VII.

Ma i tristi effetti della dominazione del Rosas si erano fatti sentire già da parecchi anni anche sull’altra sponda della Plata, e vi avevano riaperte le piaghe non per anco rimarginate della discordia e delle guerre intestine.

Il Ribera aveva governato sino al 1835 con poca abilità amministrativa, ma con molta onestà politica, ospitando i proscritti unitari di Buenos-Ayres, serbandosi equanime tra le parti, sforzandosi a pacificare il paese. Oltre di che, scaduto il termine legale del suo potere, aveva favoreggiato egli stesso la elezione presidenziale del generale Manuele Oribe, che pure sapeva suo rivale fin dalla guerra d’indipendenza, che ebbe competitore nella prima nomina presidenziale, e non fu mai suo amico. Però della soverchia generosità ebbe ben presto a pentirsi.

L’Oribe non conosceva quella debolezza, che fu detta la memoria del cuore. Tanto acuto di mente, quanto era grosso il suo antagonista, ma egoista, calcolatore, freddo, all’uopo crudele, l’Oribe poteva dirsi un Rosas in minuscolo, e il suo governo lo dimostrò immantinente. Afferrato il potere, scacciò e perseguitò i fuorusciti argentini, depose gli amici ed i parenti del Ribera, rifiutò a questi il governo delle campagne per darlo ad una sua creatura; inaugurò insomma sulla sinistra della Plata la politica federalista, intendi tirannica, che il suo amico e protettore praticava da anni sull’altra riva.

Il Ribera non tardò ad offendersi ed allarmarsi di questa condotta inattesa del suo successore, e quando una notte una mano di banditi tentò assassinarlo nella sua estancia, ed egli potè credere che gli assassini fossero stati prezzolati dal Presidente, non contenne più la sua collera, e proclamatolo «traditore alla patria e alla costituzione,» insorse apertamente contro di lui. Chiamati alle armi i suoi fedeli partigiani della campagna, e ordinatili in milizie colla prestezza con cui in quel paese basta dar un convegno agli uomini già armati ed a cavallo per farne un esercito, si spinge contro l’Oribe, che certo non aveva indugiato a muovergli incontro, e dopo un seguito di sanguinosi combattimenti, lo sbaraglia completamente a Las Puntas des Palmas (15 giugno 1837), lo rinchiude nelle mura di Montevideo, e finalmente lo costringe, nell’ottobre del 1838, ad abdicare il potere e ad esulare.

Conseguenza di questo fatto fu la rielezione del Ribera a capo del governo; ma la Repubblica orientale ebbe da quell’istante due presidenti: uno detto costituzionale, perchè il Ribera si gloriava d’aver salvata la Costituzione dagli attentati dell’Oribe; l’altro legale, perchè legittimamente eletto, e deposto unicamente in forza d’una ribellione.

Due presidenti, dicemmo, ed avremmo dovuto soggiungere due partiti, i quali ancora non avevano nome e sembianze certe, fuorchè quelle di fazioni personali, ma che tra poco prenderanno e l’una cosa e l’altra; e col nome di Blancos, o sostenitori di una maggiore autonomia delle provincie, ma dell’assoluta indipendenza della Repubblica, e di Colorados, o fautori d’un governo più accentrato, ma insieme d’una federazione fra gli Stati della Plata, continueranno, tra molta confusione d’idee e sterilità di opere, a combattersi ed a lacerarsi fino ad oggi.

S’intende pertanto da sè che l’Oribe riparasse presso il Rosas, e che resolo partecipe de’ suoi risentimenti e de’ suoi propositi, ne ottenesse facilmente la protezione e l’aiuto. Il Rosas infatti aveva due possenti ragioni per far sua la causa del proscritto Presidente dell’Uruguay: anzitutto vendicare la lunga offesa che il Ribera avevagli fatta di raccogliere e proteggere quei selvaggi unitari ch’erano riusciti a scampare alle sue ugne feroci; poscia effettuare l’antico e non mai celato suo disegno, proseguíto da tanta parte de’ suoi concittadini, di annettere anche la Banda Orientale alla Repubblica Argentina, o per lo meno di sottometterla al suo protettorato.

Intanto però che il Rosas s’apprestava a fornire d’armi e d’armati l’Oribe per una spedizione nell’Uruguay, era egli stesso bloccato in Buenos-Ayres dalla squadra francese dell’ammiraglio Leblanc, e minacciato al tempo medesimo dall’altra Banda della Plata da una crociata federalista. La capitanava quello stesso Lavalle che il Rosas aveva sconfitto e costretto ad andare in bando nel 1830; l’avevano promossa tutti gli Argentini esuli con lui a Montevideo; l’aiutava di sottomano il presidente Ribera; eran pronte a parteciparvi alcune provincie argentine, principalmente il Corrientes e l’Entre-Rios; la sosteneva infine lo stesso incaricato di Francia, che sperava con tal mezzo forzare il Rosas a dar ragione ai reclami che aveva fin allora invano presentati.

In sulle prime il Lavalle sbarcato con centotrenta uomini nell’Entre-Rios ebbe qualche fortuna; ma il Rosas non si smarrì per questo d’animo, e mentre teneva testa risolutamente all’invasione inviava l’Echague (quello stesso governatore d’Entre-Rios ch’era stato benigno a Garibaldi) ad invadere con settemila uomini la Banda Orientale che l’Oribe assaliva e sollevava per altre vie. Ma il Ribera, che in quella guerra diretta oramai più contro la tirannide dell’Argentino che contro l’Oribe aveva con sè tutta la grande maggioranza del paese, mette in rotta a Chagancia, 29 decembre 1839, l’esercito dell’Echague, sbaraglia e fuga in altri combattimenti l’Oribe, sbratta di nemici tutto il territorio orientale, ma resta quasi due anni improvvidamente inoperoso.[71]

In questo frattempo il Lavalle, rinforzato di nuove bande, copertamente spalleggiato dalla flottiglia francese aveva aperto nel marzo 1840 una nuova campagna, e dopo battuto in più scontri l’Echague, e lasciandosi sui fianchi il Campo di Santo Lugares, dove il Rosas si era concentrato con tutte le sue forze, s’avanza arditamente contro Buenos-Ayres. La città, a dir vero, era difesa da poche truppe, chiusa dal mare dai Francesi, abitata da una popolazione impaziente di scuotere il giogo ignominioso di dieci anni; sicchè, come fu detto, il Lavalle avrebbe forse potuto con un colpo di mano impadronirsene. Scelse invece ritirarsi, e chiunque consideri che poco lungi dal suo fianco stava accampato tutto l’esercito del Rosas, non potrà fargliene colpa: nessuna scusa invece può trovarsi al Ribera, che se ne stette due anni inerte; che lasciò passare i più bei giorni della fortuna del Lavalle senza andare in suo soccorso; doppiamente biasimevole, poichè questo soccorso lo promise e lo patteggiò, e non lo diede mai. Punto davvero oscuro nella vita di codest’uomo, le cui azioni sembrano un’alternativa di eroiche temerità e di tentennamenti senili.

Ma non fu soltanto alla ritirata del Lavalle e all’inerzia del Ribera che il Dittatore dovette la sua salvezza. Egli ne va debitore anche più alla Francia, la quale essendo impegnata dal suo onore a sostenere la rivoluzione da lei stessa fin allora favorita e sussidiata, e ad ottenere la dovuta soddisfazione ai suoi giusti reclami, si lascia invece per due anni baloccare dall’astuto masnadiero; diserta la causa del partito col quale aveva fino all’ultimo congiurato, e ratificando l’umiliante trattato dell’ammiraglio Mackau cospira a rafforzare il prestigio e la potenza di quel despota incivile che pareva dovesse ad ogni istante annientare. E immagini ognuno se il Rosas non seppe trar profitto da queste circostanze! Favorito dall’indugio dei suoi nemici, reintegrato dal trattato Mackau nel favore popolare, libero oramai di rovesciarsi con tutte le sue forze contro gli insorti, lancia l’Echague a domare le provincie, l’Oribe a perseguitare il Lavalle, e intraprende contro i Federalisti quella guerra di coltello senza pietà e senza giustizia, che doveva fare degno riscontro sui Campi, alla Mas-Horca delle città. Il Lavalle tuttavia continua ad opporre per oltre un anno la più disperata resistenza; ma dopo una serie alternata di vittorie e di rovesci, stremato di forze, addossato all’estremo confine settentrionale dell’Argentina è sorpreso e disfatto a Famalla (19 settembre 1841) e non resta a lui stesso che cercare salvezza nella fuga.

Pure il suo triste destino non era compiuto ancora. Sorpreso pochi giorni dopo in una casa dove s’era rifugiato, è proditoriamente assassinato, e i suoi ultimi e fidati amici non ponno che a stento salvare il suo cadavere, difendendolo colle armi dalla ferocia dei vincitori.

E perchè appaia in un punto solo l’odio che l’eroico soldato, due volte campione dell’indipendenza della patria sua, aveva accumulato sul proprio capo, e la brutale ferocia di cui erano briachi gli uomini che lo perseguitavano, basti aggiungere sol questo, che l’Oribe mandò a frugare tutti i luoghi dove sospettava fosse stato sepolto, affinchè diseppellitolo gliene portassero innanzi il capo reciso; e quando seppe che gli era stata data sepoltura in Bolivia, osò ancora reclamare la estradizione della sua spoglia; il che, a dir vero, non poteva essere da alcun Governo, appena umano, concesso.[72]

Franco ormai da ogni nemico interno, spente in un mare di sangue le ultime faville dell’insurrezione federalista, al Rosas restò piena balía di consacrarsi tutto intero all’adempimento dei disegni, a lungo covati, contro Montevideo; e sotto la maschera di restaurare il governo legale del suo proconsole Oribe, annientare l’avanzo dei nemici che ardivano ancora resistergli di là dalla Plata. Lasciata perciò la cura all’Echague ed all’Urquiza, nomi che gli avvenimenti futuri ingrandiranno, di tenere in iscacco il Ribera sull’Entre-Rios, affida all’Oribe un esercito di quattordicimila uomini e nell’estate del 1842 lo manda ad invadere, per il Paranà, la Banda Orientale.