SCENA II.
Diana e Gerberto.
(Diana è rimasta assorta in pensieri, Gerberto, il quale già stava per uscire cogli altri, si volta, la guarda, e le si avvicina lentamente).
Gerberto (giuntole dappresso).
Che hai?
Diana (si scuote per la paura, lo guarda, e gli dice con tristezza dolce)
Sei tu?
Gerberto.
Che hai?
Diana.
La tua canizie e la mia gioventù
Si accordano. Tu sei rimasto. Al mio comando
Obbedirono subito gli altri, ed è giusto: quando
Il dover non li astringe, a che indurar di questa
Solitaria fanciulla la tristezza molesta?
Sono altrui fastidiosa e a me stessa. La bella
Vita!
Gerberto.
Perchè ti affliggi così? Non sei tu quella
Di prima? I tuoi vassalli non t'inchinano tutti,
O ti niegan tributi? Non stanno i ben costrutti
Castelli testimonio del tuo nome? Tu imperi.
Che più brami?
Diana.
Gerberto!
Gerberto.
Te dei miti pensieri
La blandizie non tocca; altri cerchi le care
Dolcezze onde si allegra di bimbi il focolare,
Di tal gioie l'austera tua maestà rifugge.
Tu sei forte e selvaggia, come il vento che rugge
Nella tua valle. Tutto hai quanto brami.
Diana (in tuono di amarezza sprezzante).
E deggio
Sopportar de' miei servi anche il vile dileggio?
Gerberto (si risente come per grave offesa, poi subito si ricompone).
Son tuo servo, puoi dirlo. Te non nata, lo fui
Di tuo padre, Valfrido il pio; prima di lui,
Ebalo Magno, l'avo centenne, aveami, e seco
Delle silvestri gole di Chiusella, già speco
Di predatori, il tuo retaggio accrebbi. Ancora
N'odo la voce quando, venuto all'ultim'ora,
Al piangente figliuolo disse: Il dominio mio
Pria dal mio saldo braccio, poi lo tengo da Dio,
Poi da Gerberto. Sono tuo servo. Alla battaglia
Di Castiglione m'ebbi traforata la maglia
Per sei lanciate, e quattro non cercavano il petto
Di me scudier, ma quello del Sire; onde, al cospetto
Di tutta la milizia, dei Conti e dei Baroni,
Valfrido, e n'ebbe fama di Pio, scese d'arcioni
E m'abbracciò. Ma il tempo in suo saper concilia
Coll'amplesso del padre l'oltraggio della figlia.
Diana.
Ma non lo sai che un anno oggi compie, e mi pesa
Sull'anima e l'opprime l'invendicata offesa?
Fui reietta! Una figlia d'Alteno! e tacqui.
Gerberto.
Il saggio
Che ne soffre è guardingo nel provocar l'oltraggio.
Diana.
Anche tu mi rampogni?
Gerberto.
Non richiesto, un intero
Anno tacqui. Ma a Diana d'Alteno io debbo il vero,
Qual sia.
Diana.
Del mio diritto usai.
Gerberto.
Dritto si noma
Sminuir la parola?
Diana.
Ero vinta e non doma.
Gerberto.
Oh! la dura sconfitta che ti offerìa d'un prode
L'amor!
Diana.
Tanto mi amava.... che mi respinse.
Gerberto.
E lode
Per me n'ebbe.
Diana.
Geloso più dell'altrui ti mostri
Che della mia ragione.
Gerberto.
Vuoi ch'io raccolga i nostri
Vessilli e l'armi, e dove sia lo giunga? Ti giuro
Che ancor mi basta l'animo di farlo, e che sicuro
Ho il braccio. — Ma le genti diran: Dai lor castelli
Uscivan gli avi in guerra o per domar ribelli
O francar terre o ligi all'impero o i ladroni
A stanar dal lor covo; uscian, forti dei buoni
Usberghi, delle buone spade.... e del buon diritto;
N'escono i figli per punir, quasi un delitto,
L'amor di chi sè stesso pose in cimento e vinse,
Nè la vinta donzella a invise nozze astrinse.
Diana.
Avvilisci, avvilisci tu pur questa reietta!
Gerberto.
E se anch'ei maturasse pensieri di vendetta,
Non potrebbe, e più giusto sarìa, della tua stella
Spegner la luce e tutte spianar le tue castella?
Diana.
E ben venga. Men dura mi sarebbe l'aperta
Guerra che il noncurante disprezzo. Oh che! Non merta
Dunque la man di Diana l'onor dell'armi? Oscura
Non mi starei, nè imbelle, e salirei le mura
Come un arciero, il braccio saldo, sicuro il viso:
E forse...
Gerberto.
Ma del colpo onde cadrebbe ucciso
Tu morresti.
Diana.
Io!?
Gerberto.
Cerca nel tuo cor, nelle notti
Insonni, nei tuoi lunghi silenzi, nei rimbrotti
Immeritati a noi volti; cerca nel lento
Corso di tue giornate, nell'interno scontento
Di te, nella tua sete di vendetta indefessa:
Troverai tal pensiero che, arrossendo, in te stessa
Riconosci; che orgoglio non è, che non è offesa
Dignità di signora, che ti affligge, ti pesa.
Ti tortura, e pur tanta parte di ciel ti addita.
Non sei crudele, hai l'anima bella, e aneli alla vita
E all'amor. Quando al vento svettano i pini, e annera
La stanza, e le tristezze piombano colla sera,
Allora a bieche immagini la tua mente non vola,
Allor ti senti trista, allor ti senti sola,
Allor senti che mancano al tuo tetto le bionde
Teste dei figli e l'ansie della culla profonde.
Taci? Piangi? Ti ho letto nel cor? Non ho te stessa
A te svelato? Diana non mente. Or via, confessa....
Diana.
No, non è ver, non l'amo.
(S'ode uno squillo di corno lontano)
Che sia?
(un altro squillo più vicino)
Mi ha impaurita
Quel suon.
Gerberto.
Qualche mendico che la strada ha smarrita.
Diana.
Scendi ad udirne.
(Gerberto s'avvia).
Diana (inquieta).
No. — Manda qualcun.
Gerberto (chiamando dal fondo).
Martino.
Diana.
Mi hai parlato severo.
SCENA III.
Gastone, Viscardo, Martino e detti.
Diana.
Ebbene?
Viscardo.
Un pellegrino
Che chiede ospizio la notte.
Diana (rassicurata).
Ah!
Viscardo.
Già provvidi io stesso
Perchè degno ristoro a lui venga concesso
Di letto e mensa.
Diana.
Dove?
Viscardo.
Coi servi.
Diana.
I servi? A tale
Sei tu dunque discesa, o mia casa ospitale,
Che al pellegrino, al messo che il Signore t'invia,
All'ospite che invoca la vecchia cortesia,
Offri de' tuoi valletti la servile dimora,
E tanto più l'oltraggi quanto meglio ti onora?
Viscardo.
Ma....
Diana.
Taci. Ti concedo di fare umile ammenda
Del tuo fallo. Conducilo a noi, teco discenda
Gastone ed in mio nome lo inchini. Egli è mio pari
Dacchè varcò la soglia del mio castello, e impari
Ognun che sacro è l'ospite come un re.
(a Martino)
Tu provvedi
Perchè rechin le faci, e poi qui tutti in piedi
Daccanto a me.
(Viscardo, Gastone e Martino escono).
Gerberto.
Sei bella e generosa.
Diana.
Almeno,
Dacchè spento per sempre è l'onor degli Alteno,
L'usata cortesia ne risplenda.
Gerberto.
L'onore
È spento?!
Diana.
Non cercarmi, Gerberto, oltre nel cuore.
SCENA IV.
Entrano quattro valletti recanti ciascheduno una torcia accesa, poi Viscardo, Gastone, Martino, ed ultimo Ugo, vestito da pellegrino, con sotto il cappello un cappuccio che gli nasconde parte del viso. Egli rimane ritto in fondo, sulla soglia, colle genti di Diana.
Diana (appoggiata a Gerberto — ad Ugo).
O qual tu sia, di nobile lignaggio o di plebeo,
Tu che vesti il pietoso mantello del romeo,
Donde tu venga, il monte a noi ti mandi o il piano,
Dove il passo tu muova, o al vicino o al lontano
Romitaggio, comunque si nomi il tuo signore,
Checchè tu volga in mente o racchiuda nel core,
Entra e riposa. È questa la tua casa e il saluto
Festoso essa ti porge — Fratello, il benvenuto. —
Ugo.
Nobil donzella, e voi che le fate corona:
Per tutte le dolcezze che la terra ci dona,
Per tutte le speranze onde il morir s'allieta,
Per tutte le promesse di più vasto pianeta,
Io vi dico che l'angiol del Signor stende l'ale
Della vostra magione sulla soglia ospitale;
Che sovente il mendico non reietto tributa
Tai doni onde il bagliore di ricche gemme ammuta;
E così possa, meco al vostro desco assiso
Se il fronte vi s'imbruni, serenarlo il sorriso.
(discende la scena).
Diana.
Il mio nome ti è noto?
Ugo.
Tutta lo benedice
La valle, per te fatta più ricca e più felice.
Diana.
È lungo il tuo cammino?
Ugo.
Non so.
Diana.
Pietà t'incuora
Di nostra alta Signora?
Ugo.
Sì, della mia Signora.
Diana.
Dura stagion scegliesti per tentare il viaggio.
Ugo.
Maggior premio ne attendo al mio pellegrinaggio.
Diana.
Le strade saran tutte deserte e sconsolate.
Ugo.
L'inverno è in ogni dove. — Eppure, a due giornate
Dal tuo castello, vidi un superbo corteo
Ricco di vaio e piume, qual per nozze o torneo.
Diana.
Un corteo?
Ugo.
Lo guidava, in armi, un cavaliero
Recante: Drago unghiato sul petto, e sul cimiero
Pennacchio azzurro.
Diana (sorpresa)
Oh!
Ugo.
Azzurri i valletti e, nel segno,
Cinto in fiamme, il cortese motto: Servendo regno.
Diana (esitando)
E il suo nome conosci?
Ugo.
Nol rammento.... ed ho appresa
Fin la cagion del viaggio. Dei conti di Valesa
Alla maggior figliuola egli porge la mano.
(quasi cercando nella memoria).
Ugo di Mon....
Diana (prontissima).
.... soprano.
Ugo.
Ugo di Monsoprano.
E udii che raro incontri nodo più avventuroso,
Nè la sposa più bella, nè più amante lo sposo.
Diana.
Meglio assai che al devoto abito non consuona,
Sei dotto.
Ugo.
Udii.... passando.
Diana (per interrogarlo).
E....
(si ravvede)
No.
Ugo.
Che vuoi?
Diana.
Perdona
Se, a tue novelle intenta, quasi pongo in oblio
Che tu sei l'ospitato, che l'ospite son io.
(a Gerberto)
Gerberto, a lui la stanza darai dei fiordiligi.
(ad Ugo)
Vi dormì quando fece passaggio il re Luigi,
Onde il giglio a nostre armi sposato.
Ugo.
Al pellegrino
Tant'agio non s'addice. Se il concedi, vicino
Al fuoco io mi raccolgo a meditar.
Diana.
La casa
È tua. Io, poichè l'ombra della notte l'ha invasa,
Mi ritraggo. A tuoi cenni sono i famigli — Addio.
(Ai servi)
Lasciatelo a sè stesso.
(I valletti assicurano due torcie a due anelli infitti nelle pareti laterali, poi escono con Martino e Viscardo).
Diana (s'avvia; giunta a mezza scena si arresta e torna verso Ugo, vorrebbe interrogarlo — e poi con uno sforzo violento).
No. — Gastone.
(Gastone la precede con una torcia ed escono per la più alta delle due porte che s'aprono daccanto al camino).
SCENA V.
Gerberto ed Ugo.
Ugo (appena si vede solo con Gerberto).
Son io.
Gerberto.
Tu! chi?
Ugo.
Guardami.
Gerberto.
Il conte di Monsoprano. Voi!
Ugo.
Taci.
Gerberto.
Voi qui, signore?
Ugo.
Ascoltami. Tu puoi
Giovarmi.
Gerberto.
Quelle nozze?
Ugo.
Bugia con studio ordita.
Gerberto.
Tornaste...?
Ugo.
Per vederla, mi costasse la vita.
Gerberto.
Ma....
Ugo.
So quanto vuoi dirmi: ch'essa m'odia, ch'io sono
Temerario, che invano spero nel suo perdono,
Che l'offesi, che ha muto il cor tranne al pensiero
Della vendetta, e che ora sono in sua mano.... È vero?
È vero.... e minacciarmi e consigliarmi, e appena
Ritorno e la rivedo più bella e più serena
Di prima, dirmi: parti, rinunzia alla sua vista,
Ripiglia la tua strada, lunga, deserta, trista,
Rifatti pellegrino. Questo vuoi dirmi? — Senti:
Per tutte le minaccie e per tutti i tormenti,
Per tutte le congiure della terra e del cielo,
Non mi parto se prima non le parlo e mi svelo.
Gerberto (il quale fin qui contenne a stento la propria gioia).
Iddio vi manda.
Ugo.
Che! Gerberto, hai detto...?
Gerberto.
Iddio
Vi manda.
Ugo.
Non mi scacci?
Gerberto.
Io discacciarvi! Il mio
Sogno per voi s'avvera; ben tornaste, l'atteso
Voi siete.
Ugo.
Come? parla.
Gerberto.
Udite: io vi paleso
Quanto di certa scienza non so, quanto essa stessa
O ignora o nel secreto solo del cor confessa;
Straniero o nemico più non le siete; a voi
Pensa; di voi ragiona, voi rivede nei suoi
Tormentosi colloquii seco stessa, le meste
Ore sue son vostre; finor combatte e veste
Di crudeli propositi l'assidua cura. — Appena
Vi riconosca, salda sentirà la catena.
Ma guai se impreveduto non le giunge il periglio.
Ugo.
Sono in tue mani.
Gerberto.
Ditemi tutto il vostro consiglio.
Ugo.
Attenderla.
Gerberto.
Stassera?
Ugo.
Essa verrà.
Gerberto.
Qui?
Ugo.
Al mio
Racconto l'ho veduta impallidir: desìo
La prenderà di udirne più a lungo; curïosa
Del mio stato mi apparve ed era, e peritosa
Per voi soli si è fatta. Essa verrà; lo sento;
E ne ho il cor traboccante di gioia.
Gerberto.
In voi l'accento
Dell'amore favella, e raro inganna.
Ugo.
Speri
Tu pur? dimmi.
Gerberto.
Dell'anima son profondi i misteri.
Se mai venisse.... insieme qui non ci vegga. Intanto
Io la Corte ne aduno.... e....
(porge l'orecchio come se gli paresse di sentire rumore, — poi)
No, m'inganno. Oh quanto
Il cor mi batte!
Ugo (che s'era appressato alla porta bianca, ridiscende in fretta).
È qui. Va.
(Gerberto esce frettoloso dal mezzo. Ugo si rimette il cappuccio e siede coi gomiti sul tavolo e la testa nelle mani).
SCENA VI.
Diana ed Ugo.
Diana (entra dalla porta per la quale era uscita e rimane un momento esitante).
Solo?
Ugo (si riscuote e si leva da sedere).
Il tuo scudiero
Uscì pur ora. Vuoi ch'io lo chiami?
Diana.
No. Un fiero
Turbine si scatena per la valle e non ponno
Le ciglia affaticate riposarsi nel sonno.
Ugo.
Io l'ho da lungo tempo disappreso.
Diana.
Tu pure?
(pausa)
Sei giovane, per l'abito che indossi.
Ugo.
Le sventure
Raddoppian gli anni.
Diana.
Tante ne provasti?
Ugo.
Una sola:
La maggiore di tutte.
Diana.
Quale?
Ugo.
Non è parola
Che le convenga.
Diana.
Vuoi raccontarmela, il lento
Giro a ingannar dell'ore?
Ugo.
Hai tu pel mio tormento
Un balsamo?
Diana.
L'ignoro. Strana inchiesta mi fai.
Ugo.
Lasciami il mio secreto allora, se non hai
Potenza di sanarmi.
Diana.
Amaro parli.
Ugo.
Quale
Mi si conviene, parlo.
Diana.
Sentila, come sale
Per gli archi e come acuta sibila la bufera.
È la voce del monte; io ne ascolto ogni sera
I gemiti sinistri e le nenie interrotte.
Senti?... riddano tutti gli spirti della notte.
Ugo.
Mai non scendesti al piano?
Diana.
Come l'abete, ho stese
Radici al suolo.
Ugo.
Oh triste!
Diana.
Tu che tanto paese
Vedesti e genti varie, tu dèi saper di belle
Fole. — La notte è lunga ed il sonno ribelle.
Narrami.
(siede nella gran sedia, ma voltandola in modo da mostrare la fronte al pubblico).
Ugo.
Vuoi ch'io dica d'Isabella e Zerbino?
Ad Isabella insidia invano un Biscaglino:
Zerbin, che la perdette, pur la raggiunge e muore.
Diana.
No, quella non la voglio: è una storia d'amore.
Ugo.
O vuoi d'Arïodante la pietosa novella?
Per dubbio che lo assale di sua Ginevra bella,
Si gitta in mar; ma, salvo, riconosce l'errore.
Diana.
No, quella non la voglio: è una storia d'amore.
Ugo.
Dirò di Brandimarte e di sua Fiordiligi.
Perduto, essa lo cerca invan fuor di Parigi;
Morto alfin lo ritrova e l'uccide il dolore.
Diana.
No, quella non la voglio; è una storia d'amore.
Ugo.
Tanto ne temi?
Diana.
Abborro le molli cantilene.
Ugo.
Più benigno consiglio al tuo sesso conviene.
Diana.
Nacqui di forti.
Ugo.
Ai forti è la pietà retaggio.
Diana.
Chi sei tu che mi parli così ardito linguaggio?
Ugo.
Tal che il posso.
Diana.
Mi sdegnano le tue parole impronte.
Ugo.
E tu chi sei che al cielo levi il gelido fronte
Ed all'amor non credi?
Diana.
L'uomo è oblioso.
Ugo.
E sia:
La suprema dolcezza dell'amor non s'oblìa.
Diana.
Tu mi cerchi nell'animo il mio secreto.
Ugo.
Ascolta.
È una storia terribile.
Diana.
Narra.
Ugo.
Fu già una volta
Sulle rive del Reno vaga e nobil donzella,
Ma d'animo feroce tanto quanto era bella.
Una torre in rovina al suo maniero allato
Sorgea, sopra un macigno selvaggio e dirupato
Così che a grave stento l'uom ne attingea la vetta.
Questa — il Kinast — nomavasi, e la bella era detta
Da ognun — la Fidanzata del Kinast. Chi la mano
Ne agognasse, contenderla in arcioni allo strano
Rivale e guadagnarne la cima avea mestieri.
(Diana che stava raccolta ad ascoltare leva la lesta meravigliata e sospettosa).
Ugo.
Che hai?
Diana.
Nulla. Prosegui.
Ugo.
Un dì, due cavalieri
Si offersero alla prova, giovani e belli. Il primo,
Di poco tratto asceso, cadde e morì nell'imo.
Vide il sommo il secondo e lo giungea d'un passo;
Quando sotto l'unghiata zampa si smuove un sasso
E il cavallo barcolla sul mal fermo terreno.
Bel cavalier si aggrappa alla briglia, e col freno
E collo spron lo regge; ma il cavallo atterrito
Sbuffa, freme, vacilla. Un attimo.... un ruggito
D'angoscia.... e nel profondo fossato del maniero
Piombano sfracellati, cavallo e cavaliero.
Diana.
Triste novella!
Ugo.
Ascolta. Passan più lune, e vana
Ogni attesa riesce alla bella inumana.
Ma un dì novo campione si offerisce. La cima
È annebbiata; e frattanto che ritorni la prima
Luce, il manier lo accoglie. Vago e forte in aspetto,
Di ricche armi vestito e di linguaggio eletto,
Peritoso alla bella egli si mostra, ond'ella,
Agli sguardi sedotta e alla mite favella.
La terribile prova perdonargli vorrìa.
Bel cavalier ricusa perdono e cortesia,
E appena in ciel più terso il novo sol risplende,
Va, supera la vetta, e vincitor discende.
— Tua la mia mano, grida la bella, e la mia fede.
Ed egli: la tua mano? e chi te ne richiede,
Crudel? Nè la tua mano nè l'amor tuo m'alletta.
De' miei morti fratelli qui venni a far vendetta:
Tu m'ami, e per me il fiore di tua vita è reciso.
Tal favellò e sdegnoso partissi.
Diana (con un grido).
Ah! ti ravviso:
Ugo di Monsoprano tu sei. — Svelati.
Ugo (getta il mantello ed appare vestito di un ricco costume di cavaliero).
È vero:
Son io.
Diana.
Tu? Sei tornato? Nè ti prese pensiero
Del mio sdegno?
Ugo.
Puniscimi, tanto il viver mi pesa.
Diana.
Sei tu! Tu che ritorni a ribadir l'offesa!
Il ciel m'è testimonio, va, che t'avrei cercato
Più lontano. Lo stolto! È tornato. È tornato!
Dove sono le spade dei tuoi cento scudieri?
Quante milizie hai teco? Se mai ti fu mestieri
Spessa cerchia di lance, oggi egli è: nè la bella
Corona de' tuoi padri, nè le ricche castella,
Nè le tue sconfinate terre qui sono. È mia
La casa e in salde mura si cinge e in mia balìa
Tu sei.... No, no, mentisco invano, invano il fiero
Animo si ribella. Non è ver, non è vero
Son codarda: va.... t'amo.
Ugo (le si appressa rapidissimo).
Ah!
Diana.
Lasciami. — Avvilita
Assai mi vedi, e ignota m'era la mia ferita.
Or del mio vituperio trionfa e alla tua sposa
Reca, trofeo di nozze, quest'anima angosciosa,
E la deridi.
Ugo.
Fola son le mie nozze.
Diana.
Ah!
Ugo.
Amore
Mi radduce.
Diana.
Tu m'ami?
Ugo.
Quando le tue dimore
Mi apparver di lontano, oh tu non sai l'ambascia
Che mi assalì!
Diana.
Tu m'ami! tu m'ami!
Ugo.
Lascia, lascia
Ch'io ti baci la mano, la bianca man; che intera
Ti racconti la storia del mio dolor, la nera
Mia vita. Tutte l'arti onde il cor si disvia,
Tutti gli ammalianti inganni onde s'oblìa.
Li ho tentati, ma invano; non fu al mondo un aroma
Al mio mal. — Genuflesso al pontefice in Roma,
Supplicai mi sanasse l'alta virtù dei cieli:
Invano. — Invano in armi affrontai gl'infedeli:
Non ebbero potenza d'uccidermi, i codardi!
N'ebbi vanto e non pace. Tentai.... perchè mi guardi
Così? Gli occhi hai lucenti di pianto. Or la tua mano
È mia, sei la mia donna, ti porterò lontano
Lontano, sotto un cielo più azzurro, alla fiorita
Terra d'Italia, Diana! Com'è bella la vita!
Diana.
È vero? non m'inganni, m'ami, non hai mentito?
Sei tu veracemente che parli? Assai punito
Fu l'orgoglio. Saresti ingeneroso. È vero,
Signor? per me tornasti, sei il mio cavaliero;
È finito l'esiglio, la tristezza è finita;
Vecchie pareti, il sole torna e col sol la vita.
Anche per me, sai, furono tristi l'ore; il secreto
Del mio cor mi stringeva d'angoscia e a me divieto
Era d'amarti. È tanto vasta la casa! Ho tanto
Atteso. Ignoto mi era, e lo conobbi, il pianto.
Senti, è il vento. Or che monta? sei meco e la bufera
Non ha terrori. È lungo, sai, l'anno in questa nera
Valle; ti dirò un giorno i miei pensier; perdona,
Credetti odiarti! Quanto è facile esser buona!
Quanto acerbo mi fosti quel dì! Le tue parole
Eran lame di fiamma, eran vampe di sole,
E mi entraron nell'anima roventi. Vilipesa,
Al cospetto di tutti....
(Ugo s'avvia verso il fondo).
Diana.
Che fai?
Ugo.
Pari all'offesa
Sia l'ammenda.
(chiama dalla porta del fondo).
Gerberto.
Diana.
E vuoi?
Ugo.
La mia signora
Voglio onorar, siccome figlia di Re si onora.
SCENA ULTIMA.
Gerberto e detti, poi tutta la Corte.
Ugo (appena Gerberto entra, gli va incontro festosamente).
Gerberto.
Diana (a Gerberto, indicando Ugo).
Ha vinto.
Gerberto.
Ha vinto? Ben tel predissi; immite
Non sei.
Ugo.
Qui la sua Corte.
Gerberto.
Ringiovanisco.
(Ad un cenno di Gerberto entra tutta la Corte di Diana come nel primo Atto, più i valletti colle torcie; e tutti si dispongono in fondo).
Ugo.
Udite,
Voi, quanti siete. Io, conte, duca e signor di assai
Terre e castella, un anno compie, ed acerba osai
Volger parola a Diana d'Alteno, grazïosa
Vostra signora; impresa scortese e ingenerosa
Così che un anno intero me ne rimorse. Or, prono
Il fronte, a lei ne venni ad implorar perdono
E l'ottenni. — Voi tutti, che il foste all'ardimento,
Testimoni all'ammenda siatene.
(Si inginocchia davanti a Diana).
Diana (porgendogli una mano, perchè sorga e volgendosi alla Corte).
Io vi presento
Il mio sposo e signore.
Gerberto.
O mia nobil padrona,
Or posso, dacchè cingi la nuziale corona,
Col sorriso negli occhi e colla gioia in core,
Raggiunger nella fossa l'antico mio signore.
Diana (ad Ugo).
Or, mio bel cavaliero, voglio mi sia concessa
Cortese occasïon di riscattar me stessa.
Ugo.
Qual riscatto?
Diana.
L'enigma che mi ponesti. — Gloria
Comune omai, s'io vinco, sarà la mia vittoria.
Ugo.
Sai tu dirmi qual sia, di tutti i fiori,
Il fior più ricco di veleno e miel?
Egli è, se chiuso ai mattutini albori,
Vivo alla sete quando abbruna il ciel.
Diana.
Più non prosegui, è vano; già lo conobbi: un anno
Inter m'ebbe sommessa, invisibil tiranno.
Nacque nel mio giardino e germogliò quel fiore.
Ma non lo può comprendere che intelletto d'Amore.
(Cala la tela.)
Torino, aprile 1875.
NOTE AL TRIONFO D'AMORE
Atto I, Scena III, pag. 72.
“Il dorato orifiamma che va primo al torneo.
“Els escudiers seran egal
“E de vestir e de joven,
“De bos aips e d'esenhamen,
“Armatz de fer e entreseinz.
“Sellas et escutz de nou teinz
“D'un semblan e d'una color
“Portarem tuit, e l'auriflor„
Zo era sa captal senhera
Qu'als torneis anava premiera[2],
Scena IV, pag. 80.
“Colui, purchè di nobil sangue, che far sua sposa„ ecc.
Tutti i titoli di Diana d'Alteno furono ricavati dall'opera L'Economia Politica del Medio-Evo, di Luigi Cibrario.
Scena IV, pag. 82.
“Ardito signore, sai dirmi qual sia„ ecc.
Un cronista di un giornale commerciale di Milano, scrivendo del Trionfo d'Amore, diceva che il porre le sciarade in scena era stato finora privilegio dei signori Meilhac e Halévy, e che Giacosa aveva loro rubato il mestiere.
Non tutti quelli che scrivono su per i giornali la critica teatrale sono obbligati a conoscere la storia letteraria del nostro e degli altri paesi, nè a sapere che visse in Italia un Carlo Gozzi ed in Germania un Federico Schiller.
Per poco che il cronista suddetto lo avesse saputo, non avrebbe ignorato che Carlo Gozzi scrisse una fiaba intitolata Turandot; che Schiller ridusse questa fiaba per il teatro tedesco; che Andrea Maffei tradusse in italiano la riduzione dello Schiller; e che Antonio Gazzoletti ne trasse argomento per un melodramma musicato dal Bazzini.
Nella Turandot del Gozzi una fiera principessa chinese propone tre enigmi al principe Calaf. I tre enigmi si avvolgono intorno alle parole Sole — Anno — Leone d'Adria. Di questi tre enigmi lo Schiller non ne conservò che uno: l'Anno, ed agli altri sostituì del proprio l'Occhio e l'Aratro. Il Maffei, traducendo lo Schiller, mutò la tessitura ma non il soggetto dei tre indovinelli, due dei quali l'Occhio e l'Aratro, sono gli stessi che, in veste diversa, Diana d'Alteno propone ad Ugo di Monsoprano. — All'enigma dell'Anno l'autore del Trionfo d'Amore, per maggior chiarezza, sostituì quello del Pensiero.
Le sciarade, come li chiama il cronista, e delle quali lo stesso cronista vorrebbe attribuire il privilegio esclusivo ai signori Meilhac e Halévy, avevano dunque ricevuto il battesimo scenico e letterario sotto il patronato di nomi abbastanza illustri, quali sono quelli del Gozzi, dello Schiller, del Maffei e del Gazzoletti.
Scena IV, pag. 87.
“Cento cavalli
“Partiranno domani, con ricchi doni e molto
“Giubilo di concenti....„
Archambaud, signor di Bourbon, si dispose a far visita al conte di Nemours e dà gli ordini opportuni:
“Cent cavalier serem, ses plus,
“Quatr'escudiers aura chascuns;
“Nos tuit portarem un seinal„[3].
Atto II, Scena II, pag. 108.
.... “Ma il tempo in suo saper concilia
“Coll'amplesso del padre l'oltraggio della figlia„.
Nello stampare questi versi, l'autore si attenne all'uso ortografico, parendogli permessa, purchè usata con somma parsimonia, la rima fonica, la quale esiste nella prosodia spagnuola, tanto affine alla nostra. A quelli poi che non volessero acconsentirgli una simile licenza, l'autore osserva come, derivando le parole figlio e figlia dal filius e filia latini, non ripugni all'indole della nostra che se ne mantenga la latina ortografia, tanto più che esistono nel vocabolario italiano le parole: filiale, filialmente, filiazione. — D'altra parte, il vocabolario del Fanfani registra la parola Conciglio, dicendola: voce usata soltanto dai poeti per la rima. Se si potè scrivere Conciglio per Concilio, pare debba essere ugualmente lecito scrivere: conciglia per concilia o filia per figlia.
Scena VI, pag. 131.
“Vuoi ch'io dica d'Isabella e Zerbino?„ ecc.
Gli argomenti dei tre racconti proposti da Ugo di Monsoprano sono tolti dall'Orlando Furioso, tranne qualche leggierissima variante riguardo al primo. E qui sia permesso all'autore di scagionarsi dall'accusa di anacronismo mossagli da uno dei più dotti, coscienziosi ed eleganti critici italiani, il professore Giuseppe Cesare Molineri.
Il Molineri, in una appendice della Gazzetta piemontese di Torino, osserva come Ugo di Monsoprano narri nel XIV secolo tre istorie che l'Ariosto raccontò nel XVI, vale a dire due secoli dopo.
A primo aspetto l'errore pare evidente. Ma quando si rifletta che l'Ariosto racconta fatti appartenenti alla tradizione cavalleresca, che cita ad ogni momento Turpino, che questi fatti istessi avevano dato argomento a cento altri poemi cavallereschi anteriori all'Orlando Furioso, si vedrà come l'accusa cada di per sè.
A questa stregua sarebbe un anacronismo tutto il soggetto del dramma, dove nel 1875 parlano e vivono personaggi del 1300; sarebbe un anacronismo il poema dell'Ariosto, che nel 1506 raccontava storie dell'800.
Il Molineri dice che si scopersero le fonti di molti dei racconti dell'Ariosto, e che i citati non appartengono a quel numero. Ma dal fatto che si sappia donde l'Ariosto abbia tratte molte delle proprie novelle non consegue che tutte quelle delle quali non si rinvennero vestigia anteriori siano state inventate da lui. E fossero anche? Non hanno esse i medesimi caratteri delle genuine? Stonano forse nel poema? I nomi, le passioni, le gesta di quei personaggi non sanno forse di Medio-Evo e di cavalleria, come quelli degli autentici?
E se l'autore le avesse inventate lui le tre storie che racconta Ugo, ci sarebbe anacronismo? L'autore non doveva già mettere in bocca dei suoi personaggi storie che realmente fossero state narrate all'epoca assegnata al dramma, ma solamente storie che potessero in quell'epoca essere raccontate. In una parola non era questione di fatto, ma di intonazione e di colorito.
Scena VI, pag. 133.
“Fu già una volta„ ecc.
La storia della Fidanzata del Kinast è raccontata dal Saintine nel suo libro La Mythologie du Rhin.
AVVERTENZE
sulla Recitazione e sul Vestiario della Partita a Scacchi e del Trionfo d'Amore.
Così la Partita a Scacchi come Il Trionfo d'Amore furono stampati per intero senza virgolare i brani da ommettersi nella recitazione. Ecco ora le varianti che le esigenze sceniche hanno suggerite.
PARTITA A SCACCHI.
Scena II, pag. 32. — Nella parlata di Fernando, dopo il verso:
M'era fonte d'orgoglio la solitudin mia,
gli attori passano subito a quello che dice:
Son forte, la tua spada nessuna al mondo agguaglia,
e così seguitano la parlata, sino all'ultimo verso della stampa, dopo il quale risalgono a questo:
Ed or che, me volente, s'appiana il mio sentiero, ecc., ecc.
per serbarsi, come chiusa della parlata, il verso:
No, no, no, non lo posso: per tanti anni ho taciuto.
Nella stessa Scena, pag. 33. Variante:
Renato
Per Dio, soverchio ardire sopportar non mi giova.
Bada non mi sovvenga di metterti alla prova,
Che, se falli!...
Fernando.
Signore, io non temo gli attacchi
Tanto di mille spade
(vede la scacchiera preparata sul tavolo, ed indicandola)
Che di un giuoco di scacchi.
Renato.
A te, figliuola, insegnagli, nè sarà poca gloria.... ecc., ecc.
TRIONFO D'AMORE.
Atto II, Scena I, pag. 101. Ordinariamente si omette il dialogo fra Diana e Gastone. Variante:
(Diana raddolcita e con tristezza, a Gerberto)
Perdonami, mio buon vecchio, hai ragione.
Teco ogni dì più ingiusta mi faccio e più severa
Con tutti. Come imbruna! La notte non ha sera
E il giorno è triste.
Gerberto.
Mando pei servi?
Diana.
No, rimani.
Attraverso le tenebre volano più lontani
I pensieri. — Lasciatemi sola.
(Viscardo e Martino si avviano. Giunti alla porta in fondo, svegliano Gastone, il quale esce con loro).
Atto II, Scena VI, pag. 159. — Nella parlata di Diana, dal verso:
Vecchie pareti, il sole torna e col sol la vita,
si passa subito a quello:
Quanto acerbo mi fosti quel dì! Le tue parole, ecc., ecc.
AVVERTENZE SUL VESTIARIO.
Un'ultima avvertenza che riguarda il vestiario. I teatri di musica, e più i teatri drammatici, hanno fatto tanto spreco di costumi medievali falsi, che non c'è oramai nulla di più facile che il vestire di quell'epoca, con un poco di eleganza e di novità. Abbiamo in Italia una miniera inesauribile di modelli, e l'attore in qualunque città, solo che voglia darsi la pena di visitare un'Accademia od una Pinacoteca, troverà figurini ai quali potrà attenersi dalla piuma del berretto fino alla punta degli stivaletti, sicuro di riuscire giustissimo e come disegno e come colore. Non temano, specialmente trattandosi del XIV e XV secolo, che la scrupolosa esattezza del vestire possa, al lume della ribalta, diventare o esagerata o grottesca. La signora Virginia Marini, nel Trionfo d'Amore, ebbe al secondo atto il coraggio di mettersi in capo un certo berretto a forma conica, alto, dalla cui punta cadeva un velo lunghissimo, che essa raccoglieva sul braccio. Questa certamente è una delle acconciature più arrischiate, e piacque, perchè a noi lontani, che abbiamo in testa una folla di foggie diverse di vestire, occorre, per affermare una data epoca, che essa ci si affacci co' suoi caratteri più evidenti.
Non c'è bisogno di tanto oro nè di tanto velluto. Il paggio della Partita a Scacchi non deve essere ricco; deve essere elegante, e l'eleganza non appartiene alla stoffa, ma al disegno ed ai colori. Non si ricorra ai berrettini di fantasia, perchè le fantasie di questo secolo in fatto d'arte non valgono quelle di quattro secoli indietro. La prima cura di un attore dovrebbe essere questa; di riprodurre mediante tutti i soccorsi dell'arte, la espressione generale delle fisionomie dell'epoca che egli è chiamato a rappresentare. Quindi nel trecento e nel quattrocento, ad esempio, non baffi. Cerchino i quadri, le miniature, i tappeti, i disegni, le statue di quel tempo: non ci troveranno un solo paio di baffi. Non corazze lucide, nè altri interi pezzi di armature; non corazze di cuoio, non stivali col trombino, ecc.
In lavori, come la Partita a Scacchi ed il Trionfo d'Amore, la parte decorativa ha una importanza immensa. Presso un pubblico non disposto all'indulgenza, un vestito stuonato può nuocere all'effetto di una scena. E quanto è detto del vestire si intenda del mobiglio. Le nostre compagnie, anche le primarie, fanno delle produzioni drammatiche due campi distinti. Quelle alla moderna e quelle che non lo sono. Alle prime, nell'arredo della scena, tutto quanto occorre. Alle seconde, da Alcibiade fino a Napoleone, un paio di scanni dorati, coperti di una stoffa di cotone rossa o verde, un tavolo rococò, dorato esso pure, e seggioloni di nessun'epoca, ma colla sua brava doratura. Io ho assistito ad una rappresentazione del Trionfo d'Amore; ed al secondo atto c'erano in scena certe scranne, quali si trovano sovente in campagna nelle anticamere; stile Impero, colla spalliera dipinta a paesaggi.
Ci vorrebbe tanto poco a far bene!