IX.

Arrivato all’estancia, invece del fattore (Capataz), trova una donna; una bella donna, a quanto pare, e per di più poetessa. S’immagini la meraviglia del nostro corsaro nello scoprire là, in mezzo al deserto, una donna che parlava l’italiano, che sapeva a memoria squarci di Petrarca, di Dante, di Tasso, che faceva dei versi essa stessa. L’incendio fu subitaneo: ella gli leggeva i suoi versi, egli li ammirava; ella sfoggiava la sua perizia nell’italiano, egli metteva in mostra tutto il po’ di spagnuolo che possedeva; ella gli donava un volume delle poesie di Quintana, egli forse.... ma il marito arrivò, ed era tempo.

Nè l’aneddoto mi sarebbe parso meritevole di memoria, se non fosse un primo indizio del grande potere che la donna esercitò sull’appassionata fantasia dell’eroe nizzardo. La storia aneddotica degli amori di Garibaldi non la conosciamo, nè la vogliamo conoscere. Lasciamo a cui piace il raccontarla; ma il concetto ch’egli ebbe della donna e dell’amore, la storia ideale del suo cuore amante, è lineamento essenziale del suo carattere, e prima o poi ci sarà mestieri consacrarle un capitolo di questo libro.

Allora, stretto in poche parole il contratto, il Capataz gli dà bell’e squartato e spellato il bove, di cui aveva bisogno; Garibaldi ne sciorina a guisa di tenda sul palo della sua zattera i quarti, e si avventura nel fiume.

Ma naturalmente il ritorno sarà ancora più periglioso dell’andata. Al flagello dei marosi s’unisce ora l’avversità della corrente, e a un certo punto essa è tanto furiosa, che porta la fragile tavola a deriva e minaccia travolgerla. Fortunatamente però la goletta mossagli incontro riesce a gettargli una cima, e il nostro corsaro giunge alla fine a riafferrare il suo bordo fra le grida di giubilo e i battimani de’ suoi affamati compagni, forse più ansiosi, dirà egli, con insolita ironia, della sorte del bove che di quella del loro capitano.

«Sazio del cibo il natural talento,» passata la notte alla Sonda, circa sei miglia a mezzodì della punta di Jesus-Maria, i guardieri della Luisa segnalano in sul far del giorno due barche verso Montevideo. In sulle prime Garibaldi le crede amiche e non ci bada; poi avvedutosi che non portavano bandiera rossa, segno convenuto fra i rivoluzionari, entra in qualche sospetto, e ad ogni buon conto comanda di mettere alla vela e di far portare le armi in coperta.

E la precauzione fu provvida. La maggiore delle due barche veniva innanzi coll’andatura quieta e grave d’un bastimento mercantile; quando, giunta a pochi passi dalla Luisa, getta, per così dire, la maschera; una voce squillante s’innalza dal suo bordo che intima al legno corsaro la resa, mentre il ponte si copre, come per incanto, di uomini armati, che senza aspettar risposta commentano l’intimazione della voce con una salva di moschetteria. La cosa era ormai palese. Il governo della Repubblica Orientale aveva comandato di perseguitare i corsari, e le due barche misteriose erano due lancioni della Repubblica mandati ad eseguire l’ordine. Non c’era dunque che una risposta. «All’armi,» grida Garibaldi; e mentre spara egli stesso il primo colpo di fucile, ordina di bracciare in vela da prua col manifesto disegno di scivolare, bordeggiando, fra i due lancioni. Allora un combattimento accanito s’impegna fra i due legni, il primo, veramente il primo, ed è deplorevole che ne manchi la data, in cui si provò Garibaldi. I negri e i marinai stranieri, zavorra dell’equipaggio, si rimpiattano nella stiva, ma i sette italiani che aveva a bordo, Fiorentino, Luigi Carniglia, Pasquale Lodola, Giovanni Lamberti, Maurizio Garibaldi e due Maltesi, fanno, dietro al suo esempio, prove di disperato valore. A un certo punto uno de’ lancioni, fidente nella superiorità del numero, tenta un arrembaggio; e già alcuni de’ suoi più arditi sono montati sulle impavesate di destra della brava goletta, ma invano; pochi colpi di moschetto e di sciabola li rovesciano e li fanno saltare in mare. Intanto però Garibaldi s’era accorto che la goletta non aveva risposto alla manovra da lui ordinata, e voltatosi per ripetere l’ordine al timoniere, vede il timone abbandonato e a pochi passi il bravo Fiorentino, stato fin’allora al governo, steso morto da una palla nel petto. Garibaldi indovina l’accaduto e si slancia egli stesso al timone; ma ne ha appena afferrata la barra, che un’altra palla gli traversa il collo, e lo stramazza, fuor di sensi, sul ponte. Per la Luisa poteva essere quella l’ultima ora, se i cinque Italiani superstiti, guidati dall’intrepido Carniglia, un genovese gigantesco, non avesser continuato a combattere e tenere in rispetto i nemici; onde i lancioni assalitori, disperati oramai di poter vincere una sì ostinata resistenza, virarono di bordo e la goletta corsara fu salva.

Lo era il suo capitano? La ferita è gravissima: il ferito aveva ricuperati i sensi, ma era incapace di ogni movimento. Il fido Carniglia, il primo a corrergli accanto per soccorrerlo, l’ultimo a staccarsene, gli chiese dove si dovesse dirigere la prua, essendo manifesto ormai che le rive della Repubblica erano tutte ugualmente malfide; e Garibaldi, fissati i moribondi occhi sopra una carta, additò Santa-Fè nel Parana, nello Stato di Entre-Rios, provincia dell’Argentina. E la nave, favorita da un vento fresco di levante, descrisse il rombo tracciato dal capitano. Prima cura però dell’equipaggio della Luisa fu di dare sepoltura alla salma dell’infelice compagno. Ma quale triste sepoltura le acque d’un fiume! Oh non era quella la tomba che Garibaldi desiderava! La morte non lo spaventava; ma se non gli era concesso morire in un angolo di terra della sua diletta Italia, che il suo corpo non sia pasto ai pescicani, che almeno «un sasso (diceva al fedele Carniglia) distingua le mie, dalle infinite ossa, che per terra e per mar semina morte.[38]»