SCENA VII.

Livia, Fabrizio.

FABRIZIO

Devo mettermi in ginocchio?

LIVIA

Me ne andavo.

FABRIZIO

Se avessi contato sulla vostra puntualità sarei parso vanitoso.

LIVIA

E piuttosto che aspettar voi, preferite fare aspettare gli altri.

FABRIZIO

È così dolorosa l'attesa di una gran gioia! Ho cercato di ingannare il tempo occupandomi di voi.

LIVIA

Di me? (Clemente entra con un ricco canestro di fiori, lo depone, poi esce). Ah che galanteria! Però avrei avuto più cari dei fiori del vostro giardino.

FABRIZIO (stupito)

Del mio giardino?

LIVIA

Non è vostro quel giardino lì sotto?

FABRIZIO

Ah! sicuro ma non ci sono fiori.

LIVIA

Se ne ho visti io di bellissimi.

FABRIZIO

Ah, aveste visto?

LIVIA

Dalla finestra. Sapete che è bello il vostro studio?

FABRIZIO

Poh!

LIVIA

Ma assai bello. È così austero, tranquillo.

FABRIZIO

Volete dire che ci si deve seccar molto, non è vero?

LIVIA

Naturalmente! Non ci siete che voi capace di apprezzarlo.

FABRIZIO

Oh mi ci seccherei anch'io.

LIVIA

Mi piace quel soggiuntivo.

FABRIZIO

Ho detto mi seccherei perchè non ci sto mai.

LIVIA

Ha l'aria tanto abitata.

FABRIZIO

Ora che sono in congedo, ma il resto dell'anno lo passo a Bruxelles.

LIVIA

Dovete rimpiangerlo quando siete lontano.

FABRIZIO

D'ora in avanti lo rimpiangerò, perchè ha avuto l'onore di accogliervi.

LIVIA

Vediamo dunque queste incisioni.

FABRIZIO

Datemi tempo di rimettermi dalla emozione, dal piacere che provo nel vedervi qui a casa mia...

LIVIA

Ma sono venuta per questo.

FABRIZIO

Soltanto?

LIVIA

E perchè altro?

FABRIZIO

Io che ve ne ero già tanto riconoscente!

LIVIA

Lo credo. Vi ho dato una bella prova di stima.

FABRIZIO

Non è il sentimento che ambisco di ispirarvi.

LIVIA

Avete torto. La stima è madre di tutti i sentimenti benevoli.

FABRIZIO

Speriamo nella figliuolanza.

LIVIA

Sapete a che pensavo aspettandovi? Che dovete fare un ben meschino giudizio di noi donne, me compresa, dacchè vi credete in obbligo di ostentare con noi una leggierezza, che vi nuoce...

FABRIZIO

Grazie.

LIVIA

E di nasconderci il vostro vero valore.

FABRIZIO

Io nascondo il mio vero valore! Ma non domando di meglio che di mostrarlo.

LIVIA

Non fingete. Voi siete studioso.

FABRIZIO

Poco.

LIVIA

Dotto.

FABRIZIO

Misericordia! Chi mi ha calunniato?

LIVIA

Voi stesso. È impossibile entrare in questa casa senza indovinare nel suo padrone un uomo amante dello studio e del raccoglimento. Questo ambiente così quieto, così intimo, non può mentire. Questi libri non hanno l'aria di fare inutile parata di sè. Non cercate di ingannarmi. A che pro? Se sapeste quanto siete cresciuto nel mio concetto dacchè sono entrata qui dentro! Perfino la vostra finzione mondana mi piace, essa mi prova una timida diffidenza verso gli indifferenti; si vede che non volete mostrare al mondo vano, la serietà dei vostri diletti; costretto di vivere con gente frivola amate meglio fingervi frivolo che passare per originale. Non è così? E poi siete poeta.

FABRIZIO

Anche poeta?

LIVIA

Mi direte curiosa. Colpa vostra; perchè lasciare sparsi sullo scrittoio ed in evidenza questi fogli...?

FABRIZIO

Ah avete letto...?

LIVIA (fa cenno di sì)

FABRIZIO

Dei versi?

LIVIA

Belli.

FABRIZIO

Sì, mi diverto qualche volta per non saper che fare.

LIVIA

Mi perdonate l'indiscrezione?

FABRIZIO

Che non vi perdonerei?

LIVIA

Allora prendo coraggio.

FABRIZIO

Sì, prendete coraggio.

LIVIA

Chi è?

FABRIZIO

Chi?

LIVIA

La donna che vi ispira.

FABRIZIO

Me lo domandate! Ingrata.

LIVIA

Ah no. Non sono io.

FABRIZIO

Vi giuro...

LIVIA

Non sono io. È naturale che cerchiate di farmelo credere, ma ho le prove del contrario.

FABRIZIO

Le prove! (fra sè) Che diavolo sia! (forte) Ah, ci sarà forse scritto su un nome che non è il vostro, ma, sapete bene... i poeti usano nomi immaginari.

LIVIA

Non c'è scritto nessun nome.

FABRIZIO

E allora?

LIVIA (gli dà il foglio)

Leggete. Sono vostri quei versi?

FABRIZIO

E di chi potrebbero essere?

LIVIA

Leggeteli.

FABRIZIO (legge)

«Io non la vidi e vommene dolente...»

LIVIA

Basta.

FABRIZIO

E qui c'è la prova? Io non la vidi e vommene dolente... Ecco, vommene dolente e il dolore mi fa poeta: li ho scritti un giorno che non mi era riuscito di vedervi.

LIVIA

Quando?

FABRIZIO

Non mi ricordo il giorno preciso.

LIVIA

Avete poca memoria, perchè furono scritti ieri.

FABRIZIO

Ieri?

LIVIA

C'è la data. Eccola, 5 aprile. Oggi ne abbiamo 6... e ieri foste a casa mia, mi ci trovaste, mi avete quindi veduta, non ve ne siete andato dolente affatto, locchè vuol dire che quella donna non sono io.

FABRIZIO

Come la ragione è nemica dell'intelligenza! Sono stato da voi, c'era un mondo di gente, uomini, donne: una fiera. E lo chiamate vedervi questo? E me ne devo contentare? E non me ne posso andar via dolente?

LIVIA

Leggete avanti.

FABRIZIO

Dolente — Oggi lo sento
Mi armava amor d'insolito
Disperato ardimento.

LIVIA

Sono cinque anni che mi andate giurando di amarmi, con frasi così pompose che non ci ho mai creduto, e parlate d'insolito ardimento!

FABRIZIO

Insolito disperato ardimento: quello che è insolito, non è l'ardimento ma la disperazione. Sono cinque anni che vi giuro di amarvi, e cinque anni che vi prendete giuoco di me. Non è naturale che arda di trovarvi sola una volta per dirvi il mio amore in termini tali da non lasciarvene dubitare?

LIVIA

Ne parlate troppo e troppo chiaro. (Fabrizio le prende la mano e gliela bacia).

Che fate?

FABRIZIO

Provo a spiegarmi tacendo.

(Livia si alza, prende l'ombrellino e si avvia).

FABRIZIO

Che vuol dire?

LIVIA

Vado.

FABRIZIO

Oh! vi bacio la mano tutte le volte che v'incontro e non ve ne avete mai per male.

LIVIA

Dovreste capire che essendo a casa vostra, il linguaggio ed i modi che adoperate sono di pessimo gusto.

FABRIZIO

Ma di peggiore gusto sarebbe se vedendovi qui sola e bella...

LIVIA

Oh! (s'avvia).

FABRIZIO

No, no, no, fermatevi. Prometto che divento docile come un agnellino. Sedete: ve lo giuro. (Livia siede). Pensate un po' quanto sarebbe stato ridicolo, se ve ne foste fuggita a quel modo. Che viso avremmo fatto incontrandoci la prima volta in società? Come siete severa! Per trovar grazia presso di voi, bisogna essere uno spasimante muto?

LIVIA (prontissima e impensatamente)

Ah Dio, no per carità!

FABRIZIO

Come inorridite a quell'idea! Ne avreste per caso qualcheduno d'attorno?

LIVIA

Vediamo le incisioni?

FABRIZIO

No, rispondete. Sì, eh? Un'anima pudica e virtuosa, un cuore ardente ma padrone di sè.

LIVIA (involontariamente)

Oh molto pad... (si morde le labbra).

FABRIZIO

Già. Troppo padrone, non è vero? E ve ne spiace! È un mondaccio! Quelli che ardiscono si vorrebbero timidi e i timidi si vorrebbe convertirli in leoni.

LIVIA

Oh non c'è pericolo! (ride).

FABRIZIO

Ridete pure e grazie della confidenza. Però mi sarà lecito domandarvi che parte mi destinate nel piccolo romanzetto del vostro cuore.

LIVIA

Non il protagonista certo.

FABRIZIO

Ah!

LIVIA

Andiamo! Un uomo maturo...

FABRIZIO

Eh!

LIVIA

... Come siete; perchè via, senza offendervi siete un uomo maturo. Quanti anni avete?

FABRIZIO

Indovinate.

LIVIA

Non è difficile. Ero in collegio, nella classe delle piccine, vale a dire alta così... e mi ricordo che sentivo le grandi, quando ritornavano dopo i giorni d'uscita, portare al cielo i vostri baffi e il colore delle vostre cravatte. Eravate già allora applicato... o che altro so io, al ministero degli esteri, tanto che, in collegio vi si chiamava, per antonomasia, l'ambasciatore; locchè fra parentesi vuol dire che è una carriera lenta la vostra.

FABRIZIO

Non me ne posso lagnare.

LIVIA

Meglio per voi, ma noialtre, che fin d'allora eravamo tutte quante ammirate della vostra gloriosa persona, capite bene, che non si è potuto durare tanti anni nello stesso sentimento... del resto... dove andava la instabilità femminile? Volete che vi dica la mia età? Non ve la lascio indovinare, perchè sareste capace, nella vostra galanteria, di farmi più giovane di quello che sono, tanto più che ci avreste il tornaconto. Ho ventisei anni, e nell'epoca di che vi parlo ne avevo dieci. Voi allora non potevate averne meno di ventiquattro, tirate il conto, sono quaranta. Non dico che siate vecchio, ma ne conosco di più giovani. — Lasciate stare la vostra barba, perchè la stiracchiate tanto?

FABRIZIO

Non sapete che rischio corre la mia barba.

LIVIA

Che rischio?

FABRIZIO

Non siamo abbastanza amici perchè ve lo dica. Non mi fa mica piacere sapete, aver quarant'anni. Ma via, non sono venerabile, e non vi potrei essere nè nonno nè padre, e il sentimento che provo per voi, può essere altrettanto dolorosamente offeso in un uomo di quarant'anni quanto in uno di venti. Gran cosa esser giovani! Se aveste avuto qualche anno di più, avreste capito che il vostro procedere meco era molto leggiero.

LIVIA

Avete ragione. Perdonatemi.

FABRIZIO

Non più leggiero forse del mio verso di voi. Ma la nostra importunità non può offendervi, mentre le false speranze che ci fate concepire ci rendono tanto ridicoli!

LIVIA

Fui un po' civetta. Siete contento?

FABRIZIO

È vero.

LIVIA (punta)

Danke.

FABRIZIO

Come dite?

LIVIA

Grazie.

FABRIZIO

No, non avete detto così.

LIVIA

Ho detto: Danke, che fa lo stesso.

FABRIZIO

È tedesco eh? Non intendo il tedesco.

LIVIA

Non intendete il tedesco?

FABRIZIO

Affatto.

LIVIA

Non intendete il tedesco?

FABRIZIO

Ma no. Me ne vergogno, se vi piace, ma non l'ho studiato. Agli esami per entrare in diplomazia non si richiedeva ai miei tempi che il francese e l'inglese, ma di tedesco, lo confesso, non so una parola. Cioè dico male.

LIVIA

Ah!

FABRIZIO

Ho imparato a chiedere amore in tutte le lingue Europee. Mi amate voi? M'aimez-vous? Do you love me? Lieben sie mich? perfino in russo.

LIVIA

Ah! Ah! curiosissimo. E quale preferite di queste lingue?

FABRIZIO

Quella in cui mi si risponde affermativamente.

LIVIA

Locchè vi deve accadere spesso?

FABRIZIO

Le donne non sono tutte crudeli come siete voi; qualche volta ha ragione il poeta che dice:

«Amore a nessun amato amare perdona»

LIVIA

Il poeta dice:

«Amor che a nullo amato amar perdona» perchè il poeta scrive dei versi che tornano, mentre voi li citate falsi, locchè è strano in un uomo che pretende di farne.

FABRIZIO

Oh ci sarà una sillaba di più, bella cosa! Perchè mi guardate a quel modo?

LIVIA

Siete ben sicuro d'essere a casa vostra?

FABRIZIO

Dacchè ci siete voi essa vi appartiene.

LIVIA

Lasciamo i madrigali. Ho paura di essermi troppo facilmente fidata di voi.

FABRIZIO

Che supponete?

LIVIA

Questa casa risponde così poco all'indole vostra! Ci siete così stonato! Ho cercato di attribuirvi per un momento qualcheduna delle qualità che essa rivela e voi avete così vittoriosamente smentito le mie supposizioni! Ci trovo dei versi, me li date per vostri, e citate sbagliato un verso che sanno giusto perfino i bambini, e per spiegare il senso che volete attribuire a quegli altri dovete commentarli stiracchiandoli in modo compassionevole. Sullo scrittoio c'è un volume di Heine in tedesco, annotato in margine dalla stessa mano che scrisse i versi, e voi non sapete una parola di tedesco.

FABRIZIO

Dirò...

LIVIA

Lasciatemi dire. Mi vantate una famosa collezione artistica e scommetto...

FABRIZIO (accennando la cartella dove stanno le stampe).

Ma eccola qui la collezione, ma ve la faccio vedere, e dopo vi spiegherò il mistero, la combinazione di quel tedesco e vi convincerete dell'ingiustizia dei vostri sospetti. Oh credermi capace! Eccole qui le cartelle! apritele, e ci troverete dentro anche quelle stampe di che mi avete parlato ieri.

LIVIA

Che stampe?

FABRIZIO

Sì... sapete bene... quei... Pompeo...

LIVIA

Pompeo!

FABRIZIO

Uh... che dico! Quei Silla...

LIVIA

Silla!

(Fabrizio rimane imbarazzatissimo. — Livia scoppia in ridere).

Marc'Antonio, volete dire... Ah... Silla! Pompeo ah! ah!...

(Fabrizio scoppia in risa anche lui. — Livia appena rimessa dal ridere)

Ho riso perchè non vi potete immaginare la faccia grottesca che avevate, ma spero bene che non cercherete di ingannarmi più oltre. Questa non è casa vostra.

FABRIZIO

Lo confesso.

LIVIA

Oh! Dove sono?

FABRIZIO

In casa di un amico.

LIVIA

Il quale naturalmente mi crede la vostra amante.

FABRIZIO

Vi do la mia parola d'onore chi gli ho detto che non lo siete.

LIVIA

Ma mi immagina disposta a divenirlo.

FABRIZIO

Ignora il vostro nome.

LIVIA

Preferirei lo sapesse. Se è un uomo di mondo, se mi conosce, se è un galantuomo, non avrebbe certo accettato di farsi complice di un'azione così poco leale.

FABRIZIO

Ma insomma cos'è mutato in voi? Questa casa non è mia, peggio per me; ma da che io ne sia o no proprietario, voi non ci siete nè meno rispettata nè meno sicura. Non è già il fatto di sapermi padrone di uno stabile che vi ha indotta a venirci: potevo comprarla ieri, potrei comprarla domani e non crescerei di un bricciolo nella vostra stima.

LIVIA

È vero, ma quello che mi offende è il proposito celato, sono le speranze che avete certamente concepite attirandomici. Invitandomi a casa vostra potevate essere mosso a farlo da quel sentimento di vanità naturale in chi possiede una casa bella dove ha raccolto oggetti pregievoli, potevate compiacervi della fede che riponevo in voi, della arrendevolezza di una signora che accetta di dare una leggiera tinta di galanteria ad un fatto per sè innocentissimo; ma procacciandovi la casa di un altro, ma inducendo colui ad abbandonarla, ma combinando questo viluppo di falsità e di ipocrisie, tali ragioni non valgono più. È evidente che avete sperato, che avete confidato che io potessi divenire la vostra amante, che potessi accorrere ad un convegno di facili piaceri, come al camerino appartato di un caffè di mala fama per gettarmi nelle vostre braccia, senza nemmeno la povera scusa di un amore al quale non vi ho mai dato diritto di credere.

FABRIZIO

Se vi offendete per intenzioni che mi attribuite...

LIVIA

E in quale altro modo potreste offendermi? Come ci sono sguardi che fanno arrossire, ci sono desideri e speranze che contaminano. Finchè durano ignorati essi deturpano solamente l'animo che li ha concepiti; palesi, macchiano chi ne è oggetto. Quando penso alle parole che dovete aver detto per farvi complice il vostro amico, alle spiegazioni che dovete avergli dato, alle supposizioni che egli certamente fa in questo momento, mi sento così avvilita, come se avessi commesso una cattiva azione.

FABRIZIO

E ne siamo tanto lontani!

LIVIA

Ma come avete potuto pensare di me che sarei stata una così facile conquista? C'è dunque nei miei modi, nel mio parlare qualche cosa che tradisce le debolezze, le compiacenze di una donna galante? Che vi hanno detto sul conto mio? Che ho ingannato mio marito, che nella mia vedovanza ho avuto dieci amanti? Per scegliere me, piuttosto che un'altra, ad una simile avventura, bisogna che io sia riputata una donna di costumi facili... il vostro procedere a mio riguardo deve derivare da qualche tristo, da qualche infame giudizio sulla mia condotta, perchè non siete uno sciocco, e non avete certo potuto illudervi sul conto delle vostre seduzioni a segno...

FABRIZIO

Mi sono illuso. Chiamatemi pure imbecille... me accettante e stipulante, mi sono illuso, non sul conto delle mie seduzioni, ma sulla verità di quel verso... Amore a nullo... non lo dico intero perchè a citarlo poc'anzi non mi ha portato fortuna; però dovete ammettere che la colpa non è tutta mia. Ora che vi ho strappato l'involontaria confessione di quel tale spasimante muto, che voi vorreste far loquace, ora capisco come stanno le cose. Avete accettato il mio invito perchè irritata dal silenzio di quell'imbecille vi è venuta lì per lì l'idea femminile, di levarvi dal suo dominio o per lo meno di fargli uno di quei dispetti occulti che piacciono tanto alle donne; o forse non potendo trionfare di lui con dargli un po' di parlantina, vi è parso piccante sperimentare in animo vile, che sono poi io, l'impero dei vostri vezzi. Ma chi ne sapeva nulla? Chi ve lo ha visto d'attorno quel cospiratore? Credete pure che la trista figura che sto facendo vi vendica abbastanza della mia leggerezza; perchè non è piacevole, sapete, trovarsi a queste.

LIVIA

Sta bene. Vi perdono, addio.

FABRIZIO

Di già?

LIVIA

Vi permetto di accompagnarmi fino alla carrozza.

FABRIZIO

Ahi!

LIVIA

Che?

FABRIZIO

Non mi sgridate?

LIVIA

Che cos'è?

FABRIZIO

Quando vidi, entrando, la vostra carrozza ferma lì sotto, che minacciava di accorciare la durata della vostra dimora...

LIVIA

Ebbene?

FABRIZIO

Stava per piovere... come piove infatti.

LIVIA

Non l'avete mica mandata via?

FABRIZIO

Io no. Sono salito, ho spedito il mio domestico a dire al cocchiere che se ne andasse e tornasse poi alle sei e mezza.

LIVIA

Il cocchiere sarà rimasto!

FABRIZIO

Non credo, stavo attento e l'ho sentito voltare i cavalli e partirsene di trotto.

LIVIA

Oh ma...

FABRIZIO

Quando mi avrete strapazzato come un cane non lo farete tornare.

LIVIA

Piove dite?

FABRIZIO

Una scossettina. Ma già a piedi non potete uscire.

LIVIA

Andate subito a richiamare il mio cocchiere.

FABRIZIO

Mando il vostro domestico che è in anticamera.

LIVIA

Mancherebbe! Il mio domestico rimane.

FABRIZIO

Ci mando il mio.

LIVIA

Andate voi in persona. Non voglio che la vostra impertinenza vi frutti di prolungare un colloquio che è già troppo durato.

FABRIZIO

Piove.

LIVIA

Piglierete un ombrello.

FABRIZIO

Non so dove li tiene.

LIVIA

Peggio per voi.

FABRIZIO

Vi mando il primo fiacre che incontro.

LIVIA

Andate a casa mia e ordinate al mio cocchiere di tornare immediatamente.

FABRIZIO

Ma, e voi?

LIVIA

Io aspetto.

FABRIZIO

Posso almeno sperare il vostro perdono?

LIVIA

Non credo.

FABRIZIO

Pensate... (movimento di Livia) Vado, ma è proprio una penitenza senza peccato. (via).