XI.

La proposta del Rossetti secondava troppo il genio di Garibaldi perchè questi potesse rifiutarla; oltre di che Montevideo, dopo la giornata dei lancioni, non era più un asilo troppo sicuro per lui.

Non trascorreva il mese adunque che i due amici erano già sulla strada di Rio Grande. Fecero il viaggio a cavallo, anzi ad escotero, maniera singolarissima di viaggiare laggiù e che, a detta di Garibaldi, vince in velocità le più celebri poste del vecchio mondo. Branchi di cavalli sono talmente assuefatti a vivere assieme, che, quando uno è preso e montato da un cavaliere, tutto il branco lo segue; sicchè il viaggiatore affrettato, quando la sua cavalcatura è stanca, non ha che a buttare la sella e montare sul primo cavallo del branco che gli capita alle mani, e così di cavallo in cavallo fino al termine del viaggio: questo è l’escotero.

In tal modo, traverso un paese pittoresco ed ospitale, che il nostro eroe non rifinisce mai di magnificare, i due Italiani giunsero a Piratinin, villaggio meglio che città del Rio Grande, sorgente a poca distanza dalla sponda occidentale della laguna de los Patos (delle Anitre), e dove il presidente Bento Gonçales, dopo la perdita di Porto Allegre, aveva trapiantata la capitale della sua nomade repubblichetta.

Festose furono le accoglienze e lieto era il soggiorno di Piratinin; ma udito che il Presidente campeggiava sul San Gonzales contro una divisione dell’esercito imperiale, comandata da un tal Silva Tavares, Garibaldi non volle tollerare dimora, e lo raggiunse subito al campo.

Era quella la prima volta che il Nizzardo vedeva il campione dell’indipendenza riograndese, e ne toccò una impressione incancellabile. Veneranda la testa per gli anni e la canizie; alto e snello di corpo; pittoresca la foggia del vestire; nell’esercizio del cavalcare espertissimo; prode di mano, intrepido di cuore; sobrio fino a non conoscere altro cibo che un po’ di carne arrostita, nè altra bevanda che l’acqua pura delle sorgenti; cortese, cavalleresco, famigliare, il Gonçales rappresentava agli occhi di Garibaldi il modello dell’eroe popolare; e nessuno meraviglierà se i principali lineamenti di siffatto tipo si stamperanno così profondamente nell’animo del gran Nizzardo, da rinascere un giorno ne’ suoi costumi e nelle sue gesta come rinascono le fattezze del padre in quelle d’un figliuolo. In un punto solo l’Italiano differiva dal Riograndese; che questi fu tanto sfortunato nelle sue imprese, quanto sarà fortunato quello: «Il che mi ha fatto sempre credere (soggiunge il nostro eroe) essere la fortuna non per poco negli eventi della guerra.» E la confessione ci parrà tanto più onesta e preziosa nella bocca di un uomo che, nell’ebbrezza di tanti trionfi, poteva essere di sovente trascinato a scambiare per conquiste del proprio genio i favori della sorte, ed essere facilmente ingrato alla Dea che lo aveva siffattamente beneficato.

Rimasta senza effetto, per la ritirata delle truppe imperiali, la spedizione del Gonçales, questi tornò con tutti i suoi a Piratinin, e Garibaldi naturalmente fu nel numero. Colà però il governo del Gonçales pensò subito a trar profitto del giovane italiano, che aveva già dato tante prove di valore e devozione alla causa repubblicana, e avendo sperimentata principalmente la sua perizia nelle cose di mare, gli commise l’organizzazione e il comando della piccola flotta riograndese. Era per Garibaldi un regno. Don Giovanni d’Austria che riceveva il comando della flotta cristiana; Nelson che guidava il naviglio inglese a disperdere la marina napoleonica, non esultarono forse di una gioia sì superba come il marinaio nizzardo nel sentirsi comandante dei due lancioni destinati a far la guerra all’Impero brasiliano sulla laguna delle Anitre. Però non frappose indugio di sorta; coll’opera de’ suoi antichi marinai venuti a raggiungerlo da Montevideo, tra’ quali il fedele Carniglia, e d’alcuni carpentieri indigeni, preparando, segando, fucinando sul luogo stesso il legname, i ferramenti, perfino i chiodi, costruì in men di due mesi due lancioni della portata da 15 a 20 tonnellate; li varò nel Camacua, confluente della laguna; li armò di due cannoncini di bronzo, e, tra neri, europei e mulatti, di settanta uomini d’equipaggio; e preso egli stesso il comando del più grosso, detto il Rio Pardo, affidò il governo del minore, battezzato il Repubblicano, all’americano John Griggs, e si slanciò nella laguna contro la squadra imperiale forte di trenta navigli da guerra e di un battello a vapore.

Qui comincia la vera vita eroica di Garibaldi. Finora di questa epopea noi non abbiamo veduto, a dir così, che il proemio, ora viene il poema, ora s’apre quel volume di prodezze favolose, di virtù temerarie, di errori fortunati e di fortune insolenti che a grado a grado sollevarono il nome del mozzo nizzardo dalla oscura arena di Piratinin all’onore d’una scena europea e quasi mondiale, e ne fecero una delle più fantastiche e meravigliose figure della storia moderna. Narrarle tutte ad una ad una col minuto intreccio dei loro particolari, non sapremmo; oltredichè sarebbe soverchio e superfluo insieme: superfluo, perchè Garibaldi stesso nelle sue Memorie ne parla a distesa; soverchio, perchè il più delle volte si rassomigliano e si ripetono; e accrescono bensì la mole dei fatti, ma non aggiungono alcun nuovo tratto alla fisonomia dell’eroe, nè suscitano alcuna nuova sensazione nell’animo del lettore. Diremo però le principali, le eccezionali, le caratteristiche, quelle che più scolpiscono l’uomo ed il tempo, l’attore e la scena.

Combattere per terra e per mare; oggi sottrarsi alla caccia d’una flotta venti volte superiore, domani affrontare con un pugno d’uomini nugoli di cavalieri; oggi lanciarsi all’arrembaggio d’un vascello nemico e predarlo, domani lottare disperatamente contro l’uragano e scampar per miracolo da un naufragio; essere al tempo stesso marinaio, cavaliere, calafato, boaro; vivere alla ventura e in perpetuo allarme; ambire, vincitore, unico premio alla vittoria, i sorrisi delle belle ed ottenerli; conseguire, vinto, l’ammirazione di tutti i generosi e meritarla; trovarsi ad ogni istante a faccia a faccia colla morte e sentirsi beato; non possedere che una striscia di terra su cui posare il capo, ed una tavola di barca su cui piantare il piede, e ciò non ostante avere il corpo fiorente di salute e l’anima piena di fantasie giovanili e di sogni d’amore, questa fu la vita di Garibaldi per oltre quattro anni, questa fu la prima scuola del futuro duce dei Mille.

Lungo la sponda occidentale del Los Patos correvano larghi e continui banchi di sabbia, che erano diga insuperabile alle grosse navi imperiali, e via di scampo e di rifugio ai due piccoli legni repubblicani. Però, quando Garibaldi si vedeva minacciato dalla squadra nemica o aveva bisogno di vettovagliarsi o di restaurare i suoi lancioni, non aveva, com’egli diceva, che a far l’anitra; spingere, cioè, i lancioni sui banchi, e saltando coi suoi nell’acqua, tirarli a terra a forza di braccia.

Una volta adunque che i nostri Garibaldini, nulla vieta di chiamarli fin d’allora così, avevano «fatto l’anitra» e preso terra sui possessi medesimi del Presidente, precisamente nei dintorni d’un saladero (specie di capannone per salarvi le carni) detto il Galpon de Chargucada, e proprio nel momento in cui, rassicurati dai rapporti degli esploratori, se ne stavano abbandonatamente, quali terminando il loro rancio, quali a tagliar legne o a raccomodar vele e sartie, odono risuonare sul loro capo un terribile squillo di carica e di deguillo, o, come tradurremmo noi, di sgozzamento. Erano gl’Imperiali: era un grosso corpo di cavalieri, capitanati da un certo colonnello Moringue, famoso, assicurano, per furberia e coraggio, che sbucando a un tratto dal fitto sipario di nebbia che li aveva sino allora nascosti, si precipitavano sull’accampamento repubblicano e minacciavano sterminarlo. La sorpresa dell’inaspettato assalto fu tanta, la furia degli assalitori era tale, che Garibaldi, il quale se ne stava tranquillamente centellando il suo mate,[42] e il cuoco, che gli era seduto dappresso, ebbero appena il tempo di balzare in piedi e di rifugiarsi nel Galpon; anzi uno dei cavalieri nemici giunse sì presso a Garibaldi stesso, che, mentre questi entrava nella porta del Galpon, riesciva a forargli il poncio con un colpo di lancia. Tuttavia i due Italiani furono ancora in tempo a sbarrare la porta del capannone, e poichè fortuna volle che tutte le armi degli accampati fossero cariche e schierate in ordine intorno alla porta stessa, poterono anche aprire istantaneamente contro il nemico un fuoco micidiale. Garibaldi sparava e il cuoco riporgeva le armi e le ricaricava, e ogni colpo feriva giusto e atterrava un nemico. Intanto alcuni Garibaldini sparsi nei dintorni, chiamati dalle trombe e dalle fucilate, accorrevano in soccorso dei loro compagni, e rasenti le muraglie, strisciando tra le macchie, sfidando il fuoco degl’Imperiali, riuscivano a penetrare nel Galpon. Via via arrivarono Carniglia, Ignazio Bilbao biscaglino, Edoardo Mutru nizzardo, Raffaello e Procopio, l’uno mulatto l’altro nero, Francesco Sylva spagnuolo ed altri cinque, di cui Garibaldi stesso lamenta di non ricordare il nome. Così i difensori del Galpon diventarono tredici, e apparivano cento. La disperazione somministrava le armi e il furore; ma una disperazione fredda, calcolatrice, impavida, che pareva rendere più acuto l’occhio, più fermo il polso dei difensori, e faceva nello stormo degli assalitori irreparabili vuoti. Il Galpon era stato in pochi istanti coperto di feritoie, e da ogni feritoia partiva la morte. A un certo punto gli assalitori, stanchi di vedersi decimati senza potere offendere, immaginarono d’incendiare il Galpon. Salirono perciò sul tetto, lo scoperchiarono e si diedero a gettare sull’improvvisata cittadella fasci di legne accese. Fu quello pei difensori il momento più terribile; molti di loro, colpiti da quella breccia aperta nell’alto, caddero mortalmente feriti. Pure non smarrirono un istante l’animo invitto: guidati da Garibaldi, mentre gli uni attendevano a spegnere il nascente incendio, gli altri puntavano, freddi e calmi, contro ogni nemico che s’affacciasse dal tetto e lo fulminavano. La difesa si protrasse così ancora per qualche tempo, ma venne un punto in cui gli assaliti si contarono, e non erano più che tre. Cinque erano morti, cinque gravemente feriti. Gli Imperiali, quantunque decimati, superavano ancora il centinaio, e la rabbia dell’inattesa resistenza li rendeva ancora più feroci. Oramai non restava più ai difensori che l’ultima ragione della baionetta e una morte gloriosa. In quel punto Garibaldi, trovando nel sublime delirio dell’imminente agonia un impensato stratagemma, intuona in faccia ai nemici esterrefatti l’inno di Riego:

Soldados, la patria

Nos llama a la lid:

Coriemos, coriemos

La patria a salvar.

E i due compagni tengon bordone, e i feriti cui resta un filo di voce ancora accompagnano, e tanto è l’effetto di quelle patriottiche note elevate da quel coro d’eroici morenti, che gl’imperiali, tra stupiti e commossi, ristanno alcun poco interdetti e sospendono per alcuni istanti l’assalto. Fu la salvezza degli assediati: che in quel medesimo punto il negro Procopio essendo riuscito a fracassare con una ben aggiustata palla il braccio del colonnello Moringue, i suoi cavalieri si turbano e si scompigliano, il colonnello stesso ordina la ritirata, e in poco d’ora il Galpon è libero e tutto il piano circostante sgombro di nemici. Era quello il primo combattimento di terra che Garibaldi sosteneva. Per cinque ore tredici uomini ressero all’assalto di centocinquanta agguerriti cavalieri, comandati da uno dei più valorosi e astuti capitani del Brasile.

Due anni dopo il capitano Lelièvre con centoventitrè uomini difendeva la Torre di Mazagran contro dodicimila beduini; ma Mazagran era una fortezza e il Galpon di Chargucada una bicocca.

Le «anitre» erano tornate all’acqua. Il governo di Piratinin, visto come l’assedio posto a Porto Allegre si trascinasse troppo per le lunghe e non promettesse alcun prospero fine, deliberò di dar la mano ai rivoluzionari della finitima provincia di Santa Caterina, ove si erano già manifestati molti segni di ribellione all’Impero, e poteva, una volta soccorsa, mettere l’esercito di Don Pedros tra due fuochi e seriamente minacciarlo. Ordinò quindi una doppia spedizione auxiliadora. Il general Canavarro dovea agire per terra ed il capitan-tenente Garibaldi per mare. Ma agire per mare era una parola. La Repubblica aveva bensì aggiunti al Rio Pardo ed al Republicano che tenevano la laguna altri due più grossi lancioni, uno dei quali (dell’altro non si trova scritto il nome) era chiamato il Seival; ma sull’Oceano essa non possedeva nè porti, nè flotta, e la laguna del Los Patos era separata dall’Atlantico da oltre venticinque leghe di terra e le sue foci erano tutte in mano degl’Imperiali. Come fare adunque? Caricare due lancioni sopra carri e trasportarli dalla laguna in mare: fu questo il suggerimento di Garibaldi e fu senza indugio accettato. Presi pertanto il vecchio Rio Pardo ed il nuovo Seival, e commesso ad un abile carradore dei dintorni la costruzione di due lunghi carri sostenuti da quattro altissime ruote, si mise all’opera. Da un’insenata a greco della laguna sgorga entro un burrone un torrentello detto il Capivari, il quale dopo un corso di oltre venti leghe andava a finire colle sue povere acque in un altro lago chiamato Taramanday, che a sua volta sboccava per mezzo a vorticosi frangenti nell’Atlantico. Ora Garibaldi scelse per il trasporto dei suoi lancioni queste due vie. Fatti entrare i carri nel Capivari fin presso al suo sbocco dalla laguna, vi fece scorrer sopra, senza grandi sforzi, i due lancioni: attaccò a ciascun carro venticinque paia di buoi: discese, non dice in quanti giorni, tutto il letto del fiume: giunse, con meraviglia degli abitanti accorrenti a quell’insolito spettacolo, fino alle sponde del Taramanday, ivi scaricò i due legni, li gettò in acqua, li armò e li allestì d’ogni occorrente e drizzò la prua verso l’Oceano. Il più pareva fatto, ed era il meno.[43]

Il fondo di foce del Taramanday è bassissimo e soltanto nelle ore d’alta marea praticabile; oltre a ciò, la costa dell’Atlantico in quel punto scopertissima e per le correnti alluvionali che la solcano e gli spessi marosi che la flagellano, oltremodo ardua e perigliosa. A Garibaldi quindi e a’ suoi arditi compagni si convenne attendere fin quasi a sera il ritorno dell’alto flusso; ma quando questo arrivò e si prepararono a tentarne il passaggio, s’avvidero che l’acqua non bastava ancora. Era dunque giocoforza ricominciare da capo; faticare e sudare ancora, manovrare di destrezza e di coraggio, balzare di nuovo in acqua, spingere e trascinare di nuovo i bastimenti a forza di remi e di braccia, scivolare nel buio della notte tra le secche e i frangenti; dare una battaglia all’Oceano anche prima di potervi entrare.

E la battaglia prima delle tre ore del mattino era vinta, e Garibaldi poteva dire che eran quelli i primi bastimenti che superassero quelle sirti fin allora intentate; ma l’Oceano se ne vendicherà. Non appena infatti i lancioni ebbero salpata l’áncora, un fortunale di mezzogiorno si scatenò con tanto furore, che il capitano, posto tra il pericolo imminente e quasi certo di veder i suoi legni andar sommersi al primo colpo di vento e l’altro ancor lontano ed incerto di cader prigioniero nelle mani degl’Imperiali, scelse tuttavia questo e comandò di accostar terra il più presto, comunque, dovunque. Ma anche per questa manovra era tardi. Il Seival, comandato dal Griggs, come il più forte e il più snello potè ancora reggere all’urto e afferrare, sebben sconquassato, la costa. Il Rio Pardo, più piccolo e più carico, dopo avere lungamente e valorosamente lottato, battuto di fianco da un’ondata più furibonda delle altre andò capovolto sotto i flutti e non si risollevò mai più.

Allora apparve uno spettacolo terribile. Garibaldi, buttato come tutti gli altri in preda alle onde, non ebbe nell’istante del disastro che un solo pensiero: provvedere alla salvezza de’ suoi compagni. Gagliardissimo nuotatore, andava da un naufrago all’altro, a questi porgendo la mano, a quelli stendendo un boccaporto o un remo, a tutti recando un aiuto ed un consiglio; ma invano.

Luigi Carniglia fu il primo a perire sotto i suoi occhi. Il destino volle che nel momento del naufragio egli portasse indosso un pesante giacchettone di calmuck, che serrandogli fortemente le membra gli impediva di nuotare. Si tenne egli aggrappato ai sartiami dello sbattuto bastimento finchè gli bastò la forza; ma venutagli meno si mise a gridare al soccorso. L’intese Garibaldi e accorse in due lanci; e mentre si reggeva egli pure con una mano al bastimento, coll’altra tratto di tasca un coltello si diede a tagliare, febbricitante, il collo ed il dosso della tenace giacchetta; e già questa cadeva a lembi, già il bravo timoniere ricuperava il fiato ed il moto, quando una furiosa ondata percuote e divide d’un colpo i due amici, manda in brani il bastimento e sommerge tutti. Ritornò a galla stordito, ma lottante ancora Garibaldi; il suo fido Carniglia, colui che gli aveva salvata la vita sulla Plata, non vi tornò mai più.

Allora oppresso da ambascia mortale, più come automa spinto da un involontario impulso che come uomo guidato dall’amore della vita, Garibaldi s’avvia lento e triste verso la spiaggia. Quando toccatala appena vede boccheggiare sull’onde, agitando le braccia con gesti disperati, l’altro suo amico Edoardo Mutru. Il Nizzardo era a terra, al sicuro, affranto da una lotta disperata di più ore; pure il pensiero della salvezza de’ suoi lo domina sempre, torna a slanciarsi in mare, arriva in pochi passi presso l’amico agonizzante, gli porge un boccaporto; ma nel punto in cui il povero Mutru tenta allungare le braccia ed afferrarlo, l’ultima lena gli vien meno e l’onda lo arrotola, lo capovolge e lo ingoia per sempre. Era l’ultimo sforzo, di cui anche Garibaldi poteva essere capace. Raggiunta di nuovo la riva, fatta la triste rassegna de’ naufraghi, sedici erano periti: quattordici soli erano salvi, e tra di essi, mortale certezza al cuore del nostro patriotta, nemmeno uno italiano. «Carniglia, Mutru, Staderini, Navone, Giovanni, un altro di cui non rammento il nome (scrive dolorosamente Garibaldi), erano tutti morti. Forti e buoni nuotatori perirono. Alcuni giovanotti americani che non sapevano nuotare erano salvi. Pare incredibile, ma è vero. Io vaneggiava: mi pareva il mondo un deserto.[44]»

E tuttavia anche la vita de’ superstiti pendeva ad un filo. Balestrati su una spiaggia deserta, fradici fino alla midolla, assiderati dalla lunga immersione, privi da molte ore d’alcun ristoro, spossati dalla lotta disperata contro la tempesta, se un pronto soccorso non sopravveniva sarebbero morti certamente di freddo e d’inedia sul palmo di costa in cui l’onda li aveva gettati. Per fortuna il soccorso venne; e fu un consiglio. «Corriamo,» suggerì una voce, «corriamo:» assentirono tutti. E quei quattordici naufraghi, ignudi e tremanti, raccolto l’estremo delle loro forze si diedero a correre macchinalmente sulla sabbia della riva fin che ebbero lena. Fu la loro salvezza. Al tornar del calore tornava la vita, almeno quel tanto di vita che era loro necessario per potersi trascinare alla prima casa abitata, dove pervennero infatti e trovarono ogni maniera d’ospitali conforti.