CAPITOLO XLIII.

SAN SILVESTRO.

Les cloitres, les cachots ne sont point son ouvrage;
Dieu fit la libertà, l'homme a fait l'esclavage.
(CHENIER.)

Come già dicemmo, la Legione Italiana era acquartierata in Roma nel Convento di San Silvestro, che fu già di monache, e come dissero alcuni scrittori ragionati un'harem dei moderni sacerdoti di Venere e Bacco, che per isventura d'Italia governano Roma.

Il lettore ricorderà che nella notte dell'auto-da-fè dei confessionali il gesuita Gaudenzio era stato rinchiuso in detto quartiere.

Che i Legionari non fossero poi quei carcerieri, conosciuti massime dai detenuti politici, e sì famosi per crudeltà e vigilanza, tutti ponno supporre, ma si sapeva pure che Gaudenzio era stato chiuso nei sotterranei del convento, ove gli si passavano i viveri necessari, e da dove sparì una bella mattina, non essendo stati mossi i catenacci del portone, e non trovandosi nello stesso indizio alcuno di violenza. L'antipatia dei giovani militi per il prete era troppo grande da lasciar supporre, che si fosse favorita la fuga del malvivente, poi le chiavi non eran mai uscite dalla custodia dell'ufficiale di guardia.

Tutte queste considerazioni eran passate per la testa del nostro Martino Franchi, che Zambianchi accusava d'aver lasciato fuggire il sorcio.

Comunque fosse le spedizioni di Palestrina e Velletri, avevano impedito ai nostri amici di occuparsi del Gesuita; tornata però la Legione in quartiere, dopo Velletri, e giuntavi di sera, Franchi invitò Zambianchi e Cantoni ad una investigazione nei sotterranei.

Muniti delle chiavi e di torcie, i quattro amici (diciamo quattro perchè Ida colla sua curiosità donnesca, non aveva voluto perdere sì propizia occasione, per conoscere i segreti d'un convento da donna: poi trattavasi di quel misterioso individuo che già tante volte l'avea tribolata, perseguitata e che giustamente ella poteva chiamare il suo malefico tentatore),—i quattro amici dunque s'avanzarono verso il portone, lo aprirono e cominciarono a discendere in quella bolgia, ove la carità cristiana avea precipitato cristianamente un numero immenso d'innocenti vittime, la maggior parte per non più tornare a riveder il firmamento. Al chiarore dell'apertura del portone i pipistrelli schifosi svolazzavano nell'oscuro spazio, ed alcuni avean profittato del momento per sprigionarsi e solcare l'atrio colonnato del convento.

Colle mani diradavansi le ragnatele che non solamente ne ingombravano gli angoli della scalinata, ma spesso attraversavano la discesa ai viandanti posandosi spiacevolmente sul loro volto. Il topo, che probabilmente credevasi il naturale padrone del sotterraneo, appena movevasi dall'immondo pasto, per aprir un varco agli esploratori. Esso era senza dubbio il discendente dei mangiatori di cadaveri, in tempi in cui questi erano numerosi e così numerosi i conviti. Al suo dente roditore dovevasi certamente la diminuita quantità di scheletri esistenti, ciò che menomava quindi i corpi di delitto della razza reproba, che avea presieduto alle carneficine umane.

Le catacombe e i sotterranei di Roma sorprendono colla loro frequenza ed estensione; essendo però il terreno composto di un tuffo facilissimo a scavare e tenace abbastanza da potervisi praticare volte senza pericolo, agevole ne diventava l'esecuzione.—Tanto più frequente, poi esserne dovea questa ove si ponga mente alla ricchezze accumulate dai nipoti dei padroni del mondo, che dovevano cercar ricoveri da nasconderle, e sovente anche per salvare la vita dalle irruzioni sì frequenti e terribili dei nemici di Roma.

Ai discendenti degli antichi Romani, successi i preti, anche ricchissimi, diffidenti per il malo acquisto, e scopritori di quei raffinati supplizi, di cui solo un chercuto è capace, i sotterranei vieppiù si moltiplicarono, massime sotto i conventi¹, sotto le chiese, sotto le abitazioni di prelati e dei principi. Il sotterraneo di San Silvestro era dei meno importanti; non vi mancavano però celle per i condannati e le condannate in quantità ragguardevole e tutte scavate nel tuffo.

¹ Con cui i conventi dei maschi comunicavano con quei delle femmine.

Di queste celle alcune erano chiuse, altre aperte. Tutte mandavano fetore di cadavere, e se il sotterraneo non si fosse aperto in un spazio assai vasto, i nostri amici eran forse obbligati di tornare addietro per non poter resistere a tanta pestilenza.

I quattro non eran gente da spaventarsi di poco, ed innoltratisi al chiaror delle torcie in un corridojo più spazioso, essi poterono osservarvi cose da loro non mai viste, e che avrebbero intimorito chiunque meno assuefatto ai perigli ed alle nequizie degli scellerati sedicenti servi di Dio! Qui, e là appesi alle pareti ogni specie d'istromenti di tortura: la cuffia del silenzio¹, e non pochi eran gli scheletri, che la conservavano ancora nell'informe loro teschio; le tenaglie immense con cui fratturavansi le ossa, i cavalletti di metallo, su cui sedevano gli sventurati dopo d'averli resi roventi con fuoco interno, i ceppi, come tormenti preparatori a tormenti maggiori, le corde insaponate con nodi scorsoj da appiccare per il collo o per qualunque della membra, botti con chiodi a punta interna, ove si rotolavano gli sventurati, che forse avevan dubitato dell'infallibilità del Papa; e per gli innocenti, a cui si volevan togliere, i soldi, la figlia o la donna! E quando si pensa che esiste ancora questa canaglia nel consorzio umano, in questo secolo di civilizzazione,—che dico esiste! anzi trionfa nelle miserie dei poveri popoli, grassamente sovvenuta dai potenti!!…

¹ Era uno strumento che impediva alla vittima di aprire la bocca.

E credon forse le genti che, potendolo, i preti non tornerebbero ancora alle torture ed ai roghi? Sicuro, con tanta alacrità come nel Medio Evo. E qui bisogna confessarlo: se l'umanità non progredisce come dovrebbe, essa almeno ha fatto un gran passo, togliendo ai chiercuti il potere di pascersi di carne umana!

Tra gli stromenti di tortura appesi alle pareti, esistevano teschi ancor attinenti al busto per gli ossami del collo, e che accusavano i patimenti infiniti sofferti in quelle terribili murature.

Ida, piegando sotto la sensibilità squisita della sua natura di donna, quasi sveniva nelle braccia di Cantoni all'orrendo spettacolo, ma la rauca voce di Zambianchi che gridava: «Venite qui,» la ridonò ai suoi sensi, e barcollando essa seguiva l'amante verso l'amico, che da destra del corridoio invitava i compagni, a condividere l'inaspettato ed orrendo spettacolo da lui scoperto.

Era questo l'ossario… Alla destra del corridojo, incavato nel tuffo, eravi una specie di rettangolo alto circa 10 piedi dalla superficie del suolo, e forse colla stessa profondità al dissotto. Tale fossa era piena d'ossami e dalle dimensioni degli stessi, essi appartenevano tutti a neonate creature!¹.

¹ Storia.

Ad Ida svanì la sincope, e come un'ossessa, colle mani alla chioma, si lanciò a strepitare per il corridojo, urlando: Infami! Scellerati! e si sarebbe forse infranta il cranio contro il tuffo, senza l'agilità di Cantoni, che giunse in tempo a trattenerla. Tali sono i santuari di queste bordaglie, che predica mansuetudine alle genti, e che coperta di ogni nefando delitto, continua, protetta dalla tirannide, di cui è vile stromento ad ingannare e mantenere nella sventura questo sventurato nostro popolo!

A canto sull'ossuario, ove erano acatastati ossami informi, scorgevansi alcune nicchie con dentro piccoli scheletri, meglio conservati che nell'ossuario, ciocchè si doveva probabilmente alla pietà d'alcune giovani madri, che furtivamente avean potuto collocare in un giaciglio men confuso, il corpiccino del loro amato! Poichè il prete ha potuto giungere al punto di degenerare il più grande dei popoli della terra, esso può fare un cretino un imbecille d'un essere intelligente, ma per astuto, pravo e scellerato, ch'egli sia non giungerà mai a far tacere nel cuore della più perfetta delle creature, il maggiore di tutti gli affetti, l'amore di madre!

I quattro amici giunsero così presso al termine del corridoio, spinti e sollecitati dall'orrendo spettacolo, e come abbiam detto essere non grande il sotterraneo, in breve pervennero ad altra scalinata, che ascesa alquanto fece loro scoprire la luce del cielo. Solo alcuni cespugli intercettavano l'uscita, e diradati dalle robuste braccia di Zambianchi e di Martino, essi con grande soddisfazione trovaronsi all'aperto nell'orto del convento, illuminato dalle stelle.

Il problema della fuga di Gaudenzio era sciolto, e Zambianchi, volto al Bresciano gli diceva: «Vedi? se lasciavi a me il sorcio, esso certamente non mi fuggiva, e molto male si sarebbe risparmiato al nostro povero paese.»

Franchi stava per rispondere, ma un suono vivissimo di tromba della Legione, chiamava a raccolta, ed il suono, distintissimo nella notte, di cannonate e fucilate verso porta San Pancrazio, fecero cessare la conversazione e spinsero gli esploratori a raggiungere la Legione, che si formava e marciava immediatamente sul campo della pugna.