CAPITOLO XXIX.

IL GENERALE AVEZZANA.

Libertà va cercando che è si cara,
Come sa chi per lei vita rifiuta.
(DANTE.)

Una delle grandi figure della rivoluzione Italiana è certamente il generale Avezzana, questo valoroso milite della libertà umana, favorito dalla natura di belle forme e di robustezza della persona, lo è similmente nelle doti dell'anima. Basta dire che i suoi nemici, altro difetto non trovano in lui, che d'esser troppo buono! cioè di essere troppo propenso ad esaudire una richiesta ed a dividere il suo pane con chi ne abbisogna.

Tali qualità d'un animo ben fatto riunite ad una tempra ferrea e ad una bravura a tutta prova doveano naturalmente fare del generale Avezzana l'idolo dei suoi subordinati.

Egli apparteneva alla schiera de' prodi che traditi da uno spergiuro emigrarono nella Spagna con Pacchiarotti nel 1821, e che vi fecero bello il nome Italiano, pugnando per gli stessi diritti che avean loro fruttato l'esilio. L'invasione francese nella Penisola Iberica, cacciava Avezzana in America, ove tanto si distinse nelle guerre Messicane con isplendide vittorie e colla fondazione di Tampico, oggi secondo porto marittimo di quella repubblica. Per la Legione Italiana l'avvenimento d'Avezzana al ministero della guerra in Roma fu una vera fortuna. Il corpo dei Volontari, pel quale nutriva avversione e diffidenza il governo che precedette la Repubblica, era mantenuto lontano da Roma, e con molta difficoltà esso avea le cose più necessarie alla vita del milite.

La Legione passò vari mesi dell'inverno senza capotti, e più della metà era armata di lancie quando fu chiamata alla capitale per partecipare alla difesa contro l'esercito di Bonaparte. Ma, giunto Avezzana al governo, essa ebbe subito il necessario.

Era una notte d'aprile, la Legione partita da Rieti marciava su Roma, e questa era la prima notte di campo che induravano i Volontari, e ben rigida. Oggi, inaridito dagli anni, una notte tempestosa passata allo scoperto mi raccapriccia, ma più giovane, io ho goduto allo spettacolo d'una notte nella foresta illuminata da un fuoco che si doveva difendere e sostenere in vita lottando col temporale.

Pioveva a dirotto, e le frondi dell'annose quercie battute del vento aumentavano gli effetti della pioggia. Per fortuna il proprietario del campo, ove i Volontari pernottavano, ci avea regalati di una magnifica pianta, che diede legna sufficiente per tutta la notte a tutti i militi.

Era ammirabile veder quella gioventù grondante acqua, continuamente occupata ad attizzare il fuoco che la pioggia persisteva a spegnere, sollazzarsi allegramente con facezie e racconti graziosi come se fosse seduta a lauto banchetto.

Tutt'a un tratto si udiva il grido: «acquavita!» e gl'inesperti che correvano alla direzione di quel grido rimanevano delusi ed eran l'oggetto delle beffe dei differenti crocchi, che non s'eran mossi e che pure avrebber lavato volontieri la gola con un bicchierino di qualunque cosa. Allora come per indifferenza all'ingannevole burla, gl'ingannati intuonavano un inno patriotico, in sostanza più atto a riscaldarli del sognato cordiale e tutti allegramente facevano coro con entusiasmo da dimenticare i disagi della notte.

La guerra è vergognosa cosa per una società che si chiama civile, e non si comprende perchè gli uomini devano reciprocamente uccidersi per intendersi. Ma quando disagi, pericoli, morte devono affrontarsi per la libertà del proprio paese o dell'altrui, allora la guerra diventa santa e la soddisfazione di coscienza che si prova paga con usura ogni patimento.

Tale era certamente la situazione morale di questi coraggiosi militi, e se il silenzio regnava tra alcuni dei numerosi fuochi, ciò era cagionato dall'attenzione prestata dai giovani ai racconti d'episodi per lo più guerreschi ed emancipatori dei più provetti.

La scuola pratica toccata alla gioventù Italiana in questi vent'anni dal 48 al 68 è stata molto giovevole, e certo la parte più brillante di tale periodo tocca ai Volontari.

L'elemento volontario, avversato dal governo, dal prete e da quella casta di dottrinari che capitanati da Mazzini ed ammantati da un esclusivismo arrogante, gridano ai quattro venti: «Noi soli siamo puri, noi uomini di principii republicani perchè vogliamo la republica anche ove vi sia l'impossibilità di ottenerla.—Quanto si è fatto per l'unificazione patria nell'alta Italia, nel centro, nella meridionale, non solamente fu nullo ma nocivo, dicono essi.» Dante, Macchiavelli, Petrarca, che volevano un'Italia anche col diavolo, erano poveri visionari; solo i puri che dottrinano, ma non si muovono, mandano alla pugna e se ne tengon lontani, ponno costituire il paese. Per essi come per i preti, Marsala fu una sconfitta e Mentana un trionfo.