NOTE:
[1]. Essendosi S. M. degnata di mettermi in corrispondenza, per mezzo del Ministro della Real Casa, conte Visone, col cavalier Promis, bibliotecario della Biblioteca del Re in Torino, io esposi allo stesso signor Cavaliere una serie di domande e di quesiti, ai quali egli, dopo altre lettere cortesi, finì col rispondere in questo tenore:
«Ella....., sono persuaso, non potrà a meno di approvare il mio operato, tanto più che tutto il desiderato è sotto suggello. Credo però di non mancare al mio dovere, dicendole che moltissimo non esiste più, essendo stato sottratto, non so nè dove nè da chi; ma è cosa notoria: che del 63 e 64 nulla affatto vi è, forse perchè tolto o regalato: nulla vi è sulla chiamata del Generale nel 1859, e sul richiamo dalla Cattolica; poco sul resto: nulla del Re: qualche copia di proclama e qualche raccomandazione: pochi fogli del 59 e 60 e di qualche altro anno, tutte cose in gran parte pubblicate.»
[2]. Nell’Epître dédicatoire à Madame de Pompadour, premessa al Tancrède.
[3]. Le stesse Memorie son quelle pubblicate da Alessandro Dumas seniore, in due volumi col titolo Mémoires de Garibaldi (Paris, M. Lévy Frères, 1862); e in parte, fino al 1848, edite da Francesco Carrano, allora generale, nel suo libro Garibaldi e i Cacciatori delle Alpi nel 1859. Circa però all’edizione del Dumas conviene stare in guardia, poichè se non può veramente dirsi che il celebre scrittore abbia inventati fatti di sana pianta, li travestì di tante ciarpe romanzesche da diventare talvolta affatto irriconoscibili. Epperò circa a quel periodo le sole Memorie di Garibaldi da tenersi per autentiche son quelle dell’Elpis Melena. Vedi anche sulla storia delle Memorie di Garibaldi confidate ad Elpis Melena un articolo di Saint-René Taillandier nella Revue des Deux-Mondes.
[4]. Altre Vite da consultarsi con frutto per alcuni documenti che vi si trovano sono: P. C. Boggio, La Vita politica aneddotica militare del generale Giuseppe Garibaldi, Torino, 1861; Giuseppe Ricciardi, Vita di Giuseppe Garibaldi narrata al popolo e continuata sino al ritiro nell’isola di Caprera (9 novembre 1860), Firenze, G. Barbèra, 1860; Vita di Giuseppe Garibaldi scritta sopra documenti genealogici, storici, dalla sua partenza fino al recente ritorno in Caprera, Firenze, Le Monnier, 1864. Anche l’opuscolo Garibaldi dal 1860 al 1879 per F. Bideschini, Roma, Tip. del Popolo Romano, 1879, ha particolari interessanti, di cui l’autore, testimonio e attore, può star garante. Taccio le straniere, copiate o calcate quasi tutte sulle italiane. L’ultima comparsa che io mi sappia è The Life of G. Garibaldi by T. Theodore Bent, London, Longmans, Green etc., 1881.
[5]. Fra le Storie generali non va dimenticata quella dell’Anelli, Storia d’Italia, e affinchè audiatur et altera pars, confrontisi anche La continuazione alla Storia universale della Chiesa Cattolica dell’Ab. Rohrbacher dall’elezione al Pontificato di Pio IX nel 1846 sino ai giorni nostri, scritta dal prof. D. P. Balan ec., vol. II, Torino, per Giacinto Marietti, 1879.
[6]. Eccone l’elenco nell’ordine e coi titoli appostivi dal Generale stesso:
| L’Uomo | Pag. 1 |
| Il Governo | 3 |
| Il Prete | 4 |
| Esercito | 9 |
| Il Popolo | 11 |
| Il Giornalismo | 14 |
| La Contesa | 17 |
| Cristo | 18 |
| La Religione del Vero | 21 |
| Disciplina | 23 |
| La Donna | 25 |
| Dignità | 28 |
| Terror pànico | 34 |
| Marina e Cavalleria | 40 |
| Menzogna e Corruzione | 43 |
| La Coscienza | 45 |
| Sarnico | 47 |
| Palermo | 51 |
| Calatafimi | 54 |
| Marsala | 56 |
| Aspromonte | 58 |
| Il Trasporto | 75 |
| L’Anima | 77 |
| Il Beneficio | 80 |
| Il Bene e il Male | 86 |
| La Morte | 89 |
| Il Dolore | 92 |
| I Ministeri | 98 |
| La paura governa il mondo | 100 |
| La Dittatura | 109 |
| I Briganti | 116 |
| Ordinamenti | 121 |
| Nizza | 124 |
| Roma | 138 |
| Palermo | 140 |
| Donne | 142 |
| Le Latitudini | 144 |
| Incertezze. Pag. 154, interrotto alla | 155 |
| Unità Mondiale | 156-160 |
| Frammento sull’Esercito | 161 |
| Poche parole all’Italia (interrotto) | 162-163 |
| Studio sui Venti (incompleto) | 164-168 |
| Lo stesso in francese | 169-172 |
| Il Furto organizzato | 173-175 |
| Massime | 176 |
| Il Re Galantuomo | 177-178 |
| Parlamento e Ministri | 179 |
Altri frammenti di pensieri e abbozzi di manifesti e lettere, ec. e fra gli altri alcuni studi di matematica.
[7]. Soltanto nel correggere la stampa di questa Prefazione vengo a scoprire che la lettera del Maraini fu in questi ultimi giorni stampata dalla Riforma. Lungi dal mio pensiero l’incolpare il mio buon amico Maraini d’aver voluto pagare anch’egli il suo tributo alla memoria del grande uomo col mettere in luce un sì prezioso tesoro, sul quale, poichè m’era stato donato per la stampa, potevo sperare d’aver anch’io un certo diritto di prelazione. Mi scuso soltanto se la do per inedita, poichè fino a ieri era tale per me.
[8]. On History, nei suoi Criticals and Historicals Essays.
[9]. Historiarum, lib. I, cap. I.
[10]. G. Carducci, A Giuseppe Garibaldi.
[11]. Memorie di G. Garibaldi pubblicate da Francesco Carrano nell’opera: I Cacciatori delle Alpi comandati dal generale Garibaldi, ec., pag. 16. Torino. Unione Tipografica Editrice, 1860.
[12]. Il Dumas nelle sue Memorie la chiama «Ragiundo;» il Bordone nel Garibaldi «Bogiado;» ma il vero nome è Raimondi, come si rileva dall’Atto di morte di suo marito Domenico del 3 aprile 1841, estratto dai Registri della Parrocchia della Concezione di M. V. in Nizza e dalla immatricolazione di suo figlio Giuseppe nella Marina sarda, ricavata dalla Matricola del 1832, pag. 392.
[13]. Memorie edite dal Carrano, pag. 10.
[14]. Vedi Memorie citate, pag. 10.
[15]. Queste parole le traduciamo dalle Mémoires de Garibaldi, di A. Dumas padre (Paris, Levy, 1862), le quali devono tenersi, come dicemmo nella Prefazione, un ampliamento del testo primitivo e originale, ornato poi dalla fantasia del Traduttore.
[16]. E non Giovanni, come dice il Dumas; e non Giaume, come scrive l’Elpis Melena.
[17]. Memorie edite dal Carrano, pag. 12.
[18]. Vedi Memorie citate, pag. 14.
[19]. A Enrico Guastalla, suo soldato da Roma a Bezzecca.
[20]. Memorie edite dal Carrano, pag. 14.
[21]. Diciamo altrove, cioè nel Garibaldi’s Denkwürdigkeiten, di Elpis Melena (pag. 17); mentre il testo Carrano non accenna a questo episodio. Il Dumas poi vi ricama sopra uno de’ suoi soliti romanzi; immagina favolosi combattimenti, e mette in bocca a Garibaldi parole che non ha mai proferite.
[22]. L’Elpis Melena, nelle Memorie già citate, dice Trovaigo, ma deve essere errore di scrittura o di stampa. Il Carrano, che riproduce esattamente le Memorie originali, dice Sauvaigo. E Dumas lo segue.
[23]. Di queste parole restò memoria viva fra i vecchi conoscenti ed amici di casa Garibaldi, e ce le riferì un egregio Nizzardo, che volle favorirmi, con questa, molte altre notizie circa il suo celebre concittadino e la sua famiglia.
[24]. Biografia di Giuseppe Garibaldi compilata da Gio. Battista Cuneo, pag. 16. Genova, Regia Tipografia Ferrando.
Il Carrano suppone che il credente potesse essere Mazzini. Ma il Mazzini stesso ci assicura di non aver conosciuto Garibaldi che l’anno dopo a Marsiglia.
[25]. I preti di Firenze gli negarono la sepoltura! Ora dorme in Oneglia sua patria.
[26]. Memorie edite dal Carrano, pag. 15.
[27]. Opere di G. Mazzini. Milano, Daelli: Politica, vol. III, pag. 334.
[28]. Ecco il suo atto d’arruolamento quale venne estratto dalla Matricola del 1832, vol. I, pag. 392:
«Marinaro di terza classe Garibaldi Giuseppe Maria per nome di guerra Cleombroto, figlio di Domenico e di Rosa Raimondi, nato li 4 luglio 1807 a Nizza, provincia di Nizza, iscritto alla Matricola della Direzione di Nizza il 27 febbraio 1832 al Nº 289.
»Assentato da Genova come marinaro di terza classe di leva li 26 dicembre 1833. Statura oncie 39¾. Capelli e ciglia rossicci, occhi castagni, fronte spaziosa, naso aquilino, bocca media, mento tondo, viso tondo, colorito naturale, segni apparenti....
»Imbarcato sul Des Geneys il 3 febbraio 1834. A. S. L. (assentatosi senza licenza) dalla suddetta regia fregata il 4 febbraio 1834.»
[29]. Durante il mio soggiorno a Caprera non era facile indurre Garibaldi a raccontare le sue avventure; ma su questa tornava egli medesimo spesse volte e volontariamente, ed era uno degli esempi con cui illustrava la vanità delle congiure mazziniane, delle quali non fu mai ammiratore.
[30]. E non il Nantomis, come stampava forse per errore il Cariano; nè il Nagens, come dice il Bordone.
[31]. Memorie edite dal Carrano, pag. 17.
[32]. Biografia di Giuseppe Garibaldi compilata da G. B. Cuneo, pag. 18.
[33]. Le Memorie del Carrano dicono 12; quelle dell’Elpis Melena e il Dumas 16. Anche queste parole sono riferite con lievi varianti; ma il senso è questo
[34]. Barca destinata alla pesca delle garape, pesce delicato del Brasile.
[35]. Intende della Banda Orientale, secondo nome dato all’Uruguay che si trova sulla sponda orientale della Plata.
[36]. Piccolo fiume.
[37]. Specie di gazzella.
[38]. Memorie edite dal Carrano, pag. 25.
[39]. Nè il nome del capitano, nè quello del bastimento ci fu dato accertare. Il Dumas dice: un navire commandé par un Mahonais nommé Don Lucas Tartanlo. L’Elpis Melena: Luca Tartabal von der Goelette Pintosesco. Il Carrano: Lucas Tartabul della goeletta Pintaresco.
[40]. A G. B. Cuneo appunto in quei giorni scriveva: «Circa ad evadermi, ti basti che sono in questa condizione sulla mia parola d’onore. Passo la maggior parte del giorno leggendo libri che l’instancabile bontà del mio ospite mi provvede; talora nella sera d’un bel giorno vado a passeggio, visito qualche conoscente, e guardo malinconicamente le bellezze del paese, e mi ritiro a casa; altre volte esco a godere d’una bella mattinata, e leggo, scrivo, e sempre in cuore l’Italia, e parlando con dispetto io grido:
Io la vorrei deserta
E i suoi palagi infranti
. . . . . . . . . . .
Pria che vederla trepida
Sotto il baston del Vandalo!
La mia sorte è legata alla tua; guidati da un solo principio, consacrati ad una causa, abbiamo rinunciato alla tranquillità e imposto silenzio a tutte le passioni: ad onta dei giudizi leggeri ed inconsiderati della moltitudine, che non riguarda sovente il nostro generoso proposito che sotto l’aspetto d’interessate mire e d’ambizione, proseguiremo. Il testimonio della coscienza ci basta.»
[41]. Il Cuneo aggiunge: «che lo strazio crudele era reso più osceno ed atroce da una turba selvaggia che, affollatasi alla soglia della prigione rimasta aperta, scherniva il sofferente e del martirio faceva argomento di contumelie.»
Qua e là si legge che Garibaldi, quand’era impeso alla trave, si vendicò sputando in faccia al suo carnefice. Può essere, ma nelle sue Memorie non troviamo cenno alcuno del fatto.
[42]. Specie di thè brasiliano.
[43]. Al Brasile rammentano ancora il fatto; e a proposito di un canale progettato, tra la laguna e Porto Allegre, il Siglo di Montevideo del dicembre 1879, nº 4452, usciva con queste parole:
«Canalizacion. — Varios ingenieros brasileros han publicado un folleto que versa sobre la apertura de un canal navegable entre el puerto de la laguna y la ciudad de Porto Alegre. Referiendose a ese proyecto, recuerda O Cruzeiro un episodio de la vida militar de Garibaldi. Ese ilustrado caudillo hallandose al servicio de la revolucion republicana riograndense, ejecuto la idea que hoy se agita, colocando tres lanchones sobre ruedas y metiendolos en el Capivary: de manera que con esa parte de navegacion terrestre, pudo entrar en la laguna con un solo barquetillo pues los demos naufragaron en la costa de Taramanday.»
[44]. Memorie edite dal Carrano, pag. 46-47.
[45]. Non si confonda questa Laguna, vasto lago nella provincia di Santa Caterina, e che dà il nome alla città di Laguna sopra nominata, colla laguna de los Patos, posta nel Rio Grande, di cui si è discorso finora.
[46]. Dal Garibaldi’s Denkwurdigkeiten, di Elpis Melena, vol. I, pag. 84 e 85. Il Carrano sopprime il brano, e il Dumas al solito lo infrasca. Nel rimanente tutta la storia d’Anita, tanto quella narrata fin qui, quanto quella che avremo a narrare in seguito, l’abbiamo attinta a due fonti per noi inoppugnabili: le Memorie di Garibaldi, le attestazioni di parenti e amici suoi, o testimoni, o consapevoli per diretta notizia, de’ fatti.
[47]. Anta è una bestia inoffensiva della mediocre altezza d’un somaro, la cui carne è squisita, e il cuoio serve a vari lavori. Io non l’ho veduta mai.
[48]. Piccada, vale ancora foresta.
[49]. Specie di pino gigantesco.
[50]. Boschi.
[51]. Buchi ricoperti accuratamente con erbe, nei quali precipitando l’incauto viandante, ne profittano i selvaggi per assalirlo.
[52]. Dal 1836 al 1842.
[53]. Les dissensions des Républiques de la Plata et les machinations du Brésil, pag. 2. Paris, E. Dentu libraire-éditeur, 1865.
[54]. Non dispiacerà forse il risapere che fra le sette prime famiglie che vennero da Buenos-Ayres ad abitare la nuova città, una era tutta di Genovesi, cioè Giorgio Borgès, sua moglie Maria Carrasco e quattro di famiglia.
E che per Borgès si debba leggere Borghesi, e questo nome sia fra gli antichissimi di Genova lo dimostra il prof. G. B. Brignardello nella sua Memoria delle vicende dell’America meridionale e specialmente di Montevideo nell’Uruguay, pag. 31 e seg. Genova, 1879.
[55]. Glorias militares de los Españoles desde la mas remota antigüedad hasta el presente, tomo II, pag. 197. Cadiz, 1808.
[56]. Estudios historicos, politicos y sociales sobre el Rio de la Plata, por D. Alesandro Magariños Cervantes, pag. 97. Paris, 1854.
[57]. In alcune provincie anzi, come nella Nuova Granata, fu piuttosto diretto contro i Francesi ed i loro partigiani (afrancesados) che contro gli Spagnuoli.
[58]. La posizione astronomica della Repubblica è fra il 55° e 61° longitudine occidentale, e il 30° e 35° latitudine meridionale dal meridiano di Parigi. Gli scrittori di Geografia fisica del paese s’accordano però nel dire che le osservazioni meteorologiche vi sono ancora molto manchevoli e imperfette.
Vedi Elementi di Geografia fisica della Repubblica orientale dell’Uruguay, di Pietro Giralt, membro dell’Istituto d’istruzione pubblica in Montevideo. Versione italiana pubblicata per cura del Consolato generale dell’Uruguay in Italia.
Poi: La République orientale de l’Uruguay à l’Exposition de Vienne, par A. Vaillant.
| Estensione della Banda Orientale | Chilom. quad. 186,920.01 |
| Popolazione assoluta nel 1877 | 440,000.— |
| Popolazione relativa per ogni chilom. quadrato | 2.4 |
Riassunto statistico per l’Esposizione Universale di Parigi, fatto dalla Direzione di Statistica della Repubblica. Montevideo, 1878.
| Estensione dell’Argentina | Chilom. quad. 4,195,519.84 |
| Popolazione assoluta nel 1873 | 1,877,490.— |
| Popolazione relativa per ogni chilom. quadrato | 0.6 |
Oggi la popolazione assoluta è calcolata di 2,400,000.
Queste cifre risultano da un calcolo planimetrico eseguito nel 1873 e nel 1880 (Die Bevölkerung der Erde) da M. M. Behm et Wagner, VI, Gotha 1880, all’Istituto geografico F. Perthes di Gotha.
[59]. Serpente che prende il nome dal rosso vivo del corallo. Così il coguar è una specie di leone più piccolo di quelli d’Africa e d’Asia.
[60]. Uno dei difensori di Montevideo contro gl’Inglesi nel 1807.
[61]. Il Saavedra favoriva la monarchia con un principe europeo.
[62]. Nel progetto di trattato da lui proposto il 16 giugno 1815 aveva inchiuso quest’articolo:
«13º — Las Provincias y pueblos comprendidos desde la márgen Oriental del Paraná hasta la Occidental, quedan en la forma inclusa en el primier artículo de este Tratado, como igualmente las provincias de Santa-Fé y Cordoba hasta que voluntariamte no querian separarse de la proteccion de la Banda Oriental del Uruguay y direccion del gefe de los orientales.» Bosquejo histórico de la República oriental del Uruguay, pag. 76.
[63]. Parole del vicerè di Buenos-Ayres, Don Nicola de Arredondo, tolte dal libro: Estudios históricos, politicos y sociales sobre el Rio de la Plata, por D. Aleyandro Magariños Cervantes, ec., pag. 90. Paris, tip. Ad. Blondeau, 1854.
[64]. Vi è un quadro rappresentante El Juramento de Los 33, opera del pittore uruguayano Blanos (ora dimorante a Firenze). Ecco i nomi di que’ valorosi, ai quali forse pensò il venturo capitano dei Mille:
- 1. Ignacio Nuñez.
- 2. Juan Acosta.
- 3. Felipe Carapé.
- 4. Juan Rosas.
- 5. Celedonio Rojas.
- 6. Manuel Melendez.
- 7. Avelino Miranda.
- 8. Agustin Velasquez.
- 9. Manuel Freire.
- 10. Joaquin Artigas.
- 11. Gregorio Sanabria.
- 12. Santiago Nievas.
- 13. Santiago Gadea.
- 14. Ignacio Medina.
- 15. Jacinto Trapani.
- 16. Luciano Romero.
- 17. Juan Spikermann.
- 18. Pablo Zufriategui.
- 19. Simon del Pino.
- 20. Manuel Lavalleja.
- 21. Juan Antonio Lavalleja.
- 22. Atanasio Sierra.
- 23. Manuel Oribe.
- 24. Andrés Spikermann.
- 25. Ramon Ortiz.
- 26. Basilio Aranjo.
- 27. Juan Ortiz.
- 28. Pantaleon Artigas.
- 29. Andrés Areguati.
- 30. Andrés Chebeste.
- 31. Francisco Lavalleja.
- 32. Dionisio Oribe.
- 33. Carmelo Colman.
[65]. Sarmiento, Civilisation et barbarie. Vedine l’ampio sunto nella Revue des Deux-Mondes, 1º ottobre 1846, fattone da Carlo di Mazade.
[66]. Taverne di campagna.
[67]. Magariños Cervantes, op. cit.
[68]. Horca vuol dire nell’istesso tempo covone e forca. Laonde Mas-horca: più forca e più unione; o l’unione che si cementa nel sangue de’ patiboli.
[69]. Vedi i Decreti dei Governatori di Tucuman de Calamarca e Corrientes, in Magariños Cervantes, pag. 223.
Il primo di que’ Decreti dice:
«Todos les Argentinos estan autorizados á quitar la vida á los comprendidos en el anterior artículo, en qualquier lugar del territorio de la República, etc.»
Il secondo più esplicitamente:
«Considerando que es un crímen el mirar á los malvados facinerosos con clemencia, etc.
»Art. 1º — Quedan proscritos para siempre y fuera de la ley, todos los individuos de uno y otro sexo que se hallan alistados en las filas de las dos divisiones de bandidos y malvados salvages inmundos unitarios.»
[70]. Magariños Cervantes, op. cit., pag. 10.
[71]. Un ufficiale francese, il signor Ferdinand Durand, in un suo pregevole lavoro intitolato: Précis de l’Histoire politique et militaire des Etats de Rio de la Plata, nello Spectateur Militaire (febbraio e marzo 1852), dice a questo punto, «che l’Echague marciava contro Montevideo, ma che vistolo occupato dai Francesi (i quali per confessione sua non erano più di quattrocento) rinunciò ad assediarli, e mosse invece contro il Ribera a Chagancia.» Questo, se non è una vanteria francese, è manifestamente un grosso errore militare: l’Echague non poteva mai impegnarsi ad assediare Montevideo, quando aveva sui fianchi a poche leghe tutto l’esercito del Ribera, intatto e impaziente di combattere.
[72]. Vedi Andrés Lamas, Apuntes históricos de las agresiones de Rosas contra la independencia de la República oriental del Uruguay.
Nella Nota 34 si legge:
«Libres los despojos humanos del general Lavalle en tierra boliviana, por el heroico sacrificio de los patriotas que los custodiaban, Oribe en su despecho reclamó la estradicion de aquellos restos. El general Urdimenea rechazó con horror tan atroz proposicion.»
[73]. Ciò è attestato dall’Atto matrimoniale che pubblichiamo più innanzi a pag. 377-78, in nota.
[74]. Dal Garibaldi’s Denkwurdigkeiten di Elpis Melena, vol. I. Il Carrano abbrevia, il Dumas inventa; la sola Elpis Melena si sforza a tradurre alla lettera il testo delle Memorie originali che aveva tra mano. Noi però, ritraducendo, usiamo, rispetto alla forma, d’una certa libertà, anche perchè non siamo ben sicuri se la traduttrice abbia sempre intesa o riprodotta fedelmente la locuzione italiana.
[75]. Traduciamo alla lettera la frase del testo Elpis Melena, ma confessiamo sinceramente di non intenderla. Come una squadra che navigava in acque basse avesse bisogno di accrescere la propria zavorra, nessuno l’intenderà mai, molto meno che avesse bisogno di fare quest’operazione nell’imminenza d’un combattimento. Forse la traduttrice ha voltato male una frase di Garibaldi, o si è spiegato poco chiaramente egli stesso.
[76]. Wright, autore del Siège de Montevideo, citato da A. Dumas padre, nel suo eccellente libro: Montevideo ou une nouvelle Troje (Paris, Nap. Chaix, 1850), dettatogli può dirsi dal general Pacheco, ministro allora dell’Uruguay a Parigi.
[77]. Vedi Spectateur militaire, febbraio, marzo e aprile 1852. — Précis de l’Histoire politique et militaire des États de Rio de la Plata, par Ferdinand Durand; studio militare che ci fu di utilissima guida.
[78]. Propriamente d’Alzate.
[79]. Il generale Sacchi ci diede i nomi di quei due ufficiali; si chiamavano Larini e Ferretti; e sta bene che la storia serbi loro il posticciuolo d’infamia che si sono meritati.
[80]. Il Dumas narra il fatto con molte frangie di particolari romanzeschi; e noi, come sempre, ci atteniamo alla più genuina, cioè alla tedesca, tanto più che, se fosse vera la versione del Dumas, il fatto di Garibaldi si aggraverebbe.
[81]. Lo stesso capo dei 33.
[82]. In un manoscritto di Ricordi inediti da lui gentilmente favoritoci.
[83]. Crediamo voglia intendere l’Himno Nacional orientale, scritto dal Figuerroa, il miglior poeta dell’Uruguay. Lo riproduciamo qui per intero.
Libertad, Libertad, Orientales,
Este grito á la Patria salvò,
Que sus bravos en fieras batallas
De entusiasmo sublime inflamò,
De este don sacrosanto la gloria
Merecimos.... Tiranos, temblad!
Libertad en la lid clamaremos
Y muriendo tambien libertad!
Orientales, mirad la bandera
De heroismo fulgente crisol:
Nuestras lanzas defienden sa brilla
Nadie insulte la imágen del Sol!
De los fueros civiles el goce
Sostengamos, y el código fiel
Veneremos inmune, y glorioso
Como el arca sagrada Israel.
De las leyes al númen juremos
Igualdad, patriotismo, y union,
Immolando en sus aras divinas
Ciegos odios y negra ambicion;
Y hallaran los que fieros insulten
La grandeza del pueblo Oriental,
Si enemigos, la lanza de Marte,
Si tiranos, de Bruto el puñal.
CORO.
Orientales, la Patria ó la tumba!
Libertad ó con gloria morir!
Es el voto que el alma pronuncia
Y que heróicos sabremos cumplir!
[84]. Questi e i seguenti sono tratti dai Documenti intorno a Garibaldi e la Legione italiana a Montevideo, pubblicati per cura del colonnello E. De Laugier. Firenze, tip. Fumagalli, 1846.
[85]. Al Decreto tenne dietro il seguente Ordine del giorno del Ministro della guerra, in virtù del quale tutta la guarnigione doveva sfilare in colonna d’onore davanti a tutta quella parte della Legione che era rimasta nella capitale:
«Per dare ai prodi nostri compagni d’arme, che s’immortalarono nei campi di Sant’Antonio, una rilevante prova della stima in cui si tiene l’esercito, del quale hanno illustrato la gloria in quel memorabile combattimento, il comandante delle armi dispone:
1º Il giorno 15 del corrente, giorno segnalato dall’Autorità per consegnare alla Legione italiana la copia del Decreto che precede, vi sarà una grande parata della guarnigione, che si schiererà, ad eccezione della Legione italiana, nella strada del Menado, appoggiando la diritta nella piazzetta della medesima, e nell’ordine che indicherà lo Stato Maggiore.
2º La Legione italiana si schiererà nella Plaza de la Costitucion, dando le spalle alla Cattedrale, ed ivi riceverà la copia suddetta, che le sarà consegnata da una Deputazione presieduta dal signor colonnello Francesco Vajes, e composta di un capo, un ufiziale, un sergente e un soldato di ogni corpo.
3º Incorporata la Deputazione ai corpi rispettivi, la guarnigione si dirigerà alla piazza indicata, sfilando in colonna di onore davanti alla Legione italiana; e in questo mentre i capi dei corpi saluteranno, con Evviva la Patria, il generale Garibaldi e i suoi prodi compagni.
4º Le schiere dovranno essere allineate alle 10 della mattina.
5º Verranno consegnate copie autentiche di quest’Ordine generale alla Legione italiana e al signor generale Garibaldi.
Pacheco J. Obes.»
[86]. Lo togliamo dal Cuneo, che dice avere in suo potere l’autografo. Egli aggiunge poi con la nota:
«Queste parole dell’Ammiraglio francese non possono far allusione che alle ripetute calunnie a carico degl’Italiani apparse ne’ giornali francesi intorno all’occupazione della Colonia, e specialmente ad articoli pubblicati nella Presse, generalmente attribuiti al signor Page, comandante del brigantino Ducoëidic, il quale trovavasi dinanzi alla Colonia all’epoca dell’occupazione suddetta, e traeva coi cannoni sugl’Italiani sbarcati, in luogo di mitragliare i nemici. Il signor Page è tenuto nel Rio della Plata come interessato partigiano di Rosas. Era ministro di Francia in Montevideo il barone Deffandis.» — Cuneo, Biografia di Giuseppe Garibaldi. Genova, Regia tip. Ferrando, pag. 35.
[87]. Anche un uffiziale del D’Assaz, brigantino da guerra francese, confermava col racconto di fatti particolari le maraviglie destate dal fatto prodigioso.
«Le notizie dell’Uruguay sono che Servando Gomez è stato battuto da Garibaldi e Baez. Di 1200 uomini di cavalleria e 300 fanti ne ha perduti 500; 250 furono trovati morti sul campo nella prima sortita, e 124 la seconda; quattro carri pieni di feriti furono presi due giorni dopo. Garibaldi aveva 200 uomini; ebbe 33 morti e 53 feriti, tra i quali ultimi quasi tutti gli ufficiali. Baez ebbe 18 uomini resi inabili all’armi. Il generale Medina arrivò al Salto il 9 febbraio con 280 uomini.»
[88]. Vedi i Nri 23 e 30 luglio, e 3, 6, 10, 13, 17 agosto 1847 di quel giornale.
[89]. Giovane allora, ora è il commendatore Giuseppe Bertoldi, membro del Consiglio superiore dell’Istruzione pubblica. Noi riproduciamo qui tutto il suo Inno non tanto come saggio della sua facoltà poetica, quanto come un documento storico, che fa al tempo stesso bella testimonianza dell’antico e generoso amor patrio del poeta:
Beato l’uom che al gemito
Della sua patria oppressa,
Poichè di molti secoli
L’onta pesò sovr’essa,
Si sveglia, e il formidabile
Suo brando impugna in nome del Signor!
E pien della magnanima
Ira di mille petti,
Là dove più fiammeggiano
Gli acciari ed i moschetti,
Fra il denso fumo e gli orridi
Rimbombi, cerca dei nemici il cuor.
Da noi perdono impetrino
Gli oltraggi a noi sol fatti:
Dei popoli le lagrime,
I violati patti
Quaggiù non si perdonano,
E il ferro appena cancellar li può.
Confida negli eserciti,
Empio oppressor, confida;
Prepara Iddio le folgori
E a un braccio sol le affida;
Cadde il gigante esanime
Al primo sasso che un fanciul lanciò.
Oh! ben festeggi, o Genova,
La secolar vittoria,
Che conquistava un Davide
Alla tua bella istoria,
E fece all’implacabile
Aquila le battute ugne tremar.
Or leva dai marmorei
Palagi il capo altero;
China lo sguardo all’Isole
Che il tuo divin nocchiero
Cercò sotto astri incogniti,
Fra le procelle d’intentato mar.
Chi sono quei fortissimi,
Che vinto il lungo assalto
D’un oste innumerevole
Entran festanti in Salto?
Per chi quel serto intrecciano?
Di chi parla quel cantico guerrier?
Itali sono, ed italo
È il Condottier dei forti;
Un giogo iniquo a frangere
Si sfidan mille morti,
Ogni terreno è patria,
Nessun popolo a noi vive stranier.
Chi ne’ tuoi chiusi oracoli
Può penetrar, gran Dio?
Tu dei più eletti spiriti
Vedovi il suol natío;
Tu lasci qui nell’ozio
Tanta gagliarda gioventù morir;
E va Gioberti, vindice
Dell’italo pensiero,
Ad erger su gli elvetici
Dirupi un trono al Vero;
È Garibaldi un fulmine
Che fa l’americane acque stupir.
Quando su noi le barbare
Orde stendean gli artigli,
E la demente Italia
Col sangue de’ suoi figli,
Con l’oro suo mercavasi
Eterno vitupero, e servitù;
Signore, il tuo giudicio
Era tremendo allora;
Ma se di pochi e splendidi
Esempi ancor s’onora,
A serbar vivo un popolo
Basta il pensier d’un solo e la virtù.
Della grand’alma prodigo
Per la non sua contrada,
Altro ei non chiede in premio
Che un tetto ed una spada,
Molte battaglie e vittime
E degli ospiti suoi la libertà.
A noi concedi, o libero
Di Washington nipote,
Il trionfale cantico:
Bello di patrie note,
Più dolce nella memore
Alma del nostro Eroe discenderà.
E noi scemiam gl’ignobili
Trionfi dei conviti;
Noi defraudiam d’un vacuo
Concento i molli uditi;
E dica al mondo un povero
Don che la madre di quei prodi è qui;
Sappiano i nostri parvoli
Il nome del Campione
Con le dipinte immagini
Dell’itala Legione
Di trastullarsi godano,
Per sorger essi ad emularla un dì.
Già fra le rotte tenebre
Penetra un raggio e splende,
I volti si conoscono,
Lo sguardo si comprende:
Nostre non son le fertili
Campagne, e nostro questo ciel non è?
Appiè dell’Alpi battono
Polsi di vita ardenti,
Sorgon concordi, indomiti
Voleri ed alte menti;
Come dell’arme il fremito
Suoni il vero giocondo al cuor del Re.
Non affrettiam precipiti
Il giorno glorioso;
Quel giorno è nella provvida
Mente di Dio nascoso;
Allor che la sua vindice
Destra folgoreggiando accennerà.
E noi sorgiam terribili
Dai campi e dagli spaldi;
In ogni seno palpiti
Il cuor di Garibaldi:
Beato l’uom che l’anima
In quel santo conflitto esalerà!
[90]. Mancandocene il testo originale, la togliamo dalla traduzione italiana delle Memorie di A. Dumas, fatta da Vincenzo Bellagambi. Firenze, Pietro Del Corona, 1862.
[91]. Il Cuneo dice che la lettera del Bedini aveva la data 14 novembre, e ne dà questo sunto per esteso:
«Sento il dovere di significarle senza indugio che quanto in essa si contiene (nella lettera di Garibaldi) di devoto e di generoso verso il Sommo Pontefice regnante è veramente degno di cuori italiani, e merita riconoscenza ed elogio.
Col pacchetto inglese che partì ieri trasmisi l’indicato foglio a Roma, onde siano eccitati anche in più elevati petti i medesimi sentimenti. Se la distanza di tutto un emisfero può impedire di profittare di magnanime offerte, non ne sarà mai diminuita nè menomata la soddisfazione nel riceverle.» Conchiudeva con questo voto: «Quelli che si trovano sotto la sua direzione, deh! che sian sempre degni del nome che li onora e del sangue che li scalda! Con questo voto sincerissimo accompagno l’augurio, ec. ec.»
[92]. Dobbiamo il documento alla cortesia del generale Giacomo Medici, che ci fa largo di molte altre carte e notizie.
[93]. Nei giornali vedemmo spesso confusi i due nomi. Il signor Giacomo Antonini, che abitava a Montevideo ne’ giorni della partenza di Garibaldi, ci chiarì finalmente la causa della confusione. Il Bifronte venne ribattezzato La Speranza col consenso del Console sardo.
[94]. Pacheco y Obes, Réponse aux détracteurs de Montevideo. Paris, 1849.
[95]. Pacheco y Obes, op. cit.
[96]. Così le parole di Lord Howden come quelle di Garibaldi sono riferite dal Cuneo nella sua Biografia, e nelle Memorie edite dal Carrano più volte citato.
[97]. L’episodio ci fu narrato tal quale dal generale Gaetano Sacchi.
[98]. Nella Concordia del 19 giugno 1848 si leggeva:
«Cronaca politica. — Si legge nell’Echo des Alpes Maritimes: Un naviglio sardo proveniente da Montevideo annunzia che partì da questa città nello stesso tempo che una fregata di trentasei cannoni (?), sulla quale si trova il generale Garibaldi colla Legione italiana. Il capitano aggiunge che navigò con questa fregata sino al golfo di Lione, dove i due navigli destinati per Genova si dovettero separare in causa del cattivo tempo. Ciò vuol dire che non possiamo tardare a vedere il valoroso Generale e complimentarlo.»
[99]. Anche un carteggio del 27 giugno 1848, diretto da Nizza alla Concordia di Torino, confermava, ampliandolo, il discorso tenuto da Garibaldi al banchetto di Nizza, e noi lo riproduciamo per documento:
«Giungendo direttamente a Nizza da Montevideo, egli ignorava tutto quanto era succeduto in Europa dappoi il mese di gennaio, ed era talmente digiuno delle cose nostre, che, temendovi ancora il capestro e le persecuzioni del 1833, entrò nel nostro porto inalberando sulla di lui nave la bandiera di Montevideo; ma quantunque..... (Qui il manoscritto, da cui togliamo questi estratti della Concordia, ha una frase incompiuta e forse sbagliata dal copista, che omettiamo) col cuore ulcerato dall’esiglio, conobbe tosto quale giustamente fosse l’attuale nostra condizione, e ne presentì i bisogni. Fu sempre repubblicano, e s’avvide che pel bene d’Italia rinunciare pur doveva alle inveterate sue convinzioni per francamente unirsi a Carlo Alberto, ed alle sole forme di governo che sono in armonia colle necessità della Patria, e proclamò altamente l’unione e la perseveranza nel gran principio che l’Italia deve fare da sè! Disse quindi in occasione dell’offertogli banchetto: Tutti quei che mi conoscono sanno se io sia mai stato favorevole alla causa dei re; ma questo fu solo perchè allora i Principi facevano il male d’Italia; ma invece io sono realista e vengo ad esibirmi coi miei al Re di Sardegna che s’è fatto il rigeneratore della nostra Penisola, e sono per lui pronto a versare tutto il mio sangue; io sono certo che tutti gli Italiani la pensano al pari di me; vorrei potervi provare, o miei concittadini, che non ho mai dimenticato il mio suolo natale, e che la fraterna vostra accoglienza mi sta impressa nel cuore. Viva l’Italia! Viva il Re! Viva Nizza!
E quando poi questo nostro illustre concittadino sentiva alcuni di quei pochi, i quali affermano che gl’Italiani nulla possono senza l’aiuto della Francia, ne arrossiva per loro e con rabbia esclamava: Se gli uomini temono, radunerò le donne italiane che basteranno a cacciare gli Austriaci. Ed a coloro poi che accorrevano volontari sotto il suo comando, diceva: Non credetevi che io vi conduca a gozzovigliare; chè vi toccherà invece patire la fame e la sete, e di dormire sul nudo terreno, a cielo scoperto, e di reggere ad ogni sorta di fatiche e di pericoli, giacchè la mia Legione non indietreggia; e non intendo, per Dio, che abbia mai ad indietreggiare.»
[100]. Dei giornali di Nizza e di Genova chi dice novanta, e chi censessanta. La prima cifra è evidentemente sbagliata, perchè ne aveva condotti seco soltanto dall’America ottanta, e n’avea già reclutati in Nizza circa settanta. Dicendo circa cencinquanta, crediamo essere più prossimi al vero.
[101]. La Concordia, in una corrispondenza da Genova del 29 giugno, parla del suo arrivo così:
«Ti scrivo in tutta fretta per dirti che il prode Garibaldi è giunto ora in porto con novanta uomini della sua invitta Legione. Garibaldi scenderà a terra incognitamente. In questo punto (ore 1 pom.) sono discesi sul ponte reale i legionari e defilano a suon di tromba, preceduti dalla bandiera italiana, collo scudo di Savoia, e dalla loro propria. Sono tutti giovani alti, robusti e pieni di vita; la maggior parte sono nostri, come Italiani. Strepitosi applausi vengono innalzati sul loro passaggio, dal popolo che si accalca lungo le vie. Essi verranno ospitati nei quartieri militari di San Leonardo.»
E un’altra notizia del 30 giugno aggiunge questi particolari:
«Il prode Garibaldi scese a terra ieri verso le due del pomeriggio, e recossi difilato ad abbracciare il povero Anzani infermo. Si portò poscia a far visita al Governatore ed ai sindaci, dai quali fu accolto con tutti quei riguardi che meritano le eminenti sue virtù militari. Il Garibaldi era in abito borghese; ed il popolo schieratosi sul suo passaggio lo accolse con un sonoro batter di palme e di viva strepitosi. Egli ha con sè centosessanta legionari, metà dei quali appartengono alla famosa Legione italiana di Montevideo; gli altri sono nuovi arruolatisi recentemente. Molti ufficiali incanutiti negli stenti della guerra, infiammati dal santo amor di patria, hanno rinunciato al loro grado ed ai loro onorarii per correre in Italia e militarvi nella guerra santa da semplici soldati.»
[102]. Il Vecchi (La Italia, Storia di due anni, vol. I, pag. 216) mette in bocca a Garibaldi queste parole:
«Sire, ho combattuto in terra straniera per la libertà d’un paese ospitale, e Dio benedisse alle armi nostre, illustrando il nome dei legionari italiani. Con pochi de’ miei giunsi anche in tempo per la impresa onorata. Ho qui dentro un cuore che ama l’Italia davvero, e richiede a mercede di poter operare cogli altri ciò che ridondi in di lei vantaggio e onore.»
Il Re rispondeva aprisse quel suo desiderio ai ministri, dolergli non poterlo fare di per sè stesso, e accomiatollo con gentili testimonianze d’affetto.
Non sappiamo dove le abbia tolte. Noi non le abbiamo vedute riferite in alcun altro luogo. Se i sentimenti sono probabili, lo stile non è certamente quello di Garibaldi.
Anche il Boggio fa addirittura una scena drammatica dell’incontro di Garibaldi con Carlo Alberto.
[103]. Garibaldi arringava il popolo dal balcone della Bella Venezia, e diceva nell’usato suo stile: «Cari Milanesi! Vi son grato delle vostre ovazioni, ma questo non è tempo da gridi e da ciarle; è tempo da fatti. Pur troppo lo sgherro nemico ha ripreso lena e coraggio. Noi dobbiamo sbarrargli la via al ritorno in queste belle contrade, ec.»
[104]. La Legione si radunò per partire alla caserma di San Francesco in piazza Sant’Ambrogio, che era il luogo delle sue consuete riunioni per gli esercizi. Questi, ed altri particolari che verrò in seguito indicando, li tolgo dal manoscritto di Antonio Picozzi, Episodio storico concernente i fatti militari di Garibaldi e di Medici nell’anno 1848.
Il Picozzi, mio carissimo amico e commilitone, fece parte in quell’anno del Battaglione Anzani: le cose da lui narrate adunque meritano piena fede, ed io m’auguro che il suo Manoscritto veda presto la luce.
[105]. Giunta da un’ora la colonna garibaldina in Monza, ci fu un falso allarme; e poichè il battaglione Anzani era agli avamposti, il Picozzi narra d’aver «visto egli stesso il Mazzini, armato di carabina inglese, schierarsi fra i militi della seconda fila disposto a fare ciò che era compito d’ogni legionario italiano.» (Manoscritto citato)
[106]. Lo riportiamo dal Cantù, Della indipendenza d’Italia, Cronistoria, vol. II, parte II, pag. 964. Torino, Unione Tip.-Editrice, 1875.
[107]. Il Manifesto restò nascosto parecchi anni; io lo tolgo dal citato manoscritto: Episodio storico, ec., del Picozzi, il quale lo ebbe dal suo amico Pietro Perelli, che custodì il prezioso documento durante il decennio 1849-59 della dominazione austriaca in Lombardia.
[108]. Nella Concordia del 4 settembre 1848, tolta dal Pensiero Italiano, troviamo una relazione del combattimento del Medici, scritto in persona prima e con tale esattezza di particolari che non esitiamo a dirlo del Medici stesso. Noi lo riproduciamo, facendo una riserva soltanto sul giudizio ch’egli porta circa il movimento di Garibaldi su Morazzone; riserva di cui diamo ampia ragione nel testo:
«Svizzera.
Ultime relazioni della colonna Garibaldi.
Lugano, 31 agosto.
Non ho che scoranti notizie ad annunciarvi: tutti i nostri tentativi ebbero infelicissimo esito, non vi so dire se per difetto di prudente direzione, oppure per la generale demoralizzazione nata in conseguenza di tradimenti e della diserzione di non pochi dei principali capi delle forze lombarde da loro condotte nell’errore di ridursi in Piemonte, anzichè combattere sul proprio suolo per la vera causa. Garibaldi solo tentò mantenere attiva l’insurrezione; ma come egli fu debolmente assecondato e da pochissimi seguíto, dovette finalmente cedere il campo alla forza prepotente del nemico.
Avrebbe egli però potuto sostenersi più lungo tempo, se, meno ardito, si fosse mostrato più sulla difensiva sui monti, invece di spingersi troppo avanti verso la pianura; il nemico difatti colse in buon punto l’occasione di portarsi egli con grosse colonne allo spalle ed ai fianchi, e nella notte del giorno 26 Garibaldi colla sua colonna, forte di milledugento militi, fu sorpreso dal nemico in Morazzone, luogo poco distante da Varese; alcune bombe vi misero l’incendio, la colonna si decise a ritirarsi, ma, appena mossa, colta da timor pánico cominciò a disordinarsi e poco dopo a sbandarsi, e capi e soldati ognuno cercò salvarsi come meglio potè attraverso i monti. Garibaldi giunse in Isvizzera con non più di trenta uomini; a poco a poco ne giunsero altri quattrocento circa; del resto ignoriamo, ma pur troppo dobbiamo temere sia in gran parte caduto in potere del nemico.
Più fortunato fui io colla mia compagnia, poichè trovandomi distaccato dalla colonna con missione di fiancheggiarla e di molestare il nemico con qualche sorpresa, fui invece nella mattina del 24 d’improvviso assalito da una forza di circa quattromila di fanteria, cinquecento di cavalleria e due batterie, divisa in più colonne, che da ogni lato tentavano avviluppare le posizioni che io occupavo. Il fuoco di fucileria e d’artiglieria fu vivissimo, ma non sgomentò punto i valorosi miei militi, che bene difendendosi e talvolta attaccando resistettero quasi quattro ore al fierissimo assalto; per ultimo, sopraffatto dal numero cotanto sproporzionato, prevedendo che la ostinazione di pochi minuti di più avrebbe reso, se non impossibile, difficilissimo il ritirarsi, ho raccolto la mia gente, e con perfetto, ordine, colla mia piccola bandiera (Dio e Popolo) sventolante, mi ripiegai sulla frontiera svizzera, sempre però molestato da quei barbari che per due volte violarono il confine in persecuzione nostra. La mia perdita in morti e feriti fu sensibile più per la qualità degl’individui che per la quantità, quella dell’inimico fu dieci volte maggiore. Non avevo che centodieci uomini con me, occupavamo una linea di circa un miglio e mezzo disposti in posizioni fortissime con non difficile ritirata sopra un punto centrico, in modo che era facile il farci supporre assai più in numero; difatti il Generale nemico credette d’aver da fare con tutta la colonna Garibaldi; e veramente mi vien da ridere quando penso a tutte le mosse tattiche e strategiche di tutta quella grande massa, al trasporto de’ cannoni sulle alture, alle grida feroci, e con tutto questo lasciarsi contendere per tanto tempo il passo da sì piccolo drappello di giovani ardimentosi di certo, ma non anco avvezzi ai movimenti ordinati dei militari. Oh se veramente gl’Italiani si decidessero a combattere davvero, s’accorgerebbero tosto del quanto sia infondato il timore che si ha per tutta Italia dei centomila vandali, se pur tanti sono.»
[109]. Il Cuneo e il Boggio nelle loro Vite ripetono l’aneddoto. La fonte però manca.
[110]. Lo raggiunsero colà i resti del battaglione degli Studenti mantovani, poco più di duecento uomini.
[111]. Valga di prova questo documento inedito ricavato dal Cartone 9, al 16 marzo 1849, degli Archivi di Stato di Roma:
«In risposta ad un dispaccio del Ministero dell’interno, Nº 6453, del marzo 1849, che lamenta d’essersi introdotti in Bologna alcuni individui pregiudicati e scappati dalla galera di Civitacastellana per arruolarsi nella prima Legione italiana, il generale Garibaldi scriveva la seguente:
«Comando della Iª Legione italiana, N. 9.
Rieti, 15 marzo 1849.
Cittadino Ministro.
Risposta al Nº 6453 S. S.
Di quelli venuti da Civitacastellana disertarono cinque, tre dei quali, Borghi Raffaele, Bussi Francesco e Trebbi Paolo, fino dal giorno 4; gli altri due, Martelli Luigi e Zani Luigi, il giorno 14. Dall’epoca in cui disertarono, vorrei dedurre che neppure i primi avrebbero potuto trovarsi in Bologna, quando accaddero quei fatti che mossero tanto terrore.
Altri tre di Ravenna si evasero dalla Legione il giorno 5, e sono: Lombardi, Paoletti Michele e Morelli; neppure questi potevano trovarsi in Bologna all’epoca dei querelati fatti.
Per gli uni e per gli altri ho date ovunque indicazioni e preghiere per arrestarli e ricondurli a subire la pena nella Legione, ma senza effetto.
Io non so che altro avria potuto operare per impedire qualsiasi disordine.
Il Comandante la Legione
G. Garibaldi.»
[112]. Dapprima, per verità, volevano mandarlo a Fermo; dopo mutarono in Macerata. L’ordine però gli arrivò per via, quando la Legione era già a Foligno ed egli a Terni; il che prova che Garibaldi era già stato accettato ai servigi del Governo romano fino dai primi di dicembre, e che l’idea di rinviarlo a Fermo od a Macerata non venne a’ governatori di Roma che più tardi.
E di tutto ciò fa testimonianza una lettera di Garibaldi al Ministro della guerra, romano, già pubblicata da Federico Torre nella pregiata sua opera: Storia dell’Intervento francese in Roma nel 1849, vol. I, documento LXIV, pag. 357 (Torino, tip. del Progresso): lettera che vuol essere riprodotta per chiarezza dell’itinerario del Nostro a que’ giorni;
«Terni, 22 dicembre 1343.
Eccellenza,
Domani raggiungerò la colonna a Foligno, da dove mi dirigerò a Rieti, punto che mi sembra molto più conveniente per organizzare il battaglione e ricevere da Roma il vestiario, armamento ed altri oggetti indispensabili. Mi permetto di raccomandare a V. E. il pronto invio del vestiario, e massime dei cappotti e scarpe, trovandosi la gente in uno stato deplorabile.
Onori de’ suoi comandi.
G. Garibaldi.
PS. — Ho ricevuto il dispaccio di V. E. dopo d’aver scritto la presente, e dirigerò la colonna a Fermo, siccome mi vien ordinato. Ringrazio V. E. dell’accettazione del Corpo al servizio dello Stato, e solamente reitero la sollecitudine dell’abbigliamento e dei suoi ordini. Vale.
A S. E. il signor Ministro della Guerra.»
Quando si consideri pertanto che Garibaldi era a Macerata il 1º gennaio 1849, come tra poco dimostreremo, si deve ragionevolmente arguire ch’egli partì da Ravenna nella prima settimana di dicembre; arrivò a Foligno per la via di Fano e il Passo del Furlo tra il 15 e il 16; ripartì da Foligno per Fermo tra il 27 e il 28 (probabilmente vi stette ad aspettare il vestiario), e fu a Macerata il 1º del 1849; dove forse lo raggiunse un novello ordine di non proseguire più per Fermo e di starsene dov’era.
[113]. Fu eletto il 21 gennaio 1849. A proposito di codesta elezione e del soggiorno di Garibaldi in Macerata, ecco quello che ce ne scrive un antico patriotta e onorando gentiluomo di quella città:
«1º Il generale Garibaldi arrivò con la sua Legione in Macerata il 1º gennaio 1849, e ne ripartì il giorno 24 dello stesso mese di gennaio 1849.
»2º Durante l’indicata permanenza della Legione garibaldina in quella città si manifestò una qualche discordia tra i borghigiani di San Giovan Battista ed i soldati della Legione da procedere a fatti. Ma il Generale si diportò da prudentissimo capitano e si adoperò, per quanto fu da lui, in vantaggio dei cittadini; mentre al principio d’una contesa, che poi fu l’unica, tra borghigiani e soldati, bardato il cavallo, ed inforcatone l’arcione insieme ad altri ufficiali del suo seguito, corse in sul luogo, ed impose ai suoi soldati di ritornare immediatamente in quartiere nell’ex-convento di San Domenico fuori di città, e così ubbidito nel suo comando ebbero fine le baruffe, le zuffe, le risse, senza che si dovesse deplorare alcun disastro.
»Da ciò argomentarono le Autorità essere cosa conveniente di allontanare da Macerata la Legione garibaldina, la quale partì come fu promesso il 24 gennaio 1849.
»3º Il Collegio elettorale per la nomina dei deputati all’Assemblea Costituente Romana fu tenuto in Macerata, come in tutti gli altri paesi dello Stato, il giorno 21 gennaio surripetuto, e per l’affluenza de’ votanti non essendo state sufficienti le sette ore stabilite dalla legge in detto giorno, la votazione fu proseguita nel giorno successivo 22.
»Il generale Garibaldi fu uno degli eletti; ed a maggioranza rimarchevolissima di voti. Il numero dei voti raccolti dal Generale non può precisarsi, attesochè nell’ufficio rovistato dall’estensore della presente non esistono gli atti relativi alla pratica, di quel Collegio elettorale.»
[114]. La Italia, Storia di due anni, scritta da C. A. Vecchi, vol. II, pag. 38.
[115]. Ci fu favorita dalla cortesia squisita del nostro egregio amico ingegnere Clemente Maraini, che ne possiede l’autografo.
[116]. L’esatta verità sulla forza dell’esercito francese spedito a Roma non fu dato nè a noi, nè ad alcuno degli storici italiani, saperla e dirla precisamente. Perocchè gli scrittori francesi, tanto ufficiali che ufficiosi, l’hanno sempre imbrogliata e nascosta; come imbrogliarono, nascosero e tradirono la verità de’ fatti. Da ciò consegue che anche la forza del primo Corpo spedizionario bisogna argomentarla. Ora è certo che esso era comandato in secondo da un generale divisionario, il Saint-Jean D’Angely, e che al 30 aprile si trovarono in azione due brigate. Il Corpo spedizionario adunque doveva contare per lo meno una divisione, la quale se fosse stata completa avrebbe dato circa dodicimila uomini. Supponendola non completa, ma aggiungendovi le truppe di marina e le altre truppe complementari, crediamo tenerci piuttosto al disotto che andar al disopra del vero fissando la cifra di diecimila uomini.
Durante l’assedio poi l’esercito francese fu rinforzato di altre due divisioni col proporzionato numero di truppe del Genio e dell’Artiglieria, sicchè il Torre non esita a stabilirne la forza a circa quarantamila uomini e settanta pezzi d’artiglieria, di cui quaranta d’assedio. — Vedi Torre, op. cit., vol. I, lib. VI.
[117]. Nella Vita di Nino Bixio. Firenze, G. Barbèra, edit.
[118]. In alcuni suoi Ricordi manoscritti, di cui ci fu, come di tant’altre notizie, generoso.
[119]. Alludiamo al fatto del maggiore Picard e del suo battaglione, che Nino Bixio prima da solo, poi coll’aiuto del maggiore Franchi di Brescia e d’alcuni suoi soldati, riuscì a trarre prigioni in Roma. Lo narriamo estesamente nella nostra Vita di Nino Bixio.
[120]. Non tutti noti però. Così nelle storie pubbliche, come nei nostri documenti privati, non troviamo memoria che dei seguenti:
Fra i morti, memorabile fra tutti, Luigi Montaldi da Genova, capitano della Legione italiana di Montevideo, da Garibaldi paragonato, per le fattezze gentili, la mente colta e l’animo eroico, a Mameli ed a De Cristoforis; e di cui il generale Sacchi ci lasciò questo ricordo biografico:
«In Montevideo comandava una compagnia di Cacciatori. Dal Salto Garibaldi lo mandava in missione a Montevideo, scendendo l’Uruguay su di una piccola goletta mercantile. Le due rive dell’Uruguay, meno il Salto, erano in potere del nemico. A Paysandù (sulla sinistra dell’Uruguay), le di cui batterie battevano il canale navigabile, fu attaccato da forze nemiche marine guidate da un Italiano (Gavazzi di Genova). Il Montaldi preparò la difesa, ma la compiè solo; i suoi marinai (che non erano soldati) lo abbandonarono, parte gettandosi all’acqua, altri sotto coperta della goletta; da solo scaricò quindici o venti fucili all’uopo preparati; da solo si oppose all’abbordaggio con estremo valore e con prospero successo per qualche tempo, ma finalmente ferito e sopraffatto dal numero dovette cedere; l’ultimo colpo di pistola lo scagliò sul comandante delle forze nemiche che pel primo montava all’abbordaggio, e gli fracassò il braccio destro, che gli venne poi amputato. Il suo valore e le raccomandazioni del Gavazzi gli valsero salva la vita. Il nemico ammirato da tanta prodezza lo tenne prigioniero (caso unico, dacchè si aveva a fare con un nemico che non dava mai quartiere!). Dopo infiniti patimenti sopportati per un anno e più con dignità e costanza, fu liberato dalla prigionia in un assalto dato al paese di Paysandù, che cadde in nostro potere. Di questo giovane ignoto quasi ne è il nome, che pur è degno di essere annoverato fra i migliori e più valorosi figli d’Italia.»
Garibaldi scrisse al Guerrazzi (Assedio di Roma, pag. 696) che il Montaldi «esalò la sua grand’anima per diciannove ferite;» ma il Sacchi più preciso dice: «Il maggiore Montaldi, dopo aver fatto prodigi di valore, cadde colpito nel petto da palla francese; nella fuga i Francesi passarono sul suo corpo e barbaramente lo crivellarono di colpi di baionetta, rendendolo irriconoscibile.»
Dopo di lui sono ricordati: il tenente Paolo Narducci, romano; Enrico Pallini, aiutante maggiore dell’artiglieria; i tenenti Righi e Zamboni; il capitano Leduch, belga, del quinto reggimento; il brigadiere Della Vedova.
Fra i feriti si leggono: il maggiore Marocchetti, il capitano Pifferi, il chirurgo Scianda, il commissario di guerra Ghiglioni; i tenenti Belli, Dell’Oro, Rota, Tressoldi, Statella (morto poi a Custoza tenente colonnello de’ Granatieri), il maresciallo Ottaviano, il cadetto Mancarino, il caporale Lodovich.
[121]. Nella seduta del 1º maggio il Presidente dell’Assemblea propose che fosse dato un attestato di riconoscenza a Garibaldi per le tante prove di valore che aveva date nel combattimento del 30 aprile.
L’Assemblea decise che tale attestato si sarebbe dato a tutti i meritevoli a cose finite.
[122]. Il Vecchi dice che l’Oudinot levò il campo al solo veder Garibaldi. Non è così: Garibaldi non arrivò che in vista di Castelguido, e l’Oudinot non si mosse da Castelguido che la sera.
È poi un’invenzione, non so di chi, a torto raccolta dal Vecchi, che l’Oudinot mandasse, dopo quel giorno, a chiedere una tregua.
[123]. Al 30 aprile il Torre (op. cit.) calcolava presenti circa novemilacinquecento uomini: sommando ad essi i nuovi Corpi, si arriva intorno alla cifra anche da noi calcolata.
Il Del Vecchio poi dice che Roma, dopo la sortita di Garibaldi, era stata lasciata «alla guardia del popolo.» Se è una frase, passi; se vuol significare qualcosa di preciso, la rassegna delle forze romane che siamo venuti facendo sin qui dovrebbe smentirla. (Vedi Del Vecchio, Prefazione ai Documenti della Guerra santa 1849.)
[124]. Queste ultime sono parole testuali di Federigo Torre, nella sua citata Storia dell’intervento francese in Roma nel 1849, vol. II, pag. 128.
Il Torre, come è noto, fu nel 1849 ufficiale superiore al Ministero della guerra, e il suo libro, specialmente rispetto alla enumerazione delle forze, merita pienissima fede.
[125]. Carlo Pisacane, Guerra combattuta in Italia negli anni 1848 e 1849, pag. 269-270.
[126]. Torre, op. cit. — Hoffstetter, Garibaldi in Rom, Tagebuch aus Italien 1849. — De Vecchi, Storia di due anni, 1848 e 1849. — Farini, Lo Stato romano, ec. — Guerrazzi, L’assedio di Roma. — Mario, Garibaldi. — Del Vecchio, op. cit.
[127]. E non novantasei, come scrive il Guerrazzi. I Lancieri non furono mai novantasei, e arrivarono soltanto a ottantacinque sul finire dell’assedio.
[128]. Il Bassi era stato restituito nel cambio generale dei prigionieri fatto il 7 maggio. Anche in quel caso però la condotta del Generale francese fu perfida. Il Triumvirato aveva decretato la restituzione totale e gratuita dei prigionieri con tutte le loro armi e bagagli. L’Oudinot, all’apparenza, non tollerò di farsi superare di generosità dal suo nemico; ma in realtà commise una delle sue solite baratterie, restituendo il battaglione Melara (sostenuto proditoriamente a Civitavecchia prima che la guerra cominciasse), ma senza armi.
[129]. Marchetti, dice il Torre, ed altri lo ripetono. Marocchetti, il Sacchi ed il Cenni.
[130]. Vi fu posta una epigrafe, che rammenta la passata di Garibaldi e la battaglia.
[131]. I Volontari e i Bersaglieri lombardi, di Emilio Dandolo.
[132]. Dai Ricordi manoscritti del generale Sacchi.
[133]. Era a sinistra del Casino de’ Quattro-Venti. Giovanni Cadolini, soldato allora della Legione Medici e ferito il 30 giugno, così racconta nelle sue private Memorie, che volle favorirci, l’episodio.
«Venne pertanto la sera, e il Medici, temendo di dovere più tardi abbandonare quella casa, fece ammannire nella stanza del piano terreno molta paglia ed altri combustibili a fine di incendiare quel fabbricato al momento in cui fossimo costretti ad abbandonarlo. Quando tutto a un tratto, senza che il Medici avesse ordinato di appiccare il fuoco, vediamo la casa in fiamme. Fu capriccio, fu tradimento di alcuno?: la casa era stata incendiata. Allora fu unanime fra noi il pensiero e il grido: — Ai nostri morti! — Non volevamo che i cadaveri dei nostri morti, rimasti al secondo piano, fossero consumati dalle fiamme. In un attimo sorse allora una gara fra noi di accorrere, passando in mezzo al fuoco, per sottrarre da quella maniera di distruzione i cadaveri dei nostri compianti amici.
»Questo episodio fu una rivelazione ben singolare dei sentimenti e delle nobili passioni che si agitavano in quelli animi; l’esporsi a simili pericoli per salvare uomini viventi è istintivo in tutti, ma per sottrarre dei cadaveri è religione per la memoria dei caduti per la libertà e per l’onore della patria. Sottratti i cadaveri all’incendio, ogni cura si adoperò ad estinguere le fiamme, che già arrivavano al tetto; e si riuscì in ciò così rapidamente da poter salvare la maggior parte della casa.»
[134]. Questi nomi togliemmo parte dalle Memorie, op. cit., del Torre, parte dai Ricordi manoscritti del generale Sacchi.
[135]. Anche l’Adelchi ai Longobardi fuggenti:
Per Dio! la via che avete presa è infame;
Il nemico è di là....
(Adelchi, atto III, scena 3ª.)
[136]. Giudizio di Emilio Dandolo nei suoi Volontari e Bersaglieri lombardi.
[137]. Estratte dagli Archivi romani, Cartone 1849. Dal 1º al 10 giugno.
[138]. Il che non toglie, checchè n’abbia scritto Garibaldi, che non possa e non debba esserlo.
[139]. Anche il Torre (op. cit., pag. 201) dubita della felice riuscita di quella impresa, ed è in dubbio se Garibaldi n’abbia voluto seguire in tutto l’idea, o solo operare una sortita per manomettere i lavori del nemico.
L’Hoffstetter non parla invece di quella generale sortita, e dice solo che il Rosselli doveva raccogliere per Garibaldi cinque o seimila uomini.
Il Baroni (I Lombardi nelle guerre italiane 1848-49, Memorie narrate da Caloandro Baroni, già maggiore ne’ Bersaglieri lombardi, vol. II, pag. 64) scrive che la spedizione di Garibaldi fu ordinata dal Rosselli, ed è probabile che questi, smesso il pensiero della grande, si sia accontentato della piccola.
[140]. Anche la storia della sortita notturna la troviamo narrata in tre modi diversi da tre scrittori ugualmente credibili; e chi voglia persuadersene non ha che a leggere il Torre (op. cit., vol. II, pag. 201), il Baroni (pag. 66-69) e l’Hoffstetter (pag. 181-187). Noi abbiamo preso un po’ dall’uno e dall’altro quel che ci parve più ragionevole e verosimile; ma non stiamo mallevadori che tutto sia per l’appunto avvenuto così, e questo ci riconferma nel pensiero che la storia dell’assedio di Roma abbia bisogno di essere ancora riveduta con lume di critica e rifatta con nuovi e più scelti documenti.
[141]. L’Oudinot si vantò di combats acharnés nella sua Relazione del 22 giugno 1849, inserita nel Moniteur Universel del 29 dello stesso mese.
[142]. L’Hoffstetter anzi parla d’un consiglio di guerra. — Vedi Garibaldi in Rom, Tagebuch, ec., pag. 181.
[143]. Farini, Lo Stato romano, vol. IV, pag.200.
[144]. Generale Vaillant, Relation du Siège de Rome, pag. 129: «Il faut le dire, ce combat d’artillerie qui dura un jour et demi fut soutenu de part et d’autre avec une remarquable vigueur, avec beaucoup de persévérance et de bravoure.»
[145]. Una volta appunto che alcune gentildonne romane erano in visita da lui, una bomba schianta la tenda e seppellisce sotto un monte di terra, gentildonne, Garibaldi e tutto. Un’altra, trovandosi nella batteria del Pino l’Hoffstetter, il Ghilardi e l’Avezzana, un’altra bomba cade tanto vicina al gruppo, che tutti si gettano a terra, e Garibaldi che non s’era mosso dice all’Hoffstetter: «Grazie che vi siete gettato sopra di me;» e se volessimo noverare le volte in cui Garibaldi ebbe la persona coperta dalla polvere e avvolta dai frammenti delle granate nemiche, non finiremmo più.
[146]. Il capitano Casini fu portato all’ambulanza di Villa Pamfili col cranio aperto da dieci colpi di sciabola, la coscia forata da dieci baionettate e il braccio frantumato.
[147]. Tutti raccontano questo discorso in modo diverso.
[148]. Il testo preciso del discorso non fu fino ad ora stampato da alcuno, perchè assai probabilmente non fu da alcuno raccolto. Però ogni biografo se l’è confezionato a suo gusto, senz’altro torto, a dir vero, che di non averlo confessato. Il Vecchi, per esempio, gli mette sulle labbra un lungo discorso alla Tito Livio; il Farini lo fa cruscheggiare; il Mario gli fa scrivere un proclama immortale, che non scrisse mai, e così di seguito ognuno secondo la sua rettorica e il suo capriccio. La sola frase nella quale tutti convengono, e che è viva nella tradizione garibaldina, è: «Vi offro fame, sete, marcie, battaglie e morte,» e questa l’ho serbata fedelmente. Il resto è uno stillato delle varie lezioni fatte da me, giusta il criterio della maggiore verosimiglianza e dello stile dell’uomo.
[149]. Tutti parlano di quattromila uomini; l’Hoffstetter, che era con essi, di duemilacinquecento fanti e quattrocento cavalli. — Così il Sacchi nelle Memorie manoscritte, e ci atteniamo a questa cifra.
[150]. Per tutto ciò che riguarda la ritirata da Roma a San Marino abbiamo seguíto il libro già ricordato (Garibaldi in Rom, Tagebuch aus Italien, 1849, von Gustav von Hoffstetter, damaligem Major in romischen Diensten. Zürich, 1860), il solo fra molti che ci sia apparso, quanto all’itinerario, specialmente ordinato e preciso; e che sia stato trovato tale anche dal generale Sacchi e dal colonnello Cenni, che furono compagni di Garibaldi in quel periodo.
[151]. Quanta fosse la incertezza dei Generali austriaci sulle mosse di Garibaldi, ne sia di testimonio questa lettera del D’Aspre all’Oudinot:
«Firenze, 13 luglio 1849.
»Signor Generale,
»In riscontro alla lettera che mi avete fatto l’onore d’indirizzarmi, mi affretto di comunicarvi che il mio capo di Stato Maggiore ed il signor capitano Falopp han chiesto di comune accordo i siti da occuparsi dai due eserciti rispettivi, ed aggiungo qui un estratto. Suppongo che questa linea avrà la vostra approvazione, e non dubito affatto che in seguito c’intenderemo con la medesima facilità.
»I miei rapporti degli 11, da Perugia, pongono Garibaldi a Todi con seimila uomini, trecento cavalli e tre pezzi d’artiglieria. Le mie truppe occupando Perugia avrebbero potuto avere di già uno scontro.
»Siccome il partigiano o brigante Forbes si è unito a Garibaldi, riesce difficile valutarne con precisione le forze; le proprie lo abbandonano, altre bande gli giungono in rinforzo, e l’Italia centrale non sarà pacificata prima che i partigiani non siano intieramente dispersi, presi o almeno allontanati da questo continente.
»Ho dato su tal proposito degli ordini alle truppe che sono scalonate da qui a Foligno; si trovano nel momento a Perugia quattro battaglioni, uno squadrone e mezzo e sei pezzi d’artiglieria, ed a Foligno due battaglioni e mezzo squadrone, da riunirsi in caso di bisogno.
»Se lo scontro avesse avuto luogo, avrebbe dovuto anche in questo momento esser deciso; credo piuttosto che il progetto annunziato da Garibaldi di penetrare in Toscana era un’astuzia di guerra, e che si getterà piuttosto negli Abruzzi, o cercherà di guadagnar l’Adriatico tra Spoleto, Norcia e Ascoli; quest’ultima città è occupata da un distaccamento austriaco appartenente alla guarnigione d’Ancona.
»Permettetemi, Generale, di felicitarvi riguardo al fatto d’armi da voi gloriosamente condotto a termine, nonostante le difficoltà di ogni sorta che vi si opponevano. Assai sensibile a tutto quel che mi dite di obbligante, spero che le nostre attuali relazioni mi porranno nel caso di verbalmente indirizzarvi le espressioni della mia alta considerazione.
»D’Aspre.
»Al signor generale Oudinot, comandante, ec.»
Torre, op. cit., vol. II, pag. 308-309.
In altra poi del 31 luglio dello stesso allo stesso, il generale D’Aspre supponeva a Garibaldi l’intenzione di imbarcarsi a Santo Stefano sulle coste della Maremma toscana.
[152]. Alludeva a questo combattimento il Rapporto del Console generale pontificio qui trascritto:
«Livorno, dal Consolato generale pontificio,
li 21 luglio 1849.
»A Monsignore Bedini,
Commissario straordinario pontificio — Bologna.
»Garibaldi. — Scontro colla truppa toscana a Chiusi.
»Eccellenza Reverendissima,
»Porto a cognizione dell’Eccellenza Vostra Rev.ma essere stato assicurato che Garibaldi co’ suoi abbia avuto il 18 corrente, a Chiusi nel Granducato, uno scontro colla truppa toscana, la quale soffrì la perdita del maggiore Bartolena, di due ufficiali e di alcuni soldati. Sembra che in quel paese facesse degli ostaggi di persone ragguardevoli, imponendo loro contribuzioni pecuniarie, conducendoli seco a Montepulciano, dove dicesi sia rinchiuso con viveri e munizioni. Molti volontari dei paesi a quello circonvicini si sono armati, e colla truppa toscana ed austriaca lo hanno circondato.
»Questa mane, alle ore otto, è qui giunto col treno della strada ferrata da Firenze un battaglione di truppa austriaca che recasi a Porto Santo Stefano.
»Il comandante di questa Marina militare ha ordinato che sia messo in perfetto ordine il regio Barco, il quale, condotto da un ufficiale, si dirigerà a Viareggio, onde ivi ricevere S. A. R. I. il Granduca di Toscana tosto che vi giungerà.
»E pieno della più alta stima e considerazione passo all’onore di ossequiamente rassegnarmi
»Dell’Eccellenza Vostra Rev.ma
»Umil. dev. obbl. serv.
»Il Console generale pontificio
»Pio march. Romagnoli.»
Vedi Il Governo pontificio e lo Stato romano: Documenti preceduti da una Esposizione storica, e raccolti per Decreto del Governo delle Romagne dal cav. Achille Gennarelli, avvocato nella Sacra Rota, già Residente di Collegio della Pontificia Accademia Archeologica, ec. ec. — Parte prima, pag. CXV, 246.
[153]. Il signor Carlo Corsi, ora colonnello di Stato Maggiore, che viaggiava in quell’anno per que’ paesi e si trovò più volte avviluppato tra le colonne austriache, narra ne’ suoi Venticinque anni in Italia (vol. I, pag. 193-194) parecchi aneddoti di quella campagna non privi d’interesse, e taluno de’ quali, come il seguente, può far prova del gran d’affare che il famoso guerrillero dava ai suoi persecutori e dell’alto concetto in cui essi lo tenevano.
Ad un tratto giunge l’avviso che una colonna d’Austriaci scende dalla montagna. Ed eccone la vanguardia, e non molto dopo il resto. È un battaglione del reggimento Baumgarten con un drappello d’Ussari. Lo comanda un colonnello. Entrano nel paese, pongono le guardie, mandano pattuglie. Erano così trafelati e stanchi che a fatica si reggevano in piedi, da far pietà. Maledicevano a quei paesi, a Garibaldi e a chi teneva per lui. Un capitano, che proprio non ne poteva più, diceva in pretto italiano: — Questo diavolo ci condurrà così a spasso fino all’inferno, o in Africa per lo meno. È un altro Abd-el-Kader costui! — Ma pure li ufficiali erano compresi anch’essi d’ammirazione per quell’ardito, lo giudicavano un partigiano di gran vaglia, nè si curavano gran fatto di metterlo alle strette, anzi desideravano che gli rimanesse aperto qualche modo di scampo, purchè quella maledetta caccia per monti e valli finisse.»
[154]. Op. cit., pag. 413.
[155]. L’Hoffstetter ha die Trossknechte (op. cit., pag. 413), e la traduzione in saccardi è giusta. Soltanto la voce saccardi, nel senso di Custodi o Conduttori delle bagaglie, è fuori d’uso e nell’esercito principalmente non si capirebbe. Per usar la voce tecnica nostra bisognerebbe dire Conduttori del Treno.
[156]. Vedi Le Bande garibaldine a San Marino. Racconto storico del capitano Oreste Brizzi, cavaliere di varii Ordini civili e militari, decorato di varie RR. medaglie d’onore cittadino, uffiziale dei Granatieri e consultore militare della Repubblica di San Marino, membro di molte illustri Accademie italiane e straniere, ec. Arezzo, 1850.
[157]. Leggasi per questi particolari il seguente Rapporto del Commissariato di sanità in Cesenatico:
«Commissariato di Sanità di Cesenatico.
»Eccellenza,
»Ieri a sera alle ore 10 pomeridiane circa giunse in questo paese Garibaldi, assieme al suo Stato Maggiore e varii altri suoi satelliti, i quali in tutti potevano contare il numero di circa duecentocinquanta, e dopo aver fatto prigionieri sette soldati tedeschi che qui stanziavano, non che due ufficiali provenienti da Ravenna e Cervia diretti per Rimini a quel Comando, facevano pure prigionieri il brigadiere dei Carabinieri e due di linea sussidiarii alla brigata dei Carabinieri.
»Requisì poi con la forza, minacciando della vita a chi non si prestava, tredici legni pescatori chiozzotti, ove poscia si sono imbarcati questa notte, e questa mattina alle ore 6 antimeridiane hanno salpato dal porto prendendo la direzione di greco o levante, avendo però tenuti seco tanto i militari austriaci, compreso i due uffiziali, come pure la frazione dei Carabinieri. Che per quante raccomandazioni si sono potute fare, non si è potuto ottenere, da questi barbari, la grazia di essere liberi questi poveri infelici.
»Per sollecitare poi la evasione hanno preso a tutta forza varii marinai da diversi bordi che avevano approdato al porto ieri a sera in causa di mare burrascoso, restando così varii legni senza l’intero suo equipaggio.
»Tanto mi credevo subordinare all’Eccellenza Vostra, per via straordinaria, mentre con profondo ossequio e rispetto ho l’alto onore di segnarmi
»Dell’Eccellenza Vostra
»Cesenatico, li 2 agosto 1849.
»Umil.mo dev.mo obbl.mo servo
»Clemente Cavalchi, comandante.»
Vedi Il Governo pontificio e lo Stato romano: Documenti, ec. ec. Parte prima, pag. CXV, 246.
[158]. Citato nel libro di P. C. Boggio, Da Montevideo a Palermo, Vita di G. Garibaldi, pag. 17.
[159]. Ed è dalle Memorie manoscritte del Bonnet, di cui egli volle esserci generoso, che noi togliamo tutto il racconto della fuga di Garibaldi traverso le valli di Comacchio, della morte d’Anita e del di lui miracoloso salvamento. E poichè è il salvatore stesso che parla, teniamo per errata od incompiuta ogni altra narrazione.
Della generosa parte avuta dal Bonnet in quel tragico episodio, fanno testimonianza i due seguenti documenti:
(Municipio di Comacchio, Nº 553.)
«Comacchio, li 6 febbraio 1869.
»Regno d’Italia.
»Provincia di Ferrara. — Città di Comacchio.
»Dichiara il sottoscritto che il signor colonnello Nino Bonnet nel 1849, quando il generale Garibaldi, inseguíto sull’Adriatico da legni austriaci che incrociavano dinanzi alla Venezia, approdava su queste spiagge, senza temer pericoli si diede ogni cura per salvare quel Prode come difatti vi riescì, ed è cosa pubblicamente notoria che accusato da anonimi scritti di aver strappato di mano agli Austriaci il Garibaldi, fu chiamato da quel Comandante che intimogli alla presenza dei Gendarmi pontificii gli arresti. È pur noto che il Bonnet gli rispose, che se avesse dato retta a quegli scritti avrebbe commesso ingiustizia, e che egli impegnava la sua parola di Capitano d’onore che sarebbe, ogni qualvolta l’avesse fatto chiamare, comparso a render ragione del suo operato. Fu messo in libertà, ed invitato poscia a comparire di nuovo innanzi al medesimo, non valsero le preci de’ suoi amici a che non si presentasse perchè correva rischio di essere fucilato, ch’egli volle presentarsi al predetto Comandante, dicendo che mai avrebbe mancato alla sua parola d’onore, e difatti, presentatosi, venne fatto arrestare, ed incatenato mani e piedi fu tradotto a Bologna.
»Certifica altresì che i giornali d’allora portavano la di lui fucilazione: ma essendo giunto in Bologna quattro giorni dopo il Padre Ugo Bassi e Livraghi, ed essendo stato rimpiazzato al Gorzkowski il generale Strasoldo meno inumano, dopo trenta giorni fu posto in libertà, però sempre sospetto ed inviso agli Austriaci.
»Tanto si depone per la verità.
»Il R. Sindaco
»Firmato — L. Feletti.
»La presente copia è conforme all’originale, col quale è stata collazionata.
»L’Assessore municipale
»Carli.»
«Lovere, 7 agosto 1859.
»Carissimo Amico,
»In nessuna circostanza della vagante mia vita io non vi ho mai dimenticato. E come potevo scordare voi, che foste il mio Angelo salvatore, nell’ora del pericolo, e di angoscie che non si potrebbero nemmeno desiderare ad un nemico?
»Io sono contento d’aver con me vostro fratello, ed avvicinandomi verso le vostre contrade io spero riunirmi anche con voi al conseguimento della sacra missione che ci siamo proposta.
»Le reliquie della cara mia donna, che foste tanto gentilmente buono da custodire, e per cui vi devo tanta gratitudine — che non si rimuovano per ora — noi le traslocheremo quando fia d’uopo.
»Circa le vostre memorie — troppo onorevoli per i miei piccoli fatti — io lascio a voi libera disposizione; spero non tarderemo a rivederci, e sono intanto per la vita
»Vostro
»Firmato — G. Garibaldi.
»La presente copia è conforme all’originale, col quale è stata collazionata.
»L’Assessore municipale
»Carli.»
[160]. Il 3 giugno.
[161]. Ecco il Rapporto del Delegato di polizia di Ravenna:
«Governo pontificio.
»Direzione generale di Polizia in Ravenna.
»Rinvenimento d’ignoto cadavere.
»Eccellenza Reverendissima,
»Mi reco a premuroso dovere di rassegnare rapporto a Vostra Eccellenza Rev.ma sul rinvenimento d’ignoto cadavere.
»Venerdì scorso, 10 corrente, da alcuni ragazzetti in certe larghe, di proprietà Guiccioli alle Mandriole in distanza di circa un miglio dal porto di Primaro, e di circa undici miglia da Comacchio, fu trovato sporgere da una motta di sabbia una mano umana. Presso la ricevuta notizia andette ieri la Curia in luogo, dove giunta fu osservata la detta mano e parte del corrispondente avambraccio che erano stati divorati da animali e dalla putrefazione. Fatta levare la sabbia che vi era per l’altezza di circa mezzo metro, fu scoperto il cadavere di una femmina, dell’altezza di un metro e due terzi circa, dell’apparente età di trenta a trentacinque anni, alquanto complessa; i capelli già staccati dalla cute, e sparsi fra la sabbia, erano di colore scuro, piuttosto lunghi, così detti alla puritana,
»Fu osservato avere gli occhi sporgenti, e metà della lingua pure sporgente fra i denti, nonchè la trachea rotta ed un segno circolare al collo, segni non equivoci di sofferto strangolamento. Nè alcun’altra lesione fu osservata nella periferia del di lei corpo; fu veduto mancarle due denti molari nella mandibola superiore alla parte sinistra ed altro dente pur molare alla parte destra della mandibola inferiore. Sezionato il cadavere, fu trovato gravido di un feto di circa sei mesi. Era vestita di camicia di cambrick bianco, di sottana simile, di bournous egualmente di cambrick fondo paonazzo fiorato bianco, scalza nelle gambe e nei piedi, senza alcun ornamento alle dita, al collo, alle orecchie tuttochè forate. Li piedi mostravano d’essere di persona piuttosto civile e non di campagna, perchè non callosi nelle piante. La massa delle persone accorse dalle Mandriole di Primaro, di Sant’Alberto ed altri finitimi luoghi non seppero riconoscere il cadavere. Non si è potuto stabilire il colore della carnagione per essere il cadavere in putrefazione, nel qual caso non rappresenta il color naturale. Nè si credette trasportarlo in più pubblico luogo per la ricognizione, atteso il gran fetore, per cui fu subito sotterrato anche per riguardo della pubblica salute.
»Tutto ciò conduce a credere che fosse il cadavere della moglie o donna che seguiva il Garibaldi, sì per le prevenzioni che si avevano del di lei sbarco da quelle parti, sì per lo stato di gravidanza. Fin qui è oscuro come sia giunta quella donna in quei siti, e come sia rimasta vittima. Si stanno però praticando le opportune indagini, delle quali sarà mia premura sottomettere all’E. V. Rev.ma all’opportunità l’analogo risultato.
»Intanto con perfetta stima e profondo rispetto ho l’onore di ripetermi
»Di V. E. Rev.ma
»Ravenna, 12 agosto 1849.
»Dev.mo servitore
»A. Lovatelli, Delegato.»
«Governo pontificio.
»Direzione provinciale di Polizia in Ravenna.
»All’Eccellenza Reverendissima
»di Monsignor Commissario straordinario — Bologna.
»Eccellenza Reverendissima,
»In seguito al precedente mio rispettoso foglio del 12 corrente con egual numero, sottoponeva all’E. V. Rev.ma che col mezzo delle indagini praticate dalla Polizia e con segreti confidenti da lei posti in giro, ho potuto venire nella chiara e precisa conoscenza dei fatti relativi al rinvenimento dell’ignoto cadavere di donna. Non vi ha in oggi più dubbio che il suddetto cadavere non sia della donna che seguiva Garibaldi. Fu dessa condotta moriente su di un biroccino da Garibaldi istesso alla casa colonica dei fratelli Ravaglia, fattori dei marchesi Guiccioli in una di lui proprietà alle Mandriole. La donna era invasa da febbre perniciosa, siccome espresse il medico Nannini di Sant’Alberto, che, trovatosi presente colà casualmente all’arrivo di essa, le tastò il polso. Asportata in una camera ed adagiata su di un letto, le fu apprestato il soccorso di un bicchiere d’acqua, ma non appena ne sorbì pochi sorsi cessò di vivere.
»Eravi presente il Garibaldi, il quale si sfogò in atti di inconsolabile dolore per tale disgrazia e poco dopo si diede alla fuga, raccomandando a quella famiglia di dare onorata sepoltura al cadavere. Questi fatti avvenivano il 4 corrente verso sera alla presenza di più che venti persone, essendosi colà riuniti gl’inservienti di quella fattoria per essere pagati della mercede delle opere prestate nel corso della settimana.
»Ho subito spedito nel luogo un impiegato di Polizia per procedere all’arresto dei fratelli Ravaglia, lo che è già stato eseguito; ed il Tribunale sta ora costruendo l’analogo incarto. Si vede fin d’ora che li suddetti coloni, compresi da timore di essere rimasti esposti a grave responsabilità per il ricovero dato momentaneamente a Garibaldi, e per la morte avvenuta in loro casa della di lui moglie, si appigliarono al partito di occultare l’avvenimento e quindi si indussero a sotterrare in campagna quel cadavere.
»Sarà mio dovere informarla delle risultanze del processo; ed intanto con perfetta stima e profondo rispetto passo a confermarmi
»Di V. E. Rev.ma
»Ravenna, li 15 agosto 1849.
»Umil.mo dev.mo servitore
»A. Lovatelli, Delegato.»
Vedi Il Governo pontificio e lo Stato romano, ec., Documenti già citati.
[162]. «L’errore a primo giudizio del professor Foschini fu causa che si credesse che il fattore Ravaglia fosse creduto autore di questo misfatto, in conseguenza di che venne assalito dal famoso Pelloni, detto il Passatore, che infestava le Romagne, pretendendo dal Ravaglia i denari rubati a Garibaldi. Ciò fu la causa della morte di un fratello del fattore cagionatagli dalle percosse avute, ed il Ravaglia quasi strozzato, ebbe il cordino al collo, e finalmente lasciato dal Pelloni in uno stato deplorevole.» — (Nota del Bonnet.)
[163]. Non aggiungiamo nulla a quanto narrò Garibaldi stesso nelle sue Memorie. Vedi in Elpis Melena, op. cit., vol. II.
[164]. Solo adesso, già composte queste pagine, troviamo la notizia che Garibaldi non ebbe soltanto tre figli, come fu creduto fin’ora, ma quattro; cioè oltre a Menotti, Teresita e Ricciotti, anche Rosita, una bambina partoritagli da Anita nel 1842, e morta a Montevideo nei giorni in cui egli comandava la spedizione del Salto, nel 1846.
Ciò si desume da questi frammenti manoscritti in lapis tutti di pugno di Garibaldi, che ebbi dalla cortesia del mio amico Basso:
«Un giorno io era al Salto a cinquecento miglia al settentrione di Montevideo sul fiume Uruguay, confluente del Rio della Plata. La fortuna s’era compiaciuta di favorirmi in ogni mia operazione. Col mio piccolo contingente di dugento Legionari italiani, onore dell’armi italiane, e pochi cavalli — posso dire pochi, poichè erano sei soli i cavalli imbarcati al principio della spedizione — si erano operati prodigi, e mi trovavo alla testa d’una rispettabile colonna di fanteria, cinquecento cavalieri e circa duemila cavalli presi dal nemico. Il dipartimento del Salto tutto in nostro potere, e la Colonia militare in uno stato floridissimo.
»Io dico Colonia militare, poichè essendo spopolato il paese e tutta la gente da noi liberata dai nemici, che l’avevano strappata a forza dalla città del Salto e condotta sulle sponde del Tapevi ed ove intieramente li sbaragliammo — dico dunque Colonia, perchè erimo noi obbligati di custodire l’unico prodotto del paese: il bestiame.
»In quel giorno dunque io ero felice quanto lo può essere un soldato, cui ogni cosa di guerra va a gonfie vele. Quando giuntami una lettera dal generale Pacheco, allora ministro della guerra in Montevideo, laconicamente diceva:
»Vostra figlia Rosita è morta! In ogni modo dovrete saperlo. — Dunque tu non sei padre! non lo fosti! e non lo sarai giammai! — Tale era e fu quell’uomo! — Perchè se padre, egli meglio avrebbe apprezzato l’amore per una figlia. Io ero stato l’amico di quell’uomo, e da quel momento la sua memoria mi faceva ribrezzo.
»Lo avrei saputo, sì; e come non saperlo; io amavo tanto quella mia creatura; me ne sarei addolorato in qualunque modo — però mi sembrò sì villano il modo di colpirmi, che mi scosse sì dolorosamente, e che non ho potuto mai perdonargli.
»Io avevo amato e stimato il Pacheco; quando Montevideo, scevro dell’animosità di parte, ricorderà con gratitudine gli uomini che faticarono alla gloriosa sua difesa di dieci anni, certo il generale Pacheco, col generale Paz, figureranno alla testa de’ suoi prodi difensori, e meriteranno un ricordo dalla nuova Troia.
»L’uomo apprezza l’opera tua, e vorrebbe possibilmente fatta migliore dell’altrui. E la donna, poverina, che soffre tanto nell’opera sua? non ha essa il diritto di credere almeno d’aver partorito una bella, una buona cosa — nel bimbo o nella bimba — ch’ella diede alla luce! Tale era la mia povera Anita; e se dovessi raccontare tutte quante le doti ch’ella aveva trovato nella nostra Rosita, sarebbe cosa incredibile.
»Comunque fosse, Rosita era una bellissima, una carissima bambina! Morì dai quattro ai cinque anni: l’intelligenza sua era precoce, ed ella si estinse nel grembo della madre, come si estingue agli occhi nostri, nell’Infinito, la luce del primogenito della Natura, gradatamente, dolcemente, affettuosissimamente. Morì senza lamentarsi, supplicando la madre che non si addolorasse! che si troverebbero presto, per non più dividersi! — era un mondo di cose gentili!
»Infine, io passerò per un visionario. Ma così sincere, così veridiche, così scolpite nel suo spirito, mi sembrarono le ultime parole della figlia alla madre raccontatemi dalla mia Anita, quando giunse al Salto (ove la chiamai per paura che mi diventasse pazza), ch’io risposi all’addolorata consorte. — Oh sì! noi rivedremo la nostra Rosita, l’anima nostra è immortale!... e questa vita di miserie non è che un episodio dell’immortalità! e divina scintilla, parte della fiamma infinita che anima l’Universo. — »
[165]. Del matrimonio di Garibaldi con Anita si dubitò fino agli ultimi giorni; parecchi anzi, fondandosi sull’errore che Anita fosse già maritata, lo negavano addirittura. Il seguente Atto matrimoniale, ottenuto da Montevideo mercè la squisita gentilezza del signor Ministro dell’Uruguay, P. Antonini y Diez, tronca ogni dubbio e chiude la controversia:
«(Hay très sellos) 031318.
»Martin Perez, Cura Rector de la Parroquia en San Francisco de Asis en Montevideo,
»Certifico: que en el Libro primero de matrimonios de esta Parroquia al folio diez y nueve vuelto, se lee la partida que trascribo: «En veinte y seis de marzo di mil ocho cientos cuarenta y dos: Don Zenon Aspiazú, mi lugar Teniente Cura de esta Parroquia de San Francisco de Asis en Montevideo, autorizó el matrimonio que in facie Ecclesiæ contrajó por palabras de presente Don José Garibaldi, natural de Italia, hijo legitimo de Don Domingo Garibaldi y de Doña Rosa Raimunda; con Doña Ana Maria de Jesus, natural de la Laguna en el Brasil, hija legitima de Don Benito Riveiro de Silva y de Doña Maria Antonia de Jesus, habiendo el Señor Provisor y Vicario General dispensado dos conciliares proclamas y practicado lo demas que previene el derecho: no recibieron las benediciones nupciales por ser tiempo que la Iglesia no las imparte. Fueron testigos de su otorgamiento Don Pablo Semidei y Doña Feliciana Garcia Villagran: lo que por verdad firmo yo el Cura Rector — Lorenzo A. Fernandez.»
»Concuerda con el originai y á solicitud de parte interesada expide el presente en Montevideo á veinte y siete de Enero de mil ocho cientos ochenta y uno.
»Martin Perez.
»Buono per la legalizzazione della firma sovraposta del signor Martin Perez, parroco della Matriz a noi ben cognita.
»Montevideo, 8 febbraio 1881.
»Il Vice-Console
»Perrod.»
(L. S.)
[166]. Amigo è quasi un intercalare nel discorso domestico di Garibaldi; ricordo della lingua spagnuola. L’aneddoto l’avemmo dal generale Sacchi, che fu anche, se la memoria non ci fallisce, colui che interrogò Garibaldi.
[167]. Felice Orrigoni di Varese, patriotta, soldato, marinaio, milite negli ultimi anni della Legione italiana, combattente a Roma nel 1849 ed in Valtellina; partito per la Sicilia colla spedizione Medici; capitano di corvetta del Dittatore; simpatica e onesta figura di patriotta.
[168]. Poche e sommarie rispetto alla materia e al desiderio nostro, ma pure inedite in gran parte e crediamo tutte nuove e interessanti. Le togliemmo parte da altre lettere del Bonnet, parte dall’opuscolo: Da Prato a Porto Venere, ossia Un episodio della vita del generale Giuseppe Garibaldi, narrato al Popolo dal dottor Ricciardo Ricciardi. Grosseto, 1873.
[169]. Parlamento subalpino. Tornata 10 settembre 1849.
[170]. Commemorazione di A. La Marmora, pag. 25. Firenze, G. Barbèra, edit., 1879.
[171]. Garibaldi accettò la pensione per la madre e la rifiutò per sè. Nelle Lettere ad Antonio Panizzi (G. Barbèra, edit., 1880) se ne legge una di Massimo D’Azeglio del 25 luglio 1864, la quale dice: «Io ho sempre amato ed ammirato Garibaldi. Quando fu rotto a Cesenatico, trattavo la pace coll’Austria e incaricai i Plenipotenziari di salvarlo potendo. Poi gli feci dare una pensione che accettò per la madre e rifiutò per sè.» (Pag. 479.) Ora come mai il La Marmora dimenticò questo particolare, che il D’Azeglio, allora Presidente del Consiglio de’ Ministri, così bene ricorda?
[172]. Alfred de Reumont, Appunti alla Storia d’Italia, pag. 205. Berlino, 1855.
[173]. Dai frammenti di manoscritti datimi da G. Basso.
[174]. Tutte queste notizie intorno ai viaggi di Garibaldi dall’America alla Cina e di là in Italia, le raccogliemmo da una lunga lettera di Giovanni Basso, uno de’ marinai della Carmen e del Commonwealth; e d’allora in poi amico, segretario, soldato, intimo per trent’anni di Garibaldi.
[175]. In una specie di Bilancio scritto tutto di suo pugno da Garibaldi, troviamo, che dall’America potè riscuotere 25,000 lire e che 35,000 le ereditò dal fratello Felice. Udimmo noi stessi dire più volte, che quando comperò la Caprera poteva avere di suo circa 60,000 lire.
Alludono poi così alla morte del fratello, come a’ suoi viaggi a Nizza ed a Genova, le seguenti due lettere a quel Felice Orrigoni che accompagnò Anita Garibaldi da Nizza a Roma:
«Nizza, 31 ottobre 1855.
»Caro Orrigoni,
»Ho inteso con piacere il tuo felice ritorno e mi rincresce della perdita dell’aspettato vapore. T’invio un ordine per il signor Mangiapan acciò ti rimetta l’incarico del Salvatore, e ti prego di liquidare in luogo mio la differenza insorta tra il suddetto e l’equipaggio.
»Io non potrò recarmi a Genova sennonchè tra alcuni giorni, avendo qui mio fratello moribondo, che non posso lasciare.
»Tuo G. Garibaldi.»
«Nizza, 29 novembre 1855.
»Caro Orrigoni,
»Ho la tua del 27: sono contento della vertenza Mangiapan ed equipaggio. Partirò per Genova lunedì, benchè sono persuaso che il Salvatore non abbisogna di me essendo tu a bordo. — Comunque sia, se fa mestieri starò in Genova; ma se si dovesse rimanere lungo tempo nell’ozio, penso di far una passeggiata in Sardegna a veder come stanno le beccaccie.
»Tuo G. Garibaldi.
»Antonio Riva o Cenni sanno dove trovar specchi.»
[176]. Lo riferisce in una sua lettera al marchese Pallavicino lo stesso Foresti. — Vedi Daniele Manin e Giorgio Pallavicino: Epistolario politico 1855-1857, con note e documenti di B. E. Maineri, pag. 163. Milano, tip. edit. Bertolotti, 1878.
[177]. Ciò risulta manifestamente da questa lettera del Cosenz a Giorgio Pallavicino inserita nel detto Epistolario, pag. 400:
«Torino, 11 giugno 1856.
»Pregiatissimo Signore,
»Ecco quanto mi viene assicurato da fonte sicura e da varii altri canali, cioè che la parte meridionale è disposta a muoversi, qualora non fosse affatto deficiente d’armi. Certo, non fuvvi mai opportunità migliore di questa, essendovi l’approvazione di tutti i patriotti italiani, a qualsiasi partito politico essi appartengano. Qualora poi si potessero introdurre armi, e, ciò ch’è meglio, un poderoso numero d’armati, non è a dubitarsi che il paese tosto non insorga. Dal di fuori non si potrebbe iniziare un movimento di qualche importanza senza l’appoggio di una Potenza. Or ci si fa credere che l’Inghilterra lascierebbe fare, facendosi cautamente; ed anzi permetterebbe che la Legione anglo-italiana venisse imbarcata; su che vennero di già iniziate le necessarie pratiche. Per poter meglio ciò eseguire, vi abbisognerebbero due vapori; e siccome ne vennero proposti due, ed a buon prezzo, così ci fa mestieri, prima d’inoltrarci nelle pratiche, sapere se in tempo utile avremmo disponibile una certa somma. Garibaldi sarebbe fra i caldi promotori di questa impresa; ha già visitati i vapori, e li ha trovati adatti allo scopo. Egli si ripromette molto nella riuscita, se le cose saranno realmente nelle condizioni suindicate. Io poi vi posso assicurare che tutti quelli che hanno a cuore il nostro paese, non mancheranno di prendere parte a simile fatto. Oggi non è mestieri parlare di programma politico, che è nel cuore di tutti, ed è l’indipendenza e l’unificazione della patria nostra.»
[178]. Giorgio Pallavicino a Daniele Manin (op. cit., pag. 197):
«Intanto si lusinga il bravo Garibaldi per corbellarlo in appresso. Mi duole all’anima di quel valentuomo, il quale presta fede alle parole di Camillo Cavour. Senza un cambiamento di Ministero in Piemonte, l’Italia non si farà in eterno: abbilo per vangelo.»
E altrove, 23 settembre 1856 (pag. 204):
«L’Italia in questo momento non ha peggior nemico del Cavour.»
[179]. Daniele Manin, ec., op. cit., pag. 172.
[180]. Daniele Manin, ec., op. cit., pag. 533.
[181]. Daniele Manin, ec., op. cit., pag. 312.
[182]. Garibaldi era stato chiamato per mezzo di Giuseppe La Farina coll’intesa che fosse a Torino per la fine di novembre; ma poi avendo il conte di Cavour scritto al La Farina che il Generale poteva aspettare a venire fino alla fine di dicembre, questi non arrivò a Torino che il 20; e il 22 era già di ritorno a Caprera.
Così i particolari di questo viaggio, come i documenti riguardanti il complotto dei Ducati, di cui si parla più sotto, si ritraggono dall’Epistolario di Giuseppe La Farina, vol. II, pag. 82, 83, 84, 91, 92, 97, 98, 99, 110 e 124. Nell’Epistolario stesso si leggono parecchie lettere di Garibaldi non prive d’interesse; due delle quali non possiamo astenerci dal riprodurre:
«A Giuseppe La Farina — Torino.
»Genova, 22 dicembre 1858.
»Carissimo amico,
»Parto oggi alle 9, ed in caso che le circostanze ci precipitino all’azione (ciò che non sarebbe impossibile), mandatemi un vapore. Chiunque de’ possidenti vapori in Genova può dare un vapore per l’oggetto, in caso non si potesse mandare un vapore da guerra.
»Gli elementi rivoluzionari tutti sono con noi; è bene che Cavour se ne persuada, in caso non lo fosse pienamente, e che vi sia fiducia illimitata. Credo pure necessario che il Re sia alla testa dell’esercito, e lasciar dire quei che lo trattano d’incapacità. Ciò farà tacere le gelosie e le ciarle, che disgraziatamente fanno uno degli attributi di noi Italiani. Egli conosce oggi di chi si deve attorniare. La dittatura militare è nel convincimento di tutti: dunque, per Dio! che sia senza limite. Io ho raccomandato in Lombardia, in Toscana: Non movimenti intempestivi a qualunque costo. La venuta delle leve nello Stato nostro, e quella degli studenti di Pavia, è un fatto che voi potrete ingigantire a vostro piacimento. Io ho raccomandato che ve ne avvertino.
»Vi prego tanto di scusarmi su quanto vi ho detto. Io non ho certamente la pretensione di consigliarvi, ma di dirvi francamente la mia opinione.
»Addio, comandate
»il vostro
»G. Garibaldi.»
«A Giuseppe La Farina — Torino.
»Caprera, 30 gennaio 1859.
»Carissimo amico,
»Avevo già risposto alle antecedenti vostre, quando mi giunse l’ultima del 23. Io sono contentissimo del buon andamento delle nostre cose, e non aspetto che un cenno vostro per partire. B.[183] credo che finirà per venire con me, ad onta d’aver ancora certe mazzinerie; in caso contrario, noi faremo pure senza. Circa alle suggestioni che potrebbero venirmi da quei di Londra, state pur tranquillo. Io sono corroborato nello spirito del sacro programma che ci siam proposti, da non temere crollo, e non retrocedere nè davanti ad uomini, nè davanti a considerazioni. Io non voglio dar consigli al Conte, nè a voi, perchè non ne abbisognate; ma colla parola vostra potente sorreggetelo e spingetelo sulla via santissima prefissa. Italia è ricca d’uomini e di danari. Egli può tutto; che faccia tutto, e qualche cosa di più ancora. I nostri nemici ed i suoi più ancora lo rimprovereranno di non aver fatto, che d’aver mal fatto. Che l’organizzazione de’ Corpi Bersaglieri già menzionati sia su scala spaventosa: noi non avremo mai fatto troppo; ed io bacierò piangendo la mano che ci solleva dall’avvilimento e dalla miseria. Scrivo al Presidente nostro pure.[184]
»Sono per la vita
»vostro
»G. Garibaldi.»
[183]. Allude certamente al dottore Agostino Bertani.
[184]. Cioè al Pallavicino, presidente della Società nazionale.
[185]. Il Diritto del 3 marzo 1859 diceva: «Il generale Garibaldi è giunto a Torino;» vi doveva dunque essere arrivato fino dal giorno antecedente.
[186]. L’ordine del Cialdini suonava così: «Gli Austriaci avanzano per la sinistra del Po dopo di aver passato la Sesia a Caresana; giungeranno presto innanzi alla mia testa di ponte; non intendo di dare ordini, ma sarei lieto se la vedessi giungere colla sua colonna dei Cacciatori delle Alpi; la consiglio a sbrigarsi, perchè il nemico persiste nel voler gettare un ponte a Frassineto, e allora sarebbe quasi impossibile entrare in Casale.» — I Cacciatori delle Alpi, ec., di Francesco Carrano, pag. 194-195.
[187]. Francesco Carrano, op. cit., pag. 206.
[188]. Lo riproduciamo come documento storico e psicologico insieme. Poche volte lo stile fu più esattamente l’uomo.
«Lombardi, voi siete chiamati a nuova vita, e dovete rispondere alla chiamata, come risposero i padri vostri in Pontida e in Legnano. Il nemico è lo stesso, atroce, assassino, depredatore. I fratelli vostri d’ogni provincia hanno giurato di vincere o morire con noi. Le ingiurie, gli oltraggi, le servitù di venti passate generazioni noi dobbiamo vendicare e lasciare a’ nostri figli un patrimonio non contaminato dal puzzo del dominatore soldato straniero. Vittorio Emanuele, che la volontà nazionale ha eletto a nostro duce supremo, mi spinge tra di voi per ordinarvi alle patrie battaglie. Io sono commosso della sacra missione affidatami, e superbo di comandarvi. All’armi dunque! Il servaggio deve cessare, e chi è capace d’impugnare un’arma, e non l’impugna, è un traditore. L’Italia con i suoi figli unita e purgata dalla dominazione straniera, ripiglierà il posto che la Provvidenza le assegnò tra le nazioni.» — Carrano, op. cit., pag. 249-50.
[189]. L’inviato era l’ingegnere Cesare Piccinelli; ecco la lettera del podestà Carcano:
«Varese, 23 maggio 1859.
»Ore 6 ant.
»S’incarica il signor ingegnere Cesare Piccinelli per mandato particolare di speciale confidenza di tosto recarsi a Sesto-Calende, ed in qualunque altro paese abbia fermato il proprio Quartiere generale la colonna dell’Esercito italiano che ha stamattina varcato il Ticino, di presentarsi al Comandante della colonna stessa onde porgergli in nome di questi cittadini un benvenuto di cuore, e chiedergli e ricevere istruzioni sul contegno del Municipio di Varese per le occorrenze del momento.
»Il Podestà
»Ing. Carlo Carcano.»
Vedi Varese, Garibaldi ed Urban nel 1859, ec., del sacerdote Giuseppe Della Valle. Varese, tip. G. Carreglio, pag. 31.
[190]. È vero che la sera del 23 il nemico non era ancora comparso a Gallarate, e che perciò la marcia Sesto-Varese poteva tenersi da quel lato sicura; ma la compagnia De Cristoforis serviva sempre a mantenere il nemico nell’illusione che Garibaldi fosse sempre a Sesto, e quindi lo richiamava verso quel punto, distogliendolo dall’idea di voltare direttamente per Gazzada o per Tradate su Varese, come avrebbe potuto fare.
[191]. Varese, Garibaldi ed Urban, ec., pag. 40.
[192]. Proclama del generale Giulay da Garlasco, 24 maggio 1859. Curioso che il Generalissimo imperiale chiami civile la guerra tra i suoi Tedeschi e noi Italiani. Proprio vero: con quei signori non ci siamo intesi mai, nè credo c’intenderemo. Vedilo nell’opera succitata, Varese, ec.
[193]. Nella Campagne de l’empereur Napoléon III en Italie 1859, rédigée au Dépôt de la Guerre d’après les Documents officiels, étant directeur le général Blondel, sous le Ministère de S. E, le maréchal comte Bardon, a pag. 102 si legge:
«Mais, dès le 12, le bruit du mouvement opéré par Garibaldi était arrivé à Milan et au quartier général de la deuxième armée. Le Gouverneur civil et militaire de Milan, feld-maréchal-lieutenant Melezes de Kellermes, dirigea immédiatement sur Varèse des détachements de la garnison de Milan, pendant que le général Urban recevait du comte Giulay l’ordre de rejoindre la brigade Rupprecht et de marcher sur Garibaldi.
»Cette brigade, qui faisait partie de la division de réserve, se composait de:
- »1 Bataillon du régiment frontière de Szluin (nº 4).
- »3 Bataillons du régiment de Kellner (nº 41).
- »1 Batterie à pied, de 12.
- »1 Batterie de fusées.
- »2 Escadrons de hussards comte Haller (nº 12).»
Valutando i battaglioni austriaci a mille uomini, sarebbero stati cinquemila fanti, centosessanta cavalli, sei pezzi d’artiglieria e una batteria di razzi che il generale Urban aveva a’ suoi comandi. Ma supponendo che n’abbia lasciati una parte a Como, portò sempre contro Garibaldi quattromila uomini.
[194]. Nell’opera più volte citata del maggiore G. Carrano, Garibaldi e i Cacciatori delle Alpi.
[195]. Il generale Urban doveva far partire la colonna aggirante tra Malnate e Belforte. Anche di là non poteva, è vero, andare che per sentieri, ma aveva due terzi meno di cammino, e in un’ora al più poteva essere in linea. Io penso poi che, anche spiegato da quella parte l’attacco, il solo battaglione mandato ad eseguirlo non bastava a snidare dalle forti posizioni Garibaldi, che vi si teneva concentrato con sette od ottocento uomini. A parer mio soltanto con dimostrazioni più forti sul centro e sulla sinistra, combinate con un vero e serio attacco girante da sinistra, e il generale Urban era in forze da tentarlo, la posizione di Varese poteva essere espugnata. Invece non fu neanche seriamente minacciata.
[196]. Ecco il quadro delle sue forze desunto dall’opera citata: Campagne de l’emp. Napoléon III en Italie, pag. 104-105:
Generale Rupprecht.
- 1 Battaglione reggimento frontiera di Szluin (nº 4).
- 4 Battaglioni del reggimento Kellner (nº 41).
Generale Augustin.
- 1 Battaglione frontiera di Titel.
- 4 Battaglioni del reggimento Principe di Prussia (nº 34).
Generale Schaffgotsche.
- 3 Battaglioni di Cacciatori.
- Il 14º battaglione di Cacciatori.
- 1 Battaglione del reggimento Don Miguel (nº 39).
- 1 Battaglione del reggimento Arciduca Ranieri (nº 59).
[197]. Non però per cagion sua. Essa doveva attaccare quando sentisse cominciato il fuoco alla sua sinistra, e siccome una squadra della compagnia Susini sparò senz’ordine e prima del tempo, così anche il De Cristoforis fu tratto in inganno da quella fucilata. Del resto, gli ordini da lui ricevuti non gli permettevano di perdersi in indugi. Fu il generale Garibaldi in persona che, passando dinanzi alla fronte della compagnia pronta all’attacco dietro la Villa Amato, disse al De Cristoforis: «Capitano, appena udite la fucilata e passato questo muro, caricate alla vostra maniera.» Testuali parole udite da me stesso, e che son ben lieto di scrivere qui a maggior giustificazione di quel valente ufficiale e mio dilettissimo amico, ingiustamente accusato d’aver troppo precipitata l’azione in quella giornata.
[198]. A Varese aveva perduto tra morti e feriti circa ottantaquattro uomini, e a San Fermo trentacinque; per cui, sottraendo ancora le compagnie lasciate a Como ed a Lecco, la squadra rimasta a Varese e i malati (in tutto circa quattrocento uomini), si può con certezza affermare che la colonna in quel giorno (28) non arrivava a duemila novecento combattenti.
[199]. La citata opera (Campagne de l’emp. Napoléon III en Italie, pag. 106) dice: «Pour atténuer l’horreur d’une pareille mesure le général Urban a prétendu que le tir des pièces était dirigé de manière a épargner la ville et a n’atteindre que quelques grands bâtiments isolés et inhabités.»
Contro le parole del bombardatore attestano le vestigia del bombardamento visibili ancora in molte case, certo non isolate nè disabitate. E chi voglia saper la verità tutta, legga quel che ne scrive uno degli ostaggi ritenuti dall’Urban, testimonio del feroce spettacolo:
«Alle ore sei pomeridiane precise cominciò il bombardamento della città. Sessanta e più furono i colpi di cannone scaricati nello spazio di poco tempo. Alle nove circa fu ripetuta la scarica a doppia dose. Per maggior colmo di barbarie, e perchè avesse a farci maggiore impressione l’orrendo spettacolo, ci si aprivano le finestre. Ogni colpo era come una stilettata al cuore per gli astanti che si immaginavano il pericolo dei loro più cari. Si cominciava colle artiglierie del Quartiere generale alla Villa Pero di casa Picinini, comandate dal valoroso tenente-maresciallo Urban; poco dopo vi rispondevano quelle situate sulle alture di Giubbiano, sulla spianata di Montalbano, di San Michele di Bosto, e da ultimo quelle di San Pedrino, ove ci trovavamo noi stessi. In quel momento il suolo ci ballava sotto i piedi, e non pochi vetri cadevano spezzati.»
Il libro poi da cui togliamo questo brano (Varese, Garibaldi ed Urban, pag. 117), soggiungeva:
«Nel secondo bombardamento i colpi scagliati furono circa duecentocinquanta. Vennero diretti specialmente al campanile, che si voleva forse castigare perchè fu suonato a stormo la mattina in cui gli Austriaci furono battuti a Biumo Inferiore, ed a festa il dì in cui s’inaugurò il Governo costituzionale ed italiano di Vittorio Emanuele, la sera in cui giunse Garibaldi, e quando questi ritornò dopo le riportate vittorie; alla cupola della Basilica, intanto che si beffeggiava la Religione; ad alcune ville e case, che ne furono assai malconcie e danneggiate; all’Ospitale stesso, dove, cogli ammalati e coi feriti nostri, trovavansi anche i feriti austriaci.»
[200]. «L’État-Major du commandant de la deuxième armée sembla voir une grande portée politique et militaire dans l’entreprise de Garibaldi sur Como. D’habiles officiers inclinaient à penser quelle devait être le prélude de graves opérations et le présage d’une attaque sérieuse sur l’aile droite autrichienne. Mais dans un Conseil de guerre tenu à Garlasco le 27, le comte Giulay déclara qu’il n’attribuait aux courses de Garibaldi dans le nord d’autre caractère que celui d’une simple diversion, et persévéra plus que jamais dans sa première manière de voir. Aussi se contenta-t-il de donner, le 28 mai, au général Urban, l’ordre de reprendre l’offensive contre Garibaldi avec toutes ses forces, et de tirer de la ville de Varèse une répression exemplaire.» Campagne de l’empereur Napoléon III en Italie, già citata. — Solamente, come stiamo raccontando, l’Urban non seppe eseguire l’ordine del suo capo; gli fu facile bombardare Varese, ma quanto a riprendere l’offensiva, abbiamo veduto che non gli bastarono tre giorni a risolversi; e dopo quei tre giorni era tardi.
[201]. Il Rustow, Campagna del 1859.
[202]. Ci sarebbe difficile raccogliere e correggere tutti gli errori di fatto che intorno a questa campagna di Garibaldi scrissero e propagarono anche gli autori militari più reputati. Mi limiterò ad alcuni esempi.
Il Corsi nel suo Sommario di Storia militare (parte III, pag. 238) dice «che Garibaldi partì da Biella con seimila uomini,» ed è noto che la brigata dei Cacciatori delle Alpi, anche nei giorni della sua maggior forza, non contò più di tremilaquattrocento uomini; che «il 26 maggio l’Urban mosse di nuovo ad assalire Garibaldi a Como,» mentre tutti sanno che l’assalitore fu Garibaldi; che dopo il colpo fallito sul forte di Laveno, Garibaldi stava per essere costretto a cercare scampo in Isvizzera, quando l’apparizione dei Francesi sul Ticino costrinse l’Urban a retrocedere; mentre noi abbiamo dimostrato che Garibaldi stette in presenza dell’Urban tre giorni, e che nel momento in cui egli intraprendeva la sua marcia di fianco da Induno-Como, il Generale austriaco era ancora con tutte le sue forze a Varese, da cui non partì col grosso che la sera del giorno 2 giugno.
Il Lecomte (Relation hist. et crit. de la Campagne d’Italie en 1859, tomo I, pag. 108, 104,105) immagina la scaramuccia sotto Como il 28, 29 e 30 maggio. Vede Garibaldi entrare in Varese il 3 giugno nel momento in cui gli Austriaci ne sortivano, attaccarli subitamente à quelque distance de la ville, e accelerare così la loro ritirata tout en leur faisant quelques prisonniers, etc. — Non confutiamo.
[203]. Oltre il corpo dell’Urban, bisogna calcolare il presidio di Milano. Dire quindicimila uomini è dir poco.
[205]. Erano il povero Francesco Nullo e Piero Bergamaschi, entrambi guide di Garibaldi.
[206]. Carrano, op. cit., pag. 393.
[207]. La più forte ragione data delle lentezze degli alleati fu il disegno attribuito al Giulay di dare una nuova battaglia sul Chiese e dell’anticipato concentramento che vi andava facendo.
È però evidente, che, se l’esercito austriaco avesse dovuto fare una ritirata precipitosa dall’Adda in poi, o non avrebbe avuto più tempo di apparecchiarsi alla supposta battaglia, o l’esercito alleato l’avrebbe colto in flagranti di concentramento, quindi con molta probabilità di sconfiggerlo.
E mi sembra del pari evidente, che, se i Franco-Sardi arrivavano sul Chiese soltanto due giorni prima di noi, fra il 16 e il 17 giugno (e lo potevano), avrebbero potuto riprendere il movimento in avanti fra il 19 e il 20, invece del 23, ed occupare così Solferino senza combattere e prima che l’Austria avesse avuto tempo di riprendere la progettata offensiva.
[208]. Fece 140 chilometri in quattordici giorni.
[209]. Come al Quartier generale principale si chiamassero Divisione tre mezzi Reggimenti di mille uomini ciascuno, non sappiamo comprendere.
[210]. Così lo chiamò in un suo Ordine del giorno Garibaldi: due volte ferito sul Roccolo di Castenedolo, continuò a combattere; colpito da una terza palla al petto, fu trasportato a Brescia e vi morì.
[211]. Lettera del Cavour al principe Napoleone Girolamo Bonaparte, 23 giugno 1860, citata da Nicomede Bianchi, Storia documentata della Diplomazia europea in Italia (1859-1861), vol. VIII, pag. 168.
[212]. In Toscana, G. B. Giorgini, Ubaldino Peruzzi, Marco Tabarrini, Cosimo Ridolfi, Vincenzo Malenchini, Ermolao Rubieri e Giuseppe Dolfi. — Nelle Romagne, Marco Minghetti, Gioachino Pepoli, Pietro Montanari, Carlo Pasolini, i fratelli Rasponi. — A Modena, Giuseppe Malmusi, Camillo Fontanelli, Luigi Zini. — A Parma, Antonio Cantelli, Jacopo Sanvitale, Giuseppe Piroli, e molti altri che la brevità mi forza a tralasciare.
[213]. Non furono quelli i soli ufficiali dei Cacciatori delle Alpi passati nell’Italia centrale; ma Cosenz, Sacchi, Chiassi, Lombardi, Grioli, Pellegrino entravano nelle Divisioni romagnola e parmense; Migliavacca, Paggi, Leardi, Bonnet, Bruzzesi, Guerzoni nella Toscana.
[214]. Lo confermano queste parole del colonnello Carlo Corsi, del generale Garibaldi non certo entusiasta;
«Credevasi da molti che Garibaldi, non assuefatto alla regolare milizia ed avvezzo invece a maneggiare genti raccogliticcie e fare e disfare a piacere suo, non si sarebbe adattato a quelle pastoie di regola e disciplina che vincolano le soldatesche stabili, e le avrebbe rotte per sostituirvi modo di vivere più largo e più democratico, e che non avrebbe saputo sopportare a lungo quel giogo di soggezione al Governo di Firenze, cui da principio s’era lasciato indurre a piegar volonteroso il collo. Egli è fatto per comandare, dicevano, e non per obbedire. Maneggevole forse finchè le cose procedano secondo i suoi desiderii, resisterà e drizzerà quella sua testa leonina sul capo di tutti quando vogliasi trattenerlo o sviarlo. Lo giudicavano quindi un amico molto pericoloso. I fatti che poi seguirono mostrano come quel giudizio non fosse fallace in quanto concerneva la docilità del Generale. Ma nel governo della milizia egli amò e coltivò la regolarità e la stretta disciplina. La sua esperienza medesima lo aveva persuaso dei pregi delle milizie stabili come istrumenti da guerra. Era quindi manifesta la contentezza sua dell’avere in sua balía mezzi tanto più perfetti e poderosi di quelli che sino allora avea avuto. E non solamente non s’arrischiò a farvi mutazioni di qualche rilievo per timore di guastarli, ma volle che fossero conservati tali quali li vogliono le regole della milizia stabile. Insomma, contro la comune aspettazione, egli apparve in ciò conservatore, come il suo predecessore era apparso rivoluzionario. Fu supposto allora che egli avesse dovuto prendere qualche impegno intorno a ciò o col barone Ricasoli, o col Ministro della guerra toscano, generale De Cavero, appartenente all’esercito sardo; tanto più che si seppe non essergli stato concesso di portar secolui al servizio toscano se non che pochi dei suoi principali compagni d’arme dei Cacciatori delle Alpi, mentre egli ne aveva presentato una lunga lista. Ciò spiegasi da questo che egli aveva avuto informazioni assai cattive circa gli ufficiali toscani, le quali furono smentite prima dai governanti, e poi più ancora dalla conoscenza ch’egli acquistò degli stessi ufficiali. Egli ebbe a dire che li trovava diversi assai e migliori molto di quello ch’egli avesse potuto figurarsi da quanto gliene era stato detto. E presto vi fu sincero ricambio di stima e rispetto, e miglioramento nelle condizioni disciplinari di tutta la Divisione.» — Vedi Venticinque anni in Italia, per Carlo Corsi, vol. I, pag. 366.
E poco dopo:
«Errano coloro che credono che Garibaldi faccia guerra alla sventata, come i condottieri del Medio Evo, o per semplici strattagemmi, da momento a momento, come i guerrigliatori. Egli sa benissimo quanti e quali aiuti le carte e i libri offrano ai capi degli eserciti odierni, ne apprezza molto il valore, e ne fa suo pro, al pari di qualunque buon capitano. Ogni sua impresa ha per base qualche buon concetto strategico. Soltanto la sua tattica è piuttosto da guerrigliero che da generale. Nè potrebbe essere altrimenti, considerato il suo carattere e la via ch’egli ha seguito per giungere ai sommi gradi della milizia. Se qualcosa gli manca, non è per fermo la naturale disposizione al comando o lo studio, ma la pratica del maneggio delle grandi masse regolari, invece della quale ha l’abitudine della piccola guerra delle milizie ragunaticce.» — Vedi Venticinque anni, ec., pag. 372. — Su quest’ultimo giudizio però avremmo qualche cosa a ridire, ma di ciò più tardi.
[215]. Doveva essere fra il 4 ed il 5 novembre 1859. Erano presenti Clemente Corte, il Malenchini, il Montanari, il Cairoli, il Basso, il Paggi ed altri che non ricordo. Le parole in corsivo sono testuali, delle altre sto mallevadore del senso.
[216]. Quella avanguardia era composta del battaglione, nel quale lo scrittore di queste pagine era luogotenente. Se il contr’ordine del Fanti tardava mezz’ora, noi eravamo già di là dal confine.
[217]. Storia d’Italia dal 1850 al 1866, per Luigi Zini, vol. I, parte II, pag. 474.
[218]. Vedi Nicomede Bianchi, Storia documentata della Diplomazia europea in Italia (1859-1861), vol. VIII, pag. 179. Egli cita una lettera di Marco Minghetti a Urbano Rattazzi, del 7 novembre 1859.
[219]. Lo Zini, il Bianchi e parecchi altri parlano qui di Mazziniani; ma il vocabolo ci sembra improprio. Intorno a Garibaldi di Mazziniani puri, e intendiamo anche autorevoli, non ce n’era uno solo; e ci fossero stati, non erano quelli certamente che egli avrebbe preferiti ed ascoltati.
«23 novembre 1859.
»Secondo il desiderio della V. M. io partirò il 23 da Genova per Caprera, e sarò fortunato quando voglia valersi del mio debole servizio.
»La dimissione mia, chiesta al Governo della Toscana ed al generale Fanti, non è ottenuta ancora. Prego V. M. si degni ordinare mi venga concessa.
»Con affettuoso rispetto di V. M.
»Devotissimo
»Garibaldi.»
[221]. Vedi il Manifesto nel Movimento del 23 novembre 1859.
[222]. Vedi la lettera 14 dicembre, da Fino, scritta in francese al giornale L’Esperance, nella quale smentisce e la visita all’Imperatrice, e, cosa superflua, i pretesi accordi con lei per la candidatura russa.
[223]. È un violento e quasi selvaggio bando di guerra contro i preti, non dissimile da quelli che uscivano tante volte sotto la concitazione dell’ira dalla sua penna. Esso diede luogo a non poche proteste di sacerdoti onesti e amanti della patria, contro i quali certamente il Manifesto non era rivolto. Quanto agli altri avevan ragione di risentirsi della forma; ma non so con quali argomenti avrebbero potuto confutarne il pensiero. Noi ne riproduciamo, anche per brevità, le ultime parti:
«..... Eppure quella razza reproba siederà domani, e protetta, accanto ai rappresentanti delle nazioni più cospicue, e chiederà con insistenza la continuazione, la conferma del suo potere temporale, che vuol dire, in lingua umana, la continuazione, la conferma di poter pesare sopra alcuni milioni di sventurati Italiani!... come una sciagura, una maledizione!... la continuazione di un potere che non si adopera ad altro che a rubare ai poveri nostri fratelli il loro oro per gozzovigliare schifosamente, a comprare mercenari stranieri per combattere Italiani!... la continuazione di un potere che non conta amici, se non che tra i nemici d’Italia.... e tra quelli che vogliono dividerla e manometterla e soggiogarla!... un potere che ha scagliato l’anatema sul popolo e sull’esercito rigeneratore.... sul Re prode e generoso che Dio ha dato agl’Italiani!...
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»Nell’ora della pugna io sarò con voi.... giovani.... e siate certi.... questa sarà una grand’epoca per l’Italia. Voi appartenete alla generazione di liberi.... e liberatori del vostro paese!... Dio non ha combinato invano tanta virtù in un Monarca!... tanto valore in un esercito!... tanto fervore in un popolo!... ch’io ho già veduto combattere degnamente accanto ai primi popoli della terra.... per abbandonarci all’ignominia del servaggio!... per non redimerci a quella vita nazionale, ridestata in noi con tanta potenza!
»Il vostro obolo deposto alla sottoscrizione nazionale è un augurio felice per l’avvenire dell’Italia; ed essa conta — superba! — che non fallirà il vostro braccio.... ove si debba tornare sui campi di battaglia!
»Fino, 24 dicembre 1859.
»G. Garibaldi.»
(Pungolo di Milano, 3 gennaio 1860.)
[224]. Vedi Pungolo di Milano del 26 dicembre 1859.
[225]. Del colloquio col Re parlarono tutti i giornali di Torino. De’ suoi concetti circa alla Guardia mobile, all’opposizione incontrata, ec., attesta questa lettera inedita al generale Medici:
«Torino, 5 gennaio 1860.
»Mio caro Medici,
»Anche questa volta ho predicato al deserto. Io credevo di aver ottenuto di poter organizzare le Guardie mobili in Lombardia. — Ebbene! Aspettavo oggi nomine, istruzioni, ec.; invece la Diplomazia straniera, suscitata da Cavour, Dabormida, La Marmora (che chiesero in massa la loro dimissione per lo stesso motivo), hanno significato al Re «che non intendevano che vi fosse nello Stato: Autre force, ou pouvoir, ou personnes armées, que l’armée du Roi.» Stupirai di più, quando saprai che Hudson, ambasciatore d’Inghilterra, da me interpellato, m’ha dato la suddetta risposta. — Ciò che prova che lui, come tutto il resto della famiglia diplomatica in corpo, hanno imposto la suddetta condizione a Vittorio Emanuele.
»Saprai di più che fui richiesto dai liberali di Torino di frappormi conciliatore tra i loro dissidii; lo accettai con alcune difficoltà — ed organizzarono la società Nazione armata, di cui mi nominarono presidente.
»Il partito Cavouriano ha fatto il diavolo, perchè nulla di ciò si effettuasse, ed ho avuto i risultati suddetti per ogni cosa.
»Partecipa questa poco buona nuova agli amici, e credimi sempre
»tuo
»G. Garibaldi.»
[226]. Leggasi questo Manifesto agl’Italiani (Pungolo, 5 gennaio 1850):
«Agli Italiani.
»Chiamato da alcuni miei amici ad assumere la parte di conciliatore fra tutte le frazioni del partito liberale italiano, fui invitato ad accettare la presidenza di una società che si chiamerebbe Nazione armata. Credetti poter essere utile; mi piacque la grandezza del concetto, ed accettai.
»Ma siccome la nazione italiana armata è tal fatto che spaventa quanto c’è di sleale, corruttore e prepotente, tanto dentro che fuori d’Italia, la folla dei moderni gesuiti si è spaventata ed ha gridato: Anatema!
»Il Governo del Re galantuomo fu importunato dagli allarmisti e, per non comprometterlo, mi sono deciso di desistere dall’onorato proposito.
»Di unanime accordo di tutti i soci, dichiaro dunque sciolta la società della Nazione armata, ed invito ogni Italiano che ami la patria a concorrere colle sottoscrizioni all’acquisto di un milione di fucili. Se con un milione di fucili l’Italia, in cospetto dello straniero, non fosse capace di armare un milione di soldati, bisognerebbe disperare dell’umanità. L’Italia si armi e sarà libera.
»Torino, 4 gennaio 1860.
»G. Garibaldi.»
[227]. Il matrimonio fu poi annullato dal Tribunale d’appello di Roma con sentenza del 14 gennaio 1880.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a fine libro ([Errata Corrige]) sono state riportate nel testo.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.