VII.
Ed ecco Garibaldi corsaro!
«Con sedici uomini (egli esclama[33]) ed una fragile garapera[34] io portavo la guerra ad un impero, e piantava al mio albero di maestra la bandiera di una libera repubblica.»
Uscito dal porto, governa verso mezzogiorno; filati pochi nodi, avvista all’altezza dell’Isola Grande una goletta brasiliana che se ne viene inconscia e tranquilla verso di lui: l’abborda, le intima la resa e senza battaglia nè sforzo veruno se ne impadronisce; e visto che la nave predata si prestava alla corsa assai meglio della sua sconquassata garapera, cola a fondo questa e trasborda con tutto il suo equipaggio su quella.
Ma dice Garibaldi: «I miei compagni non erano tutti Rossetti;» val quanto dire tutti fiori di gentilezza e d’onestà, sicchè quando la banda pose il piede . sulla Luisa, tale era il nome della goletta, e gli assaliti videro da vicino i ceffi sinistri degli assalitori, da non so quali teatrali abbigliamenti resi ancora più spaventevoli, furono così certi d’essere caduti nelle mani di veri ladroni, che un di loro, un Brasiliano mercante di gioie, credendo ormai venuta la sua ultima ora, trasse da una sua cassetta tre diamanti, e li offerse, tremante, al feroce capo della masnada in riscatto della sua vita. Ma quale sorpresa! Il «feroce capo» non solo rifiuta il dono del gioielliere assicurandolo che la sua vita non corre alcun pericolo; non solo intima ai suoi compagni di rispettare la vita e la roba delle persone, ritenendo il solo carico di caffè, stimato, secondo tutte le norme della guerra marittima, di buona presa; ma corse altre poche miglia, giunto presso l’isola Santa Caterina dà la libertà ai negri componenti la ciurma della goletta, che consentono poi a seguirlo come marinai; piglia tutti gli altri passeggieri e le cose loro; li fornisce di viveri; li cala nella lancia della Luisa e li manda liberi a terra regalandoli della lancia per giunta.
Garibaldi rammenta con altiera compiacenza le particolarità di quella sua prima impresa, e n’ha ben d’onde. Egli vuole far ben capire ai lettori della sua vita che era un corsaro, non un pirata; che la sua era una guerra, non un brigantaggio: guerra rivoluzionaria finchè si voglia, ma autenticata dalle patenti di un governo creduto legittimo; intrapresa per una causa stimata buona: combattuta con tutte le armi lecite dell’umanità e della cavalleria. Ed ha ragione; e chi non vedesse nel corsaro del Rio Grande che un capobanda di Barbareschi o d’Uscocchi, o per benigna concessione, uno di quegli avventurieri del mare mezzo cavalieri erranti e mezzo masnadieri, di cui rimasero fantastici tipi i Pirati di Walter Scott e i Corsari di Byron, commetterebbe ingiustizia verso lui e verso la storia. Il paladino eroico e disinteressato della libertà dei popoli non si smentirà nè sulla terra nè sui mari.
Egli apparteneva alla grande famiglia dei Pizzarro, dei Guglielmi Lamarck, dei Jean Barth, dei Duguay Trouin, dei Dundas, e se una differenza esiste tra i più famosi corsari della storia e lui, è tutta a vantaggio suo. Molti in eroismo lo uguagliarono; taluno per grandiosità di fortune e vastità di conquiste lo superò; ma per temperanza nelle pugne, per umanità nella vittoria, per altiero disprezzo de’ lucri e degli onori, per virtù infine di disinteresse e di sacrificio egli vinse tutti e non somiglia che a sè solo.
Continuato pertanto il suo viaggio verso il sud, tocca felicemente le coste dell’Uruguay; getta l’áncora nel porto di Maldonado a poche miglia da Montevideo, e accoltovi amichevolmente dalle popolazioni, per la memoria della recente guerra d’indipendenza avverse al nuovo Impero brasiliano, manda innanzi il Rossetti a Montevideo per convertirvi in denaro il predato caffè e lo raggiunge di lì a poco egli stesso.
Se non che il generale Oribe, presidente a quei giorni della Repubblica orientale, premuroso di non disgustare il potente Stato vicino, spicca l’ordine d’arrestare l’incomodo corsaro e il suo legno; sicchè a Garibaldi non resta che salpare in tutta fretta e prendere il largo.