NOTE:
[45] Il convento è quello di S. Francesco a Ripagrande, già convento da frati, e trasformato al tempo del nostro racconto.
[46] Nella mia ritirata da Roma nel 49, dovendo alloggiare la gente nei conventi, come siti più forti e convenevoli, i frati tenevano delle sentinelle sui campanili e nascondevano ogni cosa quando ci scorgevano.
[47] Nel 1825, stando io a Ripagrande a bordo d’un bastimento di mio padre, veniva a visitarci un padre francescano di Nizza, abitante del convento suddetto. Io non ricordo il nome del frate, ma dai concittadini nizzardi si sapeva benissimo, esser stato lo stesso, quando era laico, una cima di dissoluto e di birbante.
[48] Tridenti, o con più denti ed un’asta.
[49] I Dragoni del Papa erano composti quasi in totale d’Italiani, e buoni soldati, come gli artiglieri dello stesso esercito.
CAPITOLO XLIII.
NAPOLI.
Quand plus heureux jadis aux champs de Partenope
Mes jeunes miliciens ont étonné l’Europe
Essujant leurs pieds nus sur les tapis des rois
Donnant à leur pays ce qui fut tant de fois
Le rêve, le soupir, l’espoir de nos ancêtres,
Ce n’était point—crois-moi—pour servir à des maîtres
Ils marchaient sous l’élan que la justice donne
Et servaient l’Italie mais ne servaient personne.
(Autore conosciuto).
Abbiam lasciato i Mille, divenuti esercito Meridionale, nella bella Partenope, coi loro avamposti a S. Maria, S. Angelo e Maddaloni, e con una rispettabile riserva a Caserta.—Caserta, splendidissima villa della cacciata Dinastia, ove i pezzenti militi di Calatafimi e di Melazzo si divertivano alla caccia dei fagiani ed alla pesca delle trote, abbondantissimi in quella regia tenuta.
Che scandalo! che licenza! Cotesti impudenti straccioni con fagiani, trote, davanti a loro, sulle reali mense e lavandosi poi la gola con del Montepulciano, del Lacrima-Cristi, del Falerno, senza morire d’indigestione! Si potrebbe proprio dire col Casti:
O mondo insano! O popolo corrotto!
E intanto, tracannarne un altro gotto!
Tali licenze però ci furono acerbamente rimproverate da certo commissario regio, un principe di cui non ricordo il nome, delegato alla custodia delle reali caccie, e giunto in Caserta quando i regi liberatori cominciarono a gettar le ugne sulla preda.
Dalla Verminaria d’Italia, ove abbiam contemplato l’impostura in tutto il suo sudiciume, ed in tutta la sua corruzione nella vecchia Capitale del mondo, giungiamo in questa allegra Partenope, redenta, e giubilante della sua redenzione, nel suo stile gentile, grazioso e sublime.
Redenta! intendiamoci bene, per aver veduto fuggire degli esosi padroni. Redenta, colla speranza d’aver a fare con un governo migliore.—Redenta, perchè sanata una delle sette piaghe d’Italia, e reintegrata nel seno della grande famiglia Italiana, che abbisogna di stare unita, serrata, per far testa a certi nostri prepotenti vicini, amanti delle nostre frutta e del nostro cielo, che offuscarono già tante volte per nostra sventura.
Cotesti tracotanti stranieri sono cevados (direbbero gli Spagnuoli), parola che non so tradurre in italiano, e che significa assuefatti, e perciò disposti invincibilmente a ripetere il pasto.
Cevados si dice generalmente di fiere, che già assaggiarono carne umana o di animali domestici. Dunque cevados sono, sì, cotesti signori d’oltremonte, ai godimenti del bel paese, e sarebbe tempo che noi millantatori di certa genealogia e di certo valore, facessimo intender loro, che nostri sono questi frutti del sudore della fronte, e nostre queste bellissime figlie d’Italia.
Ogni volto, nella popolazione della grande metropoli, brilla di gioia, e chi vorrà turbare un istante di gioia di quest’animatissima gente, spiritosissima, che un segno de’ neri suoi occhi vi racconta una storia di felicità e di sventure? Io no!..... Eppure, benchè io m’abbia l’aria di scrivere romanzi, io scrivo storia qui, e storia che non mi fu contata. Storia, sì! del mio popolo, della mia terra! da cui gli stolti vollero cacciarmi, e che mi caccerebbero a brano se a caso.....
Mai dimenticherò nella vita, quel segno uno fatto coll’indice, con cui i due grandi popoli di Palermo e di Napoli, accennavano all’Unità della patria Italiana.
Italia una!..... era scritto su quell’indice del popolano delle due capitali, che potevan dar sole, cento mila armati, per sostenere l’attuazione del desiderio sacro! E comunque si dica, Palermo e Napoli, la prima in maggio, e la seconda in settembre, hanno imposto coll’indice a cento mila Borbonici di ritirarsi, e furono ubbidite.
Sì! veramente redento poteva essere questo povero popolo, se non avesse trovato sotto diversi colori gli stessi e più affamati mangiatori delle genti.—E redento, con più profitto di codesti privilegiati, se volessero anteporre la gentil voluttà d’esser pii, la maggior di tutte le mondane voluttà, alle miserabili libidini del ventre e delle lussurie!
Lo ripeto: povero popolo! perchè non toglierlo dalla ignavia, in cui l’educarono venti generazioni di tiranni e di preti, l’una peggiore dell’altra? Esso depravato, esso corrotto, esso cresciuto all’infamia, e da chi? E qui devo tornare per la millesima volta, al fetido scarafaggio dell’umana famiglia, che tanto serve al dispotismo coll’inganno e colla corruzione del popolo.
Napoli, la maggiore delle metropoli italiane, è ridotta, come carattere generale della sua plebe, a ben mediocre stato. Eppure, chi negherà spirito, intelligenza, valore, a quei nostri meridionali concittadini?
Non mancan di valore, intelligenza, spirito: ne han da vendere.—Ciò che manca loro è un governo, che sia governo per la nazione, e non della classe di coloro che per la grazia di Dio sono destinati a mangiare quella robaccia che si chiama popolo. Pasto, che diventa possibile col pervertimento d’una metà, colla fame e colla miseria dell’altra!
In una bella serata di settembre, di quelle con cui il cielo italiano bea codeste condannate popolazioni, poco prima della battaglia del Volturno, passeggiavano sulla piattaforma di Castel S. Elmo due individui, uno dei quali in assisa militare, vecchio maggiore, che avea principiata la sua carriera sino dal regno di Carlo III, e che millantava non so quanti anni di servizio in compagnia della sua vergine durlindana, che per fortuna dell’umanità, era tirata ogni giorno dal fodero per essere pulita soltanto.
Era di costituzione robusta, e ciò si scorgeva dall’ampio suo petto e ricca quadratura delle spalle: solo il suo volto avea un non so che di ributtante, giacchè del color rosso-peperone, esso largheggiava d’una fioritura di bottoni, certo men piacevoli alla vista de’ bottoni di rosa; il suo naso poi avea perduto ogni forma originale ed era diventato una rossa germogliante patata. Sotto l’assisa del soldato egli millantava il marziale, nelle parole e nel contegno, e senza quella sua mutria da osteria, si sarebbe potuto credere che egli avesse anche solcato qualche campo di battaglia. Ciò però non era, e la vita dell’avvinato maggiore s’era passata tranquilla nel tranquillo Castello S. Elmo, ove quarant’anni prima era entrato semplice soldato, e vi avea guadagnato a forza di devozione e di servilismo alla dinastia, le spalline granate.
L’altro era un conosciuto nostro, elegantemente vestito, avvenente della persona, ma con tutto ciò, puzzando di prete a qualunque olfato, un po’ pratico di questi nemici del genere umano.
«Non dubitate, maggiore,—disse monsignor Corvo al secondo comandante del forte, maggiore Fior di Bacco—non dubitate, fra giorni l’esercito di S. Maestà stanziato a Capua e sulla sponda destra del Volturno, ascenderà a circa cinquanta mila uomini delle migliori truppe del regno, e comandate da famigerati capi. E che potranno questi quattro pelati, che per far ridere presero il titolo di esercito meridionale e che si trovano senz’ordine e senza disciplina disseminati sull’immensa estensione di paese che da Napoli va a Maddaloni, e da questa a S. Maria e S. Angelo?».
«L’esercito nostro certamente farà a pezzi codeste masnade, ma fa d’uopo che nello stesso tempo, i leali difensori della religione e del trono prendano alle spalle questi scomunicati, acciò nessuno di loro possa fuggire alla giustizia di Dio!» (Che merli! È da notare sopratutto la veracità del vaticinio).
«Monsignore può assicurare S. M. che per parte mia farò il possibile pel maggior bene del reale servizio, e per la maggior gloria di Dio». (Stava fresca la maggior gloria di Dio, con messer Fior di Bacco!—se invece fosse stata la gloria d’un fiasco d’Orvieto, se ne poteva sperare ampio successo).
«Io procurerò di far introdurre qui, a notte scura, quanti leali servitori sarà possibile, acciocchè il forte S. Elmo si trovi in nostro potere all’apparizione delle prime truppe nostre vittoriose. Ciò mi riescirà tanto più facile, in quanto che il comandante del forte nominato dal prodittatore (e qui Fior di Bacco fece un sogghigno di scherno, come se avesse voluto disprezzare il venerando martire dello Spielberg), marciò anche lui per il Volturno con quanti avventurieri potè raccogliere (avventura non del gusto di Fior di Bacco che volea conservar la pelle intatta, per certi usi a lui conosciuti), giacchè essi presentono la tempesta che si sta formando per annientarli».—«Bene, maggiore! La causa di Dio presto trionferà, e gli Amalechiti cadranno sotto la spada di fuoco de’ suoi Arcangeli». (Gli abbiam veduti veramente gli Arcangeli alla difesa del Borbone, dell’Infallibile).
«Bene! vi lascio perchè devo vedere alcuni de’ nostri capi in città, conferire con S. M. al campo, e recarmi poi ad Isernia, ove altre faccende interessantissime per me e per la causa santa mi chiamano».
Gl’interlocutori si porsero la destra, ma per abitudine, ed una reciproca occhiata di diffidenza squadrò da capo a piedi reciprocamente i due agenti del Sanfedismo.
Fior di Bacco corse a prenderne un gotto per modificare la sete cagionata dal lungo discorso, e Corvo s’incamminò verso il ponte levatoio, uscì dal forte e precipitossi per le vie di Napoli, onde abboccarsi coi magnati dei partitanti del Borbone, e preti e frati, e stimolarli a dar addosso agli eretici, nel gran giorno di vittoria dell’esercito liberatore.—Dico precipitossi, giacchè dal giorno della fuga di Marzia e dei trecento, egli non avea riposato, e di virulente natura com’era, Corvo trovò i piroscafi e le vie ferrate lentissime, perchè non lo portavano colla celerità del suo desiderio a vendicarsi di quei suoi nemici, che percorrevano in questo stesso periodo le cime dell’Apennino per dividere i pericoli e le glorie de’ loro fratelli dell’esercito meridionale.
CAPITOLO XLIV.
LA CAMORRA.
Robbers all!
Gl’inglesi sono una gente graziosa: fra tante loro scoperte, troviamo anche il Robbers all!—Mi capitò in questi giorni un libro inviatomi da un amico d’Inghilterra, con tale titolo: Robbers all!—che tradotto nella bella lingua del sì, suona: Tutti ladri!
E se devo confessare ciò che vado imparando ogni giorno di più, credo che l’epigrafe del presente capitolo vada a capello al periodo che noi percorriamo. Dagl’imperatori ai soldati di finanza e dal papa al sagristano non sono essi tanti ladri?
Per governar bene, essi non abbisognano di tanti milioni, quei primi signori per la grazia di Dio: il loro superfluo è non solamente un furto ma un mezzo di corruzione.
I secondi signori, cioè dal marciapiede del trono in giù, e che servon di cariatidi allo stesso, non sono forse per la maggior parte birbanti che ingrassano alle spalle dei minchioni?
Nelle classi alte, mi limiterò a queste due principalissime di ladri, e toccherò soltanto una delle loro succursali.
I finanzieri, per esempio, vulgo preposti.—Io abito in un paese ove la dogana è una potenza.—Tale potenza! che una missiva della gente più raccomandabile ed onesta della Maddalena—mi diceva ieri: Le elezioni nell’isola nostra vanno sempre a piacimento dell’ispettore di dogana. Egli marcia all’urna co’ suoi preposti serrati, e cotesta falange sostenuta da quella del vicario-prete fanno sempre rimaner nel nulla quella parte buona della popolazione che potrebbe eleggere un buon sindaco ed un buon deputato.
Vi è un banchetto alla spiaggia del mare, adornato dalle bellezze del demi-monde?—Sono i preposti!
Una sposa alquanto in ostilità col marito?—per motivo d’un preposto!
Una vezzosa giovinetta da marito che si sposerà fra diciassette anni coll’uomo con cui s’è già accoppiata? (perchè tale è il regolamento)—quell’uomo è un preposto!
Si chiede d’un giovinotto che avrebbe fatto un eccellente marinaro da guerra, come sono generalmente i marinari di queste isole?—si è fatto preposto!
M’arriva una cassetta di confetti, od altro, inviati da un amico, è aperta, e ne mancano molti—sono i preposti.
Farei un volume di queste prodezze de’ preposti, se non mi annoiassero, e se non temessi di annoiare chi ha la pazienza di leggermi.
Ne terminerò la serie con un’arnia modello, regalo d’un illustre professore. Credete voi, che per esplorare il gran contrabbando, contenuto nell’arnia, di cui tutte le parti erano connesse a vite, abbiano voluto, quei comodi signori, servirsi d’un giravite per non guastarla?—Oibò! con uno scalpello han fatto a pezzi il coperchio per farlo saltare, o forse con una mannaia.
In quindici anni ch’io sono in quest’isola, io non conosco un solo arresto di contrabbando importante fatto da questi finanzieri; anzi, corre voce che un po’ di contrabbando lo faccian essi stessi, e si dice di peggio ancora.
E quando si considera tanta povera gente, sottoposta a tasse d’ogni specie, per mantenere grassamente codeste camorre di fannulloni, è roba da dar i brividi.
I Borboni di Napoli, maestri anch’essi di ogni specie di camorra, ne proteggevano una, e la stimolavano al loro servizio con ogni specie di favori, concessioni e soldi. Camorra, veramente di genere particolare, che contava come membri i più grandi scellerati del regno.
L’origine di quest’associazione di malfattori, proveniva dalle prigioni. I più forti tra i prigionieri imponevano una tassa ai nuovi arrivati, e la imponevano colla minaccia di busse, e qualche volta anche di coltello.
Il nuovo arrivato, generalmente solo, e quindi più debole, non solo era obbligato di pagare la tassa imposta, dovea pur far parte di codesta bella e reale associazione.
Dalle prigioni l’associazione si estese nelle bettole, nei postriboli, nelle osterie, nell’esercito, nella grande metropoli, e finalmente in tutto il felice regno. Felice! poteva chiamarsi, giacchè con tutti i vizi di cui era incancrenito il suo governo, occupavasi almeno che non morissero di fame i sudditi[50], occupazione che disturba poco la digestione di coteste cime che governano l’Italia.—Giù il cappello però, esse, le cime, hanno fatto l’Italia, ed avranno fra giorni una statua in Campidoglio, non so di che roba.
La camorra divenne una potenza, ed il Governo di Napoli, codardo come quello dei preti che patteggiava con briganti, patteggiò colla camorra, e dalla stessa estraeva le spie più astute e pratiche, ed i sicari più sicuri, quando per ragione di Stato, dovevasi por fine all’esistenza di un individuo.
Il consorzio, l’appoggio del governo, e la sua ingerenza sull’esercito, la fecero potente non solo, ma per la Dinastia borbonica la camorra diventò una vera e terribile guardia pretoriana. Composti però i camorristi della feccia inferiore del popolo, e per la maggioranza pasto da preti, essi abborrivano noi, rappresentati dal clero come eretici; ma più di noi, i piemontesi, cioè coloro che dipendevano direttamente dalla monarchia sabauda, tutta gente non popolo, come noi. E tale odio inveterato menomò forse il danno che la camorra avrebbe potuto fare all’esercito meridionale.
Dopo la ritirata di Francesco II il 6 settembre, e quella dell’esercito Borbonico da Napoli, la fiducia principale dei Sanfedisti, nella capitale, fondavasi sulla camorra, ed il maggiore Fior di Bacco su questa faceva assegnamento.
Nelle carceri di S. Elmo esistevano varii dei caporioni dell’ordine e fra loro il più formidabile era un calabrese nominato Tifone, che avea fatto parte della banda brigantesca di Talarico, nella quale avea servito come cappellano, circostanza non straordinaria, essendo i preti gli eccitatori ed i compagni dei camorristi e dei briganti.
Avendo lasciato Corvo, Fior di Bacco avea fatto una visita in cantina, ove per costume di questi venditori dell’anima alla pancia, facea d’uopo rifocillarsi con buoni bocconi e con un boccale di quello che pittura la guancia a musi più pallidi di quello del nostro maggiore, per affrontare imprese difficili. Ora, essendo la barca in zavorra, si poteva, come egli diceva, affrontare qualunque tempesta, e difilato, si recò negli appartamenti di Tifone.
Avranno osservato i miei lettori, non esser il mio forte le descrizioni, e quando avrò descritto il nauseante abituro d’un condannato, essi non ne saran contenti. È vero, che Tifone, freschissimo d’omicidio, era però uno dei paladini della camorra, e come tale dal 2º Comandante del forte S. Elmo, trattato coi guanti bianchi, ed alloggiato in sito abitabile.
«Tifone» cominciava il maggiore al camorrista fatto condurre in un gabinetto segreto del forte «hai già sofferto abbastanza di prigionia per una misera pugnalata somministrata a quello stupido di Gambardella[51] che ci tradiva assumendo l’aria di liberale. Per me, sei libero! (e dopo alcuna pausa) e ti permetterò di andare in città quando vorrai, anzi io stesso t’invierò in missione importante».
«Gnor sì» rispondeva il masnadiero al comandante, fissandolo in viso, mentre questo da parte sua scrutinava pure la sinistra fisonomia del primo per scoprirne l’effetto delle sue parole.
«Gnor sì.—E V. S. sa quanto io son devoto alla causa sacrosanta del re e della chiesa: soltanto la prevengo di farmi restituire il ferro che mi tolsero quando mi condussero qui».
«Non solo ti farò restituire il ferro, replicò Fior di Bacco, ma ti darò molti mezzi onde poter adempire colla tua solita solerzia la delicata impresa che voglio affidarti. Ti raccomando soltanto, essendo fresco il tuo omicidio, di non comparire di giorno per le strade.—Mangiare, bere e dormire di giorno, per poter circolare poi tutta la notte.
«Devi dunque sapere, che il nostro esercito, forte di cinquantamila uomini, dopo d’aver debellato gli scomunicati a Caiazzo, padrone di Capua, e di tutta la sponda destra del Volturno, si dispone ad attaccare quei pochi miserabili che restano da questa parte.
«Il re in persona sai, comanda l’esercito nostro, e con lui vi sono tutti i principi, la casa reale, ed i più famigerati de’ nostri generali».
Tifone, che come prete, non era poi tanto stupido, rimase soddisfatto dei cinquantamila soldati, piuttosto di buona truppa, non così dei famigerati generali, dei principi, della casa reale, ecc., tutta gente più assuefatta all’espugnazione d’un paté trufé, che a quella dei nemici della monarchia.
«La vittoria è quindi sicura» continuò Fior di Bacco, «ma noi, capisci bene, non vogliamo starcene colle mani alla cintola, mentre pugnano per la salvezza della patria tanti nostri valorosi!».
Questo discorso di Fior di Bacco—eccitato dal cordiale con cui egli avea inaffiato la sua merenda con profusione—era pronunciato con tanta energia, come se fosse stato un bullo davvero.—E colla testa alta, quadrando le poderose spalle, sguainò a metà la terribile scimitarra, con cui si compiaceva di spaventare i sorci della sua stanza, anch’essi dilettanti delle fortezze e carceri, e poi lasciolla cadere rumorosamente nel fodero di metallo.
Tanto entusiasmo non potea mancare di eccitare l’anima più esaltata d’assai del brigante, e dopo d’aver contemplato in estasi la fisionomia illuminata del vecchio soldato, il figlio dei Vulcani esclamò più impetuosamente del primo:
«Vergine santissima! basta! inviatemi, e per S. Gennaro, questo mio ferro (che gli era stato restituito dal maggiore) somiglierà la spada di fuoco con cui l’arcangelo percuoteva i condannati da Dio!».
«Bene così» ripigliava il maggiore, «ma conviene che tu m’ascolti sul da farsi prima di far giocare il ferro».
Soddisfatto di sè stesso, e pettoruto per l’effetto prodotto dal proprio eloquente discorso, Fior di Bacco, dopo d’aver dato un’occhiata intorno la stanza, e prestato l’orecchio al famigliare rumore dei topi, che riconobbe non esser di gente, dopo d’aver famigliarmente posta la mano sul braccio di Tifone, e con dolce violenza trascinatolo lontano dalla porta, continuò con voce più sommessa:
«Le buone notizie a te comunicate e la prossima vittoria del nostro esercito, tu devi annunziarle a tutti i nostri nella città, nei principali centri della camorra, che ben conosci, in tutti i conventi e in tutte le chiese, che lì non puoi sbagliare, e finalmente devi adoperarti perchè tutti propaghino in Napoli e nelle provincie il grande evento».
L’occhio di tigre del brigante, fisso in Fior di Bacco, ed un profondo inchino del capo, furono la più eloquente delle risposte, ed il maggiore era sicuro di poter contare sul formidabile calabrese.