III.

Frattanto nel giorno stesso che Garibaldi partiva per il Mincio arrivava a Genova il Medici, reduce dalla sua escursione in Toscana, scontento dell’esito, e irritato con Garibaldi che l’aveva piantato e se n’era andato a sbarcare altrove.

Ora anche la sua prima visita era stata all’Anzani, e manifestatagli la sua collera per la condotta, a’ suoi occhi poco leale, di Garibaldi, si udì rivolgere dal morente questo profetico consiglio: «Medici, non essere severo con Garibaldi: egli è un predestinato; gran parte dell’avvenire d’Italia è nelle sue mani, e sarebbe un grave errore abbandonarlo e separarsi dalla sua fortuna. Anch’io mi sono qualche volta guastato con lui; ma poi, convinto della sua missione, mi sono sempre riconciliato per il primo.»

All’indomani l’uomo che proferiva queste fatidiche parole non era più; ma l’altro uomo che le aveva udite le portò stampate nel cuore per tutta la vita. Raccolto l’estremo sospiro dell’amico, resigli gli ultimi tributi, il Medici partì per Torino; ma scontratosi quivi alcuni giorni dopo con Garibaldi, fu il primo a gettarsi nelle sue braccia, riannodando con lui quel patto d’amicizia, cementata di poi su venti campi di battaglia, che nemmeno i tardi dissensi politici poterono infrangere, e che fin negli ultimi anni rimase quasi arra di pace fra il Quirinale e Caprera.

Intanto il nostro eroe era giunto al termine del suo viaggio. Passato in fretta da Novara, dove non l’arrestarono le solite ovazioni; toccato Pavia per visitare il Sacchi, sempre infermo della sua ferita, e che frattanto andava raccogliendo nella sua città natale un nucleo di volontari, arrivò fra il 3 e il 4 luglio al quartier generale di Roverbella, e si presentò immediatamente al Re. Questi lo accolse con principesca cortesia, si mostrò edotto delle sue gesta d’America e le commendò altamente; ma stretto a rispondere alla domanda dell’eroe, la invincibile sua irresolutezza lo riprese; l’antica sua diffidenza delle armi popolari e degli uomini rivoluzionari lo riassalse, e scusandosi, assai male a parer nostro, co’ suoi doveri di Re costituzionale, lo rinviò a’ suoi ministri.[102]

E Garibaldi amareggiato da quel nuovo indugio, ma non iscoraggito, piegò al consiglio, e condottosi difilato a Torino si presentò senz’altro al Ministero della guerra e vi ripetè la sua istanza. Teneva quel portafoglio il generale Ricci, brav’uomo e colto militare, ma impregnato di tutti i pregiudizi di quella che allora poteva ben dirsi la sua casta, ed educato a veder subito un intrigante ed un avventuriere in ogni uomo che pretendesse all’esercizio delle armi senza averne presa l’ordinazione sacramentale in uno dei due santuari della famiglia: l’Accademia o la Caserma. Egli cominciò a pagar Garibaldi di quegli arzigogoli legali e di quella retorica evasiva che, fanno sentire mille miglia lontano il rifiuto, sino a che pressato dal condottiero a spiegarsi più chiaro, finì col consigliarlo a recarsi a Venezia; «campo così degno di lui; e dove poteva prendere il comando di qualche flottiglia tanto utile a quell’assediata città.» A questa sortita è fama che Garibaldi rispondesse asciutto: «Signore, io sono uccello di bosco e non di gabbia,» e che voltasse le spalle all’incauto consigliere.

Nemmeno quella ripulsa l’aveva sconfidato. Quel che non poteva dal Governo, Garibaldi sperava ottenerlo dagli amici, dagl’Italiani, dal popolo, come dicevasi, e in questa nuova illusione sciupava il suo tempo e i suoi passi. Ora stampavano che gli verrebbe confidato il comando dei Volontari del Caffaro, richiamando il Durando a capitanare la Divisione regolare lombarda; ora si ritornava al pensiero di unire al manipolo de’ suoi legionari altri volontari; ora un progetto, ora un altro; ma infatti i giorni passavano, e nulla si conchiudeva e a nulla si approdava.

E diciamo qui tutto il pensier nostro: ogni conclusione ispirata dall’angusto concetto di fare di Garibaldi il comandante d’una guerriglia o d’un Corpo franco qualsiasi, poteva contentar lui e salvare le apparenze, nel fatto era piccina e infruttuosa. O indovinato l’uomo si aveva fede nel suo genio, nel suo patriottismo e nella sua fortuna, e conveniva usarlo per quel che valeva, mettendo nelle sue mani tanta forza e tanta autorità, quante potessero bastargli ad arrestare l’incominciato rovescio; o l’uomo non si capiva e si dubitava di lui, e il baloccarlo con lusinghe, o sciuparlo in sterili schermaglie, era insano, indegno e sleale. Una vera ispirazione del Cielo sarebbe stata quella di affidargli il governo della nostra squadra nell’Adriatico, e in qualche giornale del tempo lo vedemmo suggerito; ma quello che non si comprese nel 1866 si poteva egli comprenderlo nel 1848?

Visto pertanto che i ministri erano anche più sordi del Re, e gli avvocati, i tribuni, i ciarlatori dei Club più sterili d’opere del Re e dei ministri, deliberò di togliersi da Torino e di tentare Milano, dove giunse infatti la sera del 15 luglio e l’aspettava miglior fortuna. Sorvoliamo, come al solito, su le feste, le luminarie, le parate. Si era nel 1848 e tanto basta.[103] Tuttavia i passi del nostro cavaliere errante in cerca d’un brano di terra su cui combattere per la patria sua furono, questa volta, meno infruttuosi. Milano era pur sempre la città delle Cinque Giornate, e dove il concetto della guerra popolare e rivoluzionaria era scoppiato, a dir così, dal seno stesso delle barricate; a Milano affluiva la più animosa gioventù, impaziente di armarsi e di combattere; a Milano infine lo stesso Governo Provvisorio s’affaccendava, confusamente sì, ma volonterosamente a reclutare quante più milizie poteva, e non vincolato da obblighi politici e da pregiudizi militari, accoglieva, fin troppo facilmente, quanti venissero a profferirgli il loro braccio, senza guardare tanto sottilmente d’onde venissero, nè quanto valessero, nè quali assise vestissero; peccando piuttosto per eccesso di larghezza che per il suo contrario.

A ciò si aggiunga che a Milano era già arrivato sin dal maggio il Mazzini, il quale nel suo giornale l’Italia del Popolo sosteneva, con tutto l’apostolico calore della sua eloquenza, la necessità di render quanto più popolare la guerra, ed aveva perciò immediatamente patrocinato l’idea di affidare all’eroe di Montevideo una parte importante. Molte eran dunque le ragioni che consigliavano al Governo Provvisorio di procedere speditamente; e però il giorno stesso del suo arrivo esso offerse al nostro Garibaldi il comando di tutti i volontari raccolti fra Milano e Bergamo, i quali potevano sommare a circa tremila.

Non eran certamente quelli che potessero salvare il paese; ma più di quanto Garibaldi in quel momento potesse desiderare.

Quei volontari erano una mescolanza di tutte le razze e di tutti i colori; ma ciò non guastava. Accanto a una legione di Vicentini, dal nome del generale chiamata Antonini, discretamente armata ed organizzata, schieravasi il battaglioncino dei Pavesi che il Sacchi aveva formato a Pavia; dietro a un centinaio di giovani egregi, nati dalle più distinte famiglie milanesi, e avanzi, la più parte, delle Cinque Giornate, venivano gli scarti, i transfugi, gli erranti di tutti i Corpi franchi che andavano dallo Stelvio al Caffaro; assieme a una varia schiera di volontari lombardi marciava uno stuolo di Liguri e Nizzardi; e con tutti questi il manipolo dei legionari condotti da Montevideo.

E poichè il Governo Provvisorio aveva bensì dati gli uomini, ma non aveva potuto dare nè tutte le vesti, nè tutte le armi, così buona parte di quella gente aveva dovuto pensare ad armarsi ed equipaggiarsi come e dove aveva potuto, e presentava perciò il più variopinto mosaico che la fantasia d’un pittore di accampamenti potesse inventare. Chi era alla borghese, chi alla militare; chi insaccato in un ritter, casacca di fatica che i Croati nella fretta del 23 marzo avevano dimenticato a Milano; chi drappeggiato nel così detto costume all’italiana, giacca di velluto e cappello piumato alla calabrese; chi portava un fucile a percussione e chi un silder austriaco; chi una carabina svizzera, chi uno schioppo da caccia, chi un catenaccio a focaia, e chi.... niente. Ma Garibaldi a Montevideo doveva aver visto anche di peggio, e quel pittoresco disordine anzichè sgomentarlo lo divertiva e lo esaltava. Conviene anzi soggiungere che egli era il solo che sapesse servirsi di siffatta accozzaglia e all’uopo cavarne un effetto qualsiasi. Ordinatala pertanto in non so quanti battaglioni, dato al più scelto di essi il nome venerato Anzani, e postolo agli ordini del Medici, che dopo Torino non s’era mai staccato da lui, nel pomeriggio del 25 luglio, obbedendo a un ordine del Governo Provvisorio, lasciò i quartieri di Milano e s’incamminò alla volta di Bergamo.[104]