I MILLE

Virtù contra furore
Prenderà l’armi; e fia il combatter corto,.....
Chè l’antico valore
Negli italici cor non è ancor morto.

(Petrarca)


TORINO
TIP. E LIT. CAMILLA E BERTOLERO
MDCCCLXXIV.


I diritti d’autore di quest’opera e delle traduzioni della medesima in lingue straniere sono rigorosamente mantenuti.

Di quest’edizione non è stato tirato che il solo numero di copie per i sottoscrittori, nazionali e stranieri.

Qualunque copia mancante del numero d’ordine e del bollo sarà assoggettata ai rigori della Legge sulla Proprietà letteraria.


INDICE DEI CAPITOLI

Prefazione. Alla Gioventù Italiana[Pag. V]
Capitolo I.I Mille[1]
Capitolo II.Il Cinque Maggio [6]
Capitolo III.Talamone [13]
Capitolo IV.Da Talamone a Marsala [16]
Capitolo V.Marsala [21]
Capitolo VI.Calatafimi [24]
Capitolo VII.Lina e Marzia [29]
Capitolo VIII.Da Calatafimi a Renne[33]
Capitolo IX.I Precursori[38]
Capitolo X.Le due Eroine[41]
Capitolo XI.Italia [45]
Capitolo XII.Maniscalco [48]
Capitolo XIII.Il 4 aprile[54]
Capitolo XIV.La Prigionia[58]
Capitolo XV.Il Tentatore[67]
Capitolo XVI. Cozzo ed i cinquanta Palermitani[70]
Capitolo XVII.Ancora il Tentatore [75]
Capitolo XVIII. L’Assalto disperato[84]
Capitolo XIX. L’Assalto fortunato[90]
Capitolo XX.Il 27 maggio[94]
Capitolo XXI.La Capitolazione[99]
Capitolo XXII.Il Riscatto [102]
Capitolo XXIII.Il Riposo [105]
Capitolo XXIV.Roma [109]
Capitolo XXV.Melazzo[116]
Capitolo XXVI.La Borbona [124]
Capitolo XXVII.Messina [127]
Capitolo XXVIII.Talarico [136]
Capitolo XXIX.Il Pesce Spada[139]
Capitolo XXX.Il Ratto [144]
Capitolo XXXI.La Dittatura onesta[147]
Capitolo XXXII.Agli Aranci[150]
Capitolo XXXIII.Roma[153]
Capitolo XXXIV.Reggio[160]
Capitolo XXXV.La Conversione [170]
Capitolo XXXVI.La Vittoria[184]
Capitolo XXXVII.Il 7 settembre[188]
Capitolo XXXVIII.La Libertà[193]
Capitolo XXXIX. L’Amore[198]
Capitolo XL.Il Conclave dei rubati [208]
Capitolo XLI. I Trecento[216]
Capitolo XLII.Liberazione [226]
Capitolo XLIII.Napoli [237]
Capitolo XLIV.La Camorra [245]
Capitolo XLV.Giorgio Pallavicino[254]
Capitolo XLVI.Osteria della Bella Giovanna [261]
Capitolo XLVII.Caiazzo[276]
Capitolo XLVIII.Battaglia del Volturno[279]
Capitolo XLIX.Jessie White Mario[289]
Capitolo L.Continua la Battaglia del Volturno [292]
Capitolo LI.Ancora la Battaglia del Volturno[295]
Capitolo LII.Il Gesuita[298]
Capitolo LIII.I Trecento[304]
Capitolo LIV.Subiaco [312]
Capitolo LV.La Simpatia [315]
Capitolo LVI.Combattimento di Sora [325]
Capitolo LVII.Isernia [331]
Capitolo LVIII.Tora [352]
Capitolo LIX.Amplesso della Morte [355]
Capitolo LX.Il Racconto [374]
Capitolo LXI.La Morente [379]
Capitolo LXII.Battaglia del Volturno [384]
Capitolo LXIII.Cozzo, Lia ed i nostri feriti[389]
Capitolo LXIV.Il Sogno[394]
Conclusione[405]

[Indice]

PREFAZIONE

Alla Gioventù Italiana


Eccovi un altro mio lavoro—questo lo dedico a voi, non perchè sia migliore degli antecedenti, ma perchè voi troverete dei fatti compiuti dai vostri antesignani e fedelmente narrati da me, testimonio oculare.

Il male che dico del governo, credo sia inferiore ai meriti dello stesso, e desidero si creda che non per sistema io lo maledico, ma per puro convincimento di far bene, accennando al male.

Che la Monarchia per interesse proprio abbia secondato le aspirazioni nazionali nell’unificazione patria credo assurdo il negarlo, siccome assurdo sarebbe il negare aver la Democrazia seminato i campi di battaglia coi suoi martiri nell’intento solo generoso dell’unificazione dell’Italia e della sua emancipazione dal dominio straniero e teocratico.

Alcuni pochi che nelle fila della Democrazia pugnarono per il proprio avvenire, oggi si trovano nel Consorzio Monarchico, e quindi divisi dalla stessa, ed obbligati a continuar col governo la via di perdizione.

Il governo italiano modellato su quello imperiale di Francia, in tutto lo somiglia, ne segue esattamente le traccie, ed avrà le stesse conseguenze.

Non credano i moderni Machiavelli d’Italia d’esser più furbi dell’uomo di Sédan; essi lo ponno uguagliare in malvagità, non in malizia.

Come quello, questi edificano su fondamenta putride della sacerdotale menzogna, e come quello saranno sepolti nelle immondizie da loro stessi accumulate.

Perseguitino pure l’Internazionale, cioè la miseria da loro creata e mantenuta—spargano pure sulla superficie dell’Italia, colla solita intenzione di corromperla, i soliti agenti del corruttore supremo di Roma—ed invece di costruire degli Ospizi d’asilo per i tanti condannati a morir di fame in questo inverno di carestia, comprino pure delle nuove tenute di caccia per divertirsi—e nuovi palazzi vescovili—vedremo come se la intenderanno colla fame della moltitudine.

In Germania, tutti lo dicono, non v’è più un solo individuo che non sappia leggere e scrivere. La Francia grida: istruzione ad ogni costo. E l’Italia prodiga il suo erario a pagare dei vescovi e simili agenti delle tenebre.

Ripeto: ve la intenderete colla fame—!

Dei preti dico poco male, me lo perdoneranno i miei concittadini, considerando che pur qualche cosa dovevo mollare alle paterne ammonizioni dello Spigolatore Bolognese all’Unità Italiana (giornale) sulle mie antifone contro i preti.

Sui meriti della gioventù Romana, per cui ho una predilezione speciale, alcuni mi troveranno esagerato. Ebbene, se sono largo di elogi agli odierni discendenti dei Quiriti, ciò sia un pegno per il loro contegno avvenire.

Essi, sin ora sotto la diretta educazione del prete, ed in presenza delle sue carceri, de’ suoi birri, e de’ suoi istrumenti di tortura, dovevano essere ciò che erano veramente.

Oggi però, abbenchè poco meglio governati, essi non sono più sudditi o schiavi del clero—e devono sottrarsi intieramente da quel vergognoso servaggio, abiurarlo, maledirlo, distruggerlo sino alle ultime vestigia—ricordandosi che dal clero, essi, dall’apice delle Nazioni furono precipitati all’infimo grado della scala umana.

E che non vengano qui gli uomini a dottrine che puzzano di sagristia e di ceppi a dottoreggiare, che non conviene agli operai (come si preconizza in Roma oggi) di trattare di politica.

Se io, povero mozzo, non m’inganno, politica significa affare dei molti—ed intendo i molti dover essere coloro che menan le braccia nella società quando ben costituita—ed i molti naturalmente interessati a sapere se la barca va negli scogli o a salvamento.

La gioventù Romana—operai od altro—deve quindi occuparsi di politica—e convincersi che il suo contegno calmo, dignitoso, ma energico nello stesso tempo nella insofferenza d’oltraggi od esigenza di diritti—il suo contegno, dico, deve servire di stella polare alle città sorelle, per ottenere un’Italia prospera e rispettata nel mondo.

Posta così a capo del progresso nazionale—e partecipando alla buona ed alla cattiva fortuna del resto della Penisola, la vecchia matrona—sarà impossibile esser la nostra bella patria trascinata indietro nell’anfiteatro del fanatismo e della tirannide.

Emancipata dall’idolatria, e spinta col suo culto del vero e della giustizia verso la fratellanza universale, Roma potrà salutar finalmente l’alba d’un terzo periodo intellettuale nell’immortale ed impareggiabile sua esistenza.

La nazione ha quindi il diritto di sperare nel buon andamento che il popolo dell’illustre Capitale saprà dare alla Vita Italiana.

Vecchio—e poco più atto, o nulla, all’azione materiale—devo limitarmi a consigliare i giovani che ponno utilizzare la mia esperienza.

Accennerò alle esagerazioni.

Non credete voi che le esagerazioni dell’ultima rivoluzione di Parigi l’abbiano perduta? Io lo credo—e credo le esagerazioni dei dottrinarii manterranno ancora per molto tempo l’Internazionale in uno stato spaventoso per le classi agiate—ciocchè servirà di puntello e di propugnacolo alle monarchie ed al clero per combatterla.

Dall’altra parte noi diremo ai governi:

«Combattete il male di cui siete artefici, e non l’Internazionale, se ne siete capaci.

«I creatori dell’Internazionale e delle rivoluzioni siete voi.—Giacchè se voi combattete il vero e la fratellanza umana, non valete più dei preti abbagliati dalla luce, e che condannano alle fiamme chi non crede alle loro menzogne.

«Se continuate nella via del privilegio, voi rinnegate il diritto e la giustizia, e l’Internazionale—complesso della classe soffrente—finirà per rovesciarvi e distruggervi—E se mal diretta, per precipitare il mondo in uno di quei cataclismi da far tremare la terra.

«Istigatori del malcontento e delle miserie, voi siete i creatori del brigantaggio sempre crescente—e siccome siete la malizia e la fallacia—profittate degli stessi disordini suscitati da voi per accrescere il numero dei vostri puntelli. E vediamo quindi ogni giorno un aumento di preposti, di questurini e di benemeriti, di cui la nazione vi dà vistoso contingente, perchè povera e depravata da voi.

«Correggete tutti cotesti cancri, se lo potete, e non cercate di distruggere l’Internazionale—opera vostra e composta di vostre vittime—di cui non potete passarvi perchè poltroni e lussuriosi. L’Internazionale, dico, è emanazione dei vostri vizii!»

Troppo aspri i miei detti troveranno molti, ma scendano un istante costoro nella loro coscienza, e mi dicano se normale sia il presente stato d’Italia.

A che impoverire la maggior parte della Nazione per mantener la parte minore nell’agiatezza e nelle lussurie?

E non è forse questo stato anormale, che mantiene la rivoluzione in uno stato latente, ma inevitabile?

Le lezioni dell’Impero Napoleonico a nulla han servito dunque! Poichè si vedono i governanti, alunni di quello, marciare come prima alacremente verso l’abisso seguendo il sentiero tracciato dall’uomo che rovinò la Francia.

Io non capisco come si chiamino conservatori gli uomini che appartengono a tale sistema.

Cosa diavolo conservano? il marciume, ma questo—entrando nell’appannaggio dei vermi—porta già l’impronta d’uno schifoso passato.

Cotesti conservatori siedono perennemente sul cumulo di un vulcano, i di cui crateri tempestano sotto i loro piedi, e finiranno, riunendosi in uno solo, coll’esplodere la montagna ed inghiottirli nelle latebre della terra.

Io ho la coscienza di non appartenere a setta nè a partiti—vorrei vedere il mio paese prospero e rispettato—vorrei vedere gli uomini del capitale conformarsi ai progressi dei tempi presenti—e persuadersi che le masse d’oggi non devonsi guidare cogli espedienti del passato.

In tutti i tempi, quasi, i popoli si son governati coll’ignoranza e la violenza—cioè coi preti e coi soldati.

«Porque tal es mi voluntad—yo il Rey!» era la firma del re di Spagna.

«L’Etat c’est moi» diceva Luigi XIV.

La Spagna e la Francia provano oggi che quei tempi son passati—e se si pensa alle convulsioni cagionate dalla cecità ed ostinatezza di quei signori—credo i conservatori moderni, che somigliano certamente agli antichi—si persuaderanno di conservar nulla alla fine—e le nazioni pure procureranno di non ritentar le prove spaventose.

Perchè dunque non evitar il pericolo?

Sarebbe cosa facile: i tanti che mangiano per cinquanta, contentarsi di mangiare per venticinque.

Per persuadersi che i tempi sono cambiati, date un colpo d’occhio all’Austria. Chi non preferisce oggi la condizione d’un onesto contadino a quella ormai ridicola di cotesto imperatore e re?

Non vi par di vedere un cacciatore, cui una caduta ha mandato la gabbia in pezzi, faticantesi a correr dietro agli uccelli fuggiti e ben contenti di seguir ognuno la loro via liberissima nello spazio?

Poveri imperatori! Ed è strano vederne dei nuovi che—per la sventura umana—si aggraffano a troni putridi e maledetti.

Il lavoro presente avrà certo l’impronta della trascuratezza—per tanti motivi, ai più conosciuti—e per esser stato ripreso tante volte.

Finisco contando sulla vostra simpatia nel credere ch’io avrei desiderato d’esser capace di far meglio.

Caprera, 21 e 22 gennaio 1873.

G. Garibaldi.


[Indice]

CAPITOLO I.
I MILLE.

Quel che giurâr ottennero,
Han combattuto, han vinto,
Sotto il tallon del forte
Giace lo sgherro estinto.

(Berchet).

O Mille! in questi tempi di vergognose miserie—giova ricordarvi—l’anima si sente sollevata pensando a voi—rivolta a voi—quando, stanca di contemplar ladri e putridume pensando che non tutti—perchè la maggior parte di voi ha seminato l’ossa su tutti i campi di battaglia italiani—non tutti ma bastanti ancora per rappresentare la gloriosa schiera—restante—avanzo superbo ed invidiato—pronto sempre a provare ai boriosi nostri detrattori, che tutti non son traditori e codardi—non tutti spudorati sacerdoti del ventre in questa terra dominatrice e serva!

«Ove vi sono dei fratelli che pugnano per la libertà Italiana—là bisogna accorrere» voi diceste.

«Essi combattono per liberarsi dalla dominazione d’un tiranno; per affratellarsi alla grande famiglia Italiana».

E non trovaste il codardo pretesto—se la loro bandiera era più o meno rossa.—Anzi—Repubblicani veri—voi faceste non solo il sacrifizio della vita, ma delle convinzioni politiche vostre. Come Dante repubblicani—come lui diceste: «Facciam l’Italia anche col diavolo!»

E ben faceste, perchè ai dottrinarii che predican principii che non praticano, voi vittoriosamente potrete sempre rispondere: «Noi non conosciamo altri principii se non che i due, del bene e del male.—E per l’Italia sarà sempre principio del bene quello di volerla unificare.—Far il bene della patria è la nostra Repubblica».

Voi cercaste il pericolo in soccorso di fratelli senza chiedere s’eran molti i nemici, se sufficiente il numero dei volenterosi—se bastanti i mezzi per l’impresa.

Voi accorreste sfidando gli elementi, i disagi, le privazioni, i pericoli con cui ne attraversavano la via nemici e sedicenti amici.

Invano il Borbone, con numeroso naviglio, stringeva in un cerchio di ferro la Trinacria, gloriosa, insofferente di giogo, e solcava in tutti i sensi il Tirreno, per profondarvi nei suoi abissi. Invano!

Vogate! Vogate pure Argonauti della libertà—là sull’estremo orizzonte di Ostro splende un astro, che non vi lascierà smarrire la via, che vi condurrà per la mano al compimento della grande impresa—l’astro che scorgeva il grandissimo cantore di Beatrice, e che scorgevano i grandi che gli successero, nel più cupo delle tempeste—la Stella d’Italia!

Ove sono i piroscafi che vi presero a Villa Spinola e vi condussero attraverso il Tirreno salvi nel piccolo porto di Marsala? Ove? Son forse essi nuovi Argo, gelosamente conservati, e segnati all’ammirazione dello straniero e dei posteri, simulacro della più grande e più onorevole delle imprese italiane? Tutt’altro; essi sono scomparsi.—L’invidia e la dappocaggine di chi regge l’Italia, hanno voluto distruggere quei testimoni delle loro vergogne.

Chi dice: Essi furon perduti in premeditati naufragi.—Chi li suppone a marcire nel più recondito d’un arsenale,—e chi venduti agli ebrei per pochi soldi, come vesti sdruscite.

Vogate però, vogate impavidi—Piemonte e Lombardo[1], nobili veicoli d’una nobilissima banda—la storia rammenterà i vostri illustri nomi, a dispetto dell’invidia e della calunnia.—E voi, giovani che mi leggete, lasciate pur gracchiare il dottrinarismo. Ove in Italia si trovino Italiani che pugnano contro tiranni interni e soldati stranieri, correte in aiuto dei fratelli, e persuadetevi che il programma di Dante «Fare l’Italia anche col diavolo» vale ben quello dei moderni predicatori di principii che millantano il titolo di partito d’azione, avendo passato tutta la vita in ciarle.

Quando l’avanzo dei Mille, che la falce del tempo avrà risparmiato—seduti al focolare domestico, racconteranno ai nepoti la quasi favolosa impresa a cui ebbero l’onore di partecipare—oh! essi ben ricorderanno alla gioventù attonita i gloriosi nomi che formavano l’intrepidissimo naviglio, e la santa soddisfazione provata d’esser corsi alla riscossa degli schiavi.

Vogate! Vogate! voi portate i Mille a cui si aggregheranno i milioni, il giorno in cui queste masse ingannate, capiranno esser il prete un impostore, e le monarchie un mostruoso anacronismo.

Com’eran belli, Italia, i tuoi Mille! in borghese—pugnando contro i piumati, gl’indorati sgherri—spingendoli davanti a loro come se fosse un gregge.—Belli, belli! e vario-vestiti come si trovavano nelle loro officine quando, chiamati dalla tromba del dovere! Belli, belli! erano coll’abito ed il cappello dello studente, colla veste più modesta del muratore, del carpentiere, del fabbro[2]. E davanti a quella non uniformata, pochissimo disciplinata gente, fuggivano i grassi, argentati, pistagnati, spallinati venditori della coscienza.

Belli i tuoi Mille, Italia! Essi rappresentavano il tuo esercito dell’avvenire. Non più mille allora, ma milioni, ripeto—ed allora? Allora spariranno dalla tua terra, bella infelice! i boriosi tuoi dominatori—e con loro chi infamemente speculava sulle tue miserie e le tue vergogne!

I Mille, ricordatelo, giovani Italiani, devono essere sostituiti dal Milione, e dieci eserciti indorati fuggiranno davanti a voi, come fumo spinto dal vento!...

Allora il frutto del vostro sudore sarà vostro.—Tutte quelle benedizioni di cui vi fu prodiga natura, saranno vostre, ed allora la vergine a cui avete consacrato un amore italiano—caldo come le lave dei vostri vulcani—la vergine a cui avete consacrato una vita intemerata, sarà vostra—e vostra pura dal contatto appestato d’uno sgherro.

Ma non fate i sordi il giorno della chiamata, e ricordatevi, che per esser pochi molte generose imprese furono fallite!

Mentre il sacro suolo ove nasceste è calpestato dal soldato straniero, accorrete—ed accorrete qualunque sia lo squillo di tromba che vi chiami—sia esso dell’Esercito Italiano o dei Volontarii—basta ch’essi si trovino alle mani contro l’oppressore. Non ascoltate, come a Mentana, la voce di certi traditori che fecero defezionare migliaia di giovani col pretesto di tornare a casa a proclamare la Repubblica ed innalzar barricate.