I.

Sbarcato a Rio Janeiro, trovò subito una grande fortuna; rara certamente per ogni uomo, inestimabile per un esule: un amico. E quel che è più un amico compatriota, parlante la medesima lingua, partecipe ai medesimi sentimenti, innamorato del medesimo amore per la patria lontana; della patria stessa ricordo vivente.

Nella piccola colonia d’Italiani che aveva scelto per asilo il Brasile, contava in quell’anno 1836 fra i più stimati ed importanti Luigi Rossetti di Genova, marino esso pure di professione, fuoruscito dalla patria pei rovesci del 1831, uomo d’alti sensi, di non comune intelletto e di fortissimo cuore.

«Io non l’avevo mai veduto (dice Garibaldi), ma l’avrei distinto nella moltitudine. Incontratolo al Largo do Passo, gli occhi nostri si trovarono e non sembrò per la prima volta; ci sorridemmo scambievolmente, e fummo fratelli per la vita, per la vita inseparabili. Io ho descritto altrove tutto il valore di quella bell’anima. Io morrò forse senza il contento di piantare una croce sulla terra americana, ove riposano le ossa di quel generoso.[31]»

In attesa pertanto di suggellare con prove maggiori il patto della loro amicizia, s’accordarono di mettere in comune le loro braccia e di lavorare insieme.

Rossetti riuscì a combinare una piccola società di navigazione che doveva fare periodicamente un traffico di cabotaggio da Rio Janeiro a Cabo Frio, e Garibaldi vi ebbe naturalmente la parte principale, prendendo il comando di uno di quei bastimenti; e così senza privazioni, ma anche senza fortune, campò tutto quell’anno.

Peraltro quella vita non era più fatta per lui; quel va e vieni monotono per le medesime acque, quella navigazione obbligatoria e mestierante, priva di varietà e d’emozioni, non si confaceva più alle aspirazioni eroiche, allo spirito avventuriero, all’irrequietezza procellosa d’un uomo che veniva a chiedere alla terra d’esiglio meglio che un rifugio, una libera arena, in cui cimentare le sue forze ed agguerrirle per le remote, ma certe battaglie, a cui si sentiva chiamato; onde pochi mesi eran corsi che già meditava di lasciarla.

«Di me ti dirò soltanto (scriveva il 27 dicembre di quell’anno all’altro suo amico G. B. Cuneo, che l’aveva preceduto a Buenos-Ayres) che la fortuna non mi favorisce, e ciò che mi affligge si è l’idea di non potere avanzare nulla per le cose nostre: sono stanco, per Dio, di trascinare un’esistenza tanto inutile per la nostra terra; di dover fare questo mestiere; sta’ certo: noi siamo destinati a cose maggiori; siamo fuori del nostro elemento.[32]»

E il suo elemento lo trovò ben presto.