IV.

La fase diplomatica era esaurita; tutte le proposte di mediazione, di congresso, e di disarmo generale, quali frustrate dall’abilità del conte di Cavour, quali rigettate dal superbo disdegno della Corte di Vienna, erano fallite, e l’Austria ormai allo stremo della pazienza, consigliata, per fortuna nostra, più dalla collera che dalla saggezza, decise di rompere colla spada quella maglia insidiosa di trafitture e di ingiurie che il conte di Cavour gli aveva ordito d’intorno, e di appellarsi un’altra volta all’ultima ragione del suo vecchio e certo formidabile esercito.

La sera del 23 aprile due Inviati austriaci presentavano al conte di Cavour l’Ultimatum del loro Governo: o disarmo immediato, o guerra inevitabile; e la risposta non poteva essere dubbia. Annunzio di nozze non giunge più gradito a fanciulla innamorata di quello che al Ministro sardo quell’intimazione di guerra. Finalmente quel cartello di sfida tanto provocato, tanto desiderato, egli lo teneva nelle mani; finalmente la guerra era certa, la Francia vi era impegnata, l’Austria l’intimava essa stessa e non poteva sfuggirla. Infatti, prima ancora che il conte di Cavour consegnasse ai messaggeri austriaci la sua risposta, Garibaldi, risposta ancora più espressiva, riceveva l’ordine di portar la sua brigata a Brusasco sulla destra del Po; e val quanto dire in prima linea.

E, poichè chi doveva ubbidire era anche più impaziente di chi comandava, i due primi reggimenti de’ Cacciatori (il terzo non era ancora giunto) presa a Savigliano la ferrovia, arrivavano la mattina del 26 a Chivasso e nella giornata stessa a Cavagnola e Brusasco, dove s’accantonavano.