò durarla molto; e il Signore lo sa….
Qui la madre piangeva; Celso e Stella le si fecero intorno, cercarono di calmarla; Damiano, appoggiando i gomiti ala tavola, nascondevasi la faccia, pensava e lagrimava.
—Vedi, mamma, come fai: disse di lì a poco, tu li cerchi i crucci! È vero che, per me, avrò fallato a incocciarmi di poter solo bastare alla famiglia; ma io lo credeva, io lo voleva. Ora sento di aver troppo confidato in me; siam troppo poveri, i tempi son cattivi: ho lavorato, sudato, ma inutilmente; speriamo che Quello ch'è lassù non ci abbandoni. Pure, mamma, se tu sapessi tutta la verità; se tu pensassi che quando il ricco viene a parlare al povero, di rado il fa per bene…. Ma! guai al povero che si vende!
—È impossibile, ti dico, è impossibile; sono le tue solite malinconie; casa nostra ha un nome onorato, e vostro padre era cavaliere.
—Che importa? noi siamo nella miseria, e tutti i miserabili hanno lo stesso nome! gridò amaramente il giovine.
—Ma credi tu, tornava a insister la madre, mal soffrendo l'ostinarsi del figliuolo, contro ciò ch'essa faceva a fin di bene; credi tu che non mi prema il nostro onore?… e che se appena potessi dubitare, temere….
—Già tu sei impastata di buona fede, come sei stata sempre. E se quel dì che tu aprissi gli occhi, fosse troppo tardi?… E tutto quello che intanto si può dire di noi?… di mia sorella?… Pensa a quel ch'è successo, l'anno passato; pensaci.
—Oh! io per me ci ho pensato. Da quel dì che vostro padre m'è mancato, son sempre, come si dice, andata giù a oncia a oncia; ormai ci sarò per poco; e poi toccherà a voi a pensarci; allora farete quel che vi piace.
L'amarezza di queste parole fece ammutolire i figliuoli che, veggendo la madre prendere in mala parte quant'essi dicevano, stimarono meglio tacere che ritentar di persuaderla. Ma, per la verità, era da compatire la disgraziata donna se il lamentarsi diventava in lei più che un'abitudine, un diritto. In quel dì poi, illusa dalla fiducia di veder salvo Damiano, non avendo di che piangere, parevala quasi di trovare una compiacenza nel suo dolore passato, una gioja nel toccar le piaghe ancor vive del proprio cuore.
—Io poi lo so: ricominciava essa: nessun bene v'ho fatto, nè posso farvi a questo mondo; non ho più vista, nemmeno per agucchiar negli stracci, come ho fatto fin adesso; ho gli occhi stanchi, pieni di punture; forse li perderò del tutto…. ma prima che mi tocchi anche questa, il Signore, spero, mi chiamerà con lui.
—Non dir così, per amor di Dio, buona mamma: riprese Damiano. E che faremo noi senza di te? e che ti abbiam fatto perchè desideri tanto di abbandonarci?
—Non m'intendo che mi vogliate male; ma ormai non ho a far altro che starmi colla rocca in un cantone; sono un soprosso per voi!…
—Oh Signor Iddio! abbiate compassione di lei e di noi!… Damiano proruppe, con tale un accento che fece rabbrividir Celso, la sorella, e toccò anche l'inacerbito cuore della madre.—No, seguitava, non posso tacere; voleva nascondervi la verità, o dirla più tardi che potessi. Ma ora, voi me la strappate. Non voi, non voi partirete di qui, madre mia! Ma io, io, povero pazzo, sarò quello chè v'abbandonerà, e presto: è finita per me…. andrò dove mi manda la sorte…. partirò soldato.
—Santa Provvidenza! esclamò la madre. Non è vero, non può essere! io lo so di sicuro che sarai salvo; me l'hanno promesso. Sei tu, Damiano, che mi vuoi abbandonare; ma Dio, vedi, ti castigherà!
—Andate là, buona donna: riprese egli amaramente: vivete in buona fede; sono i signori che mi proteggono; sono io che v'abbandono, io che doveva lavorare, guadagnar la vita, fare il garzon di bottega, il fabbro, il falegname…. e che invece…. sono sempre stato un pan perduto.
—Per carità, Damiano, quietati: diceva la Stella: vedi in che stato è la povera mamma, come trema, come ti guarda!
—È il dolore che ti fa parlare: soggiungeva Celso dal canto suo, col cuore straziato. Tutto non è ancora perduto; e tu fai torto a te, al tuo buon senso….
—No, no, vi dico; la mamma ha ragione; e Dio castiga me e voi insieme perchè non ho fatto il mio dovere. Maledetta illusione!… maledetta superbia!… Se avessi avuto anch'io il coraggio che hanno tanti, che han tutti, non saremmo a questo termine!… Oh mamma, avete ragione; Dio mi castiga, l'ho meritato. Abbandonerò la mia casa, questi luoghi, questo cielo che pareva mi parlasse; andrò lontano, lontano, non tornerò più…. Celso farà lui quel ch'io doveva…. Ma, dopo un pezzo, quando penserete a Damiano, oh! gli perdonerete allora, ditemelo! e gli farete un po' di luogo nel vostro cuore; e qualche volta parlerete di lui colla Stella, e con Celso, non è vero mamma?… Lasciate ch'io la porti con me quest'idea che potrà darmi un po' di gioja, farmi dimenticare anni e anni di solitudine e di schiavitù!
Piangeva Stella; sua madre, senza piangere, senza parlare, si levò dalla seggiola, e aperse le braccia al figliuolo: Damiano vi si gettò con tutto l'abbandono dell'amore e del dolore.
Celso guardava commosso quell'abbracciamento; e l'atto con che poi rivolse gli occhi al cielo, fu come una preghiera. Oh! il Signore, in quel punto, avrà benedetta la povera famiglia.
Venuta la sera, Celso doveva tornarsene alla casa del suo superiore e maestro; Damiano ve lo accompagnò. Cammin facendo, i due fratelli si contraccambiavano confidenze e conforti; ma la mestizia di Damiano era cupa; egli ruppe più di una volta in parole d'ira e di maledizione. Prima di lasciare il fratello, a pochi passi della canonica di san ***, gli serrò con forza la mano, e:—Quando non sarò più con voi, gli disse, penserai tu alla mamma, alla Stella, al nostro buon nome…. Giura, fratello, giuralo per l'ora in cui morì nostro padre, guai a chi tocca il suo nome!
All'Ave Maria, tornò a casa; scrisse due lettere, una al signor Lorenzo, l'altra al suo vecchio amico il pittore: non aveva più cuore di rivederli.
V'ha de' momenti in cui l'anima, nella solitudine, nella notte, sente in un punto tutto il peso della vita, e patisce della stessa sua forza, il pensiero. Allora la vigorìa, la gioventù, il dolore vinto non contano più nulla; la ragione abbandonata a sè medesima, non sente più l'alito dell'affetto, ride delle lagrime, perchè essa non sa piangere; divora in un momento molti anni di vita, nè altro rimedio ai mali sa trovare che il disprezzo, veleno dell'egoismo; ovvero la più stolta delle consolazioni, il dubbio e la necessità del male.
Dire lo sgomento, i terrori, l'agonia che provò Damiano in quella notte, non è possibile, nè forse parrebbe cosa vera. Tutto il sentimento che fino a quel dì l'aveva fatto forte contro la trista vita, in un istante era svanito; tremava di sè, de' suoi pensieri; poi, con un soprassalto di paura volgevasi indietro, sentivasi perduto; e peggio ancora, si sentiva vile; e desiderava di morire.
Morire?… Questa parola gli mise il bujo nella mente; ma una volta che la terribile idea gli stette dinanzi, non potè più scacciarla da sè. Dopo lunghe ore di febbre morale, di martirio, al cospetto di quel futuro che non gli bastava l'animo d'incontrare, non pensò più nè al nome di suo padre, nè alla madre o alla sorella, infelicissime. Accosciato sulla sponda del letto, serrate al petto le braccia, pallido, immobile, si sprofondò in quel solo pensiero: poi, levatosi lentamente, guardossi attorno come chi commette un delitto, fece due o tre giri nella stanza, e con un sorriso forzato, quasi frenetico, mormorò:—Ho vissuto abbastanza per capire che cosa è la vita; nessuno saprà nulla di me, mai più!…
Aveva risoluto di fuggire, d'andare a morir dimenticato, lontano da casa, in un paese, dove combattendo per una patria non sua, potesse presto finire la vita; pensava di sottrarsi così alla sorte che lo aspettava, a un sagrificio per lui insopportabile.
La lucernetta che spandeva una luce moribonda sulla tavola sparsa di carte, di disegni e libri scompigliati, mandò un improvviso bagliore; la fiammella allungossi come una lingua di fuoco; e si spense. Dai piccoli vetri della finestra cominciava a penetrare il primo indistinto lume dell'alba.
Allora Damiano sospirò, un brivido mortale gli corse per l'ossa; soprastato alquanto, levò gli occhi al cielo; ma la testa gli ricadde sul petto: l'ultima voce della speranza non ebbe virtù di uscir del suo cuore.
Si levò risoluto per partire; ma, passando dinanzi la porta socchiusa dell'altra stanza, il pensiero di quelle due creature che sole lo amavano sulla terra, quei pensiero che tacque tutta notte, gli parlò allora, e sì forte che sentì di non potere staccarsi dalla vita senza dare un muto addio, senza contemplar per l'ultima volta coloro a cui volle ma non seppe rendere un solo giorno felice.
Entrò pianamente: la cortina dell'alcova era sollevata; il respirar greve della madre dormente gli veniva all'orecchio. Si fece innanzi; e il cuore battevagli più forte. Vide la Stella che inginocchiata a piedi del letto di sua madre, abbandonato il capo e le braccia sulle coltri, dormiva. Era in guarnellino succinto; mezzo disciolta la treccia, e giacente in quell'atteggiamento in cui vediamo talora scolpito un angelo che piange sovra una tomba. La buona fanciulla aveva continuato a lavorare silenziosa fino a tarda notte; poi, messasi in ginocchioni a pregare presso il letto materno, il sonno era venuto a trovarla in mezzo alla sua candida orazione.
Una soavità inesprimibile toccò l'animo di Damiano: quella vista fu come un avviso del cielo. Gli parve che un peso gli fosse tolto dai cuore; i cupi pensieri che aveangli dato tortura, che lo avevano condotto a disperato proposito, cominciarono a dileguarsi, come nebbia che vapora, al raggio dell'aureola che pareva circondar l'innocente addormentata. La Stella forse sognava in quel punto del fratel suo; e in sogno pregava ancora.
Damiano sospirò profondamente; quand'ecco, la giovinetta sorge d'improvviso sbigottita: poi riconoscere il fratello, gettarglisi al collo con tutta la forza del dolore, come se negli accesi sguardi e nella pallida faccia gli avesse già letto l'ascoso disegno, fu un momento. Non si dissero cosa alcuna, ma i loro occhi si parlarono e l'anime si compresero. Mentre Stella lo teneva abbracciato, Damiano si sentì tornar in cuore la pace; gli parve quasi si riaprisse il cielo per lui. Trovandosi fra le braccia di sua sorella, udendo la madre che, risvegliata in quel punto, chiamavalo a nome, più non seppe spiegare a sè stesso come, un momento prima, avesse potuto pensar di fuggire, di morire. Fatta la mattina, levate le donne e messo un po' d'ordine nella casa, Stella indossò il piccolo scialle e il suo velo; poi facendo per uscire, come soleva quando non la pressasse il lavoro, ad ascoltare una messa in Duomo, s'arrischiò di pregare il fratello che venisse con lei e colla mamma. Damiano, che da lungo tempo non era più entrato nella casa del Signore; udì quell'invito come una inspirazione:—Oh! tu non sai, disse, il bene che m'hai fatto!
Andò egli pure con loro, e là sotto gli archi del Tempio maestoso, dove fanciullo aveva trovate le prime speranze e le splendide immagini dell'arte, si prostrò dinanzi al tabernacolo, depose nella preghiera il segreto dell'anima, chiese colle semplici orazioni che gli aveva insegnate sua madre perdono e soccorso da Colui che, dopo avergli data la sua parte di dolore, gli dava allora quella consolazione.
Tornarono a casa; e Damiano sentivasi tutt'altro da quel di prima. Cominciò a figurarsi meno trista la propria sorte, tornarongli in mente i nomi di tanti che, prima del suo, erano usciti dall'urna de' coscritti; e trovò in sè stesso la forza di rassegnarsi al destino. Quel dì e i seguenti spese a metter in regola le poche faccende della famiglia; parlò col signor Lorenzo, a cui volle confidare l'ultimo frutto de' suoi guadagni di quell'anno; finalmente andò anche dal pittore Costanzo, a pregarlo d'informarsi qualche volta de' suoi, e di dargliene poi notizia, quando fosse lontano. Poi, stette ad aspettare che il giorno della visita del militare e quello della partenza, venissero; e bramava che la sua sorte fosse, quanto più presto, decisa.
Già da parecchie settimane, il giovine Rocco più non era tornato a visitare, come soleva, gli amici suoi. Damiano e le donne non sapevano che pensarne; quand'ecco, una mattina—era alla fin d'aprile—s'apre la porta, e tramutato di sembianza e di vestito, da non conoscerlo più, lo vedono comparire.
—Signora Teresa, signora Stella! diss'egli con voce timida e commossa: vengo a salutarvi, perchè… men vo lontano di qui, dove Dio vuole.
E stesa loro una mano, col rovescio dell'altra rasciugossi una lagrima. Era vestito d'una casacca nuova di tela grossolana; portava le uose nere e male assettate alle gambe, e sul berretto alla soldatesca, cucito in rosso il numero 8. Una gioja schietta gli sfolgorava dagli occhi di quando in quando; ma un misto di tenerezza e di non so qual vergogna lo faceva arrossire, gli troncava a mezzo le parole. A un tratto si fermò su' due piedi, come aspettasse che gli dicessero qualche cosa; e appoggiando il rovescio della mano al berretto, storpiò in modo burlesco il saluto del soldato.
Damiano era uscito; e le donne sulle prime non seppero spiegarsi quella metamorfosi del dabben giovinotto. Ma quand'egli, impacciato a parlare più ch'esse nol fossero a comprenderlo, balbettò che quel dì partiva collo schioppo e col zaino; e quando porse loro in un foglio con un gran sigillo non so che carte per Damiano, e fatta una giravolta sui talloni cercò d'imboccar la porta; allora la verità fu come un lampo per la Stella. La quale, correndo a lui col volto bagnato da lagrime di gioja e di riconoscenza, non potè stare dall'abbracciarlo come fratello, dicendogli:—Che il Signore ti compensi, o nostro amico, o nostro protettore! Egli accetti il tuo sagrifizio, Egli solo ti può benedire.
E ciò detto, lasciò con angelica espressione d'affetto cadere la testa sul cuore semplice e sublime di Rocco.
Arrossì il poveretto fin nel bianco degli occhi, si confuse, volle dir qualche cosa, e non lasciò capir altro che questo:—Quel ch'io fo, me lo insegna il mio buon angiolo!
E togliendosi bruscamente alle inchieste, alle premure, alle benedizioni della madre e della figliuola, per tema che Damiano tornasse troppo presto, aggiunse:—Pregate qualche volta anche per me, che non ho conosciuto nè padre, ne madre; a cui nessuno, fuori di voi, ha voluto bene!
E se ne andò difilato, senza aver coraggio di volgere indietro la testa.
Aveva lasciato alla vedova le carte che dichiaravano essere lui entrato al servizio militare in luogo di Damiano: e la mattina appresso, col cuor leggìero e contento, e colla persuasione di aver fatto la cosa più naturale del mondo, partiva cogli altri coscritti per lontane contrade, onde forse non doveva tornare mai più.
Fine del tomo primo.