II.
Naturale pertanto che appena uditi gli avvenimenti di Roma vi corresse senza indugio, e profferisse al di lei nuovo Governo l’opera sua e de’ suoi compagni.
Ma alla spontaneità dell’offerta non fu pari la cordialità dell’accoglienza. Il soldato di Montevideo era stato preceduto negli Stati romani da una riputazione orribile. Colui che pei Piemontesi, pei Lombardi, pei Siciliani era al postutto un condottiero di partigiani, per la più parte dei popoli romani, effetto probabile di favole fratesche, era un capo di banditi addirittura; un predone feroce e sanguinario, atto soltanto a incendiare case e svaligiar persone; poco meno, o poco più, che un Gasparone politico e un Mastrilli rivoluzionario.
E quanto la rea fama mentisse, noi lo sappiamo. Molti esempi contava la vita del soldato di Montevideo di umanità e di cortesia; di ferocia e di cupidigia nessuno. Forse non si poteva dire altrettanto di tutti i suoi commilitoni, e concediamo facilmente che in un corpo ragunaticcio come il suo, razzolato marciando per la strada, sovente fatto la mattina e disfatto la sera, più d’un vagabondo e più d’un mariuolo vi sarà sgusciato dentro; ma che tutta la Legione fosse un cibreo di galeotti e scampaforche e che il loro capo li proteggesse o li tollerasse, qualche storico settario l’avrà detto, ma da nessun scrittore onesto sarà ripetuto. Qualche requisizione un po’ forzata sarà stata commessa; qualche siepe e qualche muraglia scavalcate; qualche porta di convento scassinata; ma erano fatti isolati, sconosciuti al Capitano, o appena noti tosto repressi e puniti.[111]
La guerra è la guerra, e il soldato in campagna, tanto più se lo sforzi la stanchezza o la fame, è sempre disposto a guardare un po’ come cosa sua il paese per cui o contro cui dà la vita, e se i legionari garibaldini dovessero rispondere di qualche pollaio diradato e di qualche vigneto vendemmiato, converrebbe chiamare a loro confronto tutti gli eserciti del mondo.
Con tutto ciò la fama era quella, e l’offerta di Garibaldi aveva messo la Giunta Suprema di Roma, composta d’uomini tutt’altro che temerari, in un tremendo impiccio. Dall’un canto non volevano tirarsi in Roma quel famigerato, il quale se proprio non era il masnadiero che la contrada gridava, certamente per le sue idee rivoluzionarie era uomo pericolosissimo; dall’altro temevano, respingendolo duramente, di suscitar lo scontento de’ di lui amici e protettori, principalmente dello Sterbini potente e del Ciceruacchio strapotente, e in quel frangente pensarono uscirne con un compromesso e uno spediente: favorirono al generale Garibaldi un brevetto di Tenente Colonnello, e lo mandarono a svernare a Macerata.[112]
Il brevetto era una burla, e Macerata era un confino; ma Garibaldi non vide in tutto ciò che il fatto certo d’essere ormai soldato di Roma, e presa la sua Legione, già cresciuta fino a quattrocento uomini, se n’andò quietamente anche a Macerata.
Colà invece, contro ogni aspettazione, l’accoglienza fu buona e il soggiorno migliore. Garibaldi non si occupava quasi punto di politica; badava ad ordinare, ad agguerrire e rinforzare la sua gente, soprattutto a provvederla d’armi e vestiti; e tanto entrò nella stima e nell’amicizia dei Maceratesi, che più tardi, quando furono convocati ad eleggere un deputato alla Costituente, elessero lui.
Intanto la rivoluzione di novembre aveva cominciato a produrre i suoi frutti. Da un canto la Giunta Suprema, sospinta e quasi sopraffatta dall’onda dei demagoghi, lavorava ad apparecchiare il terreno alla Costituente, dalla quale doveva uscire armata di tutto punto la Repubblica; dall’altro Costituzionali e Clericali, quelli per orrore all’assassinio, per timore dell’anarchia o per vaghezza di dottrina; questi per odio alla libertà, per cupidigia di dominio, per tradizione di sètta, si studiavano, con speranze e intenti diversi, a seminare d’inciampi il cammino di quella rivoluzione, lorda bensì nella sua culla da una macchia orrenda, ma il cui andare era necessario e fatale.
Tuttavia se i Costituzionali si limitavano a combattere colle parole e col voto per la loro ubbía impenitente d’un Papa costituzionale, alla reazione clericale ogni mezzo, giusta la vecchia teoria, era buono; e in attesa che le Potenze cattoliche muovessero all’invito di Pio IX, copriva di trame, solcava di mine tutto lo Stato romano; e in alcuni luoghi, specie nell’Appennino Ascolano e nel confinante Abruzzo, spalleggiata dal Borbone e alimentata dalla prossima fucina di Gaeta aveva coronate le creste di quei monti, antico e famoso teatro del Sanfedismo, di numerose bande brigantesche.
Importava quindi che la Giunta Suprema parasse, prima che ad ogni altro, a quel vicino e più urgente pericolo; laonde in sui primi di gennaio deliberò di mandare il colonnello Rosselli a combattere d’accordo col preside Ugo Calindri il brigantaggio dell’Ascolano, e di chiamare il colonnello Garibaldi a Rieti perchè guardasse principalmente quel confine verso Napoli, e s’accordasse col Rosselli e col Calindri per soffocare la rinascente reazione in tutto quel territorio. E Garibaldi come gli fu ordinato partì; e per Tolentino, Foligno, Spoleto arrivò in sullo scorcio di gennaio a Rieti, dove s’accinse senz’altro all’opera prescrittagli.
In sulle prime i Rietini (narrava egli stesso ridendo) pareva che avessero più paura di lui e de’ suoi compagni, che dei briganti; ma a poco a poco, conosciutili meglio, si ricredettero, e quantunque il suo mandato fosse arduo ed odioso, e richiedesse di quando in quando severe punizioni e crude rappresaglie, tuttavia il temuto condottiero non lasciò in quei luoghi alcun ricordo di ferocia, alcuna striscia di sangue innocente. Rese invece non spregevoli servigi al Governo romano, perseguendo nel più rigido inverno, con gente male in armi e peggio in arnese, un ostinato malandrinaggio, tenendovi atterrita e rimpiattata la reazione, custodendo fino all’ultimo tutto quel territorio, aperto per tante vie alle insidie nemiche.