IX.
Se non che quando Garibaldi sbarcava a Marsiglia la Giovine Italia aveva ricevuto un fierissimo colpo. Spiata, traccheggiata da tempo da tutte le polizie della Penisola, tradita da fanciullesche imprudenze o da scellerate denunzie, sorpresi i suoi ritrovi, sgominate le sue file, spento sui patiboli, sepolto nelle carceri, disperso nell’esiglio il fiore de’ suoi adepti, sembrava venuta per essa l’ultima ora. In Piemonte, soprattutto, il governo di Carlo Alberto aveva bandito contro i Mazziniani una caccia sì feroce, che le vendette di Carlo Felice, del Borbone e dell’Austria nel ventuno, le stragi dell’Estense e del Papa nel trentuno, possono essere dette al paragone atti di moderata e legittima difesa. Non più leggi nè magistrati, non più solennità di giudizi nè regolarità di procedure: unici titoli d’accusa e mezzi di prova le denunzie, la corruzione, i tormenti: unici giudici i Consigli di guerra, unica legge l’arbitrio militare e poliziesco, ispirato dal capriccio e dal terrore. Si voleva, dicevasi, che il giovine Re «gustasse il sangue,» e il sangue infatti scorreva a fiotti. Il militare che possedesse uno scritto della Giovine Italia, o lo desse a leggere, o non denunciasse i lettori, o fosse creduto consapevole d’una trama vera od immaginaria qualsiasi e non la rivelasse, fucilato nella schiena; il civile accusato d’altrettanto, fucilato, somma grazia, nel petto. Così perivano: a Chambéry il tenente Effisio Tola, il sergente Angelo De Gubernatis, il caporale Giuseppe Tambarelli; a Genova il maestro di scherma Gavotti e il sergente Biglia; in Alessandria i sergenti Ferrari, Minardi, Rigasso, Costa, Marini, l’avvocato Vochieri; mentre eran serbati alla medesima sorte gli avvocati Scovassi e Berghini, il luogotenente Arduino, il sottotenente Maccarezza, i sergenti Vernetta, Enrici, Giordano, Crina, il chirurgo Scotti, il marchese Cattaneo, il marchese Rovereto, il possidente Gentilini, lo scultore Giovanni Ruffini e lo stesso Giuseppe Mazzini, se quelli non fossero fuggiti a tempo al supplizio che li attendeva, e questi non l’avesse già prevenuto coll’esiglio in cui da due anni errava.
Era il Terror bianco in tutta la sua ferocia. Chi sfuggiva al piombo ed al capestro, se non aveva cercato in tempo salvezza nella fuga, languiva nelle galere dei ladri e dei malfattori.
E la morte non era per molti il peggiore dei supplizi. Iacopo Ruffini per fuggire agli agguati de’ suoi interrogatori, e tremante soltanto che dal corpo affranto dai tormenti uscisse una parola denunziatrice de’ compagni, si forava in prigione la gola.
Vochieri, neroniana raffinatezza di martirio, era trascinato alla morte per la via stessa, in cui abitavano sua madre e le sorelle, e al generale Galateri parve eroico d’assistere, seduto su un cannone, al suo supplizio.
Orrenda pagina che Novara ed Oporto hanno espiato, ma che la storia non può cancellare.
Questa catastrofe, che, fin dai primi anni, sperdeva le fila della nascente associazione, resa anche più grave dai processi già aperti in Lombardia e nei Ducati, avrebbe da sè sola dovuto bastare, se non a levare di speranza, almeno a consigliare l’indugio e la prudenza a qualsiasi anima più temeraria; non a Giuseppe Mazzini.
A lui parve invece che crescesse la necessità di rompere gl’indugi, di rianimare gli spiriti abbattuti, e com’egli diceva, «moralizzare il partito» con un fatto che ne attestasse la fede e la forza. E colla subitaneità di quella fantasia che s’illuse sempre di potere con un atto di volontà sollevare a giorno e ora fissa i popoli, e sommergere i troni, ordiva la spedizione di Savoia e ne comunicava agli amici vicini e lontani il disegno.
Il quale disegno, siccome è noto a tutti, compendiavasi ne’ suoi concetti generali in questo: raccogliere tutti i fuorusciti italiani, polacchi, tedeschi agglomerati in Svizzera nei cantoni di Berna, Zurigo, Neufchâtel, Vaud e Ginevra; ordinarli militarmente; dividerli in due colonne, le quali, movendo una da Ginevra e l’altra da Lione, si congiungessero a Saint-Julien, e di là marciassero insieme su Annecy, e per la Savoia, sollevando le popolazioni e contando sull’affratellamento dell’esercito, penetrassero in Piemonte.
Questo movimento però non doveva essere isolato; all’invasione esterna doveva rispondere simultanea l’insurrezione interna, e fra le città destinate ad insorgere quella, su cui il Mazzini faceva maggiore assegnamento, era la sua patria: Genova.
Veniva così la volta di Garibaldi.
Qual luogo e qual parte il maestro gli avesse assegnata nell’impresa, non sapremmo affermare; certo è che prima della fine di luglio Garibaldi scompare da Marsiglia, torna in Italia, entra al più presto in intima corrispondenza con quanti patriotti di Liguria e di Genova gli è dato incontrare, interviene alle loro serali conventicole, partecipa alle loro trame; poi, a un tratto, si presenta al Dipartimento marittimo, e s’arruola nella regia marina come marinaio di 3ª classe col nome di guerra di Cleombroto.[28]
Perchè? Come mai il capitano marittimo consentiva di ridiscendere al grado di semplice marinaio, e il patriotta s’acconciava a servire nella flotta di quel Re, a cui aveva giurata la guerra? Per qualcosa la Giovine Italia doveva entrare in quella risoluzione, e il motivo doveva essere quell’unico e supremo che governava ormai tutti i pensieri e tutte le azioni del novello iniziato: la patria. Infatti l’arruolamento di Garibaldi si collega direttamente e alla spedizione di Savoia e al moto di Genova che doveva secondarla. Nel concetto dei rivoluzionari genovesi il moto della loro città doveva essere fiancheggiato e sostenuto in mare da una rivolta della flotta, o almeno da qualche legno di essa; e per questo era necessario che qualche marinaio accorto e ardito s’insinuasse tra gli equipaggi, e segretamente li catechizzasse e attirasse nella congiura.
Ora a questi uffici nessuno parve più idoneo di quel Garibaldi, che già tra la gente di mare era popolarissimo; ed ecco come il cospiratore Borel divenne sui ruoli d’una marina regia il marinaio Cleombroto.
Intanto l’ora dell’azione s’avvicinava a gran passi. Mazzini, vinti alla fine i temporeggiamenti del Ramorino, cui per un inconcepibile acciecamento (fatale in quell’anno ai repubblicani come lo sarà quindici anni dopo ai regi) era stato affidato il comando supremo della spedizione di Savoia, la fissava immutabilmente per i primi di febbraio, e ne rendeva edotti tutti i caporioni perchè si tenessero pronti.
Ora come rispondesse a quell’appello il Piemonte, l’evento lo chiarì; come vi rispondesse da parte sua Garibaldi, l’udimmo da lui stesso narrare così.[29] Riuscito a farsi imbarcare il 3 febbraio sulla fregata Des Geneys, la quale per essere ancorata nel porto a Genova e servita da gran numero di marinai suoi amici sembrava una delle prede più facili ai patriotti, vi stette aspettando tutto quel giorno, deliberato e sicuro, l’ultimo cenno. E l’ultimo cenno venne; era di agire per la sera del 4 febbraio; i marinai impadronirsi delle navi; i cittadini assaltare la caserma di Piazza Sarzana e insignorirsi della città. Sennonchè, poco prima del tramonto, Garibaldi, o perchè disperato di non potere agire con buon successo sul Des Geneys, o perchè all’ultimo istante gli fosse entrata nell’animo la ripugnanza di voltar le armi contro i suoi camerati e ufficiali (i motivi per cui lasciò il Des Geneys restarono sempre un po’ oscuri), il fatto è che intasca due pistole, diserta da bordo, scende in città e corre alla Piazza Sarzana, pronto ad unirsi ai primi gruppi d’insorti che certo non potranno tardare a comparire. Ah! Garibaldi non sapeva ancora che cosa sieno le insurrezioni decretate dal fondo d’un gabinetto, a ora fissa di cronometro, con battaglioni di combattenti scritti sulla carta, affidate a giuramenti di segretezza che la storditaggine e la perfidia avevano violati prima di pronunciarli. Noi lo sappiamo. Son due ore infatti ch’egli aspetta: due lunghe ore ch’egli gira e rigira per quella piazza, e palpa impaziente le sue pistole, e appiattato nei canti interroga cogli occhi i rari viandanti nella speranza di trovare in essi gli attesi compagni; che tende l’orecchio per udire se qualche colpo di fucile, almen qualche eco lontana di sommossa gli arrivi dall’altra parte della città. Indarno: non un uomo sulla piazza; non un moto per le vie; non un amico dei tanti giurati; non un grido per tutta Genova.
Già da ogni parte arriva fino a lui la voce che tutto è fallito, che il corpo di Ramorino è disciolto, che l’altra banda di Chambéry è dispersa, che nessuna città ha risposto all’appello, che il governo consapevole della congiura ha già cominciato le persecuzioni e gli arresti; pure egli non sa rassegnarsi a crederlo, esita ad abbandonare il posto di battaglia che gli è assegnato; vorrebbe attendere ancora. Che mai? Fitti pelottoni spuntano da tutti gli sbocchi della piazza e cominciano ad asserragliarla: ancora pochi istanti, e Garibaldi sarà chiuso in un cerchio di ferro senza uscita: l’indugiarsi più oltre sarebbe stata follía. Allora, ormai convinto dalla innegabile testimonianza de’ suoi occhi, si slancia fuori della piazza; si rifugia nella bottega d’una fruttivendola e raccontatole il suo caso la impietosisce; cambia nei panni d’un contadino la sua camicia di marinaio; esce ardito dalla casa ospitale, s’avvia franco come andasse alla passeggiata verso Porta Lanterna e la varca insospettato; fatti pochi passi, lascia la via maestra, traversa campi e giardini, salta muri e siepi e infila la montagna; marcia tutta la notte, guidandosi colle stelle, nella direzione di Sestri Ponente; mangia e dorme alla meglio nelle osterie fuori di mano, nelle capanne de’ contadini, sotto le tettoie de’ campi; arriva il decimo giorno a Nizza; sta nascosto un giorno nella casa di una sua zia, dove rivede ed abbraccia sua madre; riprende nella notte seguente, accompagnato da due amici, il cammino verso il Varo; trovatolo ingrossato dalle pioggie, lo traversa parte a guado, parte a nuoto; dice addio a’ suoi compagni; tocca il suolo francese; è in salvo.