I.

A mezzogiorno del 2 luglio, non per anco entrati i Francesi in Roma, Garibaldi radunava sulla Piazza del Vaticano le milizie della sua divisione, e fatto formare il quadrato le arringava press’a poco così:[148]

«Soldati, io esco da Roma. Chi vuole continuare la guerra contro lo straniero venga con me. Non posso offrirgli nè onori nè stipendi; gli offro fame, sete, marcie forzate, battaglie e morte. Chi ama la patria mi segua.»

Strepitose acclamazioni a Garibaldi e all’Italia risposero al laconico appello; a seguirlo però non, si profferirono che al più tremila uomini;[149] i resti cioè della Legione italiana, buona parte della polacca e del battaglione Medici, grossi manipoli di finanzieri, di studenti e d’emigrati, i superstiti Lancieri di Masina, circa quattrocento Dragoni; ma dei Bersaglieri lombardi pochissimi.

Ma a lui, avvezzo alle guerillas dell’Uruguay, paiono anche troppi. La sera del giorno stesso esce furtivo da Porta San Giovanni; e lasciando tutti incerti della sua mèta, s’incammina per la Tiburtina. Gli cavalca al fianco, in vesti virili, già incinta del quarto figlio, pronta a tutti i cimenti la sua Anita; gli fa da guida Ciceruacchio, fuggente esso pure co’ figli l’abbominio della vista straniera; l’accompagna Ugo Bassi, avido di martirio; ne seguono le sorti Sacchi, Marocchetti, Montanari, Hoffstetter, Cenni, Livraghi, Isnardi, Sisco, Ceccaldi, Chiassi, Stagnetti, Bueno, Müller, l’eletta de’ suoi ufficiali superstiti. Giunto in sull’alba del 3 a Tivoli, divide la sua truppa in due legioni, ripartita ciascuna in tre coorti, e affida il comando della prima legione al Sacchi; pone la cavalleria agli ordini del Bueno; dà l’unico cannone al Müller; compone il suo Stato Maggiore di: Marocchetti capo, Hoffstetter ufficial di dettaglio, Cenni aiutante di campo, Montanari, Torricelli, Stagnetti, e altri, ufficiali di ordinanza; nomina Gianuzzi e Fumagalli commissari alle proviande; fa sparger voce che mira al Napoletano. Al tramonto infatti, levato il campo, marcia buon tratto verso mezzogiorno; indi volge improvviso a settentrione, pernotta a Monticelli, e la mattina del 4 s’accampa a Monterotondo.[150]

Qual era pertanto il suo disegno? dove andava? a che mirava? Degli storici che abbiamo sott’occhi, l’uno gli attribuisce il pensiero di chiudersi a Spoleto, munitissima altura, e di continuare colà la resistenza; altri gli affibbia il proposito di sollevare le Marche e l’Umbria; altri di gettarsi in Toscana, e assalirvi gli Austriaci; questi di avviarsi a Venezia, quegli di rimeditare l’impresa del Regno; e in verità se egli volgeva in mente tutte queste ed altrettali cose, e se a tutte pareva ugualmente disposto, secondo le opportunità e gli eventi, una sola ne voleva chiaramente e saldamente: cadere ultimo; tener viva la fiamma finchè le bastasse soffio di vita; morire, se era d’uopo, avvolto tra i laceri brani della sua bandiera; ma non patteggiare collo straniero.[151]

Frattanto, facile a prevedersi, la persecuzione era già cominciata. L’Oudinot gli sguinzaglia contro due colonne, l’una delle quali guidata dal generale Molière gli dava la caccia fin sotto Albano; l’altra comandata dal Morris l’andava a cercare sulla via di Civita Castellana; il borbonico Statella gli moveva alle spalle dal Tronto; gli Spagnuoli di Don Consalvo appostati a Rieti gli sbarravano la destra; e gli Austriaci del D’Aspre, accampati nell’Umbria, l’aspettavano di fronte a Foligno e gli chiudevano le due vie di Perugia e d’Ancona. Come si vede, eran quattro eserciti che lo serravano da ogni parte entro una maglia di ferro, e guai se l’inseguíto sbagliava una mossa: era perso inevitabilmente. Ma l’inseguíto si chiamava Garibaldi; quella guerra l’aveva fatta dieci anni in America; si può quasi dire che l’aveva inventata lui; ed era bravo davvero chi lo coglieva. Levare il campo quasi sempre di notte, e mai ad ora fissa; marciare con pochi impedimenti; accampare nei luoghi nascosti; frugar senza posa il terreno d’ogni intorno; spinger scorribande in tutti i sensi; accennare ad una mèta e camminare improvviso per l’altra; partire ostensibilmente per la via maestra e fuori di vista scappar per le traverse; calcolare il tempo e studiare il passo come in un ballo; mangiar poco e in fretta, ma incettar viveri oltre il bisogno per parer più numerosi; aver per fede che con pochi valorosi si fa assai più che in molti timidi e fiacchi: ecco l’arte colla quale egli sperava di uscire anco quella volta dalla grande pania che gli era tesa; e forse lasciare ai quattro nemici che lo braccavano come belva un ricordo imperituro della sua arte. E questa arte egli non usò mai con tanta perfezione di disegno e di opera come in quella ritirata, capolavoro del guerrillero.