MILANO

BORRONI E SCOTTI
TIPOGRAFI-LIBRAI E FONDITORI DI CARATTERI

1850

Capitolo Primo.

Che sarebbe mai la vita, se l'uomo non portasse con sè quella consolazione che da nessuna filosofia gli può esser data, ma ch'è più vera d'ogni filosofia, la speranza del bene? E dove andrebbe il figliuolo del povero a cercar la ragione della onestà e del coraggio, la sua allegrezza e la sua pace, la forza della fatica, l'affetto de' suoi, se non avesse la speranza, quella virtù bella come la fede, forte come l'amore?… Ah sì, tutti dal primo all'ultimo, dobbiam respirare e soffrire per qualche cosa di più grande, dì più vero, che non sia la giustizia di questo mondo.

La scuola severa delle nazioni, il cammino dell'incivilimento, quel progresso, di che tanto si scrive e si ragiona al nostro tempo, generano verità che, per esser feconde, debbono maturare nel popolo. Coloro che han cuore di rinnegar questo bisogno di libertà e di giustizia che ovunque si fa sentire, e coloro che non sanno levarsi col pensiero ad un'altezza, dalla quale l'individuo col suo egoismo e colle sue piccole passioni dispare nell'immensa luce del vero, e il mondo si presenta allo sguardo, qual fu da principio, l'opera di Dio, maledicono l'avvenire, s'attaccano ostinati al passato; e incapaci del sacrificio, adoperano a seminare odii, vendetta e corruzione, quasi per far necessaria e perpetua in terra la legge di Caino. Ma invece è scritto:—«Il ricco e il povero si scontrano l'un l'altro: il Signore è quello che li ha fatti tutti.»

Un anno vede passare uomini e cose; ma Dio non le perde di vista. Un anno passò, da che nella famiglia di Damiano eran succeduti i pochi e oscuri avvenimenti narrati fin qui; pochi e oscuri, ma pieni di contrasto, di dolore, e che potevano esser cagione d'altri affanni, d'altra miseria. E in quell'anno la disgrazia, che s'era dapprima ostinata nella sua persecuzione, pareva come averli dimenticati nella povera vita che menavano, sdegnosa forse di mettere a più dura prova le anime semplici e coraggiose che di buon'ora s'eran fatte dimestiche con essa. Anzi in quel tempo il cielo s'era fatto sereno anche sopra di loro; e come par più lucido e bello il cielo dopo la tempesta, così anche la vita, ben che di molto non fosse mutata per essi, passava almeno più tranquilla e più contenta; e poche liete vicende avevano posta ne' lor cuori quella confidenza del futuro che nessuno può promettere lunga e certa sulla terra, ma che pur sempre è grande ajuto a' buoni.

Non vo' già dire che alla nostra piccola famiglia fossero mancati in quell'anno giorni d'angustia e d'amarezza; e prima di riposare nella tranquillità in cui la ritroviamo al ripigliar del nostro racconto, aveva contate novelle disavventure, attraversate altre prove: il patimento e la disperazione erano entrati un'altra volta nella casuccia; e là s'era tribolato, s'era pianto e pregato ancora.

Damiano, allorquando seppe l'incomparibile sagrifizio che il buon Rocco aveva fatto per lui, non volle a nessun patto accettarlo; e senza por mente alle lagrime, agli scongiuri de' suoi, si profferse alle autorità per rompere l'obbligazione assunta in sua vece dal compagno; corse di qua, di là, ma non ne venne a capo, poichè tutto era in regola; e lo stesso signor Lorenzo, senza nulla dirne, aveva dato mano al buon garzone nel mandare innanzi quel suo generoso proposito. Altro rimedio dunque non vi sarebbe stato che d'arruolarsi egli pure in compagnia dell'amico, il quale per parte sua giurava di non voler lasciare il servizio militare, nel quale s'era fatto scrivere—diceva—proprio per genio e ardor guerriero. E poi il battaglione dei nuovi coscritti era partito; e non ci volle meno di tutta l'autorità ed eloquenza del vecchio commilitone del padre suo per distorre Damiano dall'ostinata volontà di dividere la sorte dell'uomo che aveva offerto la propria per la libertà di lui. Inoltre, l'antico soldato nutriva in segreto altri disegni sul figliuolo di Vittore; e per qual sia cosa non avrebbe sostenuto di lasciarlo partire; senza dir poi che, al suo modo di vedere, avrebbe creduto di far troppo oltraggio alla memoria del velite amico suo.

Ma l'interno scontento e l'urto di tanti e contrarj affetti, oltre ai travagli durati in quel tempo, avevano rotto le forze di Damiano; e una violenta febbre che lo sorprese fu quella, più di tutto il resto, che vinse l'ostinata sua ripulsa e gli fece consentire che Rocco avesse a dare otto anni della sua vita per lui. In questa non breve malattia, Stella, buona e amorosa consolatrice, non si distaccò mai dal suo capezzale; e Damiano, ch'era sempre taciturno e tetro, lasciava sfuggir qualche volta un leggiero sorriso d'amore appena la sorella venisse a sedergli a lato, e cercasse coll'ingenua dolcezza delle sue parole spargere qualche balsamo sull'anima sua malinconica e ferita. Ella sola poteva comprendere ciò che Damiano patisse; ella sola poteva avere la forza di soffocar l'angoscia e distrarre dall'inquieta mente del malato i fantasmi che l'assediavano tuttora, e che, al rincrudir della febbre, parevano pigliar rapido moto e sembianze più strane.

Già da prima Damiano avea giurato di dire addio per sempre all'arte, l'unica e la più cara cosa che fino a quel dì avesse avuto sulla terra: poichè fallire il primo passo, vedersi innanzi ogni dì più grandi dubbiezze da superare; i pericoli da vincere; la mancanza di una guida severa e forte, che lo reggesse sul principio del difficil sentiero; e più ancora la tirannia del bisogno che gl'imponeva di lavorar senza posa, per sostenere la sua e due altre vite a lui più care della sua; tutto l'aveva persuaso di rinunziare al primo suo sogno di gloria, e di mettersi senza dimora per qualche sicura e facile via che gli desse modo di trovare un pane quotidiano. La voce del dovere aveva parlato più forte; la ragione rinvigorita gli dimostrava che l'artigiano, se pure attivo e onesto, può esser utile, può esser grande nella mediocre sua sfera, meglio che il tronfio artista il quale prostituisce l'ingegno alle fastose passioncelle o alle lascivie della moda; meglio che il ricco, il quale si stima filantropo e tutore delle arti perchè getta alla cieca il suo oro a que' che si vendono, corpo e anima, a' suoi pranzi, alle ville, alle feste, vili peggio di que' giullari e di que' nani e buffoni che facevan codazzo a' tirannelli del medio evo, per diradar con motti e piacenterie le nebbie della lor noia. Damiano dunque si rassegnò, poichè gli veniva manco e tempo e studio e libertà, a cercarsi un'arte più umile, per la quale bastasse aver onestà, buone braccia e volontà costante.

Ma, caduto malato, gli convenne aspettare a mettere ad effetto il suo proponimento; e intanto la perdita del povero pittore Costanzo, di quel suo amico e maestro, che andava di lui così superbo, questa perdita che Stella voleva, ma non seppe, tenergli nascosta, aveva cresciuta la sua tristezza sì fattamente, che non parlò più del passato, e si consolò quasi d'aver rinunziato a tentare di riuscir grande nell'arte.

Appena si riebbe dal male sofferto, Damiano volle pagar l'ultimo tributo del cuore all'uomo semplice e virtuoso ch'egli aveva amato come fratello, venerato come padre; e andò al cimitero di san Gregorio fuori della porta Orientale, dove avevano sepolto, dopo il più gretto mortorio, il vecchio pittore. Quest'uomo, rimasto solo al mondo, poi ch'eragli morta la moglie e morto il figliuolo, aveva veduto svanire ad una ad una le sue liete aspettative; eppur seppe conservarsi nell'anima modesta le giovenili illusioni, l'ilarità e la pace d'una vita cominciata e compiuta in una nuda e antica soffitta, dinanzi al suo emerito cavalletto, a' suoi vecchi e polverosi modelli di gesso, non lasciando nessun desiderio quaggiù, fuor quello di potere avanzar tanto da andarne a morire a Roma, nella città eterna, nella patria degli artisti, com'egli usava dire. Damiano versò una lagrima sulla recente fossa dell'amico, e gli dolse di non averlo potuto vedere negli ultimi momenti, dubitando fosse morto col pensiero di essere stato, come da tutti, anche da lui dimenticato.

Un mese di poi, il giovine aveva cominciato una novella vita, e si sentiva contento della fatta risoluzione. Egli s'era allogato nell'officina d'uno de' più stimati intagliatori in legno che fossero nella città. E come, appunto di quel tempo, vedevansi tornate in onore, nelle case de' signori, le antiche suppellettili scolpite a fogliami e rabeschi, porte, specchiere, cornici fornite di bizzarri emblemi, di fiori, di puttini, di sfingi e di tutti i capricci dall'arte partoriti nel secolo del Bernino, il nostro Damiano, il quale conosceva per genio naturale e per istudio il disegno d'ornamenti, e avea somma facilità nell'abbozzar figure e fregi con novità e buon gusto, fu accolto, festeggiato dal padrone dell'officina, e posto di subito alla testa degli altri artigiani, affinchè ne vigilasse e dirigesse i lavori. Egli allora, volendo proprio riuscire a bene in quest'arte, comechè fosse la men lontana dagli studii da lui fatti e amati tanto, imprese a ricercar più attento come potesse acquistar quella maestria che aveva pur bastato a dar nome e fama a non pochi. Anzi, persuaso quanto sia facile, in questo genere dell'arte, il cadere nel lezioso, nel trito, nel falso, pose studio soprattutto ai modelli de' famosi fregi che sono ancora la maraviglia di chi li vede dipinti nelle logge del Vaticano e a cui die' nome Raffaello; s'innamorò di quel sapor d'arte antica che il Cellini trasfuse nelle sue delicate e stupende invenzioni; e cercò, per quanto era da lui, che tutte le opere lavorate nell'officina del suo principale avessero non so qual rimembranza di quella gentilezza d'arte italiana, che mai non potè scompagnarsi dal vero bello. In questo modo ogni più piccola opera che si fosse, ogni arnese, quantunque comune, dalla più modesta cornice di legno fino all'ampia seggiola stagliata, allo scolpito padiglione e alla superba scansia adorna di statuette e di stemmi, non usciva dal negozio del signor Natale, senza chiamar sopra di sè l'attenzione de' committenti, che vi trovavano eccellenza di pensiero e di fattura.

Così ben presto, la ricca bottega del signor Natale l'ebbe vinta sulle altre rivali in quell'arte; le commissioni, in pochi mesi, eransi più che addoppiate; parecchi fabbricatori e negozianti di suppellettili forestiere (come bisogna fare, per accontentar lo svanito gusto di tanti ricchi che aggrinzano il naso, solo al sentirsi proferta merce del paese) facevano di nascosto lavorare in quella fabbrica ogni sorta d'arredi e d'ornati, che poi vendevano a gran costo, come preziose novità venute di Parigi e di Londra; la perfezione del lavoro cresceva il diritto d'elevarne il prezzo, e quindi rendeva agevole di compensar meglio i buoni artigiani. Tutto questo il signor Natale lo doveva allo zelo, all'attività del nuovo commesso: di modo che, dopo i primi mesi, per tenersi sempre più a' propri negozii, s'indusse ad aumentargli la mercede, da tre a quattro lire al giorno, lasciandogli anche sperare di più, se l'industria avesse a continuar per quel buon cammino.

Ormai Damiano vedevasi più contento della propria condizione. La povertà, che prima aveva tenuto lui e la famiglia nelle sue strette, più non gli fece spavento, dacchè vide che col volere e colla rassegnazione un uomo può bastare a sè stesso ed a' suoi quando che sia. Gli artigiani, de' quali era il capo, gli volevano bene, perchè si mostrava amorevole e buono con loro, e studiava di tenerli in onore; sua madre e sua sorella, che per lui avevano cominciato a contar giorni migliori, non ristavano dal benedirlo, e vivevan contente della sua contentezza, vedendolo ogni dì, quanto prima era malinconico e sdegnoso, altrettanto sereno e in pace.

La bottega del maestro intagliatore era situata in una delle più larghe e frequenti corsìe, grandiosa, ben ordinata, fornita di macchine e modelli d'ogni maniera, sì che poche di simili, o nessuna, tu n'avresti trovato in Milano. Vi si contavano da trenta e più operaj, distribuiti a' diversi lavori d'intaglio, secondo che volevano esser fatti da mani più o meno adatte ed esperte; ma posti tutti quanti sotto la vigilanza di Damiano, il quale avea l'incumbenza di capo-disegnatore. E quegli operai, giovani la maggior parte, gli obbedivano tutti di buon grado, comechè egli se li tenesse quali amici e compagni, non esigendo da loro che puntualità, attività e concordia.

Eran sei mesi che il giovine si trovava così allogato nella sua novella condizione; e poteva dirsi veramente che l'officina avesse mutato faccia del tutto; poichè l'artefice, al cui luogo era entrato Damiano, non sapeva, un po' pel rozzo costume e un po' per ignoranza dell'arte, tenere imbrigliata quella mano d'uomini d'ogni stampo, che si ridevano di lui e s'eran fatti pressochè tutti rissosi e beoni. Ma quando Damiano venne e li conobbe, volle che, prima d'ogni cosa, fosse data licenza ai cattivi; e rinnovata così la piccola schiera degli operai, tutto camminò in breve a dovere.

I lavoratori erano separati in tre vasti locali a terreno, ben rischiarati da alte e frequenti finestre; le tavole de' modellatori, degl'intagliatori e dei semplici falegnami si succedevano in lungo ordine; cosicchè ciascuno a parte accudiva al proprio lavorìo, e pur tutti in una stavano sotto l'occhio del padrone, a cui bastava di venire a quando a quando sul principale ingresso dell'officina, e di volgere uno sguardo all'ingiro, per accertarsi in un momento come la faccenda non potesse camminare in modo più ordinato e pronto. A capo dell'officina, sopra un rialto ricinto da un cancello di legno, era il piccolo studio di Damiano; il quale, stando colà a disegnare, a rivedere o correggere i disegni preparati da' modellatori, teneva sempre l'attenzione su tutto l'andamento della manifattura, e bastava colla sua presenza a metter freno a que' tumulti e guaj che qualche volta, sebben di rado, venivano a nascere.

Così, al paragone di quella ch'era stata prima, la fabbrica del signor Natale era diventata un modello d'ordine, e di puntualità, cotanto può sopra le inquiete e resistenti volontà di molti la mitezza e il buon senno d'un solo, allorchè con sincerità e benevolenza non calpesti ma consigli, non rampogni ma persuada coloro a cui tocca obbedire.

I giorni operosi e alternati dalle cure diverse del novello stato fuggivano lieti e uguali al buon Damiano. Ogni mattino, trovandosi al suo scrittojo, in mezzo alle sue cartelle di disegni, a' pochi libri dell'arte sua e alle svariate e fantastiche creazioni della matita e del pennello, circondato da brava gente, fra cui non era un solo che non sarebbe, come si dice, ito nel fuoco per lui, sentiva vieppiù cara quella contentezza che viene dal dovere adempito e dalla virtù confidente nella riuscita; e ringraziava la Provvidenza che gli avesse fatto in tempo rinunziare a più alte, ma più dolorose speranze. Quando poi, la sera, ritornato a casa, trovava la vecchia mamma intenta ad apparecchiar quel desinare che la fortuna rabbonita le concedeva di non rifiutarsi, quando udiva la sorella canticchiare in armonia col canarino che rispondevale dalla gabbia sul davanzale, o la vedeva inchina al telajo trapuntar frettolosa, per non perdere gli ultimi raggi del sole morente dietro le aeree guglie del Duomo; allora, superbo quasi di pensare che quella modesta pace era opera sua, egli provava una gioja non mai gustata, non pur creduta in addietro, e gli spuntava negli occhi qualche lagrima di tenerezza. Anche la Teresa, da parecchi mesi rinfrancata di salute, più non aveva indosso quell'umor tetro e increscioso che già l'intristiva: e se ora, per gli anni cresciuti e per la vista che andava scemando, non reggeva più ad agucchiar tutto il dì com'era usata, godeva almeno di star sempre in faccende, qua e là per la casa, e di pensare a cento cose: dappoichè quel ch'era guadagno de' figliuoli era pur suo bene; nè più si vedeva stretta a darsi passione, ad anfanare in tutto per non morir di fame.

Allorchè poi all'onesto giovine riusciva con qualche risparmio, o regaluccio del principale, di poter comperare un vestitino di percallo od un cappellino di paglia per la sua Stella, ovvero uno scialle di lana color marrone, od una scatola da tabacco per la mamma, era in casa una festa, un'allegria per tutta settimana. Quelle anime eccellenti avevano perduto quasi la memoria delle disgrazie passate; e senza spavento di que' giorni in cui avevano dovuto lottar contro la povertà e l'infamia, e che potevan tornare, confidavano nel Signore e lo ringraziavano di non averli dimenticati. Il segreto poi della Teresa era il pensare al tempo non lontano in cui Celso, detta la prima messa, avrebbe ottenuta qualche piccola parrocchia in campagna e un loghicciuolo; e là avrebbe con sè raccolta tutta la famiglia.

Capitolo Secondo

Ma in mezzo a giorni così utili, così buoni, così lieti, la nostra famigliuola era stata un poco conturbata da due avvenimenti, i quali parevan di poco conto, nulla avendo di straordinario, e che invece furono gli anelli a cui doveva riannodarsi la catena delle disgrazie che l'aspettavano ancora.

Un giorno, Damiano passava dalla fabbrica allo studio terreno del signor Natale, situato all'opposta parte del cortile, recando seco il libro giornale delle fatture, com'era la pratica, affinchè il principale lo rivedesse, innanzi di pagar le mercedi agli artigiani. Appena messa la mano sulla maniglia della porta, gli vennero all'orecchio due voci alterate e violente: una era quella del signor Natale; l'altra voce, aspra, imperiosa non parvegli nuova; ma non sapeva ricordarsi dove l'avesse udita la prima volta. Egli stava per ritrarsi, allorchè il principale, accortosi d'alcuno che veniva:—Signor Damiano, gli disse, siete voi? fatevi pure innanzi, ho a parlarvi.

Il giovine entrò; e alzando gli occhi sulla persona che stava rimpetto al suo principale con albagìa e disprezzo, si sentì rimescolar tutto il sangue, e un rossore improvviso corrergli al volto, e una nebbia coprirgli la vista. Si fermò, fece forza a sè medesimo per contenersi e tacere: aveva già compreso che quel signore stava dibattendo col padrone, per ritardargli forse d'un altr'anno il pagamento di costose commissioni d'arredi e forniture, per le quali da gran tempo era suo debitore. Ma quando lo sguardo di questo signore s'incontrò nello sguardo di Damiano, la parola gli fu tronca sul labbro; la lunga polizza che teneva in mano spiegata gli sfuggì dalle dita, e involontariamente abbassando gli occhi dinanzi al lampo d'ira che fiammeggiò in quelli di Damiano, divenne bianco come un panno lavato. Le parole altere che stava per dire al negoziante finirono smozzicate in un garbuglio di frasi che non volevano significar nulla.

—Che c'è di nuovo, signor mio? disse il negoziante, strabiliando, nè sapendo come spiegare quell'improvviso mutamento di tuono, quella sprezzante signoril pretensione caduta di botto al sorgiungere di un testimonio.

—Nulla, nulla, nulla: balbettò quel signore: non fo per dire…. stava pensando…. credeva…. anzi non dubitate…. pagherò subito…. venite voi stesso, ma voi, sapete, entro domani…. anche quest'oggi, se volete, a casa mia…. e vi saranno puntualmente sborsate le milleduecento lire….

—Quando parla così, ha ragione, signore! riprese il negoziante: mi scusi, veda, mi scusi un po', se ho dimenticati i riguardi; vede bene, noi contiamo sui crediti grossi; sono i nostri capitali. Ma le ripeto, mi perdoni; e se mai non le tornasse comodo così subito, aspetterò qualche giorno ancora.

—No, no, venite pure domani…. vi aspetto e vi saluto.—E come si trovasse in aria non respirabile, ansante, trasudato, si tirò indietro fino alla porta, che pareva quasi gli mancasser sotto le gambe. Damiano crollò il capo in atto di compassione; tutto lo sdegno, che alla prima gli avea gonfiato il cuore, svanì; e pensando all'anima vilissima di colui che fuggiva spaurato da una sola sua occhiata, volle risparmiargli maggior vergogna, e non rispose al suo principale che, non sapendo capir nulla, gli domandò se conoscesse quel signore.

Era colui il cavalier Lodovico, quel giovinastro che un anno prima aveva creduto di poter facilmente tirare a male la sorella di Damiano. Egli era divenuto marito scioperato ed elegante; nella sua casa, addobbata come impone la barocca arte rediviva del seicento, passava per un de' tipi dell'uomo di moda. Dopo il suo matrimonio e i viaggi e la cresciuta boria e l'eredità del titolo e del censo paterno, il cavalier Lodovico non aveva più riveduto il giovine che un giorno, in casa sua, non temè di gittargli una sfida e di chiamarlo assassino. Forse più non pensava a quella insipida avventura. Ma il trovarsi, allorchè meno s'attendeva, al cospetto d'un uomo ch'egli doveva odiare più di qualunque altro, comechè il suo cuor di coniglio gli togliesse di guardarlo in faccia due volte; il pensar che colui poteva, quando che fosse, rovesciarlo dal piedestallo su cui con tanta pena erasi arrampicato, bastò a fargli quella mattina lo strano effetto che vedemmo.

Al punto d'uscire, il cavaliere per mala sorte inciampò, e barcollando volse indietro uno sguardo, quasi per cercar chi l'ajutasse a tenersi in piè: il signor Natale, buon uomo, s'alzò e a lui corse, temendo non cadesse per male improvviso; se non che Damiano, il qual sapeva il vero male di lui, stese il braccio e trattenne il negoziante, lanciando in quella al signor cavaliere una fredda occhiata. E con un sogghigno di più fredda ironia: —Lasci pure, disse, signor Natale, non s'incomodi; il signor cavaliere ha messo un piede in fallo!

Egli se n'andò; ma nel suo petto bolliva l'odio, e come tutti i vili, da quel dì cominciò a pensare di tirar sicura e nascosta vendetta di quella umiliazione.

Damiano ebbe il cuore di non ispiegare qual fosse il segreto di siffatto incontro al principale, che, sospettando qualche cosa, ripeteva le inchieste; nè la sera, quando tornò a casa, ne fiatò co' suoi, quantunque la sola vista di quell'uomo avesse rinfrescata nel fondo del suo animo la vecchia ruggine e il primo dolore di un insulto non rincacciato in gola a chi lo fece. Egli, in faccia a quell'uomo sentì per un minuto la gioja d'averlo quasi fatto sprofondar nella vergogna con un'occhiata, con un sogghigno; ma, passata codesta fiera voluttà d'un istante, la memoria del passato prese a tormentarlo, e ne fu per più giorni travagliato.

Non era corsa più d'una settimana da quell'incontro di mal augurio, quando un dì, poco prima dell'imbrunire, partendosi dal negozio innanzi la solita ora, e sboccando nella piazza Fontana all'angolo della casa, ove continuava a dimorar la famiglia, gli parve vedere svoltar nel portone un'altra persona, colla quale da lungo tempo non s'era incontrato. Era colui ch'egli riguardava a ragione come l'autore di tutto il male ch'era toccato a' suoi, l'unica persona forse, per la quale egli si fosse sentito capace d'odio; in una parola, il signor Omobono.

Al solo vederlo, una folla di pensieri gli occupò la mente; il cuore gli battè più rapido: e raddoppiò il passo dietro a lui. Aveva subito indovinato che quell'uom tristo, cogliendo la congiuntura della sua assenza, non aveva temuto di ritornare in casa sua; pieno di sospetto che non fosse la prima volta, e che sua madre, debole troppo, potesse dar fede ancora alle di lui infamie, cieco dalla rabbia che lo faceva gelare e sudare a un tempo, gli corse incontro difilato, e lo raggiunse ch'era già a capo della seconda scala.

Allora gli si piantò dinanzi; e levando il capo arditamente, gli attraversò il cammino, e:—Cosa viene a far qui, lei? gli disse.

—Vengo pe' fatti miei: rispose colui duramente: vada per i suoi.

—Non mi conosce più, signore?

—Non so chi sia. Mi lasci andare, dico.

—Non sa chi sono?

—So che lei è un temerario.

—Io son quello che v'ha detto, a voi, di non metter piede mai più in questa casa, se vi premeva il vostro fiato. Vi ricordate?

—Voi siete un matto. Lasciatemi andare o chiamo gente.

—Non chiamerete nessuno; ma darete ascolto a quel che ho a dirvi.

E fattosegli più accosto, gli serrò il braccio con forza convulsiva; sicchè l'altro, temendo un eccesso, si rivolse pieno di spavento per veder se alcuno venisse.

Ma Damiano il tenne forte, e squadrandolo da capo a piè, e crollando il capo, con voce sorda ma pur minacciosa, seguitò:—Noi siamo poveri, ma non abbiam bisogno di voi, nè di chi vi manda. Noi abbiamo la nostra onestà, voi mangiate il pane dell'infamia, e siete peggior del ladro, peggiore fors'anche della spia….

—Guarda che cosa dici! gurgugliò l'altro.

—Il tuo mestiere, io so qual è, o demonio! Ma bada, e tien bene a mente: io ti tengo d'occhio; e lo giuro, per Dio che ci vede, non verrai a capo del tuo mal disegno! Se poi ritorni sulle mie scale, le potresti misurar tutte d'un salto, te lo prometto io….

—Lasciatemi stare!

—Va pure…. ma no, aspetta.—E qui gli diè un altro squasso; onde colui di pallido si fe' livido, e sentì cadersi il cuore nelle calcagna.— Dirai a chi li manda o ti paga, che saprò, se capita, farlo stare a segno anche lui, come adesso te: che se lui annega nell'oro e può comperar la giustizia, io mi farò giustizia da me…. Ora va, cane senza denti, birbone dannato!

Queste ultime parole, dette dal giovine con fiera e chiara voce, come gliele dettò la stizza bestiale che sentiva in quel punto, furono udite da due pacifici vicini che salivano le scale dietro a loro; e punsero sì forte quello sciagurato di Omobono, che non volendo far mostra d'ingollare que' complimenti per verità un po' troppo netti e ricisi, fece un ultimo sforzo; e divincolandosi dalla stretta di Damiano, s'arrischiò d'assestargli in risposta, più saldo che potè, un pugno nelle costole. Ma il giovine gli afferrò colla manca il braccio in aria, e d'un manrovescio gli stampò sulla faccia le cinque dita della destra, e aggiunse:—Questo ti suggelli in capo le cose che t'ho detto, e stieno fra me e te!—L'altro n'ebbe di soverchio, e urlando per doglia e per rabbia, fece gli scalini a tre, a quattro; sceso più presto che non fosse poco innanzi salito, nascose la faccia nello scontrar que' due ch'erano stati a caso testimonii della fine del dialogo.

Costoro, argomentando forse di che si trattasse, ruppero in una risata, al vedere colui che se n'andava così sbaldanzito, come il cane del pagliajo colla coda fra le gambe.

L'incontro del cavaliere Ludovico, e quello del signor Omobono, bastarono ad avvelenare per alcun tempo la pace in che viveva allora Damiano. Egli non lasciò, con quel serio ragionare che usava quando un doloroso pensiero lo rodeva, di ricordare a sua madre le antiche imprudenze e il nuovo pericolo che correva la Stella; le rammentò il nome dì suo padre, e finì dicendo:—Dio non abbandona il povero, quando esso non si vergogna della sua povertà!

Verso quel tempo, eran giunte novelle dall'ultimo confine dell'Ungheria alla nostra famiglia: una lettera sgorbiata di grossi uncini e arpioni, in un linguaggio somigliante più al turchesco e al valacco, che all'italiano, ch'era stata scritta da un dabben sergente transilvano a nome di Rocco; il quale per la prima volta, dopo lungo tempo, faceva saper ch'era vivo a' buoni amici suoi.

Diceva loro, in quella lettera, ch'egli era contento, che la memoria di Damiano e di Stella l'accompagnava sempre in que' paesi luterani, quando, dì e notte, sotto un cielo color di fango, faceva sentinella lungo una riva gelata, alla vista delle nevose lande della Russia. Que' rozzi caratteri commossero Damiano, e fecero piangere un poco anche Stella e sua madre: egli rispose subito al suo lontano amico; disse, come potè meglio, il suo affetto a quel cuore ch'era per lui più che d'amico, più che di fratello; e si arrischiò di mandargli insieme alla lettera una bella doppia di Genova bene incartocciata, ch'era il frutto de' suoi risparmi di quell'anno, dicendogli che l'accettasse per amor suo, poichè tra fratelli tutto ha da esser comune. Il pensare a quell'anima incomparabile mitigò in que' dì il mal talento di Damiano, e riconciliandolo con le oneste gioje della virtù, il ricondusse più alacre e più sereno al quotidiano lavoro della fabbrica.

Una domenica, poco innanzi sera, il signor Omobono, passata appena una settimana dal dì che s'era buscata quella brutta lezione che tuttora gli bruciava la faccia e il cuore, sedeva in compagnia d'un altro, che il lettore già un poco conosce e non ha forse dimenticato del tutto, in una di quelle tenebrose botteguccie di tabaccajo, situate vicino alle porte della città, ne' luoghi poco frequentati, dove gli amici della pipa e del tresette si danno ritrovo per dimenticare i dì, l'un dopo l'altro, in fondo ai bicchieri dell'acquavite.

Il signor Omobono parlava sommesso e gesticolava con certa furia; e il suo ascoltatore, faccia torva, bronzina, con due folte sopracciglia nere e due grigi mustacchi, seguiva col suo sguardo sinistro e con una specie di grugnir sordo le parole di lui, accompagnandole col mover del capo, mentre colle gomita appuntate sul deschetto, batteva a quando a quando l'un contro l'altro i pugni.

—Dunque m'avete ben capito, signor Martini…. diceva l'Omobono.

—Eh! che mi rompete il timpano con questo vostro signor Martini a ogni minuto?

—Via! non andate in bestia.

—C'è bisogno di fare il nome alla gente?

—Lo so che non c'è bisogno, e vi domando scusa; ma già, tant'e tanto, non c'è chi vi possa conoscere; foste una volta il Martini, poi fra Martino, ora siete il signor Martigny: chi vi può stanar di sotto a quel vostro bigio pelo, fuor che il diavolo, vostro compare?

Colui fece un ghigno strano di compiacenza, da disgradarne quel suo compare; e brandendo a mezzo con rapido gesto la grossa canna d'India armata d'un pome di piombo, se la rigirava di sopra il capo, facendo mulinello con certa sua braveria, che scompigliò un poco e fe' bestemmiar fra i denti gli astanti e la bottegaia dal suo banco.

—Badate dunque, ripigliò l'Omobono, di far sì che nessuno sia posto in compromesso. L'amico, lo conoscete, è un magricciuolo, uno scempio, che con un buffetto gli fate baciar la terra.

—Tutto va bene; ma, il sapete, che io non m'immischio in nulla, disse il compagno facendo tonda e grossa la voce, se non ci va dell'onore….

—È un affar d'onore, ve lo dico io…. un grosso affare….

—So press'a poco—e tornava a parlar sommesso—di che si tratta; e non la guardo per il sottile. Quanto all'amico, lo conosco un po' anche lui…. è uno sbarbatello, ma sa il fatto suo; e l'ho veduto io in certa occasione mostrar, come si dice, il viso a chi si sia….

—Sarà! ma tanto più merita una lezione; è un della canaglia….

—Canaglia? piano; un par mio non l'appicca colla canaglia…. E poi, vi dico io che colui non ha cuor di piccione, e morde chi l'addenta.

—Il mio committente, quel signore che sapete…. perchè, torno a dirvelo, io non c'entro per niente in questa storia…. se lo conosco appena colui! e se anche m'avesse fatto del male non tengo l'osso in gola io…. Ma, con uno, come quel tale di cui vi parlava, la faccenda cammina diversamente…. Egli non se la potrebbe pigliare al tu per tu con simil razza…. e non di manco tiene una vecchia partita da saldare…. a qualunque costo. Ma lui…. capite? quando paga, paga bene.

—Questo è il manco! disse il collega scrollando il capo, ma non senza darsi involontariamente una fregatina di mani. Del rimanente, a voi tocca a far nascere l'occasione; perchè io, in questa sorte di cose, non son uso a metter fuoco ai buschi; e per non espormi a' garbugli del poi, non fo mai il provocatore. Voglio che la faccenda cammini chiara, come l'acqua fresca.

—Ci penso io, vi ripeto, e non abbiate paura di nulla: figuratevi, se una persona come voi, un amico, vorrei tirarlo in ballo, senza esser ben certo che ne venga fuori con onore!… Anche a me, mi preme più che non crediate. Così noi siamo, come suol dirsi, sicuri come due principi; e in certi casi, lo sapete, non si ha mai torto; c'è chi serra un occhio.

—Sta bene. Dunque….

—Dunque, mi rivedrete al più tardi domenica ventura: il luogo vel farò sapere. Ma, silenzio, per carità, signor Mar….

—E siam tornati al sicutera, corpo del diavolo!—E qui battè sul deschetto tale un pugno, che turò la bocca al compagno.

—Sia per non detto; un'altra caraffa…. e amici come prima.

—Eh! che del vostro birrone me ne infischio…. è un acquerello che nemanco vale a rasciacquar le gengìe. Fate portar del buon cognac; quello sì m'acconcia lo stomaco.

—Bottega! cognac, del buono.

—Subito! belò la padrona dal banco; e uno sciancato mariuolo, uscendo da un camerotto interno, mise innanzi ai due galantuomini una boccia impagliata e due nani bicchieri arrovesciati sur un vassojo di peltro; stappò la boccia, volse i bicchieri, e li colmò del liquore.

—Alla salute di quell'amico!

—Come volete; e alla nostra!

Il signor Omobono, che aveva fatto l'invito, cominciò a bere a centellini; l'antico maestro di scherma tracannò il bicchiere d'un fiato, e cogliendo il punto che l'altro mise giù il suo, votò pacatamente anche quello, come fosse un cordiale. Poi tolse fuori dalla tasca del lungo pastrano turchino una pipa corta e la borsa del tabacco, empì il camminello, e accostato il brano di una bisunta dama di cuori al lumicino ch'era in un canto della buja bottega, accese la pipa. Assaporando le prime boccate di fumo, si calcò il cappello sugli occhi, e se n'andò in compagnia del suo degno amico.

Capitolo Terzo

In un'angusta e solitaria cameretta dell'antica canonica di san ***, passava intanto i suoi dì, nel silenzio e nel raccoglimento de' sacri studj, Celso il minor fratello di Damiano, sotto la rigida, mortifera disciplina del padre Apollinare, suo protettore e maestro. Già abbiam veduto come quest'uomo, in una certa sfera dell'alta società, fosse riverito e potente. L'ex-frate, poichè egli era tale, sebben da tutti per segno di rispetto fosse ancora chiamato Padre, era venuto da parecchi anni a Milano; ma nessuno sapeva lo scopo della lunga stanza ch'egli vi aveva tenuto. Non era mai stato per certo un luminare della sua congregazione; ma, con una cotale austerità di frasi, col gelido costume, e con una specie di ascetica indifferenza alle cose del mondo, egli copriva forse alti e misteriosi fini. Da gran tempo cercava un'umile e mansueta creatura, della quale potesse foggiar l'animo a suo talento, e sperava d'averla rinvenuta in Celso.

Il buon chierico, aveva passato non breve stagione nell'assidua ubbidienza ad ogni benchè menomo volere del padre Apollinare, ch'egli chiamava suo benefattore; non movendo passo fuor di casa, non distaccandosi mai dai polverosi in-folio che il superiore gli faceva digerire l'uno appresso l'altro; non osando neppur chiedere di visitare la sua famiglia: e non si faceva lecito tampoco d'andarne a leggere l'ufficio della Madonna nell'attigua chiesa, senza la permissione del Padre.

Amava lo studio, amava la pace del meditare; e avendo di buon'ora raccolte le forze della mente e del cuore nella contemplazione delle sacre dottrine, seppe fare di questo studio l'unica contentezza della sua vita, il suo fine. Alla mattina, dopo le funzioni della chiesa vicina, alla quale soleva accompagnare il Padre, per servirgli la messa e attenderlo poi nella sacrestia, se ne tornava a casa con lui; e intanto che il superiore, nel damascato seggiolone a fianco del camminetto, sorbiva lentamente il cioccolatte, egli, seduto dall'altro canto, gli faceva ad alta voce lettura dell'ultimo quaderno della Voce della Verità, ovvero delle Memorie di religione e di morale, che il Padre a quando a quando interrompeva con qualche pio commento, fra l'una e l'altra fetterella di pane abbrustolato. Poi Celso ritiravasi nel suo camerino, dove una vecchia fantesca gli recava una scarsa zuppetta di brodo annacquato, solita sua colezione: il povero abate pensava alla mamma, alla povertà di casa sua; e quel magro cibo gli tornava abbastanza saporoso. Si metteva a studiare, e studiava colla quieta delizia dell'anime timide e buone; finchè non tornasse al suo ritiro la vecchia arcigna, per chiamarlo nel salotto. Il Padre gli regalava allora, per mezz'ora buona, una filatessa di consigli e d'avvertimenti morali, sfoggiando di tanto in tanto la quintessenza della sua dottrina teologica, che allo studioso abate, benchè non osasse pur confidarlo all'aria e quasi ne sentisse rimorso, non era mai sembrata gran cosa. Per tal guisa l'ex frate soggiogava a poco a poco quell'anima sì tenera del dovere. I molteplici affari, de' quali il Padre era centro, lo obbligavano ad una estesa e vigile corrispondenza, alla quale ormai non poteva più bastare da solo. Far venire un compagno sarebbe stato il meglio; ma la cosa nè era facile, nè prudente; e poi il Padre non voleva socii, non voleva riscontri. Fu per questo ch'egli aveva deciso di allevare sotto agli occhi proprj e formarsi, per dir così, una creatura, che fosse come cosa sua, attaccata al suo volere, di null'altro curante, sottomessa, muta. E questa fortuna era toccata al buon abate Celso.

Finita la cotidiana spirituale conferenza, il Padre, a un'ora dopo mezzodì, permetteva al suo alunno di tenergli compagnia al desinare; e allora, se pur nol vincesse qualche grave preoccupazione, si piaceva di spogliar la sua scorza austera; allora parlava anche, ma sempre con cauto riserbo, di cose mondane e di cittadini pettegolezzi, a' quali soleva pigliar parte, berteggiando a suo modo, anche la vecchia Dorotea che li serviva. Celso di tempo in tempo metteva egli pure qualche timida parola; ma ogni volta, appena desse ragione al Padre, la serva padrona gli saltava quasi al viso; e dove all'incontro, ch'era di rado, si fosse posto dalla parte di questa, l'ex-frate lo mangiava cogli occhi, strozzandogli in gola gli scarsi bocconi.

Bevuto il caffè, fatto un po' di chilo e un sonnellino, il Padre usciva. E di solito non tornava più a casa fino ad una cert'ora, senza che si riuscisse a sapere nè dove, nè che mai avesse a fare. L'abate intanto saliva al suo stanzino, a' fedeli volumi latini, alle solitarie meditazioni. Verso il tramonto, lo si vedeva attraversare, colle braccia raccolte al petto e gli occhi a terra, l'erboso cortile della canonica; entrar nella chiesa per la porta della sagrestia; e colà, nell'ombra del coro presso l'altare deserto, leggere e pregare fino a quando, data la benedizione della sera, la chiesa rimanesse deserta dagli ultimi fedeli. L'anima di Celso in quelle ore poteva sollevarsi al cielo; pregava per i suoi; domandava al Signore la grazia di camminare per la diritta via, e gli offeriva l'olocausto della sua giovinezza e l'incenso della sua fede.

Anche in questa rigida e monotona vita, Celso sperava e amava; ma nel tempo stesso provava una stanchezza, una malinconia che non di rado mutavansi in dubitanza e terrore. Era l'alito di quell'uomo che aveva cominciato a penetrare il suo spirito; era quell'alito che lo anneghittiva, senza quasi ch'egli lo sapesse. La vera e santa parola della religione non inaridisce i cuori; ma li tempra soavemente al bene; non è parola d'ira e di vendetta, ma di perdono e d'amore.

Celso aveva sortita un'anima sensitiva in un corpo gracile e delicato; e però quella cieca e paurosa dottrina, che insensibilmente gli veniva stillata in cuore dall'ex-frate, gli avvelenava quasi ogni fidanza del bene, e lo prostrava in lunghe e dolorose incertezze. Pensando al passato, la sua mente tornava limpida e sicura; egli sentiva più forte il bisogno d'amare coloro che vivevano e pativano con lui; venerava la memoria di sua madre, non aveva altro desiderio che di vedere i suoi cari, di vivere con loro.

Ma poi, appena udisse la voce del superiore, chinava il capo, adempiva il più piccolo suo cenno; e quasi sempre si pentiva de' pensieri che aveva avuto. Se usciva di casa, camminava timido, rasente la muraglia, raccolto nella breve sua cappa, il viso affilato, pallido sì ma dolce, le labbra smorte e sottili, la testa inchina: avresti detto che volesse fuggir frammezzo alla gente; e sovente faceva sorridere il passeggiero. Ma più d'uno guardandolo, con un segreto senso di compassione, usciva a dire:—Quel povero abatino non vuole arrivar a tempo a dir messa!

Così, per mancanza d'alimento, la sua oscura vita pareva consumarsi nel silenzio, come la lampana dimenticata nell'angolo d'una chiesa deserta.

Il vecchio orologio a pendolo, che spiccava sulla tavola del camminetto, nel salottino dell'ex frate, aveva già battute le sei del dopo pranzo; e contro l'usato il Padre tardava a rientrare in casa. La Dorotea, nella cucina a terreno, seduta presso la finestra, e inforcati gli occhiali sul naso, stava sgusciando semi di popone in un piattello; pareva che intanto biascicasse giaculatorie, ma in vero brontolava per la tardanza del padrone. E l'abate Celso s'era fermato nel salottino, aspettandolo, come credeva dover suo.

Seduto in un angolo, egli teneva fra mano un libretto, col quale aveva fatto da poco tempo conoscenza, e per caso, avendolo ritrovato mentre frugava nella libreria del Padre. Quella lettura, da principio, l'aveva turbato e commosso non poco nelle sue umili convinzioni, mettendo dentro di lui per la prima volta alle prese la ragione e il sentimento: e gli s'era accesa in cuore una fiamma, che facilmente poteva in breve distruggere la semenza sparsa per quasi due anni dalla rigida e gretta parola del Padre. Leggeva, e cadevagli intanto qualche lagrima; una vasta e sconosciuta regione parevagli che s'aprisse dinanzi al suo intelletto. Quel libro era un'antica edizione de' Pensieri del Pascal.

La vecchia Dorotea, la quale, fin dal principio, quando s'accorse che l'abatino non volle prendere da lei l'imbeccata, come le sarebbe tornato acconcio, non parlavagli mai, se non per mortificarlo o dirgli villania, quel dì, punta dalla voglia di saper come e perchè mai il padrone non fosse tornato ancora, entrò nella saletta, col pretesto di metter ordine a qualche cosa; e cominciò a stuzzicar con mezze parole il giovine Celso, il quale, sprofondato nella sua lettura, non le badava punto nè poco.

La saletta era quadrata e bassa, ma dipinta a scompartimenti con ghirlandette intrecciate di grappoli, sparse d'uccelletti e di conchiglie; alcuni quadroni vecchi e foschi, in nere tarlate cornici, la ornavano, dopo aver marcito per due secoli nel refettorio di qualche convento. Alle due finestre pendevano tende di percallo, di bianche fatte giallognole, che già ragnavano; sul pavimento un tappeto altra volta verde; in faccia al cammino un elegante canapè di mogano, coperto d'un bel trapunto a vivi colori, mobile degno del gabinetto d'una damina. Sulla sponda del camminetto, a lato della specchiera, pendevano quadretti di santini e madonne, ricamate sulla seta da nobili e divote mani; poi un mucchietto di libercoli ascetici, di manuali, il rituale e il breviario. V'eran pure qua e là su' tavolini, e per le scansie cento cosette d'arte, che mostravano la pretensione dell'ex-frate ad esser tenuto un buongustajo, statuìne di cera e di porcellana, vasi o canestri d'alabastro con frutti e fiori, galanterie d'oro falso; ricordi e doni votivi d'illustri coscienze.

Sorgeva sullo scrittojo una formidabile falange di latini in-folio, legati in pergamena, che quantunque non tocchi da anni, dovevan dare a' visitatori sommo concetto della sapienza teologica del Padre. Sotto un gran Crocifisso sculto in legno di bosso, che pendeva dalla parete tra la finestra e il camminetto, vedevasi l'inginocchiatojo; e presso a quello un comodo seggiolone coperto di rascia rossa: era là che alcuni peccatori titolati, ammessi all'intimità del Padre, venivano a prostrarsi in certi giorni a' piedi suoi.

Dall'altra lato sorgeva la libreria riservata, chiusa da ondate vetriere allo sguardo de' profani; e là dentro, in un cantuccio particolare e segreto a tutti, andava a seppellirsi il carteggio epistolare del Padre, e tutto ciò che potesse in qualche modo metterlo sott'occhio a persone delle quali a lui non tornava acconcio destar la vigilanza. Un altro scaffale rozzo e aperto, ingombro da cima a fondo di vecchi volumi teologici, ascetici, stava nella piccola anticamera: ed era quella la biblioteca a cui il Padre consentiva che ricorresse il giovine abate, nel primo entusiasmo dello studiare che in que' giorni lo rapiva da ogni altro pensiero della vita.

Intanto, la Dorotea masticava il suo mal umore, veggendo che don Celso non s'era pure accorto della venuta di lei: quando, a un tratto, nell'altra stanza s'udì un suono di campanello, prima leggiero, poi ripetuto, alla porticina dell'appartamento. S'accorse di subito la vecchia che non era il solito tocco del suo padrone; pur non riusciva a indovinare chi potesse mai venire a quell'ora. E si volse, per correre a vedere. Ma il passo della Dorotea non era così pronto come l'impazienza di quella persona: onde, innanzi ch'ella avesse attraversata l'anticamera e schiusa la gratellina della porta a spiar chi fosse, s'udì scampanellare un'altra volta.

—Che tu sia mal…. Misericordia! mi fa dire una bestemmia.—E intanto, tirando la stanghetta del chiavistello, schiuse a spiraglio la porta, e intravvide una giovinetta, che in modesto atto, anzi timoroso, chinata la faccia, stava esitante, senza farsi innanzi e senza parlare.

—Chi siete? cosa volete, a quest'ora?…

—Ah se sapesse!… scusi, sappia….

—Che scuse? chi siete?… ripete più risentita la vecchia, mettendo un pugno sull'anca.

—Forse non mi conosce più; sono la sorella dell'abate Celso…. ho bisogno, sul momento, di dirgli una parola.

—Sorella?… sul momento?… Che sorella?

—Si tratta d'una gran cosa…. Per amor del cielo! mi lasci venire innanzi.

—Mo, siete bella! sono obbligata a conoscervi io? a quest'ora non si va per le case….

—Oh! non mi faccia piangere…. è per la povera mamma, è per il nostro Damiano!…

—Andate via, vi dico; il Padre non c'è; e queste son ore illecite…. e non si parla con nessuno.

Se non che il giovine abate, per codesto diverbio distolto un istante dal meditare sul severo volume, alzando il capo, riconobbe la voce di sua sorella: e correva verso di lei nell'altra stanza:—Mia buona Stella, sei tu? perchè vieni qui, tu, così sola?…

Ma non ebbe finito di dire, che mentre la fanciulla affannosa s'avanzava verso di lui, nel vano della porta rimasta aperta, videsi comparire, all'incerto lume del crepuscolo che rifletteva sul pianerottolo, la negra e inquisitoria figura del padre Apollinare.

Capitolo Quarto

All'improvviso comparir del padre Apollinare, gelarono le parole sul labbro della tremante giovinetta, si snebbiò subitamente il volto della vecchia, e l'abate Celso, fulminato da quel noto sguardo austero, indietreggiò d'un passo; ma, nella confusione del momento, non si scordò d'intascar prestamente il tomo del Pascal, che teneva ancora fra mano.

Il Padre, che per fermo aveva riconosciuta la giovine e indovinato fors'anche, press'a poco, a che ne venisse, si avanzò lento e contegnoso; e facendo capir con un cenno all'abate Celso che lo aspettava nel salotto, ve lo precedette. La vecchia, tra sospettosa e impaziente, gli si tenne alle calcagna, per veder di cavare dalle sue prime parole qualcosa dell'avvenuto, o, se non per altro, per metter male.

Intanto Stella, come rianimata dall'angoscia medesima che le stringeva il cuore, corse pronta a Celso, e giungendo le mani:—Ah tu non sai, proruppe sommessamente, tu non sai perchè vengo qui…. Il nostro Damiano….

—Damiano?… ma cosa è successo?—E Celso impallidì.

—Oh Signore! non ho il cuor di dirtelo…. ma, è vero! Ieri…. sulla bass'ora…. L'han preso, l'hanno condotto in prigione.

—Povera mamma! poveri noi!—esclamò il giovine abate; e subito, abbassando la voce:—Ma come?… ma perchè mai?

—Dio lo sa!

—Ma cos'ha fatto?…

—Per me, son certa che Damiano non ha fatto nulla di male.

Appena si dissero queste rapide, dolorose parole, la porta del salottino venne aperta dalla Dorotea, e fu udita la voce del Padre:—Don Celso, venite pure… E passi anche lei, quella giovine.

Senza più far motto, il fratello e la sorella, benchè tutti e due col cuore spezzato, si fecero innanzi. L'abate si accostò allo scrittojo, dietro al quale stava il Padre nell'imbottito seggiolone, colle braccia incrocicchiate, coll'occhio scrutatore, colla fronte impensierita. Ma la fanciulla, appena fu nella stanza, si fermò tutta peritosa tra la porta e la finestra: non osava sollevar gli occhi, e non sapeva perchè il cuor suo tremasse più di prima.

—Che cosa dunque siete venuta a fare in casa mia?… disse, rivolto alla giovine, con voce tutt'altro che confortatrice, il Padre.

La Stella non rispose, non ardì nemmanco levar la fronte da terra.

—Una disgrazia ben grande… cominciò a dire Celso, accorgendosi della timidezza e della confusione di lei.

—Mettete ch'io sappia già tutto: con più rigido accento s'indirizzò il Padre al suo giovine accolito: mettete ch'io sappia che Damiano, quel vostro fratello, il qual segue da un pezzo la mala via, cominci a ricogliere ciò ch'ha seminato.

—Ah no! no, non creda…. uscì con impeto allora la povera Stella, che troppo amava il suo Damiano per sentirlo malmenare così, nell'ora della disgrazia, e tacere.

—Come, Padre? lei dunque sa?… la interruppe Celso, affinchè non venisse a cadere anche sopra di lei il rimprovero del suo superiore.

—So quel che è: ripigliò l'ex frate, collo stesso rigido e monotono attento.

—Ma è una cattiveria, sa, è un'ingiustizia che gli han fatto…. disse la Stella, sfidando con innocente franchezza quell'impassibile sguardo. E poi:—Anche lei lo sa? e non son passate le ventiquattr'ore?…

—So tutto, ripeto. Gli è poco che vostra madre ha parlato col reverendo parroco di san Calimero; non è così?… D'altra parte, le son cose che, pur troppo, si ponno predire buona pezza prima che succedano.

—Oh! se lei conosce questa cosa trista, si fece coraggio a replicare l'abate, per carità, Padre, ci dica tutto quello che sa, ci tolga da quest'angustia, ci assicuri lei che nostro fratello è innocente.

—Non vi accorate così: con flemma riprese il Padre: son cose, è vero, che riguardano un poco le vostre attinenze col secolo….

—Ma è nostro fratello!… non potè star di ripetere la giovinetta.

—Un po' di rispetto, quella giovine; lasciatemi dire, e pensate ch'io vi posso far del bene. In quanto a voi, don Celso, lo sapete, quantunque a me non tocchi di farvene ricordare, quello che per voi ho già fatto. Alla morte di vostro padre, che, per verità, nel tristo tempo suo, poco e male ebbe a pensare a' figliuoli, io vi ho ricevuto in casa mia, per esaudir quel buon desiderio, a cui l'indole vostra e la divozione di vostra madre v'indirizzavano; vi ho fatto studiare, vi ho scampato dall'influsso de' pseudo-filosofi del tempo nostro; e come il vostro cuore è docile, ho potuto concepir di voi le migliori speranze.

—Ma io tremo adesso…. ma io penso…

—Pace, il mio giovine, pace, indifferenza, e sommissione: son queste le virtù necessarie, per ottenere la grazia d'un distacco totale dagli affetti e dalle cose di quaggiù.

—E la mia povera famiglia ch'è oppressa? e una madre….

—Vi ho detto: pace! e voi vi agitate e tremate, come l'uomo ch'è schiavo della passione e della colpa. Raccoglietevi un poco, ricomponete il cuore, e ragioniam delle cose pacatamente.

—È impossibile! io voglio vedere mia madre; in un momento come questo, essa ha bisogno di me; chi vuole che le parli, che le dica una parola di consolazione?… E poi… Damiano! chi lo ajuterà, chi farà un passo per lui?…..

Mentre così parlava con tutto il calor dell'anima affettuosa, Celso fece come per tirarsi più vicino alla sorella; e questa, a cui le gelide parole udite crescevano l'angoscia e lo sgomento, mosse vivacemente verso di lui.

—Sì, diss'ella: noi vogliamo andare dalla nostra mamma!

—Noi vogliamo!—E il Padre crollò un poco il capo, poi sorrise tra amaro e scherzoso; e continuò col medesimo tuono inesorabile:—Lasciate pensare a cui tocca; noi rimedieremo, per quanto si possa, al mal fatto, purchè la vostra volontà si pieghi e si rassegni ai rimedii necessarii. È bene che, per ora, voi, don Celso, rinunziate a veder vostra madre; è già notte, nè io potrei permettervi d'uscire; non sarebbe dicevole e onesto che, ad ore così tarde, vi faceste veder per la via insieme ad una giovine, ben che sia vostra sorella.

L'abate, avvezzo già da lungo tempo a una cieca e timorosa obbedienza, non sapeva più che ripetere; l'affettuosa e buona sua volontà finiva a ceder sempre all'inflessibile autorità del Padre, dalla quale non egli s'era arrischiato discostarsi mai. E per lo passato molte volte aveva provata nel cuore non so quale dolcezza nell'umile sagrificio di sè; ma in quella sera che l'affetto parlava più forte, più vivo, non sapeva rassegnarsi.

E cercava qualch'altra ragione da metter fuori; quando la Dorotea, la quale s'era tenuta in disparte durante quel colloquio, e pareva trionfar in sè stessa della piega che prendeva la cosa, non per altro che per segreta stizza e mal talento verso il timido abate, si fe' a un tratto in mezzo al fratello e alla sorella, e con un cotal suo fare d'ipocrita compunzione:

—Domando scusa, se dico anch'io una parola. Non può stare, certissimamente, come osserva sua signoria, che si passi sopra all'onestà e al decoro: ma intanto, appunto per la ragione che l'ora è indebita, questa giovine dovrebbe già trovarsi in casa sua; se le preme d'esser tenuta una figliuola onesta.

—Anche questo è ben vero; riprese l'ex-frate: cosicchè, don Celso, abbiate pazienza; bisogna che vostra sorella torni, senza perdere altro tempo, a casa…. Anzi, pensandoci su, troverei bene che la non avesse ad andar sola, e che la signora Dorotea volesse accompagnarla.

—Io? ma, come? e lei crede?….

—Ci avreste difficoltà? una donna come voi?

—Una donna come me? Cosa mai s'imagina vostra signoria?…. E come potrei tornarmene indietro così sola, attraversar di notte la città, nell'ora di tutti i pericoli, mettere in compromesso il mio carattere, il mio pudore?…. Dico la verità, che vostra signoria, in questi trent'anni, non mi ha mai comandato cosa simile.

Ma l'abate sentivasi tutt'altra voglia che di ridere; onde quel subitaneo inferocir della vecchia gli fece quasi più male, che non gli avessero fatto fin allora le gelide osservazioni del suo superiore. Se non che la Stella, raccogliendo il suo coraggio innocente e sicuro, tolse via ogni dubbio, e si fe' a dire:—È vero; ormai è notte, e la mamma mi aspetterà; domando perdono, se son venuta qui a disturbare. Celso, preghiamo il Signore, per Damiano e per noi… Quello ch'è lassù, non abbandona!

E senza attendere di più, uscì del salotto, e diede le spalle a quella casa, donde quasi la discacciava con indifferente apatia un uomo che invece avrebbe dovuto, per il sacro carattere che portava, compatire e consolare.

Il padre Apollinare, e l'abate rimasero soli. La Dorotea ch'era ita a chiuder la porta dietro la fanciulla, si sentì paga abbastanza che la cosa fosse riuscita al suo verso; accese la lucernetta di studio del suo padrone, e posta che l'ebbe sullo scrittojo, senza far altre parole, calò per l'interna scaletta nella cucina, e si rimise tranquilla al suo passatempo di sgusciar semi di popone.

L'ex frate non parlava, e Celso, turbato da mille diversi pensieri, avrebbe pur voluto domandargli qualche cosa di più chiaro e di più certo sul caso di Damiano; ma non osava.

Forse il Padre indovinò quella segreta angoscia, ma non mostrò d'accorgersene. Trasse fuori non so che lettere, le trascorse, le rilesse; si pose a scrivere lentamente; spolverò, ripiegò, suggellò il foglio, poi l'allogò a parte in uno stipo dello scrittojo.

Passò quasi mezz'ora; e l'animo di Celso, quantunque oppresso e travagliato, non aveva saputo formar un pensiero di collera o di amarezza contro colui ch'egli riguardava ancora come il suo benefattore. Alla fine, il Padre levò la testa, e come s'avvedesse in quel momento della presenza dell'abate:—Come? siete ancor qui? avete forse qualche cosa a dirmi?

—Potrei adesso, rispose con esitanza, andarmene coll'angustia che ho nel cuore? Ho veduto piangere mia sorella, non posso correre presso mia madre; e quanto al povero Damiano….

—Dite, dite pure.

—Quanto a lui, non so nulla ancora della verità; faccia il Signore che non sia!

—Non vi ho dunque detto abbastanza? ripigliò il Padre, corrugando la fronte, e col tuono severo di prima. Or bene, datemi ascolto. Non per nulla, io cercava fin qui di staccarvi dalla perniciosa influenza, non dirò della famiglia, ma del fratel vostro. Io sapeva come costui avesse cominciato male; e di fatto, non tardò a pregiudicar sè stesso in faccia alle persone oneste, a svegliar l'attenzione dell'autorità: sebben non avesse dato ancora serio motivo di censura, lo notavano come una testa calda, turbolenta…. Da ultimo, nella fabbrica ov'è impiegato, cominciò a mettersi in lega cogli artigiani più giovani e più disperati, a farsi loro caporione, e a menar baldoria nelle taverne de' sobborghi. Questi suoi capricci d'indipendenza, questa audacia erano tristi principj; e tristo, come doveva essere, ne fu l'effetto. Per dir tutto in una volta, jersera, ritrovandosi nella compagnia di molti altri scioperati in uno di que' luoghi aperti al bagordo e al cattivo costume, egli ne venne a rissa con alcuni malandati del suo stampo, passò a vie di fatto…. e colto in flagranti, fu catturato.

Come si rimanesse Celso, mentre gli ferivano il cuore, l'una dopo l'altra, queste implacabili parole, lo si può appena pensare. Le sue memorie, il suo affetto, ripugnavano a crederle vere; pur non sapeva imaginare nè come nè perchè mai il Padre avesse a nutrir quel rancore contro il suo sventurato fratello.

—Ecco il frutto della insubordinazione e della indipendenza, di questa matta morale del secolo!…

Cosiffatta breve, irosa conchiusione, pronunziata dopo una pausa, con non so qual feroce cupezza, dal padre Apollinare, strinse troppo forte il cuore del suo alunno, che più non seppe nè parlar nè pregare. Anzi, non potendo quasi reggersi in piede, s'abbandonò sulla prima seggiola che gli venne trovata; e se il mesto lume della lucernetta fosse giunto fino all'angolo ov'egli era, il Padre avrebbe veduto qualche lagrima rigargli la faccia.

Di lì a poco, non l'udendo pur fiatare, gli si volse di nuovo, ma con voce rabbonita:—Non intendo, per altro, di darvi troppa pena con quel che ho detto; solamente ho voluto farvi vedere come non bisogni confidare in noi, e nelle perfide illusioni della mente, e nelle superbie del mondo. Lasciamo fare a coloro che si sono assunti il grave carico di condurci, d'illuminarci, d'insegnarci a pensare, a sentire, a vivere. Voi dovete ormai essere in questa persuasione; i vostri studj, la vita che fate, l'avvenire a cui vi siete consacrato ve ne fanno un debito irremissibile. Morire al mondo…. morire alla volontà…. e poi, aspettare il premio della sommissione e della perseveranza.

Con questa predica, la quale, per dirla, era una delle solite dal Padre regalate al dabben giovinetto, egli stimava di tenere allacciata e compressa quell'anima bisognosa di puri affetti e di alte verità. Ma l'arido spirito non è parola di fede, e il gretto rigorismo non è consiglio di speranza e d'amore.

—Via, lasciam tutto questo: riprese l'ex frate: non è di voi che si tratta, ma della vostra famiglia. Prima di tutto, vi confesso che compiango l'abbandono in cui vedo la sorella vostra…. Ditemi un poco, quali sono le sue inclinazioni? la sua morale qual'è?…

—Oh, veda! essa è un angelo di bontà.

—Un angelo? badate a quel che dite, a simili irriverenti paragoni, de' quali, pur troppo, si fa sciupo a questo tempo.

—Voleva dire ch'è una giovine, come poche ce ne sono; è così savia, così buona; è come mia madre…. e poi attiva, onesta…. Oh se sapesse! con che virtù, con che coraggio veramente cristiano han sostenuto dolore, povertà e persecuzione….

E così dicendo, vivissimo affetto lo animava, e le sue guancie coprivansi di un leggier rossore.

—Che intendete di dire? accipigliato lo interruppe il superiore.

—No, non c'è fede nè virtù che abbia merito presso il Signore, se la virtù di que' buoni non gli è accetta.

—Fede? virtù? coraggio cristiano?… Ma dove avete imparato codesta confidenza tutta terrena, codesta cieca presunzione?… Io, vedete, io, con una parola potrei smentire tutto ciò che voi asserite così esplicitamente. Ma passo sopra anche a questo, per il turbamento in cui vi vedo…. se non che, ve ne prego ancora, moderatevi e date mente al poco che mi resta a dirvi.

—Parli, Padre, parli; e mi perdoni.

—Vi dirò dunque che ho in animo, per mezzo di certe pie e rispettabili persone, di sottrarre vostra sorella a' pericoli che la circondano; io ne aveva appunto già messa qualche parola alcun tempo fa; ma, adesso me ne fo un assoluto dovere; adesso, non c'è a perdere un'ora. Io son certo che in qualche pia casa, in alcuno di que' ritiri che la carità oculata apre anche in questa città alla virtù pericolante, ella potrebbe sperare d'essere accolta. Ma temo, ve lo confesso, temo la sua ripulsa, la sua ostinazione….

—E dunque, disse Celso con un sospiro, dovrebbe la nostra povera madre restar là, sola, in giorni come questi….

—Anche a lei si potrebbe pensare.

—Ma, se la Stella….

—Quella giovine cammina sull'orlo del precipizio, ve lo dico io; e…. tocca a voi a salvarla.

—A me? e come?

—Basta, per ora; sapete abbastanza, ci penserete su, e domani concerteremo meglio quello che convien fare. Voi siete forse lo strumento con che il cielo vuol menare a fine un'opera buona. Ora, ritiratevi pure; dormite in pace, e domani mi renderete grazie di ciò che intendo fare per la vostra famiglia e per voi.

E alzatosi dal seggiolone, egli congedava con un gesto grave l'abate, il quale mutolo e confuso salì al suo freddo stanzino. Il Padre poi passò nel salotto, ove la Dorotea avevagli apparecchiato, al solito, qualcosetta per la cena; e sedè per rimettere in sesto le potenze dello stomaco.

Capitolo Quinto

Amore e Odio sono veramente l'Ormuzd e l'Ariman che tengono il governo delle cose umane; e nella continua guerra che l'un l'altro si fanno, agitan del pari il potente e l'oppresso, turbano i sonni de' grandi e de' piccoli, stillano balsamo o veleno nella vita del più povero ed oscuro degli uomini. Amore e Odio non dimenticano mai; e per essi bisogna imparare quella dolorosa e fatale verità che il male non muore sulla terra. Ma quaggiù, noi vediamo che il piacere e il dolore, il bene e il male van dietro l'uno all'altro, e s'alternano, come le lucide ore e le ore brune, a tondo danzanti nel cielo della greca mitologia.—E che più? Vien tempo che anche il dolore si trasmuta per noi in ricordanza di soavità, in malinconico piacere; comechè abbiamo in noi stessi quasi sempre un rimedio alle sventure in quella forza di vita che, per non so qual sublime mistero, nutre insieme al dolore gli affetti che lo vincono e lo fanno, direi quasi, necessario. L'educazion del dolore suscita la virtù di combattere; perchè nel combattere è la vita.

Damiano, a quel tempo, vedevasi dinanzi la bella prospettiva dell'avvenire, come un cielo senza nubi, e contento dell'ignota ma onesta sua sorte d'allora, non pensava più alle angoscie passate, alla speranza un giorno sì cara e pur cagione di disinganni e di miseria. Ormai, l'unico suo voto era quello di rendere più sereni e più quieti i giorni che restavano da compire alla madre sua, circondandola d'attente e confortevoli cure, procacciando a lei e alla Stella, ove il potesse appena, quel poco agio che basta a render paghe e felici le anime buone vissute a lungo nell'aria della povertà. Le abitudini dell'assiduo lavoro e dello scarso bisogno gli avevan concesso di poter già mettere a parte alcune centinaja di lire, le quali confidava a mano a mano al vecchio signor Lorenzo, ch'era sempre l'unico suo consigliere e amico: onde riusciva, col picciol frutto che aveva cominciato a cavarne, a far qualche regaluccio alla Stella e alla mamma; ed era felice della loro gioja, della loro sorpresa.

Quando il principale gli dava libertà, soleva con uno o due degli artigiani suoi compagni andarne a diporto fuori della città, camminando per molte miglia, discorrendo all'avventata di tutto quanto gli venisse nell'anima, contento anche troppo, se in que' poveri giovani della sua età, fratelli suoi di fatica, avesse trovato alcuno che rispondesse alle idee non del tutto chiare, ma pur sentite e vagheggiate dal suo caldo pensiero; sia ch'egli parlasse dell'arte sua; sia che, levandosi quasi senza saperlo a più alte cose, tentasse d'esprimere alla meglio la semplice e generosa fede del suo cuore, e quella naturale persuasione di bontà e di giustizia che lo portavano ad amare così forte tutto ciò ch'era bello, tutto ciò ch'era buono.

Talvolta ancora si conduceva tutto solo fino all'umile stanza di Lorenzo. E il vecchio soldato, che, col tornar della bella stagione, si sentiva tornar la salute, il buon umore e la sua antica baldanza, lo vedeva così volentieri, e pregavalo che venisse a tenergli un po' di compagnia nella sua solita passeggiata. E pigliavano insieme verso a que' luoghi e per quelle stesse vie, fatte e rifatte tant'anni prima da lui e da Vittore, ricordandosi fra loro delle famose guerre d'Italia, di Spagna e di Russia, portando ancora la mano al cappello nel pronunziare il nome di Napoleone, e bestemmiando per aver campato dopo di lui.

Fermavasi per via, e appoggiandosi al bastone, il veterano parlava al figlio del suo fratello d'armi; parlava del gran cuore e della povertà di quel brav'uomo; poi passava a dir del suo paese, di tanti spergiuri, di tante infamie, di tanti tradimenti. Allora pareva rifarsi, qual era stato trent'anni prima, il fiero giacobino, il soldato patriota. E poi, al tornar del 5 maggio, ch'era pur l'anniversario della morte di Vittore, andavano silenziosi fino al cimitero del Gentilino. Lorenzo, all'occhiello del vecchio pastrano, aveva messo in quel dì un nuovo nastrino rancio e verde, nè diceva sillaba per tutta la strada; ma teneva gli occhi a terra, e il bastone sotto il braccio. E Damiano, venendogli a lato, provava allora una compassione, un dolore nell'anima, al veder cadere una lagrima dalle pupille del veterano su quella croce che portava il nome oscuro d'un eroe.

Così passando la sua onesta e operosa vita, nè più temendo per sua sorella, dopo quell'ultima spiegazione, esplicita abbastanza, che aveva avuto coll'Omobono, il nostro giovine, come tutti fanno quando ben cammina il presente, creava i più bei disegni per il futuro; nè scorgeva la tempesta che già s'adunava sopra di lui.

Era una domenica di luglio, non più di una settimana dopo l'incontro fatto di quel suo nemico; e in compagnia appunto del vecchio Lorenzo e di un altro giovinetto artigiano, col quale cominciava ad usare amicamente, aveva pensato fare un po' di festa, andando a merendar con loro fuor della porta Ticinese, in quella vecchia osteria che la tradizione del popolo ha destinata a luogo prediletto di gran ritrovo, in certe epoche dell'anno, e singolarmente nella festa di san Cristoforo.

Fuor dell'Arco ticinese, che il nostro Lorenzo s'ostinava, come sappiamo, a chiamar porta Marengo, seguendo la ripa del Naviglio grande e quella lunga costiera fiancheggiata di case e di tettoje, vedi in mezzo a un pittoresco gruppo di casali, detti la Cascina Campagnuola, l'antica chiesa di san Cristoforo. Fu dedicata, fin dal trecento, per voto de' buoni Milanesi dopo una fiera peste; e d'allora in poi, ogni anno, nell'ultima domenica di luglio, è costume dell'allegro popolo, divoto delle sue feste e buontempone, d'accorrere a venerare il santo gigante, e a finir la bella giornata nella vicina osteria della Samaritana, vecchia quasi al par della chiesa, e sulle aje e ne' prati che la circondano. È una delle poche feste popolari che ancora durano ab antico. E in quel dì puoi colà studiare e conoscere, qual è veramente, il popolo della vecchia Milano, colla sua romorosa ilarità, colla sua balda e franca bonomia, che di solito non invidia a nessuno dove faccia il buon pro, e canti, e non pensi al domani, sempre contento, sempre lo stesso. Dico, di solito, perchè ci sono de' giorni in cui è tutt'altro da quel che pare… e sente ancora il suo sangue antico.

La chiesa sorge in mezzo a un verde pratello, ombreggiata d'alberi secolari, fra i quali spunta l'acuto e gotico campanile; sulla doppia facciata, tra gli acuti archi e i pilastri, s'indovinano ancora le reliquie di vecchie dipinture, e la croce rossa in campo bianco della nostra antica repubblica, il biscione de' Visconti, e un altro stemma, che si vuole esser quello dell'abate di san Vincenzo in Prato; a fianco della porta maggiore appar tuttavia, quantunque sbiadita e mezzo coperta dall'intonaco più recente, la gran figura di san Cristoforo, col Bambino sur una spalla e nella destra il bordone del viandante, come sempre il dipinse la volgar tradizione.

In quel giorno, le due strade correnti lungo il canale, dalla porta Ticinese fino alla cascina Campagnuola, formicolavano d'una confusa moltitudine che andava e veniva, a schiere, a brigate, a famiglie intere: anche per il canale andavano e venivano continuamente parecchie barche, tirate da magri ronzoni, stracariche di tanta gente, che ogni poco minacciavano d'affondare. Que' che tornavan per acqua cantavano allegri a piena gola, e mettendo certi strilli sonori, significavano anche troppo la gioja della passata festa: i passeggieri delle due rive rispondevano a quelle canzoni, a que' gridori, e sventolavan frondi e banderuole, in segno di riconoscimento e di saluto; uomini, donne e fanciulli chiamavansi a nome di qua, di là, per ogni parte; salutavansi con tali sode dimostrazioni di fratellanza che facevano strillar le zitelle, bestemmiar gl'innamorati: e ad ogni biroccio, ad ogni carretta incontrata, era un far cerchio alla gente che su vi stava accalcata, un ripetere i canti, un ricominciar le grida trionfali e matte.

Nella piccola osteria poi, era un andirivieni, un tramestìo, una gazzarra di casa del diavolo; piene la cucina, le stanze terrene e il pian di sopra; intorno a lunghi deschi, alle rozze tavolaccie, su' panconi malfermi stavano a giuocare, a trincare, a urlar di gioja bande d'amici, di conoscenti, di compagnoni, tutti artigiani, garzoni, bottegai, braccianti, la più numerosa, la più disgraziata parte del popolo; i quali, per lo più, altro sollievo non trovano alla dura vita di sei giorni fuorchè di dimenticare il settimo fra mezzine e fiaschi, lontan dalle donne, da' figli e da' vecchi loro. Sedute sulle ripe e sparse per la campagna, nel dintorno della chiesa, avresti veduto le famiglie de' buoni borghigiani, le men povere e le più contente ch'eran venute alla festa del santo, cavar fuori de' canestri le loro provviste, e far qua e là, con una allegriona da non credere, il loro desinarino sull'erba. Era una scena tutta italiana, vivace, tumultuosa, degna che qualche pennello de' nostri giovani artisti la sapesse ritrarre; e parevan come la voce di questa scena il suonare a vespro delle campane, e il canto de' salmi ripercosso dalle vôlte della chiesuola affollata, e diffuso in lontananza per l'aria tranquilla; mentre vedevasi scendere il dorato riflesso del sole cadente sull'accolta moltitudine, sulle antiche mura del tempio, e sul vicino prospetto della città, come un lungo e malinconico saluto.

Nel giardinetto dell'osteria, sedevano a un deschetto, un po' lontani dal maggior chiasso e dalla folla de' bevitori, il nostro Lorenzo, Damiano e Giovanni, l'allegro compagno della fabbrica ch'era venuto con loro. Tra tutti e tre avevano rosicchiato una magra pollastrina arrosto, inaffiandola d'un buon boccale di bianco; e già pagato lo scotto, stavano chetamente cianciando fra loro, senza dar mente agli strilli, agli scambietti, alla filosofia tirata in iscena dagli altri, non pochi de' quali erano già in cimberli e, camminando a sbilenco, non sapevano più trovar l'uscita dal giardino dell'osteria.

Il signor Lorenzo, ch'era in vena quel dì, si piaceva in mezzo a quello strepito popolare, e cominciava a parlar con foga più pronta, più franca delle sue idee favorite. Ma Damiano, che fino allora era stato anch'esso più gajo del consueto, non rideva più, e stava fiso e pensieroso guardando l'antico soldato; mentre Giovanni, a ogni poco, usciva fuori a mezza voce con una canzone di fresco insegnatagli dalla sua bella amorosa.

Damiano non rideva più, dacchè s'accorse d'uno sciancato, ladra figura d'accattone, il quale s'era appostato all'angolo della tavola stessa, ov'egli sedeva cogli amici. Costui, lestamente zoppicando sulla sua stampella, aveva camminato fin là, sempre dietro a' passi loro, e facendo vista di non trovare altro luogo s'era colà messo; poi, fatto recare del miglior vino, vuotava bicchier sopra bicchiere, e di tanto in tanto lanciava uno sguardo di traverso a Damiano, con aria provocatrice.

Di lì a poco, furon vedute accostarsi a quella tavola due altre persone, le quali scambiarono prima fra loro qualche sommessa parola, poi un'occhiata col pitocco; e costui si tirò più vicino a Damiano, per lasciar luogo a' nuovi venuti.

Intanto, fra la gente stipata nell'osteria, e precisamente dietro un finestrone della cucina, un tale s'appostava, a cui sopratutto premeva di non esser notato, ma che seguiva, coll'impazienza negli atti e negli sguardi, la scena che stava per succedere in quel canto del giardino. E di là in effetto poteva vederne abbastanza, perchè la siepe di pruni, che separava l'orto dal cortiletto, era sfrondata e rotta in più d'un luogo.

—Ascoltate i miei giovani: diceva a voce alta il buon veterano, che in quella lieta giornata sentivasi, dopo il tedio di tanti mesi, ringalluzzare: Vedete! se tutti quelli che sono qui avessero capo e cuore, come voi due che, per dirla com'è, tenete un po' a quel ch'eravamo noi, vostro padre, o Damiano, ed io a' nostri bei tempi… oh! allora si potrebbe far qualcosa di meglio che non vuotar fiaschi, o cantar vespero, in onore e gloria del santo dal buon viaggio!

—Non parlate così forte, signor Lorenzo! l'interruppe Damiano, perchè, in pubblico, non si sa mai che razza di bracchi ci fiutino attorno.

—Eh! che m'importa a me? Tanto meglio! io per me, quel ch'ho nel cuore l'ho sulla lingua; la mia franca ragione l'ho detta sempre, in viso a tutti. E non son io, se…

—Bravo, signor Lorenzo! gridò l'ardito Giovanni: E così facessero tutti!…

—So quel che dico, io: ripeteva Damiano.

—Tu sei un buon giovine; anzi, sei un uomo! tornò da capo il veterano. Ma non hai veduto quello ch'ho veduto io!… E perchè gli uomini, in certi tempi, son come le pecore, tu vai dietro al vezzo degli altri, e non ti senti il coraggio di dir forte quel che pensi…. Lo so bene anch'io, che c'è de' traditori, de' rinnegati, e peggio. E non ho forse visto io andar tutto alla cà de' cani, per causa di que' maladetti che han saputo dar a bere alla povera gente?….

—Pure, non potè tenersi d'osservare Damiano, è meglio far che parlare!

—Oh sì! benedetto te: ripigliò il vecchio: questa è la prima legge! Ma, chi svigna, o sta a covar l'uova, come si dice da noi, appena venga un buffo di traverso, cosa volete che faccia?… Lui, quell'ometto che faceva ballar il mondo sulle dita, non ha voluto saper che una cosa: Avanti! l'ho sentito io, le cento volte, gridare: Avanti, miei Italiani! E noi, avanti! sarà quel ch'ha da essere… e l'Europa era nostra. Ma, vedete, finchè egli camminò con noi, che sapevamo la sua strada, ha fatto quel ch'aveva a fare; poi, quando ha voluto impancarsi anche lui sopra un trono, e venire a patto coi tuppè, addio bel tempo!… Eh! fu pur troppo così!

—Caro signor Lorenzo, avrete ragione, ma, per carità, non dite di più: insistè Damiano.

—Oh, sta a vedere!…

—C'è della gente che cerca rogna….

—Sta bene! chi cerca trova. Credete ch'io abbia paura di qualcuno, io?

—E noi pure, disse Giovanni, siam qui pronti a dar di buona moneta a chi vuole; a ognuno il suo!

—Sì! gridò ancora Lorenzo: A ognuno il suo! Voi, buona gente, vi contentate di pane e di preti!… e venite qui a far baldoria, senza pensare all'jeri nè al domani; e non sentite, non pensate nemmanco a quel che potrebber fare i poveri diavoli; e se c'è un rinnegato che vi bestemmii le sue imposture, voi tremate! voi non sapete, no, piantar questo nel cuore d'una spia!…

E così dicendo, l'audace vecchio, afferrando un coltello che gli venne tra mano, ne ficcò d'un colpo la lama nelle tarlate assi del desco.

In quel momento, lo sciancato, ch'era lì coll'orecchio teso, senza perdere sillaba di quel dialogo, alzatosi di botto, cacciossi in mezzo tra Damiano e il vecchio soldato, e martellando sulla tavola colla sua stampella, gridò:—Chi è l'infame che insulta i galantuomini col nome di spia?

Con lui saltarono su gli altri due, che fino allora non s'erano occupati che di tracannar bicchieri, squadrando in cagnesco i vicini, senza però far nessuna parola. Appena Damiano li vide alzarsi e venir verso di lui con un'aria d'insulto e braveria, comprese ch'era cosa concertata, e che quelle faccie proibite volevano a ogni costo attaccar briga: pur non sapeva che pensarne, non ricordandosi d'aver mai veduto nessun di coloro.

Il primo che si fece innanzi, dal volto ulivastro, dai grigi mustacchi, schizzando furore dal solo occhio che gli restava, era armato d'un grosso bastone; e calcatosi in testa il cappello, stese la manca fin quasi a toccare il viso di Damiano. Intanto il compagno, che pareva un facchino vestito dal dì delle feste, abbrancò di lancio il braccio di Giovanni, che s'era vôlto per veder che fosse. L'uno, come forse l'indovina il lettore, era quel tristo del Martigny, il maestro di scherma, che, uso a garbugli e a risse, aveva preso sopra di sè d'aggiustar con Damiano le partite dell'Illustrissimo e quelle ancora del cavalier Lodovico. Il compagno era un furfante, postogli a' fianchi per conto suo, dallo stesso signor Omobono.

E costui appunto, tanto gli stava sul cuore la vendetta, era venuto in compagnia a quella festa, senza che nessuno il sapesse. L'uomo che da una finestra della cucina aguzzava gli occhi per vedere come andasse a finire la cosa, era lui.

Capitolo Sesto

Lorenzo e Giovanni balzarono in piedi a un tempo, stupefatti per quella provocazione; anche Damiano levossi, per toglier di mezzo una seria cagion di litigio; scavalcò la panca, e volgendosi a quell'ignoto che pareva volersela pigliar con lui, gli disse con ira a stento soffocata:—Venite in disparte voi, signore, se avete a dire con me; parlate pur chiaro, che son qui a rispondere.

—Corpo del diavolo! E come non avrei a dire…? cominciò l'altro, alzando la voce, e serrando in pugno il bastone.

—Non alzate la voce, l'interruppe Damiano. Se avete bisogno d'imparare a vivere, son qua io.

—È stato quel vecchio birbone, che m'ha fatto venir la muffa: ripigliò colui, levando il bastone verso Lorenzo; il quale, strabiliato ancora, non sapeva a chi volgersi de' tre che gli stavano attorno co' pugni stretti e la bestemmia in bocca.

—Lasciate stare quell'uomo: Damiano ripigliò: son qua io, rispondo io per lui.

—Non s'insultano così i galantuomini, come avete fatto voi….

—E chi v'ha detto una parola…?

—Quel vecchio vostro compagno ha dato della spia a qualcuno di noi…. e levò in aria il coltello, per il demonio!

—Via! non era per voi….

—L'ho veduto io, io l'ho sentito, vi dico… e non son uso a questa sorte di villanie….

—Voi sì piuttosto, continuava il giovine, a fatica frenandosi, voi sì vi poneste presso di noi, con un'aria insopportabile…. Fatevi indietro!

Fidando di tagliare a mezzo il diverbio, traevasi verso l'entrata del giardinetto, intanto che la gente, chiamata dal romore e dalla speranza di veder menare le mani, faceva ressa alla porta.

—Indietro voi! Noi siamo galantuomini….

—E noi chi siamo, per il cielo!

—Siete una mano di straccioni, e ve la darò io la lezione, io ve la darò, se non….

—Questa sera…. domani…. quando e dove a voi piace; ma non qui: non facciamo scene; ch'io non perda la pazienza.

—Che domani? che pazienza? Rispettate i cittadini, e non avrete brighe…. E così dicendo, l'insolente Martigny pigliò per l'abito Damiano e fece con una strappata per torselo d'innanzi.

Il giovine, a cui già bolliva il sangue, non ci vide più; e trovando impossibile di scampar altrimenti da quell'uomo, che pareva l'avesse giurata a lui, volle farla finita. E sferrò un pugno così violento nel petto del maestro di scherma, che lo mandò rovescioni sulla panca, sì che ne perdè il cappello, e rimbalzarono dal desco in terra fiaschi e bicchieri.

—Dalli—addosso—bravo!—uh! uh!—gridava la gente, accerchiando i due campioni.

Intanto Lorenzo e Giovanni, che la folla aveva divisi da Damiano, rimbeccavano ingiurie e bestemmie agli altri due compari del maestro; e tra la gente che li accerchiava, molti ridevano, molti potevano appena tenersi dal prender parte al parapiglia.

Lo sciancato faceva di sopra il capo mulinare la gruccia, gridando che avrebbe rotte le ossa del vecchio maladetto che non portava rispetto alla gente onesta: Giovanni, riurtando a forza, lo tratteneva, cercando tirarlo in altra parte; mentre il veterano, non sapendo più dove si fosse, gridava con furore:—Poveri imbecilli! che non capite nè manco che cosa siate!… Io, vecchio come sono, ho cuore di tenervi indietro tutti! Badate ch'io sono una vecchia lama, irruginita sì, ma salda ancora…. Largo vi dico! lasciatemi passare, ch'io ne voglio degli altri…. Dove sono i miei compagni?… Qua, Giovanni, Damiano!—E faceva per romper la folla che lo accerchiava.

—Uh! il vecchio matto?—Via di qua!—Cos'è stato?—Una spia…!—Addosso!—Lasciate stare la povera gente!—Abbasso il vecchio!—Dalli alla spia!—Dalli!

Così gridavano di qua, di là, senza saper che si fosse, senza cercare nessun perchè: avevano bevuto lietamente, e bisognava gridare, sfogare il caldo, far chiasso, menar le pugna; e urlavano tutti in una volta. Ma il disgraziato maestro di scherma, caduto sul campo al primo attacco di Damiano, e scornato da quanti gli eran d'attorno, volle rendere il colpo; rialzandosi, furiosamente corse sopra il giovine per rompergli sul capo il bastone dal pome di piombo; e:—Prenditi questo…. assassino!—urlò.

E forse il colpo sarebbe stato mortale, se in quella appunto, riconosciuto da lunge Damiano, senza pur sognare che l'onesto giovine potesse avere il torto, non si fosse cacciato innanzi un barbuto e fiero garzone, il quale, rotta con pochi urtoni la folla, precipitossi e fu a tempo d'afferrar di botto in aria il bastone dell'invelenito provocatore. Un grido d'applauso rispose d'ogni parte, tanto quell'improvvisa prova di destrezza e gagliardia piacque e fece la maraviglia di tutti.—Quel giovine protettore, sorgiunto così a proposito, era Bernardone, era quell'antico condiscepolo di Damiano, che da gran tempo più non l'aveva riveduto; e, secondo il suo costume, compariva dapertutto ove fossero feste, baldorie, amico sempre del vino, dell'allegria, delle belle fanciulle e della povera gente.

A quell'atto di Bernardone, lo scroscio d'una gran risata, e un batter di mani di tutti i circostanti, misero il colmo all'ira del Martigny, che in mezzo a due fuochi, e vedendo il giuoco pigliar la mala piega, bestemmiò in cuor suo il momento in che s'era messo in quella trista impresa; ma non volle nettare il campo, senza avere sfogata la sua bile, menando il bastone sul dosso dell'uno o dell'altro de' suoi antagonisti. Tornò infellonito alla riscossa, e tempestando colpi a ritta e a manca riuscì a farsi largo nella calca che più e più lo stringeva; ma Damiano e Bernardone, i quali, benchè senz'armi nè bastoni, pur non volevano indietreggiare, vista quella cieca furia, con una giravolta gli riuscirono alle spalle.

—Tien fermo, Damiano! gridò Bernardone, che gliela fo veder bella io, a questa faccia proibita!

—È matto! rispose Damiano: lasciamolo in pace!

—No, per diana bacco! quando i vecchi dan la volta, tocca ai giovani a insegnar loro il viver del mondo!—gridò l'amico.

—Eh! non l'aveva con me costui, ma con quell'altro là in quel gruppo di gente.—E additava il buon Lorenzo, il quale, serrato in mezzo a molti di quegli sfaccendati e bevitori, ajutato invano da' gagliardi polmoni e dalle salde pugna del Giovanni, cercava tuttora di far comprendere la ragione e d'aprirsi la via fra que' ribaldi arrancati e mezzo briachi, che avevan giurato di farlo uscir de' gangheri del tutto. Quando il Martigny si vide solo contro due, e capì andare i suoi colpi al vento, più accanito di prima, si volse indietro; e sperando trovar fra la gente chi pigliasse le sue parti:—Maledetti! gridò, che danno addosso in due a un galantuomo!… Eh! non c'è chi dia mano a un onesto cittadino contro i ladri e i birbanti?

—Sì, per dinci!… uno contro due è un'infamia! cominciò a dir uno tra la folla.

—Lasciateli stare! Che se la peschin tra loro!

—No, separateli!—Via! via! giù il bastone!—E viva!—Addosso da capo?—Dagli al vecchio! è una spia!—Ohe, ohe!

E la moltitudine ingrossava, e tutti volevan sapere, vedere, gridare a un tempo: balzavano sulle panche, sulle tavole, levavan per aria berretti, cappelli e bastoni, agitavano fazzoletti, scuotevan rami d'albero e ventaruole, in segno quasi di trionfo, e come pazzi di poter finire quel dì di festa collo spettacolo d'una bella baruffa. Damiano vedeva l'ora di spacciarsi di tutti, di confondersi tra la gente, per non far peggio; e malaugurando fra sè al pensiero che l'ebbe colà condotto, già stava per perdere il sangue freddo che l'aveva ajutato fino allora. Ma tutti gli occhi eran addosso a lui; e gli spettatori cresciuti di modo, che ormai ogni ritirata gli tornava impossibile. Bernardone poi, che moriva di voglia di romper sulle spalle del suo padrone istesso quel gran bastone che vedeva tuttora mulinar per aria, incalzava con furia sempre maggiore il maestro di scherma; tanto che costui, adoperate invano tutte le parate e le botte dell'arte sua, stanco, sfinito dalla rabbia e dalla fatica spesa nell'inutile lotta, cominciò a ritrarsi d'un passo e a cercar d'intorno cogli occhi spaurati i compagni suoi.

—A me, Michelaccio!—urlò, al vedere il facchino il quale, poco lontano, maledicendo si dibatteva fra le mani del Giovanni, che gli parevan due tenaglie. Il signor Lorenzo intanto era riuscito a salvar la sua vecchia testa dalla gruccia dello sciancato; e costui, disgiunto dal suo avversario per l'onda del popolo che andava e veniva nell'angusto giardino dell'osteria, si trovò a un tratto fuor della mischia: ma non per questo rifiniva dallo scagliar maledizioni.

Michelaccio, all'urlo del suo compagno, con una forte strappata si tolse da Giovanni, e rincacciati i più vicini, fu d'un balzo a fianco del Martigny.

—Dov'è? gridò costui allora, fatto più audace; dov'è, quel birbone che m'ha insultato?

—Siete voi che cercate pane per i vostri denti, scimiotto dal pel bigio?… gli replicò Bernardone, piantandosegli in faccia.

—Eh via! tornò a dire Damiano: tenete le mani a casa; giù quel bastone; e se volete ragione, ve la darò quando che sia.

—Che ragione?… siete prepotenti, infami; io sono un uomo d'onore: gridava il Martigny.

—Voi, Damiano l'interruppe, ci fate in pubblico ingiurie da galeotto: e volete….

—Ve le manderemo in gola! soggiunse Bernardone con un gesto di minaccia, e tenendosi a fatica.

—Siete ubbriachi, e siete vili voi!… urlò di nuovo lo schermidore.

E Damiano:—Finitela una volta! andiam fuori di qui!…

—Voglio soddisfazione sul momento….

—Fuori! vi dico; non mi tentate di più!

—No, voglio farvela vedere, canaglia!

—Fatevi indietro…. No? e tal sia di voi!

E come il Martigny, in quel punto, brandito di furia il bastone tentava, a tradimento, sferrar sul capo di Damiano un colpo decisivo, il giovine perdè la mente, e venutogli alla mano il coltello confitto poco prima da Lorenzo nel descaccio, ne lo trasse, e si scagliò contro il ribaldo assalitore. Un grido d'orrore, alla vista del coltello, uscì dalla gente; e il Martigny, scorgendo l'arma nel pugno del suo avversario, spaventato diè addietro, e gridò:—Ferma l'assassino!…

Tutta questa scena, durata pochi minuti appena, seguivano di lontano con ansiosa attenzione tre persone; le quali, abbenchè sembrassero straniere del tutto al tumulto, pure alla riuscita di quel brutto negozio mettevano la più seria importanza. L'uno, cioè il signor Omobono, dalla finestra terrena della cucina, poteva comodamente dominar l'orticello: e dietro le sue spalle due strani visi spuntavano; quello d'una donnaccia, con uno sgualcito cappello di paglia e vestita d'un vecchio abito di taffetà cangiante; e un'altra sembianza lunga, magra, con un paio d'occhiali verdi, che pareva la febbre personificata, sotto un gran cappello triangolare.

Perchè costoro, ne' quali non sarà difficile riconoscere la vecchia pegnataria Emerenziana, e lo sparuto don Aquilino, cappellano dell'Illustrissimo, fossero venuti col signor Omobono, e nella stessa vettura da nolo che lo trascinò a quella festa popolare, non sapremmo dirlo precisamente. Ma ben possiamo supporre che l'una e l'altro sentissero, presso a poco, in quel momento ciò che sentiva l'Omobono; comechè si guardassero fra loro di sottecchi, e l'una si mordesse le labbra, e l'altro scrollasse il capo. Di più, la stizzosa pegnataria, la quale aveva il tarlo col povero Damiano dal dì ch'esso più non volle vederla bazzicare in casa sua, non poteva star cheta, e lasciavasi fuggir di bocca qualche parola di trista significazione, come a dire:—Imprudenti!… Ma cosa fanno adesso?… Colui guasterà tutto…. Bravi! Cani!… Il cappellano, all'incontro, guardandosi le punte de' piedi, con certi atti di sospetto e di paura, mostrava come di mal animo si fosse lasciato condurre a quella spedizione, e come solo obbedisse ad un consiglio ch'era per lui più terribile d'un comando.

Ma il signor Omobono che, vedendo la mala parata per il maestro di scherma, andava cercando fra sè come potesse raddrizzar la cosa e farla riuscire al proprio intento, udito ch'ebbe appena quel: —Ferma! all'assassino!—Ferma, ferma! gridò anch'esso con una voce da squarciarsi la gola:—La guardia! La guardia!…

Quell'improvvisa chiamata: La guardia! fu come un tocco di magica verga, e mutò a un tratto la faccia delle cose. I combattenti o la folla soprastettero; e due gendarmi, alla testa di pochi soldati, coll'energica persuasione del calcio de' moschetti, fattasi la via per mezzo a quella stipata muraglia d'oziosi e di beoni, si trovarono nel centro del giardinetto, dove l'ondeggiare e il riurtar de' sopravegnenti aveva a poco a poco sospinti i diversi campioni di quell'arrabbiato scontro.

Il signor Omobono, che per il primo aveva veduta passar la pattuglia per la strada maestra, e gettato quel grido, appena entrarono i soldati per acchiappar nel parapiglia qualcuno a cui toccasse di vedere a scacchi il sole del domani, corse fuori anche lui; e tenendosi ormai sicuro d'ogni rischio, si mise dietro a' soldati, e pervenne con loro nel mezzo de' litiganti. Ma in quel punto che uno de' gendarmi, scorgendo luccicare un coltello in pugno a Damiano, gli si volgeva cagnescamente per porgli addosso le mani, all'Omobono il suo mal genio consigliava di farsi innanzi a metter pace, per veder meglio riuscire la vendetta, e guadagnarsi in uno dalla gente la riputazione di persona assennata e importante. Cacciossi dunque fra Giovanni e il veterano; i quali, poco badando alla venuta della forza, riappiccavano le lor nette ragioni contro quel traditore del maestro di scherma. E cominciò a far l'autorevole, a dir parole severe di minaccia e di rampogna:—Ohibò! lontani, lontani dico!… si rispetta così la legge?… Che gente!…. che vergogna!…. a casa, a casa!

Damiano, quantunque discosto da quel gruppo, vide e conobbe il signor Omobono; fu come un lampo che gli schiarò l'iniquo mistero. Pensò che que' tristi, accaniti per fargli fare un mal passo, non potevano essere che vili pagati da lui, o dal suo prepotente padrone; levò al cielo un'occhiata di disperazione, e battendosi col pugno la fronte, lasciò, senza saperlo, cadersi a' piedi il coltello che aveva poco prima levato in aria.

Uno de' gendarmi raccolse dal terreno quell'arma, e l'altro, con due de' soldati, arrestava l'un dopo l'altro Damiano, il Martigny che bestemmiava, e il vecchio signor Lorenzo, che voleva pur farsi sentire, e non aveva più fiato per dir parola. Bernardone, Giovanni e lo sciancato, cacciandosi in mezzo alla calca, s'erano già perduti. Damiano avvilito, turbato nel profondo del cuore, non voleva, al par d'un ladro, d'un assassino, attraversare in mezzo a' soldati il popolo curioso di veder lo scioglimento di quel garbuglio; ma aveva un bel volgersi a' soldati, un bel dire il suo nome e giurare di presentarsi subito egli stesso all'autorità. Essi lo spingevano innanzi cogli altri, senza dargli ascolto.

Se non che l'Omobono, il quale continuava a fare il paciere, rimestando, con gesti d'orrore, la storia di quel ch'era stato, punto forse dalla brama di veder più presto messo in muda Damiano, profferse generosamente la vettura da lui noleggiata, che stava aspettando, a pochi passi dall'osteria. I gendarmi non dissero di no, e il signor Omobono si diè premura di gridare:—Innanzi! al vetturino, che mezzo brillo barcollava a cassetta del legno. I soldati, i quali avevano serrato in mezzo i tre arrestati, li fecero salire nella vettura: Damiano non se lo lasciò dir due volte, che gli premeva di togliersi agli sguardi della moltitudine: Lorenzo, benchè non si desse pace di quell'ingiustizia, e guardando invelenito coloro che gli stavano alle calcagna, si facesse pregare, pure seguì l'esempio del suo disgraziato amico; ma il Martigny non voleva a nessun patto, e cominciò ad acciuffarsi coi soldati, che durarono fatica a spingerlo nella vettura.

Il signor Omobono, che teneva aperto lo sportello, gongolava in segreto di gioja, vedendoli andar bellamente in prigione, chè tanto non avrebbe sperato; quand'ecco i due soldati che stavangli dietro, con un urto gagliardo, vollero cacciar dentro lui pure in compagnia degli altri; gridò, tempestò, maledisse, per far loro capire ch'egli non c'entrava, che aveva voluto accomodar la cosa, che non ne sapeva nulla. Non ascoltarono ragioni; e una volta ch'ebbe messo per forza un piede sul predellino, un de' soldati serrandogli un braccio con tal grazia da slogargli una spalla, l'altro ajutandolo con una soda spinta di sotto in su, lo ficcarono nella vettura; e fattolo a forza sedere sul davanti in faccia al Martigny, richiusero lo sportello. Seguitava a gridare, a levar su, a cacciarsi mezzo fuor della portiera il mal capitato paciere, che lo lasciassero scendere, ch'era innocente, ch'era una persona di riguardo, ch'avrebbe dato conto di sè: la gente gli sghignazzava, gli urlava dietro; e il vetturino, a un cenno del gendarme ch'era salito al suo fianco, punse col mozzicone della frusta i due ronzini, che con trotto inusato tornarono verso la città, in mezzo alla moltitudine spensierata e chiassona che restituivasi alle sue case dalla festa di san Cristoforo.

Capitolo Settimo

Cominciava a fuggire il sole dall'alte loro finestre, quando Stella e sua madre, che Damiano aveva lasciate in casa, si posero a guardar nella via, se mai egli tornasse: e bisogna dire che la fanciulla, essendo la domenica, e vedendo l'aria e il cielo così belli, così sereni, sentisse, senza dirla, un po' di voglia d'uscire a spasso, come soleva fare qualche volta, insieme a suo fratello, in quelle rapide ore di libertà. Ma sapendo com'egli se ne fosse ito, dopo desinare, in compagnia del signor Lorenzo, poco speravano che avesse a tornar a casa prima di sera.

Poco di poi la Stella che, nel vagar d'uno in altro sereno pensiero, guardava nella via invidiando i passeggieri, s'accorse d'uno che veniva a gambe e levava gli occhi verso le loro finestre. Le parve di conoscerlo; e lo vide veramente svoltar nel portone della casa. Non sapeva ricordarsi chi fosse; ma senz'altro lo conosceva. Perchè mille negri e confusi pensieri le attraversarono la mente, nel breve tempo ch'egli mise a far le scale, a venirne fino alla loro porta?

—Mamma!… disse la Stella, al sentir quel passo che s'avvicinava; e impallidì.

—Cos'hai? perchè mi guardi così?

—Oh, mamma! io lo sento, qualche disgrazia è successa.

—Caro Iddio, che pensieri!

—Oh non sia al nostro Damiano!

S'udì battere un colpo violento alla porta; e Stella, prima di correre ad aprire, si rivolse alla madre:—È il Giovanni, un de' compagni di Damiano; certo c'è qualche cosa.

L'animoso giovinetto entrò, confuso, furibondo ancora di quel ch'era successo; ma si fermò su' due piedi, vedendo le donne; e non seppe trovar nulla a dire.

—Parlate, per amor del cielo! Cos'è stato?… E Damiano, dov'è?

—Oh signora Stella! cominciò a balbettare il giovine, cercando invano quel coraggio con che poco innanzi aveva fatto fronte a' tre galantuomini dell'osteria: signora Teresa…. Damiano…. era venuto con noi…

—Sì, sì; ma dov'è adesso?…

—Che gli sia successo qualche cosa? aggiunse la madre: dite su, per carità!

—Ecco cos'è stato….—E il Giovanni pareva che cercasse le parole nell'abbottonare e sbottonare il farsetto di frustagno.—Damiano ed io…. ma c'era anche quel brav'uomo del signor Lorenzo, vedete… A pensare, un uomo come quello, un cavaliere…. basta, bisogna dire che ci fosse un complotto, è roba d'inferno….. Ecco qui, per quanto si faccia, il sangue non è acqua di fagiuoli; e un galantuomo, quand'è tirato pei capegli….

Nè l'una ne l'altra, ansiose, incerte com'erano, riuscivano a comprendere una parola; ma la Stella si figurò ch'egli volesse forse parlare d'una rissa, e:—Com'è possibile, domandò, che Damiano si sia lasciato insultare?…. Ma dite su, dite la verità, se la è stata una lite, cosa n'è venuto?…

—Oh santo cielo! l'han ferito forse?…

—No, no, non vi spaventate, signora Teresa; non è stato niente, nessuno gli ha fatto del male; che nè lui, nè io vedete, ci lasciamo mettere in sacco da nessuno…. Ma, non so come la sia stata, quel birbone d'un forestiero che l'aveva con lui…. ma giuro che c'è sotto qualche diavoleria!

—E lui?

—Oh dite su!

—Lui vede che quel birbone gli viene addosso per accopparlo…. e fa per difendersi; io aveva ad aggiustar i conti con un camerata del forestiero…. Ecco, che sul più buono, capita in mezzo la pattuglia…. Io, per miracolo, arrivo a perdermi nella gente; ma gli altri, birboni e galantuomini, son belli e agguantati.

—E Damiano?

—Cosa volete? pur troppo, anche lui; ma per lui, non ci state a pensar su, stasera o doman mattina, torna qui; è certo, come due e due fan quattro; figuratevi…. un fior di giovine, come lui!

—E il signor Lorenzo?

—E lui? come vi diceva, un uomo di quella sorte?… l'han condotto via come un briccone…. Oh! ma non son io, se non la faccio pagar salata, a un per uno, a tutti e tre quei cani…. non so cosa darei per farla finita!

—Oh! ma intanto egli è là…. è in prigione! Povero Damiano, poverette noi!

Così venne alla famiglia l'annunzio di quella nuova e improvvisa sciagura.

La fanciulla, correndo coll'anima ad altri terrori, ad altre persecuzioni, si dava a pensare che Giovanni non le avesse detta tutta la verità, e pigliava a interrogarlo da capo, con un'angustia sempre più viva. Ma la mamma, abbenchè mutola e stordita di quel colpo, non pensò che al momento; e voltasi a frugar qua e là, dentro all'armadio e al cassettone, tolse fuori un po' di biancheria e qualche fazzoletto, mise in un cartoccino poche lire tenute in serbo da un pezzo per comperarsi un piccolo crocifisso d'argento, e facendo di tutto un involto, tornò a Giovanni, lo pose nelle mani di lui:—Voi siete un buon giovine; e avete, ne son certa, un po' di compassione di noi; fatemi dunque un piacere, a me, e al nostro povero Damiano, cercate d'andar là, ove l'han condotto; cercate di vederlo, e fate di dargli queste poche cose, e questi quattro soldi; ditegli che la sua mamma prega per lui!… E il Signore vi benedirà! Andate, più presto che potete; oh! se fosse questa sera….

—Così potessi! vorrei far ben altro io. Pazienza! a costo di restarci anch'io in quell'uccellanda, se mai m'avessero a conoscere, farò di tutto, signora Teresa; parola di Giovanni.

—E doman mattina….

—E doman mattina, se non viene lui, sarò qua io, a dirle quel che so.

E se n'andò, per non finire a piangere, chè già si sentiva un groppo alla gola.

Come passasse quella notte per la Teresa e la figliuola, io nol dirò, ma venuta la mattina, e non vedendo comparir nè Giovanni, nè Damiano, come ancora, senza dirselo, speravano, esse cominciarono a credere che non si trattasse di piccola cosa, secondo quel che aveva raccontato Giovanni. E, come avviene, le incertezze crescevano i terrori. Più tardi, non sapendo che ben fare, la povera donna era ita a raccontar la sua disgrazia e a raccomandarsi al vecchio curato di san Calimero, che le aveva sempre dimostrata non so quale premura, fin dal tempo che abitavano in Quadronno. Fu verso la sera dello stesso lunedì che la Stella credè bene di mettere a parte di quella trista vicenda il fratello abate; e come, là nella canonica, fosse ricevuta e di quali speranze confortata, già lo vedemmo.

Comparve alla fine, il seguente mattino, nella povera casa il signor Lorenzo; e a stento il riconobbero. Era pallido, stralunato, e le sue labbra tremavano ancora per la furia che dentro il rodeva. Raccontò come uscisse allora di prigione, senza sapere perchè vi fosse stato messo, perchè lasciato in libertà; raccontò che di Damiano non aveva potuto conoscer altro, se non che la cosa sarebbe stata forse un po' lunghetta. E mentr'era venuto per portare alle donne un po' di consolazione e di speranza, finì a sfogare tutta in una volta la rabbia che teneva in cuore da vent'anni, colle maledizioni le più indiavolate. A poco a poco s'acquietò, e giurò alla Teresa e alla Stella che non le avrebbe abbandonate, promettendo di far di tutto perchè fosse conosciuta l'innocenza di Damiano: e incolpava sè di quel tristissimo caso.

Aveva promesso di tornare; e tornò la mattina del martedì. Ma, nell'aprir l'uscio, venendogli veduta, fra la madre e la figlia, sotto un largo cappello da prete, una tonaca nera, si rabbujò nel pensiero; e borbottando:—Le si son messe in man de' preti, e ci stieno!—volse le spalle a quella porta. L'ex-frate, poich'era lui stesso, venuto in persona la stessa mattina, a persuader la vedova che dovesse pensar seriamente all'avvenire e salvar la figliuola da' pericoli del mondo; l'ex-frate non s'accorse di lui, e continuò le sue patetiche insinuazioni.

Così il capriccio d'un potente ozioso da una parte, dall'altra uno zelo vanitoso, indiscreto, agitavano il destino della povera famiglia. Ma gli oscuri fatti da ultimo narrati avevano un eco anche ne' dorati appartamenti, ove non di rado trovansi a fronte il vizio cortigiano, e il bachettonismo intollerante.

In un'ampia sala terrena del palazzo dell'Illustrissimo s'accoglieva, la domenica dopo quella in cui Damiano fu preso e messo prigione, un circolo di dame e cavalieri più dell'usato numeroso e magnifico. In quel dì aveva l'Illustrissimo convitate non poche persone della maggior distinzione allo splendido banchetto della domenica; e dopo il pranzo, comechè si fosse tuttavia nella mezza state, la nobile brigata s'era intrattenuta per alcun tempo ne' giardini, ai quali rispondevano le sale terrene del ricco appartamento. Due camerieri, nero il vestito, bianca la cravatta e bianchi i guanti, con un satellizio di servitori in livrea listata di stemmati galloni, giravano frammezzo alla comitiva, offerendo sugli argentei vassoj caffè e rosolii: nè intanto veniva meno la decente e contegnosa allegria de' convitati; anzi era un incrocicchiarsi di discorsi, di novelle e complimenti, massimamente nel nucleo di quella nobilissima adunanza, cioè fra coloro che sedevano a cerchio, fra due belle magnolie e due variopinte piramidi di vasi di fiori.

Sorgiungevano le carrozze a prendere alcuni degl'invitati; e dai cortili s'udiva strepito di ruote, scalpito di cavalli, e fors'anche qualche bestemmia degli automedonti in parrucchino.

Tutta quella nobiltà poi, sul primo imbrunire, era rientrata nelle sale già illuminate da doppieri e da lampane d'alabastro pendenti dalle storiate vôlte; e qua e là spartivasi in diversi gruppi, senza però che alcuno perdesse d'occhio il padrone e la padrona di casa.

Quest'ultima, seduta tutta sola, su d'un canapè coperto di raso turchino, aveva raccolte intorno a sè le dame men giovani e più sfoggiate d'abbigliamento. La vecchia dama, in que' giorni di solenne ricevimento, non appariva più qual'era agli occhi de' suoi più intimi nel restante della settimana; e la preponderanza del nome e del grado pigliavano nel cuor suo il luogo della pettegola curiosità de' fatti altrui, della segreta compiacenza con che pescava le occasioni di far fiorire e prosperare la società all'ombra della divozione, o piuttosto all'ombra del suo partito. Allora sapeva trovar parole cortesi, melliflue per gl'illustri amici; accoglieva con sorrisi d'adesione le profferte di servitù di quanti venissero a raccomandarsi alla sua influenza; e qualche volta mostrava perfino d'udir senza scandalo certi annedoti, certe storielle del gran mondo che alcuno le raccontasse, colorate o velate col vezzo degli spiriti molli ed eleganti. E così poteva, almeno, compassionare a sua posta le miserie umane.

In quella sera, fra il contraccambiarsi di onoranze, di proteste d'umiltà e servitù, fra uno strisciar d'inchini e un curvar delle reni e delle teste, suonavano ancora le inzuccherate melensaggini de' Caloandri di vecchia data, e ne sorridevano alcune dame, non senza aristocratica schifiltà. Ma su que' diversi parlari trionfava l'infranciosato cicalío de' giovani cavalieri, i quali facevan diversi crocchi, o presso gli aperti balconi della sala, o intorno a' tavolieri di giuoco.

E nondimeno, in quella titolata conversazione, si sarebbe potuto indovinare che una misteriosa preoccupazione signoreggiava gli animi di tutti; come le nuvole estive che in un cielo azzurro passano tratto tratto dinanzi al sole. Era facile presumere che una grave e diversa cura tenesse desti e sospettosi l'un dell'altro il padrone e la padrona; poichè marito e moglie, da un capo all'altro della sala, si sogguardavano alla sfuggita, quasi in atto d'ira a lungo simulata e di tacita disfida. Pareva che non pochi de' nobili invitati fossero nel segreto di quell'intestina discordia e pigliassero parte fra i due potenti rivali: e veramente, a ogni poco, la conversazione animata, romorosa, di subito languiva, moriva; e cominciavano qua e là per le sale le confidenze bisbigliate all'orecchio da vicino a vicino, mezzi sogghigni, parole tronche di maraviglia o di riserbo: tutti segni che bastavano a dinotare qualche cosa di grande e d'arcano che s'aspettasse o si temesse. Alla destra del canapè, ritta e altera, sedeva discorrendo colla padrona di casa un'altra dama ossequiata e potente, la contessa Cunegonda, sorella dell'Illustrissimo. Alla dignità della persona, all'abito di seta nera rabescata, al maestoso girar del capo, adorno d'una cresta di merletti, vedevasi in lei l'abitudine del comando, mista a quella specie d'umiltà superba, per la quale aveva saputo farsi quasi centro d'una nuova e segreta inquisizione. E l'Illustrissimo la temeva. Vicino a lei stavano in ampii seggioloni due altre contesse sue amiche, di nobiltà pura come l'oro, e di pietà famosa. Sul capo dell'una torreggiava un turbante di velo cilestrino che proteggeva due vistose ciocche bionde, fatte lavorare espressamente a Parigi; l'abito di mussola di seta che vestiva, non abbastanza accollato, pareva voler permettere di gettar lo sguardo sugli avanzi di tesori che un dì furono il tema di qualche arcadico sonetto, se la dama non si fosse tenuta con molta cura ravviluppata in una gran ciarpa turca che le scendeva fino a' piedi. L'altra contessa portava in vece una cuffia pomposa, somigliante al paniere di Flora; non aveva nè ricci, nè giojelli, non vestiva così sfoggiata come la sua vicina; ma le si vedeva nel languor degli occhi, nel torcere del collo e nella contegnosa postura una certa pretensione, comechè innocente, d'esser creduta giovine ancora: chi solo avesse guardato alle sopracciglia nere e al roseo delle guancie, non alle rughe sottili, nè agli occhi appannati, nè alle labbra a studio ristrette, poteva anche dire che al più toccasse la trentina.

Dietro a queste tre inseparabili potenze tenevano il campo cinque o sei signori, alcuni in piedi, altri seduti, facendo le spese della conversazione: due preti: un consigliere; e un zio materno della padrona di casa, uomo ricchissimo, che sputava tondo e non poteva soffrir contraddizioni: e presso al muro, nella penombra, quali astri minori, due persone di mezza età, che non fiatavan quasi mai se non interrogate, ma, guardando sempre all'ultimo che parlava, sorridevano, chinavano il capo in atto di consentimento.

—Cara signora marchesa: diceva con voce nasale l'incipriato consigliere Zebedia, ripigliando il filo del discorso, che una sdegnosa occhiata, volta a quella parte dal padrone di casa, aveva interrotto: io lo ripeto; se vogliamo riuscire a metter argine al torrente delle novità sovversive, bisogna che uniamo tutte le nostre forze, la volontà, la prudenza, la carità, e anche un po' d'accortezza; poi, con quel potere che naturalmente ci fu dato…. essendo noi in alto, e governando il presente, per meritarci il bene futuro…. dobbiamo adoperare a fondar le basi di quella terrena gerarchia, senza cui il mondo, in men di quarant'anni, andrebbe di nuovo nel caos.

—Eh! queste sono teorie e null'altro, signor mio: gli diè sulla voce con una cotale asprezza il conte Alberigo, zio della padrona. Vi so dir io che il mondo non andrà in polvere così presto; son migliaja d'anni che coloro, i quali la pensano al par di voi, cantano su questa solfa, e il mondo è sempre stato di chi l'ha saputo pigliare. La gente grida a quando a quando, strepita, tambussa, fa come l'asino a cui si tolga il basto, raglia, calcitra, fa il tombolo sull'erba; rimettetegli la cavezza, e torna contento a obbedire. Ma…. tocca a noi, a noi, vi dico, di saper comandare.

—Sì, sì: ripigliò il consigliere col suo tuono flemmatico: ma quando l'ordine sociale va sottosopra, quando si grida così forte per la vil moltitudine… un formicajo che finora tenne sempre il suo nome di plebe, e adesso crede nobilitarsi col nome di popolo…. eh! eh! eh!

—E notate! entrò a dire uno dei due tonsurati; e dalle opinioni sue, che in parte già conosce, non tarderà il lettore a ravvisare il padre Apollinare. Notate bene che, pur troppo, siam noi che li abbiam guasti e sbrigliati costoro. Quel gridar tutto di lumi, lumi, istruzione, incivilimento, umanità, e tant'altri paroloni, ha messo loro il capostorno, per tenermi al paragone, qui, del nostro conte Alberigo….

—Catechismo e abbecedario! aggiunse l'altro reverendo, un pingue e rubicondo canonico, l'erudito dell'illustre comitiva. Catechismo e abbecedario! la dev'esser questa la scienza del popolo, se si vuole che stia cheto al suo luogo. E tocca a noi, che abbiamo studiato, a sminuzzar loro tale dottrina. Il popolo, come lo vogliono questi filosofastri, questi profeti della moderna Babilonia, è un sogno, un'astrazione; bisogna studiarlo nel fatto questo popolo, che un classico, un sapientone del paganesimo chiamò giustamente bestia di molti capi…. Chi ha letto, ne sa.

—Don Fulgenzio mio, rispose il conte Alberigo, è ben vero che una parte della colpa è nostra; noi, in cambio di tenerci nel grado competente, abbiam cominciato a transigere: fatto il primo scalino….

—Certamente, siam andati giù giù, ci siam mischiati con la folla, e ne proviamo gli urtoni: aggiunse il consigliere Zebedia.

—Ma lo scandalo peggiore, si mise dentro allora nel discorso la contessa Cunegonda, la decadenza dell'ordine e delle podestà, e quindi la rovina della morale e il trionfo della miscredenza, furono la vergognosa mescolanza delle classi, la profusione delle ricchezze nel piacer mondano, la corruttela dell'oro sostituita allo spirito vero della carità, alla savia e oculata beneficenza.

Arrischiando cotali querele nel cerchio de' suoi fidi alleati, la vecchia dama guardava all'altro lato della sala, ove, in mezzo a più romorosa conversazione, primeggiava riverito, contornato, adulato, suo fratello l'Illustrissimo. E per comprendere tutta la portata di siffatte allusioni, conveniva essere nella confidenza di certe cose importanti e segrete, venute a galla nell'intimo crocchio della contessa Cunegonda, in quella stessa mattina. S'era parlato, ma sempre in nube e con tutta convenienza, di certi bassi e volgari intrighi, che potevan mettere in compromesso la dignità di qualche famiglia; s'era buccinato di certe indegne persone che, approfittando della debolezza dell'Illustrissimo, adoperavano il suo nome e il suo oro, per occasione di vizii e di vendette.

Anche la consorte dell'Illustrissimo, la quale fino allora, in sì dilicata materia, aveva saputo serbare il più scrupoloso riserbo, apparve in quella mattina, ad ora insolita, nel consiglio della dama cognata. Le due vecchie eccellenze confabularono in un appartato gabinetto, per mezz'ora buona.

E fu, dopo tal colloquio, che la contessa Cunegonda e i suoi inquisitori decisero, senza dimora nè riguardo, di soffocare, finchè c'era possibilità, quegli scandali. Venne in mezzo il padre Apollinare, il braccio destro della contessa, a parlare, in proposito, della famiglia di Damiano, e delle cose ch'eran succedute, aprendo anche un usciolino a' suoi sospetti: ma egli ne sapeva più che non dicesse. E la conchiusione fu che si togliesse da ogni pericolo quella povera giovine, collocandola al più presto in un ritiro: al che però si doveva riuscire con grand'arte e mistero; non volendo la contessa Cunegonda, a rischio d'uno scandalo peggiore, rompere guerra aperta all'Illustrissimo fratello.

Il quale, dal canto suo, bisogna dire che avesse subodorato qualche cosa di questa pia trama; poichè, qualche ora prima, al punto di sedere a tavola, al fido suo Rosso, venuto a fargli non so che misteriosa imbasciata, aveva risposto:—Fa domandare l'Omobono domani mattina; e la vedremo!

Capitolo Ottavo

Mentre così, da una parte del salone, s'agitavano in quel grave consesso opinioni, pregiudizj e piccole ire di congregazione o di partito, con le maestose apparenze d'ordine sociale, di moralità, di guasto popolar costume; dall'altra parte s'eran qua e là formati diversi gruppi, d'uomini e donne eleganti, secondo che volevano simpatia o curiosità, indifferenza o noja.

L'Illustrissimo aveva lasciato il corteggio de' vecchi alla sua dignitosa metà; e passando dall'uno all'altro de' crocchi più allegri, piacevasi di sfiorare, qua e là, le avventure curiose, la cronaca scandalosa della settimana, o le insulse novità della politica. Così, tenendo in credito la sua degnazione e popolarità, sentiva solleticarsi l'amor proprio da' complimenti che non gli mancavano; così spariva visibilmente dalla sua fronte la nube del sospetto e della inquietudine, onde per tutto il durar del pranzo parve offuscato il consueto suo buon umore.

Stava egli ritto in quel momento nel circolo d'alcune dame, le più giovani e le più belle della conversazione: neppur uno degli elegantissimi che loro facevan corona avrebbe osato contrastargli il diritto d'entrar nelle grazie di questa o di quella, con piacevolezze o complimenti a suo grado. Alcuni giovinetti di primo pelo, poco gelosi di lui, discorrevano fra loro a mezza voce, ridendosi forse delle sue pretensioni alle galanterie, e l'un l'altro da capo a piedi pavoneggiandosi con disinvoltura, occhieggiando e scambiando bei motti, nel gergo alla moda.

L'Illustrissimo s'inchinava con molta cortesia sulla spalliera d'un seggiolone, ove stava più abbandonata che adagiata una dama forestiera, donna sui trent'anni, bellezza famosa, la quale sebben cominciasse ad appassire, pur non aveva scordata la magia delle occhiate or languide or truci: un braccio ignudo e ben tornito, e il vezzo con cui, agitando il miniato ventaglio, concedeva all'aria commossa di scompor lievemente i veli del seno, chiamavanle intorno, come farfalle inquiete, i damerini più svenevoli e più azzimati. Ma l'Illustrissimo, antico buongustaio di bellezze, avevale posta tutta l'attenzione, e n'accoglieva essa l'omaggio con singolar compiacenza; intanto che tre o quattro altre signore, stelle di minor chiarezza, affettavano di non volgersi neppure verso la fortunata che loro usurpava in quella sera i primi onori. Pure non mancavano anche a quelle, tra i cavalieri di mezz'età, ammiratori più modesti; i quali co' frizzi d'uno spirito un po' stantìo chiamavano sulle labbra di quelle corrucciate un sorriso che presto fuggiva. Tra que' giovani signori del bel mondo notavansi alcune nostre conoscenze: il cavalier Lodovico, assiduo presso una signora vezzosa, alquanto attempatella, a cui parlava spesso misteriosamente; il conte Achille, che s'era discostato a cominciare una partita d'ecarté colla giovine sposa dell'amico suo; e infine il marchesino Roberto, il quale, come fa la cingallegra, balzellando leggiadramente dall'uno all'altro gruppo, da questa a quell'altra damina, diceva le più scempie cose del mondo, rideva, e faceva ridere.

Nel vano d'una finestra, due sconosciuti a' quali nessuno poneva mente, forse perchè, in quella vicinanza di purissimi sangui, nè l'uno nè l'altro aveva tampoco la miseria d'un don, se ne stavano a discorrere alla buona, osservando le variate scene di quella illustre commedia. Il più giovine, trasandato anzi che no del vestire, e con una lunga capigliatura cadente, non poteva essere che un letterato od un artista; l'altro, severo in volto, abbottonato l'abito, e con una tabacchiera d'oro in mano, non avresti fallato a dirlo un medico. Come poi fosse loro piovuta la fortuna d'un invito in quel giorno, nol sapevano neppur essi argomentare. Fatto sta, che trovandosi impacciati in mezzo a quelle etichette, e fuor di luogo, come in troppo rarefatta atmosfera, s'erano messi in disparte, ciarlando sotto voce di tutto quel che vedevano, intanto che venisse il buon punto d'imboccar la porta inosservati. E bisogna dir che ne sapessero abbastanza di tutte quelle grandezze, comechè non morisse loro la lingua in bocca.

—Ve l'ho detto io, che il nostro antìtrione è sempre quello: diceva il più giovine: il prurito de' suoi vecchi lo pizzica ancora…. Vedetelo, che fa il cicisbeo a quella novità d'oltremonti.

—Avete ragione; maledette queste pavoncelle forestiere, che ci portano le loro smorfie e il loro gergo!

—Eh! che volete? son passatempi…. e poi questa non è che opera buffa; il serio è dietro le scene.

—Cioè?

—Se fosse tutto qui, non ci sarebbe che da ridere; qui si scambiano cerimonie, si va in visibilio, l'un liscia l'altro…. roba falsa, princisbecche! Vorrei ben legger io dentro al picciol cuore di tutti questi grandi.

—Ma voi m'abborracciate della morale….

—Perdonate, sapete, se pago di questa moneta i favori dell'Illustrissimo; ma in capo mi frullano certe fantasie così nere, che temo non mi faccia mal pro il suo gran pranzo, a cui son venuto in mal'ora.

—Confesso, che ne abbiam sentito di belle; cose, cose…. che fanno angoscia allo stomaco…. scusatemi un po'….

—Lo dite dunque anche voi, dottore?

—Ma sì…. Date orecchio a quello sbarbatello che si dondola sull'anche, lì presso al paravento, dinanzi a quella dama dal color ch'essi dicono sentimentale, e che noi diciamo itterico.

—Di che cosa parlano?

—Imparate, se volete far breccia…. Li sentite? Lei ha detto:—Marchesino, c'est une mystification! E lui:—Pas vrai!… il filo de' diamanti che ha in fronte la famosa contessa, per me non vale il nastro che allaccia il vostro bel piedino!… Che, vi par della frase?

—Oro colato; non si può dir meglio.

—Lo so ben io, che a star qui nell'ombra, come facciam noi, c'è da goder mezzo mondo.

—Se ci sentissero!

—Pur troppo, a venire in certi siti, bisogna lasciar la carità del prossimo alla porta.

—Bella scusa!—E offerse al suo giovine vicino una presa di tabacco.

—Grazie no, dottore. Ma ditemi, chi sono quelle sfingi, che là, intorno al canapè, fanno tanta corte alla padrona di casa?

—Oh! quelli sì lo sanno il fatto loro. È la solita comitiva della sagrestia: là si fruga, là si giudica e si condanna; e quelle vecchie han le braccia lunghe, sapete! Però, tutto quel che fanno è per fin di bene; e prima di tutto, per fin di bene, vogliono comandar loro. Anche questa, giovinotto, è strada buona per far fortuna: pigliate l'imbeccata da una di quelle grinze contesse, e siete sicuro di toccare il segno.

—Obbligatissimo; spero proprio di non averne bisogno.

—Ah! ah!… Vedete, quest'oggi, io l'ho capita, c'è delle nuvole per aria. In tutta sera, l'Illustrissimo non ha mai aperto bocca nè colla signora moglie, nè colla contessa sorella. Ne' dì passati, a dirvela in confessione, s'è parlato di certe storie, cosette un po' losche per verità, e pare che l'Illustrissimo c'entri anche lui in qualche modo… S'è parlato…. ma, zitto! per amor del cielo! d'una giovine, alla quale si voleva…. far del bene…. mi capite?… e d'un suo fratello, o amante che sia, a cui si pensò di dare, così alla lesta, una buona bastonatura, per commissione….

—È impossibile! sarebbe una cosa infame, troppo infame!

—Forse non sarà vero; io non ve la do come cosa storica; ma pure, non so che di simile ci dev'essere.

—Permettetemi, dottore, ch'io non vi creda. E poi, cos'ha a fare ciò che mi dite, coll'aria che regna qui stasera, come di due campi nemici?

—Canzonate?… Mettete un po' che sia; e pensate voi che guai, che subisso n'avran fatto nel loro crocchio le cuffie e i parrucchini! Anzi, vi dirò, appunto l'aria che spira mi fa pensare ci sia del positivo.

—Siete pur maliziosi voi altri dottori!

—Eh! che volete? voi li scrivete i romanzi; noi ne siamo testimonii, e talvolta anche parte.

—Basta, voglio saperne di più.

—Abbiate però giudizio, se vi piace di godere qualch'altra volta le grazie dell'Illustrissimo.

—No, no; qui mi par di soffocare; non è luogo per me: può stare, ma non ci vengo altro in queste sale. Buon per noi che, tra i nostri signori, per dir vero, ce n'è pochi di simile stoffa; altrimenti, s'avrebbe ragion di dire….

—Eh! voi avete ancora troppa poesia in mente. Fate com'io fo; ridete in un cantuccio, e con una scrollatina di capo, dite: Fralezze umane!

I due sconosciuti passarono dietro le spalle d'alcuni servitori, sopravvenuti in quel punto ad apportar sorbetti e rinfreschi; infilarono le porte del sontuoso appartamento, e uscirono umili e pedestri, insalutati perfino dal guardaportone.

La conversazione intanto si faceva più animata in qualche gruppo; e se ne togli l'immobile circolo della padrona di casa, tutti gli altri, cavalieri e dame s'aggiravano di su, di giù, contraccambiavansi cortesie e saluti, parlavano di musica, di mode, di corsi e d'altre nullaggini. L'Illustrissimo non aveva ancora finito di chiacchierar colla contessa forestiera; ma dalle gentilezze di prima il colloquio piegava a non so qual vaga e indolente querela sul tedioso vivere in una città che non sia Londra, Parigi, o Pietroburgo. E vedevasi che l'Illustrissimo voleva sfogare un resto del suo mal umore; poichè, interrompendo la dama in mezzo a non so qual complimento:—Sono illusioni: le diceva: Milano è pettegola, come la più piccola città di provincia. Credete che qui si possa dire o far cosa alcuna, senza che tutti lo sappiano e ciarlino a loro posta?… Io per me sono sempre stato superiore a tali miserie…. ma intanto, le convenienze, i riguardi, l'opinione, non ci lasciano libertà nè pace.

La dama faceva le maraviglie, con un accento che aveva più del tartaro che del francese; e l'Illustrissimo seguiva:

—Così è, cara contessa! delle donne come voi ce n'è poche…. Di rado lo spirito e il buon gusto vanno di conserva colla bellezza; e le nostre signore…. Oh! non mi fate dir di più, che ne conterei di stupende.

Appunto allora, una sonora risata, di quelle che di rado turbavano gli echi delle magnifiche sale, interruppe le varie conversazioni; e tutti gli occhi si volsero al crocchio de' giovinotti più azzimati, i quali presso all'aperta balconata s'erano stretti ad udire una curiosa storiella che il marchesino Roberto finiva allora di raccontare:

—È proprio così, come ve l'ho detta: continuava nel suo falsetto l'imberbe garzone, racconciandosi intanto la lucida chioma arricciata e il nodo della cravatta:—E del povero Martigny non sapete nulla?… Quel diavolo incarnato ne ha fatto una delle sue, e non so come finirà. È stato un affar grosso e serio, ve lo dico io, una mezza rivoluzione; gli serrava addosso un centinajo d'artigiani e d'altri imbecilli…. e il maestro tira di qua…. para di là…. gira, pesta e tempesta…. in men che nol dico, ne mise alla ragione, cioè per terra, un venti almeno; e chi sa cosa avrebbe fatto degli altri, se non capitava sul luogo un fulmine di soldati e di gendarmi, che in un momento nettarono il campo di tutta la canaglia, e condussero il disgraziato Martigny in prigione.

A questa grave notizia, che il marchesino fece seguire ad una scandalosa avventura narrata dapprima, onde s'era desta la prepotente ilarità di que' giovani signori, tutti trasecolarono; alcuni si mostrarono scontenti; altri dubitarono, altri dissero che non ne credevano niente. Solo due persone non fecero motto, l'Illustrissimo e il cavalier Lodovico, i quali forse ne sapevano più degli altri. Ma la nuova di quell'accidente non era tale da occupar troppo a lungo la lieta adunanza; se ne rise ancora un poco, e la cosa finì.

A sera avanzata, signori e dame tornarono qua e là a' tavolieri di giuoco; e passavano dalla sala di conversazione in quella del bigliardo, e nelle altre splendenti stanze dell'appartamento. Più di una giovine marchesina, più d'una schizzinosa contessa, ammansandosi a poco a poco, degnaronsi di dare orecchio alle amabili confidenze di questo o di quello: alcuna dilungandosi di sala in sala, a braccio del più fortunato de' figurini alla moda, s'appartò non veduta sur un terrazzo tutto adorno di fiori esalanti soavissimo profumo; alcun altra, mollemente adagiata sovra morbido sofà, in solitario gabinetto rischiarato dalla timida luce d'una lampana d'alabastro, ascoltò per la prima volta da uno de' suoi adoratori misteriose confidenze, tutte scintillanti di motti francesi.

A quell'ora, la contessa Cunegonda era già partita; e appena partita lei, anche la padrona di casa annunziò ad alcune delle dame che la circondavano come, per la sua solita emicrania, non potesse trattenersi di più: e rientrava nel suo appartamento. Questo fu come il segnale dello scioglimento del consiglio per tutti i suoi fedeli; disparvero l'un dopo l'altro; ma non senza fare all'Illustrissimo profondi inchini, augurii e saluti. Egli, che per dispetto aveva affettato di non accorgersi neppure che sua moglie avesse lasciata la sala, ringraziò con molta freddezza que' signori, e a più d'uno non rispose che con un leggiero chinar del capo.

Capitolo Nono

E la Stella?—La Stella intanto, a cui nulla era noto della sorda guerra che le due misteriose avverse potenze andavan facendo tra loro, quasi per disputarsela come una preda, aveva passato que' giorni in una muta e penosa incertezza.

Dopo la disgrazia succeduta a Damiano, la madre e la figliuola vedevansi innanzi un avvenire tristissimo, muto e senza speranza. Già da varie settimane si trovavan nella solitudine e nelle lagrime: continuavano a lavorare per vivere di giorno in giorno; ma il lavoro era scarso, mal pagato; mancava colui che con tutto il suo coraggio le sostenne fino allora, colui che coll'animoso sagrificio di sè medesimo seppe far loro dimenticare che il tempo della povertà potesse venire. Que' tali, che da prima si lasciarono vedere a ogni poco, spacciando promesse di favori e di protezioni, non s'erano più veduti; le due abbandonate donne, affatto sole, già non potevano pensare al domani senza spavento.

La Teresa, e per l'età e per le molte angustie patite, si sentiva venir meno la forza di dì in dì; il continuo lavorare le struggeva la fiacca salute; e già più d'una volta, al venir della tarda sera, accorgevasi di non esser riuscita a guadagnare quanto bastasse per il pane della giornata. La povera donna non diceva nulla; ma la Stella s'era bene accorta che la vista della mamma s'affievoliva; che ormai, nel cucir di bianco, essa più non sapeva infilar la cruna dell'ago; cosicchè s'era ridotta, la più gran parte del dì, a lavorar di maglie, rattoppando le calze grossolane de' vicini poveri com'essa.

Quella buona figliuola, comechè si sentisse la morte nel cuore, e non rare volte, quando stava al telajo, le cadessero lagrime mute sui graziosi ricami, faceva di tutto per supplire col lavoro più lesto, più attento e non intermesso, a ciò che la madre non poteva. Nondimeno era ancor troppo poco, per far loro sopportare con un po' di fiducia e di pace que' miserabili giorni. Quante volte ella, senza ristar dalla fatica, sollevava gli occhi al cielo con un sospiro di preghiera! Quante volte, nel mezzo d'un bel dì sereno, udendo la mamma rammaricarsi che facesse nuvolo e ci si vedesse appena, la fanciulla soffocava lo schianto del cuore, e mentiva, dicendo ch'essa pure distingueva a fatica i minuti disegni del ricamo.

Sulle prime, la Teresa usciva spesso a dire che quelle brave persone a cui s'era già tante volte raccomandata si sarebbero un dì o l'altro ricordate di lei; ma la Stella, che mai non aveva potuto creder sincere le belle parole di que' protettori, non sapeva persuader sè stessa che n'avesse a venir bene. Quando poi i giorni passarono, e si portarono via con sè quella tenue speranza; quando, dopo lunghe settimane, non riuscirono a saper nulla del destino di Damiano, e non videro comparir più nè Giovanni, nè il signor Lorenzo, i quali avevan pure data parola di far tutto il possibile per quel povero innocente; allora le due abbandonate conobbero che oramai non avevano che mettersi nelle mani della Provvidenza.

Esse non sapevano che nè l'onesto veterano, nè Giovanni il lavorante non eransi dimenticati del perseguitato Damiano; non sapevano che, se loro mancò il cuore di tornar su per quelle scale, non fu per altro se non perchè, con tutta la buona volontà, non vennero a capo, in tutto quel tempo, di saper nulla di consolante. Nè, d'altra parte esse avrebber sentito, ne' loro semplici cuori, nè imaginato come quell'esser così dimenticate, nel momento più doloroso, dalle potenti persone abbastanza informate della loro disgrazia, dipendeva forse da un calcolato concerto, per fini non facili a scoprirsi.

Così passavano, d'una in altra angoscia, d'uno in altro spavento, i giorni e i mesi. La Stella tremava per sua madre; ogni dì più, era stretta a convincersi ch'essa non poteva durare sotto a quel travaglio della povertà; e parevale, oltre la crescente debolezza degli occhi, covasse qualche male, che l'avrebbe da un momento all'altro ridotta nel letto. Celso venne ancora qualche rara volta, appena potè fuggire all'inasprita vigilanza del suo superiore; ma non venne che per crescere il loro affanno, piangendo anche lui, e non trovando nessuna via per fare ciò che pur sentiva essergli sacro dovere.

La Stella, in que' due mesi, facendo quasi miracoli, poteva giungere in tempo a pensare a tutto; e a furia di crucci, di stenti e di pietosi inganni, era riuscita fino allora a tener nascosta alla madre la mancanza delle cose più necessarie. Ma la povertà era in casa.

Già da parecchi dì non si vedeva più fuoco sul loro camminetto; spento il fornello, per mancanza di carbone, e perchè la scarsa provvigione di legne, fatta da Damiano alcuni mesi innanzi, era finita. La Stella, che faticava dì e notte, quando non le mancasse il lavoro, tornava quasi ogni mattina da due o tre onesti mercanti, sole pratiche a loro rimaste, cercando colle lagrime agli occhi qualche anticipazione sul prezzo de' ricami che aveva ancora in mano; ma non sempre poteva raccorre più di quanto bastasse per non morire quel giorno. A tarda mattina, un po' di pane raffermo e mezza chicchera di latte bastavano per la sua colezione; ma voleva che la mamma mangiasse qualcosa di caldo; e lesta scendeva ella stessa alla più vicina osteria, per farle bagnare col brodo appena fatto una piccola zuppa. Al cader del sole, le poche monete avanzate, eranle appena bastanti per comperarsi in quella osteria una scodella di minestra allungata, che spartivano fra tutte e due.

Il piangere poi che faceva la povera fanciulla, quando, di notte, si trovava sola, e non sapeva più pregare, e faticava a prender sonno nel suo umile lettuccio, il piangere e il pensare a quel ch'era, a quel che poteva essere, ella sola lo seppe.

Ma pur qualche volta consolavasi un poco, allorchè la mamma, che non s'era avvista ancora di tutta la verità, dicevale d'alcuna cosa che desiderasse avere, ed ella riusciva a contentarla. Spesso bisognava però che nascondesse con piccole menzogne quello che in casa non poteva farsi come di consueto: così, quando non ci furon più legne, le aveva detto come stimasse più comodo farsi dar la minestra dall'oste, fintanto che non tornasse Damiano, per aver libero tutto il giorno al lavoro. E la mamma non vedeva la Stella arrossire; non vedeva come in que' momenti, col darsi attorno a qualche cura, ella studiasse di nascondere che la sua voce tremava.

Intanto avvicinavasi il giorno d'un santo, che fa terrore a tanta povera gente, il giorno del san Michele. Sapeva bene la Stella come Damiano, di poco passata la Pasqua, avesse pensato a pagare al signor Pietro la metà della pigione di quell'anno: ma tenevasi pur certa che se prima del dì fatale, non fosse contato il restante, quest'uomo dal cuor di sasso, dopo essersi ricattato su quella po' di robicciuola che loro restava, le avrebbe mandate con Dio. Ma dove trovarle settantacinque lire? chè manco non ci voleva. E chi si sarebbe fidato d'imprestargliele? e come restituirle, se la disgrazia non si fosse stancata di star con loro? Lasciando poi, che alla modesta fanciulla ripugnava l'andarne qua e là a piangere, a raccontare la sua miseria; e che non voleva dir nulla alla mamma, per non vederla patire di più. Pensò che poteva ricorrere al signor Lorenzo: quel brav'uomo, l'avrebbe, se non altro, ajutata con un buon parere; si sarebbe dato attorno anche lui. Ma egli da un pezzo più non era tornato; onde la poveretta si mise in capo che di loro non volesse proprio saperne più.

Una mattina però si fe' cuore, e senza dir nulla alla mamma, andò ella stessa fino a casa sua, in via di san Simone. Ma non lo trovò: la porta era chiusa; e un vecchio calzolajo che abitava una stanza vicina, sullo stesso pianerottolo, le raccontò che da un bel pezzo il signor cavaliere sbucava col sole, e non si lasciava più trovar da nessuno.

Tornò a casa, non parlò; e venuto poi il mezzodì, disse alla mamma che doveva uscir di nuovo per certo lavoro a lei promesso; e pigliato di nascosto un picciol rinvolto, che già aveva preparato fin dalla mattina, se ne andò tutta tremante. Ella camminava rapida e confusa di via in via, quasi che temesse di esser veduta; le sembrava come se gli occhi di tutti la spiassero, e come se andasse a far del male. Schivando i luoghi più frequentati, sboccò nella via de' Tre Monasteri, ed entrò frettolosa nella porta del Monte di pietà.

È in quella casa, che va a finir tutto ciò che nel tugurio e nella soffitta è insegna di ricchezza, è reliquia d'agio o di comodità; è là che il povero si distacca da qualche preziosa memoria de' suoi vecchi, il miserabile impiegato dall'ultima sua posata d'argento, la vedova dell'operaio dal suo anello di sposa, dal crocifisso che pendeva al suo letto. Quanti misteri e quanti dolori potrebbero esser narrati da chi sapesse che cosa voglion dire tutti que' depositi della sciagura, così molteplici, così diversi, che di continuo vanno e vengono, e formano come gli anelli d'una catena che lega il povero alla sua povertà!… Ma quella casa è un luogo benedetto; e uomini santi furono i primi che già da secoli cominciarono a spartire, nelle mani di chi non ha pane, un tesoro a tempo raccolto dalla misericordia.

La Stella non era mai entrata colà, e non sapeva trovar parola per dire a che fosse venuta; ma una vecchia servente del luogo, nella quale, benchè la fosse incallita, non era del tutto morta la compassione, vide l'imbarazzo della poveretta; e facendosela venir dietro nelle stanze d'ufficio destinate a' depositi, pigliò dalle sue mani quel rinvolto, lo sciolse, e vi trovò una piletta d'argento, una grossa fibbia, d'argento anche questa, che pareva aver servito a una cintura militare, e una collanetta di belle granate col fermaglio d'oro: era tutto quanto della passata modesta fortuna restava alla famiglia. Quella collana poi l'aveva, per sua memoria, lasciata alla Stella una buona signora, morta da parecchi anni; la quale, allorchè abitavano in Quadronno, essendo priora della dottrina in san Celso, volle accompagnar la fanciulletta alla prima comunione. In pochi minuti fu stimato quel piccol deposito; e fatte alcune annotazioni sui registri dell'ufficio, quel signor impiegato mise in mano della Stella un biglietto di pegno, le contò ottanta lire di Milano; poi si voltò stizzito a un gruppo di donne, che s'affollavano colle loro miserie intorno al suo banco, e:—Una alla volta! disse: non è il pozzo di san Patrizio, questo!

Il pensiero dell'onor di suo padre e di Damiano, e l'affetto che dona coraggio e fede, sostennero la fanciulla in quel doloroso passo. Ritornò verso casa sua, più quieta, più franca, coll'interna persuasione d'aver compito un dovere: entrata in una chiesa, ripensò alla buona signora che in un dì più bello le aveva donata quella collanetta, e pregò per lei come per isdebitarsi d'essersi così divisa da quella memoria cara. Poi, ebbe coraggio, prima di svoltare nella piazza Fontana, di salire ella stessa al bugigattolo, ove si rimpiattava fra un monte di stracci e ferrerie, il signor Pietro, sottaffittatore del vasto casamento. Quell'avaro rantolone la ricevè con aria nè corrente nè brusca, non sapendo se venisse per pagare, o per cantar la solita canzone della disgrazia; ma si fe' netto in ciera, al toccar delle monete, che la fanciulla, con qualche parola di scusa, aveva posto sulla tavola. Alzò gli occhi, guardolla fisso, con una certa smorfia maligna, quasi che volesse domandare donde le fosse fioccato quel ben di Dio. Per buona ventura, ella non comprese.

Rientrata in casa, sentivasi come le fosse stato levato un peso dal cuore, e correva lieta alla mamma, per chiederle perdono di quel suo tardare, quando il suon d'una voce lenta e grave le venne all'orecchio. Si fece innanzi, e nella persona che, senza accorgersi della sua venuta, continuava a parlare autorevolmente alla mamma, essa riconobbe il Padre Apollinare.

Il Padre, dicendo aver saputo da poco tempo le strettezze della famiglia, veniva a proporre alla Teresa lo spediente di collocar la figliuola in un ritiro, dove non le sarebbe mancato nulla di quello ch'è necessario, diceva, per questa vita e per l'altra. Fu un colpo per la povera vedova quest'annunzio; ma non sapeva trovar ragioni per combattere que' solenni argomenti.

Appena s'accorse della fanciulla, il Padre la fece sedere, parlò a lungo anche a lei, senza voler che gli rispondesse; le fece comparir come una grazia quella ventura che le si offeriva così a proposito, le disse che a sua madre non sarebbe mancato più nulla, poichè s'ella acconsentisse ad entrare nel Ritiro, non doveva venir meno anche alla madre sua, la protezione d'alti personaggi, che le provvederebbero di quanto fosse di mestieri; le diede a capire, in aria di mistero, che dalla sua sommissione sarebbe venuto così il maggior bene per la famiglia tutta. E conchiudendo riflettesse seriamente a quel tanto che, in tutta coscienza, le aveva significato, si levò, lasciando le due donne confuse e senza fiato. Ma prima d'uscire, si volse indietro a promettere che sarebbe tornato la mattina appresso per sentire una decisione.

Quella sera, nell'intima consueta società della contessa Cunegonda, si menò non poco trionfo di così bella vittoria, e ci fu chi storpiò in proposito il patetico paragone della pecorella smarrita.

Stella, alla domane, levatasi coll'alba, aperse la sua finestra. L'aria freschissima, il sereno e la prima luce che irradiava la statua della Madonna del Duomo, la consolarono un poco dagli ardenti e nuovi pensieri che non le avevano lasciato gustare sola un'ora di sonno in tutta notte. Guardava malinconica la luce maestosamente riposarsi su quelle cento candide guglie erette al cielo, che da tant'anni vedeva ogni mattina indorate dal nascente sole, così leggiere, così trasparenti, che le imaginava scolpite dalla mano degli angioli; guardava le case, le finestre più alte che l'una dopo l'altra s'aprivano; e la sottoposta via, e la vicina piazza Fontana, ove compariva qualche lesto artigiano, o qualche femminetta del popolo, o la carriuola del lattivendolo. E pensava che il dì appresso non avrebbe respirato così sola e in libertà quell'aria che veniva dalla Brianza; pensava che non avrebbe veduto forse mai più que' tetti, quelle case, quella parte del cielo.

Tornò nell'angolo della stanza ov'era il suo letto; e pian piano, senza farsi sentire, distaccò dalla parete, ov'era appesa, la gabbia del suo canarino, e la posò sul davanzale. L'uccellino pigolava lietamente, e saltellando sugli staggi della gabbia, batteva le alette e pareva chiamasse col primo gorgheggio la sua buona amica. Stella gli sorrise, lo chiamò essa pure coll'usato vezzo, e dopo aver guardato svolazzar su e giù quel solo compagno d'ogni sua gioja e dolore, che le tornava sovente alla memoria il povero Rocco, stese la mano a un tratto, e come sorpresa da un pensiero, aperse lo sportellino della gabbia. Il canarino balzò fuori della piccola prigione, andò a posarsi sulla mano, e poi sur una spalla della giovinetta; di là spiccò un leggier volo, gorgheggiando più arguto, ma ritornò subito sul parapetto a cui Stella s'era appoggiata; fece per due o tre volte lo stesso, rivenne un momento sulla spalla di lei, quasi volesse renderle grazie della libertà, e salutarla ancora; alla fine prese il volo e fuggì via per l'aperto cielo. Quando Stella nol vide più, nè più intese il sottile suo canto, si rasciugò una lagrima; e partita dalla finestra, la socchiuse, perchè il sole, che alzandosi a grado a grado cominciava a penetrar nella stanza, non avesse a turbar troppo presto il sonno della madre entro l'alcova.

Preparò, come l'altre mattine, la colezione per la mamma e per sè; e andava pensando che forse da un dì all'altro, lasciato in libertà e conosciuto innocente, sarebbe tornato a casa il fratel suo; ma ella non le avrebbe posto più quella tazza e quel pane sul suo tavolo, presso il balcone. Mezz'ora di poi, Stella avea disfatto il letticciuolo in cui non doveva più dormire; e raccolte poche robe da portar con sè, e le piccole memorie della sua fanciullezza, cose che solo avevan pregio per lei, andò incontro alla mamma, colla faccia bella e serena come all'usato.

Indi a poco, s'aperse la porta, e il signor Lorenzo più rannuvolato, più sbattuto del solito, dopo tanto tempo, si lasciò vedere.

—Sei stata tu, la mia figliuola, cominciò a dire, che jer mattina sei venuta a trovare il vecchio lupo, a san Simone?… Non diventar rossa, che non è il caso. Vedi, se io t'ho indovinata! Quel mio vicino di casa, Gaspare il calzolajo, al quale tu hai parlato, diceva che l'era una bella tosa, così e così, con un far buono e la faccia un po' malinconica… È lei, senz'altro: ho detto io: ma cosa vorrà mai?… Vecchio maledetto ch'io sono! nè ho più tempo a mutar nè il pelo nè il vizio… e se mi va a traverso una parola, se un cristiano non fa a mio modo…. non son più io…. gli volto l'occhio; e lì, duro, incocciato, come un marmocchione…. Ma con te no, la mia Stella! con te, che sei la figliuola del mio Vittore, no!… Dì su, dunque; ti bisogna qualche cosa dal tuo compare? Dì su…

La Stella tremava; ella non s'era spiegata con sua madre; e, ben che molto avesse nel cuore, non sapeva che rispondere a quella interrogazione brusca insieme e affettuosa. Se non che il signor Lorenzo s'accorse che una lagrima cadeva dagli occhi della fanciulla: fece due passi innanzi, guardò lei, guardò la signora Teresa; e pensato un poco:—Che c'è di nuovo? ripigliò: nè tu parli, nè parlate voi…. Oh! la vedo, c'è magagna sotto. E cosa v'ho fatto io, perchè non vogliate più nulla da me?…. Quanto a voi, signora Teresa, lo so bene, sono i vostri preti che v'han messo su contro di me; ma io, tanto e tanto, voglio esser buono a qualcosa ancora…. Io penso a Vittore…. e non sono un voltafaccia io….

—Scusate, signor Lorenzo: disse finalmente la vedova: mi dispiace proprio che vi siate incomodato…. ma avete torto di pensar male di noi. Certo che ci sono…. delle brave persone che s'interessano a favore di me…. e della mia povera figliuola…. Anzi, vi dirò….

—Cosa serve, mamma?… timida la interruppe la Stella.

—Parlate chiaro una volta! disse il vecchio soldato, inquietandosi.
Già n'avrete fatta un'altra delle vostre….

—Come sarebbe a dire, signor Lorenzo? quasi che il trovar chi pensa alla mia creatura, e il poterla allogare in una casa benedetta non sia una grazia singolare, una fortuna del cielo!…

—Se l'ho detto io! scappò fuori l'antico cisalpino, perdendo la flemma. Ecco, cos'hai fatto, o Vittore, a pigliarti una beata!… Vedi, dove vanno a finire i tuoi figliuoli. E io, vecchio mulo, che m'ostinava a volerne cavar qualcosa…. Già, l'ho capita da un pezzo! la casa del mio compagno d'armi non è più la mia casa. Bisogna che me ne vada via, com'era venuto, senza la medicina d'un po' d'amore…. Pazienza! morirò solo, e non importerà a nessuno che io non ci sia più…. Ma tu Stella, ricordati! se i tuoi protettori, un dì o l'altro, non facessero più nulla per te, il fratello di tuo padre venderà la sua croce d'onore, per darti un pezzo di pane.

E senz'aspettare quel che fossero per dirgli le donne, se n'andò in furia fino alla sua dimora, e stette chiuso per tutto quel giorno. Nessuno de' molti casi della sua vita aveva lasciata, come quello, un'amarezza così fiera nel suo cuore.

Partito lui, la Stella, senza parlare, gettava le braccia al collo di sua madre, prorompendo in un largo pianto.

Sul mezzodì, un modesto calesse coperto si fermò alla porta della casa. Poco stante, la Teresa, non ancora rinvenuta dallo sgomento in che l'aveva messa la brusca visita del veterano, vide entrare una dama, sul tramonto dell'età, dal viso secco e composto, colla cuffia bianca a bendoni, nera la veste, nero lo scialle. Le veniva alle spalle un prete dal collo torto e dalla logora zimarra; il quale, a ogni parola di lei, abbassava il capo; col forzato sorriso di chi assente per riverenza o paura. Quella dama era, nientemeno, la Contessa Cunegonda: nella sua qualità di dama protettrice del Ritiro, compariva, spalleggiata da don Aquilino, a lei mandato dalla cognata espressamente per compire quell'opera tra loro così caritatevolmente deliberata.

Don Aquilino volle dir qualche parola alla giovine, che umile s'era fatta innanzi, per baciar la mano della dama; ma la pia massima che stava per metter fuori finì in una muta contorsione di labbra. La contessa, salutando con degnevol cenno di mano la vecchia Teresa, la quale confondevasi a cercar ringraziamenti e scuse, trasse dolcemente a sè la fanciulla, e accarezzandole i neri e lisci capelli, le disse, con affettata unzione:—Venite, brava giovine! facciam di buon cuore il sacrificio della volontà ribelle… prepariamoci all'umiltà, alla cieca ubbidienza…. rispondiamo alla chiamata… e allora vinceremo i tre nemici dell'anima nostra, il mondo, il demonio, la carne.

La Stella commossa, non da queste parole, ma dalla forza degli affetti che l'avevano combattuta tutti que' giorni, volse indietro il capo, per non lasciar vedere le lagrime; mentre la Teresa, edificata dalle esortazioni della dama protettrice, giungeva le mani in atto di ammirazione compunta; e il restío cappellano, che non capiva del tutto quel metter quasi il coltello alla gola per far il bene, comechè non avesse l'animo di fiatar contro la potente volontà di chi lo mandava, a ogni poco traeva la tabacchiera dal taschino del giustacuore, e colle grosse prese del rapè cercava dissipare non so qual nebbietta dalla coscienza.

Dopo altre poche e serie parole, la Stella che avrebbe voluto ancora baciare e ribaciar la mamma, fece forza a sè stessa, e s'accontentò di stenderle la mano; poi subito, pigliando ella stessa il suo fardelletto, disse alla dama ch'era pronta. Un servo, che di fuori aspettava, accorse a levarle di mano l'involto; e don Aquilino, fino allora mutolo testimonio, fattosi gran coraggio, credè bene di cucir insieme questo magro conforto:—State di buon animo, figliuola! portate volentieri anche voi la vostra croce…. e poi, non andate già sotto clausura…. e se proprio non aveste vocazione….

Ma la dama, vibrandogli un'occhiata di fuoco, gli tagliò la parola:—Come parla, signor abate? le pare? mettere in dubbio il buon proposito di questa brava giovine?…. Il cielo glielo perdoni!

Il prete non ardì aggiunger sillaba; e facendo spalla alla porta strisciò una riverenza, e lasciò che la contessa e la giovine gli passassero innanzi. Alla Teresa mancò la forza di accompagnarle. Quel momento le riusciva troppo doloroso; e per la prima volta, l'idea di rimaner sola, di non poter forse veder più la figliuola le parve insopportabile.

Sentì lo strepito del calesse che s'allontanava; e giunte le mani in atto di preghiera, sollevò gli occhi al cielo. Poi li girò intorno, ma le pareva di nulla vedere; quasi tentone, si trasse fino all'angolo ov'era il letticciuolo: lo trovò disfatto; cercò coll'annebbiato sguardo la porta, per la quale era uscita la Stella; ma una tetra oscurità le copriva ogni cosa, come fosse già venuta la notte. Per la prima volta, un orribile dubbio le sorse in mente, il dubbio d'esser cieca per sempre. Si mise a sedere, e non potè piangere.

Le due povere stanze eran mute, ed essa era sola.

Capitolo Decimo

Intanto il calesse della dama protettrice avanzavasi, al pesante trotto di due cavalli svizzeri, verso il Ritiro. Stella, seduta rimpetto alla contessa, teneva chino il pallido viso e taceva; e questa, ritta sulla dignitosa persona, le volgeva a quando a quando una compassata parola che credeva di conforto. Ma il prete, rincantucciato a fianco della dama, nulla trovando a dire, girava gli occhi ora torbidi ora pietosi dall'una all'altra, e osava appena pensare nel fondo del cuore come il voler per forza che gli altri a questo mondo facciano il bene a nostro modo, non è quel fior di carità ch'essi pretendono. Attraversata gran parte della città, il calesse svoltò in una via lunga, deserta, fiancheggiata d'un'alta e tetra muraglia: indi fermossi all'ingresso del Ritiro. Don Aquilino smontò il primo, ma col piede quasi non sapeva trovare il predellino; si volse per dar mano alla giovine, che sebbene nel tragitto non avesse mai aperto bocca, pure, all'aspetto, pareva divenuta più sicura e tranquilla. La dama, nello scendere, si chinò all'orecchio del prete per susurrargli qualche cosa ch'egli appena comprese, e a cui rispose con un umile chinar del capo. Entrati nel vestibolo, don Aquilino tirò il cordone; e al primo toccar del campanello, la porta tarlata e massiccia del Ritiro s'aperse, senza che si fosse veduto alcuno. S'avanzarono per l'andito bujo, intanto che la porta, come s'era aperta, si richiuse dietro di loro. La dama si volse con piglio più dolce alla Stella, e prendendola per mano la guidò sotto un porticato basso, chiuso all'ingiro da vetriere cadenti, dalle quali penetrava una luce verdognola, opaca: di là passavano in un camerone terreno, deserto e fatto più tetro da vecchi quadri, bucherati e grommosi che pendevano dalle umide pareti. Il silenzio, l'aria morta e il freddo sepolcrale di quel luogo, destarono un vago terrore nella giovinetta, che, riguardando timidamente la dama:—Oh Signore! le disse: dove mi conduce? questa casa pare una prigione!…

Sorrise quella, e stringendosi al cuore la mano di Stella:—Abbiate pazienza, la mia figliuola; adesso troverete la vostra nuova famiglia.—E don Aquilino, a capo dimesso, strisciava dietro alla protettrice; e per consolarsi di quella trista spedizione, pensava che la signora contessa, nel ritorno, non avrebbe potuto a meno di pregarlo che volesse favorire quel giorno la sua tavola.

Attraversarono un altro andito, un'altra stanzaccia, e si trovarono alla fine in una specie di salotto di ricevimento, più decente, più arioso, che rispondeva sur un orticello: due donne d'età provetta, vestite di saia oscura, che sedevano presso un finestrone, al loro apparire si levarono in piedi, e rispettose mossero verso la dama. Ma questa permise con un cenno che tornassero a sedere; e sedendosi ella pure in un seggiolone addossato alla nuda parete, si volse alla più attempata delle due donne:—Madre Eleuteria: lentamente disse: ecco la giovine della quale le è stato parlato. Ella si raccomanda alla sua bontà, al suo compatimento; vogliamo sperare che un po' di vita edificante e ritirata varrà a far fruttare quelle disposizioni che la grazia spirituale, più che il merito e l'opera nostra, ha fatte nascere nell'animo suo. Avvicinatevi, Stella: baciate la mano della vostra superiora, della vostra nuova madre; noi vi poniamo sotto la sua tutela; e qui, se vi mostrerete docile, obbediente, se darete segni di compunzione, d'emenda, vi sarà restituita ben presto quella quiete di coscienza che il mondo vi voleva rapire. È bella la virtù che illibata passa attraverso il mar tempestoso della vita; ma la virtù che caduta si rialza è più bella e più gloriosa. Il cuor penitente è come il corallo che, uscendo dall'acqua all'aria, si assoda.

La fanciulla non sapeva spiegare a sè medesima quest'artificioso parlare. Ella si sentiva tranquilla, innocente; pensava e amava, come ne' primi dì della sua vita; e non per altra cosa che per il bene di sua madre e di suo fratello, accettando la prova che le era domandato, colà ne veniva con quello stesso religioso sentimento di purità con cui, pochi anni innanzi, s'accostò alla sua prima comunione; nè avrebbe potuto comprendere il perchè l'austera dama le imponesse come penitenza ciò ch'essa faceva per virtù d'amore. Ma un'idea incerta del male, uno sgomento confuso de' pensieri ch'essa non aveva provato mai, la contristavano; e mentre voleva dir qualche parola, si sentì come stringere il cuore da una fredda mano. Forse comprese che là non era il luogo della sua pace, che là altre angustie, altri terrori l'aspettavano; che forse era perduta per lei ogni contentezza, ogni serenità della vita. Incontrò lo sguardo severo di quelle donne, e ammutolì. Non la pietà incauta, faccendiera, nè l'insofferente zelo che fa servire le verità sante e consolatrici alla propria ambizione, sollevano le anime sconfortate alla speranza, alla rassegnazione. La parola compassionevole e amorosa, quella parola che trovò una consolazione per tutti i dolori, che col soffio della carità rinnovò la terra, non insegnava ad anneghittire gli affetti, a stringar la volontà nello scrupolo, a far pauroso il dovere: ma fu parola di libertà e d'amore.

—Essa è figlia d'un soldato: ripigliò indi a poco la dama protettrice: sua madre, troppo debole, trasandò quelle pratiche che potevano esser medicina alle cattive influenze mondane. Oggidì più che mai, in ogni stato si diffonde la zizzania del mal costume: v'ha di quelli che si fanno del vizio un mestiere; e questa poverina camminava sull'orlo dell'abisso: se non che, il cielo ha permesso non fossero vani gli sforzi di quelle persone le quali si consacrano a opere che il mondo chiama filantropiche, e che io dico cristianissime. In una parola, noi l'abbiamo salvata; e in questa casa, dove tante anime furono strappate al male, essa viene di buon grado, madre Eleuteria, sotto l'egida della sua virtù, a racquistare il candido vestimento dell'innocenza.

La dama, superba di codesta edificante parlata, guardava attenta or la madre Eleuteria, or la fanciulla, e pensava di leggere ne' loro composti visi il trionfo della sua clemenza. Allora, indirizzandosi a don Aquilino:—A lei, signor abate!… noi abbiam fatto la parte nostra; a lei, la sua.

Allora la madre Eleuteria, che non aveva pur detto una sillaba alla nuova figliuola, ma s'era fatta a guardarla alla sfuggita, s'alzò; e avvicinatasi a un vecchio armadio, l'aperse con una delle grosse chiavi che teneva appese alla cintura, ne trasse due registri e una cartella, e li depose sullo scrittojo ch'era nel mezzo della stanza, e dinanzi al quale s'era affrettato a sedersi don Aquilino, come obbedendo a una forza invisibile.

La madre Eleuteria (chè così era chiamata fin da quando, uscì ancor giovine dal suo monastero, soppresso fra gli ultimi, al cadere del passato secolo) teneva come superiora le redini di quella pia casa da poco tempo fondata per le povere zitelle. Avvezza alla muta disciplina del chiostro, essa vedeva a malincuore l'autorità, la tutela e gli scandagli che si usavano dalle persone da cui era stata chiamata a regolare il Ritiro; e avrebbe voluto a suo beneplacito fare e disfare, col sistema adoperato in altro tempo dalla madre priora nel convento ov'essa pronunciò i voti. Vecchia e irosa, voleva essere adulata, temuta; nè pativa che persone secolari e influenti nel mondo volessero dar legge a lei. Ne' trent'anni e più da che, logora dalle piccole passioni della vita monastica, s'era per così dire consumata nello squallore d'una soppressa casa di religione, essa non avea vagheggiato che una speranza, una gloria; quella di vedere riaprirsi, per opera sua, lo stesso convento dond'era stata cacciata, e di condurvi uno stuolo di povere creature, o, per usare un suo bel paragone, una famiglia di candide colombe. E su queste, sperava alla sua volta esercitar l'assoluto impero del quale non era riuscita a gustar la voluttà fino allora, causa la grave responsabilità e l'obbligo di piegarsi alla formalità, alle regole minute, a una a una prescritte dalla curiosità delle dame protettrici, e più di tutto dall'onnipotenza di chi poteva farle molto bene, o molto male, ajutando o tergiversando l'effetto dell'unica sua cura. La contessa Cunegonda, la quale aveva una autorità più grande, e però a lei tornava più incresciosa, era quella di cui la superiora del Ritiro sopportasse il giogo con maggiore dispetto. E la contessa ben sel sapeva; comechè si fosse accorta dal silenzio ostinato della vecchia, che per certo avrebbe fatto anche allora (come quasi sempre faceva) ogni prova per rifiutarsi all'accettazione della giovine, e perciò appunto volesse a ogni costo trionfare, e contasse più che altro sull'appoggio del pauroso prete. Il quale dal canto suo, in mezzo a quella lotta di poteri, pensava che non s'era mai trovato al mondo in un ginepraio così spinoso.

Egli dunque, messosi allo scrittojo, alzava e abbassava macchinalmente il capo sui libracci che aveva dinanzi, continuando a tenere la penna nel calamajo di peltro, senza saper come incominciare l'interrogatorio. Pur conveniva adempirla questa formalità, ch'era voluta dal regolamento della casa prima dell'ammissione di ciascuna zitella.

Bisogna che la superiora godesse di quel suo impaccio, poichè sguardando la dama con due occhi fulvi e maligni, e facendo scorrere colle dita convulse le avemmarie del rosario che le pendeva dalla cintura, sogghignava tra sè, pensando che, se il volesse, poteva col più lieve pretesto rimandar quella giovine; tanto più facilmente, che la vedeva colà condotta con certo mistero, del quale le sarebbe piaciuto aver la chiave. Ma la contessa, prevedendolo, andò incontro all'ostacolo; e come don Aquilino non voleva, o non sapeva fare il dover suo, levossi con mal celato dispetto, e venuta alla scrittojo:—Poichè vedo, disse, che qui si medita di stornare un'opera di carità, non so nè cerco per qual fine, bisognerà, ch'io medesima n'assuma tutta la responsabilità. In quel punto, la Stella si fece animo, e senza levare il capo cominciò a dire:—Mi perdonino, se mai son io causa di dispiaceri; ma, quand'abbiano sentito a dir qualcosa di me, oh! non lo credano, no, per carità!… Io sono povera, sono abbandonata; ma non ho fatto del male. La mia povera mamma ha avuto molte disgrazie; mio padre l'ho perduto da più di tre anni; un mio fratello non istava più in casa con noi; l'altro…. l'hanno condotto in prigione. E noi… siam restate senza nessuno. Oh! se qui posso lavorare e guadagnar qualche cosa per la mia mamma…. io sarò contenta. Ma non credano, per amor del cielo, che io abbia fatto del male; è una cosa che io non posso sentirla dire, perchè non è vera.

Don Aquilino scosse il capo, un po' stupito che la fanciulla si sentisse il cuor di parlare come aveva fatto, un po' malcontento di vedere come la povera ingannata lasciavasi bellamente incogliere da quella sorte. Ma le parole di lei forse toccarono la ruvida scorza della superiora; la quale, smesso per allora il proposito di tener forte contro ciò ch'essa chiamava un'intrusione, si fece alquanto più serena in viso, e rispose:—Poichè siete voi che mi pregate, figliuola, io non metterò innanzi certe difficoltà, che pure avrei diritto d'opporre… Prego solamente la signora contessa che si degni, per lo innanzi, di sentire in anticipazione anche il mio voto speciale; il regolamento me ne dà facoltà, e responsabile del buon andamento della casa, son io. Intanto, attesa l'ottima volontà di questa giovine, e per nessun altro rispetto, noti bene! per nessun altro rispetto… passo per questa volta la mancanza dei requisiti e carte…. come sarebbe dell'assenso scritto della madre e del contutore; e inoltre….

—Si calmi, madre Eleuteria: rispose, punta sul vivo, la contessa: tutto sarà fatto, come vuole; non mancherà nulla, lo dico io, perchè la giovine che le si presenta sia accolta senza nessun aggravio della sua coscienza. Perdoni…. per altro; ma ragioni gravi, e che mi è impossibile comunicarle, richiedono che questa fanciulla sia, senza perdere un'ora, ricoverata qui….

—Or bene, riprese la superiora, mi rimetto: solo, dove io non abbia a saper come stieno le cose, dichiaro di lavarmene le mani, e non rispondo di nessuna conseguenza.

—Sì, sì, lasci pensare a chi tocca. E lei, signor abate, non perda tempo, metta sul registro nome, condizione della giovine, giorno, eccetera: tutto poi sarà ratificato e posto in piena regola quanto prima, con quegli attestati, documenti e ricapiti che la madre superiora, o anche lei, don Aquilino, potessero desiderare.

—Obbedisco a chi può comandarmi: balbettò tutto umile il prete. E con mano tremante, quasi che scrivesse la propria condanna, si pose a sgorbiar d'uncini e graffi quel grosso libro su cui figuravano i nomi di tutte le ricoverate. E tirava in lungo, sperando che qualche incidente sorvenisse: ma fu inutile. Le donne lo lasciarono finire; e prima che avesse finito, la Stella, con licenza della dama protettrice, era stata condotta nell'interno della casa dall'altra vecchia, ch'era la maestra anziana.

Le fanciulle del Ritiro uscivano del piccolo refettorio, al momento che la lor nuova sorella venne a rincontrarle. Ella si trovò in mezzo a forse venti giovinette, poveramente vestite, delle quali la maggior parte, senza por mente a lei, si sbandarono di subito per la cameraccia terrena, ove solevano spassarsi per un'ora, dopo il desinare, prima di tornarne alla scuola o a' lavori. Due o tre di quelle cominciarono a fissarla curiose, a bisbigliar tra loro; ella restava in un angolo tutta sola e vergognosa. Credeva di trovarsi fra tante buone sorelle, che le facessero animo, che le domandassero della sua mamma, delle sue disgrazie; e nessuna la salutò, nessuna le disse una parola. Avrebbe pianto così volentieri; ma la soggezione e il batticuore le soffogavano anche le lagrime.

La stessa sera, nel gabinetto della contessa Cunegonda, si scambiarono le più calde congratulazioni per quella vittoria riportata sul secolo. Il Padre Apollinare, l'incipriato consigliere, e il conte Alberigo moralizzarono sulla necessità di raddoppiar di zelo per il miglioramento de' costumi del basso popolo; e la dama e due nobili amiche, fautrici anch'esse del Ritiro, si facevan tra loro le apologie per aver saputo, con tal rispetto delle apparenze, condurre a buon fine quella pratica. Tutti convennero che importava di tener segreta la cosa; poichè poteva da taluno credersi diretta ad attraversar certe mire perverse e a combattere lo scandalo col buon esempio.

E quella medesima sera, forse all'ora medesima, l'Illustrissimo, tornato a casa dal teatro prima del consueto, scese di carrozza e, senza nulla chiedere nè della padrona, nè d'altri, si ritirò subito nel proprio appartamento. Mentre il Rosso lo precedeva con gran premura, per tenersi pronto a' suoi cenni, se mai avesse voluto mettersi a letto; egli, contro il costume, si lasciò andare, come in distrazione, a far certe domande al suo fedel cameriere; le quali, a chiunque altro, fuor che a colui, potevano far nascere strane induzioni. Ma il Rosso, per sistema, non badava che a' fatti: cosicchè, quella sera, d'altro non s'accorse fuor che della cattiva luna del padrone.

—Ditemi un po'…. gli è un pezzo che non vedete l'Omobono?

—Non saprei…. quindici giorni.

—Pare impossibile! Non son io, se non vengo a capir bene che storia è questa…. Maledetti tutti!

—Si quieti, Illustrissimo, si quieti; badi che non sentendosi troppo bene….

—Taci tu.

Intanto egli s'era messo a sedere; e il Rosso, stirate le cortine, apparecchiavagli il letto. Dopo qualche silenzio, il signore ridomandò, ma sbadatamente:—Non avete sentito a raccontar nulla di nuovo?….

—No, Illustrissimo.

—Dite, conoscete voi la famiglia di una certa vedova…. della vedova d'un soldato di Napoleone?

—Aspetti! fosse quella che stava di casa là verso la piazza Fontana?

—Credo bene…. Non sai nulla dunque?

—No, perchè?

—M'era impegnato d'ajutarla quella famiglia; e mi si dice che altre persone…. di conto precisamente per farla a me, si sieno adoperate…. Ne hai notizia?

—Che io possa morire, Illustrissimo, se ne so qualche cosa.

—Eh! vedo che anche voi perdete il buon senso, non vi conosco più.

—Perdoni….

—Non importa. Posso farla vedere alle canonichesse e a tutto il partito…. Io, me la rido, ah! ah!…

—Mi sento consolare, vedendola a ridere.

—Basta così. Andate pure. Domani, di buon'ora, passerete dal signor Omobono; venga qui nella mattina, e non manchi, e non parli con nessuno. Al signor Consigliere, farete l'imbasciata che già v'ho dato…. avete capito bene?

—Non dubiti.

Intanto l'Illustrissimo s'era coricato. Ma, levandosi sul gomito:—Versatemi nella tazza la solita pozione…. È un altro impostore anche lui il dottore!

—Vorrei vederlo un po' quieto: disse il Rosso, con una smorfia che voleva parere un sorriso.

—Sì, sì… andate via, che sarà meglio…. Tirate le cortine, chiudete bene le porte…. tenete a mente quel che v'ho detto…. Così.

—Felice notte, Illustrissimo.

E il cameriere andandosene, almanaccava qual cosa mai al padrone avesse fatto montar la muffa, che lo sentiva dir parole così piene di bile.

—Comunque sia, egli ha bisogno di me: borbottò: e se stasera mi fa torto, domani avrà di grazia a sgaglioffare qualche bel sovrano, per tirarmi dalla sua.

E serrata a chiave la porta dell'appartamento, andò a dormir sopra al malumore dell'Illustrissimo.

Capitolo Undecimo

La prigione, ove Damiano stava intanto aspettando la fine del processo, che l'aveva incolto così in mal punto, era un camerotto umido, basso che rispondeva nel cortile delle carceri, di fronte a una muraglia bruna, altissima. In quella s'aprivano alcune rade finestre quadrate, munite di doppia inferriata, e mezzo nascoste da un assito inclinato, ond'era tolta ogni luce, ogni vista, fuorchè d'un lembo del cielo che da codesta specie di spiraglio potevasi contemplare. Erano le carceri comuni; e, per mancanza di luogo, chiunque venisse condotto in quelle triste mura vedeva passar non pochi dì fra la compagnia de' ribaldi d'ogni stampo, che quasi senza tregua sottentravano l'uno all'altro. Damiano, chiuso dapprima nella carcere comune, aveva di là veduto più d'una volta sorgere e cadere il sole; e ciò che che in que' dì sofferse, io nol dirò. Sul suo capo pesava una grave accusa; era indiziato come principale istigatore della rissa accaduta alla festa di san Cristoforo; non avendo solamente resistito alla forza pubblica, ma essendosi lasciato sorprendere sul fatto, con un'arma alla mano. Convenne che l'autorità inquirente spendesse alcun tempo, per verificare circostanze, esaminar prevenuti e testimonii, spacciar requisitorie, passare a confronti, prima di determinare se dovesse o no aprirsi contro i detenuti il processo criminale. Per buona ventura, il fermo contegno del giovine artigiano, la semplicità con cui espose l'accaduto e la concorde testimonianza di parecchie persone che, senza prendervi parte, furono presenti al fatto, sventaron di subito le intricate e maligne deposizioni fatte da coloro che speravano d'uscire al fine di perder Damiano. Il giudice, a cui toccò di sbrigare quel processo, che sebben fosse poca cosa, aveva nondimeno stuzzicato un gran vespaio, sospettò che il giovine accusato potesse esser vittima di qualche complotto; e nel sospetto lo tennero poi certe parole; dettegli a fior di labbra e con ostentata indifferenza da persona che molto poteva per il suo avvenire. Ma egli che, per ingegno e coscienza, aveva saputo meritarsi, quantunque in giovine età, l'onorevole carico del magistrato, raccapricciò di quella prevenzione che credeva si volesse istillargli: e adoperando tutta l'accortezza e il buon volere d'uno spirito saggio e onesto, seppe in poco tempo, se non dedur legalmente, conoscere almeno come stesse la cosa. Ma, di tutti gli accusati, non restava in carcere che Damiano: come che gli altri, mancando legali motivi per tenerli in cattura, fossero stati in quel mezzo rimandati, con ammonimento di presentarsi allorchè dovessero venir citati per la regolare inquisizione. E tal determinazione fu presa dopo che una persona di molta autorità seppe che in quella trista bisogna era implicato il Martigny, uomo indispensabile nel gran mondo.

Appena il giudice ebbe a scorgere l'onestà di Damiano, ingiunse fosse collocato a parte dagli altri prigionieri, gli si usasse tutto il possibile riguardo: fece anzi quant'era in lui, per metter fine al processo; ma non prevedute circostanze parevan sorgere in mezzo, ogni volta ch'egli s'accingesse a ripigliarne il protocollo.

Eran due mesi che quel giovine oppresso aspettava che fosse conosciuta la sua innocenza. Gli parevan due anni; e nel suo cuore, al rammarico de' primi dì, al pensiero dell'abbandono e dello squallore in cui s'imaginava di veder la famiglia, era succeduta un'ira soffocata, un fremere della volontà costretta a consumarsi nell'aspettativa; talvolta un delirar confuso, una maledizione della vita e della virtù. Solo, sempre solo, in faccia al bujo dell'avvenire; minacciato dall'infamia; oppresso dalle memorie di que' tre anni passati; consapevole della propria innocenza, e costretto a sopportar la vendetta di nemici troppo potenti, e l'indugio della giustizia; Damiano vedeva tornare il dì, tornar la notte, ma non udiva nessuna voce che gli dicesse di sperare. Così, dentro di sè, sentiva morire il coraggio, ultimo compagno dell'innocente.

Talora, ripensando a quelle illusioni, già da lui vagheggiate per tanto tempo, prorompeva a maledir gli uomini, sè stesso, la Provvidenza: e, abbrancando le grosse inferriate, domandava al cielo perchè l'avesse condannato a vivere; e provava un'orrenda tentazione di finirla, spezzandosi il cranio contro quelle barre. Talvolta poi si raffigurava alla mente il padre moribondo, la madre sua, l'abbandonata Stella, e sentivasi bagnato di lagrime il volto; pensava che forse l'anima di suo padre in cielo, e quelle due anime innocenti sulla terra, pregavano per lui che non poteva pregare; che forse il Signore non l'avrebbe dimenticato. Ma, per lo più, un invincibile abbattimento, una calma cupa gli prostravano l'anima e le forze; passava ore e giorni, immobile sur uno sgabello, presso all'aperta finestrella, con le gambe a cavalcioni e un gomito sul ginocchio, appoggiando alla mano la faccia, e guardando fuori, senza pensar più dove fosse, senza ricordarsi di nulla. E invidiava, con fanciullesca voglia, la rondine che attraversava quel poco cielo aperto, fin dove gli fosse dato giunger coll'occhio, il passero svolazzante sul tetto di fronte: e diceva di sè più felici il moscerino ronzante, e il ragno che tesseva la sua tela fra le spranghe di quel pertugio.

Un dì, vennegli all'orecchio il canto lontano e malinconico d'un altro prigioniere; non potè distinguerne le parole; ma, ingannato, credè di conoscere la voce di Giovanni, del suo compagno in quella trista scampagnata del san Cristoforo. Pensando che anche quel povero Giovanni avesse perduto, per cagion sua, e chi sa per quanto tempo, pane e libertà, sentì crescer l'angoscia che portava nel cuore. Per la prima volta, da che si trovava colà, cadde ginocchione, levò la mente a Dio, e pregò.—Nel pregare, sentì una consolazione così pura, così soave che si fe' a pensare come colui che ha fede nella verità non deve maledir, nè disperarsi, nè lasciarsi vincere dall'oppressione; perchè la giustizia è una sola, e la verità non può mancare.

Ma qui, domandava perchè mai in quel tempo nessuno v'era stato che, ricordandosi di lui, gli avesse fatto almeno saper novelle della sua famiglia: parevagli impossibile che nessuno spendesse qualche passo per ottenergli, se non altro, una pronta decisione del processo; ovvero sia, per cercar di vederlo, di mandargli una parola, un saluto. Gli repugnava di farsi amico del secondino, il solo che avrebbe forse potuto servirlo, più ch'egli non pensasse: pure, un dì, si rassegnò ad umiliarsi a quell'uomo; e lo pregò, esitante, se mai volesse incaricarsi di portare una parola, ch'egli avrebbe scritto, alla sua famiglia.

Il secondino negò sulle prime, dicendo ch'era un impiegato incorruttibile, e che mai non avrebbe tradito il proprio dovere per tutto l'oro del mondo; poi, venendo a patti colla coscienza, tornò verso il prigioniero; e senz'altro dire lo guardò, soffregando lievemente il polpastrello del pollice su quel dell'indice, con significanza. Il giovine non seppe rispondere, guardò via, però che non aveva nulla a dargli; e colui con uno sdegnoso:—Uf! e un'alzata di spalle, girando sulle calcagna, se n'andò, e rinchiavossi dietro con ira i catenacci.

Damiano si rassegnò, confidando che da un dì all'altro, chiamato alla presenza del giudice, e chiuso il processo, potesse finalmente esser conosciuto non colpevole di nessun delitto. Ma egli non sospettava le imputazioni che, sotto mano, per opera di testimonj venduti, erano state soffiate; non sapeva trattarsi, nientemeno, che di farlo apparir reo di sollevazione e di resistenza armata alla forza pubblica. Ma le accuse di persone diffamate, e le circostanze perfidamente inventate non valsero contro la parola precisa della legge, e contro la fermezza d'un giudice saggio. Il quale sempre più comprese l'accusato essere stato per forza tirato in quel garbuglio, per qualche intrigo di cui non riusciva a sviluppar le fila; contento però, nello svolgere il processo, di veder dissiparsi un pericolo da principio temuto, che l'inquisito dovesse consegnarsi al criminale. Il buon magistrato se ne consolava sinceramente; poichè egli non era un di coloro, i quali, dov'è appena un rimendo, fan di tutto per trovare uno schianto.

Era una notte d'agosto. Muta l'aria, e il cielo ingombro di nuvole nere, che passavano lentamente sulla luna; un'afa, una quiete nell'atmosfera, come quando s'avvicina un temporale; le muraglie della carcere, che, percosse tutto il dì dall'infocato sole, parevano mandar fuori tuttora una vampa; e d'ogni intorno, nel cortile delle prigioni, silenzio e oscurità. Damiano s'era gittato in un angolo, sul duro stramazzo; ma non trovava requie, nè sonno; i suoi pensieri non erano mai stati così mesti e dolorosi come in quella notte: e vedeva fargli cerchio strani fantasmi, e mano mano che lo stringevano più da vicino parevagli che diventassero giganti: sentiva come voci misteriose lontane, e risa di scherno; e un'ansia non mai provata gli toglieva quasi il respiro.

Indi a poco, romoreggiò il tuono in lontananza; e spessi e rapidi baleni, a schiarar sinistramente il bujo spazio del cortile; e agitarsi l'aria, e goccioloni di pioggia a flagellar la muraglia, a penetrar per la spalancata finestra nella stanza del prigioniero. Egli balzò dal giaciglio, corse all'inferrato pertugio, per respirar l'aria commossa; e fu come se la guerra degli elementi scatenati nell'alta notte lo rallegrasse, gli rendesse la vita. Seguiva coll'occhio ardente il crescere e l'infuriar del temporale; gioiva che la natura rispondesse colla sua voce alla tempesta ch'egli pure aveva in cuore; imaginando che ogni fulmine fosse quasi una maledizione del cielo alla terra, pensava allo sgomento che forse in quell'ora provavan ne' loro letti, sotto padiglioni di seta, coloro che lo avevano perseguitato; mentr'esso, tranquillo e sorridente, affacciavasi a quella scena, e ne ringraziava il cielo.

A poco a poco, il vento si racchetò, la luna, che s'era nascosta, si svolse dalle nubi diradate; il cielo tornò spazzato, e l'aria racconsolata e fresca. Le imagini dell'amore, le meste e sempre care rimembranze vennero nell'anima di Damiano al luogo de' pensieri d'ira e di vendetta. Egli s'era tolto dalla finestrella; e postosi a sedere sulla sponda del saccone che gli serviva di giaciglio, s'abbandonò a malinconiche fantasie.

—Oh! cos'è mai la vita?….. diceva fra sè: È come il dì ch'è passato…. come questa notte, prima di tempesta, e poi di pace. Tocca a noi a scegliere una delle due strade: può esser quella del bene, o quella del male…. Oh! perchè io, che ho domandato così poco al mondo, io, che non voglio altro che fede e amore, non ho saputo trovar fuori una sorte onesta, quieta sulla terra?…. Eppure, capisco che ho torto, quando maledico quelli che m'han fatto del male. E anche adesso…. anche qui, non vorrei mutare, per la lor vita, la mia. Com'è dunque che, mentr'essi mi tolgono la libertà, e mi costringono a starmi nella miseria, nel fango, a meno ch'io non voglia essere un birbante o un vile…. com'è, ch'io mi senta più sicuro, più forte di loro?…. com'è ch'io mi pento d'aver loro augurata la disgrazia, e vorrei compiangerli…. e quasi anche perdonare?

E dopo qualche silenzio del cuore, i suoi pensieri facevansi più distinti: non avrebbe saputo spiegarli così quali erano, ma li sentiva fortemente.

—Ah! è vero!—pensava—Bisogna bene che quelli che non vendon la vita, che passano per il mondo onesti e sinceri, e portano con sè all'ultimo giorno lo stesso cuore che loro ha dato il Signore; bisogna bene che questi, se non trovan altro compenso, abbian quello almeno di poter dire, e sentire in sè stessi: Siam contenti d'aver fatto il nostro dovere… E io, potrei dire così?… Ora, conosco che in questi anni che mi son passati così presto, forse ho tradito la mia sorte, forse ho confidato troppo in me e negli altri! Ma almeno, se fui temerario e imprudente, se mi mancò l'esperienza delle cose, nulla ho fatto mai per cattiva intenzione, nè per avvilire gli altri uomini. Solo ho creduto aver diritto a farli stare, i prepotenti che incontrai sul mio sentiero…. e dissi la verità, perchè sentiva che la verità vien fuori da' cuori onesti. E allora, cos'ho trovato? Gente che m'è venuta addosso come a un furioso!… Dio del cielo! se sapessero quel ch'io sento, se potessi dirlo a loro quel che spero e che patisco!… Quando io aveva perduta la mia prima speranza…. forse è stata fatalità, fors'anche giustizia…. io non ho accusato nessuno; contento del primo pane onesto che m'aveva dato la fatica, ho contato anch'io qualche dì felice!… Ma ora, cosa sarà della povera mamma e della povera Stella? Chi penserà a loro, chi le difenderà, se que' tali che credono di poter comperare coll'oro l'onestà della povera gente, tornassero a farsi vicini a loro, nella solitudine? Penso che il signor Lorenzo, quell'uomo che non ha paura di nessuno, non le avrà abbandonate… E il Signore, poi che mi dà questa forza di aspettare il giorno fissato da Lui, non c'è forse per tutti?

E qui, si raccoglieva alcun poco nella persuasione che, malgrado la sua prigionia, i suoi cari vivessero come prima in pace modesta e oscura, senz'altra angoscia che quella d'attendere il momento che egli tornasse fra le loro braccia.

—O sogni, o mie speranze d'una volta!—tornava a dir nel suo cuore—dove siete adesso? Quand'io non contava più di dieci anni, aveva trovato un compagno, e lo amava tanto, e credeva di poter passare con lui tutta la vita. Il mio cuore, fin d'allora, cominciò a battere per le cose che mi somigliavan grandi e belle!…. Mi ricordo ancora di quelle sere che, raggruppato fra le ginocchia di mio padre, io pendeva dalla sua bocca; nè osava respirare, al sentirlo raccontare i tempi della repubblica, le prime battaglie dei Cisalpini, e ripetere il nome di Bonaparte! La Stella, ch'era ancora ben piccola, mi guardava e nascondeva il viso nel vestito della mamma; ma io sguizzava di consolazione, superbo che mio padre si fosse trovato in quelle guerre di giganti. Povero padre! è morto ignoto, dimenticato, nè altro a noi lasciava che il suo antico onore!… Poi quando, ancora in quegli anni, io fuggiva di casa, e là nel silenzio del Duomo deserto, che mi pareva così vasto, così misterioso, io andava girando, come perduto, fra quelle colonne, fra quegli altari, o sedeva al piede d'un monumento, e qualche volta mi sentiva inquieto, nè sapeva perchè!…. Fu là che un giorno, sul tramonto, io m'era fermato poco lontano dall'altare di santa Tecla, a contemplar quel quadro antico dell'Annunciazione, quel quadro che allora, nella sua religiosa semplicità d'espressione, ho trovato così bello, così vero! In quel momento, un lungo raggio di mille colori, penetrando dalle storiate vetriere d'uno de' finestroni, cadeva sul quadro e lo rischiarava d'una tal magía di luce che mi figurai di vedere un'apparizione. Fu in quel punto che mi venne in mente, per la prima volta, che se una felicità doveva esserci anche per me su questa terra, sarebbe stata di potere un dì o l'altro far un quadro come quello.—Non fu che un sogno, lo vedo bene; ma, al ricordarmene, mi vien da piangere…. Pazienza! Non sarà tutto perduto!…

In siffatti pensieri, Damiano passò gran parte di quella estiva notte. Dall'ira allo sconforto, dall'amore e dalle incancellabili memorie del passato alla persuasione che bisogna accettare la vita qual ce la diede il Signore, per aver pace e speranza di bene, egli riprovò, in quelle poche ore, tutti gli affetti che avevano fino allora agitato l'oscura sua vita.

Ma una coscienza libera e forte, che sa patire e tacere, è la medicina più vera, più santa nelle sciagure. Dopo tutta quella interna battaglia, l'anima di Damiano s'era fatta serena. Si pose a giacere sul saccone di paglia, dormì tranquillo il restante della notte; e al suo ridestarsi, il sole era già alto.

Capitolo Duodecimo

Lungo il basso androne che metteva alle diverse prigioni, e fra l'altre a quella di Damiano, passeggiava da quasi un'ora il soldato che, sul mezzodì, vi avevano posto in sentinella. O che fosse già ristucco della fazione, o che altra cosa non andasse per il verso al soldato, l'avresti veduto fermarsi a ogni poco, e origliare alla porta or di questa, or di quella prigione; poi, come impaziente di tornare all'aperto, avvicinarsi ad una finestrina ingraticolata di ferro, che mandava nell'androne appena un fil di luce; e sguardar giù nel cortile, ove si scorgevan passare guardie, secondini e prigionieri che andavano e venivano. Ritornando poi indietro, sostava a capo della scala interna, e poneva l'occhio al basso con cert'aria di sospetto, come se colà stesse in aspettazione d'alcuno. Alla fine, si lasciò scappare a mezza voce:—È vero che, per un camerata, bisogna, come si dice, chiudere un occhio… perchè una mano lava l'altra…. questo si sa; ma se colui tarda a capitare, non so come l'andrà a finire…

In quella che così diceva il soldato, s'udì un passo su per le scale; e un giovinotto, soldato anche lui, fu lestamente in cima; guardò se non fosse spiato, poi venne franco al compagno.

—Sei tu?

—Non mi vedi?

—Va là…. non perdere un minuto…. t'ho dato parola, e ti lascio fare; ma quasi, quasi son pentito….

—Eh, tu sei galantuomo, Maldura; sei un buon camerata…. e l'abbiam fatta insieme la maladetta vita. Ma dì…. hai potuto scavare quel che mi preme?

—L'ho fatto cantare quel dannato secondino; e, se non fallo, la porta è quella là.

—Bene.

—Ma fa presto, sangue di me!…. ch'io non vo' stare alla catena corta, per amor tuo.

—Oh! tu hai fatto anche troppo…. è una parola che io voglio dire a un amico; e tu, credilo pure, fai un'opera di buon cristiano.

Non avevano scambiate fra loro, a sommessa voce, queste poche parole, che di già l'ultimo venuto, s'era messo accosto all'uscio ferrato che il compagno gli additava; si chinò a terra, e fece strisciar sotto l'imposta una cartolina ripiegata che tolse fuori dalla manica del suo guarnaccotto di grossa tela.

Damiano che, avvezzo già abbastanza al monotono alternar del passo d'una sentinella, nulla aveva udito di quanto s'eran detto i due soldati, stette un poco senza pur guardare verso la porta, preoccupato com'era dal pensare a ciò che sarebbe stato, se tanto si aspettava a far giustizia anche a lui. Ma un tocco leggiero che intese nella porta, gli fece volgere il capo; e senza poter nemmanco immaginar che fosse, corse a raccoglier quella carta, e l'aperse. Non erano che due linee sgorbiate a fatica su rozza cartaccia, sgrafii neri che somigliavan più uncini da stadera che parole. Ma Damiano comprese tutto; appena le tenne in mano, e riuscì a dicifrare una di quelle parole, tremò, divenne pallido, fissò gli occhi alla porta; pur non intese più nulla. Rilesse da capo: quella carta, dirizzate un po' l'aste, e messe a luogo non so che lettere rimaste nella penna, si poteva capire così:

"Ricordati, Damiano, che non sei solo; il povero Rocco è tornato; e, dovesse morire, farà qualche cosa per te".

Non aveva finito di leggere, che quel tocco alla porta fu ripetuto; e una voce, che da tanto tempo non aveva udita, sommessa pronunziò:

—Damiano!

—Dio del cielo! sei tu, Rocco?….

E corse, quasi fuor di sè, contro all'uscio sprangato, come se volesse gettarsi nelle braccia dell'amico suo. Il buon Rocco stava dall'altra parte, contentone d'esser riuscito a farsi conoscere, e cercando se mai, per qualche fessura, gli venisse fatto di vedere la faccia del suo Damiano.

—Damiano! diceva intanto: chi m'avesse detto che t'avrei trovato qui?…. È una gran birbonata che t'han fatto, lo so bene!… Oh, se potessi!… Intanto, è stata la Provvidenza che mi fa capitar qui adesso… Io ho del cuore…. sai? E per te…

Il giovine prigioniero si sentiva troppo commosso per poter rispondere: i pensieri gli si confondevano, gli pesavan sul cuore; non sapeva trovar nulla da dire a quell'uomo ch'eragli stato più che amico, più che fratello, che s'era sagrificato per lui. Sentiva che altro non avrebbe potuto se non istringerlo sopra il suo cuore…. E gli era impossibile.

—Damiano! tornò Rocco a dire: posto che questa maledetta porta non vuole che io t'abbia, per adesso, a vedere…. oh parlami! dimmi che sei contento di me… che mi vuoi bene ancora…. Ho tante cose a raccontarti anch'io….

—Rocco, mio Rocco!…. cominciò Damiano quasi piangendo: tu sei cento volte migliore di me…. Il Signore ti vuol bene, perchè t'ha dato un cuore, come nessuno l'ha al mondo…. Ma io, cosa potrò mai far io, per tutto quello che hai fatto per me?….

—Lascia andar questi discorsi adesso; c'è ben altro a pensare…. Io non ho che un quarto d'ora, o poco più, da poterti star vicino… È stato il Maldura, un mio camerata che, messo qui di guardia, m'ha lasciato fare il tiro…. Oh ti conterò tutto: ma prima, dimmi: dov'è la mamma Teresa? lo sai…. E lei? il mio angelo custode?….

—Rocco! non le hai vedute? non ne sai niente tu?…. Io sto qui a morire, da più di due mesi; non so più nulla di nessuno…. E non ho fatto del male, vedi, è stato un tristo accidente…. Ci ha da voler tanto a conoscere la verità?

—Dunque non sai niente anche tu?….

—Ma perchè parli così?… Non hai cercato di loro? Non le hai vedute? non sei stato in casa?

—In casa? no.

—Ma perchè non ci sei stato?

—Ci son tornato tre volte su quelle scale, ne' due dì passati; perchè, devi sapere che sono arrivato qui al principio della settimana, insieme a una compagnia de' nostri che mandano al paese… Come ti diceva dunque, ho parlato con la Margherita, quella vostra vicina; e fu lei che mi disse che…. la mamma Teresa aveva cambiato di casa; e che, quanto a te, un pezzo fa, una domenica… t'avevan messo qui dentro, e buona notte!

—Oh Rocco! in che momento ci troviamo!

—Cosa dici?…. Non crucciarti, sai, non pensar male…. E poi, c'è rimedio a tutto, quando si ha del cuore e la coscienza netta….

—Mi pare impossibile! È un miracolo del cielo…. Ma tu, Rocco, com'è che sei qui? Non sono venti mesi, da quel dì che la tua anima così grande t'ha fatto partir soldato per me…. e hai potuto tornare?….

—Se te l'ho detto, la è una storia lunga…. vorrei bene che tu la sapessi; e hai ragione di dire ch'è un miracolo, se son qui. Malann'aggia quest'uscio che sta fra noi due! Verrei così di gusto ad abbracciarti, a stare un po' con te, a dirti la mia storia.

—Non andar via, no; conta su, parla di te; è la prima voce che sento da due mesi, la prima che sento nell'anima…. ed è la tua, Rocco!

—Tu sei ancora quello, Damiano! che sia ringraziato il cielo. Starò qui presso, finchè il camerata non mi strapperà via…. È un buon cuore anche lui, il Maldura…. e se tutto quello che sentiamo dentro di noi, lo potessimo fare…. Basta, non è questo che importa adesso. Senti, Damiano, non son più quel Rocco d'una volta, a cui n'han fatto d'ogni stampa; ho messo giudizio anch'io, cioè ho cominciato a fidarmi poco degli uomini: ma non li ho pagati della stessa moneta ch'è toccata a me! Ho fatto una vita dannata abbastanza, là, in que' paesi luterani: eravamo sul confin de' Turchi, e non c'era poco da fare a tenerli indietro que' maledetti del turbante. Il loro mestiere è di nettar le stalle di que' patacconi del paese, portando via e bestie, e fieno, e tutto…. E noi mandati là, poveri diavoli, a far penitenza de' nostri peccati! Una notte, d'inverno…. è sempre inverno là… io, con altri sette de' nostri, facevamo la ronda a una terra di confine; non c'era strada, e s'andava giù, fino alle costole, nel fango e nella neve; alcuni, per conforto, avevano accese le loro pipe…. quando, all'improvviso… pin, pan, pan, pan… una ventina di que' cani rinnegati, ci serrano addosso…. e noi saldi là! Era il buon momento di pigliar caldo; ci siam fatti insieme, e giù una furia di schioppettate alla fortuna…. Li vediam voltare i cavalli, e in mezzo alla notte sparir come il vento…. Ma un di loro, scappando via, si butta indietro, tira…. e l'è toccata proprio a me! Son restato là per terra, come un asino; e quando il Maldura mi levò su, e lui e un camerata m'han portato via, e poi lasciato giù al nostro ospedale, io non ho saputo più altro. Dopo un mese, quando Dio ha voluto, son tornato in piedi; ma la palla di quel Turco dell'inferno m'era entrata in un braccio…. e il tuo Rocco aveva finito di far l'esercizio. Io però ho ringraziato il cielo, pensando subito che guadagnava cinque anni, e che forse sarei tornato a casa.

—Rocco, Rocco!

Così, con tuono basso ma focoso, scrollandolo forte per un braccio, lo chiamò il camerata. Ma egli non sapeva staccarsi da quel fianco dell'uscio, a cui s'era appoggiato.

—Rocco! e tutto questo, tu l'hai fatto per me! dicevagli Damiano.

—Sì, sì…. ma adesso bisogna ch'io ti lasci qui e dia la volta.

—Non andartene così!

—È il Maldura, vedi, è lui che mi strappa dal muro; è finita la guardia, e anche lui ha ragione…. Ma, lascia fare a me; tornerò…. ti darò conto di tutto….

—Ah sì; voglio saperlo, dove sono mia madre e mia sorella… Va, va, buon Rocco, non perder tempo. Che il Signore t'accompagni!

—Damiano! Non la darei quest'ora, per niente al mondo.

I due soldati s'allontanarono. Damiano tese l'orecchio finchè potè udire il suono de' loro passi: poi, quando non intese più nulla, strinse le mani, guardò in cielo, e il suo pensiero si levò con fede al Signore.

I giorni, e le settimane passarono, E Damiano altro non seppe nè di Rocco, nè de' suoi: questo dubbio era per lui un'angoscia mortale; e ricaduto nella disperazione e nelle cupe fantasie di prima, ammalò. Il medico delle prigioni, la seconda volta che lo vide, provò per lui simpatia; e persuaso che il male provenisse, più che d'altro, dall'incertezza che l'aveva oppresso, s'arrischiò di farne parola al giudice inquirente. Il quale, uomo giusto e di cuore, ottenne che in due giorni fosse spacciato quello a cui non erano bastati due mesi.

E Damiano, appena si riebbe, fu levato dal carcere e condotto alla presenza dall'autorità; e dopo serie ammonizioni per lo avvenire, gli fu detto ch'era in libertà, essendo stato sospeso il processo, per difetto di prove legali.

Capitolo Decimoterzo

L'abate Teodoro, uno de' cappellani dell'Ospital Maggiore, tornava, sul cadere d'un bel dì d'ottobre, lungo la strada che fiancheggia il canale interno della città, fra il ponte di porta Tosa e quello di porta Romana; dove appunto si chiama il Naviglio dell'Ospitale. Tornava solo da un breve passeggio, per ricondursi alle malinconiche stanzette che gli servivano d'abitazione in quel vasto edificio, nel quale a migliaja vanno a morire ogni anno i poveri di Milano e del contado. Egli non era vecchio: alto della persona, ma alquanto incurvato, avea lineamenti fortemente scolpiti e pallidi, lo sguardo pensoso e quasi sempre mezzo velato dalle palpebre: il suo passo rapido, come di persona sollecita d'arrivare al termine della sua via, e qualche involontario gesto con cui l'avresti veduto risponder talora all'interna agitazione, mostravano in esso l'uomo che conosce la vita e il dolore, e che animoso e forte vuol compiere quaggiù la vece che gli fu posta.

Era un giusto e sapiente prete, che amava l'oscurità, e l'umile coraggio d'una vita tutta di sagrificio e d'amore. Egli che, uscito appena del Seminario, e annoverato già fra i più eletti novelli sacerdoti, per dottrina teologica, congiunta a un assiduo studio d'erudizione civile, avrebbe potuto a buon diritto pretendere a qualche invidiata ecclesiastica dignità, o aspirare alla celebrità di sacro oratore, aveva chiesto invece un posto pericoloso, poco ambíto, ignoto quasi del tutto, quello di coadjutore spirituale al servizio de' poveri infermi dell'Ospitale maggiore. E colà, dove sapeva maggiore il bisogno di portar la parola di consolazione e di verità, egli viveva da sedici anni, modesto, non conosciuto dal mondo, come il primo dì che v'era entrato; ma benedetto più che padre, più che amico, da tutti gl'infelici che aveva confortato a patire, a rassegnarsi, a morire; da tutti i suoi fratelli che sortirono quaggiù l'eredità della disgrazia, e ne' quali volle imparare a conoscere, ad amare la gran famiglia umana. Amico di pochi altri preti, e di qualche giovine saggio e onesto, che per venirlo a ritrovare volentieri attraversava il malinconico ponte che mette al gran cortile dell'Ospitale, l'abate Teodoro passava i suoi giorni nella spontanea e sublime annegazione di sè medesimo, adoperandosi al bene, contento se gli rimanesse un'ora da consacrare alla vedova inferma, circondata dalla sua corona di figliuoli, o al vecchio povero e vergognoso languente sulla paglia nella buja soffitta, o all'artigiano che la febbre aveva strappato dal lavoro: e tra questi egli soleva spartire il frutto del suo piccol beneficio, del quale gli avanzava la maggior parte, comechè di ben poco gli facesse bisogno per vivere. Era, in una parola, uno di quegli uomini, de' quali così scarso è il mondo; che non sono nati per sè stessi, e che, non curando le spine del sentiero, insegnano a' proprii fratelli la vera virtù, la vera filosofia della vita, camminando sempre animosi e sicuri, colla coscienza che Dio, come disse il poeta:

Fece l'uom buono a bene….

Quel dì, l'abate Teodoro, più mesto e preoccupato del solito, s'incamminava a casa con passo lento e ineguale, pensando al tristo caso d'una povera madre ch'egli aveva poche ore prima assistita nell'agonia. Essa era morta di lenta e penosa consunzione, lasciando quaggiù dieci figliuoli: tre maschietti, il maggiore de' quali su' quattordici anni, e sette fanciulle, tapine creature, pressochè tutte rachitiche o scrofolose, a cui poco o nulla valeva d'avere il padre, lavoratore di seggiole di paglia, già logoro anch'esso dallo stento e dagli anni. Il pensare, che nel giro della superba e splendida Milano, languivano, come quella, tant'altre famiglie alle quali non poteva bastare la larghezza della pietà cittadina; il ricordarsi ch'egli stesso era l'ultimo d'una numerosa famiglia venuta in basso, e che aveva veduto morire in breve tempo padre e madre, e andarne disseminati fratelli e sorelle alla ventura nel mondo, moltiplicando il numero degl'infelici; queste e altre più amare considerazioni avevan raccolta una tetra nube sull'anima del buon coadjutore. V'ha di tali uomini che hanno bisogno di vivere nel sentimento del dolore; che in esso ritemprano, per dir così, le loro forze contro le ingiustizie terrene e la legge de' violenti; uomini che nacquero colla coscienza della sventura, accettarono severi e tranquilli le più difficili prove della vita, e che, giunti al fine della loro carriera, potranno dire come il forte antico: Il Signore mi coperse collo scudo della sua buona volontà. Essi vivono combattendo e sperando; essi sperano, perchè sanno che la sventura stessa è utile, quando s'afforza colla ragione; e che senza fede non c'è libertà.

Nel momento che l'abate Teodoro, giunto all'angolo d'un antico murello, prima di svoltar nella via di San Barnaba, che riesce dalle mura al ponte dell'Ospitale, levava gli occhi, raccogliendo alla persona la cappa, s'accorse d'un uomo che veniva innanzi a onde, tentennando a ogni passo, e facendo prova, ma invano, di tenersi alla muraglia. Quantunque si fosse fatto sera, potè vedere, al lume della lanterna della via, che quell'uomo col pesto cappello calcato in testa, e coperto di luridi panni, lottava a fatica contro i fumi del vino, e falciava l'aria gesticolando colla destra, in atto d'ira e di maledizione. Scorse poi che, sotto l'altro braccio, egli si teneva ravvolto qualche cosa entro una vecchia coltre, della quale i lembi cadenti scopavano il terreno; e l'udiva bestemmiar con rotte voci, che gli vennero un poco distinte quando colui si fe' più vicino, senza pensare d'esser tenuto di vista.

—Malann'aggia! diceva esso.—L'uomo e la ragione…. sono due cose!…. Io sono un povero diavolo, non sono un uomo io….—E qui dava in uno scroscio di risa.—La fame…. cosa importa mai? è una brutta strega…. la fame! bisogna farla affogare in un tino di vin nuovo…. Anch'io fo così! quando ho fame, bevo…. Evviva la ragione!…

Queste parole mettevano un brivido al coadjutore, il quale avrebbe voluto pur sapere che cosa quel disgraziato portasse con sè; e fece per accostarsegli; ma lo teneva indietro il raccapriccio di veder l'anima, soffio di Dio, fatta così vile e imbrutita in una delle sue creature.

—Ah! ah! ah! ripigliava l'ubbriaco.—E la mia donna?… Io per me la lascio piangolare a conto e dir le litanie…. E men vo a berci sopra…. Senti, signor oste! tu sei il solo a cui do del signore…. senti bene! La mia donna mi fa un'altra creatura; bisogna cercarle un padrino…. non sarebbe buono quel barlotto che tu sai?… No? pazienza. C'è ancora la Cà grande…. A' figliuoli di nessuno ci pensa la Provvidenza!… È una gran bella invenzione la Provvidenza!… Allegria in casa!… Presto dunque, oste del buco d'inferno…. un'altra gocciolina! Prendi questa povera stroppiatella…. e porta di quel da tredici!…

Il prete s'accorse, mentre il cencioso ubbriaco gli passava a fianco, che quella lacera coltre da lui trascinata dietro involgeva una creaturina appena nata; la quale, soffogata forse dal paterno braccio che forte la serrava, mise allora un vagito.

—Taci là, figlia della miseria!—gridava, sbarrando gli occhi e levando la destra sulla testina dell'innocente, quel miserabile—Taci! hai già imparato da tua madre a guaire?… Quella grama me n'ha già dati cinque della tua stampa, e se non ci fosse la santa che protegge i colombini…. lo so io quel che farei…. Taci, che non ti sentano, chè non vo' portarti indietro, io!—

E la bambinella a vagire di nuovo. Quel padre snaturato ruppe allora in altri accenti più pazzi che feroci; e il prete inorridito volle correre per istrappargli quella innocente, paventando forse un gran male. Ma colui, credendosi inseguito, precipitò i passi, giunse allo sportello di quella ruota, la quale nell'ore buje s'apre ad accogliere il deposito sacro di tante infelicissime, a cui la povertà o la colpa negò di portare in faccia al mondo il più bel nome che suoni in ogni idioma. Colà fermossi, girò gli occhi intorno, come fa la fiera che sente il cacciatore, svolse dalla coperta la bambinella, e fattosi innanzi barcollando, a stento riuscì a deporla entro l'oscuro pertugio; fece rigirar l'assito; poi, non potendo tenersi di metter fuori un urlo di gioia, s'avviò difilato verso il ponte, e cominciò a cantare non so che ribalda canzone da taverna, frammezzata di rochi strilli.

Addolorato da quella funesta scena, ma sollevato in una dal terrore che provò per la disgraziata creaturina, l'abate Teodoro, come la vide in sicuro, fatto più malinconico di prima, studiò il passo e rientrò nell'Ospitale, per quell'andito che fa capo al ponte.

Il buon prete che, al finir d'ogni sua giornata, benediceva al Signore, perchè gli avesse dato di rasciugar qualche lagrima, di versare in un'anima immortale il balsamo d'una pia speranza, con alcuna di quelle parole che fanno ritornar l'uomo a sè stesso; il buon prete aveva in quell'ora così pieno d'amarezza il cuore, che sentiva più doloroso il vuoto delle cose umane; e, dubitando quasi di sè, provava un ineffabile bisogno di raccogliersi nella pace dal santuario. Entrato nella piccola chiesa dell'Ospitale, s'inginocchiò. E pregando per quel miserabile e per la sua creatura, il pensiero di lui levossi alla sorgente d'ogni puro sentimento e d'ogni verità, a Dio; e contemplando coll'animo i grandi beneficj della Provvidenza, sentì rimorso della sua tristezza, e pianse d'aver dubitato un istante.

Uscito della chiesa, svoltò alla manca, e per il portico del cortile maggiore passò nella più antica parte del fabbricato, che è quella fatta innalzare da Francesco Sforza; e salita una scaletta riservata, si trovò nelle due stanze ch'erano a lui destinate in quell'abitazione del dolore e della morte.

La povera bambinella, che aveva veduto poc'anzi abbandonata nel primo dì della vita, forse a morire prima del tempo, forse a cercare invano il seno di mercenaria nutrice, gli richiamò alla mente, per una di quelle non rade corrispondenze de' pensieri, una memoria lontana, infelice; la memoria d'un fatto, che gli stava da un pezzo nel cuore, e del quale, con molto suo dolore, e per quanto gliene premesse, non aveva mai saputo riunire le rotte fila.

Appena giunto nella sua nuda cameretta, l'abate accese il lume, e frugò in un cassettino dello scrittojo, che ingombro di libri e fogli era situato sotto la finestra; di là tolse fuori un piccol fascio di carte. Il suggello della sopracoperta appariva rotto, ma il piego era annodato da una cordicella, di cui suggellati erano i capi. Si pose a sedere allo scrittojo, e con mano inquieta, aperto ch'ebbe il piego, fece scorrere parecchie carte, e si pose a leggerne alcune.

La prima di quelle carte, ch'egli andò a scegliere fra l'altre, come quella che fosse la più importante o la più preziosa, era la copia d'un antico atto d'esposizione cavato da' registri della Pia Casa di santa Caterina alla Ruota: v'erano descritti, insieme al nome e cognome che a caso vien posto al trovatello, gli altri contrassegni più precisi che potessero valere a constatarne l'identità personale.

Quell'atto portava in fronte la colomba col ramicello d'ulivo in bocca, emblema pietoso della pace del Signore, e, assicurata al disotto con suggello, come contrassegno di riconoscimento, una mezza immagine di sant'Anna, trovata sul bambino:

Il giorno 16 N. 183
Ottobre 1811 1811

_Dalla P. C. degli Esposti a S. Caterina alla Ruota

Nome Rocco R***

Età: anni — mesi — giorni due

trovato nel torno nella scorsa notte

alle ore 8-3/4 pomeridiane

involto in

Pannilini num. 3 di tela fina orlati di merletto.

Copertine, num. 2, imbottite di percallo cilestro

Fascie num. 1 fine.

Cuscini num. 1 con. fodera bianca di tela battista ricamata.

Cuffini num. 1 di mussolino ricamato, foderato di seta azzurra.

Camicietta num. 1 di tela grossolana, marcata in cotone rosso colla lettera E. Un piccolo Agnusdei di panno bianco e nero, trapunto in seta bianca con un

I H S.

Si è fatto battezzare il giorno 16 ottobre 1811_

Oltre a codesta carta, che il prete trascorse rapidamente coll'occhio, eranvi alcune lettere di diversa data e senza alcuna sottoscrizione. Fra quelle, a studio ne tolse fuori una, meno lacera e senza soprascritta, della quale vedevansi qua e là cancellate le parole: la scrittura appariva stentata, confusa; ma il contenuto era veramente l'espressione d'un'anima sventuratissima: e il buon prete, rileggendola, lasciava cadere a quando a quando fra le palme la testa, e gli venivano le lagrime.

«Signore!

«Se merita compassione una povera infelice, che ha perduto tutto a questo mondo, virtù, salute, onore, e quasi anche la vita, oh! non rifiuti almeno di ascoltare forse le ultime mie parole. Lei sa quello ch'io era, e a che sono ridotta; io non accuso nessuno della mia disgrazia, fuori di me stessa: ho tanto pianto, ho tanto pregato, che spero il Signore vorrà perdonare a me, e a lei pure. Sono tre anni, posso ben dirlo, che ho cominciato a morire; e in tutto questo tempo, lei non volle più vedermi, nè sentir più a parlare di me: eppure, se sapesse ciò che io ho patito, non mi lascierebbe finire così colla disperazione nell'anima. Una povera donna, che non ebbe altro conforto, altra speranza nella sua colpa, fuorchè una parola, un nome, che non potè mai sentir pronunziar dalla sua creatura, vive in miseria, nell'angolo d'un solaio, nascosta agli occhi di tutti, e oramai senza forza di levarsi dal letto del suo dolore. Questa donna merita lo stato a cui è venuta, perchè si lasciò ingannare, tradire, perche tradì i proprj doveri; ma le han tolto il suo figliuolo, gliel'hanno levato dalle braccia appena nato, dandole a credere che ben presto le sarebbe restituito; essa tacque, chinò la testa e pianse. La meschina non aveva più madre nè padre, nè nessuno al mondo; era stata per un mese invidiata, felice, circondata d'illusioni, vestita di fiori e di veli, come una povera vittima; poi discacciata, sola, nella vergogna e nell'infamia, collo spavento della vita e della morte. Cosa mai le restava a fare, se non che gettarsi, senza pensar più altro, nell'abisso che le era aperto dinanzi? Pure, trovò un po' di forza in sè medesima; e il pensiero di un innocente, frutto del suo peccato e maledetto per lei, questo pensiero l'ha salvata. Allora, ebbe la fede di vivere per lui soltanto, d'inginocchiarsi dinanzi a lui, di trovare nell'amor suo quel perdono che non ardisce domandar al Signore. Aspettò tre anni, e aspetta ancora…. Ma, adesso non è più tempo; il dì tremendo s'avvicina; e Dio avrà presto finito di contar le mie lagrime. Oh! che almeno Egli non le trovi poche al paragone della mia colpa!

«Se le resta qualche memoria del passato, o signore, non disprezzi la preghiera d'una povera moribonda: io non prego per me, ma prego per il mio figliuolo; ch'esso almeno non abbia a portare su questa terra la pena del suo nascimento, che non abbia a maledire il nome di sua madre!… Dopo tanto cercar di lui, ho saputo che vive ancora, ma lontano di qui, ma in tal luogo, dove a me sarebbe adesso impossibile ritrovarlo. In questo momento terribile, rinunzio volentieri alla speranza di vederlo una sola volta: così Dio mi tenga conto del sacrificio! Ma un pensiero, un rimorso che non mi lascia mai, è lo spavento ch'egli, nato nell'obbrobrio, cresciuto nella povertà, possa forse un giorno mettersi per la strada del vizio e del delitto…. Oh! fate, mio Dio, ch'egli almeno viva e muoja innocente, ch'egli sia salvo, s'io debbo morire disperata! Perdonatemi, o Signore, perdonatemi in lui!

«La forza di scrivere questa lunga lettera ha esausta la poca lena che mi restava: ora non ho più nulla a fare quaggiù. Chi sa se il buon sacerdote, che venne a confortarmi il cuore coi pensieri della religione, che mi parlò della infinita misericordia di Dio, e mi sostenne in quest'ultima giornata, vorrà incaricarsi di portarle queste parole d'una poveretta, che lei forse ha da tanto tempo dimenticata? Ascolti quell'uomo del Signore, che verrà a ricordarle il mio nome, il nome di una, che fra poche ore sarà morta. Egli le raccomanderà il mio figliuolo; gli provveda almanco di che vivere una vita sconosciuta e onesta; io la scongiuro, per tutto quanto lei ha di più sacro!… Si ricordi, che tutti abbiamo a morire, e che ogni nostra buona azione è scritta in cielo. Non lo sanno gli uomini, ma Dio lo sa chi sia il padre del mio povero figliuolo!… Oh se avessi la consolazione di finire nella certezza che quell'innocente non sarà abbandonato del tutto, benedirei il Signore di morire così presto, a venticinque anni, senza aver gustato una sola ora di felicità! Ma così…. Egli m'assista, e non mi tolga la fede e la speranza!»

«Marianna».

Letto ch'ebbe, l'abate Teodoro si rasciugò gli occhi, e sospirando disse:—Parmi ancora di vederla quella disgraziata, là sur uno stramazzo disteso a terra, tutta tremante, e senza pur la forza di piangere…. Era una giornata piovosa del marzo…. Povera donna! e morì rassegnata…. Ma quel potente signore, che volle come ridere allorchè io gli parlai, che rifiutò d'ascoltarmi quand'io m'arrischiava di mettergli dinanzi agli occhi quella scena…. Mi pare ieri!—Signor abate: mi disse: ella mi piglia un tuono che non s'usa più con certe persone…. In verità, non capisco di chi voglia parlare…. E poi, a che pigliarsi fastidio di cose che succedono tutti i giorni?… Il mondo è fatto così!—Queste erano le sue risposte. Buono ch'io non son solito a darmi vinto così presto! quando tornai all'assalto, quel signore alzò la voce, ma io parlai più forte di lui; allora il vidi venir giù a poco a poco, raumiliarsi, promettere di far qualche cosa. Che uomo!

Qui prese un altro di que' fogli; e come per tener dietro al filo de' pensieri che l'occupavano, vi corse sopra cogli occhi. Quel foglio, a lui medesimo indirizzato, era questo:

«Reverendo Signore!»

«Ho l'ordine di passare nelle sue pregiatissime mani la somma di milanesi lire seimila (dico L. 6000) da investirsi per la causa e ne' modi a lei noti; della quale somma ella potrà disporre, come e quando crederà meglio, a beneficio della persona per cui ebbe già ad interessare l'illustrissimo signor ****. Lo stesso illustrissimo signore dichiara però, secondo anche le precorse intelligenze, che non intende assumere nessun obbligo verso la detta persona, considerando questo assegno quale semplice e graziosa donazione.»

«Ciò mi onoro parteciparle, per espressa commissione, e starò attendendo il piacere di Lei, reverendo signore, per disporre il pagamento della somma sovraindicata; mentre mi protesto con tutta la stima,

Di Lei,
«dev. obbl. umil. servitore.
«M.*** procuratore.»

In seno a questa lettera c'era copia della ricevuta delle seimila lire che l'abate Teodoro aveva trasmessa a quel signore; comechè fosse persuaso che nulla di più sarebbegli fatto d'ottenere a pro dell'orfano d'una madre più disgraziata che colpevole, della quale, come ministro del Signore che perdona, volentieri aveva accettato la misera eredità. V'era pure una cartella del Monte dello Stato, portante l'annuo reddito di fiorini ottanta; poichè il prete, null'altro sapendo se non che il fanciullo era tuttora vivente, senza averne mai potuto scoprire alcuna traccia, volle serbar intatto e sicuro quel tenue peculio, ch'egli considerava come proprietà d'un suo pupillo. Anzi, per trovar modo a togliere dalle strette il giovinetto, ove la sorte favorisse le sue ricerche, aveva dato a frutto, d'anno in anno, presso un buon notajo di sua confidenza, gl'interessi di quella rendita a lui intestata; e così mano mano, sendo corsi quasi vent'anni, egli era giunto a raddoppiare il piccolo capitale. In ogni caso poi, pensava che, alla sua morte, quel danaro sarebbe stato de' poverelli. Le ricevute di que' frutti e le quietanze del notajo presso il quale avevali dati a mutuo, con uno specchietto delle somme relative al credito, erano fra quelle carte, unite tutte, dalla prima all'ultima, con un ordine scrupoloso.

Bisogna dire che l'abate Teodoro non avesse perduta ogni speranza di sdebitarsi del sacro dovere assunto; giacchè, dopo ch'ebbe ripassate le carte, le quali non credemmo inutile di por sott'occhio al lettore, pigliò, con non so quale convulsiva agitazione, un fascetto di lettere ch'era entro lo stesso cassettino dello scrittojo donde levò prima il piego.

—Ecco qui—diceva, trascorrendole e tornando a leggerne qualche brano, costretto quasi dall'intima forza del pensiero che quella sera lo signoreggiava—ecco qui l'attestato, come il Luogo Pio consegnasse a una balia in campagna il fanciullo; ecco le fedi di sopravvivenza di lui, firmate dal parroco, colle quali i contadini che l'avevano ricoverato venivano a ricever due volte l'anno quel poco di roba e danaro, che suol dare la Casa. Dopo il diecinove, quando il fanciullo poteva avere poco più di sett'anni, non ne trovai più indizio.—Tacque, e stette alquanto sopra pensiero.—Oh! se non fosse morto quel buon parroco di ***, ch'era proprio il padre della sua greggia, uom di senno e di cuore, come ne abbisognano alle nostre campagne, forse ne saprei di più…. Quell'ottimo amico era pur riuscito a seguir la traccia del povero giovinetto…. Era ben lui che allora mi scriveva: «Questo povero fanciullo pareva scemo dell'intelletto; la famiglia che il teneva in casa, lasciavalo tutto il dì solo nella campagna…. più d'una volta io stesso, ne' miei passeggi, lo trovai seduto su qualche rialto di terra, a guardar il sole, e mi faceva una gran compassione…. Un bel dì, non fu più visto nel paese: seppi però, da un curato amico, come fosse ricoverato qualche notte in un casale della sua parrocchia: ho scritto alla Deputazione di quel paese, e n'attendo risposta….»

—E in quest'altra:—«Non credo ch'egli sia morto, come voi dubitate; però, credo che non torni facile seguirlo nel suo misero pellegrinaggio. Ho saputo, or fa qualche mese, che un fanciullo perduto, di quattordici anni all'incirca, che potrebbe anche esser lui, fu visto a****, piccola terra a un venti miglia di qui. Se il Signore non ha avuto pietà di lui, se non lo tolse ancora di mezzo alle miserie di questo mondo, si dovrebbe pure, una volta o l'altra, averne contezza: potrebbe, fors'anche, essere stato chiuso in qualche pio ricovero come derelitto…»

—E un mese di poi, era ancora lui che, venuto a Milano, e passato apposta a ritrovarmi, mi diceva, ben me 'l ricordo: Ho speranza di farvi saper qualche cosa del vostro infelice orfanello; ho raccolte le più piccole circostanze, che mi danno non so quale conghiettura più fondata di ciò che avvenne di lui; ve ne scriverò al più presto.—Furono le stesse sue parole…. Ma!… dopo alcune settimane, quel brav'uomo non era più! Ed io non seppi far più nulla; e queste carte sono ancora qui, e tutto mi sta, come un rimorso, sulla coscienza….

Capitolo Decimoquarto

In quel punto, don Teodoro intese alcuni colpi leggieri e ripetuti all'uscio della scaletta; presumendo già chi potess'essere, si volse appena dallo scrittojo, e domandò:—Che c'è di nuovo?

—Don Teodoro, venga presto…. al numero trent'uno, crociera dell'Annunziata: una grama creatura, che, può darsi, ma non arriva a vedere il domani….

Così rispondevagli, entrando nella stanzuccia, un vecchio infermiere, colla cadente sopravvesta di tela verde e un goffo berrettino di felpa dello stesso colore, che appena proteggeva il suo calvo cucuzzolo. Era il capo infermiere delle crociere delle donne, un poveraccio che aveva consunto sessant'anni di vita fra le mura dell'Ospedale e quelle del vicino asilo de' trovatelli: dove, come tant'altri figli di nessuno, ebbe egli pure la sua culla e una capra per balia, e dipoi un tozzo di pane, fino a quando gli riuscì, per buona sorte, di farsi impiegare prima come portantino, poi come infermiere dello spedale: tutto il suo mondo era là. Vedeva entrare malati, feriti, agonizzanti; uscir pochi vivi, a furia i morti; sentiva passeggiando, colle mani intrecciate dietro le schiene, per le crociere affidate alla sua vigilanza, i lamenti d'uomini, di donne, di fanciulli e di vecchi, che finivano d'ogni guisa di morte: e per lui era lo stesso, una cosa naturale; vi poneva mente quanto il capo dell'orchestra, prima che s'alzi il sipario, agli stentati accordi de' suonatori. Egli soleva riconsegnare al povero, che partiva sano e allegro, i pochi panni con cui era venuto, con la medesima indifferenza che mostrava nel tirare il lenzuolo sulla faccia di quello che aveva appena reso l'anima a Dio. E con tutto questo, il Ghezzo, che così lo chiamavano tutti, perchè vestito, com'era sempre, di color verde, somigliava al ramarro a cui il lombardo dà siffatto nome, era forse il più galantuomo fra tutti gl'inservienti dell'Ospedale. E quantunque un po' brontolone, dove appena potesse far cosa alcuna per secondare il desiderio de' suoi ammalati o de' parenti, allorchè capitavano a visitarli, senza però transigere col proprio dovere, lo faceva volentieri; nè v'era pericolo che volesse il compenso nemmen della croce d'un quattrino. Il Ghezzo era una particolarità del suo genere: in quella casa del dolore, in mezzo alle tribolazioni, egli era dappertutto, egli dava orecchio a tutti i guaj; tirava innanzi con una buona scrollatina di spalle; ma poi faceva, come si dice, l'impossibile per ajutare chi ricorresse a lui; nè gli mancavano le occasioni.—Se i poveri diavoli non s'ajutano un po' per uno, diceva, chi volete che faccia per loro?…

—Don Teodoro! ripetè egli, vedendo che l'abate, contro il solito, era distratto: Faccia presto, le dico, se vuole arrivare in tempo.

—Andate innanzi: secco rispose: io vengo subito.

—Aspetto per farle lume, don Teodoro….

—Or bene, eccomi.

Il Ghezzo, pigliato il moccolo dallo scrittojo, precedeva il prete: e discesi così dalla scaletta, attraversarono lo spazioso cortile, e salirono al portico del piano superiore, rischiarato in quel punto dagli obbliqui raggi della luna, la quale cominciava a spuntare tersa e lucente, di sopra la lunga linea bruna formata dall'opposto lato dell'edificio. In quel vasto asilo delle miserie, in mezzo all'alto silenzio della notte, ai passi del vecchio infermiere e dell'abate rispondeva, sotto le vôlte de' portici, un'eco tanto malinconica, che don Teodoro, già prima addolorato nell'anima, diventava ancor più cupo e pensoso. Spirava un vento sottile, che faceva dondolar cigolando le lanterne appese qua e là, all'entrata d'ogni crociera; nè altro romore interrompeva quella mesta quiete notturna, fuorchè lo strepito di qualche catenaccio dischiuso con una strappata, o di qualche porta sbattuta dal vento, o il monotono rintocco dell'ore da tutti i campanili della città.

Ma, nel momento che don Teodoro, svoltata l'ala del portico, stava per entrare nella crociera dell'Annunziata in compagnia del Ghezzo, occupato, giusta il suo costume, a brontolar fra sè, vide all'altro capo del portico, in mezzo al bujo, comparir due lumi e alcune persone; e ben comprese che da quel lato un'altra infelice creatura moriva, e che un altro ministro del Signore le recava nel punto stesso il pane dell'ultimo viaggio. Quella vista lo richiamò al santo dovere del suo ministero; e facendo forza per cacciar dalla mente l'estranea sollecitudine che l'avea dominata, alzò l'anima a Dio; e, raccolti i pensieri, s'accinse più commosso che mai all'opera di consolazione e di perdono per la quale era chiamato.

Entrarono nella lunga, silenziosa crociera. Settanta povere donne, madri, fanciulle, vedove, spose, languivano colà l'una a fianco dell'altra, vittime dell'infinito numero delle febbri tifiche e acute, che sotto forme così mutabili e diverse mietono ogni anno tanta parte del popolo. Que' letti, distanti fra loro non più d'un braccio, coperti di una coltre a liste azzurre e bianche, con un piccolo crocifisso a capo di ciascuno; quella negra tabella, portante l'iscrizione della malattia e il numero del letto dell'inferma; quel numero dato a ciascuna, fin dal primo entrare, invece del suo nome, che nessuno forse pronunzierà più sulla terra; tutta questa trista scena, sebben fosse quella che di continuo aveva sotto gli occhi, non eragli sembrata mai così trista, mai non avevagli stretto il cuore come in quell'ora.

Attraversando per lo lungo la crociera, guardava di tanto in tanto, con pietosa apprensione, le povere ammalate, le quali, non potendo trovar requie, arse o abbrividite dalla febbre, sembravano come implorare da lui, con una lunga occhiata, una parola di conforto, una benedizione: avanzavasi, e ne scorgeva più d'una stendere fuor delle coltri lo scarno braccio, e bere a stento un po' d'acqua per mitigare il fuoco che le consumava; udiva qualche bisbigliata prece, qualche gemito sommesso e trattenuto di chi soffriva di più, e il respirar tardo, affannoso d'alcune da cui forse sarebbe stato chiamato fra poco. E tutte quelle creature del Signore, aspettando ciascuna l'ora sua, pativano e tacevano.

Abbenchè non passasse ora, senza che questa vista compassionevole gli rinnovasse i pensieri misteriosi e tremendi; nondimeno don Teodoro, che continuava volonteroso quel sagrifizio della sua vita, appunto perchè era per lui il sagrifizio di tutti i giorni, nè mai aveva perduto lo spirito del pietoso amore che, purificandosi in mezzo a miserie e a patimenti, diventa la virtù d'un santo, sollevava a quella vista, dal profondo dell'anima, una preghiera all'Eterno. In quell'istante, pensando a tante disavventure, a tanti dolori che sono sulla terra, egli domandava, per tutti i suoi fratelli, la rassegnazione e la fede.

Giunse allora al letto che portava il numero 31; e maravigliò vedendo che, a un'ora così tarda, contro il costume e le rigorose discipline del luogo, si trovassero ancora vicine a quel letto due persone sconosciute, silenziose, raccolte in sè stesse, nell'atteggiamento del più profondo cordoglio. Sostenuta da alcuni cuscini, se ne stava mezzo sollevata sul letto una donna già grave d'anni, dimagrita così che non si sarebbe detto giacersi un corpo umano tra quelle coltri, se i ginocchi rattratti, e le braccia stecchite e stese fuor delle lenzuola lungo l'accosciata persona non avessero indicato che su quel giaciglio una poveretta poteva ancora patire e lottar colla morte. Nel momento stesso l'ammalata stava come sotto l'oppressura di una sincope improvvisa; la sua testa era inclinata sul petto, le pupille chiuse, contornate da un lividore di morte, la bocca mezzo aperta, e senza respiro: il solo indizio che durasse la vita in lei era un convulsivo tremito delle mani, con le quali pareva far di continuo uno sforzo come se volesse premere qualche cosa che non trovava.

Era la vecchia e povera Teresa: vicina al gran passo, andava cercando con la sua mano quella del figliuolo che aveva almeno potuto rivedere prima di morire, del suo Damiano.

Il giovine, vestito di poveri panni, che stavasi vicino a quel letto, pallido, ritto, cogli occhi fissi, colle braccia in croce sul petto, era lui.

Il giorno innanzi, all'uscir della prigione, Damiano s'era incamminato, debole ancora e con non so qual turbamento nell'animo, verso casa sua. Credendo impossibile che tutti l'avessero così dimenticato, non sapeva che pensare di Rocco e del signor Lorenzo. Camminava incerto e vergognoso per le vie, quasi che tutti lo guardassero in faccia, e al pallor della sua fronte, agli abiti sdrusciti, al tremito di tutta la persona, avessero a indovinare ch'egli usciva del carcere. Ma il pensare che fra pochi momenti sarebbe stato nelle braccia della madre, ch'essa e la buona Stella lo sapevano innocente, lo confortò, gli diè lena, fecegli scordar tutto quello che aveva passato.

Per giungere alla piazza Fontana, egli aveva prese le vie poco frequentate; allorchè, tutto a un tratto, sentì chiamarsi per nome: a quella voce si guardò indietro…. e Damiamo vide Rocco che correva a lui.

I due amici si fermarono. Dopo quel lungo colloquio, dopo quello scambio di ricordanze e di forti affetti a cui s'erano invano frapposte le porte del carcere, rivedevansi finalmente. Nè l'uno, nè l'altro in sulle prime seppe trovar parola; si riguardarono muti, tenendosi strette le destre; ciò che sentivano in quel momento non avrebbero saputo dirselo.

—Ascolta, mio Rocco!… Tu lo vedi il mio cuore, non è vero?

—Oh! Damiano….. lasciam tutto il resto adesso; e parliamo di te…. di loro.

—Da tre settimane io ti stava aspettando. Dopo quel dì….

—Cosa avrai pensato di me?… Oh se tu sapessi!… Io era là tutti i giorni…. due o tre ore di fazione, là nel cortile… sotto a quella tua finestrina; e guardava in su, per niente. Non ho trovato più nessuno, dopo il Maldura, che mi desse mente a me…. Anche stamattina, vedi, ci son tornato. Oh! l'avessi pensata che l'era venuta l'ora della giustizia, tu m'avresti trovato, all'uscire, là sotto a quella porta.

—Buon Rocco! e io ti feci torto!…

—L'han capita dunque la birbonata che t'avevan fatta?…

—Non parliamo adesso: vieni, Rocco, dammi il tuo braccio…. Son fiacco, mezzo disfatto ancora; ma io voglio veder la mamma.

—Aspetta un poco…. dammi ascolto….

—Come? mi tiri indietro?… Non si va per di là…

—Capisco; ma sai bene che t'ho detto….

—Cosa?… Io non so nulla.

—Ma non t'ho contato, quando son venuto a trovarti, là in quel maladetto sito, non t'ho contato che la mamma Teresa…. aveva dovuto cambiar casa?

—Sì; ma non t'ho creduto io. E perchè avrebbe dovuto andar via così presto?…

—Senti, Damiano…. la tua povera mamma ha patito tanto dell'ingiustizia che t'han fatto. Pensa tu dunque….

—Che pensare? io voglio vederla, Rocco! Tu sai dov'è…. andiamo insieme da lei.

E così dicendo, gli tremava la voce, e con gli occhi smarriti fissava
Rocco, che del pari mal sapeva mentire a quel che aveva in cuore.

—Tu non stai bene adesso, Damiano. Vieni con me…. andiamo prima….

—No! no! no!…. Tu non dici la verità, tu vuoi darmi a intendere quello che non è…. Rocco, di' su, di' su! la mia mamma…. la mia mamma… Dio benedetto!

L'amico, vedendo sulla faccia di Damiano il terribile pensiero che gli era balenato alla mente, e che non aveva avuto cuor di significare, comprese come non tornasse bene fargli mistero della verità. Ma gli mancava l'animo, gli mancava la parola.

—Io lo so…. ripigliò, senza tremare, Damiano: la mamma è…. malata?

—Sì, un poco, ma….

—Malata, dunque? malata, non è vero?…. Torna a dirlo.

—Sì, malata.

—Quand'è così, andiamo!

—Ma, lei forse non è nemmanco avvisata che sei in libertà…. e vederti, così all'improvviso….

—Non importa! andiamo, ti dico.

—Ma io, vedi, in coscienza, non posso….

—Come? non puoi?… In nome di Dio, ov'è la mamma?

—Povero Damiano!… Intanto che tu eri là, tra quattro muri, ci sono riusciti a condur via la Stella… Dicono che l'è andata a star bene, che non ha bisogno di nulla; ho cercato io del luogo, ma fin adesso son capitato male, non n'ho cavato nessun costrutto. La mamma Teresa, quando che fu sola, senza te, senza lei, ha cominciato a dar giù, a sentirsi male…. e un dì, non potendo più stare in piedi, non avendo anima che facesse per lei, si è rassegnata…. e si è fatta portare all'ospedale.

—All'Ospedale!…

A questo grido, pieno di dolore, Rocco ebbe tempo appena di sostener Damiano tra le braccia; giacchè al povero giovine non bastò la forza di sostenere il colpo; e venne manco nel mezzo della via.

Rocco lo trascinò nella vicina botteguccia d'un falegname: ajutato dal buon operaio, lo mise a sedere sur uno sgabellaccio; e fra loro due, bagnandogli la fronte con un po' d'acqua, vennero a capo di farlo rinvenire. Rimessosi in piedi, Damiano raccolse tutto il suo coraggio; usando una gran forza a sè medesimo, rese grazie a quel falegname della sua carità, e volle uscir con Rocco, pregandolo che l'accompagnasse fino all'Ospedale. Andarono insieme; ma, essendo vicina la sera, trovaron chiuse le porte, nè, per quanto pregassero, fu loro concesso di entrare. Rocco non sapeva ove condurre il suo disgraziato amico a passar la notte: dal dì ch'egli era tornato, aveva dormito sulla paglia, in una rimessa abbandonata, dove per compassione gli davan ricovero; ond'è che vergognavasi di dire all'amico che avrebbero spartito quel letto. Teneva però ancora in serbo un dieci lire, l'ultima sua ricchezza; e pensò che l'ora di farle esser buone a qualche cosa era quella. Entrò coll'amico in un'umile osteria; volle che mangiasse un boccone; poi, scorgendolo così oppresso, così rifinito, lo persuase di porsi a letto. Damiano l'obbedì; e quasi tutta la notte, mentre Rocco s'era seduto accanto a lui, continuarono a contraccambiarsi confidenze di dolore e parole di conforto.

Fu allora che Rocco narrò in che modo avesse saputo il caso della buona mamma Teresa, e quanto gli era noto e non ebbe cuore di palesargli la prima volta che si parlarono, là nella prigione; com'egli, appena venuto a Milano, dichiarato invalido, e messo in libertà dal militare, fosse corso alla piazza Fontana, a quella casa, a quel quarto piano a cui aveva sempre pensato, in tutto il tempo ch'era stato di là dalle care montagne del nostro paese; come, arrivato col batticuore a quella porta, si fosse trovato al tu per tu con la vecchia pegnataria, della quale non ricordava più il nome; e come costei, appena udì menzionar la mamma Teresa gli serrasse la porta in faccia, dicendogli nient'altro che:—Questa è casa mia; qui non c'è nè mamma, nè Teresa; andate all'ospedale, che se la c'è ancora, la troverete!…

Damiano sostenne, impassibile e muto, quella prova, la più difficile che il cielo gli avesse mandata. Egli non maledisse, non pianse; e concentrò tutto il suo dolore in un solo pensiero, nel pensiero di riveder sua madre, d'inginocchiarsi appiedi di quel letto abbandonato. Un solo lamento, in tutta quella notte, gli fuggì dal cuore: fu quando disse all'amico:—O Rocco! avresti fatto ben meglio a lasciarmi partire allora!….. Forse io non avrei condotto così, come ho fatto, la mia povera madre a morire all'ospedale.

Quando venne la mattina, stretti al braccio l'un dell'altro, s'incamminarono, senza far parole verso l'Ospedale maggiore.

Colà non trovarono chi sapesse loro indicare dove fosse stata portata la povera signora Teresa: ma, incontrato per caso il Ghezzo infermiere, a lui si raccomandarono: egli poi, sentendosi un poco frugar nel cuore, al veder quel giovine così sparuto e quel soldato, i quali con le lagrime agli occhi eran venuti a parlargli, li condusse al letto, dove languiva da due mesi colei ch'essi cercavano. Il Ghezzo aveva pigliato sopra di sè la responsabilità dell'infrazione alla regola; e consentì che rimanessero colà, per lungo tempo dopo l'ore consuete in cui sono permesse le visite agli ammalati: quella povera inferma, era la sola forse di tutta la crociera che da tante settimane stava in quel letto, senza aver mai veduto nessuno de' suoi; e scorgendola vicina al passo che dobbiamo far tutti, pensava che l'avrebbe forse benedetto anche lui.

L'inferma s'era sollevata un poco sulla persona; e, tenendo chiusi gli occhi, pregava, rassegnavasi a tutto quello che avrebbe di lei fatto il Signore, anche a non veder più i suoi figliuoli: pensava che Stella e Celso eran ricoverati in luogo sicuro, e offeriva al cielo anche l'angoscia provata per Damiano, la cui prigionia era forse stata per lei un colpo mortale.

Quando, aperti gli occhi, vide appiè del letto quel giovine, che la guardava pietosamente, senza osar di profferire il suo nome, sorrise un poco, scosse il capo, pensando che fosse un sogno, e ricominciò una preghiera. Ma la voce del Ghezzo, che si fe' sentire in quel punto:—Ehi! non conoscete più il vostro figliuolo?…. la richiamò alla verità.

—O santi del paradiso!… Sei proprio tu, Damiano?

—Sì, mamma.

—Dunque il Signore non me l'ha voluta negare questa consolazione?

—Non io, vedi, ma quelli che volevano farci del bene a modo loro, furono la causa di tutto: adesso m'hanno conosciuto innocente, e sono quì, sono quì con te, mamma…. Oh perdona al tuo figliuolo!

E chinandosi su quel letto, strinse amorosamente colle sue la scarna mano materna.

—E anch'io, mamma Teresa: si fe' animo a dire il buon Rocco, che, venuto innanzi in punta de' piedi, s'era posto dietro l'amico, anch'io ringrazio il cielo che ho potuto tornare a vedervi! Questo mio braccio non è più che un mozzicone; ma darei l'altro, per vedervi fuor del letto.

—E la Stella, dite, mamma, dov'è?…. Perchè, lei almeno, non la trovo vicina a questo letto?….

—Oh! lei è in miglior luogo: rispose con rassegnazione l'ammalata: è in una casa del Signore.

—Come? e vi ha abbandonata così, in questo momento?… non potè starsi dal dire il giovine.

—L'ho voluto io, Damiano; se non potrò più vederla, sarà un sagrifizio di più al Signore!

—No, mamma, non dite, non dite così; Stella non ve la strapperanno dal fianco que' tali, che han fatto già anche troppo per noi…. Ma verrà il momento… perchè un po' di giustizia la faremo anche noi! Sì, coloro che v'han ridotta su questo letto, ne hanno da scontare…. E una le paga tutte.

Ma s'avvide il giovine che l'infelice donna, atterrita per le violenti parole che gli prorompevano dell'animo esacerbato, volgendo il capo dall'altra parte, sentivasi oppressa da troppo forte passione, e sfuggiva il suo sguardo. Allora, supplicando chinò il capo dinanzi a lei; e colle più tenere e soavi espressioni che seppe trovare raddolcì l'amarezza che involontariamente le aveva versata in cuore; e così egli vide dissiparsi ogni nube da quella fronte venerata e cara. Le sedettero vicino i due giovani; e quando venne l'ora di staccarsi da lei, bisognò che l'onesto infermiere promettesse loro che li avrebbe lasciati tornare prima di sera. E tornarono, nè il Ghezzo seppe tener duro; cosicchè i due rimasero colà fino a notte fatta, discorrendo colla malata di tante cose che avevano nel cuore. Allora venne a sapere Damiano come e quando la Stella fosse stata collocata nel Ritiro; e sentendo come anche Celso da parecchie settimane avesse dovuto partire col suo superiore, senza che gli fosse nota la malattia della madre, comprese quel viluppo di sgraziate circostanze che in un punto avevan dispersa tutta la sua famiglia. Poi Rocco, per tenere un po' allegra la mamma Teresa, si fece a raccontarle la sua storia di que' due anni: e Damiano era caduto in profondi pensieri.

Ma la contentezza d'aver riveduto il figliuolo, e l'impeto di tanti e così diversi affetti risvegliati da quel lungo colloquio avevano prostrata del tutto la povera sofferente. A un'ora di notte, quando il Ghezzo venne per mandar in pace i due intrusi, trovò l'inferma svenuta, bagnata di freddo sudore, e i due giovani affaccendati inutilmente per richiamarla alla vita. Lo svenimento durava da quasi mezz'ora; e l'infermiere, il quale ben sapeva che la disgraziata era a mal punto, credè opportuno di correre a far avvisati, nello stesso momento, medico e confessore.

Don Teodoro giunse per il primo al letto della Teresa; e veduti appena i due giovani, imaginò di subito che non potevano essere se non i figliuoli di quella donna. Si avvicinò a lei, e toccandole il polso, s'accorse che la vita tornava a poco a poco, e che la sincope non poteva essere che conseguenza d'una forte e subitanea commozione. Racconsolati i figliuoli, i quali tremavano che quel deliquio fosse un presagio terribile, raccomandò ben bene all'infermiere ciò che avesse a fare per riaver l'ammalata; e quand'essa cominciò a risensare, volle che la lasciassero sola e quieta, dichiarando assolutamente impossibile che s'intrattenessero più a lungo. Ma li rassicurò, vedendoli levarsi di là come insensati per dolore, ch'essa non correva pericolo alcuno, e che il dì seguente, tornando a vederla all'ora permessa, avrebbero avuto ragione di ringraziare il Signore.

A Damiano toccarono il cuore le gravi e pietose parole del prete. Pigliò la mano della madre, la baciò, senza ch'ella se ne fosse accorta; e i due amici, tacitamente attraversando la crociera, uscirono dell'Ospedale.

Capitolo Decimoquinto

Quando, la mattina appresso, Damiano e Rocco vennero alla porta della crociera dell'Annunziata, aspettando l'ora che fosse riaperta, il Ghezzo, che aveva scorti salire, fece le viste di non por mente a loro, e tirò dritto. Gli era stata fatta, poco prima, una seria ripassata da uno de' medici ispettori, appunto per la licenza che il dì innanzi aveva pigliata; e come Damiano gli corse incontro, parve non lo conoscesse più. Ma, veduta una lagrima negli occhi del giovine, non potè proprio fare l'indiano, e prevenendo la sua domanda:—State di buon cuore: gli disse: la vostra mamma vuol guarire; l'avervi veduto è stata una medicina che le ha fatto un gran bene.—Con tutto ciò, non si lasciò smuovere da scongiuri, perchè potessero entrare innanzi l'ora.

I due giovani, trovandolo irremovibile, domandarono d'andar frattanto a riverire quel buon sacerdote col quale s'erano già incontrati; e l'infermiere indicò loro la via per salire alle sue stanze.

Entrarono timidamente; don Teodoro, che se ne stava leggendo, li riconobbe subito, e volle che sedessero: poi, date loro più consolanti nuove dell'inferma ch'era stato a rivedere la stessa mattina, li animò a metterlo a parte di quel poco che credessero potergli raccontare delle loro disgrazie.

—La famiglia de' poveri è la mia famiglia: diceva: apritemi il vostro cuore, e se non mi sarà concesso di giovarvi, potrò almeno dirvi qualche buona parola, in nome di Colui che mitiga tutti i dolori.

A Damiano quasi non pareva vero di trovare un uomo che loro parlasse come a fratelli suoi; e fu vinto da quell'espressione di serietà mista d'affetto, ch'era in ogni accento del prete. Si fece animo e gli raccontò, come seppe, la breve storia della sua vita, e le disgrazie che avevan condotto a quell'estremo la sua famiglia.

Quando don Teodoro intese che quel giovine, vestito ancora della grama casacca del soldato, non era fratello di Damiano, ma l'unico amico suo; quando udì il generoso sacrificio che il buon figliuolo fece della propria libertà, per non togliere a una famiglia non sua il solo sostegno che avesse, gli si volse maravigliato e commosso, tutto consolato di trovare un'anima così rara e onesta sotto a quella ruvida scorza, così piena d'amore e di virtù. Allora, volle sapere de' fatti loro qualcosa di più; come si fossero conosciuti, e dove, e quando: e Rocco, che in vita sua, fuor di Damiano, non aveva trovato mai nessuno che volesse dar mente a lui e alle sue fantasie, si mise a parlare, come il cuor gli diceva, de' suoi prim'anni, de' quali ben poco si ricordava; comechè quel tempo fosse stato per lui quasi un sogno di cui non aveva potuto mai trovare la spiegazione. Ma ricordavasi ancora che, da fanciullo, sentendo gli altri fanciulli domandar la mamma, egli si metteva a piangere, e fuggiva, fuggiva per le campagne, come il capriuolo selvaggio, non fermandosi che per guardar nel cielo lontano e infinito, se una voce domandasse lui pure, in quel modo che sentiva chiamar per nome i figliuoli degli altri.

Questa strana rivelazione colpì fortemente don Teodoro; e la certezza che il giovine doveva appartenere all'ampia famiglia di que' poveretti, i quali portano, vagando sulla terra, la pena della miseria, o d'una colpa da loro non commessa; la corrispondenza dell'età, del tempo, perfino la circostanza che l'aver perdute quasi del tutto le memorie della fanciullezza induceva il dubbio che veramente in allora la sua ragione fosse vacillante e scema; ogni cosa insomma veniva come a dar forma a un vago presentimento del prete, che Rocco potesse mai essere quel fanciullo da lui per tanto tempo e inutilmente cercato. E si rifece a interrogarlo più attento, notando le sue risposte, il menomo cenno che valesse a dargli qualche filo di verità: ma non mostrò al di fuori la grave preoccupazione del suo pensiero; chè non voleva turbare così la serena e semplice anima del povero soldato.

Anzi, appena s'avvide che le sue interrogazioni lo ponevano in non so quale impaccio, destando anche qualche ombra di sospetto in Damiano, tagliò a mezzo ogni discorso, e li congedò; ma non senza farsi promettere che sarebbero tornati al domani. Damiano passò tutto quel giorno a canto del letto di sua madre; la quale, riavutasi un poco dall'abbattimento del dì passato, cominciava a racquistar la buona speranza e non rifiniva di ringraziare il cielo che le avesse restituito il figliuolo.

Damiano non volle però, in quel giorno, metterla a parte de' pensieri che intanto avevano ricominciato a travagliarlo.

Egli si sentiva, come per lo addietro, animoso e onesto; il suo cuore, l'onor suo eran quelli di prima; e due mesi di carcere ingiustamente patito non dovevano averlo mutato in faccia a coloro che in passato gli avevan voluto bene. Così, poneva allora tutta la sua speranza nel signor Natale, quel negoziante di mobili, presso il quale s'era allogato prima del suo processo; lo stimava il re degli uomini, tenevasi persuaso che non gli avrebbe fatto il torto di licenziarlo. Voleva, senz'altro, presentarsegli franco e sincero al domani; e una volta che si fosse con lui racconciato, sperava di riuscire a trovarsi ancora un tetto, di farvi trasportar la mamma, appena si potesse; certo che allora anche la Stella sarebbe ritornata a star con loro; al modo, ci avrebbe pensato poi. A un giovine, come lui, non poteva mancar la forza di combattere contro la povertà, contro la oppressione della vita; capiva d'aver bisogno di tutta la serietà della sua mente, di tutta l'energia del suo cuore; e sperava ancora. Qualche cosa d'ignoto e di grande gli suscitava ancora la vita nell'anima; non avrebbe saputo spiegarlo, ma lo sentiva, che l'uomo è grande, solo perchè quello che ha dentro di sè non lo appaga, e perchè aspira sempre a qualche cosa, che non sa dire, ma che dev'essere il bene.

Intanto che Damiano usciva dal portone dell'Ospedale, seguendo queste confortatrici ispirazioni; intanto che apriva i suoi pensieri all'amico, il quale dal canto suo non davasi pace di non saper far altro che venirgli dietro come il cane del santo di cui portava il nome; poco lontano di là, tre persone, che da un pezzo non s'erano trovate e stupivan forse di trovarsi insieme, entravano in compagnia nell'antica osteria del Biscione. Due di loro, a prima vista l'avresti detto, s'eran messi d'accordo, e se la intendevano, anche senza spiegarsi; il terzo veniva innanzi a rilento, con non so qual titubanza e paura, quasi capisse e volesse anche significare colla sua ritrosia quello non essere luogo per lui. Ma i due l'avevan, per così dire, serrato in mezzo; e a furia di gentilezze e complimenti, se lo cacciavano innanzi. Si fecero aprire un'appartata stanzuccia a terreno, s'allogarono a una tavola, costringendo a sedere fra loro due il renitente convitato; e l'uno poi, che pareva il più autorevole, alla prima, comandò che fosse servito un buon cappone co' tartufi, e una bottiglia di Barbéra. L'altro allora cominciò a rassegnarsi, a farsi un po' sereno in ciera; pure sbirciava di qua e di là i compagni, poi la porta, come se ancora non si tenesse del tutto in sicuro.

—Oggi tratto io!—esclamò quel primo; e all'aria e al contegno l'avresti detto un signore, anche senza il bel diamante che gli spiccava sullo sparato della camicia. Egli faceva ogni studio per tener desto il buon umore colle cortesie e facezie, che non morivangli in bocca, ma più col non lasciar mai che vuoti riposasero sulla tavola i bicchieri de' due commensali. L'un d'essi, uom dozzinale, benchè insaccato in abiti nuovi con certa signoril pretensione, teneva sodo senza esser pregato: l'altro all'incontro stringevasi nelle spalle, cercando farsi piccino nel vecchio soprabito nero dentro il quale pareva ballare; e mentre con una mano pigliava il bicchiere, nascondeva coll'altra sotto la seggiola il suo cappello a tre venti.

—Le son proprio obbligato, cominciò colui che aveva comandata la cena, della sua condiscendenza, don Aquilino.

—Eh! eh! non dica tanto, mio caro signore.

Il prete che, sospinto un po' dalla paura, un po' dalla gola, non aveva saputo resistere all'invito del signor Omobono e del Rosso, cameriere dell'Illustrissimo, era veramente quel disgraziato di don Aquilino.

—Mi dica dunque lei, ripigliò colui, nel quale non è difficile conoscere lo stesso signor Omobono: mi dica lei, che gode il favore di tali che lo posson sapere…. Si racconta che, sotto apparenza di bene, alcun tempo fa, certa persona, che non voglio nominare…. siasi intrusa in certa famiglia…. per dar mano a certo intrigo…. non so se mi spieghi; pare che si trattasse nientemeno che di tirar per forza una giovine in convento.

—Oh, oh, oh! scrollando il capo, l'interruppe il prete; e fra sè pensava: Ohimè! dove sono incappato!

—Lei si maraviglia; ma, se io le dicessi che c'è chi fruga dentro in quella storia…. e ci si potrebbe trovare, gliene do parola io, abbastanza da metter lì un buon processo in regola.

—Ohibò! ohibò! tornò a dire il cappellano: e poi… scommetterei ch'è male informato, anzi…. son certo che falla.

—E se facessi il nome alla persona?…

—Il nome?… Io non ne so niente.

—Oh bella! chi dice che debba saperne qualcosa lei?

—Io non c'entro, dico.

Il povero cappellano era caduto nel tranello, per la paura; l'altro con un risolino muto, maligno, a fior di labbra, guardava di sottecchi il compare; il quale pareva dar mente più alla bottiglia che a tutto il resto, ma intanto non perdeva nè una parola nè un gesto de' due vicini.

—Davvero, che se io non avessi la fortuna di conoscerla da un bel pezzo, don Aquilino, crederei giusto di sospettar male….

—Come? come?

—Lei si scusa, con tale anticipata premura che si direbbe….

—Che?… Che?…

—Che le preme troppo di nasconder la parte da lei forse presa in quell'opera…. non del tutto caritatevole….

—Io non c'entro, le ripeto; e se qualcuno le avesse mai detto….

—Non le dò colpa di niente, io. Anzi, son di là da persuaso che, se appena ella avesse potuto metter bene, la cosa non sarebbe successa…. nè si vedrebbero per aria certi nugoli….

—Canzona, o dice davvero, signor mio?—E il povero don Aquilino, tremandogli la mano, non poteva infilzar colla forchetta il ghiotto boccone fumante sul suo piattello.

—Mi pare, seguitò l'altro, che non le sieno cose da ridere. Io ho della premura per lei; e però le parlo col cuore in mano, come a un amico. C'è una persona, m'ascolti bene, c'è una persona…. e anche questa non la voglio nominare… che si pigliò a male quella combriccola da sagrestia, tenendola come un'offesa fatta espressamente a lui. Non basta; le dirò che a quella persona, lei mi può capire benissimo, han messo in capo che la cosa fosse preparata da un pezzo, che si sien messe fuori certe imposture, certe invenzioni maligne, e che, in una parola, lei pure, lei don Aquilino, avesse tenuto mano a que' tali che s'eran messi in puntiglio di farlo star lui.

—Ma lei, signor mio, mi confonde la testa; io non so cosa voglia dire con tutti questi supposti. Io non ho mai fatto male a nessuno; quel poco che ho fatto a questo mondo, l'ho fatto per bene…. e se ho fallato, non è proprio stato per colpa mia.

—Ma lei non vuol capire: insisteva l'altro: non si tratta di lei adesso; solo si vorrebbe sapere, se veramente la giovine facesse quel passo di buona voglia, o se gliel'abbiano fatto fare….

—Cioè… cioè!… disse il cappellano, guardando in viso con sospetto colui, e come sfinito da quel penoso interrogatorio.

—Non si vuol già trappolarlo, caro don Aquilino; l'ha pur detto anche lei che aveva fallato. Si tratta dunque di rimediare…. e lei potrebbe….

—Cosa posso far io? per carità non mi tirino per i piedi…. e se c'è qualcuno che abbia i suoi fini….

—Già, si sa, sono i soliti garbugli di confraternita…. Ma, la vedremo!

Così si mise dentro anche il Rosso, col sordo sghignare di chi volge tutto in baja: nè altro disse; ma, abbrancando la terza bottiglia, ne spiccò di botto il collo colla lama del coltello, e mescendo nel bicchier del prete e nel proprio:—Viva il sciroppo di cantina, disse, che bacia e che morde! allegri! mandi a spasso gli scrupoli, don Aquilino.

—Zitto per carità! gli diè sulla voce, con basso, corruciato tuono il cappellano, a cui il poco che aveva bevuto non bastava a cacciar di corpo la paura: mi vogliono far giuocare una brutta carta…

—Eh! stia pure di buona coscienza: ripigliò il signor Omobono: chè i monsignori della Curia, benchè a due passi di qui, non la sentono. E poi, cosa fa di male? Sta piluccando un po' di grazia di Dio, in compagnia di due buoni cristiani, e vuota un bicchiero alla salute del prossimo…. Cosa ci avrebbero a ridire?…

—È vero che io…. ma….

—Ma, ma…. lo sa pure cosa dicevano i frati, se ben mi ricordo: Manducate quae apponuntur vobis; e l'avevano scritto a lettere di scatola sull'entrata del refettorio…. Eh! vada là, mi sarei fatto anch'io alla regola. Ma non perdiamo il tempo. Lei dunque potrebbe, al caso, attestare che la giovine, di cui si parlava, non entrò nel ritiro per assoluta e dichiarata vocazione?….

—Se debbo dire quel che a me pare…. veramente…

—Ma sì che l'ha detto. Non ci scambi le carte in mano….

—Lo confesso, n'ho avuto un po' di compassione.

—Ehi! ehi! signor cappellano, intendiamoci: uscì fuori brusco il
Rosso, senza finir di vuotare il bicchiere.

—Ah! vi faceva compassione?… domandò ironicamente il signor
Omobono.

—Oh finiamola! venne allora in mezzo il Rosso, per tagliar netto a quelle pappolate: Badi un po' anche a me, don Aquilino.

—Dica, dica pure, signor Rosso.—E pensava: A quest'altro adesso.

—Ecco qui; in due parole mi spiccio…. Qualunque cosa ella sentisse dire, in quanto alla giovine del ritiro, si guardi bene dall'immischiarsene, come ha fatto…. Non apra bocca con nessuno, per qualunque cosa che avesse a succedere…. E se mai, se lo metta in mente, se mai, fosse chiamato dall'autorità…. dico per un supposto…. lei farà bene a dichiarare che la giovine era stata condotta per forza in quella casa.

—Ma questo….

—Questo è quello che le consiglio di dire; per suo bene, per sua quiete.

—Che? c'è qualcosa per aria?….

—Sì, per dinci! Tutti i giorni ne succede una!….

S'intese un romore nella stanza attigua, come d'una seggiola rovesciata sul pavimento, e d'alcuni passi che s'avvicinavano.

Il signor Omobono balzò di subito in piedi; al Rosso morì in gola il discorso, e tutti e due volsero il capo a quella parte, onde lo strepito s'era udito. Don Aquilino, che nulla intese, ma vide l'improvviso sgomento de' due compagni, non sapendo più che pensare, tanto aveva la mente intronata e confusa, crede quasi d'esser caduto in un agguato, imaginò che la minaccia di cui parlavan coloro fosse già per compirsi. Non osava neppure girar gli occhi verso la porta, e si teneva aggrappato al desco, come il naufrago all'ultima tavola della nave.

—Eh via! che c'è? disse il signor Omobono, con un'alzata di spalle; ma egli pure, mutato in ciera, non avrebbe potuto rimettersi cheto a sedere, e teneva gli occhi inchiodati all'uscio.—Quel ladro dell'oste, continuò a voce più sommessa, m'aveva dato parola di lasciarci in santa libertà…. Andate a vedere, Rosso, ma pian pianino, per il buco della chiave, se mai ci fosse qualcuno di là.

—Cosa serve? disse colui.

—Andate là, fatemi questo piacere: so cosa dico.

—Sì, sì! per amor del cielo, che nessuno mi trovi qui…. barbugliò don Aquilino, perdendo quasi il fiato.

Il Rosso andò alla porta, sbirciò nell'altra stanza; tornando subito indietro, si rimise al suo posto, e cominciò a ridere sgangheratamente; poi, annaffiato il gorgozzule con un'altra sorsata, si volse al signor Omobono:

—Non c'è nessuno, ve lo dico io…. Vorrei vedere che a qualche bell'umore venisse in capo di fiutare i fatti nostri.

—Ma ho sentito io una pedata poco fa; e giurerei che han toccato la porta….

—È un sogno che fate: tornò a dir bruscamente il Rosso: e poi, chi volete…?

—Ma se mai…. soggiunse il cappellano, che aveva un cuor di grillo.

—Sarà stato qualche gatto che saltò giù da una tavola, o anche uno de' garzoni che passando avrà urtato in una seggiola: il signor Omobono disse alla sua volta, per rassicurare sè stesso e il compagno: E poi, fosse chiunque, non facciam combriccole noi, non diciam niente di male.

—Sì, ma un uomo come me, che non si vede mai all'osteria…. balbettava il pretoccolo.

—Eh! corpo del diavolo, lei è impastato di paura, caro signor cappellano. Cosa siamo noi? galantuomini meglio di lei, e manco impostori… gridò stizzito il Rosso.

—Siete un gran matto! disse il prete, che non vedeva l'ora d'uscire.

Si levarono dalla tavola; don Aquilino fece un sospirone, pensando fra sè che quella cena non gli avrebbe certamente fatto il buon pro; gli altri due scambiarono un'altra occhiata significativa, e s'incamminarono. Il prete veniva loro alle spalle.

Passando per la stanza, nella quale pochi istanti prima sembrò loro d'aver udito romore, s'accorsero d'una seggiola rovesciata dietro la tavola; e su questa eran due tondi, il resto d'un pane e una mezzina di terra. Il che li fece tornar sul pensiero che alcuno si fosse trattenuto in quella stanza e che potessero anche i loro discorsi essere stati uditi. Ma, supponendo amendue che colui al quale fosse nato il ghiribizzo di far loro la spia, non ne saprebbe cavar nessun costrutto, si tennero sicuri; e dopo che il signor Omobono ebbe pagato l'oste, uscirono all'aperto.

Don Aquilino, poco desideroso ch'altri il vedesse in compagnia di coloro, cavossi il cappello, balbettò uno scucito complimento; e cominciò a trottar lungo il muro della piazza Fontana, ringraziando il cielo di poter finalmente respirare un'aria più libera; abbenchè, nel camminare, ogni passeggiero, ogni lampada gli facesse come un barbaglio e a ogni poco gli sembrasse quasi sentirsi mancar la terra sotto i piedi.

Il signor Omobono e il Rosso, attraversata la piazza, si discostarono dall'opposto lato, ricominciando fra loro a parlar più chiaro, e con maggior gelosia.

Capitolo Decimosesto

Scantonava appena il malavventurato cappellano nella via delle Tanaglie, quando all'improvviso sentì una mano posarglisi sovra una spalla; e prima che si fosse vôlto per guardar chi fosse, quel leggier colpo era bastato a fargli gelare il sangue nelle vene. Si fermò, guardò, ma non riconobbe colui che gli s'era piantato al fianco. Era un giovinotto di volgare aspetto, con un giubbetto bigio e un berrettino di panno bianco orlato di rosso, somigliante a quello che portano i soldati. Mille pensieri a un punto s'urtarono nel cervello di don Aquilino: al vedere colui, s'imaginò che veramente fosse un soldato; avrebbe giurato che gli luccicasse in mano un pajo di manette.

—L'ho capita io, pensò in furia, che que' due birbaccioni m'han tirato in ballo, e che stan mulinando qualcosa di maledetto…. Forse i segugi eran già sulla loro pesta…. Sta a vedere che tocca a me, a me, che non ne so nulla….

Poteva pensare, ma non parlare; le sue labbra aride, convulse, non sapevano articolare un accento. Ma, fatto un eroico sforzo, riuscì alla fine a mandar fuori un fioco:—Cosa vuole, signor soldato?

—Niente, signor canonico, o quel che è; ovvero sia, per dir la verità, una cosa di niente…. Faccia la grazia di dirmi s'era lei che si trovava poco fa al Biscione, in compagnia di que' due che svoltano in questo momento l'angolo dell'Arcivescovado….?

—Io…. io…. non vedo nessuno; non so di chi voglia parlare, signor soldato; rispondeva, con tuono patetico, il prete.

—Via, non serve; già l'ho veduto io; torno a dir dunque che abbia la bontà di venire con me….

—Ma…. ma…. ma…. e dove?

—Oh! non c'è da aver paura; non sono già uno sbirro io: sono un buon figliuolo che vuol far piacere a un amico. E questo tale amico, che ha bisogno di dirle due parole… è, a due passi di qui in quella botteghina di caffè, là dirimpetto.

—Non conosco nè voi, nè il vostro amico: rispose don Aquilino, pigliando un po' di fiato; e sperava di trarsi d'impaccio col prendere un tuono serio.

—Non è niente di male, signor canonico: venga con me, non mi dica di no, veda; sarà contento poi.

—Se non posso… se non ho tempo! ho altro per il capo io…. E non son di que' preti che si lascian vedere ne' pubblici caffè….

—Che? non viene forse in questo momento dall'osteria….?

—Cosa sapete voi….? E poi… così, insieme a un soldato…!

—A un galantuomo, dica meglio; mentre, poco fa, s'era messo a tavola con due infami e dannati.

—Ohe! ohe! come parlate?

—Alle corte, vuol venire sì o no?… Se mi dà ascolto colle buone, meglio per lei: se no, troverò facilmente chi saprà farla parlare, a pochi passi di qui.

—Che? che? come?… È una minaccia questa?

—È un consiglio, signor canonico: venga con me, le dico, per pochi minuti; e le do parola che non si vuol farle niente, ma darle mezzo di riparare a un gran male.

—Non capisco, non capisco. Oh povero me, in che sorte di matassa mi sono imbrogliato!….. E dire che non so capirne niente….

—Lei capisce tutto, e verrà con me.—Ciò detto, pigliando forte don
Aquilino per un braccio, se lo trasse dietro a forza.

Era già notte, di modo che pochi passeggieri s'avvidero del colloquio rapido, concitato di quelle due persone; e se alcuno vi pose mente, non trovò poi nulla a dire quando li vide allontanarsi a braccio l'uno dell'altro, come due oneste conoscenze. Il prete, che tremava come fosse di gennajo, mal potendosi reggere sulle gambe sottili e fiacche, lasciavasi condurre da quel giovine ignoto; e la paura rinata più forte snebbiavagli in un momento l'intelletto. Egli malediceva in cuor suo l'ora che incontrò il signor Omobono col degno compagno suo, e la gola d'un ghiotto boccone e d'una bottiglia che l'avevano tirato in quell'antro; gli venne perfino in mente che fosse il castigo del cielo per la tentazione ch'egli ebbe di transigere colla coscienza.

Entrarono in quella botteguccia, che il soldato aveva poco prima additata. Era deserta; ma da un attiguo stanzino uscì con furia un giovine, il quale, veduti appena i due che venivano, si fece loro incontro e fulminò con un'occhiata lo sbaldanzito cappellano.

Costui era ancora troppo confuso, aveva il sangue troppo rimescolato, per riuscire a capir qualcosa di netto in tutta questa diavoleria, della quale si credeva la vittima. Quel giovine, con un gesto minaccioso, volle spiegarsi; ma il compagno, per distornar la gragnuola dal capo del tapino prete, gli tagliò le parole in bocca.

—Ecco il nostro signor canonico: disse Rocco (poich'era lui): con tutta la buona voglia è venuto qui, pronto a metterci a parte di tutto quel che a noi preme di sapere. S'accomodi, signor canonico…. Comanda qualcosa? rosolio, caffè, che so io?… Siamo anche noi di buon cuore, veda: s'accomodi, prenda fiato un momento; e c'intenderemo in due parole.

Damiano, che li aveva colà aspettati, pareva oppresso da interno prepotente affanno. Lo sguardo incerto e cupo; pallide, infossate le guancie per il patimento durato lungo tempo, e per il nuovo dolore; chi lo avesse veduto in quel giorno, più non avrebbe riconosciuto in lui l'ardito e sincero giovine di tre mesi addietro, che s'era fatto il maestro e l'amico d'una schiera di bravi artigiani, che cominciava a confidare in sè stesso e nella vita, e in qualche cosa di vero e di grande a cui sentiva di poter con loro aspirare.

Egli era là, commosso più dal cordoglio che dall'ira: quantunque nel volto gli si leggessero i cupi pensieri d'ira rinascenti al vedersi dinanzi quella sparuta figura, più dolorosa era la punta che gli aveva passato il cuore. Per sapere come così di subito fosse avvelenata quella prima contentezza da lui sentita al riveder la madre, ci bisogna tornare un poco addietro, al momento che Damiano e Rocco, la medesima mattina, si partivano dall'Ospedale.

Staccatosi appena, coll'animo un po' consolato, dal letto di sua madre, la quale dopo la crisi del dì innanzi s'era riavuta in modo quasi miracoloso, Damiano pensò, prima d'ogni altra cosa, d'andarne a cercar novella dal signor Lorenzo, ch'egli teneva pur sempre come suo amico e compare: gli stavano sul cuore tante cose da dirgli, e sperava da lui, se non ajuto, almeno qualche consiglio sincero e forte. Giunto nella lontana parte della città ove dimorava l'antico cisalpino, entrò in una vecchia casa, da cima a fondo tutta abitata da poveri; salì quelle scale a lui note, tirò il cordone che pendeva fuor della porta: aspettò, nessuno venne ad aprirgli. Sonò la seconda volta, pensando che poteva esser l'ora della consueta camminata del buon veterano; ma vide schiuder la porta d'un pigionale vicino: un vecchio calzolajo, a cui s'aggrappavano sulle gambe tre marmocchi, mise fuori il capo; e:—Quel giovinotto! disse: cercate del signor cavaliere?…. Potreste sonare fino al dì del giudizio; otto dì fa, l'han portato a star di casa al Gentilino.

Damiano guardò in faccia quell'uomo, e restò come dissennato; non domandò più nulla; ma, chinato il capo, stette un poco sopra pensiero:

—Egli è là con mio padre!… mormorò poi: Come farò io, senza di lui?…. Oh! almeno egli ha finito di portar la sua catena!

Il calzolajo nulla comprese; o, più che a lui, badava a far tacere i figliuoletti, che strillavano a coro. E Damiano, coll'anima piena di dolore, ma senza poter dire una parola, scendeva lentamente da quelle scale; allorchè una donnicciuola che saliva incontro a lui, passandogli accosto, lo guardò bene, quasi le fosse paruto di conoscerlo: poi, da mezza scala, si volse come persuasa che veramente quel giovine era colui ch'ella si pensava: tornò indietro con furia, lo raggiunse al momento che usciva sulla via, e senza complimenti, trattenendolo per un braccio, cominciò a dirgli ch'ella era la Caterina lavandaja; che stava da sette anni porta a porta con quello ch'egli veniva a cercare; che sapeva chi era lui, e che l'aveva veduto le tante volte venire a quella casa, in compagnia del povero signor cavaliere; e:—Già lei è giovine: seguitava con la pettegola sua ansia: e non doveva guardarmi a me che son vecchia; ma pazienza!…. Cosa ha detto di questa brutta storia?… In manco d'otto dì, buona notte, è andato via… Ma io l'ho indovinato, alla bella prima, subito che l'ho visto mettersi giù… Non c'è stato nessuno fuor di me, vede, che abbia fatto quel poco che si poteva per lui; ho a dire, che la settimana passata non ho dormito due notti…. era là a ogni momento, per veder se gli bisognasse qualcosa. Ma già quel benedett'uomo non parlava mai… Figurarsi! non m'ha nemmeno ringraziato una poca volta… E poi duro, ostinato, non ha voluto proprio mai sentir nominare ne' medici, nè preti; capitò lì, una mattina, uno de' coadjutori di san Lorenzo… un bravo prete, ch'è come un santo, e a sentirlo in pulpito, non c'è che dire, bisogna piangere… e nemanco di lui, non ha voluto saperne…. Ma il prete, duro anche lui; e scommetto che, all'ultimo, avrà avuto di grazia a recitarlo un atto di pentimento… Oh! le vicine han bel dire ch'è morto come un cane, proprio da dannato giacobino com'era stato sempre. Io, vede, la sera appresso, colle figliuole del Giovann'Antonio sellajo, gli ho detta su la sua brava terza parte del rosario…. che, se non sarà buona per lui, sarà buona per me…. Ma tutto questo non è quello ch'io voleva contarle…. Ecco qui: negli ultimi tre giorni, egli ripeteva a ogni poco il nome di Damiano… che è il suo, non è vero? io lo so bene… e si vedeva che quel povero cristiano pensava a qualche cosa che non voleva o non poteva dire… E poi: l'ultima sera, poco prima che andasse in agonia, m'ha fatta venire vicina… E perchè mo?… per farmi vedere un certo sacchettino di pelle che teneva al collo, raccomandandomi d'usargli la carità di stare attenta che i becchini, quando fossero venuti a portarlo via, non mettessero le unghie su quella reliquia. E io, a dirla proprio tal quale, quando che per lui la fu bella e finita, non poteva quietare, se non avessi saputo cosa mo ci fosse dentro in quel sacchetto…. Pensi, in cambio di qualche manata di zecchini, com'io pensava, ci trovai un po' di cenere…. Chi sa che diavoleria era quella!… Per far bene, l'ho portato al prete.

Damiano, a quelle parole, si ricordò dell'ultima notte del suo povero padre.

Tornato, sul far della sera, al luogo ove Rocco l'aspettava, gli narrò questa nuova sciagura; gli confidò com'egli non sapesse più che far di sè stesso, come si sentisse sconfortato, avvilito, perduto. Ma Rocco, con la virtuosa franchezza d'un cuore che le disgrazie fanno più saldo, gli rammentò la madre, la sorella, ciò ch'egli dovesse fare, ciò che aveva promesso. Gli ripetè di volere spartir con lui l'ultimo pane, che, quanto a lui, anche storpio d'un braccio, avrebbe saputo guadagnarsi. Gli disse ch'era necessario e giusto parlare a ogni modo con quel prete che aveva veduto negli ultimi momenti il povero signor Lorenzo; e Damiano promise di farlo.

Di là eransi incamminati alla piazza Fontana; e Rocco, scorgendo l'amico così spossato, così malinconico, l'aveva condotto a fatica nell'osteria del Biscione, per offerirgli un boccone, un po' di brodo o, meglio, un buon bicchier di vino. Colà volle il caso che, dalla stanza in cui s'eran messi, i due giovani udissero in confuso qualcosa del dialogo di sopra narrato. Ecco perchè Rocco, che aveva la sua parte di malizia, ricorse allo spediente di sottoporre quel tristo di don Aquilino a un interrogatorio nelle forme.

—Scusi, cominciò serio Damiano, del modo forse sconveniente, con che noi….

Manco male, pensò don Aquilino, costui pare un po' più umano dall'altro compare; e rispose, pigliando fiato:—Veramente il modo è per lo meno… strano; e, davvero, non so come…

—Via, non si tratta di questo: gli tagliò l'altro le parole a mezzo: lei, signor canonico, desinò poco fa allegramente all'osteria, insieme a due birboni impostori, che, in poche parole, avevano la mente di tirarla dalla loro, d'impegnarla bel bello a dar mano a un'azione da galera.

—Oh! oh! miei signori, mi meraviglio di loro; vedo che m'han preso in iscambio, non c'è che dire. Mi lascino un pò andare, chè sarà ben per loro e per me.—E si volse a cercar la porta.

—Si fermi: gli disse Damiano.

—Si fermi! aggiunse Rocco con voce sorda e minaccevole; si fermi, signor canonico, e sieda lì.

Il prete ricominciò a smarrirsi, ma obbedì; e docile si pose a sedere sull'angolo dello scanno; un garzoncello portò il rosolio che avevano comandato; e Rocco, con aria di complimento, ne presentò un bicchierino al prete, il quale non seppe dir di no, e bevve, quantunque gli somigliasse veleno.

—Animo, signor canonico, gliel'ho pur detto; noi le vogliamo bene, e ci lasceremo amiconi.

—Non perdiamoci in discorsi inutili: ripigliò Damiano, corrugando le ciglia. Mi guardi bene in faccia; lei non mi riconosce più, lo so bene; ma io mi ricordo di lei, io che ho fatto la mia parte d'esperienza a questo mondo, io ho imparato a legger sul volto degli uomini il loro cuore. Oh se fosse vero quello ch'io temo pur troppo che sia!… Ma, a ogni modo… e per ciò appunto, ho voluto indirizzarmi a lei, sentire la verità. Que' due ch'erano con lei, l'uno lo conosco pur troppo, parlavano come ribaldi che sono…. parlavano d'una giovine cacciata per forza in un ritiro… d'un testimonio falso del quale si ha bisogno…. E perchè?

Don Aquilino era come seduto su' carboni ardenti; tentennava sullo scannetto, voleva e non voleva confessare; e poi, a dir vero, non aveva forse saputo capir giusto ciò che mulinassero que' due scellerati, come lo seppe Damiano. Cominciò a batter le palpebre, a torcer la bocca, con un sibilìo confuso; cosicchè Damiano perdè la poca pazienza a stento serbata fino allora.

—Parli, le ripeto, o ch'io…. Dica, chi è la giovine di cui parlavano?

—Ma se non so niente…. ma se, all'incontro, son coloro che voglion rovinarmi!—rispose, strascinando le parole, il prete.

—Oh sì, lo vedo: con amaro sorriso di sdegno seguiva Damiano: io la credeva un dappoco, uno scempio ingannato da uomini peggiori di lei; ho pensato che una parola di dolore, un sentimento di verità le avrebbero toccato il cuore, e che alla fine non si sarebbe sentito capace di dar mano a un delitto. Ma no! lei sa l'infamia che sta per esser tentata; potrebbe forse con una sua parola impedirla, e questa parola non ha cuore di pronunziarla…. Non capisce cosa sia lei?… Non capisce chi son io che le parlo?….

Damiano tremava parlando così: il prete lo riguardava senza fiatare; ma, per quanto si studiasse, non sapeva dire a sè medesimo chi mai potesse essere quel giovine.

—E se mai non lo sapesse ciò che pensan di fare coloro, io glielo dirò! Un di que' signori, che si crede buono a qualcosa, perchè si tira dietro una frotta di mangiapani e di leccazampe, un di que' tali che paga il male che fa fare, e colle cartapecore de' suoi vecchi si copre dalle mani della giustizia di questo mondo, s'è messo in capo di riuscire a qualunque costo a perdere una povera giovine…. Ce n'è tante che, senza cercar altro, si vendono per un po' d'oro, tante che invidiano forse questa fortuna!… Or bene, quel tale, io lo so! non s'è dimenticato di questa che, tra di loro, usan chiamare… una fantasia! Intanto che il fratello di quella poveretta è là, che marcisce in una prigione, innocente anche lui!…. e intanto ch'essi han la madre che muore all'ospedale…. egli avrà detto: Il momento buono è questo!…. Così si costuma di fare; quel che vogliono, vogliono; e poi tutto s'accomoda con mille, duemila lire…. è una bella dote, e bastante perchè si trovi chi le dia un nome, nome di galantuomo, e non cerchi conto del passato!…. Non è così?… E lei, senza scrupoli, vestito come è di que' panni, sarebbe capace di tener mano a un negozio di questa sorte?….

—Oh Signore! cosa mi tocca mai di sentire? mormorò don Aquilino, giungendo le mani, e turbato in cuore, un po' per la compassione sincera che cominciava a provare, un po' per non so qual razzolìo nella coscienza.

—Mi conosce adesso?…. Sa chi son io?….. Io sono il fratello di quella giovine, e so quel che si vuol fare della mia povera sorella. In questo momento, essa è là in un ritiro, e ve l'han trascinata per forza, nell'ora ch'essa doveva stare al letto di sua madre…. Anche questo lo so! dica dunque, forse non è vero?

Don Aquilino non tremava più: nel suo gramo cuore, egli era già vinto.

—Ma i muri di quella casa, ripigliò Damiano, non sono quelli che la salvano, lo vede anche lei! Or bene, io son quì… e ci penso io.

—E lei, signor canonico, si mise dentro Rocco, che fino allora aveva creduto bene di lasciar parlare l'amico, lei, deve fare tutto all'opposto di quanto le è stato detto; e ajutarci a dare il contrappelo a que' due galeotti, che son carne e ugna tra loro.

—Bontà del cielo! ora ho capito!… disse finalmente don Aquilino, che al suo solito finiva a darsi sempre, mani e piedi legato, all'ultimo che gli parlasse. Pensino un po', se io avrei voluto nemmen saperla cento miglia lontano una iniquità di questa fatta!.. L'ho ben sempre detto io: Anima ejus in bonis demorabitur, come c'è sul breviario… Loro, forse, non sanno il latino; e vuol dire che io ho bisogno di star sempre colle brave persone… come son loro due, per esempio.

Fatti dunque dentro di sè, in fretta, i suoi conti, il cappellano si decise, prima di tutto, di salvar sè medesimo, e poi di far servigio anche a due giovani, raccontando, non tutto quel che volevan sapere, ma quel poco ch'egli sapeva o aveva potuto argomentare. Damiano e Rocco, come volle, gli promisero di tener segreto il tutto, per non esporre a nessun risico, qualunque cosa avesse a succedere, il suo carattere e la sua convenienza. Così, poichè ebbe scarico il cuore di quel gran peso, a don Aquilino parve di tornare in vita; e nel suo segreto fece voto di non lasciarsi tirar mai più in nessuna briga, nemmeno colla più santa delle intenzioni; perchè—pensava—io non posso far mai niente di bene; e non ho mai da trovarlo il santo che mi aiuti.

Damiano, innanzi lasciarlo partire, gli prescrisse appuntino ciò che dovesse fare il giorno appresso: e Rocco, al momento di separarsi da don Aquilino, facendo crocchiar le dita, si volse a lui e:—Non le ho detto io, signor canonico, che saremmo andati via di qui buoni amici?…

Il cappellano sorrise, come meglio seppe. Ma, uscito appena della botteguccia, vedendo che i due giovani volgevano a dritta, egli prese subito la via a manca; e, camminando senza pur lasciar fuggire indietro un'occhiata, andò a rintanarsi prestamente in casa, intanto che Damiano e Rocco tornavano al misero bugigattolo, ove s'eran ricoverati la notte innanzi.

Capitolo Decimosettimo

Era passato un altro giorno. In una piccola sala, tappezzata di un bel damasco verde, ornata all'ingiro di ricchissima suppellettile forestiera e di quegli ampii e diversi seggioloni inventati così a proposito dalla moda per i lunghi ozj degli annojati del nostro tempo, un vecchio servitore in livrea s'affaccendava a ravvivare il fuoco sul camminetto, quantunque non fosse ancor finito l'autunno, e il bel sole d'ottobre cercasse di penetrare da due balconi, attraverso le doppie tende cadenti fino al suolo. Appena si destò la fiamma sul camminetto, dalla porta opposta a quella, per la quale usciva il servitore, videsi entrar la contessa Cunegonda.

Andò a sedere a una tavola di legno nero sottilmente intarsiata d'avorio, ov'ella soleva occuparsi della sua epistolare corrispondenza. E di fatto, su quella tavola vedevansi alcune cartelle di marocchino scuro, diverse lettere messe a fascio e annodate da fettuccie di seta, e parecchi libriccini divoti che soleva tener sempre alla mano, come piccioli doni alle pie persone che venissero per raccomandarsi a lei.

Pigliata allora la penna, con molta attenzione scrisse, l'una dopo l'altra, tre lettere: e bisogna supporre che trattassero di segreti alti e stringenti, comechè si fosse degnata di scriverle e suggellarle di sua propria mano. Que' tre fogli le stavano là sott'occhio, quand'ella trasse fuori dalla sopracoperta improntata d'un ampio stemma una lettera più grande, in forma tutta diplomatica, e la rilesse cogli occhi pieni di gioja e col superbo sorriso del generale che ha in pugno la vittoria.

Alla vecchia orgogliosa dama quella commozione pareva cancellar le grinze di almen dieci anni; un leggier vermiglio erale salito alle guancie avvizzite, si teneva alta e diritta sul busto, e coll'indice appuntato al foglio seguiva, parola per parola, tutto quel che v'era scritto.

—Sì, non c'è più dubbio: disse poi tra sè: abbiamo vinto anche questa volta! Le cose, si può dirlo, cominciano a camminar bene. Orsù, corran pure le mie lettere al loro destino.—E suonò un campanello che teneva sullo scrittojo. Poi, senza volgersi indietro:—Siete il Venanzio?… domandò al servo ch'entrava.

—Eccellenza sì.

—Portate subito queste lettere alle persone a cui sono indirizzate. Ma badate di non pigliar l'una per l'altra; andateci voi stesso, nè datevi il comodo di qualch'altra volta, quando, a fuggir la fatica, vi siete fatto servire da un altro servitore.

—Non dubiti, Eccellenza; farò il mio dovere.

—Sì, e aspetterete le risposte, se ve ne sono; andate lesto, e sopratutto non ciarlate, come so che vi piace di fare, e non fermatevi per via a…. capite cosa intendo dire?…

Il servo si mise una mano al petto, e con una profonda riverenza indietreggiando fino alla porta della sala, s'affrettò di compiere il cenno della contessa sua padrona.

La quale, rimasta sola, chinò il capo in atto di meditare; e sulla sua fronte una patetica serietà prese il luogo di quel baleno di gioja che avevale sgomberato poco innanzi da ogni nebbia il viso. Non potè più star cheta a sedere; e levatasi dallo scrittojo, cominciò a passeggiare per la sala, con principesco incesso; poi, fattasi vicino a uno dei balconi, gittò un'occhiata distratta nella via, sulla gente che passava; tornò indietro verso l'ampia specchiera del cammino, e fermandosi a guardare un quadro che, nella ricca cornice indorata tutta a fogliami e cartocci, sormontava la specchiera, incrocicchiò le braccia, e disse:—Ho regnato, e regno ancora!

Quel quadro figurava una bella e giovine donna dall'alta fronte, dal nero sopracciglio, dagli occhi di fuoco, vestita d'un sottil busto di raso cilestrino, scollato in guisa che l'occhio discopriva il ben tornito collo, e i molli ignudi avorii, come forse un dì aveva cantato alla bella dama qualche cicisbeo frugoniano. Sulla bionda parrucca, architettata a molteplici ricci, posava a sghembo un leggier cappellino di velluto nero ornato di una ghirlanda di rose e d'un bel mazzo di pioventi nastri d'ogni colore; le braccia, nude anch'esse fino al gomito, spiccavano fra un'onda di trine; e l'uno s'appoggiava vezzosamente al fianco, ripiegato l'altro sul seno reggeva colla piccola mano un prezioso ventaglio, dietro al quale non sapevi dir se volesse nascondere o svelare la sua bellezza.

Era questo il ritratto della contessa Cunegonda, quando non contava che ventidue primavere. Fissandovi gli occhi in quella mattina, essa dimenticò per un momento quasi cinquant'anni. E tornò a pensare alla sua gloria d'una volta, alle fiamme accese un dì per lei, agli omaggi del fior della nobiltà di quel tempo; pensò a qualche famoso duello di cui fu bella cagione, a que' buoni cavalieri serventi che le facevan codazzo, che aspettavano, spasimando per lunghi mesi, il permesso di baciar la sua mano, il saluto del ventaglio, un'occhiata, un sorriso.

Ma quella memoria, que' pensieri fuggivano; e chinati gli occhi, gettava quasi involontariamente un rapido sguardo nello specchio:—Non è più quel tempo!… diceva tra sè: Eppure, io sono ancor quella: amore è il sogno d'una primavera; ma l'opinione governa il mondo.—Così diceva, senza spiegar bene a sè stessa ciò che dentro sentiva in quel punto: intendeva forse che, se un giorno tenne la chiave de' cuori, or teneva quella de' cervelli degli uomini. E in vero, nella sua umiltà, essa non aveva creduto mai d'esser tanto necessaria nel mondo, come in quel giorno.

S'udì il romore d'una carrozza nel cortile; indi a poco si spalancarono le porte dell'appartamento; un cameriere annunziò ad alta voce:—La signora contessa Cleofe. La vecchia dama fece tre passi incontro all'amica; la quale, da questa inusata dimostrazione di premura, comprese che ci dovevano esser in aria delle importanti novità. Si baciarono sulle due gote, con quella problematica tenerezza che usan sovente fra loro le dame; e poi che furono sedute, la contessa Cleofe cominciò:—Mia buona amica, sa ella qualche cosa del grande affare che ci tiene sospese nell'aspettativa da tanto tempo…?

—L'ha proprio indovinata, contessa mia; la cosa è finalmente decisa: e nel dir questo divenne radiante e solenne.

—Dice da vero? dunque….

—La vittoria è nostra. Ho ricevuto stamane il decreto formale, che ne annunzia il pieno riconoscimento tanto desiderato da noi. Le dirò di più, che anche le lettere di Lione, di Modena e di Roma recano le nuove più certe, le più consolanti; di qui innanzi vedremo i nostri poveri sforzi coronati di migliore riuscita. Io ho già scritto questa mane al consigliere Alberico, al reverendo Padre, e a qualcun altro de' zelanti nostri promotori. Quanto al Padre, non so capir veramente come in questi ultimi mesi siasi mostrato, se m'è permessa l'espressione, un tantino accidioso; partire per le provincie, senza lasciar ricapito alcuno, e frattanto metter sulle nostre braccia tutta la matassa, che non è facile a strigarsi!

—In tutto ciò che posso, le offro, buona amica, la debole opera mia. Solo voglio dirle che bisogna adesso più che mai usare con somma prudenza, e non cantare tant'alto i recenti trionfi; perchè non poco giova alla nostra causa che la si creda perseguitata e oppressa. I nemici son molti, e l'erbe maligne pur troppo soffocano ancora i germogli del buon grano.

—Sì, contessa, ha ragione da un lato: disse, con tuono magnifico, la contessa Cunegonda: ma dall'altro, bisogna pure combattere all'aperto, a visiera alzata, come dicevasi al tempo de' Paladini; noi possiamo operare, possiam farci temere; e quando si tratta de' nostri principii assoluti, inconcussi, inespugnabili…. noi, noi dobbiamo, mi lasci continuar nella comparazione, gettare il guanto al secolo.

—E crede ella?…

—Così nelle grandi, come nelle piccole cose, io credo, non si deve mai transigere.

—Ma…. se…. poi…. calcando le parole ripigliò l'altra contessa: se poi ne dovesse venire, per un'ipotesi, qualche danno al credito, all'opinione, alle persone; se c'entrassero mai certe pubblicità scandalose….

—Che mi viene a far di tali meschini dubbj adesso? ho altri pensieri per il capo io….—Poi stette a guardar un poco la sua potente alleata, e soggiunse:—Ma ella, non m'inganno, parla con seconda intenzione; sì, ella deve saper qualche cosa che stima di dovermi tacere.—E a tal sospetto, si fece torbida nello sguardo e corrugò la fronte.

—Ella ha qualche riservata notizia, ripeto; e senza timor di fallare, dico che si tratta di cosa la quale può in qualche modo ferirmi: se non fosse, non mi guarderebbe come fa adesso. Ci conosciamo da un pezzo; e se per me ha dell'amicizia, deve parlare, dire quel ch'è vero, senza reticenze, senza riguardi.

—Ella mi scongiura in un modo, contessa…. Basta…. non vorrei dar corpo alle ombre. Si tratta d'una cosa che mi fu partecipata con gran riserbo; che non voglio credere, che non credo anzi.

—Or via, dica, contessa; ella mi fa morire d'impazienza.

—Pensandoci su, per altro, capisco anch'io che è affar da nulla; in un giorno di trionfo, com'è questo per noi, non val la pena di sturbarci per tali inezie. Ci sono interessi molto più gravi che ne tengono occupate.

—Se posso comandare, in nome dell'amicizia lo comando; parli, se non vuole che tutto sia finito tra noi, parli una volta.—E la vecchia impallidiva, commossa in ogni fibra da un tremito visibile, convulsivo.

—No, no; mi preme troppo la sua amicizia, perch'io vi rinunci per così piccola ragione. Via, si ricomponga, mi fa paura. Ecco la cosa qual'è. Si ricorda, contessa, di quella giovine, per nome Stella, la quale, saranno forse due mesi, abbiam fatto ricoverare, affinchè racquistasse colla pratica della pietà e della mortificazione una virtù, ch'è veramente, come esprimevasi quel nostro reverendo nel suo famoso panegirico di santa Filomena, la perla dell'innocenza nella conchiglia dell'onestà?

—Sì, sì, dice benissimo; ma non parliam del panegirico adesso….

—E bene, contessa, dico ch'ella non può essersi dimenticata di quella giovine; ne abbiam tenuto discorso più d'una volta; e deve pure aver presente che la superiora della casa ne aveva riferito come la figliuola, da principio rassegnata e ben disposta in ogni cosa, si fosse poi messe in testa certe idee ricalcitranti al bene, non facesse che piangere, e trascurata al lavoro, alle pratiche divote, cominciasse a mostrarsi restia, caparbia, non senza danno della disciplina e scandalo della comunità.

—Questo lo so; e fu per questo appunto che, non ha molto, facendo l'ordinaria visita al Ritiro, dissi alla madre Eleuteria che, in caso di recidiva, poteva aggravar la mano sulla sediziosa insolente, all'effetto di presto ravviarla al bene.

—Bisogna dire che ciò abbia fatto peggio; lo creda pure, mia buona amica; spesso il rigore non giova. O mal sofferente de' castighi, poca cosa del resto, un giorno a pane e acqua, qualche ora di silenzio; o fors'anche, come par più vero, soggiogata da maligne suggestioni, delle quali non si è potuto ancora trovare il filo, la giovine, jeri prima di sera, è sparita.

—Cosa sento?…. ma è proprio certo?

—Pensi! vengo io stessa dal Ritiro, ove la cosa produsse, pur troppo, un pessimo senso. E poi, è uno scandalo che, divulgato, potrebbe non poco pregiudicare la nostra appena fiorente istituzione…. E non è qui tutto….

—La cosa è grave e seria, contessa; e non voleva parlare?…

—Non voleva? mi fa torto. Ho le più sode ragioni, per non precipitare. In sè stessa, la sparizione di quella ricoverata non sarebbe tal cosa da temerne dispiacevoli conseguenze: ma ci sono de' sospetti…. delle circostanze… de' fatti che l'accompagnano, da' quali si deve argomentare….

—Ma ella parla in modo così incerto, così enigmatico, ch'io non so proprio entrare nelle circostanze che mi tace.

—Le assicuro che m'è difficile e doloroso al sommo il parlare…. Ma lo devo, e lo farò. Ecco dunque ciò che dalle prime indagini si può indovinare…. sospettare, dico. C'è nel Ritiro chi notò, da parecchi dì, una figura equivoca la quale pareva spiare intorno alla casa, dalla parte del giardino. Jeri mattina poi, una donna d'età, sconosciuta anche quella, si presentò per parlar colla figliuola, e si trattenne con essa lungamente; a tale che quando questa ritornò fra le compagne, fu veduta asciugarsi le lagrime, quantunque non dicesse parola. Di lì a tre ore, la fanciulla non c'era più.

—Ma che s'ha da inferirne?…

—Perdoni, buona amica. I primi sospetti mi posero facilmente in cammino. Ho interrogato, confrontato, pesato…. e alla fine, devo proprio dirlo?… Temo troppo che in questa trista avventura non entri una persona….

—Una persona?… Contessa!

—Desidero essermi ingannata. Ma, in confidenza, ella sa tutto quel ch'è successo, alcuni mesi sono, allorchè si è voluto salvar dal pericolo quella povera insidiata. Ella sa…. che una persona…. in una parola, il suo signor fratello….

A tal punto, la contessa Cleofe s'accorse che la nobile amica, sbalordita sulle prime da codesta rivelazione inaspettata, ripigliato, per così dire, l'equilibrio della sua difficile posizione, levando il capo in atto d'offesa dignità, s'accingeva a ribattere i suoi arditi supposti. E in effetto, prima di lasciarsi dir dall'amica ciò ch'ella sapeva, la contessa Cunegonda, l'interruppe:

—Io so, io vedo ciò che l'invidia e la calunnia osano farneticare, lavorando addosso ai grandi e ai potenti…. Conosco per prova che basta operar la beneficenza per vedersi sorgere in faccia, come un fantasma, l'ingratitudine. Cosa voglio dir con questo?… Nient'altro, contessa, se non che le cose da lei presunte, o rapportate…. sono perfidie…. invenzioni…. assurdi…..

—Cose rapportate?… perfidie?… È troppo, contessa, è troppo!

Le due vecchie dame si raddrizzarono accigliate, ombrose; dalle rughe de' loro volti appassiti pareva quasi trasparir l'odio, che covavano nel segreto; e per la prima volta dopo molt'anni, un'ira astiosa, sottile faceva traboccar da' loro cuori, muti ad ogni altro affetto, il veleno della gelosia e dell'orgoglio.

—Tant'è: riprese la contessa Cunegonda, non isgomentita dal torbido e sprezzante sguardo della rivale: da un pezzo io mi sono avvista come si tenti, per via di sotterfugi, d'intrighi, di calunnie, di provocazioni, suscitarmi intorno tanti raggruppi, tante difficoltà che mi sforzino ad abdicare quella primazia, la quale, indegnamente sì, ma pur tengo, nell'opinione e nel fatto. E ora, il dì che ho, posso dirlo, la vittoria in pugno, ora appunto mi si vorrebbe rapire il frutto delle infinite mie cure…. Ma sì, è ben chiaro; altri adesso agogna a far la parte mia…. e per questo, si creano mali esempi e scandali…. e si tira partito per sino dai vincoli del sangue….

—Basta così! io voleva lasciarla dire a suo talento; ma il decoro non regge a così incredibili assalti…. Io sospettata di menzogna, d'intrigo? io vogliosa d'autorità, di potenza?…. Io tacciata con ingiustizia così nera, e da chi?…. da quella che mi chiamava col nome d'amica, da quella a cui ho ceduto sempre e in tutto, colla massima condiscendenza, anzi con vero rispetto!…

—Peccato, se non altro, ch'io non me ne sia avvista mai!

—Ma già è finita… un'ombra, una parola, un niente può guastar l'amicizia la più salda, la più antica….

—Colpa del suo subdolo contegno….

—Dica del suo dispotismo!

—Oh! ripeta, se lo può!

—Sì… dispotismo, e il più assoluto. Non mi faccia parlare, non mi faccia recriminare; credo proprio che non sempre la divozione e la mansuetudine vanno di conserva….

—Anche questo!

—E forse possono aver ragione coloro i quali van dicendo che noi vogliam dominare, invadere, inquisire…. Ma di chi è la colpa?… chi è che adopera la religione per i fini mondani?

La più vecchia delle due contesse tremava per l'ira in ogni fibra visibilmente; ma i suoi occhi piccoli, acuti, parevano fulminar l'incauta rivale. Nondimeno fu abbastanza padrona di sè, per non trascorrere di più colle parole; e sorgendo dal seggiolone, con tutta la dignità del grado offeso:—Non rispondo a chi viene a insultarmi in casa mia… Sopporto l'ingiuria come una prova che mi viene di lassù; ma, offesa, compiango e perdono a chi m'offende…. a chi, offendendo, pensa d'aver ragione, crede di vincere!…

Ciò detto, a lei volse le spalle, e rientrò lentamente nelle più interne stanze.

—Ipocrita! ambiziosa!… le susurrò dietro l'altra contessa: Fa l'atto d'amor del prossimo, e vorrebbe vedermi sprofondare dinanzi a lei… ma io sì, l'ho fatta sprofondare!… Sono anni e anni che non gustai un quarto d'ora come questo!

Capitolo Decimottavo

Chi si mette sulla via del male, nè più si riguarda indietro, cammina senza memoria, senza speranza, senza rimorso; come Caino errante nel deserto, egli crede di poter fuggire la maledizione di Dio che gli sta sul capo. Nell'animo del cattivo stanno nascosti i più cupi, i più spaventosi misteri che l'Eterno impose all'umana natura; e la sua miseria maggiore, e la contraddizione più dolorosa è quel crearsi una fatale necessità del male, rinnegando del pari vizio e virtù, ridendo della fede e del sagrifizio, non credendo nè alla ragione nè all'amore.

Ma il vizio lasciasi dietro un solco che più non si cancella. Quante volte, se venga a stringerti la destra alcuno che in segreto ti odii, tu ne senti un ribrezzo involontario, un gelo nel cuore! Quante volte, senza sapere il perchè, cerchi di fuggire chi ostinato s'attacchi a' tuoi passi, o appena lasci cadere una volta sopra di te una gelida parola, un sarcasmo! Quel senso così mesto, benchè il più delle volte non paja più certo d'un'ombra che passa sulla muraglia, o più vivo del ricordo d'un tristo sogno, benchè non sia che lo stormir d'una foglia, il freddo che ti punga al toccar d'un verme, pure è come un sospetto di morte, è la parola segreta che ti fa cauto di colui che t'è vicino. Hai veduto la modesta pratolina, spuntata appena su breve zolla tra i rovi della siepe, languire ignota e senza colore là ove nacque, e al secondo mattino non mirar più il sole? Tal è dell'innocente, a cui nella primavera della vita s'accosti insidioso l'uomo abituato al male. Dov'è il balsamo che possa sanare la piaga d'un povero cuore tradito?

Il lettore conosce già l'oscuro e uggioso quartiere, ove abitava il signor Omobono: e sebbene quel ricovero fosse nelle parti più deserte e malinconiche della città, a nessuno conosciuto, come la tana del lupo, noi vi torneremo ancora una volta, per iscoprire, se ci torni possibile, i tortuosi avvolgimenti di quell'uomo malvagio che con sì coperti artificj continuava, per fredda crudeltà, la sua vendetta contro la sventurata famiglia della Teresa.

Egli era salito alle sue stanze, dopo che, incontratosi un'altra volta col Rosso, suo degno ajutante, concertò con lui il modo più sicuro per riuscire ne' loro scelerati disegni, de' quali abbiamo potuto intravedere una parte. Serrò, sprangò la porta; poi cavata una borsa fe' scorrer sulla tavola parecchie monete d'oro: erano il ricavato d'un'asta giudiziale, ch'egli aveva fatto tenere in quella stessa mattina per ricattarsi d'un suo credito. Un onesto e vedovo padre di famiglia, cacciato dall'ultimo ricetto della miseria, andava quel dì a limosinare il pane per i suoi figliuoli; ma il signor Omobono era stato, a lira e soldo, pagato di tutto il suo, capitale e interessi.

Passò dietro al paravento, e chiuso ch'ebbe il denaro in quel suo forziere incassato nel muro, si pose a tutto suo agio sul piccolo canapè, per riposarsi del molto correre che aveva fatto; e aggrottando le ciglia, cominciò a pensare.

Quand'egli, in compagnia del cameriere dell'Illustrissimo, aveva cercato di tirar dalla sua anche il malaccorto cappellano, non lo fece per altro fine, che per ravviluppare l'infamia da lui meditata in una tale matassa che non fosse più possibile, in qualunque caso, trovarne il bandolo. Servire al capriccio dell'Illustrissimo, non era il suo scopo. Superbo e vile nello stesso tempo, egli aveva sempre strisciato nel fango; ma in cuor suo disprezzava, abborriva coloro che stanno in alto. Entrato in grazia di non pochi signori, fra quelli che per inerzia o spensierataggine aman di trovare aperta a ogni lor cenno la borsa di qualche usuraio, egli aveva tesa intorno a sè una gran rete d'intrighi e di baratti; e vedendo crescer l'oro ne' suoi scrigni, agognava il momento di potere alla sua volta disprezzare, come s'era veduto per tanto tempo disprezzato e calcato nel suo niente. Così, egli s'era abituato a fare il male, colla sorda voluttà del tarlo che rode le fibre d'un bell'albero antico.

Dal primo dì che, in casa della pegnataria s'imbattè con Damiano, il signor Omobono, da lui ributtato, soffocò nel cuore la rabbia e la vergogna che n'aveva sentito. Non vide come quel giovine avesse già indovinato ciò ch'egli voleva, nel profferirgli amicizia; non pensò al male che egli ruminava nel suo segreto, ma al dispetto di trovarsi così disprezzato, o forse così ben conosciuto. Poi, quando venne in confidenza della vedova, quando conobbe la bella innocente figliuola, vi fu un momento in cui avrebbe voluto disfare ciò che fece prima, non per altro che per secondar la volontà di un ricco svogliato e potente. Ma in quel mezzo, le replicate minaccie di Damiano, e il livore che lo rodeva dal dì che gli convenne tranghiottire il più vituperoso degli insulti, lo acciccarono del tutto, e non pensò più che a vendicarsi. E la sua vendetta doveva essere la più certa, la più atroce; voleva veder rovinata per sempre la famiglia della povera Teresa. Se in allora, la paura più forte della rabbia non l'avesse trattenuto, un delitto sarebbe stato un'inezia per lui, purchè avesse potuto vedere infami fratello e sorella. Fu per non porre a rischio se medesimo, che persuase al Martigny quella trista impresa, della quale già sappiamo la mala riuscita. Però, sebbene il colpo uscisse a vuoto, egli non lasciava intanto di mungere molt'oro a' suoi illustri mandatarj; tanto più che seppe in faccia a loro esagerare il corso pericolo. Nè aveva dimenticato quanto gli costò il salvarsi dalle pericolose ricerche dell'autorità, quel giorno che, insieme al signor Lorenzo e a Damiano, era stato condotto dinanzi a un processante. Il nome dell'Illustrissimo e un volpino intreccio di bugie, spiattellate là in quel primo costituto, l'avevano fatto uscir netto per allora: ma non si tenne sicuro fino al momento che al Martigny, imbarcatosi in acque perigliose, udì imposto lo sfratto dal paese, comechè costui non potesse nemanco provare ove fosse nato, malgrado i certificati messi fuori, equivoci come i fatti suoi. Ma l'Omobono non sentì nè rimorsi, nè compassione; solo paura. Sapeva bene che, dopo tante cose, l'Illustrissimo poteva fors'anche essersi dimenticato di quel passatempo, ch'egli un dì volle offerirgli, per divagarlo dal tedio signorile dell'etichetta. Ma come, per il fine più occulto a cui lavorava sempre e agognava, l'Omobono, con diabolica insinuazione, aveva saputo a quando a quando ricordargli la giovine, ritoccandogli dello smacco che si volle fare a lui, col portargliela via proprio sotto il naso; l'Illustrissimo, un bel dì, in un accesso di stizza, uscì a dire che volentieri avrebbe dato una delle sue più belle cascine nuove per mandare a monte il piano della confraternita, la quale aveva stimato agevole dar la legge a lui.

Fu dopo aver veduta nell'Illustrissimo codesta disposizione d'animo che il signor Omobono, ormai sicuro di condurre a fine nello stesso tempo due negozj, accaparrarsi cioè di nuovo la benevolenza del nobile padrone, e venire a capo di quella vendetta alla quale parevagli d'aver lavorato fino allora inutilmente, credè giunto il momento di raccor le fila già disposte. Vide alla prima che il far rapire la giovine dal Ritiro sarebbe stata follia pericolosa; lo spediente poteva esser buono a' tempi antichi; ora il codice criminale parla troppo chiaro. Per mettersi al coperto d'ogni conseguenza, studiò il modo più acconcio d'indur la fanciulla a fuggire dal ricovero; e credè d'averlo trovato.

In quell'ora ch'egli passò, solo, seduto là nella sua muta e fredda stanza, ricorse col pensiero la tortuosa via tenuta fino a quel giorno; non tremò, non ebbe raccapriccio di sè stesso; solo una volta mormorò sordamente:—Se non fosse stato quel ch'è stato fra Damiano e me, non saremmo venuti a tal punto!…

Ma se in cuor suo egli non sentiva il delitto, la sinistra espressione del viso, l'inquietudine di certi moti involontarii che gli sfuggivano a quando a quando eran segno dell'impazienza e dell'odio che dentro lo rodevano, della maledizione che lo accompagnava.

Senza dubbio, egli stava colà in aspettazione; ma poi, non vedendo comparir nessuno, più non potè tenersi cheto; e levatosi in furia, si passò la mano sulla fronte, come per cacciar le idee che gli formicolavan nella mente: e di nuovo uscì.

Damiano aveva speso gran parte di quel dì per iscoprir le traccie di coloro, che insidiavano sua sorella: poichè, sebbene non gli fosse noto ancora il tristo viluppo della macchinazione, pur sospettava fortemente che le persone da lui spiate la sera innanzi fosser capaci d'un delitto. Gli premeva dunque più di tutto di ritrovar quel prete da cui aveva potuto già cavar non poco di quanto gli era mestieri di sapere. E comunque Rocco (chè ormai l'uno non poteva più far senza dell'altro) lo pressasse d'andarne difilato al Ritiro e di parlar fuor de' denti, tanto che gli lasciassero condur via la sorella, Damiano non ascoltò ragione, e volle prima stanar la persona che doveva, al caso, confermare colla propria testimonianza le sue parole.

Ma don Aquilino, con la troppa sua paura in corpo, era sparito: e a' due giovani, per quanti passi spendessero, nessuno seppe dar novella del dove fosse ito a finire. E anche di poi, per quante ricerche facesse tentare il suo illustrissimo padrone, non fu più udito parlare di quel pretoccolo, l'ultimo forse di coloro che saranno immortali ne' versi del buon Carlo Porta.

Al venir della sera, Damiano e Rocco, che speravano tuttavia poter giungere a tempo per mandare a vuoto l'infame tentativo, camminavano silenziosi sulle mura della città, poco discosto dalla porta Romana; poi svoltavano in una remota via che tra siepi e muricciuoli d'ortaglie e di verzieri, conduceva verso il Ritiro.

Sonava l'avemmaria da tutti i campanili della città; e i due n'andavan cauti e sospettosi, attenti a ogni pedata, a ogni romore vicino. Damiano aveva fisso di vegliar colà tutta notte, e al far giorno, presentarsi al Ritiro per domandare sua sorella, e ricondurla a qualunque costo presso la madre.

Rocco, che non aveva voluto abbandonare l'amico in quel frangente, gli veniva a lato più sereno di lui, per una speranza segreta di rivedere fra poco la buona Stella. Ma il cuore di Damiano batteva forte; e l'amico, strettagli una mano, la sentì fredda.

—Cos'hai, Damiano?

—Non lo so, Rocco. Un cattivo presentimento… Oh! cosa possiam far noi due contro la maledetta prepotenza di tutti costoro?

—Come! sei tu che parli, Damiano? tu, franco nelle disgrazie, come dev'essere un uomo?

—Sì, ho creduto di poter farlo il mio dovere. Ma quel ch'è successo, lo vedi!….

—Taci, siamo al punto di fare una giustizia anche noi!… Tu non puoi dire che, venuta l'ora, manchi Quello che ha detto: Ajutati, e ti ajuterò! Non è forse Lui che n'ha messo sulla via di questi traditori?…. E non è Lui, che anche stamattina, t'ha fatto trovare in mano dell'arciprete le trecento lire lasciate per te dal tuo vecchio compare?…. In questi momenti, sono….

—Una fortuna…. basteranno per vivere tre mesi; e poi….

—E poi, Dio vede….

—Hai ragione, Rocco; tu sei buono, e confidi nel cielo. Io, in cambio, sono avvilito, perduto…. e quasi, non credo più al bene.

Tacquero; indi, tutto sgomentito nella mente:—O mia sorella! disse
Damiano: ti vedrò ancora?….

—Cosa pensi adesso? riprese Rocco: è ben vero che sarebbe stato far meglio correr subito a tirarla fuori da questa mal'aria… Ma non hai dato ascolto a me; hai voluto ostinarti per trovar que' birbaccioni sul fatto…. e c'entrava forse il gusto della vendetta, lasciami dire! Basta solo che non arriviam tardi.

—E sei tu che mi vieni a parlar così? e in un momento come questo?

—Sì, hai ragione…. Non darmi ascolto, sai. L'è un resto di quella mia paturna d'una volta…. Tutto andrà bene; è giusto che voi siate contenti alla fine…. La mamma guarirà presto, tornerà a stare con voi due…. Voi sarete felici; e Rocco?…. Rocco sarà come prima, solo al mondo.

—Taci adesso! lo interruppe Damiano: non ti pare che qualcuno venga di là?

—No; è l'angolo del murello che getta l'ombra lunga.

—E se il cappellano ci avesse traditi?

—È impossibile, moriva di spavento; e poi ha giurato….

—Per uno come lui, cos'importa?… E se, in cambio, con que' tali che volevano fargli fare una così ladra figura, egli avesse vuotato il sacco?… Se la paura fosse stata più forte del rimorso?….

—No, no; dopo quel ch'è stato jeri, scommetto che ha creduto più sano di cambiar aria.

—Così, per causa sua, abbiam perduto un giorno! E chi sa….

—L'aveva detto io che bisognava lasciarlo a cuocer nel brodo colui; e alla bella prima venir qui a cercar di quella poveretta.

Damiano stava pensoso; e di lì a un momento, afferrando l'amico per mano:

—E se tentassimo adesso d'entrar là dentro?…. di vedere, di sapere almanco….

—A quest'ora? sei matto?…. se non pensiamo noi a gettar giù l'uscio, quelle streghe di là dentro non ci aprono sicuro. Bisogna aver pazienza, aspettar domani.

—Ma noi, cosa facciamo adesso? Allontanarci di qui?…. No, per qualunque cosa al mondo. E se questa notte appunto que' dannati?… No, Rocco; io non mi muovo.

—Ci stai tu, eh! ci sto anch'io. Delle notti, alla serena, n'ho passate parecchie…. e qui, con te, a far la guardia per quella povera e buona Stella, mi parrà una notte del paradiso.

Sedettero a' piedi del murello, e continuarono a parlare, a voce sommessa, di ciò che più stava loro nell'animo, porgendo l'orecchio e interrompendosi a ogni più lieve romore; ma in tutta la notte non passò per quel solitario cammino anima viva. E Damiano che, per essere pronto a qualunque evento, aveva saputo vincere anche quel sopore della stanchezza che l'opprimeva, si diede a pensare che forse i suoi sospetti erano stati soverchi, e che a' persecutori della sua famiglia forse non bastava l'animo di consumar quell'ultimo delitto.

Venuta la mattina, appena s'accorsero che s'era fatto qualche movimento nella casa, vennero difilati alla porta del Ritiro.

Sonarono. Una vecchia fantesca, la quale stava spazzando il portichetto e l'andito, aperse la porta e domandò chi fosse. Quando Damiano, detto il proprio nome, domandò di parlare a sua sorella, la donna, facendo due spiritati occhiacci, si trasse indietro almen tre passi, e scrollando i lembi di una vecchia cuffia nera e due piccoli ricci bigi, appuntò per terra la scopa, come per ischermirsi da que' due, e:—So ben che mi canzona: disse con flemma: dopo quel ch'è stato ieri…. venir qui, con quell'aria innocente… è una vergognaccia!

Ma, insistendo Damiano con far più severo, anzi angoscioso, e cominciando Rocco a levar la voce, per darle a capir la ragione, la vecchia tentennò il capo:—Sarà vero, replicò, tutto quel che dicono; ma io non so altro, se non che la figliuola che loro signori vengon qui a cercare ha fatto uno scandalo, un precipizio…. Non tocca a me a parlare, a giudicare…. Ma, tant'e tanto, mi pare che l'avesse il suo merito anche lei…. con quel suo far di santerella!—E parendole che i due giovani non volessero capacitarsi:—Ma, sissignori: finì: non è forse lei che jeri, dopo il desinare della comunità, da vedere e non vedere, è sparita di qui, dalla parte dell'orto?…. Chi sa poi cosa ci sia sotto!…. Se un di lor due è suo fratello, potrà saperne più di me…. Io non posso che pregare per i poveri peccatori.

E ciò detto, ricondusse i due, che stupidi e fuor di senso quasi, guardavansi senza parlare, fino all'entrata; e messili fuori, chiuse la porta, poi corse a riferire alla superiora il tentativo fatto da quegli sconosciuti per intrudersi nel Ritiro.

Damiano si fermò un momento dinanzi a quella casa, come trasognato; poi levando la destra, in atto di muta disperazione, trasse un profondo sospiro e guardò il cielo. I due amici nulla si dissero; ma togliendosi di là, confusi, annientati da quel colpo inaspettato, eran fissi nello stesso pensiero; nel pensiero di ciò che poteva succedere, in quell'ora, della povera Stella. Ricorrere all'autorità, in un simile frangente, pensavano tutti e due essere tardi, forse inutile, forse impossibile; Damiano non agognava che di trovar l'uno o l'altro de' due scellerati, non potendo dubitare che la cosa fosse accaduta senza di loro; voleva trovarli, strappar loro per forza la verità, sapere in quel dì stesso, a qualunque costo, a costo d'un delitto, dove fosse sua sorella.

Ma il freddo durato in una lunga notte d'ottobre, i concitati pensieri e l'ira stessa che gli stava nel cuore avavano oppresso Damiano sì fattamente che non potè più reggersi in piedi. Rocco lo sosteneva pietosamente, ma non sapeva dirgli nulla. Vide aperte le porte d'una chiesa, e vi condusse l'amico. Damiano lasciossi cadere su d'una panca; in quell'istante gli tornò al pensiero l'ultima volta che Stella, colla sua dolce persuasione, l'aveva con lei condotto nella casa del Signore; e parevagli che la passione dell'odio cominciasse a quietarsi un poco; raccolse l'interno vigore che ancor gli restava, diede un'affettuosa occhiata al fedele compagno, e sentendo come un bisogno di pregare, inginocchiavasi.

—O Dio! diceva intanto nel cuore, scaccia da me la tentazione del male, dammi coraggio in quest'altra prova; Tu che lo puoi, conduci i miei passi, salva mia madre e mia sorella!—

All'uscir di chiesa, aveva deliberato ciò che gli restasse a fare. Vedeva troppo pericoloso raccontare a sua madre, in quell'estremo, la nuova sciagura, la più terribile di quante eran cadute sopra di loro: e poi, innanzi di mettersi sulle traccie de' rapitori di sua sorella, credè necessario di aprirsi coll'abate Teodoro, nel quale aveva trovato veramente l'uom giusto e forte… Non essendo molto discosto dall'Ospedale, vi corse, data al Rocco la posta sul vicino ponte; e salito in fretta al piccolo quartiere, bussò leggermente.

Non udendo rispondersi, e trovata aperta la porta, s'inoltrò adagio; vide seduto nell'altra stanza, al tavolo di studio, una persona, che credè essere lo stesso don Teodoro. S'arrischiò di pronunziarne il nome, e non avendo ottenuta risposta, pensò che non fosse lui; fattosi animo allora, domandò più forte:—Dica in grazia, starà molto a tornare don Teodoro?

La persona che sedeva con le spalle rivolte alla porta, appoggiate le gomita sulla tavola e la testa fra la mani, si riscosse a quella interrogazione; e voltandosi rapidamente, riconobbe Damiano, e gli corse incontro. Era Celso, che gettavasi nelle braccia del fratello.

—Oh Damiano! sia ringraziato il Signore: disse l'abate.

—Tu qui? ma come?

—Ah se tu sapessi! è don Teodoro che mi ha chiamato presso nostra madre; essa gli ha raccontate le nostre disgrazie. Io era lontano di qui… non son arrivato che jersera da un lungo viaggio. Una lettera di don Teodoro al mio superiore, m'ha fatto sapere la verità; e son venuto qui, a cercare della povera mamma. Qui era il mio posto!….

Damiano, a dir vero, nutriva un resto di rancore verso il fratello, dubitando che le insinuazioni del Padre Apollinare gli avessero spento per sempre l'affetto de' suoi; pensava, che di cuor debole e timoroso com'era sempre stato, non avrebbe saputo strigarsi dalle reti sottili a lui tese da' suoi gelosi protettori. Ma don Teodoro, appena seppe in parte, e in parte indovinò come stessero le cose, era riuscito a metter soggezione al Padre Apollinare, che non trovò prudente d'opporsi, per il momento. Il prete aveva parlato in nome d'una madre che vuol rivedere un figliuolo prima di morire: la sua lettera seria e sincera bastò, se non altro, a guastare un disegno che da lungo aveva concepito quel rappresentante d'un occulto potere.

—Oh quante cose ho a dirti, Celso! E la mamma, l'hai tu veduta?….

—Aspettava qui don Teodoro che mi conducesse a lei. Dopo quel ch'è stato…. mi sentiva mancar il cuore; ma andiamo, andiamo insieme, Damiano. Io vorrei, vedi, poter mostrarti quel che sento nell'anima…. E adesso, dimmi: Stella…

—Taci, per carità!—Questo nome, richiamandolo all'angoscia, che per poco taceva nel suo cuore, fu per lui un'altra ferita.

Pochi momenti di poi, la signora Teresa rivedeva i suoi due figliuoli: essa non potè dir loro molte parole, ma pianse di consolazione. E i suoi occhi pieni di lagrime andavan cercando la Stella, che le mancava. Povera madre! Ella non sapeva che destino sovrastasse in quell'ora alla sua fanciulla.

Capitolo Decimonono

Il dì innanzi, verso l'ora consueta del desinare della comunità, Stella usciva non vista della scuola ove stava colle compagne a lavorare. Attraversato un corritojo oscuro, che trovò per caso aperto, scendeva nell'orto; e trattenendo il respiro, bianca come il fazzoletto ond'avea coperto il seno, guardavasi indietro a ogni passo, per terrore che alcuna delle maestre si fosse già avvista della sua sparizione.

In quella mattina era stata veduta trattenersi a lungo in gran segreto con una donna che venne a cercarla: era una vedova, la Barbara, loro vicina di casa. S'era costei pigliato il carico d'annunziarle come sua madre fosse malata e in pericolo di morire: ma veniva mandata da un tale che metteva la più grande importanza all'effetto di quella dolorosa notizia.

Stella, camminando leggera sull'erba, rasente il basso recinto del giardino, giunse presso la porticina che rispondeva in una viuzza perduta, e di là sulla mura. Levò gli occhi al cielo, come per chieder perdono di quel passo; pensando a sua madre, non sentiva che il rimorso d'averla abbandonata: il dubbio poi di non poter forse giungere a tempo per vederla viva, la tolse d'ogni incertezza, d'ogni sgomento.

Allora trasse fuori una grossa chiave che nascosamente avevale recata la Barbara, e con quella si provò a disserrare il rugginoso catenaccio. Le sue piccole mani non avevano forza bastante; atterrita al più leggero scricchiolìo della toppa, già stava per ritornare su' suoi passi, quando, rimessa la mano sul bolzone, credè d'udire una voce che sommessamente la chiamasse dal di fuori. Il catenaccio cedè, la porta s'aperse. La persona che l'aveva chiamata per nome, e che là stava ad aspettarla, era la Barbara.

Costei la pigliò subito per mano, dicendole:—Andiamo, la mia figliuola…. lo sapeva bene che saresti venuta…. andiamo insieme, dalla tua povera mamma.

La Stella tremava come una foglia; fu presa da un involontario ribrezzo, appena che quella donna le toccò la mano; voleva tornare indietro, e un sospetto confuso le traversò la mente, che tutto potesse essere un orribile inganno. Ma le sovvennero le amare parole a lei dette dalla superiora la mattina, quand'essa le chiese licenza d'andare presso la madre morente.—Volete voi? le aveva risposto: non voglio io.—

Il ricordarsene le ridiede il coraggio che aveva già perduto; e senza più saper che facesse, lasciossi condur via; nè s'avvide d'un uomo il quale, a poca distanza, stava in agguato, e che allontanossi lungo il recinto, guardingo e frettoloso.

Battevano le tre ore.

Ella pensò ch'era il momento in cui le sue compagne del Ritiro, finita la scuola de' lavori, andavano in fila nel refettorio terreno; pensò che la sua fuga doveva già essere scoperta, e con ansietà, giungendo le mani, si volse alla Barbara.

—Per amor del cielo, mi conduca subito a casa; ho bisogno d'esser vicina alla mamma; io muojo di vergogna e di paura.

—Non far di queste smorfie…. Non andiamo verso casa, forse? guarda che la gente non s'accorga. Non parlare, rasciuga gli occhi.

—E lei m'aspetta…. non è vero?…

—Ma sicuro, non te l'ho detto cento volte?

—Oh! se non era lei che mi domandava….

—Sì, sì, vien pure con me, sarai contenta poi….

Attraversavano il ponte di porta Tosa; e di là, per il corso e per quelle viuzze che mettono alla piazza Fontana, s'avvicinavano a' luoghi ben noti alla Stella. Ignorava tuttora, e la Barbara aveva troppa ragione di tacerglielo, che la madre sua non fosse più là; sospirava di salire a quell'umile quarto piano, ove per tanto tempo avevano nascosta la loro povertà; e col pensiero vedeva il letto di sua madre nell'alcova, sentiva nel cuore la voce benedetta di lei.

—Ma non si sa niente di Damiano, di quel mio fratello?… chiese poi Stella alla sua accompagnatrice. Cosa n'è successo mai? è poi vero che l'abbian messo in libertà?

—Ma taci adesso….

—E il mio fratello abate? di lui mi vorrà ben dire quel che sa.

—T'ho detto di non parlare…. Non bisogna figurarsi d'esser fuori di pericolo; non è cosa da niente scappar da un Ritiro; e chi sa mai….

—Oh Signore! ma non è stata lei?….

—Quel ch'è fatto, è fatto! adesso bisogna aver prudenza, e lasciarti regolare.

Saliva Stella, col cuor tremante di gioja, le anguste scale di quella che fu casa sua, e giunta sull'ultima balconata s'avviò quasi correndo: trovò aperta la porta, si precipitò dentro, volò nell'altra stanza, gridando:—O mamma! povera mamma!….

Ma l'alcova era deserta; una donna, che Stella sulle prime non riconobbe, le venne incontro; e:

—Vieni pure, Stella: le disse: io non ti voglio del male a te…. questa è adesso casa mia; e se vuoi star qui con me….

Era la signora Emerenziana. Il sorriso che costei aveva sulle labbra, nel dir così, fece rabbrividire la Stella.

—Oh Dio Signore! gridò la tradita fanciulla: ma dov'è la mamma? per amor del cielo, dov'è?….

Si volse indietro, e la Barbara non era più là.

—Tua madre?…. disse la vecchia pegnataria con flemma: tua madre, è un pezzo che se n'è andata.

—Non è vero!… Ma come? ma dove? io non so niente. Oh! dove sono mai? Oh! mamma, dove sei?…. io voglio la mia mamma!

—Sta quieta, la mamma s'è ammalata….

—Io voglio vederla,

—E non sai mica, continuò in tuono benevolo l'altra colla sua falsa flemma, che l'hanno portata all'Ospedale?

La giovinetta sentì al cuore uno schianto, e cadde come morta fra le braccia della perversa vecchia….

Ricomparve indi a poco la Barbara; fra lei e la Emerenziana portarono la svenuta fanciulla in certe stanzette attigue, dalla pegnataria prese a pigione insieme al piccolo quartiere ove prima abitava la nostra povera famiglia. La posero sovra un lettuccio, in un bugigattolo, avanzo di solaio, senza finestre, fuorchè un abbaìno, dal quale cadeva a stento un po' di luce.

Così l'insidia, tessuta con tanta sottigliezza, con tanto segreto, si compiva oltre quanto sperassero coloro che l'avevano macchinata. Il nemico di Damiano poteva cominciare a rallegrarsi con sè stesso: egli era riuscito a trascinare l'ingannata fanciulla in una casa infame.

Le due vecchie non si pigliarono fastidio ch'ella fosse svenuta: quel deliquio, dicevano, non poteva venir più a proposito, per liberarle dalla noja del primo piagnisteo della fanciulla. Acconciata che l'ebbero sul lettuccio, uscirono senza pur volgere uno sguardo sopra di lei; diedero di chiave all'uscio, nè s'accorsero d'un lungo gemito dell'infelice, che in quel momento cominciava a ritornare alla vita.

Due altre comari del vicinato, messo il capo dentro della porta, domandarono la signora Emerenziana: esse forse non erano al bujo dell'avvenuto. La pegnataria, persuasa della necessità di tenersele buone, andò loro incontro con gioviale premura, e le fece venire innanzi; poi disse loro che non voleva proprio lasciarle andar via, prima di fare, alla buona e tra amiche, un po' di merenda. Detto fatto, ne spacciò una dal vendarrosti, che di fresco aveva aperto bottega sull'angolo della via; essa intanto, coll'altre, si mise ad apparecchiare, a cavar fuori da uno stracantone posate e tondi e bicchieri; quelli fessi, scompagnati questi, e venuti d'ogni parte per trovarsi insieme nella credenza della pegnataria. In breve una fumante cavolata, in cui nuotavano resti di salsiccia e d'altro carname, poi uno spicchio di vitella col ripieno di noci e un fiasco di vin vecchio, furon pronti sul desco; e le quattro femmine a sedervi d'attorno. Cominciò un coro, da disgradarne quello delle streghe del Macbetto; voci acute e roche, insulso e disonesto parlare, risa villane, e sbatter di bocche sdentate; qualche strilli di quando in quando, somiglianti al guair del gatto selvatico; ma sopra l'altre la voce chioccia della pegnataria che, a fine di rallegrar le comari, pigliava a raccontare a suo modo l'avventura di Stella.

Questa intanto, nella sua prigione, risensando a poco a poco, s'era sollevata sul duro giaciglio; e come si trovò sola, disperata d'ogni soccorso, balzò in terra, e fuor di sè cominciò a girar per l'angusta cameretta, cercando intorno un'uscita. Tutto a un tratto sostava, tendeva l'orecchio, figurandosi che tutto fosse un orribile sogno e che fra poco si sarebbe trovata nelle braccia di sua madre….

Ecco che, dall'altre stanze, penetrano fino a lei le stridule voci delle quattro vecchiarde e lo strepito delle stoviglie percosse; e, fra il gridare e il ridere, udì chiaro il proprio nome.

Lasciò cader le braccia lungo l'affralita persona, e intrecciando le mani, levò al cielo i begli occhi gonfi di lagrime: chiunque l'avesse veduta in tal'atto si sarebbe impietosito. Un misterioso sgomento assalì in quell'istante l'anima della giovinetta: non era terrore, non era ribrezzo; ricordavasi del giorno in cui, per la prima volta, indovinò a che insidie, a che pericoli vada incontro una poveretta, la quale non abbia altro bene al mondo che la sua onestà e la sua bellezza. Pensava alla madre, a Damiano ch'essa credeva tuttavia in prigione: egli solo, se fosse stato libero, come la salvò un'altra volta, avrebbe potuto salvarla in quell'ora. Poi s'inginocchiava, per raccomandarsi alla Madonna; ma la sua anima era troppo agitata e confusa, e a stento potè dire le prime parole dell'Ave Maria.

Poco prima di mezzanotte, udì stridere il catenaccio; e la signora Emerenziana, in atto di studiata compassione, venne per domandarle come si sentisse, se avesse riposato, se volesse bere o mangiare; si tenesse proprio come in casa sua.

Ciò parve alla fanciulla ancora più atroce di ogni tormento: era lo scherno aggiunto alla vendetta. Disse che non voleva nulla, che non voleva nessuno, e che, venuta appena la mattina, sarebbe partita da quella casa.

—E dove vuoi andare, povera figliuola?… rispondeva la vecchia, fra sè ruminando intanto che le sarebbe tornato acconcio di non trovarsi così sulle braccia, quella piagnolosa martirella.

La fanciulla sarebbe morta nel durar di quella notte, se l'angoscia e il delirare della mente in mezzo alle larve che la circondavano non l'avessero prostrata così che le convenne gittarsi di nuovo sul letto; dove il sonno, breve conforto, scese a prepararla a nuovo dolore.

Ma Damiano, in questo mezzo, certo appena della sparizione di sua sorella, non aveva perduto un momento. Dopo ch'ebbe lasciato il fratello abate presso al letto di sua madre, facendosi promettere che avrebbe per allora taciuto a lei, comechè troppo debole e oppressa, la recente disgrazia la quale poteva troncarle d'un colpo gli ultimi giorni, egli corse quasi disperato verso il palazzo dell'Illustrissimo; sapeva che là soltanto sarebbegli stato possibile trovar qualche traccia di colui che aveva preparato, o forse consumato quel vituperio. Com'uom fuor di sè, egli si sentiva capace di tutto.

Ma, giunto a pochi passi dal palazzo, vide venire a quella parte don Teodoro. Il coadiutore, scorgendo il giovine così mutato, così travolto in viso, lo trattenne, con piglio severo domandando che avesse. Alle prime parole di lui, argomentò che trattavasi di grave cosa; nè volendo avere a testimonii gl'indifferenti passeggieri, don Teodoro s'appartò con esso in una deserta via a fianco del palazzo, e fecesi contar su minutamente ogni cosa. Non appena ebbe udito i dubbj che fremevano nel cuor di Damiano, l'assicurò, quanto a sè, non credere che quella persona d'alto affare di cui sospettava, volesse intrigarsi in una impresa così scellerata, così pericolosa; si quietasse, chè avrebb'egli medesimo cercato di fargli saper prima di sera il luogo ove fosse la giovine; lasciasse in somma fare a lui, chè non gli somigliava difficile veder dentro in quella trama: nè gli tacque come, appunto allora, dovesse recarsi a parlare all'Illustrissimo, per un'altra ragione di non piccol momento.

Ma Damiano non voleva chetarsi; onde il prete si fe' da capo a consigliar tanto lui, quanto Rocco che si dessero attorno senza perder tempo, per cercare in altro modo qualche traccia della fuggitiva; senza però destar romore, affine di non mettere a rischio il buon nome della fanciulla: disse poi a Damiano ove l'avrebbe trovato dopo mezzodì, e lasciollo con queste parole:—Fatevi cuore, figliuolo: c'è lassù Quello che veglia sempre.

Noi seguiremo i passi dell'abate Teodoro, che tornava pensieroso, ma sicuro di sè stesso, verso il palazzo, colla coscienza di chi cammina per fare una buona azione.

Capitolo Ventesimo

Don Teodoro conosceva quella superba dimora, e quel vecchio erede d'un gran nome. S'era trovato alla presenza di lui, in una circostanza che il lettore non avrà forse dimenticata: quando, appena morta l'infelice Marianna, madre di quel perduto fanciullo di cui non aveva saputo in tanti anni raccogliere alcun preciso indizio, egli s'era presentato al fastoso signore, per adempiere l'ultima volontà della moribonda donna. Ma era passato tanto tempo, e temeva non poco che mal sortisse la prova, per la quale s'era fatto animo a tentar di nuovo il cuore di quell'uomo. Il saggio prete usava più spesso nelle case de' poveri che in quelle de' ricchi; egli pensava d'esser chiamato a spender la vita per sollevare gli oppressi, per umiliare i superbi: ond'è che la sua parola riusciva, di solito, poco accetta all'orecchio de' grandi; ma, sebbene avesse per ciò appunto di molti nemici, non osavan dichiararsegli tali apertamente, colla tema fors'anche d'ajutar per questa via il maggiore suo trionfo.

Al suo entrare nell'anticamera del palazzo, i servitori si guardarono tra loro in faccia, con non so qual maraviglia: pensando forse che il modesto prete fosse qualche nuova premura della padrona, e che avesse preso in fallo lo scalone degli appartamenti dell'Illustrissimo, un d'essi, alzando il gomito con atto villano:—Ha fallato, signor abate; dall'altro scalone.

—Non ho fallato; ho bisogno di parlare al vostro signore.

—Non si hanno ancora gli ordini dell'Illustrissimo, questa mattina.

—Andate a domandarglieli.

—Non si usa, signor curato, o quel ch'ell'è: ripigliò quel zotico, senza pur muoversi dallo scanno su cui stava a cavalcione.

—Se non volete annunziarmi, bisognerà che mi faccia innanzi io stesso.—E ciò disse, con tale dignità seria e sdegnosa, che l'insolente servo, credendolo qualcosa di più che non pareva, e dubitando delle conseguenze d'un granchio che avesse pigliato, stimò bene di domandare a un de' compagni, che cercasse del Rosso, per sapere se il padrone desse udienza.

—Dite ch'è l'abate Teodoro, e che viene per cosa di certa importanza: soggiunse il prete.

Intanto che l'altro servitore lo precedette, don Teodoro, camminando innanzi e indietro per la vasta anticamera e per l'attigua galleria, pensava a tutto il male che aveva fatto un capriccio di quel grande a cui stava per parlare; e qualche sguardo inquieto, che a ogni poco gittava sulla porta dell'interno appartamento, palesava la sua incertezza e il tedio dell'aspettare.

Passata mezz'ora buona, ricomparve il servo a dire che, quantunque l'Illustrissimo fosse occupato e poco ben disposto, valeva però fare un'eccezione per lui. E, con un certo rispetto, lo invitò a venirgli appresso.

Il vecchio patrizio, ravvolto in una morbida zimarra di broccato, se ne stava a grand'agio nel suo seggiolone, appoggiando un braccio sopra lo scrittojo; prezioso arredo d'antica data, tutto intarsii e dorature, a cui sormontava una foggia di scansìa con agate e lapislazzuli incrostati: di questo capolavoro del tempo di Francesco di Francia, l'Illustrissimo soleva dire, in confidenza, ch'era dono d'un gran contestabile a una sua arcavola di bellezza famosa. La guantiera d'argento che gli era vicina, con una tazza di cristallo e due nane boccie contenenti una pozione torbida, biancastra, a dir vero, mal non s'accordava colla livida e annebbiata sua fisonomia. Quella mattina egli s'era levato più tardi del consueto, dopo una notte insonne; e per cacciar l'uggia che si sentiva ne' pensieri aveva legicchiato alcune pagine d'uno scandaloso romanzo francese del secolo passato, e un insipido articolo di politica d'una gazzetta ufficiale ch'eragli fuggita di mano: poi non trovò di meglio che sfogar la bile con alcuno de' servi o dipendenti che gli capitasse innanzi. Quando gli annunziarono l'abate Teodoro, stava l'Illustrissimo combattendo contro la noja e il dispetto che da qualche tempo l'assediavano più importuni, e pensava al viaggio degli anni che andavano innanzi anche per lui, a quegli acciacchi che lasciavansi dietro.

Rimase un poco in forse; poi, fosse gusto di trovare una vittima nuova o diversa, fosse un'improvvisa mutazion di pensieri, disse al servo che facesse entrare il prete.

Don Teodoro, fattosi innanzi contegnoso e tranquillo, chinò il capo senza parlare, mentre l'Illustrissimo accennavagli di sedere. Eran corsi vent'anni dal giorno che questi due uomini s'eran trovati a fronte un dell'altro, in quella camera stessa; don Teodoro veniva per tentare un'altra volta nel cuore del patrizio la stessa corda che allora aveva inutilmente tentata: ma l'Illustrissimo, nel turbine d'una vita logorata da' piaceri, inebbriata dal fumo delle ricchezze, aveva perduta la memoria di quel colloquio, e di quel nome di cui il prete sperava destare un'eco in fondo dell'anima sua. Forse egli lo credeva qualche nuovo accolito della corte di sua sorella, qualche occulto esploratore dell'accampamento nemico: e gli sarebbe piaciuto di pigliar l'inviato della dama in quella medesima rete ch'esso voleva tendere a lui.—E saprò capir ben io (pensava) se costoro mettano già in conto l'usufrutto del fatto mio.

L'Illustrissimo continuava a tacere; il prete credè allora di poter rompere il silenzio pel primo.

—Non so veramente, s'io abbia l'onore d'essere riconosciuto da lei, signore.

—La conosco, signor abate… di nome almeno: freddo freddo rispose il patrizio, pigliando da una scatolina d'avorio e ponendosi in bocca non so che pastiglie gommose.

—È gran tempo ch'ebbi occasione di parlarle; ma suppongo… confido che non m'avrà dimenticato…

—In coscienza, non mi ricordo affatto.

—Son vent'anni… Io era venuto qui, in nome… in nome d'una infelice, morta a quel tempo…

Tacque un istante, ma come vide offuscarsi la fronte del vecchio, che facendosi ritto sulla persona cominciava a guardarlo fiso, ripetè:—A nome d'una infelice, e per domandarle una riparazione… che…

—Che? che?… favorisca di spiegarsi più chiaro, se le piace. Non so davvero cosa ella venga quì a raccontarmi: già loro preti, n'han sempre pronte di simiglianti storie…—E ciò gli disse con voce un poco risentita, mentre lo squadrava da capo a piedi, come per mostrargli maraviglia di quel suo audace esordio.

—Non si sdegni, o signore, di qualche espressione che può parerle troppo viva forse. Io so bene che, dove appena le dicessi un nome, ella non sarebbe certo così poco giusto da fare strapazzo d'un uomo che le parla con verità e franchezza. È ben vero che gli anni ci han mutati entrambi; ma ciò di che io voleva intrattenerla, non è cosa che s'abbia facilmente a dimenticare… Perdoni, dunque, signore!… Questa lettera mi farà conoscere.

E traendo un foglio, glielo pose sott'occhio. Era la lettera, scritta per ordine dell'Illustrissimo dal suo procuratore; quella stessa, con cui era stato fatto all'abate Teodoro assegnamento di sei mila lire, a beneficio d'una persona a lui nota. L'Illustrissimo vi gettò gli occhi sopra; e mal suo grado un visibile ribrezzo lo colse; si ricordava benissimo del prete; e tutti quegli anni passati dalla prima volta che lo vide gli parvero un breve sogno. Il nome della Marianna, dimenticata, morta da tanto tempo, gli venne quasi involontariamente sulle labbra; e don Teodoro se n'accorse. Fece silenzio, e fissò il mesto e penetrante suo sguardo nel viso accigliato dell'Illustrissimo; il quale, contro il solito, e a causa fors'anche della indisposizione che lo faceva a sè stesso più increscioso, non seppe sostener quell'occhiata severa, benchè in cuore s'infastidisse di non trovar parole per frenare, come avrebbe saputo in altro momento, la tracotanza dell'importuno visitatore.

—Signore! il prete ripigliò pacatamente, in atto di chi parla persuaso d'aver ragione: Ella ha un gran nome, e a questo mondo cammina tra i primi; onori, fortuna, illustri attenenze, quanto fa per solito il sogno o l'invidia degli altri, a lei tutto ciò è come un diritto: ma, per un uomo che trionfa quaggiù, quanti non piangono e soffrono! La via larga le è aperta dinanzi; ogni sua parola è, per il piccolo mondo che la circonda, una legge; ogni desiderio cosa fatta. La ricchezza dà il potere, e gli uomini si prostrano volentieri a quell'idolo che non fu rovesciato ancora dal suo piedestallo, e forse nol sarà mai, al vitello d'oro… I pochi che stanno in alto, di rado abbassan gli sguardi per interrogare i patimenti della moltitudine, costretta a strisciare a' loro piedi; non sanno per che fine la ricchezza a loro fu data; non veggono, all'incontro, che frutto della loro ricchezza è bene spesso la miseria altrui. Scusi, o signore, se io parlo senza molti rigiri; ella sa quel che m'intendo dire.

—Nè vedo, nè so, il perchè mi voglia regalar questo squarcio di predica sulla vanità delle ricchezze.—E frenandosi a stento, sorrideva ironicamente; poi:—So bene che molti di lor signori usano disprezzare ciò che non ponno avere per sè.

—Io non disprezzo i ricchi, e non li invidio. La ricchezza può esser dono del cielo; può essere anticipata maledizione. Nessuna cosa al mondo bisogna stimarla oltre l'uso che l'uomo può farne; e ben di rado, o mai, l'oro potrà dargli l'amore, l'amicizia, il santo affetto della patria, la virtù modesta e tranquilla nell'esercizio del dovere. La ricchezza è un bene, ma è quel bene che più d'ogni altro corrompe sè stesso; e corrompe altrui. Lasciam queste cose, abbastanza viete, se vuole, ma non per questo men vere; poco importano a ciò che venni per dirle.

—Sì, mi risparmi i quaresimali, signor abate; ringrazii poi la fortuna che oggi io non ho voglia d'inquietarmi, poichè mi sento non troppo bene: se no, l'avrei già pregato a cangiar di stile.

—Io le debbo essere importuno, lo comprendo; ma il motivo che io le accennava, e che appunto mi chiama, sarà la mia scusa. Quando, molti anni fa, venni a raccontarle gli ultimi momenti d'una infortunata che, giovine ancora, moriva quasi nella disperazione, lasciando in terra una creatura più misera di lei, un bambino senza nome, senza asilo, condannato a portare il peso d'una vergogna e d'una colpa non sue…. ella, o signore, non volle ascoltarmi; mi fece poco meno che cacciar fuori delle sue anticamere; in quel momento le tornava nojoso parlar di miserie. Ma ella sapeva d'aver grave ragione per compiangere quella sciagurata; e si pentì poi di non avermi dato ascolto: fu allora ch'io ricevetti, per ordine suo, una piccola somma colla quale provvedere a quell'innocente, già adottato dalla carità pubblica. Nè a lei era ignoto, perch'io stesso adempiva al dovere di dargliene conoscenza, come quel bambino affidato a una famiglia di contadini, fosse di poi sparito; ella sa ancora che la povera sua madre era già morta, senza nemmeno la consolazione di conoscere se il poverino vivesse tuttavia. Intanto il piccolo capitale, da me tenuto in deposito, s'accrebbe, e a quest'ora si è raddoppiato…

—Potrà esser vero ciò ch'ella dice, ma è cosa che non mi tocca così da vicino, perchè ci sia necessità ch'io mi tenga in mente tutti questi particolari….

—Come?

—Se ho creduto mandarle qualche denaro per fare un po' di bene, non voglio averne merito, nè immischiarmi di più in questa faccenda: della somma, ella può farne ciò che vuole; non potrebb'essere in mani più sante.

Il prete scosse il capo, e seguitò:

—Quel fanciullo, o signore, vive. Dopo lunghe ricerche, dopo anni e anni d'incertezza, il caso mi poneva sulle sue traccie; io credo d'averlo ritrovato. Ora il fanciullo è un uomo; esso ignora del tutto la storia della sua prima età; perduto in mezzo alla campagna, non conobbe nè padre nè madre; nessuno gl'insegnò una parola d'amore, egli crebbe insensato, nudo, selvaggio; per mesi e per anni, non fece che piangere solitario e deriso da tutti, perchè la sua piccola mente a grado a grado svaniva; lo chiamavano per soprannome il povero pazzo. Ma c'è sopra di noi Chi si ricorda di tutti! Quel Dio che benedice il dolore degli oppressi fu la guida invisibile dell'errante fanciullo; e d'uno in altro villaggio, di casa in casa, il tapino si ridusse a vivere in questa città. Io non voglio stancare, o signore, la sua indulgenza, raccontando tutto ciò ch'esso fece e sofferse….

—Pare un romanzetto, caro signor abate, questa sua cantafera: lo interruppe con alterigia l'Illustrissimo. Sta poi che tutto sia vero, e più di tutto…. (questo il disse a voce più sommessa, e dopo una pausa) c'è qualche prova dell'identità del fanciullo?….

—Non mancan prove, illustre signore! rispose il prete. Ma io, quanto a me, non intendo farle valere; non intendo far parlare la legge, prima che parli la coscienza….

—Questa è una minaccia, cred'io. Se la piglia su questo tuono, non ne faremo nulla.—E sorrise, in modo da toglier quasi al prete quella pazienza, onde aveva sostenuto senza sdegno la noncuranza e il sarcasmo dell'Illustrissimo.

—Io son venuto, riprese don Teodoro con mite e tranquillo accento, a supplicarla nel nome di Chi tutto sa, e per la memoria di quello ch'è stato! Assecondi, ella n'ha tempo ancora, l'ultima preghiera d'una infelice ch'è morta: io per me non ho nè il dovere, nè l'intenzione, di propalare una trista avventura della quale conosco ogni particolare; anzi, da me, quel povero giovine non saprà altro se non che la Provvidenza l'ha destinato a espiare quaggiù il fallo di sua madre. Ma se, per altra via, egli venisse a conoscere il vero; se potesse mettere innanzi qualche ragione, qualche pretensione; se il mondo un dì o l'altro echeggiasse d'un processo lungo e scandaloso, d'un processo che non dovrebbe riuscire indifferente all'erede d'una gran casa….

—È cosa inaudita! nessuno ha osato mai parlarmi in cosiffatta maniera…. Buono, che per me ci vogliono altri spauracchi…. E io le giuro, per dio!

—Non giuri per nessuno, signore! si degni darmi orecchio, mi lasci finire. Il giovine di cui io parlo, nella sua semplicità e ignoranza, ha potuto conservare un'anima generosa e grande; poche di simili n'ha il mondo. Egli aveva trovata un'umile, onesta famiglia, che non gli rifiutò ciò che di più gli bisognava, affetto e compassione; aveva trovato un amico, e per quest'amico seppe fare il sagrificio della propria libertà, offrir la vita. Grandi e polenti persone condussero alla rovina quella buona gente; una vecchia madre all'ospedale, un figliuolo uscito a malapena innocente da un processo criminale, conseguenza d'un'insidia peggio che d'assassini; una fanciulla perseguitata, e a quest'ora forse…. perduta!

Così dicendo, il prete fissava gli occhi ardenti nel volto dell'Illustrissimo; il quale, compreso da un tremito che non poteva nascondere, impallidendo balbettò con infinta sbadataggine:

—Che storia è questa?

—È presso a poco la storia di tutti i giorni: seguì il prete, con voce mutata a un tratto in umile e dolorosa. Coloro che, al par di noi, di noi dico che portiam quest'abito, penetrano ne' nascondigli de' poveri, sanno quanto sia facile toglier loro l'unico, ultimo bene, la pace dell'onestà; sanno che lacrime costi a tante avvilite creature l'illusione d'un po' di fortuna; vedono nelle squallide case del popolo le traccie dell'oro de' ricchi, seminato dalla seduzione e dal capriccio. Così passa l'infamia d'una in altra generazione. Ben so che i buoni non mancano; che molti de' ricchi fanno il bene; e molti che il fanno, voglion che si sappia; le caritatevoli istituzioni, il danaro largito a sollievo dell'umanità sono un vanto giusto dell'età nostra, un pregio singolare di questa città; ma le beneficenze orgogliose non son quelle che migliorano il mondo; e la carità vera è nella giustizia, e nell'amore!…

L'Illustrissimo, piegata la testa sul petto, cupo nel pensiero, nulla rispose a queste gravi parole, che certamente non era uso a sentire. E gli pensava allo strano sviluppo di quest'avventura, dimenticata, soffocata da tanti anni, che gli faceva ritrovare un figlio in quella casa stessa ove, poco tempo prima, egli andò a cercare un'altra vittima. Il turbamento che stavagli in cuore era forse compassione, fors'anche rimorso; a questa voce interiore s'aggiunse un senso di mala disposizione in tutta la persona. Egli parve veramente sentirsi cader le forze, fluttuar più rapido il sangue, un freddo nelle membra, una nebbia ne' pensieri; insieme a tutto questo, l'incertezza del domani, e una paura; la paura della morte.

Ma il prete non aveva perduto nessun moto dell'uomo che gli stava dinanzi; e leggendogli in viso il terrore dell'anima, pensò che, forse per la prima volta, ciò che v'ha di più arcano nella natura percoteva l'opulento e corrotto patrizio. E satisfatto abbastanza ch'egli provasse quel terrore, anche senza confessarlo, ripigliò con voce più riverente:

—M'accorgo, signore, ch'io forse tratto con soverchio calore una giusta causa; ma ella mi perdonerà, se è vero ch'io leggo nel suo cuore una buona ispirazione. Ella può far del bene, e molto, alla famiglia per la quale io venni a parlarle; è pietà; è giustizia!…

—Oh! ascolti adesso anche me: disse l'Illustrissimo, rinfrancato dall'orgoglio. Io non so con che diritto ella sia qui venuto a farmi segno delle sue censure, a serrarmi i panni addosso con tante vane supposizioni. Rispetto lor signori; ma son avvezzo a pigliare il mondo com'è; ho fatto anch'io la mia parte di bene e di male, come tutti i figli d'Adamo; però non ne do conto a nessuno; e in quanto a lei, non la scelsi ancora per mio direttore di spirito….. Mi risparmi dunque altri consigli; e, in cambio de' suoi, io ne darò uno a lei; pensi bene un'altra volta a quello che fa, e a chi parla; l'abito che veste non le faccia creder lecito di trattare un par mio, come il primo mascalzone che si getti al piede del suo confessionale.

—Signore! ripigliò don Teodoro addolorato: non rinneghi la voce del cuore, non mi rimandi così. Ella deve sapere dove si trovi quella povera figliuola; deve sapere che un uomo perduto, malvagio, la sottrasse con un'insidia alla casa ov'era stata ricoverata; deve sapere che si mette innanzi il suo nome….

—Il mio nome? Per il cielo! io non ci entro per nulla in questi fatti. Ora capisco che l'hanno ingannata—E si sforzò di pigliare un tuono burlevole, e indifferente;—Se, per ajutare una giovine a fare un po' di fortuna…. per via lecita, mi spiego, per esempio, avviandola sul teatro, dove, se prometta bene, se sia bella, può far tesori al tempo che corre; se per far questo, dico, ho a tirarmi adosso le rappresaglie di tutta l'inquisizione, io posso anche riderne, mi pare…. Non s'adonti dunque, e mi compatisca! Ella mi vede inchiodato su questa seggiola; son castigato abbastanza, dacchè vennero a trovarmi, in una mattina, i due uccelli del malaugurio, il medico e il prete.

—Ella fa uno sforzo, o signore, per mentire a sè stesso, e scherzare. Ma non è questo il momento. A me bisogna ritrovar la giovine…. ritrovarla, prima di sera.

—Io non so nulla, le ripeto. Se c'è persona che abusi del mio nome, per qualche fine, per qualche vendetta….

—Come? ella dunque assente?…

—Che assentire? suppongo: e forse indovino.

—Cosa sento?… dunque è vero… E lei poteva?… Ma saremo a tempo?

—Le ripeto che non so nulla. Capisco che tutto questo è opera d'un cattivo soggetto, il quale, lo conosco abbastanza, si prese giuoco anche di me. In quanto all'essere a tempo, non so che dirle.

—Oh! sarebbe mai….—E levossi con impeto.

—Io me ne lavo le mani, io…. di tutto quel ch'è successo e che può succedere.

—Signore! proruppe don Teodoro; ella dovrà render conto di tutto a Colui che si ride delle violenze degli uomini! Le lagrime fatte spargere dall'umana prepotenza sono adesso quel che fu un tempo il sangue versato dai martiri…. Batterà l'ora della morte anche per lei; e in quel punto….

Ma l'Illustrissimo adirato levossi, e disse:

—Finite, tacete, e lasciatemi in pace una volta!

—Or bene, che vi giudichi il Signore!… Il mio dovere mi chiama altrove, e non ho un minuto da perdere. Ricordatevi che un'ora sola, in cui pensiamo seriamente a noi stessi può mutar tutta la vita!

Così detto, se n'andò, lasciando l'Illustrissimo in un mar d'incertezze e di terrori, sdegnato in una e confuso. E partito lui, il patrizio, sentendo crescersi il male, non ebbe coraggio di maledire il prete che osò parlargli come nessuno aveva osato mai, che non temè di minacciargli la giustizia del cielo.

Capitolo Ventesimoprimo

L'uomo cammina a gran passi sulla via del delitto. Nel dì stesso che accadevano le cose narrate nel precedente capitolo, il signor Omobono venne a sapere come la fuga della Stella dal Ritiro fosse già nota alle dame protettrici; le quali, scandolezzate dal mal esempio e piene di zelo, non avrebbero mancato di fare un subbisso, colle loro querele, in tutta la congregazione, e di portar fors'anche la cosa alla conoscenza delle autorità ecclesiastiche e secolari. Benchè la paura gli suggerisse in quel frangente un'estrema prudenza, nondimeno egli non seppe resistere all'ultima tentazione della vendetta. Ma volle compirla, mettendosi prima al sicuro d'ogni perigliosa conseguenza.

Al mattino, la fanciulla, dopo un'intera notte di pianto e di terrore, non aveva più sentito al di fuori della sua prigione nè voce, nè movimento. Si trascinò alla porta, e cominciò a battere, e domandare pietà. E la pegnataria, dalla quale il signor Omobono si partiva allor allora, dopo concertata ogni cosa, non fece la sorda a quelle preghiere. Ella aveva promesso di fare a modo dell'Omobono: con tutto che durasse un pezzo fra il sì e il no; e se non fosse stata la speranza di sbrigarsi al più presto della figliuola, e anche di quell'uomo, tutto viluppi e imbratti, che l'aveva tirata pe' capegli in quell'affaraccio, non avrebbe promesso.

Entrò nella cameretta, in aria premurosa e compassionevole, dicendo che non s'era già dimenticata di lei, e che veniva a portarle la colazione. E mise giù sulla tavola un tondo con una tazza di caffè e latte e un po' di pane.

La fanciulla, appena la vide, le corse incontro, le s'inginocchiò dinanzi piangendo e scongiurandola che la lasciasse partire. La vecchia, fingendosi impietosita, rispondevale ch'era ben giusto, e che fra poco sarebbe venuta a prenderla una brava persona sua conoscente, per accompagnarla presso alla sua mamma.

—Intanto, soggiunse, non lasciatevi andar così, la mia figliuola; dovete aver bisogno di pigliar qualche cosa; siete digiuna da forse ventiquattr'ore, chè nemmeno jer sera avete voluto mangiar nulla…. Datemi ascolto, bevete almeno quel po' di caffè col latte, ben caldo.

La fanciulla, aveva tanto bisogno di sperare che cominciò a credere a quelle bugiarde parole; e sentendosi veramente venir meno per tutto il patir che fece, prendeva dalle mani della vecchia la tazza: ma non potendo inghiottire un sol boccone di pane, s'accontentò di bere una parte di quel caffè col latte. Nè molto andò che, fosse effetto del lungo sfinimento della passata notte, fosse un'improvvisa stretta al cuore, la fanciulla sentì annebbiarsi gli occhi, le membra agghiadarsi; e cólta da vertigine, si lasciò cadere sulla seggiola più vicina e giacque come svenuta.

Allora la pegnataria non s'affrettò già per darle soccorso, ma fu d'un tratto nell'altra stanza, e fattasi alla finestra sulla via, l'aperse, e battè due o tre volte palma a palma. Un uomo inferraiolato se ne stava a pochi passi del portone: quantunque il segnale venisse così dall'alto, parve fosse là ad aspettarlo; poichè subito si mosse, e con un cenno fece avanzare una carrozza di nolo, appostata dietro l'angolo della via; poi, guardato ch'ebbe intorno con sospetto, svoltò nel portone.

Non passò un quarto d'ora, e l'uomo ricomparve: un altro venivagli dietro, reggendo sulle braccia una fanciulla, con uno scialle scuro in testa che le cadeva sul viso, e involto da una coltre il resto della persona. Una pigionale che, al passar di costoro, aveva fatto capolino dall'uscio, la credette una poveretta portata forse a morire all'ospedale; e usa anche troppo a così fatte scene, non vi fece poi sopra, colle vicine, nessuna ciancia.

I due, venuti al basso, s'accostarono al legno; l'uno n'aperse lo sportello, l'altro vi adagiò la fanciulla che sembrava piuttosto addormentata che svenuta; mentre il primo s'avanzò per dire una parola al vetturino. Costui, chinato il capo, frustò i cavalli, che malgrado il lor trotto ineguale, gareggiavano di non solita velocità.

Quando la Stella si risvegliò da quel grave sopore, il sole era alto. Guardossi intorno, tutta incerta e smemorata ancora, nè riconobbe dove fosse. Pensava d'aver sognato, di sognare ancora.

Era in una stanza vasta, quadrata, malinconica. Pochi mobili vecchi, tarlati, coperti di sbiadito damasco giallo la guernivano; da un lato una tavola, dall'altro un canapè massiccio e nano, sul quale ella s'era risvegliata in quel punto; nude le pareti, la vôlta fonda, sgretolata. Solo ornamento del tetro luogo, vedevasi pendere da una delle pareti, al di sopra dell'antico canapè, un gran quadro annerito, rappresentante un vecchio signore, in abito cavalieresco, ritto e severo, in attitudine di comando.

La fanciulla era corsa all'unico balcone, che lasciava entrare una pallida luce nella stanza: al basso, vide muraglie d'antico recinto, giardini abbandonati, grandi alberi da cui si staccavano, portate dal vento, le foglie ingiallite; vide, a qualche distanza, un gruppo di povere case, e fuggir da que' tetti qualche striscia di fumo biancastro; e campi all'ingiro e praterie attraversate da rigagnoli, divise da lunghissime file di salici e di pioppi sfrondati; e di lontano, sopra un cielo cenerognolo, uniforme, disegnarsi le bianche guglie del Duomo.

Quella finestra, alla quale smarrita, estatica affacciavasi la fanciulla, era altissima; e guardava il fianco d'un edificio antico, quadrato, ch'era stato altre volte la torre d'un castello. Il castello in gran parte più non esisteva, poichè la fronte dell'edifizio si vedeva restaurata colla pesante architettura di due secoli fa, e trasformata in un palazzotto; sola rimaneva tuttora in piedi la torre, con una tettoja sovrapposta allo spalto merlato; alcune delle vecchie finestre apparivano turate, altre erano munite di massiccie inferriate sporgenti; ma anche quella parte, fin allora la sola intatta dell'antico fabbricato, doveva essere in breve riattata, come lo indicava un impalcato di travi e d'assi costrutto da un fianco del terrazzo, poco al di sotto della finestra, donde stava a guardare la fanciulla.

In quel solitario e abbandonato palazzo, poche miglia lontano dalla città, e appartenente all'Illustrissimo, aveva il signor Omobono fatto condurre, giovandosi a tempo della protezione di quel potente signore, la povera Stella.

Quando, risensata del tutto, essa potè comprendere o piuttosto intravvedere la verità, quando ripensò a quel ch'era avvenuto e che parevale tuttora avvolto d'inesplicabile mistero, raccapricciò; e, coprendosi colle mani tremanti la faccia, ruppe in alto pianto. La solitudine, lo spavento, la certezza che, per piangere o gridar che facesse, nessuno poteva udirla, nessuno venire a salvarla; l'aspetto di quel luogo, il gelo che le correva per le membra, perfino il cupo sguardo che sembrava cader sopra di lei da quel ritratto del vecchio castellano; ogni cosa, ogni pensiero le aumentava l'angoscia dell'animo, la faceva disperare. Ripeteva il nome di sua madre, de' suoi fratelli; e poi piangeva, raccomandavasi alla Beata Vergine, e sperava ancora.

Passarono alcune ore. Quella gravezza di capo, quella specie di torpida nube che la opprimeva tuttora, in guisa che non riusciva a spiegare a sè stessa come nè quando, dall'angusta cameretta della pegnataria, fosse stata condotta in quel luogo deserto e sconosciuto, l'avevan resa di nuovo quasi insensibile; e non potendo più reggersi in piedi, gettossi di nuovo sugli scomposti cuscini del canapè. Cresceva a grado a grado nella stanza l'oscurità; e s'udivano poco lontano i rintocchi lenti d'una campana.

In quel punto, un romore confuso nelle stanze di sotto; un domandare e rispondere di due voci concitate e lo strepito d'un passo sulle scale, riscossero la Stella da quel letargo, che l'aveva tolta per poco alla conoscenza del suo pericolo, del suo spavento. Si levò a sedere, origliò; il cuore le batteva con rapidissimo sussulto; desiderava che alcuno venisse, fosse anche l'ignoto suo persecutore.

Non s'era ingannata; era il passo d'un uomo che saliva a quella stanza. La porta fu schiusa, e subitamente essa riconobbe, sebbene da lungo tempo non l'avesse più veduto, il signor Omobono. Costui s'avanzò col viso composto, colle mani serrate al petto, in atto di premurosa compassione. Ma la fanciulla non ardì levar la seconda volta gli occhi sopra di lui; essa tremava in ogni fibra; poco prima le aveva stretto il cuore il dubbio di trovarsi, senza difesa, in potere di quel vecchio signore che venne una volta nella sua povera casa per ingannarla coll'apparenza della protezione. Ora la vista del signor Omobono le mutava quel dubbio in certezza; essa trovavasi in faccia di colui ch'era stato l'artefice di tutte le sue disavventure.

L'Omobono fermossi con atto contegnoso, poco discosto dal canapè, dal quale la fanciulla non aveva avuto forza d'alzarsi.

—Mi conoscete, diss'egli? Oh dove mai vi trovo! Ma, io vi sono amico, non temete di nulla, povera giovine!

—No, no! è un inganno…. Non è vero! Io sono stata tradita! Oh
Signore, Signore, ajutatemi voi!

—Quietatevi, datemi ascolto; io son venuto per assistervi….

—No, non è vero…. È lei che ha fatto tutto questo male! Perchè son qui?…. Perchè viene lei?….

—Vi compatisco…. dopo uno spavento come quello che dovete aver provato…. Ma fatevi cuore…. sentite….

—No! no! Cosa ho fatto io di male per essere così trattata? Io non ho nessuno…. e m'han condotta qui per forza, m'han dato a bere qualche cosa…. ho perduta la mente…. Cos'è stato di me, lo sa il Signore.

—Ma chi vuol farvi del male? Siete qui in una casa sicura; nessuno vi toccherà un capello…

—Io voglio andar da mia madre, io!….

—È giusto.

—Lasciatemi andare, lasciatemi andare!… Oh! tutto questo mi toglie la mente.

—Datemi ascolto; e non vi spaventate così. Io ho sempre avuta della premura per vostra madre e per voi…. e posso far molto io….

—Impostore! impostore! Voi tutto il male che v'è stato possibile l'avete fatto… E non vi basta. Io so bene cosa pensate voi… lo so, lo so! E vi guardo in faccia, e ve lo dico!

—Passerà questa furia, e io potrò ancora farvi del bene….

—Dio santo, tu mi darai la forza di resistere!

Ma qui, invece, cominciò a piangere, e gettandosi in ginocchio a piè di quell'uomo, lo tentò affannosa colla preghiera.

—Oh! perchè mai le preme che una povera creatura, come me, sia perduta, sagrificata per sempre?…. Cosa le abbiam fatto noi?… Sono stata divisa dalla mia mamma…. quando mi cercava, quando non aveva più nessuno…. Ho voluto tornare a casa mia…. Oh! se lei non è cattivo, se è vero che, non per farmi del male, sia venuto qui…. m'usi adesso un po' di compassione, mi conduca dalla mia povera mamma…. Vede, che io piango…. Bacierò le sue mani, pregherò il Signore per lei!

—Sì, sì! ma state quieta, non piangete così forte…. Vostra madre la tornerete a vedere….

—Oh! torni a dirlo…. mi consoli, non mi lasci pensare che voglia prendersi spasso di me!—E sollevandosi dal terreno, la fanciulla fece per uscire.

—Aspettate un momento: dove pensate d'andare? Da vostra madre, adesso no! prima di domani mattina non sarà possibile…. Ora siete qui, siete in sicuro, nessuno vuol farvi del male, Vostra madre poi non sa ancora quel ch'è stato.

—Oh mio Dio!

—Fidatevi; ci penso io….

—No! no! voglio uscir di qui.

—Siate ragionevole…. Non m'obbligate….

Oh! lasciatemi andar via!…—E come disperata, di nuovo si precipitò verso la porta.

Ma il signor Omobono, che vegliava ogni movimento della fanciulla, fu pronto a impedirle il passo, e mutando tuono e volto:—Aspettate, disse con ira soffocata: non potete uscir di qui senza di me! se vi movete, siete morta!

Capitolo Ventesimosecondo

A queste parole, a questa cupa, frenetica minaccia, Stella non ebbe più nessun dubbio, nessuna speranza. Ella si vedeva sola, indifesa, perduta; per fuggir dalle mani di quel mostro, non le rimaneva più che morire, precipitandosi dall'alta finestra. Questo disperato pensiero le attraversò la mente; ma tornando a fissar nel suo persecutore gli occhi smarriti, e scorgendo il maledetto riso che stavagli sulle labbra, sentì a un tratto tornarsi in cuore forza e coraggio.

Non fuggì più, non si ritrasse; ma immobile, pallida, incrociando le braccia sul seno, gli stette dinanzi. Non parlò, ma il suo sguardo parve dire:—Io non ti temo, io ti disprezzo!

In quell'istante, s'udì l'abbaiar d'un cane da' cortili del palazzotto. Il signor Omobono si scosse, tese l'orecchio, e aggrottando le ciglia:—Chi può essere?… susurrò fra i denti. All'urlo del cane, s'aggiunse quasi subito un romor lontano, confuso, come di gente che facesse per entrare a forza. A poco a poco lo strepito aumentò, s'udirono voci minacciose, e porte sbattute con violenza e romor di persone accorrenti.

Un lampo d'ineffabile speranza tornò a brillar sul viso della fanciulla, ma tosto disparve; e uno spavento più grande, l'aspettazione di più terribili cose, invase l'angosciato suo cuore. Quell'uomo vendicativo era là che la riguardava, agitato nello stesso tempo dalla rabbia e dal terrore. Essa allora, non potendo più sostenere quello strazio, tornò a gittarsi ginocchione dinanzi a lui, tornò a piangere, a pregare; ma le sue parole si confondevano: e quando non potè più parlare, pareva tuttavia, colle mani giunte, e cogli occhi spalancati e vitrei, domandar pietà per la sua innocenza.

—Perchè preghi adesso?… disse colui, con beffarda ironia. Perchè ti metti in ginocchio? Non sai che, per causa tua, sono stato insultato, cacciato via come un cane, non sai che ho bisogno di farti vedere quel che posso far io? Tu avevi un fratello, tu avevi una madre…. E io, io ho voluto che tu non avessi più nè fratello, nè madre…. Questa muore all'ospedale, quello marcirà sulla paglia d'una prigione…. E tu sei qui, con me; e di qui, nessuno ti può strappare… Puoi pregar finchè vuoi nel nome di Dio, che sarà lo stesso!…

Non aveva finite queste parole, quando, dal pian di sotto, s'udì una voce gridare:—Stella! Stella!

Era la voce di Damiano.

La fanciulla fece un balzo, levò al cielo le braccia, e con un grido di gioia slanciossi con furia verso la porta, presso la quale restava, come impietrito, lo scellerato Omobono.

In quel momento terribile, costui vedendosi perduto, e pur non volendo rinunziare alla sua vendetta, trasse fuori un coltello e vibrò un colpo alla fanciulla, che fuor di mente s'era gittata sopra di lui. Ma la mano di Dio stornò il ferro; la Stella svenne a' piedi dell'assassino, e, cadendo a rovescio, percosse il capo contro l'angolo d'un basso armadio ch'era presso l'entrata. L'infame, pensando alla propria vita, fuggito dalla stanza, sparve nel momento che Damiano e Rocco, trovata la scala segreta al piano superiore, precipitavansi nell'andito che metteva allo stanzone della torre.

Mentre Rocco si fermò a custodia della scala, Damiano spalancò la porta, e vide stesa sul pavimento sua sorella, che non dava più segno di vita; il sangue le bagnava la fronte, le vesti, e rigava il terreno: la credè morta, assassinata. Al grido ch'egli mise, anche il Rocco era accorso; la sollevarono, la posero a sedere; e mentre Rocco andava a cercare un po' d'acqua, per istagnare il sangue stillante ancora dalla ferita fronte di Stella, Damiano appoggiando la destra sul cuore di lei, s'accorse che batteva ancora.

In questo mezzo, uno scalpiccìo sordo ma vicino gli giunge all'orecchio; ed ecco che, spinto dall'ira e sperando trovar le traccie dell'assassino, raccomanda con uno sguardo la sorella all'amico, e in un baleno corre fuori. Tentando con furia le pareti del buio andito prima attraversato, sente cedere un'imposta; cacciasi arditamente per que' luoghi sconosciuti, e trovatosi in un soppalco, basso, ingombro di macerie e di travi, vede nel buio fondo muoversi qualche cosa: sembragli un uomo che si strascini carpone. Fatto cieco dal suo furore, afferrando una pistola che teneva nascosta, balza minaccioso incontro a colui, ch'altri non poteva essere che l'assassino di Stella. Ma, fatti appena pochi passi in quel nascondiglio, ove solo penetrava un barlume dalla cadente tettoia, pensa d'essersi ingannato, poichè là sotto più non vede alcuno. Nondimeno si fa innanzi; le assi tarlate su cui camminava gli scricchiolavan sotto…. quando a un tratto gli viene all'orecchio un tonfo, un urlo disperato; poi non ode più nulla.

La giustizia di Dio aveva punito l'insidiatore dell'innocenza. Il signor Omobono, per sottrarsi alla pena che già lo ghermiva, era vilmente fuggito, come dicemmo. Quando si vide seguitato e scoperto nel suo nascondiglio, da una finestrella s'era calato giù per l'altezza di qualche braccia, lungo il muro esteriore, fino a un terrazzo del piano sottoposto; di qui, trovando murata l'apertura, nè scoprendo altro luogo ove appiattarsi, aveva arrischiato di passar nella parte nuova del palazzo, ove giunto poteva tenersi certo della fuga: ma, per arrivar fin là, gli convenne tentare il passaggio sull'assito sporgente dal fianco della torre. Non era giunto a mezzo che, posto in fallo un piede, sentì mancarsi sotto una delle tavole dell'impalcato, cadde rovescioni, cercò, cadendo, d'aggrapparsi colle dita uncinate alle abetelle e ai correnti del ponte, ma invano; la tavola che s'era staccata lo stravoltò a capo in giù, e precipitò con essa sino al piede del palazzotto, là sotto alla finestra di quella stanza ove stava per compire il suo delitto. Egli visse ancora alcune ore, visse abbastanza per essere trasportato sur un lettuccio fino alla città; dove morì all'Ospedale, dopo aver deposta in faccia a un attuaro del tribunale la verità di quel ch'era stato, la propria colpa, e l'innocenza di coloro che furono da lui perseguitati. Il sacerdote che ne ascoltò la confessione fu l'abate Teodoro; e in mezzo a' terrori della dolorosa agonia, la parola dell'espiazione risonò, come una voce celeste, al capezzale del traviato.

Dire a lungo come Damiano e Rocco, dopo che s'erano staccati l'ultima volta dall'abate Teodoro, fossero riusciti a scoprir le traccie della fuggitiva fanciulla e di colui che in appresso l'aveva rapita, non è adesso mestieri. A Rocco era dovuta la prima e la migliore ispirazione; poichè, mentre Damiano furibondo andava mulinando i più strani propositi, Rocco aveva saputo trovar la via più diritta e il mezzo più spiccio per far venire la verità a galla. Egli, con una brusca visita fatta alla vecchia pegnataria, la quale s'era, dal canto suo, già pentita d'aver dato mano a quella iniquità, venne in brev'ora a capo di saperne anche più che non gli bisognasse, almeno per il momento. Allora i due compagni, senza perdere un minuto, erano usciti della città, e corsi al palazzotto; ove Damiano, entrato a forza, potè salvare per la seconda volta l'innocenza di sua sorella.

Ma quand'egli conobbe il misero fine di colui che da tanto tempo era stato per loro come l'angelo del male, sentì morirsi in cuore l'odio che aveva contro di lui sempre nudrito, e al desiderio di vendetta successe la compassione. Ma nè la Stella, nè sua madre vennero così presto a sapere qual fosse stato veramente l'orrendo caso. Damiano volle condur la sorella lontano da' luoghi che furono testimonj di quel fatto: e tornata co' suoi, la fanciulla, come per miracolo salvata, non ebbe altra cura, altro pensiero che quello di assistere la madre già quasi convalescente, e di farle dimenticare i tristi giorni passati.

Ma coloro che avevano in parte tessuto, restando nell'ombra, quell'odioso intrigo, gli uomini del bel mondo che non s'eran vergognati di mischiarsi in uno di que' drammi tenebrosi del trivio, ne' quali non giunge a frugare la mano della legge, e ch'essi van passando all'orecchio l'un dell'altro, con certo stile frizzante e spregiudicato, quando

»Co' festivi racconti intorno gira
»L'elegante licenza……

costoro non si sognarono neppure di vedere il dito di Dio nella morte d'un uomo, a cui essi avevano stretta tante volte la mano, a cui avevan ripetuto di professare stima e amicizia. S'ha per altro a dire, che non parlarono più di lui.

Anche la povera famiglia, della quale abbiamo raccontata la storia, fu da essi in breve dimenticata. Altre e più infelici creature, nate dalla miseria, cresciute nelle umili officine, deserte nell'ignoranza, in mezzo al pericolo della giovinezza, e alle suggestioni dell'indigenza, furon vedute ingannar per corta stagione le noie del ricco scioperato, piangere e morire! Tradite, e poi derise, avranno creduto troppo facile la vita, sperato di poter dimenticare il tugurio in cui nacquero e il pane dell'onesta fatica…. poi, dopo un rapido sogno, desiderarono il pane di prima…. quel pane bagnato di lagrime innocenti! Anch'esse gustarono un'ora d'ebbrezza, e il capriccioso orgoglio della fortuna; ma le rose di cui tessevano ghirlanda, a' loro inanellati capegli, si sfogliarono; e allora si trovaron sole, finchè vennero la vergogna e il rimorso; venne il lurido bisogno, e poi tornò facile il delitto!—Intanto gli eroi de' fuggitivi amori continuarono allegre cene, e trionfi galanti; e parecchi n'andarono invidiati, e alcuna fra le regine della moda e della bellezza non isdegnò il corteggio de' più giovani e più fortunati di que' conquistatori.

Ma torniamo a' nostri buoni amici. Don Teodoro, quell'uom raro che aveva già fatto tanto per loro, persuase Damiano che, abbandonata la città il più presto possibile, andasse a stabilirsi colla famiglia nella pace di qualche lontano paesetto. A Rocco poi consegnò il capitale tenuto in serbo da tanto tempo, e cresciuto a dodicimila lire; di lì a poco altre seimila, che l'Illustrissimo avevagli fatte contare, dopo l'ultimo colloquio, col semplice avviso che fossero da lui adoperate secondo la sua intenzione. Rocco, al veder tant'oro, al pensar ch'era suo, da principio restò come trasognato; poi rifiutò, dicendo non voler toccare neppure un da venti soldi, senza saper da che mani gli venisse quella fortuna. Nè fu cosa da nulla per don Teodoro il capacitarlo, perchè avesse a ringraziar Dio, e a non cercare più in là. Il giovinotto s'impadronì d'una mano del buon prete, e baciandola disse:—Oh m'insegni lei quel che ho a fare, e mi metta il cuore in pace, con una parola di quelle che, fin adesso, non ho sentito dire che da lei.

Capitolo Ventesimoterzo

Albeggiava. Qua e là tremolavano, come smarrite nell'azzurro del cielo, le ultime stelle; non si vedeva un sol nuvoletto, e dietro a' monti più lontani andava dilatandosi a poco a poco quel casto lume del mattino che colora, mentre sorge a diradarli, i vapori dell'atmosfera: non è la gioja del sole, ma n'è il primo sorriso. L'aria tranquilla cominciava appena a sentire il freschissimo respiro delle montagne; e a grado a grado, quella parte di cielo, già candida e trasparente, tingevasi di vermiglio; lo splendido cerchio s'ingrandiva, trasmutandosi in oro i vapori che attraversavano l'oriente; di luce in luce il sereno, diventando più leggiero, pareva come allontanarsi; finchè un punto di fuoco uscì sull'orizzonte. Le opposte cime dell'Alpi, vestite ancora di neve, si fecero tutte di roseo colore, poi il verde de' vasti alberi sorgenti sull'alture più vicine ravvivavasi; l'allegra luce calava pei dossi erbosi; tutta la valle salutava la primavera.

Un giovine contemplava da un'alta riva, appoggiato a una rovere ancor brulla e quasi morta, quel bellissimo mattino. Da una parte, a poca distanza, vedeva spiccar tra il verde una cinquantina di case in lunga linea; un po' discosta la chiesa, e da quella dilungarsi le vie del monte e della valle: dall'altra parte, al piè dell'altura, era lo specchio d'un picciol lago, formato da' fiumicelli della montagna; dietro a quello, sopra la falda, verdeggiar per lungo tratto una bruna selva di pini, la cui malinconica tinta faceva campeggiar di più le ferrigne creste de' monti all'intorno, e le bianche casuccie del paesello. La valle s'allargava un poco verso levante, e il primo sole l'innondava con un torrente di luce: allora le acque del laghetto, prima nascoste da una striscia di nebbia, scintillavano de' vivi colori dell'iride; e da ponente spuntavano nell'ultima lontananza, ancora sotto un velo d'argento, le vette gigantesche del monte Rosa.

Quel villaggio è situato in un angolo remoto e tranquillo della nostra Lombardia, e quasi nel centro d'una delle più amene e pittoresche vallate che dal primo cerchio dell'Alpi s'aprono poco sopra di Varese, distendendosi fino alle solitarie rive del lago di Lugano. È una contrada poco conosciuta, poco visitata dai forestieri, usi a correre imperterriti l'infilzatura delle impressioni consacrate nelle loro Guide, cosicchè par quasi ne vengano a riscontrar se quel che c'è di bello nella povera Italia sia ancora a luogo. Il paese è consolato d'acque sorgenti e d'ombre antiche, sparso di poche e distanti terricciuole; poichè il terreno restìo e i comuni scarsi di censo conservano agli abitatori una povera indipendenza da' loro fratelli del piano.

In una di quelle terre, da circa sei mesi, erasi condotta a vivere la famiglia della Teresa. Alle buone intenzioni dell'abate Teodoro aveva sorriso la fortuna: egli era stato veramente un padre per i nostri amici. Per lui l'abate Celso finalmente potè togliersi di dosso la tremenda protezione del padre Apollinare, il quale, stimando venuto il momento, aveva cominciato a parlare aperto col giovine, esortandolo a rompere ogni legame del secolo, e ad entrare in una casa religiosa del suo ordine in altro paese. Don Teodoro seriamente interrogò l'abate sulla sua vocazione, e ben s'accorse che s'egli non aveva osato resistere fin allora a' consigli del padre Apollinare, fu solo per naturale timidità dell'animo. Pensò dunque sottrarlo alla sua influenza; e lo potè, malgrado le opposizioni incontrate sulle prime, dichiarando di portare la cosa dinanzi a persona a cui il Padre, quantunque potente, doveva nondimeno inchinarsi. Di qui, una guerricciuola sorda ma accanita, velenosa, di tutto il partito contro il buon prete. Un piccolo beneficio assegnato a Celso finì quella scaramuccia di politica da parlatorio: don Teodoro ottenne poi che l'abate potesse compire nel Seminario lo studio teologico, durante l'anno che ancor gli mancava, prima dì ricever l'ordine sacro. Intanto, per pochi dì, l'abate era venuto nel villaggio presso la sua famiglia.

In que' contorni, anche Rocco aveva potuto, comperando un bel poderetto, impiegare onestamente il capitale della ricchezza che don Teodoro avevagli procacciata. Governato con buona economia, quel piccolo tenimento doveva fruttare a tutta la famiglia di che vivere con agio bastante; comechè Rocco ormai si considerasse come uno de' figliuoli della Teresa, e volesse spartir con loro quel ben di Dio che gli era toccato. A stento però Damiano s'adattava al partito di far casa insieme: bisognò che prima don Teodoro gli confidasse con gran segretezza un suo pensiero, perchè egli si togliesse dalla sua ostinata ripulsa. In fine, non ebbe più ragioni da opporre, quando don Teodoro istesso, venuto apposta da Milano per fare una visita al vecchio curato del paese e a' suoi nuovi amici, lo chiamò a parte e gli mise in mano un foglio della Deputazione comunale che lo aveva nominato maestro di scuola, con duecentotrenta lire all'anno, provvisoriamente però, intanto che potesse avere la patente di maestro stabile. L'oscura ma più certa e onesta via che gli s'apriva, e il suo dovere di figlio gli facevano un dovere di accettare; e quantunque in cuor suo sentisse di non poter corrispondere come avrebbe voluto a quella prova di confidenza, accettò.

La famiglia dimorava in una casuccia attigua al fondo del beneficio. A breve tratto, un'altra piccola casa, più recente, più commoda, guardava dalla lenta costiera sovra una bella estensione di prati, e aveva a meriggio un vigneto ben soleggiato, a tramontana una falda di bosco; in tutto un sessanta pertiche di terreno, ove l'occhio riposavasi consolato dalla varia bellezza della campagna: era la modesta possessione di Rocco. Ma la casetta era chiusa, e nuda tuttavia d'ogni suppellettile; il nuovo padrone non aveva cuore di staccarsi da coloro ch'erano la sua famiglia, il suo mondo. Faceva vita con essi, mangiava all'umile loro desco, dormiva sopra un duro stramazzo nella stanza del suo amico.

Il giovine che, quella mattina, stava a contemplare il nascer del sole, era Damiano. Alcune stille di rugiada, cadendo sopra di lui dalle nodose braccia dell'albero a cui s'appoggiava, non lo riscotevano dalla sua muta contemplazione: la serenità del cielo, la rinverginata bellezza della natura non bastavano a dissipar dal suo volto la nube della malinconia. Da che egli si trovava in quel felice asilo de' campi, era mutato del tutto: i suoi cari lo vedevano dilungarsi solitario, camminar pensieroso in riva al piccol lago, talvolta sfuggire persino la compagnia del solo amico del suo cuore, del buon Rocco; il quale non sapeva imaginare donde nascesse in lui una così strana e dolorosa selvatichezza di vita. Levato quasi sempre un'ora prima dell'alba, saliva l'altipiano, donde poteva vedere per lo lungo quasi tutta la valle; e là s'intratteneva bene spesso per molte ore. Quando la campana del paesello sonava il segno della scuola, egli scendeva per rendersi all'umida stanzaccia, ov'erano raccolti da quindici a venti fanciulli, sparsi per le rozze panche, col sillabario e lo scartafaccio fra mano, che mettevansi in subita soggezione; comechè stessero più contegnosi dinanzi a lui che non al vecchio curato. Parlava poco, nè davasi gran pensiero di quel che potessero da lui imparare que' poveri figliuoli; poneva solo attenzione di non mancare al rigor del dovere. Talvolta i fanciulli lo vedevano colle gomita appoggiate sulla tavola star chino e pensoso lungo tempo, sempre sulla stessa pagina, e qualche muta lagrima cadergli sul lacero volume.

Quando, sul mezzodì, ricompariva a casa, la Stella era la prima che sollecita e serena veniva a incontrarlo; e Rocco dall'orto vicino, ove stava zappando o piantando, accorreva anch'esso a salutarlo con una gagliarda stretta di mano. Celso pure in que' dì cercava di fargli buona compagnia, e la mamma Teresa non badava a' fornelli della sua cucina, per raccontargli cento piccole cose, e tenerlo su allegro. Ma quelle testimonianze di tranquillo affetto, quella gioja schietta e sempre uguale che dapprima, anche ne' suoi dì più avversi, aveva sempre desiderate, ora non facevano che aumentargli la tristezza; e quantunque egli si studiasse di vincer sè stesso, o almeno di mostrarsi indifferente, capiva di non poter più provare in mezzo a' suoi quella che pur avrebbe dovuto essere la sua parte di felicità. Al rinnovarsi di tante affettuose dimostrazioni rispondeva con tenerezza e soavità come più sapeva; ma dentro di sè sentiva un vuoto, e mille diversi pensieri l'agitavano di continuo: era un tormento misterioso, più grande di tutto il dolore sostenuto fino a quel giorno. Udiva fratello e sorella, udiva la madre e l'amico discorrere con buona speranza del tempo avvenire, benedire il cielo per la sorte che aveva loro mandata, nè poteva dividere quella fiducia, quella contentezza; passeggiava verso sera insieme a Rocco e a Stella, mentre Celso veniva lor dietro sostenendo i passi della madre: essi, discorrendo delle passate disavventure, si consolavano colla quieta presente fortuna; egli invece sentiva quasi un'ira segreta, un'indicibile amarezza, la coscienza d'essere inutile a sè medesimo, grave agli altri. Nè ancora nessuno de' suoi aveva potuto leggergli nel profondo del cuore; e non sapevano che pensarne, tanto più che l'udivano dir qualche volta:—Io non ho più nulla a desiderare; la vostra felicità è la mia.

Così passava quasi tutti i giorni. Ma qual era la cagione di questo dolore, che fatto indivisibile compagno della sua vita, lo consumava segretamente?

Fino a quel dì non aveva egli stesso conosciuto il male segreto che già logorava la sua giovinezza. Perduto dietro alle ardenti fantasie, s'era abbandonato a quell'incerta aspettazione di un avvenire non conosciuto che appagasse l'immenso desiderio del suo cuore. Il voto della sua vita, non era più un sogno di gloria, era un sogno di libertà; e come nella sua anima malinconica ma forte, vedeva cosa naturale e giusta il sacrificio di sè stesso per ciò che sentiva dover esser vero e santo, nulla gli sarebbe costato il morire. Ma quella continua battaglia di pensieri contro ciò che vedeva succedere nel mondo, e i patiti disinganni, e la necessità di nascondere, di soffocare gl'impeti più generosi dell'animo, l'avevan prostrato in breve tempo nella muta inerzia di chi non ha più nulla ad amare.

—A che m'ha condotto tutto quello che ho tentato e sperato fin adesso?—pensava.—Quella magia della bellezza che m'aveva fatto animoso, per cercarmi un nome fra gli uomini, si è dissipata; ho scambiato la mia vanità per una sincera vocazione, ho creduto poter uscire della folla; e il primo tentativo m'ha rincacciato giù all'ultimo scalino. Pure, può essere stato per lo meglio. Adesso, mia madre potrà chiudere in pace i suoi giorni, mia sorella sarà felice lei pure, certo più felice di me…. Essa un giorno riusciva a leggermi nel cuore dubbj e speranze…. Ora, tutto è mutato. Quello che mi tormenta, essi non possono comprendere cosa sia; almeno vivano in pace; qui, la mia parte, io l'ho finita…. Ne ho veduti tanti con me patire e tacere! ho creduto poterli chiamar fratelli, almeno nella disgrazia!… E l'ardente sentimento che mi fa amare questo cielo così bello, questa terra dov'io son nato, dev'essere dunque inutile? Non è Dio che me l'ha dato questo affetto?… Ma perchè l'odio, l'ambizione, la vendetta potranno essere soddisfatte, e non lo può essere l'amore?…. La fatica, il bisogno di lavorare per vivere mi davano almeno di poter dimenticare questa speranza! Ora non è più così; ora è il pensare che mi tormenta. Eccomi qui solo, disoccupato, buono a nulla nè per me nè per gli altri; e ciò ch'io sento nell'anima, oggi mi pare una luce del cielo, domani mi parrà un delirio!…. Oh quando potrò dentro di me ritrovare la forza per vincere questa viltà che mi fa aver compassione di me stesso?…. No, io non voglio morir così.

Questi solitarii vaneggiamenti di Damiano eran fatti più affannosi, più amari dalle assidue letture d'alcuni libricciuoli che gli tenevano compagnia nelle lunghe passeggiate; in quella lettura egli soleva sprofondarsi sì fattamente, che le ore gli fuggivano come istanti, dimenticava la scuola e la casa, e qualche volta il suo dolore e sè stesso.

Un giorno, dopo aver divorato, nel suo favorito passeggio sull'altura, uno di que' piccoli volumi, s'era seduto sul muscoso terreno; e nuovi pensieri, ma più certi, più ardenti, gli stavano nell'animo. Eran due ore ch'egli leggeva e pensava; nè altre parole in quel suo meditare gli fuggivano di bocca, che queste:—Almeno non sarà inutile la mia morte, come la mia vita!—In quella, intese venire alcuno alla sua volta, Vedendo Rocco che saliva il sentiero del bosco, nascose il libro, s'alzò confuso, turbato, e gli mosse incontro.

—Damiano: gli disse l'amico giunto a pochi passi da lui: temeva non ti fossi perduto giù per la selva; come ti succede qualche volta, quando ci lasci senza dir nulla; ho voluto venire io stesso a cercarti…. perchè tu sei mio fratello…. e io, sai? ho qualcosa a dirti… qualcosa che non posso più tener nel cuore….

—So il tuo segreto, Rocco; lo so da un pezzo: rispose Damiano sorridendo con mestizia: tu vuoi bene alla Stella, e pensi che se la fosse tua….

—Come?… Tu dunque lo sai?

—Non solamente lo so; ma credo che la sia una benedizione del cielo per lei, e per tutti noi. Il tuo cuore è così buono, così generoso…. E mia sorella, vedi, conosce la tua virtù, sebbene io non le abbia mai detto nulla di te, nè della onesta tua speranza….

—Damiano! lo interruppe l'amico, con voce fatta tremante dalla commozione: so che quell'angiolo del cielo non avrà forse mai avuto un pensiero al mondo per un poveretto, come me. E io, forse, sarei morto piuttosto che parlare, vedi…. Ma una parola, una sola parola….

—Che io aveva già letta nel suo cuore prima di te, da un pezzo….

—Oh se tu sapessi!…. Pochi dì fa, lunedì passato, sedevamo laggiù sul ponte del mulino; tu non facevi attenzione a noi; e la mamma, come al solito, se la spassava a darmi un po' sulla voce, chè, tu sai, la mi tiene ancora uno strambo, e dice che voglio far sempre a mio modo, e ch'è quasi un peccato mi sia piovuto dal cielo un po' di fortuna: lo sai bene come è quella buona mamma! Io non trovava più cosa rispondere; e Celso lasciava dire. Allora la Stella si mise dalla mia, e disse così, proprio così:—Non lo sgridare, mamma; io gli voglio bene—e divenne un po' rossa, e poi subito—quasi come a mio fratello… Oh! non l'aveva mai detto, no, mai! E da quel momento mi par d'essere in sogno, non so più quel che faccia o dica, e ho quasi paura di diventar matto davvero. Ma, più ci penso e più sento che la è un'idea impossibile, e che in fine mi toccherà d'andar via….

—Andar via? ma perchè?

—Sì, sì, Damiano: potrei star qui ancora, dopo averla sentita dire….. che mi vuol bene…. quasi come a te?

—Ma non sei tu mio fratello?

—Sì, e non posso essere altro che tuo e suo fratello. Adesso, lo so quel che prima non ho avuto coraggio nemanco d'imaginare….

—Bene, adesso….

—Mi tocca d'andar via, perchè non ho più cuore di guardarla, senza pensare….

—Fatti animo, mio Rocco; ascolta pur l'inspirazione del tuo cuore.
Parlerò io alla Stella per te; e credi a me, ne ringrazierà il cielo.

—No, no, per carità, non dirle niente; o almeno, non adesso… Cosa vuoi che ne faccia del bene ch'io le voglio, io gramo e brutto, storpio d'una mano, senza famiglia, senza nome, solo al mondo?

—Come? rifiuti dunque casa nostra? Noi non siam più nulla per te?…. Oh Rocco! noi ti dobbiamo tutto; e per quanto avessimo a fare, sarebbe ancor poco, in confronto di quello che tu hai fatto; e….

—Non dico che questo sia vero…. Ma come tu sei il mio amico, ti voglio raccontar su tutto. Oh se tu li indovinassi i pensieri che mi bollono in capo!… Via, è inutile, tutto è già come finito…. No, no, non sono sincero con te; ho ancora un filo di speranza; e mi manca il cuore di dirtelo….

—Sii buono, Rocco; non mi nasconder nulla. Il tuo pensare, lo so, è giusto….

—Senti dunque; poi dammi un po' di ragione, o dimmi addirittura che son matto. Ecco, cosa ho pensato di fare…. e se tu, sentito che mi avrai, non mi dici di no…. Basta, sarà quel che sarà.

—Cosa vuoi fare? dillo….

—Andrò giù a Milano, oggi, di qui a poco; parlerò con don Teodoro, mi metterò inginocchione a scongiurarlo che mi dica il nome di mio padre, che mi faccia almeno conoscere quello di mia madre, perchè io non sia più come un figliuolo di nessuno… Forse, a questo mondo, un po' di giustizia e di compassione c'è ancora; e il povero abbandonato ritroverà il compenso di tutto quello che ha sofferto…. Sì, Damiano, dimmi anche tu se non è giusto ch'io conosca la mia famiglia, ch'io ritrovi il mio nome! Allora tornerò qui; e se tu crederai che il poco bene che posso spartir con voi sia bastante per metter su casa da buona e onesta gente, andrò a parlare colla nostra mamma: Contentatevi ch'io sia proprio il vostro figliuolo. E tu dirai alla Stella che io…. che nessuno le potrebbe volere quel bene che le voglio io.

Detto questo, fece un gran sospiro, come gli fosse caduto un peso dal cuore. Damiano che, nello strano ma pur dilicato intento dell'amico, di voler avere un nome prima d'unir il suo al destino di Stella, aveva veduto la grande e altera virtù del suo cuore, non potè stornarlo dall'idea di quel viaggio alla città. Convennero dunque che non si sarebbe fatto parola di nulla fino al suo ritorno: e Rocco, con la scusa d'aver a riscuotere certo avanzo di capitale rimasto in mano di don Teodoro, si mise in via, senza perder un'ora. Damiano lo lasciò partire, persuaso già che egli e la Stella sarebbero stati alla fine marito e moglie.

Capitolo Ventesimoquarto

Rocco stette lontano due giorni; al mattino del terzo tornò, rincantucciato in una sconnessa vettura fino a Varese; e di là a piedi s'incamminò per la solitaria valle. Andava lentamente, pensando fra sè che forse per l'ultima volta egli vedeva que' luoghi così belli, così cari. Ma perchè non gli parevano più i luoghi di prima? Una tristezza più profonda di quella che in altro tempo avevagli turbata la vita e tolto quasi il lume dell'intelletto, gli s'era fitta nel cuore: in tutto il viaggio non aveva cambiata una parola con alcuno; una volta gli avevano domandato di che sito fosse: egli levò il capo, e guardò fisso un po' colui che faceva l'innocente domanda, poi gli rise in faccia con un riso beffardo e amaro: lo credettero matto. Nel restante del cammino poi, sull'alpestre costiera, non s'arrestò mai a riprender lena, fuorchè un istante, per bere un po' d'acqua al zampillo d'un rivoletto, sul principio della valle.

Era basso il sole, quando giunse presso il mulino, e sedè sul ponte, là dov'ebbe veduta, l'ultima volta prima di partire, la Stella: non si sentiva capace di fare un passo di più.

Ma poco stante, vide venir Damiano, che certo l'aspettava. Corse incontro a lui, gli gettò al collo le braccia, ma non seppe fare una parola.

—Cosa c'è di nuovo, Rocco? cosa c'è?… rispondimi, fatti cuore. Non sei più tu?…. non sei il mio fratello?

—Oh Damiano! cominciò a dire, dopo un istante, con voce soffocata: ancora uno, due giorni, e poi non vi vedrò più!

E qui, con molta titubanza e con una espressione d'amarezza che non può dirsi, gli raccontò la mala riuscita del suo tentativo. Giunto appena a Milano, era corso a trovare il suo benefattore; il quale, avendogli letto nell'animo da' primi dì che il conobbe e sapendo già al pari di lui il suo segreto, sorrise all'ingenuo, impacciato racconto che Rocco venne a fargli del suo onesto amore. Ma, quand'ebbe inteso perchè venisse il buon giovine, quando lo vide sforzarsi per non piangere, e capì che a qualunque costo voleva sapere il nome de' suoi parenti; allora il prete cominciò a farsi serio, a pensare; e sulle prime non trovò risposta. Forse l'affetto, che da tanto tempo l'aveva legato al destino del povero giovine, gli fece argomentare che si potesse ancora sperar d'abbattere colla parola della giustizia e dell'espiazione il vile pregiudizio che tutto assolve, e l'infamia che si pone la maschera della convenienza. Uomo dabbene e ingannato! con tanta esperienza delle cose e degli uomini, stimava tuttavia che quel ricco indurato nel male potesse essere domani migliore di quel che jeri fosse stato. Pure—pensava—l'uomo non è destinato al male, e non può riposare che nella giustizia. E sentiva d'aver ragione, pensando così.

Congedato Rocco, e dettogli di tornar la mattina appresso, il prete raccolse di nuovo tutte le carte ch'erano in sua mano, relative alla misteriosa nascita del fanciullo, alla sua sparizione e alle ricerche per tant'anni non intralasciate. Però dovette toccar con mano, svolgendo tali scritture un'altra volta, come tornasse impossibile non solo di far valere que' diritti dal codice non rifiutati agl'infelici che, prima d'esser chiamati, vennero al mondo; ma perfino di stabilire l'identità del giovine nelle forme legali. Gli ripugnava poi grandemente lo scandalo d'un processo; e pensò che il Signore, forse per lo meglio, aveva voluto così.

Al vegnente mattino, Rocco si lasciò vedere: egli sel fece sedere accanto; e pigliandolo per mano amorevolmente, gli confidò che gravi, insormontabili ragioni si opponevano al suo giusto desiderio: che l'uomo al quale egli non poteva dare il nome di padre, l'aveva respinto per sempre, e che avrebbe saputo trovar armi anche troppo valide contro ogni pretensione civile: così, a poco a poco, venne a parlargli anche della madre sua; gli disse ch'era morta pregando e piangendo per lui; e come sacra cosa gli confidò il nome di quella infelice, un nome dimenticato da tutti sulla terra.

Non pianse, non fece motto, non battè palpebra il giovine al pietoso racconto. Pendeva dalla bocca del prete, e negli occhi lucidi e immobili gli si vedeva tutta l'anima: allorchè don Teodoro tacque, egli si mise in ginocchio, e levando al cielo la faccia, si raccolse in sè stesso, come in atto di fare un voto, che Dio solo doveva sapere; poi disse forte:—Sia benedetto il Signore perchè la mia povera madre mi ha amato!

Quel dì stesso, verso il tramonto, volle andare al campo santo, ove don Teodoro gli disse che l'avevano portata, quasi vent'anni prima. Ma non trovò la croce, non trovò la fossa; nè gli fu dato di poter piangere sulla terra che coperse le reliquie della sventurata da cui ebbe la vita e il dolore.

Tornato al villaggio, la sua determinazione era fissa: voleva salutar Damiano, donargli tutto l'aver suo, poi andar lontano lontano, ad aspettar che Dio lo chiamasse presso sua madre. Ma Damiano, appena seppe indovinare questo disegno, onde poteva disfarsi per sempre ciò ch'egli stesso andava in quel tempo fra sè maturando tanto disse e tanto fece, che il buon Rocco finì a promettergli di non abbandonar mai più la famiglia. Pure, nè quella sera, nè il dì appresso, nè l'altro ancora non si lasciò vedere nella casetta.

Damiano, in quel torno, aveva ricevuto una lettera di don Teodoro, che lo consigliava a far sì che Rocco potesse sposare sua sorella, s'ella n'era contenta, e non avesse il cuore occupato: dicevagli esser questo un compenso destinato dalla Provvidenza; gli ricordava, comechè sapesse non esservene bisogno, ciò che l'ottimo giovine aveva fatto per lui; non taceva che, quantunque Rocco non fosse un bel giovine, come la Stella poteva meritare, pure la sua buona e onesta figura non l'avrebbero fatto scomparire al fianco di lei; e finiva la lettera così: «Io ho contato di molti anni, e la mia esperienza è lunga; ricordatevi, figliuolo, di quel che dice il primo libro del mondo: Ci son tre cose secondo lo spirito del Signore, la concordia de' fratelli, l'amor del prossimo, e l'uomo e la donna bene sortiti fra loro.—Io vedo la mano di Dio in questa unione; è Lui, che conduce il figlio innocente a fare ammenda delle colpe del padre.»

Damiano non pose mente a quest'ultime parole, che bene non comprese, lieto com'era che il consiglio di quel saggio uomo rispondesse al voto del suo cuore.

Sul far della sera, quando la famiglia si trovò raccolta sotto il frondoso castagno che proteggeva l'umile dimora, e in uno di que' silenzii che svegliano le care memorie e fanno sentir più vivo l'incanto d'una bella natura, Damiano, che sedeva fra Stella e la madre:—Vi ricordate, mamma, cominciò a dire, di quella notte che morì nostro padre, e della promessa ch'io gli ho fatta, quando ci dava la sua benedizione? Io ho preso sopra di me di tener il suo luogo, di conservar il suo nome onesto, di far di tutto per voi… Allora ho fidato troppo in me; non ho saputo darvi che angustia e povertà. Ma almeno posso dire: Siamo stati onesti! Quello ch'io doveva, l'ha fatto per me il Rocco; e più di me, dev'essere lui il vostro figliuolo.

Il buon giovine, che tenevasi in disparte e mostrava di non fare attenzione, alle prime parole di Damiano, saltò giù in furia dal muricciuolo su cui sedeva, e sparì dietro la siepe di robinie che fiancheggiava il piccolo spianato. La Stella chinò a terra gli occhi modesti, aspettando che agli altri fosse noto quello che più non era un mistero per lei: ma il cuore le batteva più rapido; il suo viso, che non aveva ancor perduta una certa pallidezza, s'invermigliava; e tutta in sè raccolta, pareva temere che si vedesse il virtuoso sentimento ond'era commossa: le sue nere pupille, i capegli bruni che rinterzati in due trecciuole le contornavano il viso, e uno schietto vestito di percallo color di rosa, le davano una grazia indicibile; ma più di tutto la faceva bella un'espressione soave di verecondia, ch'è la gemma la più cara della giovinezza.

—Dunque, ripigliò Damiano rivolgendosi alla madre che non riusciva a capire, il nostro Rocco altro non domanda, per tutto quel che ha fatto per noi, che di diventar proprio un de' vostri figliuoli; egli vuol bene alla Stella, e Stella non può trovare un marito più onesto di lui.

—È proprio vero? dimandò la vecchia Teresa, la quale, cogli occhi deboli ancora, andava cercando intorno, se il giovine fosse là.

—Egli non ha voluto restar qui, disse Celso, forse perchè non vuole sperar troppo….

—E vuole, soggiunse Damiano, lasciar libera voi e Stella nella vostra decisione. Ma noi conosciamo com'egli pensa; noi sappiamo che un cuore compagno al suo non batte sotto panni più fini….. E tu, Stella mia, cosa dici? tu che da un pezzo hai imparato a stimarlo, a volergli bene….

—Oh sì! rispose timidamente la fanciulla: io non ho conosciuto nessuno migliore di lui.

—E poi, non è forse vero, tornò a dir Damiano, che adesso noi possiam dire che viviamo del suo pane?….

—Così, tu saresti contenta? domandò la Teresa alla figliuola.

—Presso di te, mamma, e con lui, sento che lo sarò.

E le si fece più vicina e le gettò le braccia al collo.

—Ma voi, riprese Damiano, non conoscete ancora tutta l'onestà di Rocco; la sua unica speranza era di poterti sposare, o Stella: ma non s'è mai sentito il coraggio di parlare; e voleva piuttosto andar via di qui per sempre, perchè non aveva un nome a darti, perchè si credeva indegno di noi e condannato a portar lui solo la sua disgrazia. E non basta ancora; in compenso di quel po' di bene che gli abbiam voluto noi fin adesso, era pronto a lasciar tutto il fatto suo per noi; voleva farlo a qualunque costo, e pensava che non fosse virtù la sua, ma una cosa la più semplice, la più giusta.

—Ecco, disse la mamma Teresa, che io potrò morire in pace: non c'è dolore senza la sua consolazione.

—Sei proprio contenta, o Stella? tornò a chiederle Damiano. Oh! egli, io spero, sarà l'uomo del tuo cuore. Ora lasciate a me il pensiero del rimanente. Vado a cercar di Rocco laggiù nel pineto, ove credo che m'aspetti: anch'io ho un dì felice, dopo tanto tempo, ed è questo!

Scese dalla stessa parte per cui si era discostato l'amico, con una gioja pura nel cuore, che non avrebbe pensato di poter gustare ancora. In quel punto la luna sorgeva limpida dietro il ciglio della montagna, in un cielo tutto seminato di stelle.

Convenne però lasciar passare ancora parecchi mesi, prima che i due giovani fossero marito e moglie. Bisognò che si domandasse il consenso del tribunale al matrimonio; e come il cambiamento di domicilio della Teresa e de' suoi non era ancora provato nel modo che ordina la legge, fu necessario aspettare fintanto che il tribunale, la pretura e la deputazione, dopo un andirivieni di carte, avessero poste le cose in regola: e per questo, Damiano e Rocco dovettero ancora, sebbene a malincuore, far più d'un viaggio a Milano, dove la protezione del buon cappellano dell'Ospedale venne a proposito per toglier di mezzo altre difficoltà non previste. Allora si concertò, poichè già s'era perduto del tempo, d'attendere fino a che don Celso potesse dir messa; e anche per ciò nuovi passi e nuove faccende, affine di ottenere le dispense canoniche dell'età. E così fu stabilito che la prima messa di don Celso e il matrimonio di Stella si facessero subito dopo la Pentecoste di quell'anno.

Alla fine, i voti della buona famiglia furono compiuti. I contadini del paesello e quei del contorno accorsero curiosi e festeggianti alla messa nuova del giovine prete che, con la dolcezza del costume e la semplicità della vita, aveva già saputo farsi amare da quella brava gente. L'altare fu ornato degli apparamenti i più belli, e la fronte della chiesa tappezzata, in luogo d'arazzi, di rami di mortella e d'alloro; il suono festivo dell'organo confondevasi alle cantilene sacre de' buoni montanari.

Il primo sole aveva indorato le alture; e il tempo era bello. Per la via che attraverso il villaggio conduceva al piccolo tempio, fu veduta salire una schiera di donne e di fanciulle, vestite quasi tutte del pari, in quella rozza ma pittoresca foggia delle nostre alpigiane, con un bustino di filaticcia color rancio serrato alla persona e una sottana di cotonina scura, che lasciava veder mezza la gamba, le calze turchine e gli alti zoccoli: ma ciò che più rapiva eran que' visi aperti, quegli occhi neri e inquieti, que' capegli bruni e lucidi, con la loro corona degli spilli d'argento. Accompagnavano alla chiesa la novella sposa, quella buona Stella che tutti amavano; e anch'essa ne veniva con un vestito nuovo all'usanza montanara, che la faceva essere cento volte più bella. La mamma Teresa, spesseggiando i passi, tenevale dietro; Damiano e Rocco le avevano precedute nella chiesa.

Don Celso, assistito dal vecchio curato, celebrò per la prima volta il santo sagrifizio; la religiosa cerimonia commosse molti, ma la madre dei prete ne pianse di contentezza. Finita che fu la messa, Rocco e Stella s'inginocchiarono sui gradini dell'altare; don Celso li benedisse, ricevette da loro la sacra promessa, e pronunziò le parole dette dal Signore.

Durante la funzione, Damiano si tenne in disparte, assorto nel pensiero di quella felicità, ch'era parte della sua; e quando vide l'amico e la sorella scendere dall'altare tenendosi per mano, sentì una voce nel cuore che gli diceva:—Essi saranno contenti, e tu ora puoi seguire il cammino che ancor ti resta a fare.

Gli sposi andarono ad abitar la casetta, dove, prima di quel giorno, Rocco non aveva mai voluto metter piede, e che nel frattempo fece rabbellire come meglio seppe, affinchè fosse degna della figliuola dell'antico soldato di Napoleone. La terra che possedeva era sufficiente a dar loro di che vivere la vita umile e sconosciuta della campagna; vita non povera e non ricca, ma abbastanza felice. La mamma Teresa non volle distaccarsi dal suo don Celso; e come le due case non eran lontane l'una dall'altra più d'un trar di pietra, così può dirsi che facessero ancora una famiglia sola.

Essi non avevano più nulla a desiderare; ma Damiano nutriva nell'anima altri voti, altre speranze, altro amore. Il lungo contrasto in quegli anni sostenuto avevagli rapito per sempre il candore del desiderio, la pace della fede: dopo ch'ebbe veduta la maggioranza de' prepotenti e degl'ingannatori; dopo che, nel mondo a cui chiedeva così poco, i tristi gli ebbero versato in cuore il veleno dell'odio, d'ardito ch'egli era, si fe' torbido, insofferente; aveva voluto vivere per i suoi più cari; e fu inutilmente; sentiva bisogno d'amare; e povero e oppresso, amò i poveri e gli oppressi come lui; l'idea di far per loro il sagrificio di sè stesso e di quel poco che gli restava, divenne l'assidua, unica inspiratrice d'ogni sua volontà, il fine d'ogni sua aspettazione.

Passò quell'inverno; e Damiano, più tranquillo del solito, stette quasi sempre a fianco della madre e della sorella, attendendo con una premura più viva e più intelligente di prima alle cure della scuola e della casa, avviando a bene quanto potesse dare a' suoi la certezza dell'avvenire. E la Stella, la sua prediletta, non l'aveva da un pezzo veduto così pronto e sereno come allora. Al tornar della primavera, andò lontano, senza dir dove; ritornò dopo una settimana o poco più.

Indi a poco tempo, domandò alla madre la permissione d'andare a nuovo viaggio; e, dopo molta esitanza, le disse che forse la sua assenza poteva durare un anno; ma che da ciò dipendeva il bene di tutta la sua vita. Al che la povera vecchia rispose colle lagrime; non seppe dirgli di no, e strettamente abbracciandolo, gli diede la sua benedizione. Il dì appresso, al levar del sole, egli ascese lentamente, in compagnia di Stella, l'alta montagna che guarda verso il lago di Lugano; ma quello che a lei confidò, nessuno lo seppe. Giunto alla sommità, schiantò due rami da un'antica rovere; e con un nodo di vimini li congiunse in forma di croce. Sedettero per alcun tempo su quella cima; poi egli piantò la croce nella fenditura d'un sasso. Strinse al cuore la sorella, e dopo averla, senza piangere, baciata in fronte, le disse:

—Addio! Se non ritorno più, verrai a pregare per me presso a questa croce. Fino a oggi, ho fatto il poco che ho potuto, per nostra madre e per te: ora ho un'altra madre, a cui devo il mio cuore e la mia vita…. Il mio segreto è tuo; addio.

Si tolse con forza dalle braccia di lei, e discese a passi rapidi dall'altra parte della montagna.

Gli anni passarono; ma la sua famiglia non lo rivide più.

———

Da quel giorno eran corsi tredici anni. Nell'umile campo santo del paesello, verso il cadere del dì de' morti, una donna pregava, inginocchiata sull'erboso terreno, in mezzo a due fanciulletti, l'uno di forse dieci anni, l'altro di sette al più; i quali, colle manine in orazione e gli occhi fissi a una rozza croce senza nome, parevano accompagnare in quell'atto innocente la sua preghiera.

Il sole tramontò: e la donna, adempito ch'ebbe quel pio dovere verso i suoi poveri morti, uscì del cimitero, tenendo per mano i due ragazzetti. Essa mostrava poco più di trent'anni; gentile il viso e bello ancora, di quella beltà matura che par significare una melanconica pace dell'anima e della vita; vestita d'un corto e modesto abito di rigatino alla foggia del contado, coperta il capo e mezzo la persona d'uno scialle nero; lento e composto l'andare. Il più piccolo de' fanciulli, appena furon essi fuor del recinto, stringendosi alla donna, le disse, con una vocina tra paurosa e compassionevole:—Vedi, mamma, quel soldato seduto per terra là, al piede del murello!

Essa guardò a quella parte, che il figliuolo additava; e scorse in fatti, a pochi passi di loro, e mezzo nascosto da una fratta, un uomo colle spalle appoggiate al murello, più abbandonato che seduto; il quale, come s'avvide d'essere scoperto, fece uno sforzo per levarsi in piede, aggrappandosi a' ciottoli scalcinati del recinto e agli stecchi de' cespugli; vi riuscì e mosse verso di loro.

Alla faccia solcata, livida, polverosa, al guardo tetro e pieno di sospetto, ch'egli vibrava di sotto la tesa d'un largo cappello di feltro ornato d'una penna di falco; al guarnacchino, del quale mal si capiva il colore, comechè tutto fosse lordo di sangue e di fango, ma che pareva rosso; al passo vacillante ch'egli a stento sosteneva, appuntando in terra il calcio d'una corta carabina, la donna comprese che quel soldato doveva essere un povero fuggitivo, il quale, ferito e perduto, si fosse trascinato a quella parte, e per mancanza di lena o per tema di farsi vedere, avesse fatto sosta colà ad aspettar la notte. Non molto tempo era passato dall'ultima battaglia, combattuta a qualche distanza di quella valle; per quasi due mesi i silenzii di quell'alpestre contrada erano stati turbati dallo strepito della guerra, dal passar di frotte armate, dal lontano interrotto rimbombo del cannone. Anche in quel villaggio sperarono e tremarono; anche di là eran corsi non pochi, per offrire il braccio e la vita. Ma fu invano; e a quell'ora, tutto era finito.

—Voi siete un soldato del nostro paese: disse la donna, appena lo sconosciuto le si avvicinò: Forse…. avete bisogno di qualche cosa…. Forse siete ferito, stanco…. Venite con me; qui, nella nostra terra, son buoni….

—Vi ringrazio, con tutto il cuore: rispose quell'infelice: Per più d'un mese sono restato tra la vita e la morte, nella casipola d'un povero carbonajo, là dall'altra parte della montagna…. Jeri mi sono messo in istrada; ma contavo troppo sull'esser guarito…. Se mi fate la carità d'un pezzo di pane…. se mi date ch'io possa dormire al coperto questa notte, per ripigliare un po' di forza e mettermi in istato di passar il confine domani…. vi benedirò, e Dio vi benedirà anche lui.

Da queste parole, dal cortese modo con cui le pronunziò, e più ancora da una certa dilicatezza de' lineamenti, che, sebben patiti e smunti, lo indicavano di condizione un tempo più avventurata, ella fu tocca profondamente nel cuore; e sentì per quell'uomo una compassione che non avrebbe potuto dire. Fattogli cenno di seguitarla, si mosse per la prima lentamente, e dietro a lei i due figliuoli, guardando lo sconosciuto, con curiosa e mesta attenzione: il maggiore faceva uno sforzo più grande dell'età sua, per sostenergli il passo e servirgli come di bastone; il piccino s'era impossessato dello schioppo, e lo reggeva con fanciullesca fierezza sur una spalla.

Giunti, per una rimota stradetta, alla casa ch'era fuor del paese, un robusto campagnuolo, che portava il giubbone alla montanara, venne loro incontro; e di subito comprese la profferta pietosa che aveva fatto la sua donna.

—Mia buona e brava Stella!…. diss'egli; poi stese la mano all'infelice fuggiasco, col cuore amorevole e franco che gli parlava dal viso.

—Dopo tutto quel ch'è stato, ripigliò, e che Rocco ha fatta anche lui la parte sua, l'unica consolazione che gli rimane è di stringer la destra d'un fratello. E tu, Stella, me la dai questa consolazione. La buon'anima della mamma Teresa, per la quale hai pregato, e che da tre anni ci manca, sarà contenta anche lei a vederci far del bene.—Tu poi, Damiano—e metteva la mano sul capo del maggior de' fanciulli—ricordati che dovrai avere un cuore come il cuor di quest'uomo; e a te, Vittorino, forse tuo padre potrà dare un giorno un trastullo, come quello che tieni adesso in ispalla.

Il fuggitivo soldato passò la notte sotto il tranquillo tetto de' nostri amici. Al primo barlume, levossi per partire. Innanzi di accommiatarsi dagli ospiti suoi, si volse timidamente alla Stella, e dicendole che la memoria della loro onesta accoglienza non sarebbe morta che con lui, si levò da un dito e le offerse un piccolo anellino d'oro. Essa non lo voleva ricevere; ma gittandovi sopra gli occhi, le parve di conoscere, a una crocetta che v'era incisa, l'ultimo dono da lei fatto, tredici anni prima, a Damiano, il dì ch'era partito. Impallidì l'affettuosa donna; ma raccogliendo tutto il suo coraggio, chiese all'ignoto onde mai avesse avuto quell'anello.

—È la più cara memoria, ch'io m'abbia: rispose: lo porto da dieci anni; un amico mio, giovine valoroso e sventurato, me lo donava il giorno stesso che morì per la libertà, sulla riva americana, là nel paese di Montevideo…. Egli aveva nome Damiano.