SCENA II.

Un servo, poi Oliviero conte di Fombrone, Fernando e detti.

Servo.

Il conte di Fombrone

Sollecita la vista del mio nobil padrone.

Renato (premuroso).

Il conte di Fombrone? Fategli tutti onore,

E sia sulle mie terre, più che ospite, signore.

(entrano Oliviero e Fernando)

Renato (a Fombrone).

Oliviero, ben giunto, nobile e vecchio amico;

Questo è giorno di festa pel mio castello antico!

Oliviero.

L'amicizia è l'attrice delle gioie più sante,

e non l'ho mai provato siccome in questo istante.

Renato (prende per mano Iolanda e la presenta ad Oliviero).

La mia figlia Iolanda.

Oliviero (inchinandosi).

Dio lega opposte cose;

Il rigor delle nevi e la beltà delle rose.

Renato (a Iolanda, indicando Fombrone).

Tu conosci il suo nome; fummo compagni quando

Le braccia eran robuste ed era aguzzo il brando,

Corremmo insiem le corti e guerreggiammo allato,

E se lo seppe il vinto signor di Monferrato.

Oliviero (indicando Fernando).

Il mio paggio Fernando.

Renato (dopo aver guardato il paggio con attenzione benevola e risposto con un cenno di capo al suo grave inchino, volgendosi a Fombrone).

Cresciuto alla tua scuola,

Avrà pronta la mano e lenta la parola.

Il sangue assiderato vivo al fuoco discorra;

Son pungenti le brezze che soffia questa forra.

Mescete il Mommeliano.

(I servi eseguiscono).

Oliviero (sedendo accanto al fuoco).

Per Dio, ti giuro il vero:

La tua figliuola è bella, e forte è il tuo maniero.

Renato.

Dimmi di te, Oliviero: rechi in fronte dipinto

Che lottasti cogli anni e, come sempre, hai vinto.

Oliviero.

È passato il bel tempo.

Renato.

La quercia il gel non teme.

Chi direbbe, a vederci, che siam cresciuti insieme?

Non ti dieder disagio queste brevi giornate?

Le strade sono lunghe, Fombrone, e mal fidate.

Odo narrar sovente di violenze e rapine:

Non t'incorse disgrazia?

Oliviero.

Per poco in sul confine

Della montagna, dove la valle si disfalda,

Non uscivo malconcio.

Renato.

Come? Narra.

Oliviero.

La salda

Spada e l'animo ardito del mio paggio Fernando

Mi tolsero di briga. Venivam cavalcando

Il mio paggio e due bravi, quando dalla foresta

Uscì un sibilo acuto: sollevammo la testa,

E ci apparve sbucata sul margin della strada

Di dieci malandrini armati una masnada.

Stemmo, e il maggior di quelli, fattosi a noi dinante,

C'impose di seguirlo con un piglio arrogante.

Fernando a lenti passi gli si mosse vicino:

— Forse ti seguiremo, ma insegnane il cammino —

Gli disse, e con un colpo lo stese a terra. Tosto

Minacciosi i rimasti ci furono d'accosto,

Meno per trar vendetta del capo insanguinato

Che per far bella ruba del bottino agognato.

Eran nove, gagliardi, armati e risoluti;

Noi quattro, io vecchio, i luoghi macchiosi e sconosciuti.

Il mio paggio mi guarda; poi mi s'accosta in atto

Di chi voglia ricevere qualcosa di soppiatto;

Indi, a furia spronate, lancia il cavallo a volo.

Subito alle calcagna gli si muove uno stuolo

Di cinque masnadieri.... e a noi priva di gloria,

Ma sicura ed agevole rimane la vittoria.

Iolanda.

Fu raggiunto dai cinque?

Oliviero.

Poco tratto di via

Percorso, egli si volse, e al branco che venia

Sorridendo con volto nobilmente sdegnoso,

Volse dell'armi audaci lo slancio impetuoso.

Era solo, piantato come un Centauro antico

Sul dorso flessuoso del corsiero. Il nemico

Gli facea ressa intorno, urlando a tutta possa.

Ei pronto alla parata, tremendo alla percossa,

Tenea con lenti giri quanto è larga la strada.

Già nei cozzi continui avea rotta la spada,

Quando, sbrigati i quattro che ci stavano a fronte,

Noi giungemmo, ed i ladri preser la via del monte,

Lasciando di tre morti le spoglie in sul terreno.

Iolanda.

E non foste ferito?

Oliviero.

Io no. Fernando al seno

Ebbe una scalfittura ch'oggi è saldata, è vero?

Fernando.

Sì, conte.

Renato.

La tua mano, o giovane guerriero.

Sei un prode; in te il senno è pari all'ardimento.

Tuo padre nel ritorno t'abbraccierà contento.

Fernando.

Non ho padre, signore.

Renato.

Così giovane? Avrai

Una madre.

Fernando.

Neppure, e non li ebbi mai.

Renato.

Il tuo nome?

Fernando.

Fernando. La mia sorte è severa,

Se mi farò uno stemma, avrà la sbarra nera.

Renato.

Tu sei sangue di principi!

Fernando.

Se mi dà vita Iddio,

Farò diventi gloria l'essere sangue mio.

Renato.

Fiere parole!

Fernando.

Il vanto vuol essermi concesso.

Dacchè tutto che sono nol debbo che a me stesso.

Renato.

Sei giovane e fidente, l'anima hai franca e ardita,

Apprenderai cogli anni la scienza della vita.

Ma ti darò un consiglio, io che ho vissuto tanto:

L'opera è più gloriosa, scompagnata dal vanto.

Fernando.

Io penso che su giovane bocca il vanto convenga,

Se il labbro non promette più che il braccio mantenga.

Renato.

Non ti dolga, Fombrone, s'io biasmo le sue mende;

Amo in lui la prodezza, ma l'orgoglio m'offende.

Fernando.

Rispetto in voi l'antico coraggio e il nome antico

E del mio buon signore il più fidato amico;

Ma portare dimessa la fronte io mai non soglio;

È fra le mie virtudi, prima virtù, l'orgoglio.

Renato.

Che sai tu della vita, fanciul? chi te l'apprese?

Perchè la guancia hai bella e le pupille accese,

Perchè il vigor degli anni ai perigli t'indura,

Perchè tutta al tuo sguardo sorride la natura,

Perchè, fissando intrepido il destin che s'avanza,

Senti un nervo nel braccio, nel cuore una speranza,

Perchè non ha che stelle la tua notte serena,

Perchè, se il labbro ha sete, sempre la coppa hai piena,

Perfin contro il futuro spingi il folle ardimento?

E gridi alla tua sorte: io voglio e non pavento?

Ma non lo sai, fanciullo, non te l'han detto ancora

Che assai lungo è il cammino, che la vita è di un'ora?

E che, prima di giungere al culmine agognato,

Avrai le mani lacere e il viso insanguinato?

Che dovrai divorarti il sopruso e l'affronto?

Che oggi ti chiami aurora e domani tramonto?

Ero ancor piena l'anima di splendide chimere

Se volavano al vento le guerresche bandiere;

Sentivo ancora i fremiti generosi e la sete

Dei perigli, e correvano le mani inquiete,

Correvano a brandire l'asta; al nome di gloria

Mi luceva negli occhi l'ardor della vittoria:

E un giorno all'opra usata cesse il vigor, mi parve

Un peso insopportabile la mia spada. Le larve

Svaniron tutte, i moti del mio cuor furon muti,

E i miei sogni di gloria non erano compiuti!

Fernando.

Vecchio, sei grande e nobile, come nessun fu mai.

Dirò superbo un giorno: lo vidi e gli parlai.

La tua grave parola fu quella di un veggente.

Sì, le tue sagge norme le terrò fisse in mente.

Però la mia fortuna alla tua non somiglia:

Tu avesti in sorte un nome, un tetto, una famiglia.

Fu la scuola di un padre che t'educò alla vita,

E sprone alle grandi opere fu la grandezza avita.

L'armi, pria che un cimento, ti furono un trastullo.

Io crebbi solo — un orfano, no, non è mai fanciullo

Nell'età dei sorrisi, dei baci, degl'incanti.

Non conobbi che l'ire, non conobbi che i pianti.

Io non avevo un nome che, per sacro legato,

Dovessi far più illustre o serbare onorato;

Io non aveva un padre che, premio al mio valore,

Baciasse in sulla fronte il giovin vincitore.

Di ritorno dal campo, triste conforto m'era

La venale larghezza d'una soglia straniera.

Quanto le glorie illustri di tanti avi ti fenno,

Guadagnarlo dovetti coll'opera e col senno;

Nessun l'onor m'apprese, nessun m'apprese Iddio,

L'onor, l'armi, la fede, sono retaggio mio.

Lasciai lembi di carne in più d'una tenzone,

Lasciai lembi di cuore al piè d'ogni blasone.

Fidente nel mio fato, invido mai non fui

Sotto l'acerbo insulto della grandezza altrui.

Superando gli ostacoli che incontravo per via,

M'era fonte d'orgoglio lo solitudin mia.

Ed or che, me volente, s'appiana il mio sentiero,

Or che son fatto paggio e diverrò scudiero,

Or che, mercè maggiore d'ogni maggior tesoro,

Sono presso al battesimo degli speroni d'oro,

Vuoi ch'io sappia frenarmi e rimanermi muto?

No, no, no, non lo posso: per tanti anni ho taciuto!

Son forte, la mia spada nessuna al mondo agguaglia,

E non è lieve impresa lo sfidarmi a battaglia.

Freccia non esce invano mai dalla mia faretra,

E nella più minuta delle mire penètra.

S'io gl'imposi il cappello, il falco mai non erra,

E torna colla preda vittorïoso a terra.

Nè dell'arti gentili la scïenza obbliai,

E so dal mio lïuto trarre sirvente e lai;

Di sonanti ballate so far velo al pensiero,

So raccontar d'amore al par d'ogni troviero,

Spezzai più d'una lancia correndo la gualdana.

Più d'uno sguardo ottenni di bella castellana....

Renato.

Per Dio, soverchio ardire sopportar non mi giova.

Bada non mi sovvenga di metterti alla prova:

Chè, se falli!...

Fernando.

Signore, fate a vostro talento;

Accetterò con gioia qualunque esperimento.

Ma lasciate ch'io noveri tutte le mie virtù,

E poi venga la prova: non vi chieggo di più.

Per studiare a tentarli ed a schermir gli attacchi,

Appresi le difficili movenze degli scacchi,

E nessuno mi supera....

Renato.

Dacchè ne porgi il destro,

Noi ti vedremo all'opera, o d'ogni arte maestro.

A te, figliuola, insegnagli, nè sarà poca gloria,

Come si faccia a vincere senza gridar vittoria.

(a Fernando)

Qui si parrà all'aperto la tua scienza nascosta.

Perderai, tel predíco.

Fernando.

Lo vedremo.... E la posta?

Renato.

La posta? Se tu vinci, io ti do per consorte

La mia figlia Iolanda.

Fernando.

E se perdo?

Renato (traendolo in disparte, sommesso).

La morte.

Fernando.

L'offerta è troppo bella per opporvi un rifiuto.

Renato.

Accetti?

Fernando.

Accetto, conte.

Renato.

Se perdi....

Fernando.

Avrò perduto:

E non mi sentirete lagnarmi o maledire.

Se non appresi a vivere, ho imparato a morire.

Renato.

A te, figlia.

(I due si apprestano a giocare).

Fernando (a Renato).

Scusate il soverchio ardimento,

Ma un gioco tal richiede un giocatore attento.

Il conte di Fombrone presso il fuoco vi aspetta:

Direte insiem le gioie dell'età prediletta.

Qui si vuol esser soli.

(Il tavolino a cui stanno seduti i due che giocano è vicino al proscenio, mentre invece il camino è in fondo alla scena. Oliviero è presso il camino).

Oliviero.

Il mio paggio ha ragione.

Renato.

Ed eccomi ai suoi cenni. Mesci ancora, Fombrone.

Oliviero.

Fosti con lui severo.

Renato.

Troppo?

Oliviero.

No. Anch'io soventi

Ebbi a fargli rimbrotto, e con acerbi accenti.

Ma è così bello il roseo confidar nel futuro!

Chi ignora i disinganni, Renato, è così puro!

La gioia è così piena dentro quell'occhio nero!

Così lucente, sotto quel crin folto, il pensiero!

Ed io lo vidi all'opera, e lo so forte e audace.

Quel suo animo baldo e leale mi piace,

E mi ricorda i giorni della mia giovinezza.

Renato (fra sé).

Come sfida la morte con eroica fermezza!

Oliviero.

Tu pensi?

Renato.

Nulla.

Oliviero.

Eppure ti leggo nelle ciglia....

Renato.

Vorrei che avesse a vincere.

Oliviero.

Per sposare tua figlia?

Renato (colpito e crucciato).

È vero!

Oliviero.

Convien dire ch'ella giuochi a pennello,

Se offristi al vincitore un premio come quello!

E tu che avrai, se perde, in cambio alla fanciulla?

Renato (esitando).

Nulla.

Oliviero.

Nulla? Davvero?

Renato (quasi parlando a sè stesso).

No, non voglio aver nulla.

Un tal patto non regge.

Oliviero.

E Renato pretende

Riprender la sua fede?

Renato.

E se egli me la rende?

(I due continuano a parlar sommesso).

Iolanda.

Che hai, paggio Fernando? Non giuochi e non favelli.

Fernando.

Io?... Ti guardo negli occhi che sono tanto belli.

Iolanda.

Ed io senza periglio decimo le tue schiere.

Già perdesti una Rocca, e dò scacco all'Alfiere

Se non provvedi tosto a metterlo da banda.

Attento ai mali passi.

Fernando.

Grazie, bella Iolanda.

Pensavo a mille cose lontane, e stavo muto

Per la triste certezza che tanto avrei perduto.

Eccomi a tal ridotto che un sol passo non feci.

Iolanda.

Vuoi tu, paggio Fernando, che mutiamo le veci?

Fernando.

No, tienti la tua sorte e lasciami la mia.

Iolanda.

A te — Non trovi nulla che t'ingombri la via?

Oh la sventata! Vedi che ho messo il piede in fallo.

Ti dò scacco all'Alfiere e disarmo il Cavallo.

Fernando (prende il cavallo).

Non ardirei di prenderlo: l'accetto come un dono.

Iolanda.

Vedi l'avventurata giuocatrice ch'io sono!

Neppur credi all'errore.

Renato (avvicinandosi).

Come sta la partita?

Fernando.

Io perdo.

Renato (contento).

Sì? Fanciullo, facciamola finita.

Smetti il giuoco, fu scherzo la scommessa.

Fernando.

Vi pare?

Con voi, nobil signore, non ardirei scherzare.

Nè con veruno al mondo, intorno a un argomento...

Renato.

Tu perdi; me l'hai detto tu stesso.

Fernando.

E non consento,

Perdente, a grazia alcuna; chè, vincitore, avrei

Altamente vantati tutti i diritti miei.

Renato.

Bada a tentar la sorte, paggio, bada!

Fernando.

La tento

E, data una parola, signor, non mi ripento.

Renato.

E tal sia.

(S'allontana e poi ritorna)

No, sei giovane, fanciullo, e ardimentoso

E d'una tua disgrazia non mi darei riposo.

Smetti quella fierezza, renditi al buon consiglio,

Io te ne prego come si pregherebbe un figlio.

Sei in tempo, ritraggiti; tu sai quanto t'aspetta....

A te, Iolanda, aiutami; digli che mi dia retta.

Iolanda.

Perchè mi dovrò esporre io pure ad un rifiuto?

Un istante può rendergli il terreno perduto.

Renato.

La vanità di vincere ti fa di questo avviso.

Iolanda.

O padre!

Renato.

Ma tu ignori che, s'ei perde, è deciso....

Fernando (interrompendolo).

Conte.... fate opra inutile; nessuno mi cancella

Dal cuore una promessa.

Renato.

Ti lascio alla tua stella.

(Renato va di nuovo presso Fombrone, con cui conversa a bassa voce. Iolanda e Fernando giuocano per alcuni istanti senza far motto).

Iolanda.

Che volle dir mio padre con quelle sue parole:

Se egli perde, è deciso?...

Fernando.

Nulla, ch'io sappia — fole.

Iolanda.

Eppure mi pareva che parlasse assennato,

E tu l'interrompesti tutto quanto turbato.

Che perdi tu, se perdi?

Fernando.

Nulla che mi stia a cuore.

Iolanda.

Mio padre più ti teme vinto che vincitore.

Non so perchè, Fernando, son pensosa ed afflitta.

Fernando.

Bella Iolanda, allegrati: sarà mia la sconfitta.

Iolanda.

Oh! perchè con sì tristi presagi ti martelli?

Fernando.

Io? Ti guardo negli occhi che sono tanto belli!

Iolanda.

Sei mesto nel sembiante: perchè? La tua ferita

Ti duole forse?

Fernando.

Punto.... Com'è bella la vita!

(Pausa).

Iolanda.

Paggio Fernando, è molto lontano il tuo paese?

Fernando.

Io nacqui dove l'aria è tepida e cortese,

Dove la terra è piena di cantici e di fiori,

Dove in grembo alle Muse sorridono gli amori;

Dove nel mar si specchiano i pallidi oliveti,

Dove i colli son ricchi d'aranci e di palmeti,

Dove tutto è profumo, dove tutto è sorriso.

Dove non si vagheggia più bello il Paradiso,

Dove spiran le brezze del sonante Oceàno....

E quel vago paese è lontano, lontano.

Iolanda.

Le donne vi saranno leggiadre ed amorose.

Fernando.

Sì, facili all'amore, ma folli ed obliose;

Sì, il mio sole di fuoco nutre beltà procaci,

Sì, quelle labbra ardenti sono fatte pei baci.

Ma noi, cresciuti ai torridi meriggi e in mezzo ai fiori

Inebrianti e pinti dei più vivi colori,

Amiamo i molli petali, flessuosi e pallenti,

Amiamo le corolle bianche dei cieli algenti;

Ed una treccia bionda, e un occhio azzurro, e un bianco

Viso, ed un abbandono soavemente stanco,

Ci suscitan le accese fantasie del pensiero

Più che una chioma bruna e più che un occhio nero.

Il mio mare lontano è azzurro, azzurri i monti

Che si veggon da lungi, e son d'oro i tramonti.

(Pausa).

Tu sei bella, Iolanda.

Iolanda.

Com'è dolce il tuo dire!

Fernando.

Senti — Hai tu mai pensato che si possa morire

Prima d'aver provato che cosa sia l'amore?

Prima che un sol fiorisca dei germogli del cuore?

Prima di bisbigliarsi le più ardenti parole?

Prima d'aver goduta la tua parte di sole?

Iolanda.

Oh no!

Fernando.

No, non è vero? Se non fosse che un'ora,

Un'ora dell'ebbrezza che ogni ebbrezza scolora;

Le mie pupille un'ora fissate nelle tue,

E poi venga il destino.

Iolanda.

Si morirebbe in due.

Fernando.

Che morbidi capelli!

Iolanda.

Perchè parli di morte,

Quasi che ti volessi doler della tua sorte?

Fernando.

Come hai dolce il sorriso!

Iolanda.

Perchè, paggio Fernando,

Mi guardi così mesto?

Fernando (ricomponendosi).

Nulla — Andavo pensando

A speranze impossibili, a confusi desiri —

Giuochiamo; ho fatto un sogno d'oro....

Iolanda.

Perchè sospiri?

Fernando.

Sospiro la mia pace, le mie terre lontane.

Iolanda.

E gli sguardi ottenuti di belle castellane.

Fernando.

Bada, or sei tu che perdi.

(Indicandole il giuoco).

Iolanda.

Me ne dài con premura

L'avviso; la vittoria par ti metta paura.

Fernando.

Oh! ma non sai, Iolanda, che ho giocata la vita?

Non lo sai che, se perdo, questa volta è finita?

Non lo sai che sei bella come nessuna al mondo;

Che amo il tuo fronte bianco ed il tuo crine biondo;

Che di mio non ho nulla che il sangue nelle vene;

Che sono solo al mondo se tu non mi vuoi bene?

Iolanda.

E tu, cieco, non vedi che m'affanno da un'ora

Per goder quest'ebbrezza che ogni ebbrezza scolora?

Oliviero (a Renato).

Guarda com'è pensoso, là, colla testa china....

Renato.

Come va la partita?

Fernando (sorridendo).

Do scacco alla Regina.

Iolanda.

Ascoltami, Fernando. Questa è la prima volta

Che mi giunge una voce d'amore a me rivolta.

Se tu sapessi come li ho sognati soventi,

La tua maschia sembianza, i tuoi nobili accenti!

Quante volte, seduta sul verone, la sera,

Invece del monotono ritmo della preghiera,

Mormoravo parole febbrili ed interrotte,

Chiedendo al ciel benigno un raggio alla mia notte!

Se tu sapessi come dietro le vetrïate

Passavan lunghe e fredde le vedove giornate!

Se vedevo una donna con in braccio un bambino,

Se mi giungean le note di un nuzïal festino,

Guardavo alle mie vesti, ai monili, alle anella,

E mi sentivo povera, più che un'umile ancella.

Sentivo qui nel core uno sgomento arcano,

E nel paterno affetto mi rifugiavo invano.

Venner marchesi e conti a cercarmi in isposa,

Ma tutti li respinsi per ripugnanza ascosa.

Tu giungesti, Fernando, tu che sei forte e bello,

E una voce nell'anima mi gridò tosto: è quello.

Fernando.

La tua mano, Iolanda. Mano bianca e sottile,

Non avrai tu la sorte di un umil paggio a vile?

Iolanda.

È il destin che ci unisce nella sapienza sua;

Guarda, due mosse ancora, e la vittoria è tua.

Renato (avvicinandosi).

A che ne siamo?

Iolanda (sorridendo).

Padre, la vostra figlia invitta

Medita il disonore di una prima sconfitta.

Renato.

Perdesti?

Iolanda.

Non ancora.... ma perderò.

Renato.

Fernando,

Ascoltami, sospendi; io vaneggiava quando

T'offersi quella sfida. Scegli fra i miei castelli

Il più forte, il più ricco; è tuo, ma si cancelli

Questo patto impossibile; rendimi la mia fede:

Ti farò ricco e nobile.... è un padre che tel chiede.

Fernando.

Signore, a tanta offerta una risposta sola:

Amo la figlia vostra — Conte, ho la tua parola.

Renato.

La terrò, se lo imponi; ma se onor ti consiglia,

Se in cuore un po' d'affetto tu nutri per mia figlia,

Pensa, e s'io ti rammento tristi cose, perdona,

Pensa che già respinse una ducal corona;

Ch'essa è quanto rimane di un antico lignaggio;

Pensa che più d'un principe invidia il suo retaggio.

(Fernando esita; Iolanda se n'avvede e lo spinge con gesti a giuocare).

Iolanda (a bassa voce).

Giuoca, Fernando.

Renato.

Un giorno, paggio, tu pure, è vero,

Sarai forse possente e ricco cavaliero;

Ma finor....

Iolanda (a bassa voce).

Giuoca, giuoca, un passo sol....

Renato.

Finora

Di tua vita, Fernando, tu non sei che all'aurora;

Iolanda è bella, è ricca, e.... suo padre tel dice,

A lungo non potrebbe esser con te felice.

(Mentre Fernando esita, Iolanda di soppiatto lo piglia dolcemente per la mano, e fa lei una mossa per lui).

Iolanda.

Padre, è tardo il consiglio: quello che è fatto è fatto.

L'onor vostro è impegnato.

Renato.

Che dici?

Iolanda (alzandosi, e con lei tutti).

Scacco matto.

Oliviero.

Fernando ebbe il demonio o l'amor dalle sue.

Iolanda (a Renato).

M'offrivate uno sposo e lo scegliemmo in due.

Renato (rabbonendosi).

E così mi ti mostri vergognosa ed afflitta?

Iolanda (abbracciando suo padre e porgendo una mano a Fernando).

Chi vince è di famiglia, quindi non c'è sconfitta.

Renato (a Fernando).

Dacchè il fasto di un nome non ti concesse Iddio,

Ti sembra a sufficienza degno ed illustre il mio?

Fernando.

Signor....

Renato.

Sei prode all'opera e assennato al consiglio

Ed io ringrazio il cielo che m'ha donato un figlio.

Fernando (dopo di essersi inginocchiato ai piedi di Renato il quale gli impose le mani sul capo, s'alza e si volge a Iolanda senza dire parola).

Iolanda.

E ancor, paggio Fernando, mi affissi e non favelli?

Fernando.

Io ti guardo negli occhi, che sono tanto belli.

(Cala la tela)

Torino, 1871.

NOTA ALLA PARTITA A SCACCHI

Chi volesse conoscere l'originale della leggenda da cui fu tolto il soggetto della Partita a Scacchi, eccolo quale si trova nel Dictionnaire raisonné du Mobilier Français de l'Époque carlovingienne à la Renaissance, par Viollet-Le-Duc. Paris, 1871. Tome deuxième, pages 464-466.

Huon de Bordeaux se déguise en valet de ménestrel pour s'introduire dans le château de l'amiral Yvarins. Celui-ci, voyant un si beau page au service d'un coureur de châteaux, se doute de quelque tour: “— Eh!„, lui dit-il en l'examinant. “c'est grand “dommage que tu serves un ménestrel, il te con viendrait mieux, ce me semble, de garder un château: tu as quelque projet caché! D'où viens-tu, et quel métier sais-tu faire? — Sire, répond Huon, je sais beaucoup de métiers, et je vous les dirai s'il vous plaît. — Soit, répond l'amiral, je suis prêt à t'écouter; mais garde-toi de te vanter de choses que tu ne saurais faire, car je te mettrai à l'épreuve. — Sire, je sais muer un épervier; je sais chasser le cerf ou le sanglier; quand je l'ai pris, je sais corner la prise; et mettre les chiens sur la voie. Je sais servir à table; je sais jouer aux tables et aux échecs de façon à battre qui que ce soit. — Bon, réplique l'amiral, là je t'arrête, et au jeu d'échecs je vais t'éprouver. — Laissez-moi achever, sire, puis vous me mettrez à l'épreuve sur tel point qui vous conviendra. — Continue donc, tu parles bien. — Sire, je sais encore endosser un haubert, porter l'écu au cou et la lance, diriger un cheval, et vaincre à la joute qui voudra se présenter. Je sais encore entrer dans les chambres des dames et m'en faire aimer. — Voilà bien des métiers; je m'en tiens aux échecs. J'ai une fille, la plus belle qu'on puisse voir, et qui sait fort bien jouer aux échecs, car je n'ai jamais vu un gentilhomme la mater. A toi revient, par Mahomet, de jouer avec elle; si elle te fait mat, tu auras le cou coupé. Mais, écoute:

Que se tu pues me fille au ju mater

Dedens ma cambre ferai .i. lit parer

Aveuc ma fille tote nuit vous girés,

De li ferés toutes vos volentés,

Et le matin, quant il ert ajornés,

De mon avoir .c. libres averés,

Dont porés faire totes vos volentés„.

“— Il en sera, répond Huon, comme vous voudrez„.

L'amiral s'en va raconter cela à sa fille.

“— Mon père est fol, assurément, se dit la damoiselle; par le respect que je lui dois, plutôt que de voir périr un si beau garçon, par lui je me laisserai mater„.

On apporte un riche tapis au milieu de la salle. “— Vous m'avez bien compris? dit l'amiral. Il convient che vous jouiiez avec ce varlet: si vous le battez au jeu, il aura la tête tranchée aussitôt; si c'est vous qui êtes matée,

De vous doit faire tote sa volenté„.

“— Puisque vous le voulez ainsi, réplique la damoiselle, je le dois vouloir, que cela me convienne ou non„.

Puis dist en bas, coiement, à celé:

“— Par Mahommet, il le fait boin amer

Por son gent cors et sa grande beauté;

Vauroie ja ke li gus fust finé.

“ . . . . . . . . . . . . .

L'amiral recommande à tous ses barons de ne souffler mot.

“— Li jus est grans, nus ne s'en doit meller.

“ . . . . . . . . . . . . .

Adont ont fait l'eskerier aporter,

Qui estoit d'or et d'argent painturé:

Li esckiec furent de fin or esmeré.

“— Dame, dist Huez, quel ju volés juer?

Volés as trais, u vous volés as dés?

“— Or soit as trais, dist la dame al vis cler„.

La partie s'engage, et le bachelier est bien près de la perdre, car il regarde plus souvent la damoiselle que l'échiquier, et celle-ci s'en aperçoit:

“— Vasal, dist ele, dites, à coi pensés?

Près ne s'en faut que vous n'estes matés.

Ja maintenant arés le cief coé!„.

— “Attendez un peu, dit Huon, le jeu n'est pas fini. Ne sera-ce-pas

“.... grans hontes et moult très grans vieutés

quant en mes bras toute nue gerrés,

Qui sui sergans du povre menestrel.

Las barons de rire, et la damoiselle à son tour de regarder Huon et de ne plus faire attention à son jeu; si bien

Qu'ele perdi son ju à mesgarder„.

“— Maintenant, dit Huon à l'amiral, vous voyez si je sais jouer; encore un peu, et votre fille est sûrement matée. — Maudite soit l'heure où je vous ai engendrée, ma fille! dit le père furieux. Vous avez battu à ce jeu tant de hauts barons, et vous vous laissez mater par ce garçon! — Calmez-vous, répond Huon, les choses pourront en rester là, et votre fille se retirer en sa chambre; pour moi, j'irai servir mon ménestrel. — Si vous agissez ainsi, je vous donnerai cent marcs d'argent. — Soit!„, répond le bachelier. Mais la damoiselle s'en retourne le coeur plein de dépit: “— Si jeusse su cela, se dit-elle, je t'aurais bien maté„.

Le conte est un peu leste; mais il s'agit de paiens, et l'on voit que Huon se comporte en gentilhomme. Tout est bien qui finit bien„[1].