NOTE:
[59] Lombardo caduto a Condino: valoroso e modesto come Chiassi.
CAPITOLO LIX.
AMPLESSO DELLA MORTE.
Sol chi non lascia eredità d’affetti
Poca gioia ha dell’urna, e se pur mira,
Dopo l’esequie, errar vede il suo spirito
Tra il compianto de’ templi Acherontei,
A ricovrarsi sotto le grandi ali
Del perdono di Dio. E la sua polve
Lascia alle ortiche di deserta gleba,
Ove nè donna innamorata plori,
Nè passeggier solingo oda il sospiro
Che dal tumulo a noi manda natura.
(Foscolo).
Il gesuita, che forse, obbedendo allo spirito malvagio della setta a cui apparteneva, e che sembrava avere per meta di snaturare la natura umana, pervertirla, prostituirla, ingolfarla in ogni specie di culto del male e d’inimicizia del bene, il gesuita, dico, aveva cercato la sola soddisfazione della lussuria nella bellezza.
Egli, forse pria d’ora, per uno scetticismo brutale ed indecente, aveva disprezzato le vezzose creature contaminate da lui, quando di loro padrone; oggi che le vedeva fuggite alle sue libidini di prete, ed in potere altrui, sentì in sè stesso l’uomo, e sentì quanta somma di tesoro avea perduto. Ogni sentimento allora di dovere di setta, di disprezzo, d’odio, sparì davanti al nobile senso dell’amore che avevano meritato le sventurate sue vittime.
E fu amore selvaggio, il suo, amore, per cui egli avrebbe dato fuoco, non solo alla mina del ponte, ma alla mina dell’orbe s’egli ne avesse avuta la miccia alla mano! Amore! che, come abbiamo veduto, lo fece precipitare sotto la lama omicida del guerriero alpigiano, e da capo supremo d’un esercito, ridotto a vile prigioniero ferito d’una masnada ch’egli detestava più della morte!
Condotto nel centro della colonna in marcia su Tora, e trascuratamente vigilato dai militi stanchi, egli tentò la fuga, facilitato dall’oscurità della notte, e pervenne ad uscire dalla colonna, arrampicandosi a destra verso le falde dei monti.
Ma fatalità, o giustizia! Una palla dei cacciatori borbonici, forse l’ultima degli ultimi tiri sparati sul fianco destro dei nostri, lo colpì sul naso, fra i due occhi, quasi all’istesso punto, ove aveva ricevuto la prima ferita; ambe ferite dolorose, ma non mortali per disgrazia sua, che quasi lo acciecarono completamente. Egli cadde, ma rialzossi subito, e cogli occhi appannati dal sangue e dalle tenebre, cercando scampo colla fuga, precipitossi nuovamente nelle fila de’ suoi nemici, ove, riconosciuto, lo legarono colle mani di dietro, e lo ricondussero con più vigilanza di prima.
Il villaggio di Tora è dominato da un castello, residenza degli antichi signori del medio-evo; oggi palazzo municipale—ed è certamente il più importante edifizio del paese. Chiassi ed il suo stato maggiore l’occupavano prima dell’arrivo di Nullo; ma giunto costui con gran numero di feriti, negli spaziosi appartamenti del castello, vi si collocarono molti letti, e vi si poterono accomodare quasi tutti.
Un aneddoto curioso successe il primo giorno dell’arrivo di Chiassi in Tora. I preti, disperati di veder occupato il loro paese dagli eretici, inventarono la storia, che nel palazzo, di notte, vi si sentiva, cioè si udivano dei rumori soprannaturali, e si raccontava di più, che un sacrestano ch’ebbe l’ardire di volervi passare una notte, disparve, e non se ne seppero più notizie, probabilmente portato via dagli spiriti degli antichi signori del castello, che non tolleravano stranieri.
«Oh bella!» disse Chiassi al curioso annunzio «questa è prova che merita d’essere tentata, e la voglio tentare da solo».
Egli fece quindi preparare una stanza per lui solo, e da cena, la stessa sera, e pregò i suoi ufficiali di alloggiarsi per quella notte nell’osteria del paese.
Cenò il nostro Chiassi con quella pacatezza e con quel sangue freddo che tutti gli abbiamo conosciuto, anche nei maggiori pericoli; fumò il sigaro e sdraiossi dopo sul letto per lui preparato. Non spogliossi totalmente, non per timore, ma per abitudine contratta in quei tempi grossi d’avvenimenti.
Toltisi però gli stivali dai piedi, ed assicuratosi al capezzale un revolwer e la sciabola, coricossi, e non tardò a prendere il sonno, stanco d’una giornata laboriosa.
Era circa la mezzanotte—ora che credo generalmente preferita dagli spiriti per eseguire le loro notturne peregrinazioni:—il colonnello russava, e credo in modo da essere inteso anche dagli spiriti che hanno l’udito fino.
Ad uno spirito armato di pugnale ed avvicinandosi a piedi scalzi ed adagio al dormente, futuro eroe di Bezzecca, non sarebbe forse stato difficile di troncargli la vita, e tale metodo sarebbe stato forse più gradito ai preti di quello adoperato per spaventare l’intemerato milite di tutte le battaglie italiane. Pare però, che i colpi arditi non fossero usati dagli spiriti del castello di Tora.
Il colonnello Chiassi, l’udito del quale era tanto fino quanto quello degli spiriti, udì in quell’ora un gran diavoleto di ululati, di rumori di catene—come quando i marinai a bordo delle navi si dispongono a dare fondo alle àncore—e tanti altri schiamazzi da assordare anche un campanaro.
Egli in silenzio, aspettò alcuna apparizione—giacchè lo schiamazzío si stava avvicinando.—E realmente, dopo poco, comparì un fantasma spaventevole, d’un’altezza spropositata, gettando fuoco dagli occhi, dalla bocca e dalle narici, ed accompagnato da una folla d’altri spiriti, non così alti, ma anch’essi gettando fuoco da tutti gli orifizii.
Tutt’altri che il nostro Chiassi avrebbe cominciato per regalare agli spiriti la mezza dozzina di palle del suo revolwer. Egli però non tenne l’apparizione da tanto: e scalzo com’era, quindi più svelto, sguainò la durlindana, e precipitossi sul comandante degli spiriti.
Alla prima sciabolata—per di dietro, s’intende, poichè il formidabile capo non aveva aspettato di fronte il milite dell’Italia—alla prima sciabolata—dico—a gambe se la diede lo spirito, preceduto da tutta la brigata di spiriti che sembravano ancor più svelti di lui.
Chiassi non volle lasciar l’impresa a metà; e siccome la sua sciabola, cadendo sulla cervice del fantasma, lo aveva quasi spogliato—infrantumandoli—d’una massa d’oggetti da mascherata, questi trascicavano al rimorchio dello spirito capo, e ne impedivano la celere fuga. Dimodochè l’agile nostro guerriero potè aggrapparlo per il colletto, e trascinarselo dietro verso la sua stanza.
«Misericordia!» gridava lo spirito quando si sentì nelle unghie d’una mano d’acciaio—«misericordia!» e Chiassi: «furfante! vieni che voglio appiccarti al principale balcone del palazzo per divertire domani i tuoi poveri ed ingannati concittadini».
«Dio mi perdoni! per il ventre di vostra madre che è l’effigie di Maria Santissima!» E per di qui—e per di là, raccomandandosi a quanti santi vi sono sul catalogo dei cherchuti! Ma, il nostro prode, che sapeva ciò che sono i santi della bottega—da Domenico di Guzman al Loiola ed al benemerito Arbues—storceva alquanto il colletto, acciò lo spirito cominciasse ad assaggiare un tantino il gusto del capestro a cui era destinato.
Dobbiamo osservare, che Chiassi, nel perseguire i fantasmi teneva come loro la parete dei corridoi e delle stanze, lasciando a destra od a sinistra i mezzi.
Egli aveva letto—non so in che libri—che questa storia di fantasmi nei castelli finiva sempre colla vittima precipitata nei trabocchetti. E ben gli valse tale studio, poichè in un momento di distrazione, avventurandosi nel mezzo d’un corridoio, il capo degli spiriti gridò al colonnello; «In qua! per l’anima di Dio!»—«Assassino»—esclamò Chiassi, profittando però dell’avviso. E realmente il malandrino confessò esservi due trabocchetti nello spazio che avevano percorso insieme.
Chi ha la pazienza di leggermi conosce forse ciò che sia un trabocchetto. Figuratevi un pezzo di tavolato di legno non inchiodato sul pavimento, e sorretto da un asse sul mezzo su cui gira liberamente. Le sue dimensioni sono circa due metri di lunghezza ed altrettanto di larghezza, dimodochè schiudendosi, l’individuo che vi si precipita, non può sostenersi in nessun senso.
Il fondo di tali trabocchetti è generalmente ad una profondità da rompersi il collo cadendo. I preti ed i signori feudali—tutta gente famosa per tale sorta di divertimenti—avevano perfezionato l’opera, sino a guarnirne il fondo con delle punte d’acciaio o di ferro, su cui le sventurate vittime rimanevano inchiodate.
Dopo gli avvenimenti mentovati, e riconosciuto essere il capo degli spiriti quel biricchino di sacrestano, sparito secondo la storia dei preti, e che non fu appiccato perchè i liberi sono una classe di gente che non somiglia agli autocrati ed alle loro spie, i satelliti sitibondi di sangue; dopo aver constatato anche essere gli spiriti minori altrettanti birbanti di cafoni che accompagnavano il sacrestano per la mercede di poche lire, dopo tutto ciò, dico, il colonnello Chiassi abitò il castello col suo stato maggiore, sino all’arrivo dei fratelli feriti, a cui tutti gli appartamenti furono ceduti.
Alla richiesta loro, Virginia e Marzia, furono collocate nella stessa stanza. Esse soffrivano molto per le gravi ferite, aggravate ancora da una marcia disagiata. Comunque, tanto era l’affetto scambievole delle due vezzose donne, che sembravano mitigare le loro sofferenze colla vicinanza.
Pallidissime, colla nera capigliatura sciolta, i grandi loro occhi nerissimi, torbidi dai lunghi patimenti, contemplavansi reciprocamente, senza articolar parola. Marzia poteva veder la compagna senza muoversi, perchè ferita nell’omero sinistro, essa appoggiavasi, per soffrir meno, sul destro. Non così Virginia che, per vedere la sua Marzia, doveva faticare cogli occhi soverchiamente inclinandoli, poichè ferita nel bel mezzo del petto, era obbligata di stare supina, coll’ingiunzione d’immobilità assoluta, posizione necessaria nelle ferite gravi, e raccomandata dai chirurghi: terribile però, per chi deve soggiacervi molti mesi. Essa la vedeva meglio, quando sollevata alquanto colla testa per bere.—E beavasi, poverina, nella contemplazione di lei che le stava di fronte.
In una circostanza, in cui medicavasi la ferita di Marzia, e si dovevano scoprirle le spalle, un ahi! dolentissimo sgorgò dalle fauci della contessa, la quale svenne, e per un pezzo si credette passata all’altra vita. Marzia ne fu disperata, e molto lottarono Lina e le signore che gentilmente l’assistevano, poichè a tutta forza essa voleva scendere da letto per soccorrere Virginia.
All’oblivione si è condannati, quando si è vecchi! e noi per un pezzo andammo avanti, dimenticando Elia, il padre di Marzia, il torturato del Santo Ufficio!
Dacchè egli aveva raggiunto i trecento alla partenza da Roma, la sua esistenza era stata macchinale al punto d’esser tenuto in generale per demente. La sola vista della graziosa sua figlia, e le amorose cure e carezze di lei, sembravano galvanizzarlo, lo richiamavano in sè, e da essa sola egli accettava alcuno scarso alimento. Così l’infelice vittima della più orribile delle istituzioni umane, continuò il suo viaggio, dividendo i disagi dei compagni ed i perigli, per cui nessun timore egli sentiva, divenuto impassibile ad una vita di dolori e di miserie.
Che importava al vecchio discendente d’Abramo d’essere colpito da una palla! egli sapeva che bisognava finirla o in un modo o nell’altro, e quando più penibili d’una palla nel cuore, si effettuano modi nella transizione di questo nostro soggiorno sulla terra, per un’altra vita che nessuno conosce, ma che pure è nuova materia sotto forme forse di ceneri o di vermi. Solo un legame lo tratteneva in questo mondo—legame indissolubile, prezioso, dilettevole—l’affetto per Marzia! Per quella bellissima creatura amata da tutti, e da lui idolatrata. Benchè, sventuratamente, nelle tribolazioni e negli ultimi aneliti dell’esistenza, giungasi a tale scetticismo, in cui impallidisce, affievolisce anche il più fervido dei sensi—l’amore!—davanti all’inesorabile legge del destino, tuttavia tale indebolimento della materia e dell’intelligenza non aveva potuto distruggere il senso sublime, che solo teneva in vita il povero vecchio.
Si capisce facilmente quale poteva essere la situazione d’Elia nell’ospedale improvvisato; servire la sua Marzia, sarebbe stata l’intima aspirazione del suo cuore. Ma che poteva egli fare colle sue membra slogate? Appena poteva, sorretto da un infermiere, muoversi da una sedia all’altra; e così passava le sue ore, contemplando la giovane ferita, essere unico, che, per poco ancora, lo vincolava in questa valle di malanni.
L’esclamazione della contessa, però, così solenne, così straziante, sembrò galvanizzare quel corpo inerte. Egli rizzossi, e dal volto di Virginia, il suo sguardo portavasi sulle spalle nude della sua Marzia: fissossi in un punto della spalla destra della fanciulla, ove, sopra la cute d’una carnagione d’alabastro, scoprivasi un neo nero nero, proprio del colore della capigliatura.
«È lei! è lei!» esclamò il vecchio, volgendo lo sguardo da Marzia a Virginia; «è lei!» Egli solo aveva interpretato giustamente il grido doloroso della donna svenuta,—e cadeva nell’abituale torpore, rialzandosi però a tratti, come se avesse voluto iniziare una confessione importante alla stessa,—ed una lacrima finalmente bagnava quella guancia inaridita da tanto tempo dagli anni e dai patimenti.
Molto stette la contessa Virginia a ritornare in sensi; vi volle tutta la perizia del chirurgo, chiamato per trarla dallo svenimento, e tutte le cure gentili di Lina e delle compagne.
«Signora,» disse il medico alla più anziana delle donne che assistevano le inferme; e con un segno additò a lei di seguirlo.—Giunti a poca distanza, egli parlò sommessamente: «Bisogna evitare a quell’infelice signora, qualunque motivo d’emozione.—Essa non è curabile; comunque, per ragioni d’umanità, convien far men penosi che sia possibile gli ultimi momenti di lei». Una lagrima, fu la risposta della generosa abitatrice di Tora. E dobbiamo confessare che, malgrado l’essere cotesta contrada anche infesta dalla mala pianta del chercume, i nostri feriti furono molto ben trattati in generale, e massime le belle ed interessanti figlie di Roma. E speriamo con ragione, che la razza italica riprenderà il suo ascendente nel mondo, quando giungerà a sradicarla—fino all’ultimo filo, s’intende—perchè, se no, si riprodurrà sempre come la gramigna.
Le prescrizioni mediche, siano esse da attuarsi in casa particolare, o negli spedali, sono, generalmente, non eseguite puntualmente: e qui non fu veramente colpa delle signore infermiere, se tali prescrizioni vennero pure infrante. Il vecchio Elia, che da parecchi momenti era divenuto un energumeno da non poter più stare nella pelle, approfittò d’un istante in cui le donne sollevavano la testa della contessa, per darle da bere, e presentò agli occhi di lei una collana d’oro, con in fondo una croce bellissima, dello stesso metallo, tempestata di diamanti ricchissimi, che abbagliavano la vista col loro splendore. All’atto, il vecchio aggiunse i seguenti nomi: «Virginia e Silvia!»—«Silvia!» esclamò la contessa—ed i suoi occhi vitrei fissaronsi sul prezioso gioiello, come se stato fosse un talismano,—e la bella testa rovesciossi sul cuscino, qual fiore che al soffio ardente del vento del deserto, si piega sullo stelo, per non più raddrizzarsi.
Eppure l’ora finale della bella tradita non era ancora suonata. Essa si scosse in un momento dopo, come tocca da corrente elettrica, aprì gli occhi, e li rivolse su Marzia con tale avida espressione d’amore, che solo una madre può capirla ed apprezzarla!
«Mia figlia!» esclamò essa—e la spossatezza, l’emozione, non le permisero altra parola. Essa ricadde!
Che pensieri tetri! che riflessioni non dovevano solcare l’anima di questa donna sventurata!—«Dunque non era morta, come dicevami quell’infame, il frutto innocente delle sue diaboliche depravazioni!» diceva con se stessa: non era dunque morta questa figlia delle mie viscere, tanto amata senza conoscerla—e tanto bella, e tanto buona, tanto graziosa,—ch’io perseguitai come se fosse stata una belva!—Oh! se nella derelitta mia esistenza l’avessi avuta per compagna!» Essa prese la mano di Muzio, che mesto stava al suo capezzale contemplandola, la portò alla bocca, e la bagnò di lagrime. Il pianto sembrò alquanto raddolcire il suo cordoglio, e con uno sforzo di cui prima non si sentiva capace, essa alzò un tantino la testa per meglio contemplare la figlia dell’amor suo.
Lascio pensare qual era l’anima della povera Marzia a tale per lei commoventissima scena, di cui essa certamente era una delle principali attrici. Essa, abbrancossi al collo della sua Lina, per quanto lo comportava la ferita, e pianse dirottamente, senza poter articolare una sola parola.
La contessa Virginia era dunque sua madre: essa non era più un’orfana;—e ben glie lo diceva il cuore, quando, non ostante la persecuzione subíta, non aveva potuto a meno di nutrir affetto per essa. Ed in tutto il decorso del disagiato viaggio, quanto erasi aumentato l’amore reciproco, da non poter più esistere divise—ed ora!... probabilmente un avello riunirà gli avanzi di due preziose creature, nate alle delizie della vita, e condannate dalla lussuria pretina ad una morte prematura, umiliata e dolorosa.
L’aveva, finalmente, trovata la sua madre, povera orfana! E probabilmente come l’aveva sognata qualche volta: sì cara, sì bella, sì amante! Il suo cuore ben le diceva prima d’ora, che quell’interessante donna era più d’un’amica! La ritrovava sì, ma senza la consolazione di poter prodigare su quella bocca, che l’aveva beata bambina, cento baci di filiale amore! La ritrovava, ma, forse,... essa ritrovava un cadavere!
«Dio! conservatemi la madre mia!» Tale fervida preghiera essa innalzava in silenzio verso l’Infinito, mentre sentivasi bagnata dalle proprie e dalle lagrime della sua compagna, intenerita dalla situazione dell’amata sua Marzia.
Dopo un copioso sfogo di pianto delle due amiche, Marzia alzò la destra, che non era ferita, segnò verso Virginia e gridò con un ingenuo, infantile, affettuoso senso d’orgoglio: «Là vedi mia madre!»
Lina era stupefatta: non sapeva che decidere: ma indovinò qualche cosa. Avvicinò celeremente il vecchio, e, scuotendolo per il braccio con violenza, gli disse: «narratemi!»
Intanto Muzio e P... non abbandonavano il capezzale delle loro amate; e Nullo, quando ebbe finito le cure d’obbligo verso la brigata, veniva anch’egli a dividere la custodia e le angoscie dei suoi cari.
La contessa deteriorava sempre, ed alcuni segni di delirio cominciavano a manifestarsi. Una sete cocente la tormentava, e già essa più non articolava altro che «acqua!» Le sollevavano la testa per bere, e qualche volta sollevata, lasciavasi ricadere sul cuscino, chiudendo gli occhi con violenta e convulsa rapidità, come volendo sottrarsi alla fissazione d’uno spettro che solo essa scorgeva.
—Sarà delirio, pensavano gli astanti—e compiangevano la bella sofferente.—Non era delirio! e veramente il fantasma del suo tentatore era cagione dello stato convulso, in cui si trovava. Essa, nè volendo, nè potendo esprimersi, lo credeva spettro di lui. E chi aveva conosciuto l’avvenente Monsignor seduttore, certo avrebbe avuto grande difficoltà a riconoscerlo nello stato presente.—Corvo, come già narrammo, colpito nel naso, tra i due occhi, da due ferite, era diventato deforme, dalla gonfiezza e lividezza di quella parte del volto.
Per una di quelle combinazioni che succedono negli accomodamenti di notte, massime in una notte di confusione, come quella in cui i feriti erano giunti a Tora, e forse, anche per l’attrazione che avevano per lui le due donne, erasi trovato posto in un camerino, allato alla maggiore stanza delle ferite, e casualmente, con una porticina di comunicazione di rimpetto al letto di Virginia.
Che il morale dell’individuo sia modificato dalla buona o cattiva fortuna, dall’abbondanza o scarsità dei cibi, e dalla loro qualità, più o meno buona, è cosa provata.
Il soldato inglese, per esempio, ch’io credo uno dei migliori del mondo, ha la fortuna d’appartenere ad una nazione ricca, potentissima, e le di cui tradizioni guerriere non sono certamente seconde a nessuna: quindi benissimo pagato, equipaggiato, nutrito, e con un morale da affrontare il diavolo.
Se i Monsignori di Roma, invece di copiose prebende, che godono nell’ozio, e che gonfiano le loro potenze sensuali, fossero obbligati a piegar la schiena sotto il piccone o la marra, molto più sobri certamente essi sarebbero, e più temperanti.
Obbligati alla vita reale, guadagnando il pane col sudore della fronte, essi non si occuperebbero di imposture, di corruzioni, e l’umanità, invece di esser divisa tra gaudenti fannulloni, e sofferenti lavoratori, vedrebbe i suoi figli marciare fraternamente al progresso.—Il prete è un uomo come gli altri, lo capisco anch’io, ed in lui non è l’uomo che osteggio, ma il carattere bugiardo e nocivo.
Oggi, poi, la colpa del malore-prete ricade intieramente sulle monarchie, che potrebbero sanarne la società, e non lo fanno, perchè sono perverse, perchè vogliono servirsi dell’agente prete per corrompere i popoli, ch’essi desiderano mantenere nell’ignoranza e nel servaggio.
La trasformazione del gesuita, che noi vedemmo principiata da varii giorni, erasi ingigantita, e le due donne infelici, di cui egli era stato il corruttore ed il carnefice, erano divenute oggi indispensabili alla sua esistenza, ed egli avrebbe dato mille volte la vita per farsi perdonare la sua malvagia condotta, e reintegrarsi in quell’affetto che, per loro sventura, egli aveva posseduto pur troppo.
Figuratevi qual era l’inferno che travagliava quell’uomo passionato! al male, sì! ma passionato quanto può esserlo l’individuo che, tiranno della propria natura, passa tutta la vita nel frenarla o prostituirla, rovesciandone e calpestandone le leggi più sacre, colla più disonesta, schifosa ipocrisia!
Quell’uomo! lì! vicino ad esse, ch’egli aveva oltraggiate, tuffate nel vituperio, ed assassinate poi! Esse! creature sì squisite, sì gentili, atte, sotto gli aspetti materiali e morali, a formare la felicità della famiglia!..... se possibile fosse la felicità sulla terra!..... e se possibile fosse la famiglia umana senza impostori!
Ora, che il suo cuore di prete era vicino a cambiarsi in quello d’un uomo, cioè a farsi capace di sentire l’amore celeste, egli sentiva ingigantirsi quell’amore, da padroneggiarlo intieramente. Ora, rialzato dall’abbietta sua condizione di corruttore, alla sublimità dell’uomo che ama con tutta la sua potenza, ora..... quelle impareggiabili creature, morranno!.....—perchè tale era il suo presentimento—morranno! e malediranno il fattore delle loro sventure, senza nemmeno l’ombra della possibilità d’un perdono!
Così poco propenso come mi sento a compassionare qualunque di cotesti nemici del genere umano, compatisco l’inenarrabile affanno di questo sciagurato!
Lui vicino ad esse, deforme! non riconoscibile! e sì schifoso! sì detestabile! Lo stato suo era quello d’un demente, e d’un demente all’ultimo stadio della frenesia. Ciò spiega i varii tentativi da lui fatti per introdursi nella stanza che racchiudeva ciò che per lui, oggi, era tutto nel mondo—quel tutto in possesso di altri, e, presto, della morte!—ed il furibondo rimorso che lo dominava e lo tratteneva indietro.
Muzio, che, seduto al capezzale della donna amata, s’era accorto della fissazione di lei verso la porticina, e dei tremiti convulsi, indovinò finalmente, che qualcuno spiava da quella parte. Alzossi ed incamminossi per vedere chi era. Non l’avesse mai fatto: la contessa, con un grido straziante, chiamò: «Muzio!..... non andate da quella parte: un fantasma!..... la morte!.....» e ricadde un’altra volta svenuta.
Molto stentossi per richiamare quell’avanzo di vita, che, gradualmente si spegneva, e che si procurava di prolungare, con cordiali, per alcune ore, e con un quasi continuo abbeverarlo, essendo le fauci aridissime.
Povera Marzia! qual era lo stato dell’anima tua gentile, in cotesti dolorosi frangenti! Anche tu mortalmente ferita, non erano i fisici tuoi dolori che più ti amareggiavano; ma bensì i patimenti della madre tua.—Essa, dibattevasi negli ultimi aneliti della vita, ed avvicinavasi a quello stadio d’insensibilità che preludia la morte. Il di lei delirio appannavale la vista, al punto di non distinguere la falce sospesa su l’essere suo—la condanna di morte sua; dipinta su tutte le fisionomie, dal chirurgo che l’aveva abbandonata alle curatrici gentili, sino al diventato stupido credente nella futura apparizione del Messia.—Ma tu, povera Marzia! tutto discernevi: spasimi, dolori, convulsioni! E, tutto discernendo, tutto sentendo, tu non potevi sollevare quell’amato capo, quell’adorato volto che un bacio tuo avrebbe beato!
Una lagrima bagnava il bel volto della giovine guerriera! e certo, non era timore di morte, quella lagrima. La morte, essa l’aveva affrontata, con giubilo, venti volte sui campi di battaglia! accanto alla sua Lina, ed al suo....., non ardiva nominarlo il bellicoso milite della libertà italiana, che sedeva al suo capezzale, che aveva la guancia umida com’essa, e che sembrava raccogliere tutti i sospiri di lei, e bearsene come di etere sacro! E tutte le donne piangevano a tanto strazio di patimenti delle due angeliche creature!
In quel mentre, un uomo col volto fasciato, ma a passi precipitati, lanciossi nella stanza, inginocchiossi fra i due letti delle ferite, e gridò disperatamente: «Perdono! Perdono!»
La contessa Virginia fu elettrizzata da quel grido, drizzossi sul busto con una sveltezza straordinaria, e gettando il suo sguardo sul miserabile prostrato, esclamò con voce straziante: «Marzia! Marzia! quel scellerato è tuo padre!» Essa ricadde per non più rialzarsi; e Marzia, presentendo la morte della genitrice, gettossi giù dal letto, abbrancossi alla defunta, le prodigò mille baci, e rimase su di lei svenuta!
CAPITOLO LX.
IL RACCONTO.
Cassandra!
E guidava i nipoti,
E l’amoroso apprendeva lamento
Ai giovinetti.
(Foscolo).
Lina aveva richiesto schiarimenti al vecchio Elia, sugli avvenimenti incomprensibili, che si effettuavano in presenza di loro. Ma tanta fu la precipitazione degli avvenimenti stessi, che non fu possibile al canuto di appagare il desiderio della fanciulla.
Ridotto però il Monsignore nella sua stanza, trasportata Marzia nel proprio letto, e rifasciata la ferita, minacciante emorragia, e portato fuori il cadavere della Contessa, Elia potè soddisfare la giusta curiosità di Lina, non allontanandosi però dal letto della sua cara Marzia, rinvenuta dallo svenimento, ma spossatissima.
«Io passavo tranquillamente l’esistenza colla mia Rebecca, nel ghetto di Roma, con una piccola bottega da merciaio. Non ero ricco, ma potevo, col mio commercio ed una vita sobria, essere indipendente da chicchessia.
«Il mio matrimonio colla donna eletta dal mio cuore era stato beato dalla nascita d’una fanciulla, e benchè ambi fossimo robusti, e robusta la bambina, noi avemmo la disgrazia di perderla all’età di sei mesi.
«In quel tempo frequentava la casa mia una donna romana, per nome Silvia, d’un’onestà che io ebbi occasione di sperimentare molte volte. Moglie d’un artista, essa pure passava vita agiata, senza essere molto ricca. Voi sapete, come noi ebrei, paria dei cristiani,—più di noi numerosi—apprezziamo sempre un protettore nella classe più forte. E Silvia, oltre d’essere pratica costante della mia bottega, era veramente la protettrice nostra. Alla morte della mia bambina (e qui una lagrima solcò la guancia rugata ed arida del vecchio figlio d’Israele), Silvia mi disse: «Una signora, amica mia, ebbe in questi giorni una fanciulla, e per mancanza di latte, desidera avere una balia. Vorrebbe la Rebecca incaricarsene, non per bisogno certamente, ma per essere l’amica mia, una preziosa persona, e la bambina di meravigliosa beltà?»
«Rebecca, aveva cuore eccellente, ed addoloratissima della perdita fatta, accettò la proposta.
«Il giorno seguente, una ricca carrozza fermossi davanti alla mia porta, ed una signora velata ne discese, poi Silvia, con una creatura di pochi giorni, splendidamente adorna. Al collo vi aveva questa collana, ch’io le rimetto oggi (e la consegnava nella destra di Marzia). Di più: la signora scoprì la spalla destra alla bambina, e mi mostrò il neo che cagionò oggi la commovente sorpresa alla madre—sorpresa che svelò all’anima mia istupidita dalle torture tutta una storia ben interessante e molto terribile.
«Pria di congedarsi, la signora prodigò tanti baci, piangendo, alla bambina, e fu in quel momento, che, scostato il velo, io vidi il più bel sembiante di donna, ch’io avessi mai veduto: splendido volto i di cui lineamenti mi rimasero impressi sempre, tanto più che mi erano ricordati da Marzia, crescendo essa con una somiglianza sorprendente della madre.
«Io vi ho tenuto luogo di padre, Marzia mia! e, certo, come figlia vi ho sempre amata, e sempre vi amò teneramente quella mia cara compagna, che le atrocità dei preti precipitarono nella tomba immaturamente».
E qui il povero vecchio spargeva calde ed amarissime lagrime, bagnando la destra dell’amatissima sua figlia adottiva: e lo sfogo del pianto sollevò quel cuore travagliato da tanti dolori morali e materiali. Egli, finalmente, ripigliò il suo racconto.
«La morte m’aveva la prima volta portata la desolazione nel mio focolare: un nero serpe mi gettò nella sventura, una seconda.—Quel rettile, invaghitosi della mia Marzia, insinuossi con ogni ipocrisia nel mio negozio, e voi sapete se si può, in Roma, respingere la visita d’uno di cotesti demoni, dal sacristano al monsignore. Egli presentossi da principio col pretesto di comprare qualche cosa nella mia bottega, poi finse di volerla fare da protettore, e finalmente, malgrado le mie paterne ammonizioni, egli finì per sedurre la mia cara e rapirla!
«Dopo rapita all’amor mio da quell’infame—che la madre vostra chiamò scellerato or ora, e ch’io riconobbi pure, malgrado l’orribile sua metamorfosi—io seppi del vostro ritiro in un convento, e poi più nulla, sino alla vostra comparsa in Roma, per quella ridicola ed abbominevole conversione con cui i chercuti vollero ingannare il mondo, per sostenere la crollante loro baracca.
«Per me, l’esistenza ha cessato d’arridermi; e se un filo mi vi tiene ancora, siete voi quello, mia amatissima figlia».
I singhiozzi interruppero nuovamente il veglio, per cui cessò la sua narrazione, e P..., vedendo la fanciulla fortemente commossa e spossata, lo prese per un braccio e lo allontanò colla sedia un po’ distante dal letto.
Un silenzio tetro succedette alle scene violenti, già descritte, e al racconto del canuto, Marzia aveva ritrovato il padre, per saper ch’egli era uno scellerato! E la madre!..... per vederla morire! Povera Marzia! v’eran ben motivi d’essere addolorata, e di peggiorare lo stato già ben grave della sua ferita! Gli astanti, nelle loro meste meditazioni, erano silenziosi, e sul loro volto stava dipinto il profondo rammarico che loro cagionava l’interessante e bellissima infelice. Lina piangeva dirottamente, e cercava di nasconder le sue lagrime, immergendo il volto nel seno dell’amica.
P... stesso, assuefatto a vedere mucchi di cadaveri e di feriti, non aveva potuto trattenere il pianto, a tanta sventura d’una fanciulla ch’egli idolatrava.
CAPITOLO LXI.
LA MORENTE.
E se, dicea,
A te fur care le mie chiome, e il viso,
E le dolci vigilie, e non consente
Premio miglior la volontà dei fati,
La morta amica almen guarda dal cielo,
Onde d’Elettra tua resti la fama.
Così orando morìa.
(Foscolo).
I circostanti si facevano illusione sulla vita di Marzia, e tutti contavano sulla giovinezza e sul coraggio di lei.—Meno la giacente.—Essa, sentiva vicina la mano della morte, e non s’illudeva. Lo sforzo fatto per abbracciare la genitrice morente aveva, senza dubbio, precipitata la crisi, e la ferita, penetrante vicino alla clavicola, manifestava nell’interno un’emorragia lenta, ma che pur troppo, doveva finire, in termine più o men lungo di ore, per troncare l’esistenza della valorosa eroina dei Mille.
Lina, ed il fratello P... non abbandonarono un solo istante il capezzale della morente, e, tanto l’una, quanto l’altro avrebbero dato la vita, per salvare quella dell’amata donzella.
«Lina» disse Marzia, «la porterai in memoria mia, questa collana, dono di mia madre!» ed una lagrima solcò la guancia della sofferente, che per un pezzo, non potè articolare altra parola. «La porterai dovunque, non è vero? e sempre, anche sui campi di battaglia, ove ti toccherà ancora di pugnare per questa Italia infelice, ed ove, certo, ti ricorderai della tua compagna di Calatafimi,—di colei che tanto andava superba di averti più che sorella! Sì, sui campi di battaglia, ove certamente, io starò vicino a te, coll’anima, ma ove, il clangore delle trombe guerriere non spingerà più nella mischia queste membra ridonate alla polve!»
Lina, piangeva dirottamente, senza poter rispondere a lei che amava tanto!
«E tu, mio fidanzato, mio sposo! me li concederai questi titoli per me sì preziosi, e lo puoi: perchè la morte spazza fin le sozzure! Se no, ti avrei confessato esser io contaminata, e di te indegna! Io..... l’ancella d’un prete!..... Io la prostituta!.....»
E qui essa innalzossi sul letto, cogli occhi fuori dell’orbita, e con un’energia come se fosse nella salute più florida, e con tale accento di cordoglio e di disperazione da spaventare, esclamò:
«Sì! la prostituta di mio padre!..... »
Un rumore tremendo si udì nella stanza vicina, come d’una lotta accanita tra gente, e grida, e colpi, e stramazzate per terra.
Muzio, indispettito che tanto baccano avesse luogo vicino ad una morente, passò in quella stanza, e contemplò il miserando spettacolo del gesuita, che si stracciava le vesti, e batteva il capo contro le pareti, per cui, strappate le fasciature del viso, trovavasi tutto insanguinato. Egli era diventato pazzo furibondo, e con fatica fu legato, per essere condotto al manicomio.
Tutti piangevano, intorno al letto di Marzia, e dato sfogo all’odio possente suscitato dai procedimenti dell’abbominevole chercuto, tutti lamentavano la società italiana, cotanto ancora travagliata dalla istituzione bugiarda del prete; e lamentavano tanto tesoro di bellezza, di valore e d’intelligenza, contaminato e precipitato in un letamaio, per la indecente lussuria di quella setta immonda.
Marzia sentiva vicinissima la morte, ma dotata di un supremo coraggio, e di quell’eroismo filosofico capace di affrontarla come una conosciuta, come una transizione naturale della materia, essa, in seguito dell’orgasmo necessario ad una manifestazione vera e solenne verso gli amati dal suo cuore, riprese alcuni momenti di calma, che le permisero di articolare ancora le seguenti parole: «O Lina» essa diceva alla cara compagna: «Lina! quante volte nei bivacchi della superba nostra carriera, io sognava, od ardiva sognare alla vita beata, che avrei vissuto presso di te e del fratello tuo, là, nelle belle vallate dei nevati baluardi d’Italia. Ma era sogno, poichè, svegliata, io avevo la coscienza di non meritarla tale felicità! d’essere indegna della preziosa amicizia tua, e dell’amore d’un tanto prode! Un presentimento, che si avvera oggi, però, mi faceva tranquilla ch’io non sarei giunta ad infestare la santità della vostra dimora, e prostituire il letto maritale di questo mio valoroso, a cui chiedo, coll’anima, perdono, d’essermi lusingata della ventura di farmi sua.—Lina! stimolata dal tuo coraggio, io t’ho seguita da vicino, e fedele, su venti campi di battaglia; il tuo esempio, certo, mi solleticava, ma ora ti dirò ciò che non sapevi.—Sappi, adunque, che non solo la causa santa del nostro paese mi stimolava al pericolo, ma anche il desiderio di finire una vita abborrita e contaminata. Se mi sono esposta, non v’è dunque merito, e vado superba di morire della morte dei prodi! Non sdegnate, o miei carissimi, di bearmi con un ultimo bacio d’affetto!»
Marzia accennò colle labbra un bacio verso Lina,—e avuto il contraccambio da questa, imitata da P..., e dai cari presenti—non articolò più parola, e passò tranquilla all’infinito!
L’esequie delle due carissime donne—madre e figlia—ebbero luogo senza pompa. Ognuno degli avanzi dei trecento volle accompagnarle all’ultima dimora—con Chiassi e tutta l’ufficialità sua. Un incidente inaspettato, però, quasi tradusse in tragedia la pia cerimonia.
Mentre il convoglio passava sotto le finestre del manicomio, uno de’ suoi abitatori precipitossi da una delle più alte, nella strada, e per fortuna cadde, senza offendere i passanti, fracassandosi il cranio sopra il selciato.
Tanto potè il rimorso sul gesuita: ciocchè prova, che la perversa istituzione, il di cui studio è quello di voler annientare l’uomo sotto la duplicità della menzogna e della depravazione, rivestendolo della cocolla e della sottana, è una maledizione per la umanità, che può da essa esser traviata, ma che risorgerà infrangendone il putrido catafalco.
CAPITOLO LXII.
BATTAGLIA DEL VOLTURNO.
2 OTTOBRE 1860.
Corrispondenza d’amorosi sensi,
Celeste dote è negli umani, e spesso
Per lui si vive cogli amati estinti,
E gli estinti con noi.
(Foscolo).
A voi, caduti alle falde del Tifate, o miei giovani e prodi compagni, io consacro queste mie ultime righe, sulla ultima nostra battaglia, nella brillante epopea del 60, che voi avete illustrato colla vostra bravura e col vostro sangue. Voi, finalmente, dopo dieci vittorie, gli sbaragliaste quegli avanzi dell’esercito borbonico, là sulle alture di Caserta Vecchia.
E voi, a cui l’Italia deve tanta parte del compimento delle sue aspirazioni di tanti secoli; voi che già tante volte avete insegnato allo straniero a rispettarla, ed a cui insegnerete ancora, come qui oggi si accolgano gli invasori insolenti, potete voi sperare che Italia, sì propensa a rammemorare delle miserie, si ricordi, che le vostre ossa biancheggiano insepolte sulle falde dei monti e nelle pianure della Campania?
Il 1º ottobre, verso le cinque della sera, si telegrafava a Napoli: «Vittoria su tutta la linea» ed a quell’ora l’esercito borbonico ritiravasi precipitosamente dentro Capua, e parte gettavasi a traversare il Volturno.
Tutti i nostri dell’esercito meridionale avevano fatto il loro dovere, con quel valore che distingueva i capi ed i militi a cui avevo l’onore di comandare. Bixio alla destra,—Medici, Avezzana e Simonetta al centro,—Mielbitz, Türr ed Eber alla sinistra,—e Sacchi tra il centro e la destra; Sirtori, capo di stato maggiore, aveva inviato la riserva a tempo. E se si aveva combattuto con valore ed accanimento, lo accertava il gran numero di cadaveri, che copriva le pianure Capuane, e le falde del Tifate, nonchè il gran numero di feriti.
In seguito alla carica delle riserve—narrata antecedentemente—le comunicazioni di S. Maria e S. Angelo erano state sgombrate dal nemico, ed io potei salire il monte per capacitarmi dell’esito finale della battaglia.
Già dissi prima, essere il monte S. Angelo dominatore delle due sponde del Volturno, e dell’intero piano di Capua, vantaggio immenso che noi avemmo in quella giornata sui nemici, e che non cesserò di raccomandare ai miei giovani concittadini che sono destinati alla milizia.
Quando si può, tenersi vicino al campo di battaglia, ed in alto per poterlo vedere. I generali borbonici invece, situati nella pianura, poco o nulla potevano scoprire.
Certo della vittoria, discesi dal monte nel villaggio, e mi ricordai allora—già di notte—di non aver preso alimento nella giornata. Qualcuno, mi disse essere i carabinieri genovesi dal parroco. Ciò mi sollevò il cuore, certo di non morire di fame in tale casa, ed in compagnia di quei miei prodi fratelli d’armi. E non m’ingannai: basta dire che, non solo squisiti manicaretti mi presentarono, quei miei incomparabili, ma persino il caffè.
Siccome, però, la felicità è un fantasma sulla terra, e che pare stanziare solo nell’immaginazione umana, subito dopo il caffè, invece di potermi sdraiare un’ora, e riposare le mie stanche membra, un messo mi rimise un dispaccio da Caserta, in cui mi si diceva: «Caserta, seriamente minacciata da un considerevole corpo nemico, scendendo per Caserta Vecchia».
Addio riposo. E non v’era tempo da perdere. Ordinai al maggiore Mosto, di far preparare i suoi carabinieri genovesi; si diedero alcune altre disposizioni, e con alcune centinaia d’uomini mi avviai, verso la metà della notte, alla volta di Caserta.
Giunto presso Caserta all’alba, inviai il colonnello Missori, con alcune delle sue guide a cavallo, ad esplorare il nemico: ciocchè egli eseguì da quel prode cavaliere che si conosce; ed io mi recai in città, per intendermi col generale Sirtori, sul da farsi. Essendo in conferenza col capo di stato maggiore, avemmo avviso: discendere i borbonici dai monti, e già impegnati coi nostri avamposti.
Sirtori, alla testa di poche truppe, marciò risolutamente sul nemico, di fronte, e lo respinse coll’ordinaria sua bravura.
Io raccolsi quanto mi fu possibile di gente nostra restante[60] e marciai sul fianco destro del nemico per girarlo, ciocchè riuscì perfettamente.
Il corpo borbonico, che stavamo attaccando, era di circa cinque mila uomini, e lo stesso che aveva schiacciato l’eroico battaglione di Bronzetti, composto di poche centinaia d’uomini, a Castel-Morone, ove quel nuovo Leonida aveva preferito morire con tutti i suoi, piuttosto che arrendersi.
Composto per la maggior parte di famosi cacciatori napoletani, già assuefatti a combatterci a Calatafimi, a Palermo ed a Melazzo, quel corpo attaccò furiosamente Caserta, lasciando sul vertice della collina una numerosa riserva, che avemmo pur la sorte di sbaragliare e perseguire sino a Caserta Vecchia.
Con noi, in quel giorno, avemmo la fortuna di avere commilitoni due compagnie dell’esercito regolare italiano, e l’esercito nostro può giustamente andar superbo del loro contegno nella battaglia. Duolmi di non ricordare il nome del comandante e dei corpi a cui appartenevano quei prodi militi. Una delle due compagnie era di bersaglieri. L’esito del combattimento fu dei più felici, e ben pochi nemici poterono salvarsi: ciocchè cagionò anche pochi morti e feriti dalle due parti.
Già nella notte avevo telegrafato al generale Bixio di portarsi colla sua divisione verso Caserta Vecchia: e quel valoroso capo mostrava all’alba la maggior parte de’ suoi battaglioni sulle alture, alla sinistra del nemico.
Il generale Sacchi, che occupava le posizioni verso il Volturno, tra Monte S. Angelo e Caserta, collo stesso ordine e colla stessa solerzia, comparì pure alle spalle del nemico, pronto a caricarlo. Dimodochè i borbonici trovaronsi rinchiusi in un cerchio di ferro, e furono quasi tutti obbligati ad arrendersi.
Nel 2 ottobre 1860, ebbe compimento la gloriosa spedizione dei Mille. L’esercito regolare italiano, che secondo Farini[61] «aveva la missione di combatterci—per impedire alle armi della giustizia di giungere almeno sino a Roma» ci trovò amici; e comunque sia, io sono fiero di non essermi lordato del sangue di quei miei concittadini, anch’essi, finalmente destinati, per la maggior parte, ad abbassare l’insolenza dello straniero, che le nostre discordie avevano assuefatto a disprezzarci.