II.

Un novelliere francese lo fece nascere in alto mare, in una fragile barca, tra i lampi e i tuoni d’una notte di tempesta, e non sembra davvero che la vita di Giuseppe Garibaldi avesse mestieri d’essere infrascata d’un romanzo di più.

Nacque, assai più tranquillamente, in Nizza Marittima, il 4 luglio 1807, un anno prima di Mazzini, in una casetta del Quai Lunel, oggi Quai Cassini, da Domenico Garibaldi e da Rosa Raimondi.[12] Che poi in quella medesima casa, anzi nella medesima camera sia venuto al mondo 49 anni prima Andrea Masséna, Garibaldi lo credette e lo scrisse, e ai dilettanti d’oroscopi potrà dare nel genio; ma non è. Se ancora fu leggenda viva per qualche tempo fra Nizzardi, oggi la lapide memoriale che il Comune nizzardo pose sulla casa del Quai Cassini, la quale ricorda solo il nome di Garibaldi, e l’altra posta sulla casa del Quai Jean Baptiste che afferma asseverantemente quella essere stata il tetto natale del «prediletto figlio della vittoria,» tolgono ogni dubbiezza.

La famiglia dei Garibaldi era oriunda di Chiavari e non si trapiantò in Nizza che intorno alla fine del secolo XVIII. Come a Napoleone dopo Marengo, così a Garibaldi dopo Marsala la compiacente Musa dell’Araldica fece sorger dal suolo un completo albero genealogico, le di cui radici si perdono nel profondo dell’età longobarda; ma ognuno vorrà credere che, se anco non ci mancassero argomenti per entrare in siffatto litigio, ci mancherebbe pur sempre l’ozio. Non v’ha dubbio che il nome (Gar o Garde-bald) l’accusa d’origine tedesca e antica; ma se egli procedette davvero in retta linea da Garibaldo duca di Torino, e da tutta quella non interrotta progenie di capitani di mare, di uomini d’armi e di magistrati, che il dotto genealogista gli regalò, questo non sapremmo davvero nè affermare nè negare.

A noi paghi, come il nostro eroe, di antenati meno illustri e più certi, basti tenerci sicuri di questo: che verso la metà del secolo scorso viveva in Chiavari un Angelo Garibaldi di vecchia e onesta casata di capitani di mare ed armatori, capitano ed armatore egli stesso: che quell’Angelo venne intorno al 1780 per trapiantarsi con tutta la famiglia a Nizza; che in quella famiglia c’era un figliuolo di nome Domenico e che questo Domenico, sposata Rosa Raimondi, divenne il padre di cinque figliuoli, tra cui il nostro Giuseppe.

A Nizza poi la storia dei genitori e dei fratelli di Garibaldi è notissima; e se è probabile che assai pochi sieno i superstiti di coloro che li conobbero di persona, sono però molti e vivi ancora quelli che la udirono raccontare da’ loro vecchi e la ripetono così:

Domenico Garibaldi, o, come lo chiamavano i suoi colleghi del Porto, Padron Domenico, non fece studi di sorta; imparò la nautica sui bastimenti del padre, e a forza di navigare, più per pratica che per teoria, crebbe abile ed esperto marino. Rimasto orfano e padrone di qualche ben di Dio, non lasciò per questo l’arte paterna; armò bastimenti di suo, ne prese il comando egli stesso e li portò con alterna fortuna, ma sempre con onore, per tutti i porti del Mediterraneo. Non oltre però: chè per cimentarsi alle lontane navigazioni transatlantiche e persino ai più vicini scali di Levante gli fecero difetto sempre la portata de’ bastimenti, le cognizioni del navigatore, e fors’anche più l’audacia e l’ambizione.

Era quindi e restò sempre un modesto capitano di cabotaggio, pratico di tutti i paraggi del mar ligure da girarvi a occhi chiusi; sulla poppa della sua tartana, la Santa Reparata, sicuro come in casa sua, ma incapace d’uscire dal giro tradizionale della sua vita, ed alieno dal rischiare tutta la sua fortuna sopra tavolieri troppo vasti e cimentosi. Infatti dopo tanti anni di corse, di traffici, di sudori, se non aveva intaccato il modesto patrimonio paterno, non l’aveva neanche accresciuto, e non era giunto, malgrado tanti sforzi, che a consolidarsi in quella mezzana agiatezza borghese, la quale, finchè la famiglia è riunita o i figliuoli son piccini, pare soverchia, ma che appena i figliuoli ingrandiscono e la famiglia si divide, assomiglia molto davvicino alla strettezza e quasi alla povertà. Del resto, brav’uomo, testa angusta, cuor largo, probo, servizievole, benevolo, quindi beneviso: questo è il padre di Garibaldi, come ci fu ritratto da persone che lo viddero e lo conobbero; quale è tuttora vivente nella memoria dei Nizzardi.

Ma ancora più viva e venerata dura la ricordanza di sua moglie Rosa Raimondi, o per chiamarla essa pure col nome pieno di riverente affetto con cui la conobbe sempre il popolo di Nizza: la signora Rosa. Discendeva da una casa popolare, ma benestante, di Savoia; era donna di bellezza non comune, di costumi semplici e modesti, e di straordinaria pietà. Nessuno però avrebbe potuto accusarla di melensa bacchettoneria; osservava senza farisaismo come senza vergogna le pratiche del suo culto; ma sapeva, e lo dimostrava coi fatti, che la vera religione di Dio è essenza del bene, amore de’ simili e fiamma di carità. E come il cuore così non aveva volgare la mente. Fin da fanciulla aveva potuto tesoreggiare qualche istruzione; amava molto le letture, intendeva, meglio forse che il marito, i segni del suo tempo e le secrete vocazioni del suo secondogenito, di cui sentiva maturare con amore atterrito la perigliosa grandezza. Del resto passava le ore che le domestiche cure le consentivano al letto degli ammalati; distribuiva con sapiente larghezza gran parte del suo ai poveri, e diveniva per la sua gentilezza e carità tanto popolare, specialmente negli umili quartieri del Porto, che bastava nominare la signora Rosa perchè tutti corressero col pensiero a colei che n’era, in certa guisa, la fata benefica.

Ma nessun maggiore elogio di Rosa Garibaldi delle parole che il figliuolo stesso già adulto le consacrava nelle sue Memorie. Anche del padre rammenta con gratitudine la vita laboriosa ed onorata, gli sforzi fatti per la sua educazione, col rammarico d’aver retribuito di sì scarsi frutti tante cure e tanti sagrifici; ma quando viene a parlare della madre gli erompe dal cuore tale un grido d’affetto e di riconoscenza, che pochi figli saprebbero ripetere l’uguale: «Mia madre, lo dichiaro con orgoglio, mia madre era il modello delle madri, e credo con questo avere detto tutto. Uno de’ miei maggiori rammarichi sarà quello di non poter far felici gli ultimi giorni della mia buona genitrice, la di cui vita io amareggiai tanto coll’avventurosa mia carriera. Soverchia fu forse la di lei tenerezza; ma non devo io all’amor suo, all’angelico di lei carattere il poco di buono che si rinviene nel mio? Alla pietà di mia madre, all’indole sua benefica e caritatevole, alla compassione sua verso il tapino, il sofferente, non devo io forse la poca carità patria che mi valse la simpatia e l’affetto de’ miei disgraziati, ma buoni concittadini? Oh.... abbenchè non superstizioso, certamente non di rado, sul più arduo della strepitosa mia esistenza, sorto illeso dai frangenti dell’Oceano, dalle grandini del campo di battaglia, mi si presentava genuflessa, curva al cospetto dell’Altissimo, l’amorevole mia genitrice implorandolo per la vita del nato dalle sue viscere!... ed io credevo all’efficacia della preghiera!...[13]»

Belle e sante parole, che diresti ispirate dalla Musa stessa della figliale eloquenza, e che rivelandoci a un tratto quanto fosse squisita in quel cuore leonino la fibra dell’amor figliale, ci fanno già presentire quanto sarà, un giorno, appassionato, cieco e quasi improvvido il cuore del padre.

E quel che è più, egli suggellò queste parole scritte in un impeto di religioso entusiasmo col culto dell’intera sua vita.

In Caprera il solo ritratto di donna che si veda sopra il capezzale del Generale è quello d’una bella vecchina, avvolto il capo da un fazzolettino rosso, che sorride dolcemente: il ritratto di sua madre.

Nella casa Garibaldi da trent’anni non si festeggia più l’onomastico del Generale, perchè quel giorno coincide coll’anniversario della morte di sua madre (19 marzo 1852), ed è giorno sacro alla sua memoria. D’onde si vede che l’amor vero può suggerire le più signorili raffinatezze della pietà anche ai lupi di mare!

Ma, come dicemmo, Peppino (era questo il vezzeggiativo col quale il nostro Giuseppe era chiamato per la casa, finchè verrà il giorno in cui i Nizzardi lo chiameranno Monsù Pepin) non era il solo frutto d’amore che la signora Rosa aveva dato a padron Domenico. Egli veniva in mezzo a quattro altri fratelli, Angelo, che l’aveva preceduto, Michele, Felice ed una sorella, di cui non sappiamo il nome, che l’avevano seguíto. Angelo, la testa quadra della famiglia, il braccio destro del padre finchè stette in casa, fu uomo di molta perizia e riputazione negli affari mercantili e marinareschi, e finì negli agi, console di Sardegna agli Stati Uniti d’America. Michele si dedicò più specialmente al navigare; divenne capitano marittimo, non uscì quasi mai dalla modesta penombra dell’arte sua, e morì il 21 luglio 1866. Felice lasciò dietro a sè la nomina di elegante zerbino, gran cacciatore di donne; esercitò con qualche fortuna il commercio; fu agente per molti anni della casa Avigdor a Bari, e cessò di vivere non ancora vecchio nel 1856. La sorella finalmente fu, bambinetta ancora, non sappiamo per quale caso funesto, avvolta dalle fiamme, e vi morì orrendamente bruciata.

Questo è tutto quanto ci fu dato spigolare, non senza fatica, sulla famiglia di Garibaldi; altri potrà soggiungere di più; ma anche il poco che noi abbiamo potuto dirne dovrebbe bastare a fermarne i tratti principali ed a scolpirne l’immagine.

Non era, come s’è visto, una famiglia di signori, ma non la era neanche di spiantati pescatori, come taluno sognò. La casa era modesta, ma vi regnava il benessere, vi rideva l’amore, vi splendeva l’onestà. Il padre la nutriva col lavoro, la madre la santificava colla pietà; la gaia brigata dei figliuoli l’allegrava de’ suoi strilli, del suo moto romoroso, de’ suoi innocenti trastulli; tutti insieme diffondevano attorno al domestico focolare quell’aura di pace serena e di pura letizia, che non era forse troppo omogenea alle spirituali ginnastiche del pensiero, ma che certamente era più d’ogni altra propizia a custodire e fortificare colla salute del corpo quella altresì più preziosa ed importante, la salute del cuore, che è la più vitale condizione d’ogni vera grandezza.