INTERMEZZO.

Recitato da Giuseppe Pietriboni, la sera del 23 marzo 1875 a Torino (teatro Gerbino) in occasione della rappresentazione datavi dalla Compagnia Pietriboni, in favore della sottoscrizione per un monumento a Carlo Goldoni.

Signori — Io vorrei chiedere al pubblico indulgente

Di trattenermi alquanto seco direttamente.

Forse l'occasione mi dà soverchio ardire,

Ma dacchè tante volte voi mi state a sentire

Allor che in me favellano or questi or quei poeti,

Mi pare che nessuna convenienza mi vieti

Di parlarvi una volta in mio nome e che sia

Il dirvi grazie, un debito per me di cortesia.

Per me che dall'omaggio al sommo Veneziano

Quasi ricavo un bricciolo d'orgoglio paesano

E figlio di quell'arte che fu per noi sua figlia

Sento all'interna gioia che la festa è in famiglia.

Vi dirò di Goldoni, Signori. Tuttavia

Non ne farò l'elogio nè la biografia;

L'elogio, il vostro accorrere lo fa meglio di me

E la biografia se l'è scritta da sè.

Più modesto proposito ho nella mente accolto.

Cercherò la sua vita dal dì che fu sepolto.

Anzi, a scansar le piccole bugie cui s'abbandona

Chi racconta di tempi che non vide in persona

E a far che non si svegli qualche critico arguto,

Comincierò dai giorni in cui l'ho conosciuto.

Ero un bambino, quando venni la prima volta

A teatro e rammento che ci vidi raccolta

Un'intiera bottega di rigattier. Codini.

Nêi, guardinfanti e fibbie e parrucche e spadini

E con essi il moderno abito a coda e seco

La toga dei Quiriti ed il coturno Greco.

Era una lunga scuola a quei tempi la scena

E una scuola difficile. Daccanto alla serena

Commedia dei maestri del riso, allor s'udìa

Sonar del verso classico la solenne armonia.

Solean Goldoni e Alfieri, di poi quasi sepolti,

Darsi la mano e insieme destar su tutti i volti

O l'allegria festosa che vien dritta dal cuore,

O i pallor subitanei dell'ansia e del terrore.

La Pamela dell'oggi, era doman Medea.

Così, dai multiformi aspetti dell'idea

Sgorgava per novello vigor ringiovanita,

Un'arte viva, ricca, varia come la vita.

S'era ingenui, convengo, e sentivate dire

Che il teatro ad esempio dovesse divertire.

Non erano risolti i problemi sociali,

Non erano i teatri mutati in ospedali

Di malattie dell'anima. Pare esagerazione,

C'eran persino, in scena, delle oneste persone.

Ma in cambio, superata la ribalta, correa

In giro, per i palchi, per tutta la platea

Qualche risata schietta, qualche lacrima vera,

E il pubblico batteva le mani e buona sera.

Allora di Florindo e Rosaura il festivo

Amor blandiva gli animi.... e Goldoni era vivo.

Ma un giorno giù dall'Alpi precipitò su noi

Una lunga falange di non più visti eroi.

Eran pallidi e belli, avean le furie in seno,

Parlavan sorridendo di pugnal, di veleno,

Sorridendo morivano fra un bacio ed un singhiotto

E la luna faceva loro da Galeotto.

Uditi i re discorrere come gli altri mortali,

Il verso di Agamennone tace e ripiega l'ali;

Affogato dall'impeto della nuova invasione

Florindo si rannicchia tremando in un cantone,

Rosaura agli spasmodici deliri s'impaura

E domanda rifugio a qualche cella oscura,

Il vecchio Ottavio parte, grattandosi l'orecchia,

Lisetta abbrividisce.... e Goldoni sonnecchia.

E parrucche e spadini e ricami e gorgiere,

E tutta la bottega del vecchio rigattiere,

In un guasto cassone pigiata alla rinfusa,

Borbotta il miserere della gioconda musa.

Balda ai fresco venuti sorrideva la vita.

Erano figli anch'essi della varia, infinita

Arte che dagli affetti dell'uom ritragge e crea.

Anch'essi eran rampolli dell'universa Idea.

Ma nati di artifizio e lontani dal vero,

Ratto com'era sorto, ne dileguò l'impero.

E un nuovo mutamento di scena s'apparecchia,

E nuovi eroi s'affacciano.... e Goldoni sonnecchia.

Solamente, una sera, stanco del lungo sonno,

Guidato da un nipote.... degno figlio del nonno,

L'occhio di nuovo pieno di vita e la fronte alta,

Fu veduto in persona tornare alla ribalta.

La schiera dei suoi comici era con lui rinata,

Rifece il capitombolo l'Erede fortunata,

Ed ei, di una sconfitta fra l'ire e il tramestìo

Tocco novellamente dal carbone di Dio,

Ripromise le sedici commedie nuove e poi

Lasciò libero il campo ai sopraggiunti eroi.

L'arte novella sale in cattedra e pretende

Governare il cammino delle umane vicende.

La commedia ha deposto il suo gaio berretto

E sdegna il facil riso ed il semplice affetto;

Fatta seria e matrona, le snelle membra affoga

Dentro le magistrali ampiezze di una toga.

Sermoneggia coll'aria di una nonna pentita....

Il diavolo era vecchio e s'è fatto eremita.

Ha per ragion suprema la pubblica morale....

La tesi è molto bella.... e molto originale.

Qui ci sta una parentesi. Può darsi che taluno

Vanti famosi intingoli.... e ne parli a digiuno.

Può darsi che taluno lanci la pietra e a lui

Il rimprovero tocchi ch'egli rivolge altrui.

Egli è che un buon rimedio i mali umor disvia

E chi di fresco n'esce odia la malattia.

Voi, se qualcun vi secca, gli insegnate il latino

E i cronisti gli danno il resto del carlino,

Ma ai buoni insegnamenti chi ha cervello s'inchina;

Can che scottò la cenere non tocca più farina[4].

La parentesi è chiusa. Il proscenio ribocca

Di moralisti in coda e lì.... bazza a chi tocca.

La donna è fatta il grande problema d'occasione.

S'inventa una parola: Riabilitazione.

Gli anatomisti accorrono a farne l'autopsia:

Questi cerca il rimedio, quegli la malattia.

Uno accusa la moglie di un Sì male assortito,

Un altro più galante dà la colpa al marito,

E come sempre avviene in mezzo al pandemonio,

Arriva un terzo il quale condanna il matrimonio.

Gli affetti casalinghi non son degni di nota,

Passa sul palco scenico l'almanacco di Gotha.

Si canta in cento mila toni che il mondo invecchia,

E invecchiando peggiora.... e Goldoni sonnecchia.

Ma il guaio è che, malgrado tante scoperte rare,

Il pubblico ancor esso comincia a sonnecchiare.

Un giorno, un capocomico che se ne avvede, va

Ruminando ove possa trovar la novità.

E mentre seco stesso propone e dispropone,

Capita senza addarsene in faccia ad un cassone.

È un cassone a cui scappano cento anni da ogni lato,

Logoro, mal connesso, sferrato, impolverato.

Ci soffia su, e attraverso la polvere che il cela

Uno scritto sbiadito debolmente trapela.

Son due nomi — Florindo e Rosaura. Egli pensa:

Chissà, poveri amanti, quanta muffa s'addensa

Su voi! Come sarete ridotti al lumicino!

Florindo avrà disfatto il nodo del codino,

Rosaura avrà di funghi piena la collaretta.

Apre il cassone.... e un grato profumo di violetta

Si spande intorno e tosto Florindo arzillo e sano

N'esce e porge a Rosaura sorridendo la mano.

Rosaura gli sciorina l'inchino di prammatica.

Ha l'alito che aulisce di fragola selvatica,

Ha le guancie di rosa e la voce d'argento.

Il nostro capocomico ci si rimette a stento;

Ma alla fine, sedotto da una subita idea,

Li porta sul proscenio.... e i palchi e la platea

A: bravo, a battimani, ad accoglienze oneste

E Goldoni si sveglia.... e con esso rideste

Tornano le gaiezze onde i nonni fur lieti,

Tornan dei sani amori i colloquii discreti,

Tornan le maldicenze, bevendo il cioccolatto,

E tornano gli applausi dieci volte per atto.


La mia storia è finita, Signori. Il tempo vola.

Al Cavalier di Spirito ritorno la parola.